giovedì 26 settembre 2019

C'era una volta a... Hollywood

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A giudicare dalle recensioni di questa ultima fatica di Tarantino, ho l'impressione che più di un critico, a cui evidentemente il regista non è mai andato a genio, non aspettasse altro che poter far deflagrare tutto il proprio disprezzo. 
Difficile spiegare altrimenti alcuni giudizi feroci, cattivi e francamente esagerati come quello di qualcuno che ha definito la pellicola "il giocattolo costoso di un bambino viziato".


Capisco invece lo spiazzamento dello spettatore medio, perché per certi versi, C'era una volta a... Hollywood è il meno tarantiniano dei film di Tarantino. Mancano del tutto ad esempio i classici dialoghi "fuori contesto" che, a partire da Le iene, rappresentano il marchio di fabbrica di Quentin, così come un certo tipo di trama che qui, ad un occhio pigro, pare non porti a nulla. 

Allo stesso tempo però C'era una volta a... Hollywood è un film totalmente tarantiniano. 
A partire dalla volontà del regista di portare sul grande schermo il suo incontenibile amore per un certo cinema minore e per certa fiction della sua giovinezza, che sfocia nella rappresentazione di un mondo dove finte produzioni si intrecciano con quelle reali, attraverso un montaggio alternato (di Fred Raskin, qui alla terza collaborazione con QT) che nessuno si è degnato di definire magistrale. Per non parlare della scelta dei pezzi della colonna sonora, con la solita prevalenza di composizioni poco note, e della sontuosa modalità con la quale essi accompagnano le immagini.

Concettualmente sembra che con C'era una volta a... Hollywood Tarantino abbia preso alcuni degli elementi dei suoi ultimi film e li abbia espansi fino al limite, al tempo stesso comprimendone altri al minimo sindacale, così tutta la parte di "contorno" che precede l'attesa esplosione finale si prende oltre due ore di proiezione, mentre l'inevitabile sfoggio di ultra-violenza si scatena in pochi (non per questo meno strepitosi) minuti.
Personalmente ho trovato C'era una volta a... Hollywood un gran bel film, con una coppia di attori (Di Caprio e Pitt) affiatati e in forma, la solita pletora di star al servizio del Maestro (Al Pacino, Kurt Russell, Timothy Oliphant, Bruce Dern, Daniel Lewis,  Michael Madsen, Luke Perry - qui alla sua ultima interpretazione - ), una messa in scena che avercene e un grandioso McGuffin sulle gesta di Charles Manson che ha depistato con successo sopratutto i media.

Se devo spendere una critica, è davvero inspiegabile il sotto utilizzo di una delle migliori attrici oggi in circolazione, quella Margot Robbie costretta "dentro" una Sharon Tate impalpabile e superficiale.

Che dire invece dell'omaggio a due tra i registi italiani meno "recuperati" dalla storia (almeno rispetto a Bava, Fulci, Di Leo o Lenzi), come Corbucci e Margheriti? Pura emozione. E nella parabola artistica di un Jack Dalton (Di Caprio) dimenticato dagli studios che si ricicla nel cinema di genere italiano c'è la storia di tanti attori americani del passato e di un cinema, quello italiano, che è stato immenso e che ora non si raccapezza più, tra la mancanza di produttori competenti, piattaforme in streaming e lo svuotamento delle sale.

Il finale poi, malinconico, delicato e toccante, ti inchioda sulla poltrona con un sorriso triste dipinto in volto. 


Dite quello che vi pare, ma per me questo è IL Cinema.


lunedì 23 settembre 2019

Volbeat, Rewind, Replay, Rebound

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Volendo mantenere la "giusta distanza" critica, i dischi degli ultimi Volbeat andrebbero recensiti dopo pochi ascolti, quando le orecchie sono vergini  e hai bene chiaro in testa cosa funziona e cosa no. Se invece commetti l'errore di dargli più tempo di sedimentazione, finisci inevitabilmente invischiato nelle spire delle melodie assassine create da Micahel Poulsen (ad oggi senza dubbio uno dei migliori, in questo campo) vedendo fuggire ogni spirito critico.
Metto subito le mani avanti per giustificare il fatto che questa sarà una recensione molto dibattuta, tra il "tradimento" della filosofia musicale dei vecchi Volbeat, per i quali fu colpo di fulmine, e questi nuovi, più mainstream, ma subdolamente seducenti.

Giusto per stabilire un perimetro di ragionamento sulla vita del gruppo, la mia impressione è che il loro apice creativo, il lavoro con il quale sono stati più in grado di bilanciare le due anime che contraddistinguono la band, melodia e furore, è stato Outlaw gentlemen & shady ladies, album del 2013, quinto in meno di dieci anni di storia, nei quali i Volbeat hanno imbullonato il proprio stile personale.
Dal successivo Seal the deal & let's boogie le cose cominciano a cambiare, le asperità si smussano, l'equilibrio si sbilancia decisamente verso la ricerca ossessiva del refrain e del catching, non senza qualche passo falso.
Ecco, la prima parte della mia recensione a quel lavoro, nella quale lamentavo questa sorta di imborghesimento, potrebbe essere ripresa paro paro per questo ultimo Rewind, Replay,  Rebound, solo inspessendo ancora di più il concetto.

I Volbeat del 2019 sono diventati uno dei prodotti più redditizi del music business del rock, ed in virtù di questo aspetto hanno guadagnato spazi e luoghi di esposizione inimmaginabili solo qualche anno fa. Certo, dello status di grande band hanno purtroppo ereditato anche le cattive abitudini, come quella di escludere da interviste e promozioni i media che hanno avuto l'ardire di scrivere recensioni negative, scatenando, come conseguenza legittima di una nazione attenta a questi aspetti, il boicottaggio dell'intera stampa danese (potete leggere il dettaglio qui).
Ciò nonostante per Rewind, Replay, Rebound è stato creato l'hype dei grandi eventi, con molti dei brani anticipati attraverso dei video, interviste a pioggia e via discorrendo.

Poi finalmente arriva la data della release e la copertina irradia immediatamente un'ulteriore rottura con il passato, attraverso la rinuncia alle immagini iconografiche e ai meravigliosi disegni fin qui realizzati per tutta la discografia della band, abbandonati in vece di un'idea loffia e già ampiamente sfruttata da altri (gli ultimi a memoria mia sono stati i Thunder di Wonder days), cioè rappresentare se stessi come ragazzini (spunto ripreso anche dal video di Cheapside sloggers).

A questo punto ci attendeva l'ultima verifica, la più importante, relativa alla qualità delle composizioni: quattordici nell'edizione standard del disco, per una durata complessiva che accarezza l'ora.
Last day under the sun ci accoglie dentro la nuova creazione Volbeat con uno stile onomatopeico del titolo, chitarre ariose e ritornello solare ripetuto come un mantra che dà subito l'imprinting del disco.
La successiva Pelvis on fire è invece lo schema sul quale sono costruite altre composizioni dell'album (Rewind the exit, The everlasting), con un bell'attacco finalmente metal che resiste però solo una manciata di secondi, per aprirsi ad un pattern molto più fruibile, nel quale, nello specifico della traccia, si riprende una rivisitazione di vintage rock and roll già battuta nel vecchio repertorio, ai tempi di Sad man's tongue o 16 dollars.
Inoltrandoci nell'ascolto viene sostanzialmente confermata l'impressione iniziale, il disco suona davvero bene, sia dal punto di vista tecnico che dell'alternanza dei brani, si vede che ci sono produzione e arrangiamenti importanti, qualche brano emerge prepotentemente (Die to live con Neil Fallon dei Clutch; Sorry sack of bones; Cheapside sloggers con Nick Holt, ascia di Exodus/Slayer; i 37 secondi di Parasite; Maybe I believe), ma in tutta questa pulizia la componente cazzimma pare definitivamente evaporata, e con essa ogni fascinazione country.
Anche la tracklist appare forse eccessivamente lunga e volendo si sarebbero potuti tagliare almeno un paio di brani (mi sovvengono la scolastica When we were kids e la conclusiva 7:24, che richiama l'ora nella quale è nata la prima figlia di Michael - si sa, la paternità causa sui rocker più danni della grandine - ).

La logica conclusione di questa recensione dovrebbe essere una stroncatura, tuttavia non riesco a parlare in termini esclusivamente negativi di Rewind, Replay, Rebound, un pò perchè provo per la formazione capitanata da Poulsen / Caggiano un'innata simpatia, e poi perchè, e qui torno al dilemma iniziale, questo disco l'ho ascoltato e lo sto ascoltando davvero tanto e alcune sue composizioni continuano a rimbalzarmi in testa in qualunque momento della giornata, ad alimentare un cortocircuito tra cuore e cervello che stavolta vi restituisco, irrisolto.

lunedì 16 settembre 2019

Crazy Lixx, Forever wild

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Svedesi di Malmoe, i Crazy Lixx sono tra i nomi di punta dell'attuale panorama glam metal. Attivi da una dozzina di anni, sono stabilmente inseriti nella squadra dell'orgoglio italiano New Frontiers, label notoriamente specializzata nel rock/metal melodico.
Forever wild è il loro sesto lavoro che li colloca decisamente nell'ambito di un pulitissimo hair metal ottantiano, più che, volendo spaccare il capello di un macro genere, dello sleaze.
I pezzi richiamano pertanto Warrant, i Poison di Open up... , i Bon Jovi di 7800° Farhrenheit o i Motley Crue di Theatre of pain, giusto per approssimare delle coordinate del passato, ma senza trascurare i rimandi agli attuali (e compatrioti) H.E.A.T. .
Si facciano avanti senza timore quindi i nostalgici di quel sound (presente!) perchè nelle undici composizioni che compongono la tracklist troveranno pane per i loro denti.
L'album infatti tira quando c'è da tirare (Wicked, Break out, Silent thunder, (She's wearing) Yesterday face, Terminal velocity), si raccorda con il più classico AOR americano (Eagle) e, ovviamente, non trascura il lentaccio spaccacuore (Love don't live here anymore). 

Un disco senza filler e senza momenti deboli. Bene così, perchè un conto è ispirarsi chiaramente a pattern ormai inconfondibili, ma tutt'altro paio di maniche è poi essere in grado di realizzare dischi con Canzoni credibili, in buon equilibrio tra l'essere derivative e sufficientemente personali. 
Ecco, da questo punto di vista i Crazy Lixx (il cantante/chitarrista Danny Rexon e il batterista Joel Cirera unici componenti rimasti della formazione originale) il lavoro lo portano a casa in maniera convincente e senza sbavature.

giovedì 12 settembre 2019

MFT, luglio e agosto 2019

ASCOLTI


Lizzo, Cuz I love you
Slipknot, We are not your kind
Volbeat, Rewind, replay, rebound
Matt Woods, Natural disaster
Shane Smiths and the Saints, Hail Mary
Bullet, Live
Little Steven and the Disceples of SoulSummer of sorcery
PossessedRevelations of oblivion
AllegaeonApoptosis
Josh RitterFevere breaks
Hank Von Hell, Egomania
Bruce Springsteen, Western stars
Fulci, Tropical sun
Warrior Soul, Rock 'n' roll disease
Bokassa, Crimson riders
The Raconteurs, Help us stranger
Massimo Volume, Il nuotatore
Darkthrone, Old star
Hollywood Vampires, Rise
Hayes Carll, What it is
The Waterboys, Where the action is
2pac, All eyez on me
Aaron Watson, Red Bandana
Bryan Adams, Ultimate
Crazy Lixx, Forever wild
Gorilla, Treecreeper
Herbie Hancock, Head hunter
Johnny Paycheck, The soul and the edge
Pino Daniele, Passa 'o tiempo e che fà
Royal Republic, Royal majesty
Satan takes a holiday, A new sensation
Randy Rogers Band, Hellbent


VISIONI



Da questo MFT, in considerazione del fatto che riesco a recensire solo una piccolissima parte dei film che vedo, ho deciso di aggiungere un voto ai titoli elencati. Il voto, oltre ad esprimere, ca va sans dire, un giudizio esclusivamente personale, non vuole essere preso troppo sul serio, piuttosto, come del resto l'intero blog, si tratta solo di un divertissement.

Figli di Annibale (3,5/5)
L'alba dei morti dementi (4/5)
Blakkklansman (3,5/5)
Gotti, il primo padrino (0/5)
Sette sconosciuti a El Royale (4/5)
Zombi 2 (4,5/5)
Train to Busan (4/5)
Notorious - L'amante perduta (5/5)
Vice - L'uomo nell'ombra (3/5)
Repo Men (2/5)
Jupiter - Il destino dell'universo (3/5)
Il mistero del falco (1941) (4/5)
Murder mystery (2,5/5)
Lo spietato (1/5)
Predestination (4/5)
Serenity - L'isola dell'inganno (1/5)
Io sono Tempesta (0,5/5)
Pusher - L'inizio (3,5/5)
Parto col folle (1,5/5)
Leatherface (3,5/5)
Non aprite quella porta (1974) (5/5)
Un nemico che ti vuole bene (1/5)
Halloween (2018) (3/5)
Metti la nonna in freezer (0,5/5)
La cosa (2011) (2,5/5)
Mia moglie per finta (2/5)
Above ground - Segreti sepolti (0/5)
Manhattan nocturne (3/5)
L'uomo nell'ombra (Ghost writer) (3,5/5)
L'erba del vicino (4/5)
Cattive compagnie (2,5/5)
L'ultima missione (MR73) (3/5)
Revenge (4/5)
Blackhat (3,5/5)
Giallo (1,5/5)
Anatomia di un delitto (4/5)
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Visioni seriali

Justified, 6
Suburra, 2
Too old to die young

LETTURE

Dario Argento, Paura

George V. Higgins, Gli amici di Eddie Coyle

lunedì 9 settembre 2019

Hayes Carll, What it is

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A tre anni dall'intimismo di Lovers and leavers, Hayes Carll torna a raccordarsi allo stile dei suoi dischi precedenti, e quindi al compendio di quella sconfinata prateria di generi che nascono dalle montagne dell'old time music discendendo a valle, nell'americana.

Un pò di gossip. A differenza del commento a corredo della recensione di Lovers and leavers, dove lamentavo la cronica assenza di notizie sulla vita privata di Hayes, stavolta qualcosa è emerso. Sono infatti volati gli stracci, o se preferite, parecchia merda è finita nel ventilatore, tra il buon Carll e nientepopodimeno che Steve Earle (mio e, anche se non lo ammetterà mai, suo idolo) a causa di una donna, anche lei cantautrice, Alison Moorer, che ha divorziato da Steve per accasarsi con Hayes.
Cosa centra questa notizia con la recensione di What it is? Tranquilli, non siamo diventati una filiale di Novella 2000, piuttosto la rivelazione dell'affaire è funzionale a spiegare il perchè la Moorer figuri nei crediti del disco in qualità di co-produttrice e co-autrice di tutti i brani.

Hayes torna dunque al suo stile consolidato. Lo fa dopo un opener (None'ya), che invece si raccorda con il mood delicato di Lovers and leavers, ma con un testo tutt'altro che introspettivo. Poi si parte per davvero, prendendo il ritmo con Times like these e da lì in avanti lo scenario cambia.
Che il ragazzo abbia "metabolizzato" la paternità e che sia in un periodo felice della sua vita lo si capisce dal ritorno pieno ai suoi affreschi di personaggi, storie sospese tra finzione e realtà, brandelli di vita vissuta, relazioni umane, oltre che da una naturale propensione all'ironia.
Nascono e si sviluppano così pezzi quali Jesus and Elvis, If I may be so bold o la dylaniana Things you don't wanna know
Stilisticamente parlando il sound si muove agilmente tra folk e country, senza però disdegnare accenni bluegrass (la title track), southern (Beautiful thing) o tributi al blues dei Rolling Stones (Wild pointy finger).
Insomma, un altro centro per un artista che, fino ad oggi, non ha sbagliato un disco.
E scusate se è poco.

lunedì 2 settembre 2019

Warrior Soul, Rock 'n' roll disease

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Lo strano caso dei Warrior Soul. Una band che per il tempo di un lustro e cinque album (1990-1994) ha detto veramente tantitssimo ma è stata poco ascoltata (in termini di esito commerciale). Forse perchè, nel periodo in cui il metal ammainava la sua bandiera a favore del grunge, i WS proponevano un offerta difficilmente incasellabile in questo o quello schieramento. 
Il combo del leader e frontman Kory Clarke infatti, si muoveva sulle coordinate di un suono duro, potente, con le elettriche in primissimo piano, ma al tempo stesso dentro un mood onirico, acido, ipnotico. La grandezza della band stava anche nella capacità di coniugare pezzi dirompenti (l'inno assoluto Punk and belligerant) a divagazioni che giocavano con lisergici echi seventies e testi di matrice hardcore, impregnati di denuncia.
Rassegnati al destino avverso, i Warrior Soul si sciolgono nella seconda parte dei novanta, per poi tornare una decina di anni dopo e riprendere faticosamente produzione discografica e attività concertistica. Oggi non sono più la band che erano, a tutti gli effetti il gruppo è l'espressione artistica del solo Clarke, e anche musicalmente l'asse si è decisamente spostato.

In questo scenario viene rilasciato Rock 'n' roll disease, stilisticamente una sorta di Back on the lash (disco del 2017) volume 2, dal quale riprende il tiro che definirei classic hard rock e la durata ridotta (una mezz'ora di musica).
Questa reincarnazione dei Warrior Soul, sebbene li veda proporre un sound in gran parte debitore di AC/DC e Motorhead, non fa perdere alla band un grammo della stima e del riconoscimento per tutto quanto fatto in passato. Inoltre le tracce sono davvero trascinanti come ormai gli AC/DC non riescono più ad essere (Up the dose, Rock 'n' roll disease, Going mental), la voce di Kory è meravigliosamente incatramata e, infine, in un paio di episodi (Melt down e War ride children) la formazione si ricorda e ci ricorda cosa era in grado di fare un quarto di secolo fa.

Il dito medio della copertina è per tutti quelli che non se li sono mai cagati.

lunedì 26 agosto 2019

Dario Argento, Paura (2014)

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Dopo diciannove film per il grande schermo e sei per il piccolo, qualche anno fa Dario Argento decide che è il momento di raccontare sè stesso.
Così, nel 2014 esce per Einaudi Paura, prima autobiografia del regista italiano, che arriva dopo un numero incalcolabile di libri sulla sua arte, scritti da altri, negli ultimi quarant'anni.

Dopo una doverosa premessa sulla sua infanzia (in cui cresce nello studio fotografico delle dive, gestito dalla madre) e la sua formazione artistica, personale e politica (il ruolo sempre più ampio nella testata di sinistra Paese Sera, la "fuga" a Parigi, il suo dichiararsi alla famiglia di fede comunista) finalmente Argento, anche grazie ad un padre inserito negli ambienti cinematografici, riesce a realizzarsi nella settima arte, arrivando a collaborare con un giovane Bernardo Bertolucci e lavorando con Sergio Leone (sceneggiatura di C'era una volta il west).
Dopo una decina di script, ha un'idea, basata molto sulla forma del racconto, sul suo aspetto visivo, più che sulla storia, che presto diventa una sceneggiatura. A differenza delle altre però, questo lavoro Dario non vuole "appaltarlo" a nessuno, ma girarlo da sè.
A seguito di tanti no ricevuti dai produttori gli viene incontro il padre, che riesce a fargli ottenere un contratto per girare il film, a patto di non sforare per nessun motivo tempi e budget di realizzazione.
Il giovane Argento riesce nell'obiettivo, ma il risultato finale è osteggiato dal produttore e anche dal padre, che pur sostenendolo pienamente, gli chiede di apportare delle modifiche.
Dario si impunta, non vuole toccare nulla di quel prodotto che sente come un figlio. E' stremato dalla lavorazione, l'esperienza l'ha talmente provato dal non voler più dirigere un film in vita sua, ma quella pellicola non si tocca, deve andare in sala così.
Alla fine il regista la spunta e ottiene un successo strepitoso.
Il film era L'uccello dalle piume di cristallo.

Da quel momento parte la carriera di regista di Dario Argento, che si dipanerà per oltre quattro decadi e titoli noti in tutto il globo (Profondo rosso, Suspiria, Inferno, Opera, Phenomena) con grandi riconoscimenti soprattutto all'estero e la costante amarezza del regista, che si sente perennemente profeta in patria, data la scarsa considerazione della critica italiana per il cinema di genere, l'horror su tutto. Parallelamente si snoda la vita privata di Dario, gli amori (due matrimoni), l'amore per le figlie Fiore e Asia, i problemi finanziari, una brevissima detenzione, le fobie, la liason con droghe leggere, l'intenso rapporto con il padre.

Paura non è una autobiografia che spicca dal punto di vista letterario, il libro è estremamente scorrevole ma non certo epocale, in alcuni passaggi le considerazioni del regista appaiono davvero schematiche, elementari.
Spesso però su queste pagine mi sono lamentato di altre biografie per il poco spazio che l'autore lasciava alla genesi dei suoi lavori, al racconto della loro realizzazione, alle difficoltà incontrate, alle intuizioni, insomma alle cose che rendono felice un fan adulto, ma dell'età mentale di un adolescente.
Ebbene, dentro Paura ho trovato davvero pane per i miei denti, ogni film del maestro è sezionato e raccontato dallo spunto iniziale all'esito del botteghino e questo, nonostante alcuni passaggi fossero già noti, è probabilmente l'aspetto del libro che ho maggiormente apprezzato.


lunedì 19 agosto 2019

Justified, dalla stagione 3 alla conclusiva 6

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Rayland Givens (Timothy Oliphant) prosegue la sua battaglia contro il crimine nella contea di Harlan, assieme al gruppo di Marshall capitanati da Art Mullen (Nick searcy) e ai colleghi Rachel (Erica Tazel) e Tim (Jacob Pitts). Nell'eterna contesa tra bene e male, Rayland se la vede con buzzurri e criminali di mezza tacca, ma anche con gli esponenti della dixie mafia, che ciclicamente mandano i loro capetti in quell'angolo del Kentucky, dove è sempre presente l'emissario Wynn Duffy (Jere Burns). Senza mai dimenticare Boyd Crowder (Walton Goggins), amico d'infanzia di Givens nonchè suo autentito doppelganger che, tra alterne fortune, rappresenta la minaccia costante del territorio.
Probabilmente una sinossi così superficiale potrebbe non invogliare alla visione di questa serie della Fox, conclusasi nel 2016 alla sesta stagione. E allora, in fase di commento, aggiungerò che questa è una delle serie crime più divertente degli ultimi anni.

Come scrivevo nella recensione delle prime due stagioni, la forza del serial non sta tanto nelle storie, comunque godibili, visto che sono tratte da racconti di Elmore Leonard, e nemmeno in un particolare lato dark o di estremo realismo dei plot (per intenderci, non siamo dalle parti di The Wire o The Shield), ma da una caratterizzazione talmente avvincente di ogni singolo personaggio, da non temere confronti con nessuna altra produzione di analogo genere.
Timothy Oliphand, che ha (irrimediabilmente?) legato la sua carriera al marshall Rayland Givens, continua imperterrito ad avanzare con lo Stetson sempre calato in testa, come se fosse un estensione del suo corpo, e con la mano appoggiata sulla cintura, sempre pronta ad estrarre. Ma questa è solo una componente, a mio avviso nemmeno la più importante, della ricetta vincente di Justified.

I veri trionfatori della serie sono quasi tutti villain, dal padre di Rayland, Arlo (Raymond J Barry) alle famiglie del posto ( i Crowder, i Bennett, i Crow) in guerra una contro l'altra, in una faida che dura da sempre. Poi ci sono i contributi di caratteristi e guest star straordinariamente in ruolo, che sono durati lo spazio di una stagione o magari anche di una sola puntata (Michael Rapaport; Carla Gugino; Mikelty Williamson; Jeff Fahey; Rob Lowe e un meraviglioso Sam Elliott).
Ma sul podio più alto staziona Walton Goggins, che, con Boyd Crowder (dopo Shane Vendrell di The Shield) dà vita ad un criminale affascinante, scaltro e spietato, tanto pronto a togliere la vita altrui quanto loquace, affabulatore e persuasivo, che si prende la scena, stagione dopo stagione e che solo nella conclusione della final season, attraverso un colloquio con una sua vittima (che incarna a mio avviso lo spettatore medio affascinato dal male) mette le cose definitivamente in chiaro sulla sua personalità.
Un gradino sotto nella mia personale classifica colloco l'intrallazzone Wynn Duffy, interpretato da un Jere Burns perfetto nella parte di un criminale in giacca e cravatta imperturbabile e resistente a qualunque situazione avversa, mai impreparato a qualunque twist e dal piano B sempre a portata di mano.

Ma chissà se una popolazione così ampia e convincente di personaggi avrebbe avuto lo stesso successo in un territorio diverso dalla contea di Harlan. Un territorio che un tempo era noto per le sue miniere (famoso fu un lungo sciopero "risolto" dall'apparizione del country outlaw hero Johnny Paycheck), dove lavorava praticamente tutta la popolazione maschile ed ora scenario povero e desolato, nel quale hillbillies e redneck si trascinano in giro, da un bar all'altro, da una droga ad un'altra, senza nessuna possibilità di redenzione.
Ad Harlan tutti bevono bourbon come se fosse un bicchiere di acqua ghiacciata in una giornata di luglio. Tutti girano armati. Tutti hanno un piano per svoltare. Quasi tutti finiscono ammazzati o in galera, ricordando in questo i perdenti cronici, ma non per questo meno pericolosi, portati sullo schermo dai Coen.

Justified è un grande affresco di questa umanità, da vedere rigorosamente in lingua originale, per godere del meraviglioso accento di quelle parti, una cantilena dolce e pigra, che allunga le vocali e impasta le parole (non fosse per questo basterebbe la voce originale di Sam Elliott a giustificare lo sforzo ai meno avvezzi ai sottotitoli).

Ci mancherà.

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lunedì 12 agosto 2019

Gotti, il primo padrino (2017)

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Dopo una gestazione embrionale durata anni, con progetti che hanno via via interessato registi come Barry Levinson e Nick Cassavetes, ed attori come Al Pacino, Joe Pesci e Chazz Palmintieri, il film basato sulle "gesta" del noto mafioso John Gotti viene realizzato nel 2017 con la regia di Kevin Connolly e con John Travolta nel ruolo principale.

La faccio breve: questo film è una ciofeca sotto ogni punto di vista, ma in particolare per la modalità agiografica di tratteggiare la figura di Gotti, che ne esce quasi come un moderno Robin Hood, mentre le forze dell'ordine fanno, quando va bene, da carta da parati, e quando va male da aguzzini.
Manca cioè del tutto quel minimo punto di equilibrio morale necessario quando si raccontano storie di criminali, al punto che sembra un film prodotto e girato dai mafiosi stessi: Gotti ha un cuore d'oro, ama la sua famiglia, uccide solo altri criminali, aiuta le vecchiette con la spesa, etc. etc. 
Per non parlare di quel debosciato del figlio (Junior), fatto passare da vittima del sistema.
Comparto tecnico e messa in scena da film televisivo di basso livello, recitazione di Travolta talmente sopra le righe da risultare quasi folkloristica. 
Cosa si salva? Forse trucco e parrucco.

Statene alla larga come dalla peste.

lunedì 5 agosto 2019

I migliori della vita: Bryan Adams, Reckless (1984)

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Potenza di uno spot fatto bene. Il recente commercial della DHL , che utilizza Bryan Adams e il suo brano Summer of 69 per celebrare i cinquant'anni dalla nascita del gigante logistico americano, mi ha portato in un batter d'occhio indietro di oltre trent'anni, quando i miei ascolti erano monotematicamente orientati al blu collar rock, dentro al quale il canadese Bryan Adams aveva un posto di rilievo.
Così ne approfitto anche per ribadire il profilo di questi post celebrativi, che non riguardano necessariamente capolavori assoluti della musica, ma molto più semplicemente dischi ai quali sono legato, anche solo da un legame affettivo, che può prescindere, e di certo prescinde, dal valore oggettivo dell'opera.

Nel caso di specie, Reckless è un album di rock mainstream che inanella un numero impressionante di anthem, tanto da configurarsi alla stregua di un greatest hits di inediti,
e basta leggere la tracklist per capirlo. 
Ma sull'analisi delle canzoni ci torno, prima c'è da considerare come il successo dell'album fu tutto, meno che frutto del caso o di un colpo di fortuna, se è vero che Adams ci lavorò per mesi, facendo e disfacendo più volte (come nel caso di Run to you, oltre un anno di gestazione, o di Summer of 69), a dimostrazione di una costante insoddisfazione, propria dei grandi artisti.

Rimettere su il vinile oggi è un vero e proprio tuffo nel mio passato. Non ho comprato il disco in tempo reale (1984), ma solo qualche anno dopo la sua uscita, tuttavia le sue note accompagnano un periodo della mia giovinezza felice, spensierato e inebriante, che le canzoni del disco ben riannodano.
A partire da One night love affair, midtempo d'apertura di grande fascino, con la voce squisitamente roca di Bryan messa nelle migliori condizioni per fare breccia immediata nel cuore dell'ascoltatore.
Da lì comincia un viaggio che ti impediva di estrarre la cassetta dall'autoradio (se non per cambiare verso) per tutti i trentotto minuti di durata del disco, attraverso un viaggio che, per il lato A del vinile si manteneva su un mood più midtempos, non lontano dalle atmosfere AOR tanto in voga in quel periodo, enfatizzate al loro massimo dall'unico lento del lotto, quell'Heaven presenza fissa di qualunque compilation di ballate che abbiamo preparato speranzosi negli ottanta, oltre che per i singoli Run to you e Somebody, ma che aspettava il lato B per darci dentro davvero, a partire dall'anthem autobiografico Summer of 69 e attraverso la canzone manifesto Kids wanna rock e il duetto con Tina Turner It's only love, per avviarsi alla conclusione senza mai prendere fiato con il rock 'n' roll di Long gone e l'ultima sferzata, appena venata di southern, rappresentata da Ain't gonna cry.

Insomma, Reckless è l'indiscussa pietra miliare di un certo tipo di rock, commerciale, effimero, per molti forse anche vecchio (e non vintage), ma che a me smuove ancora molto. Perchè, come si dice, al cuore non si comanda...

lunedì 29 luglio 2019

Train to Busan (2016)

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In una Seul che ha ormai assunto, amplificandoli, tutti i clichè disumanizzanti delle grandi metropoli occidentali e orientali, Seok -Woo è un broker cinico e spietato, che ha una vita personale a pezzi. Divorziato, con una figlia piccola (Soo-an) che non vede praticamente mai, dedito solo ed esclusivamente alle sue speculazioni finanziarie.
Il giorno del compleanno della figlia, dopo aver dato ennesima prova della sua assenza (attraverso il regalo di una Wii che la bambina già possiede), Seok-Woo accetta a malincuore di soddisfare la richiesta della piccola, che vuole vedere la madre, ed ex-moglie, che vive a Busan (circa 300 chilometri da Seul).
Saliti sul treno diretto a Busan, scopriranno con orrore, assieme agli altri passeggeri, che il Paese è sconvolto da un'epidemia che contagia le persone trasformandole in mostri "infetti" affamati di carne umana, e che anche il treno non è un posto sicuro, visto che una contagiata è riuscita a salirci prima della sua partenza.

Ci sono due modi di fare uno zombie movie (questi non sono zombi, ma insomma è per capirci): uno è dedicarsi esclusivamente allo splatter e al divertimento da pop-corn, senza approfondimento ne menate, e un altro è quello messo magnificamente in scena dal regista Yeon Sang-Ho (autore anche di soggetto e sceneggiatura), che, dentro un film lungo (due ore), ma che vola senza pesare mai, mette dentro tutto, dalle tipiche tematiche dell'assedio, alle grandi e spettacolari sequenze d'azione, anche di massa, al melodramma tipicamente orientale fino a, sopratutto, una forte ed evidente critica sociale al sistema classista e iniquo della "nuova" Corea del Sud.

Insomma, un film imperdibile, che diverte, avvince, commuove e, soprattutto, fa pensare.
Gira da tempo sui canali digitali RAI, dategli una chance (magari prima che il governo del cambiamento chiuda RAI Movie), oppure investite qualche euro nel dvd, che come si può apprezzare nell'immagine postata, contiene anche un anime di novanta minuti che fa da prequel alla storia.

lunedì 22 luglio 2019

D.A.D., A prayer for the loud

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Diamine, i D.A.D. . 
Li avevo persi qualcosa come trent'anni fa (madonna, fa impressione scriverlo) con quel No fuel left for the pilgrims che un certo rumore l'aveva fatto.
Poi, sì, mi arrivavano all'orecchio echi di ulteriori uscite nel corso del tempo (da quell'album nove fino ad oggi, in pratica una ogni tre anni),  ma non tali da far schioccare in me la frusta della curiosità.
Fino ad oggi, quando per ragioni come sempre imperscrutabili e frutto del caso, le mie orecchie sono tornate a posarsi sull'ultimo lavoro della band.
E sono ancora qui a ringraziare quel giorno

Per chi non lo sapesse, il monicker del gruppo danese sta per Disneyland After Dark, qualcosa di semplicemente geniale che però, com'era facilmente prevedibile, ha causato problemi di natura legale alla formazione, che ha dovuto accontentarsi di utilizzare l'acronimo di cui sopra, non senza però rinunciare al proprio spirito goliardico, se è vero che il disco del 2011, l'ultimo prima di questo, aveva per titolo DIC.NII.LAN.DAFT.ERD.ARK . 
E' sufficiente unire i puntini...

Di calembour in calembour, su una copertina che riprende la "mascotte" del gruppo (l'iconografico teschio di bue) in ambito vagamente blasfemo, ecco un titolo strepitoso, che mette insieme sacro e profano: A prayer for the loud.
Undici pezzi, a mio modo di vedere divisi in due sezioni stilisticamente differenti. La prima, fino alla traccia cinque è la mia preferita, ma la seconda gliela ammolla anche lei, con almeno un paio di pezzi sopra la media.
Il disco sprigiona il suo potenziale dopo un opener, la divertente Burning star, che prepara il campo ad almeno due pezzi di livello superiore, offerti in pegno sul sacro altare del blues, e dei suoi pattern universali che vestono perfettamente John Lee Hooker come i Depeche Mode di Personal Jesus. Le due tracce in questione sono la title track, inno totale e l'altrettanto strepitosa The sky is made of blues. Due canzoni che, ne sono certo, resteranno, se non nella storia, a causa della bulimia di uscite e della poca visibilità dei DAD, almeno nella mia memoria per molto, moltissimo tempo. 
Prima e dopo, dentro uno schema che prevede una seconda parte più hard-heavy della prima,  una serie di canzoni ispirate ed affilate (The real me; Happy days in hell), con il giro blues di cui sopra che torna e si diverte con gli AC/DC (Musical chairs) e due lenti (A drug for the heart e If the world just) che avvicinano l'asticella alle due tracce capolavoro di cui sopra.

Insomma, A prayer for the loud è un discone imperdibile.
L'ennesimo, dentro un anno che mi sta regalando grande godimento e soddisfazione.

lunedì 15 luglio 2019

Hank Von Hell, Egomania (2018)

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E' noto che i fan dei Turbonegro siano ancora in lutto per lo scioglimento della loro band preferita. Talmente unico e originale lo stile death-punk imposto dal gruppo norvegese, che era pressochè impossibile trovare dei degni eredi. Ecco allora tutti a stringersi attorno al disco di esordio, sotto proprio nome, di Hank Von Hell (nato Hans Erik Dyvik Husby), frontman dei Turbonegro, dopo qualche tentativo (Doctor Midnight and the Mercy Cult; Duke of noting) andato a vuoto.
Egomania, anticipato da un singolo, Fake it, che non sarà curiosamente incluso nella tracklist del disco, non è il ritorno del brand Turbonegro (non del tutto almeno), anche se si porta inevitabilmente dietro profumi e screpolature di quella esperienza, dentro una manciata di canzoni caciarone e ipertrofiche, che non riesco a definire diversamente se non happy-metal.
Dieci tracce per meno di quaranta minuti dall'impatto immediato che riesce però a conciliarsi con una buona longevità, all'insegna di un'orecchiabilità cafona (la title track) che non disdegna i KISS più commerciali di Dynasty, ma che piazza dei colpi mica male, come le irresistibili Blood e Bum to bum e quando decide di incattivirsi non ha esitazioni, come nel caso della nervosa Pretty decent exposure o Never again, il pezzo più classicamente metal della raccolta.
Insomma, si fa dannatamente sul serio, ma sempre con ironia, come testimonia il look di Hank o Adios (Where my sombrero?), il pezzo scelto per concludere la tracklist, che parte lento per poi crescere progressivamente fino al suo massimo climax.
Autoironia che si svela in tutta la sua irriverenza anche nel video di Bum to bum, featuring Steve-O, dove il nostro, all'inizio, si mostra impudicamente in un irresistibile look da turista tedesco (lo trovate sotto).

Egomania è un gran bel disco, divertente e piacevomente maleducato. Peccato che, essendo uscito nelle ultime settimane del 2018, sia entrato nei miei radar solo nel 2019, perdendo così la possibilità della nomination dei migliori dell'anno.


lunedì 8 luglio 2019

Allegaeon, Apoptosis

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Gli Allegaon sono una band di metal estremo basata in Colorado, attiva da una decina di anni e con una discografia che consta di cinque album.
L'ascolto per la prima volta con l'ultima fatica, questo Apoptosis (titolo che non imparerò mai, e che è un termine biologico che sta ad indicare la morte cellulare programmata), capace di catturare tutta la mia attenzione e di mantenerla alta per settimane.
Il gruppo si muove su canoni techno-death, e, come da regole del genere, ogni componente è in possesso di una tecnica sbalorditiva (ad eccezione forse del singer Riley McShane, perfetto nelle parti growl richieste, ma senza spiccare particolarmente per originalità) che permette alla formazione robusti inserimenti di partiture prog e pattern puliti, dentro un feroce assalto death, che fanno del disco un'opera dal fascino assicurato.
Il breve prologo strumentale di Parthenogenesis, che parte come un pezzo dei Goblin scritto per un film del periodo aureo di Dario Argento, mette subito in chiaro l'enciclopedica conoscenza musicale degli Allegaon.
Per l'intera durata della tracklist (undici tracce per oltre cinquantasei minuti) si alternano cannonate marce e ignoranti (Extremophiles (B); Exothermic chemical combustion; Metaphobia) a pezzi suggestivi e chiaramente influenzati dal progressive, come il secondo strumentale Colors of the currents (featuring la chitarra classica di Christina Sandsengen) ma anche Tsunami and submergence e la suggestiva, lunga suite finale Apoptosis.

Che dire? Il termine futuristic melodic technical death metal appiccicato agli Allegaeon, per quanto ambizioso, mette sulla giusta strada chi si approcci per la prima volta al sound di un gruppo davvero interessante.

giovedì 4 luglio 2019

MFT maggio giugno diciannove

Nonostante l'accrescimento di responsabilità in ambito lavorativo, ero riuscito sempre a trovare il tempo per aggiornare il blog. Poi improvvisamente, bam!, tre settimane di apnea per cazzi assortiti che mi hanno completamente prosciugato.
Un peccato, perchè prima di precipitare in questa spirale avevo in testa più di uno spunto di cui volevo assolutamente scrivere.
Nell'attesa di capire se e come mi tornerà l'ispirazione su quei soggetti, riparto da un post facile facile, ma immancabile come l'afa milanese: la solita lista dei miei titoli preferiti del bimestre.

ASCOLTI

SpidergawdV
Little Steven and the Disceples of SoulSummer of sorcery
WhitesnakeFlesh and blood
PossessedRevelations of oblivion
AllegaeonApoptosis
EnforcerZenith
Josh RitterFevere breaks
Cats in SpaceDaytrip to Narnia
Pokey LaFargeManic revelations
Hank Von Hell, Egomania
Bruce Springsteen, Western stars
Fulci, Tropical sun
Warrior Soul, Rock 'n' roll disease
Mr Big, s/t; Lean into it; Bump ahead
Bokassa, Crimson riders
Whitesnake, Flesh and blood
Godsmsack, Good times...Ten years of
The Raconteurs, Help us
Massimo Volume, Il nuotatore
Death Angel, Humanicide
Darkthrone, Old star
Possessed, Revelations of oblivion
Hollywood Vampires, Rise
Pristine, Road back to ruin
Saint Vitus, s/t
Turbonegro, Scandinavian leather
Buckcherry, The best
Tom Petty, The best of everything
Hayes Carll, What it is
The Waterboys, Where the action is
Janet Gardner, Your place in the sun

VISIONI

Avengers,Endgame
Deadpool 2
Stanlio e Ollio
Halloween (Carpenter)
Nella tana dei lupi
I fratelli Sisters
Breaking news
I Goonies
Sugarland express
Equalizer 2 - Senza perdono
La prima notte del giudizio
John Wick 3 - Parabellum
Asbury Park: lotta, redenzione, rock and roll
Phil Spector
eXistenZ
La nona porta
Game change
Dieci piccoli indiani (Film TV, 2015)
Black mass - L'ultimo gangster
Escape plan 2
Pets
End of justice - Nessuno è innocente
Il traditore
La isla minima
Secret window
Il fiore del mio segreto
Morto Stalin, se ne fa un altro
I mercenari 3
The wife - Vivere nell'ombra
Il buco
Quando Alice ruppe lo specchio
Mike Tyson: tutta la verità
Johnny English colpisce ancora
Toy Story 4

Il Trono di Spade, final season
Gomorra, 4

LETTURE

Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore,
Il terrorista dei generi - Tutto il cinema di Lucio Fulci

Immagine correlata


lunedì 17 giugno 2019

Steve Earle, Guy

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L'ho citato nell'ultima recensione di Josh Ritter, e allora eccoci qui a scrivere di Steve Earle, che per dieci album, dal 2000 (Trascendental blues) fino ad oggi, non ha sostanzialmente mai abbandonato la regola di un disco nuovo un anno sì e uno no.
Questo però è sicuramente un disco speciale, visto che il buon Steve chiude il cerchio delle sue ingombranti influenze giovanili.
Se nel 2009 aveva omaggiato il "cattivo maestro" (per i comportamenti autodistruttivi) Townes Van Zandt (comunque tributato già nel 1982 con una cosetta tipo dare al figlio - anch'egli oggi affermato artista -  il suo nome) con Townes, un disco di cover che fece conoscere alla massa l'enorme talento di Van Zandt, oggi è la volta del secondo pilastro delle fondamenta sulle quali Earle ha edificato la sua carriera e plasmato il suo indiscusso talento.

Tocca infatti a Guy Clark, che ci ha lasciato tre anni fa e che tutti ricordano per quella doppietta clamorosa di più di quarant'anni fa (Old no. 1 e Texas cookin') con la quale si era affacciato al music business.
Ci fosse qualcuno che non avesse mai ascoltato Clark e si approcciasse all'ascolto di questo album avrebbe tutti i legittimi motivi per pensare ad un opera originale di Earle, tanto, in un totale cortocircuito tra insegnante e allievo, liriche e stile sono aderenti alla consolidata cifra stilistica dell'autore di Guitar Town.
La poetica malinconica di Guy, le sue polaroid  di luoghi e persone ai margini delle storie normalmente raccontate sono le stesse che Steve (e Townes) ha sempre interpretato, perciò non c'è niente di strano se composizioni come L.A. Freeway; Desperados waiting for the train; Rita Ballou; The Randall knife; The last gunfighter ballad; She ain't going nowhere o Out in the parking lot risultino così familiari al primo ascolto, al fan medio di Earle.

Il sessantaquattrenne artista della Virginia mette in fila sedici brani del maestro Clark, dividendoli quasi equamente tra quelli estratti dai due seminali lavori di debutto e il resto della produzione, andando a pescare anche composizioni meno note, per un risultato niente di meno che imperdibile, per tutti quelli che sostengono di amare la musica d'autore a cavallo tra country e folk.

lunedì 10 giugno 2019

Josh Ritter, Fever breaks

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Quello che per le mie nozioni era un debuttante, ha in realtà oltre vent'anni di marciapiede nel music business, dieci album già pubblicati, una manciata di EP e live.
Viene da chiedersi come mai i miei radar non abbiano mai intercettato Josh Ritter, ma tant'è.
Fever breaks è dunque il decimo album del quarantenne nato a Mosca (Idaho, non Russia), ed è uno sferzante esempio di come si possa stare dentro perimetri stilistici definiti - folk,country,americana - senza privarsi della libertà di rimbalzare da un canone all'altro.
Per farlo ovviamente serve una capacità interpretativa, tecnica, empatica e di scrittura che non si compra all'eurospin, ma che ti viene concessa in dote e che tu devi avere la decenza di non sprecare.

E' anche così che si realizza un lavoro come Fever breaks. E' così che si butta lì un grandioso e strafottente contry rock qual'è Ground don't want me, in bilico tra una melodia irresitibile, un testo che sarebbe piaciuto all'Uomo in Nero e un mood per il quale Springsteen farebbe carte false.
E' così che, dopo aver afferrato per le palle l'ascoltatore, lo si porta dove si vuole, disturbando il prematuro riposo di Tom Petty (Old black magic), dando lezione ai nuovi idoli country capeggiati da Stapleton (I stilll love you), così come navigando in sicurezza verso gli approdi dei Waterboys (The torch committee), riuscendo tuttavia sempre ad essere leggero come nuvole bianche nel cielo estivo (All some kind of dream) e venendo fuori con classe da un semi plagio di Steve Earle (quanto Blazing highway home richiama Goodbye?).

Insomma, in un anno saturo di uscite di artisti della "mia scuderia"(Austin Lucas, Steve Earle, Little Steven, Hayes Carll, Son Volt) , Josh Ritter ha messo la freccia pretendendo priorità di ascolto. 
Con un album così, non ho potuto fare a meno di concedergliela.


giovedì 6 giugno 2019

Passione cofanetti/1

Nell'era d'oro del mercato discografico le major pubblicavano questi cofanetti lussuosissimi, a prezzi (almeno per me) insostenibili, che normalmente i negozi di dischi esponevano in una teca chiusa, per cui si potevano solo ammirare ma, a differenza degli altri dischi, non toccare, ad aumentare ulteriormente la sensazione di inavvicinabilità del prodotto.
Oggi, nel camposanto dei supporti fisici, si continuano a realizzare queste produzioni monografiche (per genere o per artista), con confezioni meno sfarzose, ma comunque dignitose, e soprattutto a prezzi davvero accattivanti.
In questo spazio posterò qualche cofanetto acquistato nel corso degli ultimi tempi, dal rapporto qualità prezzo particolarmente competitivo.

Inizio subito con un'opera che rientra un pò a forza nel "concetto cofanetto" (essendo, in versione compact disc,"solo" un doppio), ma che per filosofia dell'operazione, finalità del progetto e artisti che ne hanno curato l'uscita, merita i riflettori.

Mi riferisco al bellissimo e curatissimo Confessin' the blues, antologia blues curata e compilata dai Rolling Stones, che, tra mammasantissima del genere, ma non solo, contiene quarantadue tra le più seminali tracce della storia, interpretate, nelle versioni originali, con un suono incredibile, da Muddy Waters, Howlin Wolf, Chuck Berry, John Lee Hooker, Little Walter, Elmore James e una vagonata di altri artisti la cui vita è indissolubilmente legata alla musica che suonavano.
Libretto ricchissimo di foto e annotazioni e, elemento di ulteriore valore, il 10% del ricavato dalla vendita viene devoluto alla Blues Heaven Foundation, di Willie Dixon.

Si trova sui normali siti di e-commerce a una quindicina di euro.


lunedì 3 giugno 2019

The devil's candy (2015)

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Il genere horror e l'heavy metal sono sempre stati collegati da un legame strettissimo. Vuoi per l'ampio utilizzo di tematiche gore da parte di una molteplicità di band estreme, per la passione che molti metalhead dividono equamente tra lo stile musicale pesante e le pellicole sanguinolente, o semplicemente perchè entrambe queste forme d'arte sono sempre state considerate, dall'elite dei critici, espressioni minori dei reciproci perimetri comunicativi (salvo poi ricredersi fuori tempo massimo).
Tuttavia il matrimonio tra metal e horror raramente si è consumato appieno. Certo, molti registi di genere hanno utilizzato l'HM come colonna sonora di squartamenti e mostruosità assortite, ma, se escludiamo il cult minore Morte a 33 giri, la combinazione dei due elementi ha raramente prodotto un autentico unicum.
Anche per questo probabilmente The devil's candy ha raggiunto in fretta lo status di cult tra gli appassionati di rock estremo.
Chiariamoci, The devil's candy non è un film sul metal, in questo senso l'esempio di Morte a 33 giri può essere fuorviante, ma la musica forgiata quasi cinquant'anni fa dai Black Sabbath ne è tuttavia il fulcro, con i suoi simboli e simbolismi, i suoi dogmi, le sue distorsioni.
Lo spunto narrativo della storia segue uno dei clichè più abusati dei film di genere: la famiglia che va ad abitare la casa maledetta, dovendo per questo affrontare terribili sfide, che metteranno in discussione la solidità della famiglia stessa.

Gli Hellman (nomen omen), papà Jesse (Ethan Embry), di professione pittore, la moglie Astrid (Shiri Appleby), che si intuisce essere quella che porta avanti la baracca, tra gli alti e bassi economici del marito, assieme alla figlia adolescente Zoey (Kiara Glasco), si indebitano fino all'ultimo cent per acquistare una grande casa isolata, informati dal loro agente immobiliare di alcune morti che lì sono avvenute (e che noi abbiamo visto nel prologo del film).
Padre e figlia sono  fanatici di heavy-metal e questa passione, nelle parti leggere, regala perle di saggezza (una su tutte: mentre i due fanno headbangin in auto sulle note sparate a tutto volume di Killing inside dei Cavalera Conspiracy, alla madre, rassegnata al frastuono, che chiede se possono mettere qualcosa di più morbido, Zoey risponde "tipo i Metallica?").
Con il passare del tempo Jesse viene colto da un'oscura ispirazione che gli fa trasformare i suoi innocui dipinti in oscuri e terrificanti lavori, tra i quali una spaventosa rappresentazione di bambini e della figlia Zoey, avvolta dalle fiamme. 
Il villain del film è Ray Smile (il navigato caratterista Pruitt Taylor Vince), un'improbabile omone sovrappeso in tuta rosso fuoco che, per sovrastare le voci che gli chiedono di compiere atti agghiaccianti, è costretto ad imbracciare una chitarra Flying V e lasciare reverberare un MI scordato con gli ampli a palla.

La trama, tutto sommata di prassi, è però ben bilanciata dall'ottima regia di Sean Byrne, che padroneggia la scena con mano sicura e che, grazie ad uno strepitoso montaggio alternato (si veda la sequenza in cui Ray colpisce il bambino sull'altalena, con il dinamismo che sfocia nelle pennellate che un Jesse quasi trasfigurato imprime sulla tela), trasforma un plot scontato in una degnissima opera originale.
Ultima ma non ultima, la colonna sonora, curata, e mi viene da dire non potrebbe essere altrimenti, visto il costante suono drone metal che aleggia cupo, dai Sunn O))), coadiuvati da altri artisti metal (Slayer, Machine Head) e non (PJ Harvey e Spiderbait). 
Da segnalare il ruolo centrale, in uno dei twist della storia, del poster dei Ghost nella stanza di Zoey. 
Assolutamente rock, infine, la modalità con la quale Jesse si libera (definitivamente?) di Ray.
Se ancora ce ne fosse bisogno, la prova del nove del legame tra film e metal arriva dopo l'ultima sequenza, quando parte, perfettamente integrato con il  montaggio, For whom the bells toll dei Metallica e vi ritroverete a saltare sul divano facendo headbangin come se fossero passati cinque minuti e non venticinque anni dall'uscita di Ride the lightning.

Se questo pistolotto che ho scritto ha un qualche senso per te che lo leggi, non puoi perdere The devil's candy.

A seguire (non so quando) un altro tributo cinematografico al metal estremo: Deathgasm.


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