lunedì 16 febbraio 2026

Send help


Linda è un'impiegata del settore strategia e pianificazione di una grande multinazionale, con la passione per il survivalism. Nonostante sia competente e sgobbona, viene sfruttata per le sue capacità ma completamente ignorata per gli avanzamenti di carriera. Non potendo farne a meno, il nuovo presidente, figlio del precedente, e la cricca di top manager (tutti uomini) della società, se la portano in Thailandia per un problema della sede locale. L'aereo privato sul quale volano però ha un incidente e si schianta al largo di una minuscola e sperduta isola. Dalle acque emergono solo Linda e il giovane arrogante nuovo presidente.


In un mondo normale, non più giusto o più riconoscente, semplicemente normale, quando esce un nuovo film di Sam Raimi, il nome del Maestro dovrebbe apparire immediatamente sopra il titolo e non in minuscolo, come se fosse un emergente che ha azzeccato un paio di pellicole. Io, per esempio, ignoravo che il film fosse suo e me lo stavo bellamente perdendo, liquidandolo come uno dei tanti american horror da catena di montaggio, per fortuna in qualche modo m'è cascato l'occhio. Anche perchè Raimi (che facevo più anziano laddove invece ha solo sessantasei anni, forse perchè il semi esordio de La casa nel 1981 l'ha girato a ventuno) nell'ultimo quarto di secolo abbondante, tolti i grandi franchise Marvel e il tentativo di saga del Mago di Oz, ha girato solo due film "suoi", Drag me to hell nel 2009, imperdibile, e, appunto, Send help

Quest'ultima fatica contiene davvero tanti temi, sia legati alla sua cifra estetico-narrativa, che attinenti alla sfera politico sociale. Su soggetto-sceneggiatura altrui (Shannon/Swift) infatti, Raimi mette in scena una critica alla società capitalista, attaccata su tutti i fronti: classi sociali, misoginia, nepotismo, amichettismo e capitalismo tossico. La protagonista Linda è tutti noi, si fa il culo, è la migliore, ma non viene presa in considerazione perchè sciatta e non rispondente ai criteri estetici imperanti. Poi sì, è un pò svitata, ma chi di noi non lo è, dentro le dinamiche alienanti degli atroci uffici a cubi delle grandi imprese?

La grammatica identitaria del regista di Evil dead è viva e lotta assieme a noi: la tensione strisciante che ti prepara all'orrore seminando indizi e depistandoti in più occasioni, combinata con la componente grottesca, da ironia nerissima è ai suoi massimi (la meravigliosa sequenza dell'incidente aereo), mentre le scene prettamente splatter sono tutto sommato limitate, ben somministrate e scaltre (l'evirazione tutta giocata sul campo controcampo dei volti dei due personaggi è da scuola di cinema), così come l'auto citazione nell'unico jump scare del film. 

Le interpretazioni dei due attori protagonisti, una stupefacente Rachel McAdams e un funzionale Dylan O'Brien, sono pressochè perfette e conferiscono alla narrazione quella marcia alta che fa tutta la differenza del mondo tra una buona idea e la sua realizzazione, chiudendo un cerchio perfetto tra soggetto, messa in scena e cast. Soggetto che peraltro si regge bene sulle proprie gambe benchè richiami - io credo esplicitamente - in causa i precedenti ribaltamenti cinematografici dei ruoli sociali in condizioni estreme, e quindi la capostipite Wertmuller (con la sua lotta di classe de Travolti da un insolito destino...) e il più recente Robert Ostlund (Triangle of sadness, soprattutto per il plot twist finale). 

Cribbio, quanto mi sei mancato Sam.

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