lunedì 9 febbraio 2026

Recensioni capate: Milano New York (2024)



Napoli, 1949. Celestina, dieci anni, sopravvive al crollo di un edificio in cui muore la zia, ultima parente in vita, dopo che i genitori sono stati uccisi da un precedente bombardamento americano durante la seconda guerra mondiale. Ha un amico dodicenne, anche lui senza famiglia, che vive di espedienti e dorme nei palazzi abbandonati. I militari USA stanno abbandonando il sud e con esso la possibilità di fare "affari" per i tanti guagliuncelli di strada. Nel tentativo di farsi pagare per un servizio reso, i due bambini salgono di nascosto su una nave che riporta i soldati a New York e decidono di rimanerci da clandestini, per cercare fortuna in America.  

Non so se ti è mai capitato di terminare la visione di un film con un infantile senso di felicità e leggerezza, a prescindere dall'analisi tecnica dello stesso e nonostante la tua idiosincrasia per alcuni elementi usati. Nel mio caso, il pregiudizio che mi ha tenuto lontano dalla visione in sala è stato il ruolo da protagonisti di due bambini, situazione che proprio non amo. Per fortuna sono andato oltre e ho recuperato la pellicola, traendone alla fine le emozioni che ho descritto in apertura di post, oltre ad almeno un paio di momenti di vera e propria commozione, in corrispondenza dell'inserimento a corredo delle immagini di due canzoni: Somewhere di Tom Waits e soprattutto Pay me my money down di Springsteen. L'altro aspetto che mi ha esaltato è il ritorno del nostro cinema a produrre opere di grande respiro coi mezzi a disposizione, il film infatti non ha nemmeno mezzo take effettuato in America, ma è il risultato di un magnifico lavoro svolto nei nostri studi di Cinecittà, e alle esterne a Napoli, Trieste e Fiume.

Nel complesso, dentro una storia tratta da una vicenda reale, ma narrata in esplicito in forma di fiaba, Salvatores, che si dimostra ancora una volta un regista totale, maturo, in grado di dirigere con qualunque grammatica, su un soggetto "dimenticato" di Fellini, ci parla di immigrazione, di razzismo, di solidarietà tra gli ultimi.  Di quando erano gli italiani ad essere emarginati e ghettizzati, assieme ai neri (e prima di loro gli irlandesi). Ma anche di come il "popolino" americano riesca a passare in un attimo, per emotività, dal disprezzo e, appunto, l'emarginazione, alla solidarietà attiva. 
Lo fa giocando con la fotografia, che cambia da Napoli a New York, e con le tinte pastello degli anni cinquanta che stanno per arrivare (la storia è ambientata nel '49), con un finale bellissimo e con degli attori che giocano bene coi rispettivi ruoli e il canovaccio dato: Favino (che te lo dico a fare?), Tomas Arana, Omar Benson Miller e persino Antonio Catania. I più bravi? Proprio i due bambini:  Antonio Guerra (Carmine) e Dea Lanzaro (Celestina), alla quale è lasciato il manifesto politico del film a difesa dell'immigrazione, pronunciato davanti ad una platea di americani: "a Napoli si dice: tu non sei straniero, sei povero. Chi è ricco non è mai straniero". 
Chapeau! Così m'imparo ad essere prevenuto.

Sky

giovedì 5 febbraio 2026

My Favorite Things, gennaio '26

ASCOLTI

Lucio Corsi, Volevo essere un duro / La chitarra nella roccia (Live)
Coroner, Dissonance theory
Daniel Donato's Cosmic Country, Horizons
Dry Cleaning, Secret love
Ministri, Aurora popolare
The Delines, Mr Luck and Ms Doom
Lucinda Williams, World's gone wrong
The James Hunter Six, Off the fence
The Veils, The runaway found
Enshine, Elevation
Poppy, Empty hands
Paradox, Mysterium
Bruce Springsteen, Streets of Philadelphia sessions / Faithless
Kreator, Krusher of the world
Megadeth, ST
Keiyaa, Hooke's law
Linda May Han Oh, Ambrose Akinmusire, Tyshaw Sorey, Strange heavens
Model/Actriz, Pirouette

Monografie/Playlist

AAVV, New wave of traditional heavy metal 2010/2015
Burial
The Twilight Sad



VISIONI

in grassetto i film visti in sala

Broken City (2,5/5)
Wake up dead man: Knives Out (3,75/5)
No other choices (4/5)
Il club dei delitti del giovedì (2/5)
The mastermind (3,5/5)
After the hunt (3,75/5)
Educazione criminale (3/5)
Le città di pianura (4/5)
Mia madre (3/5)
Trap house (2/5)
Fast Charlie (2,5/5)
Undercover - L'infiltrato (2021) (3/5)
Napoli - New York (4/5)
The smashing machine (3/5)
Fulci talks (4/5)
Bassa marea (1950) (3,75/5)
La grazia (3,75/5)
White raid - Colpo nella tormenta (2/5)
Il conformista (5/5)













Visioni seriali

Paradise, episodi totali otto (3/5)
Call my agent, stagione tre, episodi totali sei (2,5/5)

LETTURE

John Cheever, Bullet Park

lunedì 2 febbraio 2026

Dry Cleaning, Secret love

Tra le primissime uscite di questo neonato 2026 (9 gennaio), il nuovo disco degli inglesi Dry Cleaning era quella che aspettavo con maggiore curiosità. Scoperti qualche anno fa con il precedente lavoro Stumpwork, quando, conquistato dai Fontaines DC, sono andato alla ricerca di nomi attinenti l'ultima generazione di band post punk (assieme a loro Shame, Murder Capital, Squid, Sleaford Mods), i Dry Cleaning mi colpirono per la loro unicità, rappresentata da una forte componente ipnotica resa ancor più efficace da una voce (della singer Florence Shaw) che usa spesso lo spoken e una sezione ritmica (sia analogica che digitale) molto centrale nel sound del gruppo. Poi, vabbeh, anche per le copertine, senza dubbio eccentriche, come puoi vedere anche da quella del precedente lavoro.

Secret love si conferma dentro quel perimetro artistico (ma con un quid chitarristico in più) che per me, oltre ai nomi tutelari Wire o Laurie Anderson, comprende anche i Talking Heads, i Velvet Underground e... Amanda Lear. 
Inoltre, nella consapevolezza del management dell'importanza dell'album dentro la timeline della carriera del gruppo, Secret love aggiunge alla ricetta un plus di accessibilità (analogamente a quanto fatto dai The Murder Capital), ne sia testimonianza la pubblicazione di ben tre singoli (Secret love, Joy e Cruise ship designer), posto che a mio avviso il pezzo con più potenzialità di allargamento della fanbase non rientra in questo lotto, ma va individuato nell'opener Hit my head all day, assolutamente magnetica e sinuosa. 
Altro segno concreto della crescita di autorevolezza dei Dry Cleaning è testimoniato dalla capacità di attirare nel progetto grandi musicisti e autorevoli produttori, come Cate Le Bon, i Gilla band (arrangiamenti) e Jeff Tweedy (su My soul/half pint, altro pezzone).

I testi si muovono principalmente su stati d'animo, fasi emozionali, ansie e vecchie/nuove apprensioni, ma non fuggono dal contesto terribile di cui siamo testimoni un pò troppo passivi, assumendo una forte posizione politica per la situazione di Gaza (Blood) e, in generale, per questi tempi in cui destra, machismo, presidenti gangster portano un clima di aggressività e violenza ad imporsi nella nostra vita. E allora bene hanno fatto i DC a chiudere il disco con una traccia, Joy, che inizia con "It's a horror land / Destruction / Don't give up / On being sweet" e con le parole, quanto mai inequivocabili di Tom Dowse (chitarre, tastiere, loop machine): “Il problema con l’ascesa della destra ovunque è che è molto difficile non arrabbiarsi e incattivirsi, e questo ti porta a comportarti sempre più come loro, che è esattamente quello che vogliono. Vogliono più divisione, più odio, più sospetto. In questo senso i piccoli gesti di gentilezza possono essere qualcosa di molto profondo e sovversivo. Essere gentili, pensare agli altri.”

L'essenza del post punk: politico, artisticamente anarchico, non per tutti. Difficile che Secret love stia fuori dai migliori del 2026. Anche se è uscito il 9 gennaio.

giovedì 29 gennaio 2026

25 tracce del 2025 (3/3): hard, heavy, aor, glam, black, death... and what's in between

Raccolta di tracce assemblata tra le cose apprezzate da me e dai miei principali riferimenti critici, a consuntivo del 2025. Mi sono imposto una limitazione a venticinque canzoni (più una extra che non provenga da materiale nuovo ma, ad esempio, da album live, outtakes, cover, ristampe). E no, non è stato facile se il taglia e cuci s'è protratto  fino all'ultimo. 
Video allegati ai titoli.

01. Igorrr, Daemoni (from the album Amen)
02. Deftones, My mind is a mountain (Private music)
03. Architets, Blackhole (The sky, the earth and all between)
04. Blut aus nord, Shadows breath first (Ethereal horizons)
05. Streetlight, Captured in the night (Night vision)
06. Testament, Infanticide AI (Para Bellum)
07. Coroner, Renewal (Dissonance theory)
08. Deafheaven, Magnolia (Lonely people with power)
09. An Abstract Illusion, No dreams beyond empy horizons (The sleeping city)
10. Ghost, Lachryma (Skeletà)
11. Malevolence, So help me god (Where only the truth is spoken)
12. Spiritbox, Perfect soul (Tsunami sea)
13. Castle Rat, Wizard (The bestiary)
14. Paradox, Fragrance of violence (Mysterium)
15. Cheap Trick, Twelve gates (All washed up)
16. Volbeat, Better be fueled than tamed (God of angels trust)
17. Creeper, Headstones (Sanguivore II: Mistress of death)
18. Messa, Reveal (The spin)


















19. Imperial Triumphant, Lexington delirium (Goldstar)
20. The Wildhearts, Troubador moon (Satanic rites of the Wildhearts)
21. L.A. Guns, Taste it (Leopard skin)
22. Paradise Lost, Silence like the grave (Ascension)
23. Lorna Shore, Unbreakable (I feel the everblack festering with me)
24. H.E.A.T., Running to you (Welcome to the future)
25. Palantyr, Nosferatu (The ascent & the hunger)

extra. Tesseract, War of Being (Radar OST)

lunedì 26 gennaio 2026

Black Rabbit


Jake è il proprietario di un ristorante alla moda di New York che, grazie alla bravura della sua chef, sta per entrare nell'olimpo dei locali della città. Nello stesso momento suo fratello Vince, sommerso dai debiti di gioco, deve scappare da Reno dove ha accidentalmente ucciso un uomo, e torna a NY. La rimpatriata dei due provocherà un effetto domino devastante per entrambi.


Come sicuramente saprai se mi leggi da un pò, questo è il periodo dell'anno in cui mi ubriaco di classifiche di fine anno. Dischi, film, serie tv, mi incuriosisce molto di più il giudizio a consuntivo rispetto a quello a ridosso dell'uscita, sia perchè a freddo si evita l'inevitabile (e più o meno onesto) hype delle novità, sia per quel minimo di storicizzazione che serve per vedere le cose ad una più giusta distanza. Ebbene, mi sono stupito di non trovare praticamente su nessuna top 2025 la serie tv (Netflix) Black Rabbit, che invece a me è piaciuta molto. Probabilmente è uno di quei casi in cui l'apprezzamento è esclusivamente soggettivo.

Eppure questo crime/noir un pò atipico, sospeso tra business della ristorazione, sogni di rock and roll, fallimenti personali e legami famigliari sbrindellati è costruito bene e i personaggi principali, interpretati da Jude Law (l'imprenditore newyorkese sempre sul filo del fallimento) e il fratello Jason Bateman (che invece del fallimento ha attraversato tutte le fasi) duettano bene. Così come tutti i villain (Chris Coy e Forrest Weber), che hanno le facce giuste, e l'attore sordomuto Troy Kotsur, forse quello che più si stampa nella memoria, nei panni del boss mafioso che comunica con la lingua dei segni.

Ma probabilmente la vera protagonista della serie è una New York notturna e modaiola che però richiama quella sporca e pericolosa dei settanta, in cui a separare il successo dal baratro è una membrana sottilissima, un fatto di tempismo, di rischi da correre, persone da convincere, affari da concludere, sempre con l'arte dell'apparire invece che dell'essere.
Non è esente da difetti, Black Rabbit (su tutti: il finale telefonato), ma il montaggio a ritroso che origina dal flashforward del primo episodio garantisce una buona tensione e una visione immersiva di una realtà posticcia, ipocrita ed illusoria, ma ahimè, sempre affascinante.

Non lo faccio mai, ma voglio segnalarti la recensione di Luca Aloi per Nocturno che traccia un parallelo tra le vicende dei due protagonisti e la scena musicale new wave della Grande Mela dei primi anni duemila. Avrei voluto pensarci io.


Netflix

giovedì 22 gennaio 2026

25 tracce del 2025 (2/3): roots, country, blues, americana...and what's in between

Raccolta di tracce assemblata tra le cose apprezzate da me e dai miei principali riferimenti critici, a consuntivo del 2025. Mi sono imposto una limitazione a venticinque canzoni (più una extra che non provenga da materiale nuovo ma, ad esempio, da album live, outtakes, cover, ristampe). E no, non è stato facile, se il taglia e cuci s'è protratto fino all'ultimo.
Video allegato ai titoli.

01. Joe Stamm Band, Territory town (from the album Little crosses)
02. Anthony Gomes, In the name of blues (Praise the loud)
03. Margo Price, Don't let the bastards let you down (Hard headed woman)
04. Mavis Staples, Human mind (Sad and beautiful world)
05. Jeff Tweedy, Lou Reed was my babysitter (Twilight override)
06. Pug Johnson, El cabron (El cabron)
07. Marcus King, Honky tonk hell (Darling blue)
08. North Mississippi Allstars, Don't let the devil ride (Still shakin')
09. Tami Neilson, Borrow my boots (Neon cowgirl)
10. James McMurtry, The color of night (The black dog and the wandering boy)
11. Robert Plant with Suzi Dian, It's a beautiful day today (Saving grace)
12. Buddy Guy, It keeps me young (Ain't done with the blues)
13. Turnpike Troubadors, Be here (The price of admission)














14. Mountain Grass Unit, Cicada song (Runnin' from trouble)
15. Colter Wall, 1800 miles (Memories and empties)
16. Samantha Fish, Paper doll (Paper doll)
17. Sam Stoane, Diesel (Tales of the dark west)
18. Kelsey Waldon, Falling down (Every ghost)
19. Luke Bell, The king is back (The king is back)
20. Daniel Donato's Cosmic Country, Hangman's reel (Horizons)
21. Charlie Musselwhite, Storm warning (Look out highway)
22. Charley Crockett, Crucified son (Dollar a day)
23. Tyler Childers, Nose on the Grindstone (Snipe hunter)
24. Sunny Sweeney, Diamond and divorce decrees (Rhinestone requiem)
25. The Delines, Don't miss your bus Lorraine (Mr. Luck and Ms. Doom)

extra. The Rolling Stones, Zydeco sont pas salès (A tribute to Clifton Chenier, The king of zydeco)

lunedì 19 gennaio 2026

Le città di pianura



Doriano e Carlobianchi (tutt'attaccato) sono due ultracinquantenni sostanzialmente perdigiorno, uniti da un'amicizia trentennale. Il terzo sodale storico è Genio, che sta per tornare dall'Argentina, Paese dove si è rifugiato sin da giovane. Di bicchiere in bicchiere, di bar in bar, i due incontrano, ad una festa di laurea in cui si imbucano, Giulio, ragazzo napoletano serio ed introverso, e lo imbarcano in un tour alcolico, sgangherato, goliardico e malinconico.


Il sostanziale esordio alla regia di Francesco Sossai (sostanziale perchè il precedente lungometraggio, Altri cannibali, a detta dello stesso regista è stato una via crucis produttiva e distributiva) è di una bellezza abbagliante. E per una volta se n'è accorto anche il pubblico che, contestualizzando la dimensione indipendente della pellicola, l'ha premiato. Questo road movie per le strade della periferia veneta, attraverso paesi di finzione e reali, ma comunque sempre verosimili, che chiama in causa un numero impressionante di registi padri putativi nel modello narrativo o nello stile espresso (Risi, Monicelli, Kaurismaki, Mazzacurati, Jarmusch, solo per citarne qualcuno) incanta e ammalia per tutta una serie di ragioni. Il dialetto cantilenante usato dai personaggi, la musica indie folk blues sperimentale che accompagna le immagini, la fotografia illuminata da luci sporche e pallidi bagliori (di semafori, strobo, illuminazioni stradali, neon), o, semplicemente, per l'autenticità che riesce a trasmettere.

Di certo al di là del confezionamento dell'opera, della fotografia, delle location e della messa in scena, il lavoro fatto nella scelta del cast è formidabile, a partire dai protagonisti, sui quali tornerò a breve, ma, mi verrebbe da dire, soprattutto, per i personaggi di contorno: il tedesco fuori dall'american pub, il pensionato Sossai, la promessa sposa dell'addio al celibato, il conte, la laureata, i genitori del Carlobianchi e potrei continuare a lungo.

Ma l'autentica magia che si è sviluppata tra il mio amato Pierpaolo Capovilla, cantante noise rock italiano frontman dei One Dimensional Man prima e del Teatro degli Orrori poi (ma anche solista), attore per caso, e Sergio Romano (Il campione, La scuola cattolica, Delta, Il nibbio, La valle dei sorrisi) è una sintonia che fa tutta la differenza del mondo nella riuscita di un'opera artistica audiovisiva. Loro due come Gassman ne Il sorpasso (ma meno stronzi) o Jack Nicholson ne L'ultima corvè, con un bravo Filippo Scotti (E' stata la mano di dio, L'orto americano) nei panni di Trintignant o di Quaid, danno vita ad una storia di formazione tutto sommato da canovaccio (se devo fare una critica, la parte con la prostituta l'avrei evitata), ma che appare autentica, soprattutto grazie alla recitazione "neorealista" degli interpreti (vale anche per il piccolo ruolo di Citran e le poche ma estremamente significative scene di Andrea Pennacchi).

Ma, tornando a Capovilla, è vero che non incarna l'immagine dell'idolo pop patinato, ma anche nel suo ruolo indie, è comunque una figura di riferimento per un vasto movimento di persone, e mostrarsi così in male arnese, sfatto, la pancia da birra e i denti guasti nei primissimi piani, richiede una buona dosa di coraggio. O strafottenza. Che in effetti è molto hardcore-punk.

Dopodichè, è chiaro che il protagonista indiscusso della pellicola sia il Veneto, inteso come luogo fisico (le calle, le strade, le chiese, i cimiteri, i bar) e dell'anima, che vive di un equilibrio precario tra  ricchezza e promesse tradite (incarnate nell'incarognimento di Genio), le città prese d'assalto dai turisti e le periferie desolate. 
Le tradizioni svendute e i riti custoditi gelosamente, primo fra tutti, ovviamente, quello dell'alcol e la sacralità dell'ultimo bicchiere, che è sempre quello successivo.

Le città di pianura è un film profondamente italiano che ha il respiro lungo del cinema indipendente internazionale. Di diritto tra i migliori del 2025.

giovedì 15 gennaio 2026

25 tracce del 2025 (1/3): pop, indie, modern rnb, indie... and what's in between

Raccolta di tracce assemblata tra le cose apprezzate da me e dai miei principali riferimenti critici, a consuntivo del 2025. Ne seguiranno altre due a tema "metal" e "roots". In tutti e tre i casi, mi sono imposto una limitazione a venticinque canzoni (più una extra che non provenga da materiale nuovo ma da album live, outtakes, cover, ristampe). E no, non è stato facile se il taglia e cuci s'è protratto  fino all'ultimo. 
Video allegati ai titoli.

01. Pulp, Spike island (from the album More)
02. Wreckless Eric, Lifeline (England screaming)
03. Bad Bunny, NUEVAYoL (Debì tirar mas fotos)
04. Wet Leg, CPR (Moisturizer)
05. Giorgio Poi, Uomini contro insetti (Schegge)
06. Turnstile, NEVER ENOUGH (Never enough)
07. Rosalìa, Berghain (Lux)
08. Suede, Dancing with the europeans (Antidepressants)
09. Just Mustard, Endless deathless (We were just here)
10. Horsegirl, 2468 (Phonetics on and on)
11. Blood Orange, The field (Essex honey)
12. Geese, Getting killed (Getting killed)











13. Little Simz, Lion (Lotus)
14. Lucio Corsi, Francis Delacroix (Volevo essere un duro)
15. Lady Gaga & Bruno Mars, Die with a smile (Mahyem)
16. Ethel Cain, Fuck me eyes (Willoughb Tucker, I'll always love you)
17. Model/Actriz, Cinderella (Pirouette)
18. CMAT, The Jaime Oliver petrol station (Euro country)
19. Stereolab, Immortal hands (Instant holograms on metal films)
20. Dijon, Yamaha (Baby)
21. Wednesday, Townies (Bleed)
22. Alan Sparhawk with Trampled by turtles, Not broken (ST)
23. Mogwai, Fanzine made of flesh (The bad fire)
24. FKA twigs, Wild and alone (Eusexua afterglow)
25. The Murder Capital, Words lost meaning (Blindness)

extra. Bruce Springsteen, Blind spot (Tracks II, The lost albums: Streets of Philadelphia sessions)

lunedì 12 gennaio 2026

Bruce Sprigsteen, Tracks II - The lost albums: CD1 - L.A. garage sessions '83

 


A fine 1998, forse un pelo fuori tempo massimo, usciva la raccolta di inediti e outtakes più attesa nella storia del rock. Finalmente Springsteen apriva i suoi profondissimi archivi e "regalava" ai suoi fans sessantasei tracce inedite che fino a quel momento, ma solo in piccola parte, gli accoliti erano riusciti a recuperare comprando tutti i 45 giri, le colonne sonore (anche le più infami) e i boolteg in cui erano presenti pezzi mai pubblicati su dischi eponimi del Boss. La raccolta in quattro CD si chiamava Tracks e senza dubbio alcuno esprimeva la meticolosa pazzia di Springsteen che gli faceva lasciare fuori dagli album pubblicati una serie di canzoni che spesso poco o nulla avevano da invidiare al livello medio alto della sua produzione ufficiale. Difatti il tour che ne seguì, con la reunion della E Street Band, fu forse il migliore dopo la leggendaria epoca 73-85. Ma questo è un altro discorso.

Quasi trent'anni dopo, nel 2025, Bruce riapre gli archivi con un volume secondo di quell'operazione, composto addirittura da sette CD (per quelli a cui ancora interessa la dimensione fisica della musica). In maniera secondo me seria e intelligente, l'artista si occupa quasi esclusivamente di periodi successivi a quelli coperti da Tracks, che andavano dal 1972 al 1991. Altra sostanziale differenza dal volume precedente è rappresentata dal fatto che sei dei sette dischi di Tracks II sono album fatti e finiti, che Bruce decise volta per volta di non pubblicare.

Unica eccezione alle due regole, L.A. garage sessions '83, il primo disco in ordine cronologico che ci viene proposto, che copre un periodo già presente nel primo Tracks (il 1983, appunto) e non è un album finito, ma una serie di session temporalmente collocate tra Nebraska e Born in the USA registrate dal Boss in solitudine ma con, diciamo, un'attitudine più roccheroll rispetto a quelle del disco raccontato da Deliver me from nowhere, libro di Zanesbiopic di Scott Cooper. 

Il disco si apre, oserei dire finalmente!, con il santo Graal di tutti i fans del Boss, quella Follow that dream goduta sui bootleg e sofferta dal vivo (a causa dell'avarizia di Springsteen nel proporla). Il brano fa parte del repertorio "minore" di Elvis Presley, ma nelle mani di Bruce rinasce dalle sue ceneri, con un'intensità completamente diversa e parte del testo modificato. Un pezzo autenticamente imperdibile, anche se arcinoto, per chi, ahilui, segue il Jersey Devil da decenni.

Altri brani qui presentati in versioni rough, ma già pubblicati come B-sides di singoli o inediti dentro raccolte sono Shut out the light, Johnny bye bye e County fair, mentre My hometown (che chiudeva la tracklist di Born in the USA e faceva parte delle sessions di Nebraska) emerge nella sua ruvida e scarna bellezza primordiale, con uno straniante cantato ai limiti del falsetto. 

Volendo evitare una recensione track by track, mi soffermo ancora su alcuni titoli meritevoli, dentro un disco che raccoglie diciotto canzoni dalla qualità altalenante. Il rockabilly di Don't back down on our love o di Don't back down e gli abbozzi pop seventies di Little girl like you o Seven tears sono illuminanti su come Bruce, a condizioni di isolamento analoghe a quelle che lo portarono a concepire e realizzare Nebraska, fosse decisamente uscito da quel periodo artisticamente irripetibile ma umanamente oscuro, dal quale in quest'opera di recupero resistono come testimonianze artistiche le sole Richard Whistle e Fugitive dreams (proposta in due versioni). Sugarland è invece un altro pezzo molto amato e presente su diversi bootleg, in qualche modo,  per l'assonanza delle tematiche, fratello minore della leggendaria This hard land , mentre in ambito ballate d'amore e d'abbandono emerge il pop autoriale e malinconico di Unsatisfied heart

In ultima analisi L.A. garage sessions '83 è un album piacevole, ma che, se va giudicato esclusivamente per i pezzi completamente inediti, non aggiunge granchè alla produzione nota di Springsteen e probabilmente, limitatamente a quei pezzi, è di scarso interesse per i non fan. Essendo una serie di canzoni abbozzate per poi essere riprese assieme alla Band, questa manciata di inediti rientra in quella categoria di outtakes minori che probabilmente Duncan, il protagonista di Tutta un'altra musica di Nick Hornby, avrebbe giudicato migliori delle loro versioni definitive.  Ma noi siamo troppo vecchi per queste stronzate.

giovedì 8 gennaio 2026

(circa) 80 minuti di Joe Ely

Come promesso. E si, lo so che c'è Spotify, ma a questo punto dovresti aver capito che sono passatista (per la cronaca, 80 minuti era la durata massima delle compilation su cd).

1. She never spoke spanish to me  (dall'album Joe Ely, 1977)
2. All my love  (Joe Ely)
3. Boxcars (Honky tonk masquerade, 1978)
4. Fingernails (Honky tonk masquerade)
5. BBQ and foam (Down on the drag, 1979)
6. Musta notta gotta lotta (Musta notta gotta lotta, 1981)
7. What's shaking tonight (Hi-Res, 1984)
8. Cool rockin' Loretta (Hi-Res)
9. Me and Billy the Kid (Lord of the highway, 1987)
10. Letter to L.A. (Lord of the highway)
11. Are you listenin' lucky? (Lord of the highway)
12. Settle for love (Dig it all night, 1989)
13. My eyes got lucky (Dig it all night)
14. The road goes on forever (Love and danger, 1992)
15. All just to get to you (Letter to Laredo, 1995)
16. Gallo del cielo (Letter to Laredo)
17. Up on the ridge (Twistin' in the wind, 1998)
18. Nacho mama (Twistin' in the wind)
20. Surrender to the west (Love and freedom, 2025)
20. Oh boy! (Live at Antone's, 2000)
21. If you were a bluebird (Live at Liberty lunch, 1990)














lunedì 5 gennaio 2026

Wake up dead man: Knives out


Jud, un giovane prete dal passato turbolento, viene inviato per punizione in una parrocchia dello Stato di New York, per cercare di fermare l'emorragia di credenti che la frequenta. Jud ricoprirà l'incarico di vice parroco in aiuto al monsignore Wicks, un prelato che incarna la visione più autoritaria, tradizionalista e contraria al cambiamento della Chiesa. Egli ha un gruppo ristrettissimo di fedeli che lo venera, mentre fa di tutto per allontanare chiunque (omosessuali, divorziati, genitori single) non risponda ai requisiti più rigidi della dottrina. Un giorno, subito dopo una delle sue omelie più violente, monsignor Wicks viene trovato morto, assassinato. A questo punto entra in campo il detective privato Benoit Blanc.


Mi esprimo subito, anche se non si dovrebbe: Wake up dead man è a mio avviso il film migliore della trilogia Knives out di Rian Johnson. E non è poco, perchè anche i primi due capitoli erano notevoli. Sicuramente dei tre è il titolo che più esprime una posizione politica, aggiungo coraggiosa, visto il clima degli Stati Uniti di quest'ultimo anno.
Monsignor Wicks (un Josh Brolin in parte) che fa comunità selezionando ed escludendo, ma sempre sulla base di sentimenti di rancore, rabbia e vendetta è un fedele specchio dei tempi che rimanda certo a Trump ma non solo all'America e non solo alla politica, bensì, in modo molto più diretto ed esplicito ad una parte stessa della Chiesa e alla società, e quindi parla a tutti.

L'ambientazione della chiesa e dei diversi personaggi della comunità chiusa all'esterno, tutti con un motivo diverso per nutrire risentimento e desiderio di ritorsione verso il mondo, che trovano il loro leader in un uomo che dovrebbe guidarli verso una rappacificazione spirituale e che invece agisce sulla loro rabbia, cercando di portarla alla deflagrazione, è messa in scena in maniera ficcante, anche a dispetto del tono leggero che si alterna al mistery della pellicola.

L'intrigo è, come al solito, un whodunnit affascinante che intrattiene lo spettatore obbligandolo a congetture su congetture, che, al dipanarsi del film, è costretto puntualmente a modificare e rimodellare. E' forse questo l'unico aspetto positivo del fatto che il film sia stato dato solo in streaming (al netto di una due giorni nelle sale), vederlo in famiglia comporta un dibattito ed un confronto di tesi che al cinema sarebbe impossibile (scherzo, ovviamente e quelli di Netflix sono dei pulciari ad impedire ai film di uscire in sala).

E poi che devo dire, sopra al "solito" cast sontuoso (Josh Brolin, Daniel Craig, Jeremy Renner, Lee Ross, Jeffrey Wright) si erge Glenn Close con un'interpretazione un pelo sopra le righe (ma lo richiede il canovaccio) e tuttavia tra le sue migliori recenti. 
Io però da qualche tempo ho un mio nuovo attore del cuore, e risponde al nome di Josh O'Connor, che ho conosciuto ne La chimera, apprezzato in The mastermind (film indipendenti, ossatura della sua filmografia) che arriva qui al suo primo titolo popolare, potenziale blockbuster, se solo fosse stato distribuito. 
In Wake up dead man Josh è formidabile, espressivo e di grande empatia, al punto da farti tornare la voglia di riavvicinarti alla religione cattolica. Poi, vabbeh, vista la clamorosa somiglianza con il giovane Shane MacGowan spero che prima o dopo possa impersonarlo in un biopic sull'artista irlandese, già frontman dei Pogues.

Se il livello è questo, viva Knives out e che Rian Johnson ce ne dia ancora!

giovedì 1 gennaio 2026

My Favorite Things, dicembre '25

ASCOLTI

Lambrini Girls, Who let the dogs out
Dijon, Baby
Ministri, Aurora popolare
Castle Rat, The bestiary
Blood Orange, Essex honey
Geese, Getting killed
Bad Bunny, Debì tirar màs fotos
Todd Snider, Songs for the Daily Planet
Pulp,, More
Scorpions, Coming home live
Calibro 35, Exploration
Lady Gaga, MAYHEM
Wednesday, Bleeds
Taj Mahal & Keb' Mò, Room on the porch
Cheap Trick, All washed up
Suede, Antidepressants
Turnipke Trubadors, The price of admission
Joe Ely, Love and freedom
AAVV, The complete Verve remixed

Playlist/Monografie

90's Big Beat
Mogwai
Poppy
Jon Spencer

VISIONI

in grassetto i titoli visti in sala

Eden (3,5/5)
Una scomoda circostanza (3,75/5)
Vita privata (2,75/5)
Il mio nome è vendetta (3/5)
I Roses (2,5/5)
Mr and Mrs Smith (2,25/5)
Buen camino (2/5)
Colpi d'amore (2,5/5)
La trama fenicia (2,5/5)
L'amico fedele (3/5)
Mission impossible: The final reckoning (2,25/5)
Presence (4/5)
Father mother sister brother (3,75/5)












Visioni seriali

All her fault, episodi totali otto (3/5)
Task, episodi totali sette (3,75/5)
Città delle ombre, episodi totali sei (2,5/5)

LETTURE

Cesare Pavese, La luna e i falò