lunedì 15 ottobre 2007

That magic has gone


Ho un mio rito per i dischi che ritengo speciali. E’ un tentativo di tornare a quella magia, all’innocenza, così ben descritta da Ale nel suo topico sui Metallica, che provavamo da ragazzi ogni volta che le prime note di un disco nuovo uscivano dalle casse dello stereo.
Faccio così: aspetto religiosamente l’uscita dell’album senza farmi irretire dalle sirene del file sharing. Aspetto di essere solo (il che adesso vuol dire tarda serata o notte) e mi metto lì, in cuffia, libricino dei testi in mano, a tentare di tornare indietro nel tempo.

Anche mr Springsteen ha un suo rito. Molto più remunerativo del mio, direi. Ogni tanto, nel corso della sua carriera, si mette lì e pensa: “adesso faccio un disco commerciale”. L’ha fatto per Born in the USA, in parte per The river, ci ha provato con Human touch. Se il risultato è all’altezza, se coniuga l’ispirazione con l’orecchiabilità, la struttura musicale con liriche adeguate, non ci trovo niente di sbagliato.

Ecco, con Magic il tentativo a mio avviso fallisce per manifesta insincerità dell’operazione. Da un certo punto di vista è anche peggio di Human Touch, lì almeno Bruce tentava strade diverse, senza le E Street Band, accarezzava il soul, le ballate pop, sbagliava gli arrangiamenti a pezzi che sarebbero potuti essere magnifici (Real world) e, dal vivo quintuplicava le sue risorse per ovviare alle incertezze di taluni componenti della band.

Il primo impatto con Magic è stato sconcertante, brani come You’ll be coming down, Livin in the future, Your own worst enemy (tra l’altro messi in sequenza) sembrano davvero quanto di peggio nella discografia del jersey devil. Non c’è niente di più avvilente dell’auto plagio, del coverizzare se stessi, e canzoni come Livin in the future fanno proprio questo. Your own worst enemy poi annega nelle campionature dei violini, nella ridondanza si suoni, nella sovrapproduzione.

Springesteen ha però chance (se le è meritate negli anni, per la verità) che altri non hanno. Così, invece di riporre il disco nello scaffale, l’ho messo in alta rotazione, e scava scava, qualcosa di buono ne ho tirato fuori. Radio nowhere apre adeguatamente il disco, un buon pezzo rock, tirato e dal testo tipicamente springstiniano, che mi solletica un parallelo con World wide suicide dei PJ, anche in quel caso a molti sembrò un pezzo anonimo, per poi crescere e deflagrare in concerto.

Gypsy biker mi lascia un po’ interdetto, ha tutto per essere un buon pezzo, ma c’è qualcosa che non mi torna.Eccellenti atmosfere Royorbisoniane, sospese nella malinconia del passato per la deliziosa Girls in their summer clothes. I’ll work for your love è nella media, che invece si impenna per la title track, probabilmente lo zenith dell’album. Accompagnamento che ricorda vagamente The ghost of tom joad, testo ispirato. Si continua bene con The last to die, Devil’s arcade (altro picco) e la ghost track, Terry’s song, folk ballad classica in memoria dell’amico Terry MacGovern, scomparso da poco.

Due pezzi di valore assoluto dunque, quattro sopra la media, qualche riempitivo e il resto potenziali B-sides.


Perché Bruce Springsteen, fino a poco tempo fa signor precisino, mister per ogni disco incido almeno cinquanta pezzi e poi ne uso dodici, ha licenziato un disco così poco "onesto"?
A mio avviso centra lo stato di salute della E Street Band. Per fortuna ci hanno risparmiato almeno lo slogan del farewell tour, ma a conti fatti, con Clarence Clemmons sessantacinquenne e gli altri che lo seguono a ruota, questo potrebbe davvero essere l’ultimo tour della band. Giusto così, meglio fermarsi prima di diventare parodia.

Lui, il capo, deve averlo capito e ha forzato i tempi, cercando di ricreare quel sound (direi congelato tra The River e Born in the USA), con pezzi d’impatto che funzioneranno bene dal vivo, ma che davvero lasciano l’amaro in bocca.

Ormai, nettamente in controtendenza con il passato, Bruce dà il meglio di se senza la band, libero da legami con il passato, svincolato da schemi e aspettative. Credo che Devils and dust (disco e tour) e le Seeger Sessions l’abbiano ampiamente dimostrato.

E’ ora di mettere in pensione i ragazzi, lasciare Nils alla sua attività solista, Max ai suoi spettacoli televisivi, Steven ai Soprano e al suo programma radiofonico, Clarence ai suoi dischi soul. Questo tour potrebbe essere l’ultima occasione per un lungo, dignitoso addio, lo capiranno?




mercoledì 10 ottobre 2007

Perseverare è diabolico



Dopo la sottile ironia dello scorso febbraio, http://abottleofsmoke.blogspot.com/2007/01/il-mucchio-cerca-grane.html , quelli del Mucchio affondano il colpo. Manco Dario Argento avrebbe osato tanto.

martedì 9 ottobre 2007

Come back Paolo Valenti

Spesso mi chiedo come trattino lo sport i media sportivi stranieri, perché mi sembra che Italia siamo ormai alle cozze.
Da quando ho la possibilità di vedere le partite in diretta, guardo sempre meno le trasmissioni cosiddette di approfondimento, tipo la Domenica Sportiva o Controcampo, e meno male, perché quelle poche volte mi mandano ai pazzi.
Come hanno commentato l’inizio del campionato?

Dopo la prima giornata e il tre a zero in trasferta, bisognava tenere conto del Milan perché quest’anno non avrebbe mollato il colpo in campionato, e perché squadra che si trovava a memoria. Bene, archiviato l’esordio vittorioso con il Genoa ha collezionato quattro pareggi e una sconfitta (“sono bolliti, vanno cambiati per 7/11”) .
Dopo la terza, lo scudetto era già della Roma, giacchè “le squadre che hanno vinto le prime tre, storicamente, hanno sempre vinto il titolo” e perché unica a reti inviolate (le tre partite successive due punti e otto gol al passivo, scivolone dal primo al quarto posto).
Dopo la sconfitta con l’Udinese (tre pali per la squadra di Ranieri) la Juve era una squadra acerba (troppi giovani) e cotta (troppi campioni a fine carriera) allo stesso tempo. Oggi la Juve è seconda in classifica davanti alla Roma.
Dopo le prime di campionato l’Inter era stanca e sazia. Alla settima è prima con tre punti sulla seconda.
Il Napoli, reduce da un paio di vittorie a fila, era pronto per la Champions; Lavezzi il nuovo Maradona (!), nelle ultime due gare, zero punti.

Mi sembra che manchi equilibrio e un’analisi serena. I cosiddetti giornalisti televisivi campano alla giornata, non fanno valutazioni oggettive sulla bontà delle squadre, il team che vince ha sempre ragione, anche se gli sconfitti magari hanno meritato tre volte tanto (tipo il Milan a Palermo) e però hanno incappato in una serata storta.

Più in generale,anche le trasmissioni sportive televisive hanno ormai il loro bel format. Il conduttore serio, il giornalista preparato, il polemico,la bellona,il comico (di professione o involontario), l’ospite-tifoso che promuove un suo programma.
E il calcio? Spesso i servizi delle partite di A considerate minori, vanno a mezzanotte. La serie B è scomparsa. Per non parlare degli altri sport, che pure riempiono i palazzetti, relegati, se va bene, alla una di notte con un Guido Meda allucinato.

Non vorrei fare troppo il nostalgico, ma una ventina d’anni fa, persino Domenica Sprint, che durava una mezz’oretta dopo il tg2 della sera, dava tutti i gol di A e B, i risultati e le classifiche, aveva uno spazio per basket, rugby e pallavolo. Mica si lamentava nessuno.
Oggi il chiacchiericcio sembra che venga preferito (dagli spettatori?) ai gesti tecnici. Sulle reti locali poi vengono allestite patetiche arene tra giornalisti-tifosi sputacchianti sentenze e saliva, allievi che che hanno ormai superato il maestro Biscardi.

In questo mare di merda salvo un signore che si chiama Gianni Mura, che scrive da anni su Repubblica, è un giannibreriano ed è forse l’unico, di un certo spessore, che rifiuta le ospitate in TV. Sono costretto a dire che si salvano anche le trasmissioni calcistiche di SKY, slegate dal format di cui sopra e molto pacate (la rete ha però dei telecronisti che definire esaltati è poco), e, per quanto lui non sia proprio simpatico, anche l’operato di Sconcerti non è da conformare alla media nazional-urlante.

domenica 7 ottobre 2007

Revival


Non si può dire che John Fogerty,classe 1945, sia invecchiato bene. Fisicamente intendo. Ha una faccia che sembra di plastilina, pare il risultato di una plastica mal riuscita.

Musicalmente invece è tutta un'altra cosa. E' difficile portare da soli sulle spalle il peso di una cosa enorme che si chiamava Creedence Clearwater Revival, cioè l'archetipo della musica mainstream rock americana, senza esserne schiacciati o diventarne una parodia. John invece riesce a fare dischi che si riallacciano a quel sound, classico ma estremamente vivo e palpitante, senza perdere un briciolo di credibilità.

Nel 2004, dopo una pausa lunga sette anni, Fogerty se ne era uscito con l'ottimo Deja vu (all over again) e la partecipazione allo sfortunato (per l'obiettivo che si era posto) Vote for change tour.


Ci deve aver preso gusto, perchè "solo" tre anni dopo licenzia Revival, tributo, già dal titolo, a quella band (i Creedence Clearwater Revival) che in soli tre anni (e cinque dischi), tra il 68 e il 70, ha preso il rock and roll, il country e il blues (qualche volta anche il soul), e ha creato un suono unico che resiste a spalle alte e petto in fuori nel tempo, traghettato nel terzo millennio anche dall'uso senza soluzione di continuità che il cinema ne fa(un film americano su tre ha dentro un pezzo dei CCR).


Aveva litigato con tutto il mondo Creedence John: i ragazzi della band (tra cui il fratello Tom), i fans, la casa discografica (la Fantasy). Oggi sembra rasserenato; dopo la morte del fratello sembra aver in qualche modo abbracciato appieno la sua eredità.


Il disco infatti esce proprio per la Fantasy, contiene dieci pezzi per una durata di poco inferiore ai quaranta minuti e include, a chiusura del cerchio, una splendida canzone autobiografica su quegli anni (Creedence Song).


Il buon John dal vivo dedica buona parte dello show ai pezzi dei CCR. Spesso in turnè anche in Europa,il californiano non degna mai il nostro belpaese di una sua visita. Il che è un gran peccato, visto che mi priva della possibilità di partecipare a quello che per me sarebbe il più grande concerto sing a long di sempre.

venerdì 5 ottobre 2007

Ladies and gentlemen: Toni Servillo

Tutti credo abbiamo dei film che non riusciamo a fare a meno di vedere ogni santo giorno in cui vengono trasmessi. Anche se succede magari il lunedì sera alle 23 su retequattro, e siamo consapevoli del fatto che lo faranno terminare, tra pubblicità, tg e meteo, all'una e mezza e che il giorno dopo ci aspetta la sveglia alle sei.

Alla mia autorevole lista, che comprende da tempo Il padrino I e II, Serpico, Il maratoneta, Carlito's way,Il cacciatore,Fight club,Strange days e diversi altri, si è di recente aggiunto L'uomo in più, di Paolo Sorrentino con Tony Servillo.
E' la storia parallela di un cantante e di un calciatore di successo,omonimi e nati lo stesso giorno di anni diversi, ispirata alla vita di Agostino DiBartolomei e Franco Califano. Splendida la scena iniziale del film, girata all'interno di uno spogliatoio di calcio (del S.Paolo, anche se il Napoli non viene citato) nell'intervallo della partita. Servillo gigioneggia nei panni del cantante di successo vizioso e arrogante, che trova, nel finale della storia un suo personalissimo riscatto.

Il monologo che ho postato mi tiene ogni volta incollato al televisore, ad ammirare l'interpretazione di Tony, la sua mimica facciale disprezzante del mondo che lo osserva e lo giudica mentre racconta senza ipocrisie la sua vita, gettandola in diretta televisva come un secchio d'acqua gelata sugli spettatori intorpiditi dal chiacchericcio inutile dei talk show usuali.

Per chi non ha ancora visto il film, credo che la visione del monologo non pregiudichi il piacere ne anticipi la trama, ma nel dubbio lasciate perdere e recuperatelo in videoteca.

giovedì 4 ottobre 2007

Stone cold Bush


Lo so, ci abbiamo fatto purtroppo il callo a sto microcefalo raccomandato con in tasca la chiave per azionare la leva rossa. Ma notizie come quella che segue riescono a farmi perdere la flemma rassegnata, facendomi imbestialire.Non solo il genio qua sopra nega le cure a quattro milioni di bambini poveri, ma si giustifica sostenendo che lo fa per difendere gli americani dall'assistenzialismo e, in subordine, dal socialismo.
Il punto è che gli americani lo credono davvero, che avere una sanità pubblica gratuita è l'anticamera del socialismo. Ovviamente quando vanno in bancarotta familiare per curare il figlio undicenne malato terminale cambiano idea, ma è troppo poco e troppo tardi.


La Casa Bianca boccia l'estensione del programma di assistenza pubblica

Sanità per i bambini poveri Veto di Bush sulla legge

Lo stop al Congresso. I democratici: sconnesso dal Paese


L'appello del piccolo Graeme Frost, che venerdì corso lo aveva pregato di non farlo, è stato inutile. George Bush ha negato ieri l'assistenza medica gratuita a quasi quattro milioni di bambini americani, le cui famiglie non sono in grado di pagare le costose polizze assicurative private. Il presidente ha posto il veto sullo State Children's Health Insurance Program o Schip, il piano che dà la copertura sanitaria pubblica ai figli di coppie a basso reddito, approvato al Congresso con ampia maggioranza bipartisan.
È una scelta politica molto azzardata, che rischia di isolare ulteriormente il capo della Casa Bianca. Lo Schip è infatti un programma molto popolare, appoggiato da uno schieramento trasversale, che vede insieme democratici, repubblicani moderati, industria farmaceutica e perfino le Chiese cristiane. In vigore da 5 anni, finanziato con 25 miliardi di dollari, esso ha garantito cure gratuite a 6,6 milioni di bambini, figli di famiglie non abbastanza povere da poter accedere al Medicaid, il programma federale di assistenza medica per i poverissimi, ma comunque non in grado di pag arsi una mutua privata.
Nella versione votata la scorsa settimana, il Congresso prevede di portare la spesa dello Schip a da 35 a 60 miliardi di dollari nel prossimo quinquennio, consentendo ad altri 3,8 milioni di bambini americani di beneficiarne. Ben 18 senatori repubblicani, preoccupati delle loro prospettive elettorali nel 2008, hanno votato con la maggioranza democratica, un risultato che rende il decreto immune al veto presidenziale. Non così alla Camera dei Rappresentanti, dove ci sono stati meno dei due terzi necessari. Anticipato da settimane, il no di Bush ha motivazioni politiche e ideologiche: il presidente insiste sulla disciplina finanziaria per riportare sotto controllo il bilancio, anche se poi chiede contemporaneamente altri 42 miliardi di dollari per la guerra in Iraq.
L'argomento di Bush è che l'ampliamento spingerebbe migliaia di famiglie, oggi coperte dall'assicurazione privata, a chiedere l'aiuto pubblico, facendo esplodere i costi ben oltre lo stanziamento previsto. Più in generale, Bush pensa che così si apra la strada «a un sistema sanitario controllato dal governo».«Non cambierà idea», ha detto ieri la portavoce della Casa Bianca, Dana Perino, secondo la quale è tempo di «cercare un compromesso, concentrandosi sull'obiettivo originario, quello di coprire prima di tutto i bambini più bisognosi».Ma la reazione democratica è stata durissima. «Oggi — ha detto il senatore Ted Kennedy, che guida la Commissione per la Sanità — abbiamo appreso che un presidente pronto a gettar via 700 miliardi di dollari in Iraq, non è disposto a spendere una piccola frazione di quella somma per dare l'assistenza medica ai bambini americani».
Secondo Harry Reid, capo della maggioranza al Senato, «il veto dimostra quanto Bush sia ormai disconnesso dalle vere priorità del Paese». Ma voci critiche si sono levate anche dalle file repubblicane: «Spero che l'Amministrazione non intenda affrontare il popolo americano, aprendo il portafogli sulla guerra e dicendo ai bambini senza assistenza medica di andare a farsi benedire », ha ammonito il deputato della Louisiana, Jim McCrery.Negativo anche il giudizio del senatore del Mississippi, Trent Lott, che però si è detto fiducioso «si possa trovare un punto d'incontro». Il veto infatti non blocca l'operatività dello Schip, che intanto è stato prolungato fino al 15 novembre nella sua forma attuale, mentre esecutivo e Congresso cercano di formulare un compromesso. La Casa Bianca, nel suo progetto di bilancio, aveva previsto di aggiungere appena 5 miliardi di dollari al programma, 1 miliardo ogni anno, portandone il finanziamento totale a 30 miliardi.

La leva musicale del '98

Mia nipote acquisita, classe 98 e che per una incredibile coincidenza è nata lo stesso giorno e anno della figlia di mia sorella, ha avuto in regalo un lettore mp3. Mi ha chiesto di procurarle alcune canzoni da mettere in playlist. Questo è il genere di cose che faccio davvero volentieri, perchè mi piace e perchè mi stimola conoscere i gusti delle nuove leve. Ho provato ad immaginare che tipo di richieste mi avrebbe fatto, ho pensato Tiziano Ferro, Zucchero, magari Rhianna. In effetti ci ho preso, ma non sono mancate le sorprese...

Tiziano Ferro - E Raffaella è mia
Laura Pausini - Io canto
Irene Grandi - Bruci la città
Finley - Diventerai una star
Zucchero - Un kilo
Avril Lavigne - Girlfriend

e fino qui direi che ci siamo. Prima sorpresa (non pensavo che questi fossero così noti):

Tokio Hotel - Monsoon

ma il meglio arriva alla fine:

Daniele Silvestri - Gino e l'alfetta!!!

Non so perchè, ma sono tentato, analogamente a quanto faceva Tyler in Fight Club con gli spezzoni di porno nei film a cartoni animati, di inserire tra i Finley e Ferro, Iron Man dei Black Sabbath. Così in modo subliminale. Una schitarrata vi prego. Una sola.

lunedì 1 ottobre 2007

Va bene Page, ma anche Iommi suonava che sticazzi!


Mentre i sommi Maurino e Ale risvegliano i loro ricordi in pelle e borchie concedendo il bicchiere della staffa ai Judas Priest, io sono in fissa con i Black Sabbath.

Boia d'un mond leder, questi qua nel settanta erano poco più che ventenni, vi rendete conto che hanno impostato un genere che campa ancora a sbafo sui riff di Iommi, sulle atmosfere sepolcrali, sulla scarnificazione del blues e sulla voce malevola di Ozzy?


E la copertina del disco d'esordio? Ancora oggi mette i brividi...

Il loro unico errore è non essersi fermati quando avrebbero dovuto (il che significa dopo Sabotage, probabilmente) e la circostanza per cui Ozzy, a differenza di Plant, ha avuto una significativa carriera solista (si, beh, prima di rincoglionirsi, è ovvio).

Secondo me gli album Black Sabbath (cosa non è N.I.B.?!?) e Paranoid (perlomeno) andrebbero suonati a scuola.
Imparate questi, e poi ne riparliamo, metal kids dei miei ciufoli!


Della maleducazione da web e di Robertino

La libertà del web, la democrazia di internet, le infinite possibilità delle rete...Sì ma a volte frequentare i luoghi pubblici virtuali rappresentati dai forum e dai blog è anche una gran seccatura. Mi riferisco alla pratica dello spoiler, che in italiano si può tradurre piò o meno con: fare er fijo de mignotta.

Tu stai seguendo una serie televisiva nella tua beata ignoranza, rispettando l'alternarsi delle stagioni, che, come quelle del calendario si susseguono attraverso precisi cicli annuali?
Ecco che arriva il fanatico di turno che: "ahò macchè sei ancora alla prima serie?!? Ecche non lo sai che la seconda è na figata, pensa che questo muore, quello scappa, quell'altro se scopa questa, quello che doveva essere morto invece..."
Ma chi vi ha chiesto niente, si può sapere?

Bei tempi quando non arrivano le notizie da oltreoceano e Cossiga si poteva permettere, al ritorno da un suo viaggio istituzionale in USA, di sconvolgere la vita di milioni di casalinghe (disperate) anticipando alcuni eventi della saga di Beutiful (vi rendete conto, tra l'altro, di cosa non farebbe quest'uomo per andare sui giornali?) !

Oggi invece tutti sanno tutto, basta cercare, scaricare, guardare, anche in lingua originale magari, ma purchè si arrivi primi e si spoileri a minchia piena. Le conseguenze di questi gesti sconsiderati, commessi da delinquenti che non possiamo definire tifosi (ups, scusate), sono a volte drammatiche, pare infatti che u
n ragazzino (polacco? tedesco?) qualche anno fa, non riuscendo a sopportare che qualcuno gli avesse rovinato il piacere folle della lettura, si è pure ammazzato, per uno spoiler su di un libro di Harry Potter in uscita.

Come diceva il sommo Massimo in questi casi? Ah sì: "iesc, va a rubbà, tuocc i femm'n!!!"
Che probabilmente è quello che dovrei tornare a fare anch'io.

domenica 30 settembre 2007

Deep crimson


Un altro disco che avrei potuto comprare solo per la bellissima copertina. E sarebbe stato un peccato, perchè, da non appassionato di Knopfler e soci, trovo questo disco davvero intimo e piacevole. La traccia d'apertura (True love will never fade) sembra un tipico lento di Springsteen anni novanta.

Un buon album.

martedì 25 settembre 2007

In prigione in prigione 2

È una notizia piccolina, insignificante, che arranca nelle cronache locali, poche righe messe lì quasi per dovere.

Due donne di nazionalità marocchina rubano al supermercato prodotti per cura della persona (shampoo e bagnoschiuma di pregio), per una sessantina di euro di valore. Entrambe mamme, nascondono i flaconi nel passeggino dei bimbi e sotto le creature stesse.
Vengono viste, fermate, processate con rito abbreviato e condannate a due anni di carcere.

Carcere vero, non arresti domiciliari, senza attenuanti.
E pensate che, con il rito abbreviato hanno ottenuto uno sconto di un terzo della pena, altrimenti per un taccheggio (lo posso dire che tutti, da ragazzi lo abbiamo fatto almeno una volta?) si beccavano più di qualche omicida, pirati della strada, pedofili, amministratori corrotti, e compagnia cantante.

Il tormentone sulla certezza della pena deve avere sfrucugliato talmente la mente di questo giudice che, adducendo “la condizione di grave prostrazione degli esercenti commerciali…quotidianamente esposti a furti e saccheggi”, si deve essere persuaso che elevare una condanna di un paio d’anni di galera a due ree confesse di furto al supermercato, madri tra l’altro di bambini piccoli, avrebbe rasserenato gli animi degli esercenti. Dopotutto la legalità è una roba seria. O no?

lunedì 24 settembre 2007

Un giorno tutto questo sarà tuo

Al posto di Rasputin, il glorioso negozio di dischi in piazza cinque giornate, ci stanno costruendo Benetton (un altro pezzo di Benetton, visto che il marchio è già presente con un negozio a dieci metri).
Noto che, sistematicamente, ogni negozio di dischi che chiude, viene sostituito da un negozio di abbigliamento.
Vorrà dire qualcosa anche questo.
Credo che avanti di questo passo, quando Stefano avrà l'età per la musica del diavolo, non ci sarà più un negozio di dischi dove potrà passare i pomeriggi.
E suo padre sarà in parte responsabile di questo scempio.

Piccoli (italiani) Ellroy crescono

Ci credete al fato?
Su Quei Bravi Ragazzi (http://queibraviragazziovveroeradei.forumcommunity.net/?t=3537502&st=0), Mauro consigliava la lettura di un libro, Nel nome di Ishmael, scritto da un Giuseppe Genna, classe 1969. Lo legge anche Filippo e lo trova buono. Mi metto a cercarlo. Non si trova agevolmente. Alla fine spunta fuori alla Feltrinelli di C.so Buenos Aires a Milano.
Ora, né Filo né mr Allyouneedislove avevano fatto minimamente cenno alla trama, io non sapevo nemmeno se fosse un saggio, un romanzo, o altro.
L’ho preso per fiducia nei ragazzi e perché mi andava di leggere qualcosa e cercavo un buon consiglio.

In questo modo, del tutto inconsapevolmente, io, appassionato lettore di James Ellroy, mi sono trovato tra le mani un lavoro che, seppur con stile e personalità, si può definire il libro italiano più ellroyano di sempre.

Non solo; Genna piazza lì a citazione altri suoi punti cardinali,tra gli altri gente come DeLillo e Cain, e la mia sacra trinità è riunita. La storia si svolge a Milano, ma in due istanti temporali diversi, il 1962 e il 2001. I protagonisti potrebbero tranquillamente uscire dalle pagine della tetralogia di LA, tanto sono intrisi di realismo ellroyano.
Sono solo all’inizio dell’appassionante lettura, perciò questa non è una vera e propria recensione, ma la sorpresa e lo stupore sono stati tali, che volevo rendervi partecipi.

Giuseppe Genna è nato il 12/12/69, il giorno, l'ora e il minuto dell'esplosione della bomba a Piazza Fontana. Giuseppe, il primo nome, e Carlo, il secondo, gli sono stati assegnati in onore di Stalin e Marx. Ha trascorso l'adolescenza in una sezione di zona del Pci, e la prima giovinezza in compagnia della destra radicale.

E’ stato redattore della rivista Poesia e ha lavorato a Montecitorio studiando gli atti della commissione P2.

venerdì 21 settembre 2007

La musica che (mi) gira intorno


La mia playlist di questo periodo.


Album

STEVE EARLE - Washington square serenade
GIORGIO GABER - Il teatro canzone
LEVEL 42 - World machine
MANU CHAO - La radiolina
PATTI SCIALFA - Play as it lays
ANDERS OSBORNE - Ash wednesday blues
PRIMUS - They can't all be zingers



Singles

M.I.A. - Boyz
SAXON - Need for speed
ENGELBERT HUMPERDINCK - A man without love
SQUALLOR - Jammucenne
LIARS - Plastic casts of everything
PRINCE - Guitar
ESTERE - Il pretesto
MANOWAR - Kings of metal
RASCAL FLATTS - What hurts the most
FAIRPORT CONVENTION - Dirty linen
HAPPY MONDAYS - Deviants

mercoledì 19 settembre 2007

Don't judge an album by the music...


Avete mai comprato un disco SOLO per la copertina? Io sì, questo.

Grillo 2. Passo e chiudo.

Una breve premessa. Ho scritto questo post tra domenica e lunedì. Dopo aver visto Ballarò di ieri sera (martedì) mi è venuto lo stimolo di cancellare il passaggio su Maroni, ma ho considerato che mi serve per spiegare il mio punto di vista, e poi di sti tempi non butto via niente...


C’ero anch’io, nonostante le mie indecorose condizioni fisiche, sabato al palasharp di milano per assistere allo spettacolo-comizio di Beppe Grillo.

Devo dire che vederlo dal vivo non ha modificato di molto la mia opinione sulla campagna promossa dal comico genovese, su alcuni argomenti mi sono ulteriormente allontanato dal suo pensiero, su altri ho condiviso le sue opinioni.

Ha iniziato schernendosi, il Grillo nazionale, “io non sono il vostro messia” “non sono il leader di nessuno” e via discorrendo, per poi lanciarsi, per un ora e quarantacinque nel suo monologo, recitato sempre in mezzo alle sedie degli spettatori e carico di fisicità.


Grillo rovescia addosso agli spettatori chilometri di parole, dati, idee, fatti, proposte, denunce, che a un certo punto ti verrebbe da alzarti e fermarlo: "aspetta un attimo, fermati, sta cosa me la spieghi per bene invece di limitarti al titolo?". Niente da fare, lui va. Un fiume di parole ingrossato dalle piogge torrenziali di polemiche dei giorni tra il V-Day e lo spettacolo di Milano.

Alcuni temi erano noti, già sentiti o vecchi cavalli di battaglia, altri inediti. L’informazione italiana è poca, arretrata e in malafede. Tutte le testate giornalistiche sono compromesse. Solo la rete è davvero democratica e partecipativa. Nessuno ha dato spazio alle iniziative a lui associate (i grillini, i meet-up eccetera), i media non informano il pubblico sulla portata dell’evento V-day e sulle iniziative ad esso correlate nonostante la portata rivoluzionaria dell’evento.

Sarà anche vero, certo è che in più di un’occasione ho sentito baroni della TV affermare di aver invitato Grillo per un dibattito o un talk show, e sentirsi negare la disponibilità apartecipare.

Tra l’altro la stessa cosa pare sia successa per radio popolare. Grillo aveva dato la sua disponibilità a partecipare alla trasmissione “microfono aperto” (storico momento di discussione con gli ascoltatori, trasmesso in rigorosa diretta) salvo poi non rendersi disponibile al momento di andare in onda.

Il problema informazione in Italia (ma non solo) è innegabile, mentre il rapporto Grillo-media mi sembra più complesso di come lo fa apparire lui.

I politici vanno in televisione sempre senza contraddittorio, vero anche questo, ormai i conduttori fanno a gara su chi mette più a suo agio l’onorevole di turno, ma non è che sabato al palasharp ho assistito a tutto sto confronto aperto alle
opinioni differenti da quelle del comico genovese…

Certo, afferma Grillo, sul blog ognuno può ribattere e dire la sua, ma Internet in Italia ha una diffusione dichiarata del 15%, e soprattutto penalizza diverse fasce d’età, sicchè è una tribuna libera, ma limitata.

Durante lo spettacolo è stata mandata sui megaschermi la lista dei politici condannati per diversi reati, civili o penali. Su 25 nomi, 22 erano del centrodestra (quasi tutti FI), uno della rosa nel pugno, uno del PDCI e uno dei diesse. Grillo non ha ritenuto di sottolineare la cosa. I politici sono tutti uguali anche di fronte ai numeri che indicano una situazione diversa.

Sull’argomento dell’ineleggibilità per chi ha commesso reati vedere l’esibizione di Grillo mi ha fatto addirittura vacillare dalla convinzione che fosse una battaglia giusta così come è stata impostata.

Cerco di spiegarmi. Prendiamo il caso di Maroni. Non serve che io dica quanto sia agli antipodi culturalmente, politicamente e geograficamente dalle idee dell’onorevole leghista e dalla sua cricca, però, nel merito della discussione, mi sembra corretto dire che Maroni risulta condannato per “resistenza a pubblico ufficiale”. L’episodio incriminato credo ve lo ricordiate, la Polizia fa teatralmente irruzione nella sede della Lega per sequestrare documenti, e gli esponenti leghisti, ancora più teatralmente, fanno una blanda resistenza a favor di telecamere. Spintoni, ressa, lievi escoriazioni (per i politici). Segue denuncia e condanna.

Adesso lasciamo perdere Maroni, che lè un pirla e consideriamo il merito del problema. Se un attivista di partito, o facciamo così: se Grillo si vede arrivare in casa la Polizia che pretende di sequestrargli materiale cartaceo o l’hard disc del pc, per ordine di un magistrato,e si oppone magari anche solo verbalmente all’azione (lo sapete no, che basta poco per far reagire, in quel contesto, le forze dell’ordine?), viene denunciato e condannato, è giusto che non possa più,nella sua vita, candidarsi a cariche pubbliche?
Secondo me, no.
Il discorso è complesso, ed andrebbe sviscerato, anche perché per un reato così “border line” ce ne sono dozzine, soprattutto fiscali, compiuti in palese e voluta elusione della legge.
Allora forse è il caso di approfondire e bilanciare meglio questioni che, seppur nate su motivazioni giuste, possono diventare strumenti di “repressione” nelle mani sbagliate.

Chiudo con una considerazione sulle polemiche di questi giorni riguardo le liste civiche “sponsorizzate Grillo”(sarà contento Beppe, non c’è giornale, TG o approfondimento che non parli di lui in questi giorni).
Il popolo dei grillini a quanto pare si sta dividendo, perché non vuole “sporcarsi le mani” con la politica, io invece ritengo che questa sia l’unica strada che il comico ha per dare continuità alla sua azione. E vedere se ha le gambe per andare oltre la denuncia fine a se stessa. E’ una scelta che approvo, che va nella direzione del confronto, della mediazione e del dibattito. Le liste civiche di Grillo potrebbero trovarsi a vincere le elezioni, chessò a Pontedera, dovendo poi amministrare con forze politiche tradizionali, magari culturalmente agli antipodi rispetto ai ragazzi volenterosi del comico genovese, e questo potrebbe essere, nella migliore delle ipotesi un momento di crescita politica per entrambe le forze in campo.

Ma solo nella migliore delle ipotesi.





martedì 18 settembre 2007

Civil war: conclusione




La battaglia finale. Le forza sono schierate e si fronteggiano. Gli ultimi colpi di scena. I rinforzi dell’ultimo momento. Amici contro. Criminali ed eroi che si scambiano i ruoli. Inizia lo scontro.

La fazione condotta da Capitan America sta per avere la meglio, la maestria e l’esperienza del super soldato americano stanno facendo pendere la bilancia dalla parte dei dissidenti. Non basta ai governativi aver raschiato il fondo del barile con il clone di Thor (al quale, in una splendida splash page Ercole,appropriatosi del martello, sfonda la testa bionica) e il reclutamento dei peggiori supercriminali della storia Marvel. Cap, l’uomo ragno e gli altri gli stanno dando una lezione epocale.

Lo scontro si svolge nel pieno di Manhattan, tra il traffico impazzito, i grattacieli e centinaia di civili. Capitan America riesce a disattivare l’armatura di Iron Man e comincia a suonarlo come una cornamusa a Natale, gliela apre in due, quella cazzo di armatura, e continua a randellarlo colpendolo con lo scudo. Finchè non viene bloccato da un manipolo di cittadini che si frappongono tra lui e quella che ormai è la carcassa di uno dei personaggi Marvel più antipatici (Tony Stark, alias Iron Man) interrompendo il suo furore di guerra e obbligando il capitano a vedere la devastazione che la battaglia ha provocato nella città.

Fine della storia, Capitan America va in loop da “che cosa stiamo facendo…” si toglie la maschera, unisce i polsi per farsi ammanettare, non prima però di aver ordinato alla truppa di deporre le armi e arrendersi alle autorità.

Nelle ultime pagine viene poi spiegato che alla fazione ribelle che si è arresa viene concessa la grazia, mentre Cap va in galera (ed è l’inizio del tragico percorso che lo porterà ad essere ucciso) e un ristretto numero di ribelli, nobilitati dalla prestigiosa presenza dell’uomo ragno, resta in clandestinità.

E’ la vittoria personale di Tony Stark/Iron Man, miliardario in armatura, al quale viene assegnata la carica di direttore della Cia Marvel (lo Shield), e per il momento tutta la parte “politica” viene accantonata.

Lo scontro di super eroi più verosimile mai visto, partorito da una legge,l’atto di registrazione, che ha spaccato in due la comunità in calzamaglia, termina nel modo più inverosimile e “conservatore” possibile. Ciò comunque riesce a non togliere valore all’opera ma ne costituisce indubbiamente un profondo limite.
“L’atto di registrazione” è un provvedimento che obbliga i super esseri a registrarsi e a lavorare per il governo, rivelando la loro identità nei casi in cui essa è segreta, e che usa le maniere forti per i disubbidienti, reclusi in una dimensione spazio-temporale inaccessibile, bloccati spesso in condizioni disumane (per contenerne i poteri) , senza assistenza legale e senza contatti con il mondo.
Quello che è sembrato chiaro anche al più distratto lettore è la forte denuncia sociale nei confronti dell’amministrazione americana, per le leggi adottate dopo l’undici nove, e le indegne condizioni di detenzione dei prigionieri talebani presso le base USA di Guantanamo, Cuba.

Questa analisi però col tempo si è rivelata superficiale, in quanto i protagonisti di entrambi gli schieramenti, seppur con differenti peculiarità, sono dei buoni a tutto tondo. Lo dimostra la loro storia personale. Difficile pertanto addurre la malafede o il ritorno personale alla base della loro scelta di campo. No, i lettori devono accettare che una scelta così lacerante delle libertà individuali è stata appoggiata per il bene del paese. E qui sta il problema, perché se c’è un collegamento “di comodo” nello scorgere una pesante critica alla gestione USA della crisi terrorismo, dobbiamo purtroppo delinearne una altrettanto indigesta, almeno per me,di “giustificazione” alle scelte dell’establishment americano.

Civil war è, in ultima analisi,sicuramente un ottimo prodotto, da ogni punto di vista lo si guardi: storia, dialoghi, disegni, che ha il limite però di essere inequivocabilmente un prodotto “americano” , mainstream e confezionato da un colosso dell’industria dell’intrattenimento.
Si poteva (si doveva?) viste le premesse, osare di più e più a fondo.

Questi sette mesi di ritorno all’universo Marvel mi hanno comunque divertito. La casa si è riempita di albi colorati come era consuetudine anni fa, e mi ha fatto piacere leggere i cambiamenti intervenuti tra i personaggi storici della casa fondata da Lee.
Più autoironia (gli eroi si prendono persino in giro per le loro divise attillate), più realismo nei dialoghi (non si risparmiano le parolacce), doppi sensi a sfondo sessuale, più violenza esplicita. I comics Marvel sono stati traghettati a dovere nel 21° secolo riuscendo a non mutare la loro pelle e conservando però, anche i limiti commerciali di una tradizione seriale che molto ha in comune con le soap, soprattutto sul versante tragicomico delle morti/rinascite dei personaggi.

giovedì 13 settembre 2007

License to ill

Sto cazpita di raffreddore di cui scrivevo più in basso non solo non accenna a passare, ma peggiora di giorno in giorno. Adesso sputo delle cinquecentolire di catarro verdastro che fanno paura. Oggi ho mollato il lavoro e ho dormito tutto il pomeriggio, la camomilla bollente col miele che sto bevendo adesso mi sembra la cosa più buona al mondo, in queste condizioni.

Il nuovo medico di famiglia, una donna, a prima vista sembra una stronza di prima scelta, sta a vedere che in 35 anni ho cambiato solo un medico della mutua (per decesso) e adesso ne cambio uno al mese. Che poi sai cosa ti dicono alla ASL all'atto del cambiamento? "No guardi questo è meglio che non lo scelga perchè è nel giro di quello che ha cambiato. Sa comè..." Non lo so comè, me lo spieghi lei.

Sabato sono a Milano a vedere Grillo c/o la festa dell'Unità (non è una contraddizone, Grillo ad una festa di partito?) e un pò la voglia mi è passata per le ragioni già espresse, un pò se sto conciato così mi viene da piangere al pensiero.
Domani rimango a casa. Riposo e autocommiserazione. Uniti ad una dose massiccia di medicine, tra l'altro prive finora di alcun effetto significativo. Magari ne approfitto per leggere e riportare qui il capitolo finale di Civil War (vi è andata male, non mi sono dimenticato...).

Ho in sottofondo il disco di Eddie Vedder, colonna sonora, mi dicono, del nuovo film di Sean Penn, Into the wild. Recuperato pochi minuti fa grazie ad un amico (trattasi di illecito, non posso fare il nome) e cotto e mangiato, come si dice. Sono arrivato alla traccia numero sette senza avvertire il bisogno di cambiare, e di questi tempi è già molto.

Però mi ci vuole un'altra camomilla.

Gente di livello


Allora è vero che più si invecchia e più si trae piacere dai ricordi della giovinezza.
Vale anche per la musica: è veramente valida la riscoperta di suoni che amavamo 20-25 anni fa oppure è solo un mero fattore nostalgico?

Per esempio, in questi giorni sto riascoltando i Level 42, che sono da molti considerati alla stregua del pop da classifica metà anni 80 tipo Duran Duran e compagnia cantante.
In realtà la band di Mark King, bassista,cantante e leader del gruppo, ha radici funk, improvvisazioni che sfociano a volte nella fusion e un gusto per la melodia che nel brevissimo volgere di un lustro gli ha dato un po’ di notorietà.

Sfogliando il catalogo di dischi per corrispondenza sweet music (davvero molto valido) trovo questa raccolta dei Level 42 in CD doppio a 6 euro e visto che della band ho solo materiale in LP, l’ho ordinata.
Non è un cd della label del gruppo, copertina nera e grafica da bootleg, nessun libretto.
Però le 29 canzoni incluse nella raccolta coprono tutta la carriera della band, inizi,hits e pezzi meno noti. Lo metto nel lettore CD e scopro che (il trucco c’era!) è un live mascherato; le voci del pubblico sono state praticamente rimosse dall’incisione, ma si tratta evidentemente di brani tratti da concerti.
Poco male, anzi meglio così, visto che i brani ci guadagnano, anche nel caso delle hits più note (Lessons in love, Running in the family) che nelle versioni di studio sono arcinote.

Riascoltare questa roba a più di vent’anni di distanza fa un effetto particolare, da una parte c’è il cullarsi nella nostalgia di un periodo e di determinate melodie, dall’altra 7000 giorni dopo gli ottanta e con molta esperienza di ascolti nelle orecchie, si apprezzano aspetti che allora si tralasciavano in nome del refrain cantabile.

Il lavoro continuo del basso slappato, le tastiere, le entrate jazzy del sax, le improvvisazioni, i cambi di tempo. Mi convinco sempre di più che i level 42 siano un grande gruppo fuori dal tempo, portatore a tratti di furore funk di tutto rispetto e invece ingiustamente etichettato come leggero e commerciale.

A prova di questo vostro onore posso portare anche il doppio (in vinile) live A phsycal presence, uscito l’anno prima di Wolrd machine e del successo commerciale di Something about you, che ha lanciato il gruppo nelle charts di mezzo mondo. Lì si intuisce la vera dimensione dei musicisti, con versioni di Hot water, Love games e 88 che occupano da sole due facciate del vinile per una durata complessiva di quasi un ora (laddove nei dischi di studio duravano i canonici 3-4 minuti).

Come spesso mi accade quando mi entusiasmo per un artista (nuovo o di recupero che sia) mi fiondo in rete a cercare news; e così scopro (ci credete alle coincidenze?) che proprio mentre sto liberando dall’oblio in cui li avevo riposti i Level 42 loro fanno uscire un disco nuovo di zecca: Retroglide, licenziato il 18 settembre 2006, inciso dopo anni di assenza dal mercato.

L’ultimo loro disco che avevo ascoltato era Staring at the sun e francamente quello sì era un disco pomposetto, con un singolo raccapricciante che non è riuscito nemmeno a fare breccia nelle charts, che era immagino lo scopo per il quale era stato inciso.

E anche se da allora ne è passata di acqua (e di split e di reunion), un po’ di scetticismo è fisiologico. Mi sistemo le cuffie, faccio partire windows media player su Dive into the sun (la open track) e mi accorgo che sorrido come un idiota già dalle prime note. E il meglio deve ancora venire, Sleep talking e la title track sono trascinanti e ispirate alla perfezione, una grande prova di vitalità e di “gamba” da parte di un gruppo pop di ultracinquantenni.

Non voglio convincere nessuno che la storia si è persa un grande gruppo, per carità, ma è certo è che se nessuno ha colto finora l’eredità pop funk dei level 42 (gli ultimi RHCP?!?) forse possiamo affermare che, a modo loro, sono stati unici nel loro genere. Il che mi sembra una mediazione ragionevole tra ragione (la storia musicale distratta) e sentimento (il mio affetto per artisti minori).

mercoledì 12 settembre 2007

In prigione in prigione

Ero favorevole all’indulto, e in parte lo sono ancora.

Credo che chiunque abbia a cuore i problemi dei cosidetti ultimi, abbia condiviso la necessità di intervenire sulla sovrapopolazione delle carceri italiane. I più grandi istituti di detenzione sul territorio erano (e in misura inferiore sono ancora) sovraffollati.
Chiunque può immaginare cosa significhi aggiungere una brandina in più, quando non addirittura due, in una cella di pochi metri quadrati.
Chiunque può pensare cosa significa rinchiudere insieme persone agli opposti per cultura, etnia,tradizioni.
Il precedente governo poi su questa situazione già di per se grave, aveva aggiunto il carico da undici della detenzione anche per consumo (sopra una certa soglia) di droghe, eliminando la distinzione tra una canna e una pera di ero.

Serviva quindi una riforma carceraria seria e strutturata. L’indulto serviva come punto di partenza per sviluppare un processo di civiltà, doveva essere inserito in un progetto di riforma degli istituti di pena, magari anche della giustizia e dei tempi dei processi. Andava valutata l’opportunità di costruire nuove e più moderne strutture, di istituire programmi di recupero, soprattutto per i giovani, andava studiata la situazione sociale delle aree più esposte ai fenomeni di criminalità. Niente di tutto questo invece. L’indulto è rimasto un provvedimento isolato, svuotato quindi anche del suo valore caritatevole, un neonato abbandonato senza cure, lasciato alle fiere dei media che lo tiravano di que di là.

Eppure l’indulto è stato votato da due terzi del parlamento (FI inclusa), hanno un bel menare il torrone Fede, Belpietro e Feltri ad ogni crimine commesso da uno scarcerato a causa di questo provvedimento.

Questi crociati a singhiozzo del valore della cristianità, non si ricordano nemmeno che fu papa Woytila, in visita ufficiale al parlamento a chiedere pietà per i carcerati, attraverso la grazia. E in un’assise ormai dipendente dalle posizioni ecclesiastiche la parola del santo padre è diventata legge.

Tra non molto torneremo alla situazione precedente, e dubito che i carcerati abbiano ulteriori chances di vedere migliorata la loro condizione. E così avremmo sprecato un’altra occasione per far crescere il nostro livello di civiltà. Che, come diceva qualcuno, si misura anche con lo stato delle carceri.

martedì 11 settembre 2007

Lo so il perchè

Non ti accorgi di quanto ti hanno fottuto in profondità gli Eagles, finchè non ti ritrovi ad accompagnare, cantando a voce sostenuta e con una discreta mimica facciale, I can’t tell you why, diffusa dagli altoparlanti di un grande centro commerciale affollato, incurante degli sguardi sbigottiti della gente.

Washington square serenade, una recensione

Washington square serenade è con ogni probabilità il disco che capita nel momento più sereno della vita di Steve Earle.
Lasciato il Tennesse, a pieno titolo incluso nella bible belt che ha sancito la vittoria elettorale di Bush, e trasferitosi a New York City, Steve sembra rinato.
E questo stato d’animo si riflette in pieno nel nuovo lavoro. Anche musicalmente l’artista, pur elaborando un lavoro tipicamente earliano, lo fa con un approccio e alcune sonorità per lui inedite. Per parafrasare un suo testo, si può dire che abbia aperto la porta e lasciato entrare il mondo.

Almeno un terzo del disco è strettamente personale, parla di lui, della sua nuova vita, del suo nuovo amore e del colpo di fulmine per la città dei migranti, New York City.

Tennesse blues apre il cd, una folk ballad malinconica che solo Steve (o Townes Van Zandt, suo cattivo maestro) potrebbe scrivere. E’ l’addio di Earle alla sua terra, destinazione NYC. Senza rimorsi e con qualche rancore. Bello il riferimento alla Guitar Town, sorprendente la dichiarazione “questa non è mai stata casa mia”.

Down Here below è la dedica a New York di cui sopra e ritornello a parte, è uno spoken sullo stile di Warriors, presente sul precedente disco, e dimostra (la prima strofa è letteratura ) come le recenti prove da scrittore abbiano fatto crescere il songwriting di Steve.

Satellite radio si apre su un incedere quasi hip hop, con tanto di effetto vinile rovinato, e ha un ritornello che dal vivo funzionerà alla grande. Il suo appello , (Is there anybody listenin’ to earth tonight on the satellite radio?) è curiosamente vicino a quello del nuovo singolo di Bruce Springsteen, Nowhere radio (is there anybody alive out there?).

City of immigrants è di nuovo un tributo a New York, alle sue culture, alle sue differenze, ai suoi idiomi,alla fabbrica di sogni e delusioni che sa essere. Si adagia su di un tappeto di percussioni tribale, eseguito dal gruppo brasiliano Forro In The Dark, Steve stende un testo meraviglioso, che si conclude con l’ossessivo mantra “siamo tutti immigrati” .


E’ questo sicuramente un lavoro che si distacca dai precedenti album politici di Steve.
Gli ultimi due album, Jerusalem e Revolution starts…now infatti, erano straordinarie raccolte di canzoni di denuncia, crude, d’impatto, a volte ironiche, ma sempre estremamente esplicite; erano sale sulle ferite dell’America.
Washington square serenade è ancora un disco politico, ma più trattenuto, introverso, poetico. Meno di denuncia e più di riflessione. Il minimo comun denominatore resta la vena compositiva di Steve, sempre a livelli eccezionali, che lo conferma come uno degli ultimi, grandi autori classici della canzone americana.

Ed è proprio alla grande tradizione delle protest songs americane, oltre che direttamente a Pete Seeger, che Steve fa riferimento con Steve’s hammer. Il martello di John Henry, protagonista di un brano di Seeger appunto, e simbolo delle ingiustizie della classe operaia americana e più in generale delle disuguaglianze sociali, passa idealmente nelle sue mani, “one of this day i’m gonna lay this hammer down” canta Steve, e sembra di vederlo sollevare stancamente questo peso per scagliarlo poi violentemente contro il suo obiettivo, “When there ain’t no hunger And there ain’t no pain Then I won’t have to swing this thing” si affretta ad aggiungere. C’è ancora del lavoro da fare, non si può riposare.

Dopo aver omaggiato lo stile di Tom Waits con Red is the color (chissà se l'artista americano ha mai sentito parlare di Pierangelo Bertoli...) Steve si toglie lo sfizio di eseguire una suo brano, e con Way down in the hole (da Frank’s wild years) chiude questo lavoro che ripaga pienamente le attese (più di tre anni dal precedente) e che segna una svolta nella musica di questo immenso e sottovalutato artista americano.

Probabilmente la musica di Steve Earle è fuori dal tempo, dalle mode, persino dai reflussi delle mode stesse. Forse si fa fatica a classificare le roba che suona, folk, country, rock, blues, anche se in un era in cui (purtroppo) non esistono più i negozi di dischi, in quale scaffale collocare i dischi di Earle dovrebbe essere l’ultimo dei problemi delle major.
Sono convinto che se le radio passassero City of immigrants con un terzo della frequenza con cui ci hanno bombardato i neuroni con l’ultima, irritante, canzone di Irene Grandi, in molti comincerebbero ad apprezzare la classe di questo autore.

Ma forse è giusto così. Ne Steve ne i suoi fans apprezzerebbero una devozione di massa. In fondo in fondo, entrambi ci godono un mondo a fare gli snob.




P.S.
è un pò che lavoravo a questo post, e giuro che è solo una coincidenza se pubblico l'undici settembre una recensione di un disco di Steve Earle...

lunedì 10 settembre 2007

Where do we go from here?


Non che la classe politica italiana non dia spunti di profonda critica, con le sue contraddizioni, i suoi privilegi e il suo progressivo allontanamento dai problemi quotidiani della gente, ma ho deciso che i toni con i quali Beppe Grillo pone i temi in questione alla ribalta, non riesco davvero a condividerli.

Ho appena spento il televisore dove trasmettevano il suo comizio di ieri al Vaffanculo Day a Bologna e la visione di Grillo arruffapopoli mi ha lasciato un profondo senso di inquietudine.

Vederlo lì con la bava alla bocca salmodiare i suoi vaffanculo nell’indifferenza generale di una folla che sembrava adunata lì per ridere e si è trovata davanti uno che parlava come l’ubriaco del paese, al quale dai sempre ragione perché tanto sai che argomentare sarebbe inutile, mi ha fatto un po’ pena e un po’ raccapriccio.

Mi sembra che da spunti meritevoli e interessanti, Grillo sconfini sempre in terreni al limite dei provvedimenti da regime totalitario (la prima iniziativa che hanno preso fascismo e nazismo dopo aver raggiunto il potere è stata quella di chiudere partiti e sindacati).

Che i deputati condannati non possano più essere eletti lo firmerei anche col sangue, e che nel meccanismo elettorale non ci debbano più essere quote attraverso le quali i partiti piazzino i loro cavalli fuori dal consenso degli elettori può essere condivisibile, mentre sul limite delle due legislature ho qualche perplessità e proprio non penso che i partiti vadano cancellati dalla faccia della terra, sarebbe un po’ come radere al suolo una città per uccidere un delinquente.

Ormai quella di Grillo più che satira mi sembra quasi rancore personale, che posso capire vista la storia del comico con le istituzioni e la politica nazionale, ma che non può diventare la battaglia alla quale aderiscono migliaia di cittadini.

Le precarietà (sociali, lavorative, abitative, di sicurezza) sono le profonde insoddisfazioni della gente, ed è chiaro che chi fa il CO.CO.PRO. o l’interinale da sessanta mesi è lì che urla “VAFFANCULO” davanti a microfoni e telecamere, davanti ad una politica, anche di centrosinistra, cieca e sorda alle sue esigenze, ma c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel proporre una sorta di bomba H contro il sistema italiano.

Non è più satira dicevo, nessuno rideva al comizio di Grillo, ma non è nemmeno politica, è più uno sfogatolo, una sputacchiera collettiva, quella che il comico offre alla gente che condivide il suo pensiero.

Non voglio dire che la politica va cambiata al suo interno, perché so che è retorica, i movimenti slegati dalla politica mi sembra però che abbiano sempre esistenze brevi e rimangano legati al momento, senza un progetto realistico per il medio-lungo periodo.

Non voglio nemmeno fare sociologia spicciola, ma è chiaro che la società è mutata radicalmente da 10-15 anni a questa parte.
Eravamo il paese delle due chiese, quella cattolica e quella comunista, in ogni sobborgo insieme alla chiesa, nella piazza principale, c’era la sezione del Partito. E lì, una sera sì e una sera no, c’erano i dibattiti, i direttivi, i comitati, discussioni fino a notte fonda, c’era la partecipazione collegiale. C’era un attenzione al sociale, ai bisogni collettivi, magari non sempre si riusciva ad intervenire, ma almeno a Montecitorio sapevano di avere gli occhi puntati adosso e raramente cagavano fuori dalla tazza.

Mi ripeto, secondo me l’asticella del degrado e del malaffare è stata portata su dall’avvento di Berlusconi, oggi si può fare quasi tutto, che gli italiani sono anestetizzati. Quello che fa ancora paura è la mole di voti che prende quest’uomo. A nessuno interessa chi, come,perché, lo votano, e lo votano con entusiasmo.

Ecco, anche se so che l’iniziativa di Grillo è trasversale, mi avrebbe comunque fatto piacere che fosse stata organizzata con la destra al potere, che i nostri basta un raffreddore per andare all'altro mondo
.
Alla fine ho la brutta sensazione che Grillo strada facendo abbia cominciato a prendersi un po’ troppo sul serio. Intendiamoci, alcune battaglie civili sono e sono state meritorie, ma aprire il suo blog e trovare, accanto ai post, pubblicità sui suoi libri, i suoi dividì, le sue iniziative commerciali, mi fa pensare a quei canali americani dove i preti fanno il tre per due sulle bibbie, con in sovraimpressione i riferimenti per i versamente di contante, carte di credito o bonifici.

Non lo so, ho sempre diffidato di chi spara a zero senza avere la responsabilità di confrontarsi, mediare, compiere scelte difficili, ma questo è un mio problema, legato probabilmente all’attività che svolgo e al senso di responsabilità che mi è stato trasmesso.

Chiudo con una citazione. Arrivo buon ultimo su Giorgio Gaber, e non voglio insegnare la sua arte a nessuno, ma credo che la sua critica politica, seppur impregnata anch’essa di una buona dose di anarchia, sia di un livello superiore e che descriva al meglio il come eravamo e cosa siamo diventati. Come questo brevissimo monologo, tratto da Il teatro canzone (1992):


Che cambiamento, eh?

Io mi ricordo che qualche tempo fa si parlava, si parlava, si parlava con i comp… con gli amici, si parlava nelle case, ma anche fuori, nelle piazze, si discuteva, si discuteva di tutto, il mondo, la politica, la vita, i fatti personali, insomma si parlava… anche troppo!

Poi di colpo, niente!

No, voglio dire, altre cose: il tennis, i vini del Reno, com’è la neve a Cortina… per carità io non c’ho niente contro la montagna e neanche contro il tennis o il cricket o lo squash.

Ci dev’essere uno strano godimento a sentirsi inutili, perché sono tutti più allegri, più ottimisti e tutti via a sciare e vela, windsurf, equitazione, golf… bello!

Secondo me per essere bravi in quegli sport lì non è che bisogno essere proprio imbecilli, però aiuta!

Poi un po’ di bella vita, un po’ di soldi non fanno schifo a nessuno, si diventa più belli, più puliti, un’ora di palestra, una doccia, l’amore, la pienezza dei sensi, la natura…

venerdì 7 settembre 2007

Gimme back my pantofole

Si ricomincia, come prima più di prima.

Continua tutti i martedì la straordinaria doppietta SOPRANO/SIX FEET UNDER, su Cult (SKY)

Da venerdì 14 settembre, su Italia 1
PRISON BREAK, seconda stagione

Da venerdi' 21 settembre, su SKY
24, tutte le stagioni, dalla prima serie

Da lunedì 1° ottobre, su SKY
LOST, terza stagione


Mentre per la sesta, attesissima serie di The Shield e la quinta di Nip/Tuck bisognerà aspettare fino a primavera, quando Italia 1 le trasmetterà.
Questa volta il videoregistratore si squaglia per davvero.

giovedì 6 settembre 2007

The day after

Anche quest'anno arrivo primo, in fuga solitaria, sul traguardo del raffreddore fuori stagione. Mi sono svegliato con il naso sigillato, la gola cartavetrata, la testa più pesante di un disco dei sigur ros. Alla grande. Stasera vado a conoscere il mio nuovo medico di famiglia, una donna. Avevo programmato la visita giorni fa, per farmi preparare un'impegnativa per una visita specialistica, ne approfitterò per farla lavorare un pò.

Ieri la giornata è trascorsa tranquilla, un paio di telefonate d'auguri particolarmente gradite, sopratutto quella di un'amica umbra che diventerà mamma a fine mese e che è una delle persone più solari e spontanee che conosca, poi cena dai suoceri, dove in questi giorni si è stabilita la mia famiglia e infine a casa. Avevo in programma di vedermi Il Mucchio Selvaggio di Sam Packinpah, inseguito a lungo nel corso degli anni e mai raggiunto, ma alle dieci avevo già la testa a catapetere per via del raffreddore, sicchè dopo aver assistito alla prima vittoria della nazionale italiana di basket, sulla polonia, sono andato spedito a letto.


Concludo queste sconclusionate elucubrazioni (lo sapete che da ragazzo volevo usare questo termine per darmi un tono con le ragazze, e un paio di volte mi è uscita fuori la parola eiaculazioni? Quando si dice il lapsus froidiano...) con un inquietante interrogativo: perchè non si apre il forum di maurino (QBR)???

mercoledì 5 settembre 2007

Non sono pronto


E con oggi sono trentanove.

Però me ne sento venti in più. Almeno credo. In realtà non so come ci si senta a 59 anni.

martedì 4 settembre 2007

lunedì 3 settembre 2007

Bugie

Non è che non ci provi ad andare oltre i miei vetusti orizzonti musicali, anzi, si può dire che sono sempre alla ricerca di nuovi suoni a cui appassionarmi.
In questi giorni è il turno dei Liars, che avevo già tentato di approcciare ai tempi della mia frequentazione del forum del Mucchio, per merito di un utente particolarmente persuasivo e felice nella comunicazione.
Li avevo trovati interessanti per il primo pezzo, un pò ripetitivi per il secondo, insopportabili dal terzo in poi. Però, giacchè continuano a ripetermi che sono il rock del terzo millennio, ci riprovo con il loro nuovo, omonimo, lavoro. Più chitarre, cori, un pò (ma solo un pò) meno elettronica. Un grande inizio (Plaster casts of everything) e poi di nuovo un marasma di suoni e loop molto cool, pure troppo direi, visto che mi si ghiacciano i maroni.
Mi sa che perdo pure questo treno per la musica-che-piace-alla-gente-che piace; per consolarmi vado a recuperare Fighting the world dei Manowar, che almeno lì la volgare e ottusa dimostrazione di potenza ha un senso. Almeno per me.

domenica 2 settembre 2007

Ci vuole la pistola, altrochè

Sabato sera. All'ultimo minuto utile (come sempre) vado a comprare due cose per cena. Non al supermercato che è aperto fino alle 21, ma al minimarket, sapete no, quello che ha meno scelta ma gestione familiare, frutta e affettati migliori, buona gastronomia...
Vabbeh, arrivo, metto la macchina nel parcheggio deserto, la chiudo e vedo che mi passano a fianco due magrebini, uno in bici (che dalle dimensioni sembra per ragazzo) l'altro in piedi su due pradellini posti al centro dei raggi della ruota posteriore del suo amico. Si allontanano di fretta. Una frazione di secondo dopo escono la vecchia cassiera e il salumiere, coetaneo della cassiera. Gli intimano poco convinti di fermarsi, poi si rassegnano a scuotere la testa e rientrano.

I due hanno messo a segno un colpo, mi dico.
Entro.
Lo shock della rapina è ancora nell'aria. La Giovanna (la ragazza del banco della gastronomia) è quasi in lacrime. Il salumiere la incalza: "Te l'avevo detto di tenerli d'occhio!" "Si vedeva che avevano in mente qualcosa!" "Di quelli lì non bisogna fidarsi, io avevo capito tutto" Tende a precisare la vecchia cassiera.

Mi faccio sotto anch'io e chiedo, comprensivo, alla Giovanna, che ormai non trattiene più le lacrime: "Cosa hanno preso?"
Lei con il dito indica lo scaffale alle mie spalle e sussurra: "Due scatole di sardine..."

Due scatole di sardine.
"DUE SCATOLE DI SARDINE?!? E STATE AFFA' TUTTO STO CASINO?!?
E CHIAMATE LA SCIENTIFICA COL LUMINOL!!!
MAANNATEVENE AFFANCULO, AVVOI E AMME' CHE VENGO ANCORA IN STO POSTO DI LEGHISTI DI MERDA!!!"


Ovviamente, in puro stile Six Feet Under, l'ultima parte l'ho solo immaginata, anche se stavolta ci sono andato davvero vicino.

giovedì 30 agosto 2007

Requiem


Questo è un paese dove ormai gli interessi locali hanno costantemente la prevalenza su quelli nazionali. Il caso Alitalia è emblematico.

Due biglietti venduti su tre si staccano al nord, la Cina è una delle mete commerciali più richieste, e la compagnia di bandiera prima taglia i voli per Pechino, e poi le tratte dallo scalo Varesino.

Ne Malpensa ne Fiumicino possono essere considerati hubs, però è il mercato a definire chiaramente che se c'è uno scalo sul quale puntare deve essere Malpensa, e Alitalia ovviamente sceglie Roma.

I competitors degli italiani sono Monaco, Bruxells, Parigi e sarà lì che si indirizzeranno i passeggeri dell'enorme bacino del nord, piuttosto che recarsi a Roma. Alitalia è destinata a diventare una compagnia regionale, subalterna di chi, probabilmente AirFrance, gli farà il favore di acquisirla.


Alitalia è uno dei pochi casi in cui destra, sinistra, sindacati ed enti locali sono tutti d'accordo a suicidarsi, a tirare fuori la testa dall'acqua, respirare pochi attimi a pieni polmoni, per poi affogare definitivamente.

Meglio questo che una scelta sacrosanta, ma impopolare al palazzo.

Ventimila dipendenti che sviluppano un bacino di voti verosimilmente vicino alle centomila unità, mica li puoi buttare per il piano trasporti nazionale, no?

La terra vista da un marziano


C'è modo e modo di autocoverizzarsi. C'è il modo patetico degli U2, e c'è quello sublime di Prince.

Si ha l'impressione che Prince possa fare quello che vuole quando vuole. E adesso (beh, da qualche anno in verità) vuole tornare ad avere l'adorazione delle masse, il successo commerciale, i suoi pezzi alla radio, i suoi video su MTV.

Planet Earth è il disco giusto per questo scopo. Sciorina brani in classico stile Prince-fine ottanta che c'è da rimanerci secchi.

L'inizio sublime con la lunga title track, l'irrompere di guitar, il singolo perfetto, il lento somewhere here on earth, Chelsea rodgers che sembra una outtake da Sign 'o the times, tutto rimanda al suo periodo più creativo, quello tra 1999 e Parade.

C'è tutto qui dentro, i coretti femminili, gli urletti,le chitarre, il soul, il pop e il rock 'n' roll.


Sembra incredibile, ma nel 2007 se vuoi fare una festa coi controcazzi, devi avere ancora un disco (nuovo) di Prince.

martedì 28 agosto 2007

Torna Daniele!


I nostri più reconditi e osceni desideri si realizzeranno a Ottobre, su LA7. Daniele Luttazzi torna in televesione con uno show di dieci puntate, in seconda serata, che era stato inizialmente pensato per la piattaforma di Sky, ma che non si è realizzato.

Considerato che il comico romagnolo ha sempre dichiarato che sarebbe tornato in TV solo in caso di assoluta libertà creativa, sono molto fiducioso.

Pelè all'Inter!

Scusate, non ho resistito.


F.C. Internazionale comunica di aver depositato questo pomeriggio negli uffici della Lega Nazionale Professionisti i documenti per il tesseramento di Vitor Hugo Gomes Passos in arte "Pelé".
Il centrocampista portoghese, classe 1987, nazionale under 21, è stato acquistato a titolo definitivo dal Vitoria Sport Clube de Guimaraes e ha firmato un contratto che lo legherà all'Inter sino al 30 giugno 2012.

Rassegna stampa

1) I media e molta gente sono talmente impostati a diffidare e a temere la Cina, per il suo potenziale commerciale, che nessuno ha messo minimamente in dubbio che il problema dei giocattoli Mattel ritirati dal mercato potesse essere responsabilità dell'azienda americana. Passata la sbornia polemica iniziale, con i maggiori quotidiani italiani che sono usciti con foto di giocattoli in prima pagina, manco fossimo a Cartoonia, oggi Pechino dice la sua. E guarda un pò: "circa l'85% dei giochi sono stati disegnati dal produttore statunitense ed è stato fabbricato sulla base dei requisiti richiesti dall'importatore". Mentre i giochi ritirati per l'alta concentrazione di piombo, ha sottolineato, "rappresentano un 15%".
E dunque: "se riconosciamo che i produttori cinesi devono essere accusati per i giocattoli difettosi, quale tipo di responsabilità dovrebbe essere invece addossata ai disegnatori e agli importatori statunitensi a riguardo?" .
Daì e daì anche loro si devono essere rotti i maroni di fare da sputacchiera del mondo . A tal proposito (in realtà centra poco), vi siete mai chiesti perchè una nazione come la Cina, stabilmente nella top ten della violazione dei diritti umani è uno dei primi partner commerciali degli USA, mentre Cuba persiste un imbargo che ormai è tragicomico?

2) Il drammatico errore del ginecoloco di Milano, che praticava un aborto selettivo su due gemelli per intervenire su uno dei due feti gravemente malformato,e che per errore ha eliminato invece quello sano, sembra fatto apposta per alimentare le polemiche degli integralisti cattolici e degli antiabortisti in genere (che poi sarebbero gli stessi che si dichiarano antidivorzisti per poi divorziare, per la sacralità della famiglia e poi fanno i festini a mignotte e coca, contro i culattoni e poi vanno a travesta, e chi più ne ha...).

Dubito che questa gente si ponga domande e sviluppi un ragionamento (partendo magari dalla banalissima considerazione: senza 194 finiranno gli aborti o torneremo alla bassa macelleria sulle donne?), visto che molto ecclesiasticamente negano come principio la possibilità dell'aborto anche in casa di gravidanza dopo uno stupro. Credo invede profondamente alla loro malafede, sopratutto da parte di chi, e sono tanti, troppi, in caso di necessità, tipo figlia sedicenne ingravidata, chiama l'amico medico antiabortista, che però in privato e con l'opportuna discrezione, un favore non lo nega di certo.
Ho solo letto, senza ancora vederlo, di 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, il film di Cristian Mungiu. Anche questo capita con buona tempestività.
Le amiche che l'hanno visto, a fronte della mia affermazione "non so se me la sento di vederlo", mi hanno risposto, un pò solennemente, che è un dovere civile farlo. Sarà un dovere per chi predica bene e razzola male, dico io, a me non serve.

lunedì 27 agosto 2007

Scusate il ritardo


Come dicevo più giù, mi sono messo sotto con Gaber. Sono partito con il primo disco che ho trovato in negozio, La mia generazione ha perso + una selezione del Teatro canzone, che ho ascoltato in misura nettamente superiore al disco principale. Mi sono trovato in macchina, andando a lavorare nei giorni di metà agosto, a maledire lo scarso traffico che mi impediva di prolungare il fanciullesco stupore e il piacere dell’ascolto.


Mi è venuto allora in mente un articolo scritto dal bravo Andrea Scanzi sulle pagine del Mucchio, all’indomani della morte di Giorgio. Scanzi ricordava di non avere idea di chi fosse Gaber, ma di essere stato accompagnato a vedere l’artista milanese da suo padre. Il che rafforza la mia idea sull’importanza di avere una guida “artistica” al momento giusto.
Comunque, scriveva lo Scanzi: “si sono dette tante cose sull’artista Gaber, ma nessuno ha celebrato a dovere il fatto che nei suoi spettacoli faceva venire giù i teatri per gli applausi”. Ad ascoltare le sue performances c’è da credergli.

Dopo diversi tentativi a vuoto intanto, sicchè di scaricarlo non mi garba, sono riuscito a trovare anche Il teatro canzone, oggi lo ascolto durante il tragitto da/per il lavoro, e speriamo che sulla Rivoltana si sia tornati al traffico usuale, cioè ad una percorrenza obbligata di almeno cinquanta minuti.


Mi è venuto in mente, a post pubblicato, qualè stato il mio primo approccio con Gaber. My sisters avevano comprato un doppio, Io se fossi Dio, inquietante monologo che da bambino mi aveva attratto e terrorizzato. Anche le facciate del vinile erano uniche: tre facciate incise e una completametamente liscia. Avete mai visto un vinile senza solchi? Paura...