Napoli, 1949. Celestina, dieci anni, sopravvive al crollo di un edificio in cui muore la zia, ultima parente in vita, dopo che i genitori sono stati uccisi da un precedente bombardamento americano durante la seconda guerra mondiale. Ha un amico dodicenne, anche lui senza famiglia, che vive di espedienti e dorme nei palazzi abbandonati. I militari USA stanno abbandonando il sud e con esso la possibilità di fare "affari" per i tanti guagliuncelli di strada. Nel tentativo di farsi pagare per un servizio reso, i due bambini salgono di nascosto su una nave che riporta i soldati a New York e decidono di rimanerci da clandestini, per cercare fortuna in America.
Non so se ti è mai capitato di terminare la visione di un film con un infantile senso di felicità e leggerezza, a prescindere dall'analisi tecnica dello stesso e nonostante la tua idiosincrasia per alcuni elementi usati. Nel mio caso, il pregiudizio che mi ha tenuto lontano dalla visione in sala è stato il ruolo da protagonisti di due bambini, situazione che proprio non amo. Per fortuna sono andato oltre e ho recuperato la pellicola, traendone alla fine le emozioni che ho descritto in apertura di post, oltre ad almeno un paio di momenti di vera e propria commozione, in corrispondenza dell'inserimento a corredo delle immagini di due canzoni: Somewhere di Tom Waits e soprattutto Pay me my money down di Springsteen. L'altro aspetto che mi ha esaltato è il ritorno del nostro cinema a produrre opere di grande respiro coi mezzi a disposizione, il film infatti non ha nemmeno mezzo take effettuato in America, ma è il risultato di un magnifico lavoro svolto nei nostri studi di Cinecittà, e alle esterne a Napoli, Trieste e Fiume.
Nel complesso, dentro una storia tratta da una vicenda reale, ma narrata in esplicito in forma di fiaba, Salvatores, che si dimostra ancora una volta un regista totale, maturo, in grado di dirigere con qualunque grammatica, su un soggetto "dimenticato" di Fellini, ci parla di immigrazione, di razzismo, di solidarietà tra gli ultimi. Di quando erano gli italiani ad essere emarginati e ghettizzati, assieme ai neri (e prima di loro gli irlandesi). Ma anche di come il "popolino" americano riesca a passare in un attimo, per emotività, dal disprezzo e, appunto, l'emarginazione, alla solidarietà attiva.
Lo fa giocando con la fotografia, che cambia da Napoli a New York, e con le tinte pastello degli anni cinquanta che stanno per arrivare (la storia è ambientata nel '49), con un finale bellissimo e con degli attori che giocano bene coi rispettivi ruoli e il canovaccio dato: Favino (che te lo dico a fare?), Tomas Arana, Omar Benson Miller e persino Antonio Catania. I più bravi? Proprio i due bambini: Antonio Guerra (Carmine) e Dea Lanzaro (Celestina), alla quale è lasciato il manifesto politico del film a difesa dell'immigrazione, pronunciato davanti ad una platea di americani: "a Napoli si dice: tu non sei straniero, sei povero. Chi è ricco non è mai straniero".
Chapeau! Così m'imparo ad essere prevenuto.
Sky

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