A real pain (3,75/5)
bottle of smoke
est. 2006
giovedì 3 aprile 2025
My favorite things, marzo 2025
A real pain (3,75/5)
lunedì 31 marzo 2025
Gli indesiderabili (2023)
Periferia di Parigi. La nuova giunta comunale vuole trasformare il problema della concentrazione di cittadini immigrati in una zona periferica e degradata della città, in un'opportunità di "riqualificazione" , attraverso l'abbattimento dei palazzi e la costruzione di nuovi, dell'area. Con modalità diverse, singoli individui e associazioni del posto tentano di opporsi alla speculazione.
Chissà da cosa dipenda, nel 2025, la capacità di fare film di denuncia sociale. Ambito nel quale l'Italia ha primeggiato dal dopoguerra fino ai primi ottanta ed oggi ha completamente abdicato. Non basta a giustificare il trend il cambiamento del clima politico/popolare, che di certo è passato dalle lotte di classe, la solidarietà e l'internazionalismo all'individualismo, al nazionalismo, la caccia al responsabile della crisi dei ceti medio bassi, che finisce sempre col mettere nel mirino chi sta peggio di loro. Fosse così, la Francia, che ha un governo di centro destra, con un forza nazionalista estremamente rilevante (il Rassemblement National), non dovrebbe essere in grado di produrre opere come Gli indesiderabili, secondo lungometraggio di Ladj Ly, dopo il debutto de I miserabili.
Anche in questo caso, come nella pellicola precedente, l'occhio del regista si concentra sulle periferie parigine, sulle condizioni in cui vivono e sono stipati gli emigranti di prima e seconda generazione, costretti dentro enormi alveari fatiscenti dove, per far uscire dall'edificio la bara di un defunto, bisogna caricarsela in spalla, giù per infinite rampe di scale, posta l'ineluttabilità di ascensori rotti e mai riparati. A differenza dell'esordio, Gli indesiderabili è un film ancora più amaro, perchè totalmente privo degli elementi action/crime che avevano caratterizzato I Miserabili e perchè sposta i riflettori sul cinismo della politica, sull'arrivismo personale e sul pericolo comportato da uomini piccoli, pavidi e insignificanti a cui è affidato il potere di decidere delle condizioni di vita di migliaia di persone.
Tutto il contrario del cinema francese, che tra Stèphane Brizè e Ladj Ly, ci sbatte sui denti cambiamenti della società tanto potenzialmente deflagranti quanto marginali, ai nostri occhi.
lunedì 24 marzo 2025
Teatro degli Orrori, Milano 18 marzo 2025
"Siamo intergenerazionali". Se ne esce così, Pier Paolo Capovilla, osservando il pubblico illuminato a giorno all'Alcatraz di Milano. In effetti, ad assistere alla reunion della band di alternative rock italiano probabilmente più importante degli anni zero / dieci (quattro album tra il 2007 e il 2015) il range d'età, ad occhio, va dai venti agli over sessanta. Tutti conversi nel medesimo tempo spazio per ricevere un balsamo benefico, antidoto ai tempi disperati che viviamo.
Il Teatro degli Orrori si rimette a suonare dieci anni dopo l'ultimo tour e qualcosa in meno rispetto all'annuncio di scioglimento. Delle nove date previste per il Mai dire mai tour, due vengono annullate ("per cause indipendenti dalla nostra volontà") ma quella di Milano registra se non il tutto esaurito poco ci manca, visto che l'Alcatraz è stipato. Con il canonico ritardo rispetto all'inizio programmato, sul sottofondo di un'ossessiva musica elettronico tribale, esce il Capovilla. Da solo, nel buio dello stage che pallidamente riflette solo il rosso del fondale. E rimane lì, immobile e in solitudine per qualche minuto, mentre il pubblico, impaziente, urla ed incita.
Con l'arrivo sul palco degli altri componenti della band la messa può essere officiata. Non si può che partire con Vita mia (nella quale i tecnici hanno il loro da fare per "pulire" la voce, che risulta slabbrata e subalterna agli strumenti), poi Dio mio seguita da E lei venne, il primo pezzo che fa esplodere la sala.
Guardo il Pier Paolo e mi sembra sereno, felice. Forse un pò stanco, ma può anche essere un impressione dovuta dalla sua postura pubblica che coniuga distacco e passione, un equilibrio non semplice da gestire, comunicativamente.
La band ha un sound poderoso, magmatico, che poggia le sue fondamenta sulla solidità di Francesco Valente alla batteria. E' lui il cuore che pompa sangue nella macchina TdO, un perno su cui fanno leva le affilate tessiture chitarristiche di Gionata Mirai e l'altro pezzo della sezione ritmica, il basso di Giulio Ragno Favero. E' vero che la potenza sviluppata dai power trio (dagli Who ai Motorhead a venire in giù) non può più stupire, ma ricondurre l'apocalisse sonora di questo concerto alle vibrazioni di soli tre strumenti è comunque qualcosa di incredibile.
Il Teatro degli Orrori non è una band che, a differenza di altre, campa grazie alla sua prossimità a organizzazioni politiche (di sinistra) o che cerca la scorciatoia di facili slogan per far saltare i centri sociali. E' qualcosa di inedito, sovversivo, intellettuale e culturalmente diverso. Le liriche di Capovilla denunciano derive e drammi collettivi ma anche privati, individuali. Nella visione di PP la società/Matrix inquina ogni ambito dell'esistenza: ti incanala, ti spinge a forza dentro uno stampo, ti omologa. E l'aspetto più grave è che in molti dentro quello stampo di consumismo e status quo ci stanno proprio bene. O così perlomeno credono.
E' per questo che da un concerto dei TdO, il primo a cui assisto, mi aspettavo una dose maggiore di autenticità rispetto alla media delle esibizioni di altri artisti che eseguono pedissequamente lo stesso soggetto in posti differenti. E invece, da questo punto di vista, un pò di delusione c'è. Passi per la setlist bloccata ed immutabile per tutto il tour, ma anche gli spoken di Capovilla mi sono arrivati liturgici, privi di qualunque improvvisazione. Solo in un'occasione sono andati oltre la burocrazia del rapporto frontman/stage da concerto, nel caso della declamazione di un poema di Majakovskij, ad introdurre il pezzo che porta il nome dell'autore russo. Potere della poesia, I guess.
Dopodichè il repertorio della band può contare su pezzi talmente strepitosi che il solo incipit fa deflagrare l'entusiasmo e la voglia di essere parte di quei salmi, urlando a squarciagola "Teresaaaa!" (Compagna Teresa), "I love you baby, com'era bello far l'amore con te!" (Due), piuttosto che "bugiardi dentro/fuori assassini/vigliacchi in divisa" (A sangue freddo) oppure "sarebbe stato bello invecchiare insieme/la vita ci spinge verso direzioni diverse" (Direzioni diverse), come dentro un antichissimo rito tribale di due ore che ci è rimasto appiccato in forma ancestrale e che lasciamo libero di emergere, deflagrare, prendere il controllo.
E' altamente improbabile che un nuovo disco possa superare lo shock al sistema dei primi due lavori (i cui brani, non a caso, occupano i due terzi della scaletta di questi concerti), e, tutto sommato, un commiato, sebbene doloroso, ci lascerebbe intatta la sensazione di un'insperata, bellissima e irripetibile anomalia della musica italiana.
lunedì 17 marzo 2025
Bastion 36
Antoine è un "flick" tormentato dalla sua infanzia. Milita nella polizia anti-gang parigina ma periodicamente partecipa a sessioni di combattimento clandestine organizzate da un amico. A causa di una di esse viene allontanato dalla sua brigata e trasferito in una sezione di periferia. Mesi dopo la sua cacciata i membri della sua ex brigata cominciano ad essere uccisi o a sparire. Coinvolto dalla moglie di uno di loro, comincia ad indagare tra diversi ostacoli, anche interni.
Considero Olivier Marchal il più degno erede del polar d'oltralpe, quello che meglio porta avanti, aggiornandola, la forma e la sostanza dei grandi registi del genere come Melville, Giovanni, Clouzot o Becker. Ma questo l'ho già detto e della sua formazione che salda assieme vita privata (ex poliziotto) e arte (scrittore, attore, sceneggiatore, regista) pure. Bastion 36 è il suo nono film, al quale vanno sommate due serie (Braquo e Pax Massilia) e ormai la sua cifra stilistica è immediatamente chiara e riconoscibile. Il forte cameratismo tra gli agenti, ma anche la sfiducia verso le istituzioni, solo orientate all'auto-conservazione e sempre pronte, a seconda dei casi, alla retorica o allo scaricabarile, la corruzione, il tradimento.
Quest'ultima opera, purtroppo distribuita solo in streaming, non fa differenza. La tenuta noir della storia è fedele a Marchal e agli stilemi del noir dall'inizio alla fine, le facce di buoni e cattivi perfette (con un'eccezione, di cui parlerò a breve), la mano cinica del fato a determinare gli eventi, immancabile. Qui il regista girondino compie un passo indietro rispetto al livello di violenza mostrata di consueto e si concentra maggiormente sul plot e sulla progressione ad orologeria degli eventi. Il passo è lento come deve essere, gli ingranaggi girano a dovere e, sebbene forse non arrivi all'eccellenza di altre produzioni di O.V. (36 Quai des Orfèvres, A gang story, L'ultima missione, Bronx) la categoria è sempre superiore.
Se proprio devo trovare un difetto, non mi ha convinto l'interpretazione del lanciato Victor Belmondo (sì, nipote di), nel ruolo del protagonista Antoine Cerda, che mi è sembrata priva del phisique du role necessario: i tratti troppo delicati anche quando appesantiti da occhi gonfi, tagli e cicatrici, la faccia poco adatta ad atmosfere cupe e tragiche. Parere personale che comunque non scalfisce un impianto che funziona e una mano che non tradisce mai, quella di Olivier Marchal.
Netflix
lunedì 10 marzo 2025
Warren Zanes, Liberami dal nulla - Bruce Springsteen e Nebraska
Warren Zanes, chitarrista dei Del Fuegos, band di culto che negli ottanta congiungeva new wave e heartland rock, deve aver fatta propria la massima della madre di Francesco Guccini ("un laureato conta più di un cantante") e, deposta la Fender, ha conseguito un dottorato in studi visivi e culturali, preso una cattedra alla New York University, e cominciato a studiare il rock and roll da quest'altra parte. Prima un libro sull'album di Dusty Springfield Dusty in Memphis, poi una biografia molto apprezzata su Tom Petty e infine il progetto al quale probabilmente teneva maggiormente, per l'influenza che Springsteen ha sempre esercitato su quella generazione di rockettari e per la rivoluzione discografica provocata dall'uscita di Nebraska, nel 1982.
Libri su singoli album importanti ne sono sempre stati fatti, quella di Zanes non è un'operazione inedita. Lo è forse la modalità con la quale il giornalista ci racconta la realizzazione di Nebraska, disco che fotografa in maniera brutalmente onesta un momento della vita di Springsteen - i primi ottanta - nel quale, ma "il boss" lo capirà più avanti grazie alla psicoterapia, l'artista, dopo la conclusione del trionfale tour di The river e con il suo seguito (quello che diventerà il million seller Born in the USA) già pronto per tre quarti, cade in una forma di depressione.
Entra in una fase in cui si isola, prende una casa "di altri e spoglia" (cit.) in affitto a Colts Neck, New Jersey, ed entra in un cortocircuito: mentre va in fissa con l'elettronica allucinata dei newyorkesi Suicide, si mette a registrare "grezzi demo casalinghi" solo con chitarra, armonica e voce su un quattro piste della TEAC. L'ispirazione per i testi segue lo stato d'animo del momento, Bruce, per esempio, scopre, attraverso il recupero del film di Malick La rabbia giovane (1973), la vicenda della coppia omicida Charles Starkweather e Carin Ann Fugate, che alla fine dei cinquanta uccise senza motivo diverse persone tra il Nebraska e il Wyoming, e ci va in fissa. Il risultato è la title track di Nebraska, una canzone spettrale, mai così priva di speranza, figuriamoci poi di eroico romanticismo rispetto ai consueti character del Boss, sebbene nella sua discografia ci sia già stato il disilluso Darkness on the edge of town.
Sono diversi gli aspetti che rendono Nebraska un unicum nella storia della discografia americana. Nessun altro grande artista mainstream prima aveva compiuto un gesto così intimo all'apice della sua notorietà, sì, ci sono stati cambi di impostazione musicale di rottura netta rispetto a come conoscevamo fino a quel momento la star (Dylan e l'elettrico, Bowie a Berlino) ma erano scelte di geni musicali che sentivano prima degli altri il cambiamento e volevano farne parte, qui è come se Bruce volesse nascondersi da ciò che gli stava piombando addosso (e da lì a poco gli sarebbe piombato, dieci volte più forte) intuendo che quella scelta identitaria era l'unica in grado di salvarlo, come artista e forse non solo.
Normalmente, finito di registrare un album, il lavoro è fatto. Con Nebraska, invece i problemi erano all'inizio. La modalità di registrazione artigianale-casalinga (Bruce in camera, la casa non isolata dai rumori esterni, seduto su un letto, la chitarra tra le mani e l'armonica al collo, con il quattro piste posato su di una sgabello) infatti, rese la normale masterizzazione impossibile a causa dei vari difetti audio che si verificavano nel tentativo di riversare la cassetta (del tipo standard che usavamo noi per duplicare i dischi!) in un master nuovo. D'altro canto Springsteen si rifiutava categoricamente di registrare da capo quelle canzoni, in quanto riteneva che lo rappresentassero totalmente, così come erano, difetti inclusi. Solo dopo mesi a cambiare studi di registrazione e tecnici, tra speranze e cocenti delusioni, l'entourage di Bruce trova una apparecchiatura adeguata ad accogliere quel disco rurale e disperato e a regalarlo all'umanità in una forma imperfetta ma forse proprio per questo ancora più preziosa.
Liberami dal nulla non rivela nulla di nuovo ai più attempati fan di Springsteen, quelli che, come me, negli ottanta divoravano ogni informazione sul loro eroe musicale, potendo fare affidamento su libri (su tutti le due biografie di Dave Marsh) e soprattutto riviste musicali, come il Mucchio Selvaggio, dotate di giornalisti seri e competenti capaci di analisi che non avevano niente da invidiare ai colleghi d'oltre oceano.
Conoscevamo già la storia del disco, il momento di crisi di Bruce, la difficoltà di riversare su vinile l'album. Ma, ancora una volta, il "come" si racconta una storia conta, e Zanes lo fa arricchendola di approfondimenti e dettagli, e conta molto anche la storicizzazione di Nebraska a quarantatre anni dalla sua uscita, con una pletora di artisti che idolatrano quell'album, con quelle dieci canzoni che come pietre preziose hanno visto il loro valore crescere inarrestabile nel tempo e con uno Springsteen che non ha mai più avuto lo stimolo (o il coraggio) di compiere operazioni di rottura come quella. Lo ha fatto solo in parte con dischi come The ghost of Tom Joad o The Seeger sessions, ma erano contesti diversi in cui l'acustico e addirittura il lo-fi o il revival dei traditional erano, se non mainstream, ampiamente solcati da molte band (resta il fatto che si tratta dei due migliori dischi di tutto il Bruce post eighties, ma questo è un altro tema).
Il romanzo di Zanes dona dunque alla storia quei contorni di epicità, suspance, coraggio tipico delle imprese grandi e disperate, che probabilmente ha convinto i produttori di Hollywood a comprarne i diritti, mettere in cantiere un progetto, affidarne la regia a Scott Cooper (in curriculum, tra gli altri, gli ottimi Crazy heart, Il fuoco della vendetta, Black mass, Hostiles), il ruolo di protagonista all'astro emergente Jeremy Allen White (apprezzato per la serie The bear) e dare via alle riprese per la trasposizione cinematografica di Liberami dal nulla, che vedrà probabilmente le sale entro l'anno.
lunedì 3 marzo 2025
My favorite things, febbraio 2025
Luther - Verso l'inferno (2/5)
lunedì 24 febbraio 2025
Luther, serie TV (2011-2023)
Luther è una serie tv andata in onda sulla BBC per quasi dieci anni, ma per un numero di stagioni, cinque, ed una serie di episodi complessivi, "solo" venti, che ne determinano la particolarità. La causa dell'irregolarità dello svolgimento delle stagioni (la quarta ha solo due episodi) è probabilmente da attribuire alla ridotta disponibilità di Idris Elba, il fascinoso attore protagonista, e ai suoi crescenti impegni nell'industria cinematografica.
La serie modernizza il racconto da detective's story concentrandosi su un protagonista (il nostro Luther) geniale e scaltro, ma profondamente tormentato e su una serie di villain psicopatici, caratterizzati da un profilo morboso, sadico e disturbante, come se tutti i matti scocciati abitassero a Londra e prendessero di mira nei modi più brutali le donne. Luther si muove sempre con i medesimi vestiti (un pò come i personaggi dei fumetti o il tenente Colombo) consapevole che prima o dopo, grazie alle sue intuizioni investigative, li prenderà tutti. Il detective ha un doppelganger, l'altrettanto intelligente, ma mentalmente disturbata e totalmente priva di scrupoli, Alice, interpretata da un'attrice dalla bellezza sghemba, Ruth Wilson.
La serie comincia in maniera accattivante ma finisce presto per perdersi per la reiterata ripetitività di schemi narrativi che diventano sempre più inverosimili (le intuizioni letteralmente dal nulla di Luther, l'identificazione precoce dell'identità dei criminali che però, nonostante le milioni di telecamere piazzate per la città continuano a girare indisturbati), alcuni epiloghi poco inglesi e più ammerigani, conclusioni affrettate di buoni plot con characters che avrebbero potuto dare di più (l'agente degli affari interni Stark, interpretato da David O' Hara, nella terza) fino all'epilogo orrendo della saga con il film "Luther - Fino all'inferno" che ci presenta un Elba svogliato, botulinato, ai limiti dell'irriconoscibile e un impianto narrativo (involontariamente) comico.
Una serie che si lascia guardare ma che ha dei grossi limiti nello squilibrio tra il realismo e la brutalità delle storie criminali narrate e i suoi protagonisti (Luther e Alice), che, specie col passare del tempo, diventano sempre più parodistici, perdendo di credibilità.
Attualmente su: Sky (stagioni complete) e Netflix (film conclusivo)
lunedì 17 febbraio 2025
Robert McLiam Wilson, Eureka Street (1996)
Belfast, anni novanta. Tra bombe, violenza per le strade e povertà, Jake (cattolico) e Chuck (protestante) provano testardamente, e con fortune decisamente alterne, a sopravvivere.
Per un'amante della bellissima e travagliata terra d'Irlanda la lettura di Eureka Street è stato un passaggio per certi versi obbligato, un pò come chiudere gli occhi e viaggiare sulle ali della musica dei Pogues, dei Thin Lizzy o di Christy Moore, sulla visione di una manciata di film (Nel nome del padre, Il vento che accarezza l'erba, Una scelta d'amore, The commitments) o fantasticare sugli scritti di Brendan Behan o di Roddy Doyle. Peraltro, su questo romanzo, nei primi anni duemila, s'era agitato un notevole hype, veicolato, come da illustri pareri in quarta di copertina, da nomi autorevoli della nostra critica letteraria.
Beh, lo dico timidamente, dal basso della mia capacità critica, ma il mio giudizio non converge con l'entusiasmo che ha accompagnato il libro, tanto che all'epoca del primo acquisto, una ventina d'anni fa, lo mollai presto. Lo riprendo e ne completo la lettura oggi, e pur tuttavia le migliori intenzioni non bastano a farmi superare le stesse perplessità di allora, che attengono in gran parte alla caratterizzazione dei protagonisti: Jake, cattolico come l'autore e nel quale secondo me egli si identifica tratteggiandolo alla stregua di un classicissimo e scontato beautiful loser, e Chuck, la cui parabola da poveraccio a miliardario appare ai miei occhi inverosimile ai limiti dell'irritazione, pur considerandone l'interpretazione metaforica. Attorno a loro ruotano una serie di altri personaggi verso i quali Wilson cerca, a volte con scarso successo, l'empatia del lettore (il ragazzino emarginato, i genitori adottivi, la madre che scopre di essere lesbica in tarda età).
Ciò che a mio avviso invece funziona è la critica nei confronti dei media e di chi guardava i troubles dal mondo esterno. Una narrazione che ci viene trasmessa dallo scrittore come sciatta, superficiale e sempre alla ricerca di un pietismo che poco ha a che fare con l'approfondimento giornalistico di uno scenario tanto complesso. In questo aspetto McLiam Wilson va anche oltre, denunciando a suo dire l'ipocrisia della componente politica dell'IRA, il Sinn Fein (chiamato nel libro Just Us, che è la traduzione approssimativa del nome in gaelico appunto del Sinn Fein), dell'insensata violenza delle organizzazioni terroristiche, siano esse di cattolici (IRA, appunto) o protestanti (Orange Order, Red Hand Commando) che si sono rese responsabili, nel corso degli anni, non solo di brutalità e omicidi ai danni dei militanti degli opposti schieramenti, ma anche di gente comune e della micro criminalità che nasce dallo stato di miseria di quelle zone.
Ecco, qui il cattolico McLiam Wilson ci offre un punto di vista da insider certamente interessante, quasi più critico nei riguardi della "sua" fazione piuttosto che di quella degli orangisti, non necessariamente condivisibile, ma rivolta al sentimento della gente comune che voleva semplicemente vivere in pace senza paura di uscire di casa, andare al pub o essere identificata come cattolica o protestante, con le conseguenze del caso, nella parte sbagliata dell'Irlanda del Nord.
Capisco bene che Eureka Street sia stato quasi un instant book, uscito nel momento giusto di massima attenzione ed empatia rivolta alla situazione nordirlandese e non è da escludere che l'emotività abbia recitato un ruolo nel considerarlo ciò che non mi pare sia, un capolavoro, ma che, sempre parere soggettivo, letto oggi abbia fallito la prova della storicizzazione.
Il romanzo è stato trasposto dalla BBC in serie tv di quattro episodi nel 1999, inutile dire che è introvabile nelle più diffuse piattaforme in streaming. Sarebbe interessante buttargli un occhio semmai dovesse riemergere.
lunedì 10 febbraio 2025
The Mavericks, Moon and stars (2024)
Io ci provo ad erudirmi ed evolvermi rispetto ai miei clichè musicali, ad uscire dalla mia comfort zone, fischiettando indifferente anche quando i miei riferimenti artistici di una vita si ostinano a pubblicare un nuovo disco, ma poi, per parafrasare Al Pacino nel Padrino Parte III, "proprio quando pensavo di esserne uscito, mi trascinano di nuovo dentro".
Perciò rieccomi a scrivere dei Mavericks, trent'anni o giù di lì dopo essermene innamorato con What a crying shame e dopo una dozzina di album (a cui vanno aggiunti una decina di titoli da solista del frontman Raul Malo), all'insegna di un meraviglioso melting pot musicale che passa con disinvoltura dal country al latin, dal rock and roll al croonering, dalle atmosfere da night club anni cinquanta al tejano. Oramai la band viaggia col pilota automatico, ma non per questo perde la capacità di scrivere ancora grandi, grandissime canzoni.
Moon & stars si apre in un certo senso in modo inusuale rispetto alle abitudini del brand, non con il consueto ritmo scatenato di un'opener ma con la malinconia, attraverso un pezzo, The years will not be kind, che descrive il tempo che trascorre subdolamente, usando con grazia le leve liriche della nostalgia e quelle musicali di una ballata messicana. La festa è solo rinviata e anzi arriva con ancora maggior godimento subito a ruota, con due pezzi, Live close by (visit often) e la title track in cui i Mavericks srotolano come un lungo tappeto prezioso tutta la loro arte incantatoria., coadiuvati da due artiste indie, in ambito pop-rock - Nicole Atkins -, e country folk - Sierra Ferrell - .
Ma non si può avere tutto, accontentiamoci di un'altro grande disco dei Mavericks, che nella loro carriera hanno solo sfiorato la grande affermazione mainstream (con il singolo Dance the night away e con I said I love you del solo Malo), ma che continuano ad essere punto irrinunciabile di riferimento per un pubblico di certo non giovane ma che trae linfa vitale dalla loro musica.
giovedì 6 febbraio 2025
My favorite things, gennaio 2025
Kind of kindness (3,5/5)
Niagara (3/5)
Asfalto che scotta (3,75/5)
Stormy monday (3,5/5)
Le otto montagne (3,5/5)
Nosferatu (2024) (3/5)
Antonia - 6 episodi - Prime (3/5)
lunedì 3 febbraio 2025
A complete unknown
Nel
1961 uno sconosciuto e squattrinato giovane arriva a New York dal Minnesota con
uno zaino sulle spalle e una custodia di chitarra nella mano. Obiettivo
l’ospedale in cui è ricoverata l’icona socialista del folk americano, il padre
di tutti i busker: Woody Guthrie. Il giovane si fa chiamare Bob Dylan e quando, al
capezzale del suo eroe ridotto al silenzio e alla semiparalisi da una grave
malattia neurologica, alla presenza di Pete Seeger, si mette a suonare la
canzone che ha scritto per lui, ai due anziani folk singers nella stanza appare
immediatamente chiaro di essere testimoni della nascita del fottuto gesù cristo del folk.
Ah
i biopic delle star musicali… Croce e delizia, tutti li vogliono, tutti ne
rimangono delusi. A partire dai die hard fans che conoscono ogni minuscolo dettaglio della vita del loro
beniamino e storcono il naso se non lo trovano riportato
nella rappresentazione audiovisiva che vorrebbero facesse finalmente vivere gesta di cui fino a quel
momento avevano solo letto e fantasticato. Se ci pensi, si contano sulle dita
di una mano i biopic a tema musicale che sono riusciti nell’impresa di
convincere a pieno i seguaci di quel determinato artista, e, a mio avviso, sono quelli che
hanno trovato una chiave di lettura che riuscisse a travalicare la mera
esposizione cronologica degli eventi o che svoltassero sui generi
cinematografici. Faccio due esempi recenti: Rocket man, il biopic su Elton
John, che si serve del musical o Lord of chaos, dramma a tinte gore sulla nascita del black metal
norvegese.
Anche
qui non tutti i fans furono soddisfatti (e anzi), ma i film funzionavano come
opera compiuta a sè stante, e a mio avviso è questo l’obiettivo che ci si deve dare nel mettere a terra un biopic recitato,
diversamente ci sono i documentari. In A complete unknow, posto il livello di
difficoltà massima dell’operazione, che possiamo sintetizzare nelle tematiche
di cui sopra, nell’enormità del personaggio trattato, nella storia prettamente
artistica e priva dunque di elementi attrattivi di vita
dissoluta&spericolata a base di camere di hotel distrutte, droga (che pure ha
attraversato la vita di Bobby) e sesso a vagonate, siamo comunque davanti ad
un’opera che si regge sulle sue gambe.
D’altro
canto la regia di Mangold è una discreta garanzia. James non è mai stato
considerato un fuoriclasse, ma uno che porta (quasi) sempre a casa il lavoro
(Cop Land, Walk the line, Logan: the Wolverine, Le Mans 66), quello sì.
A complete unknown ci mette due ore e venti per rendere meno di quattro anni di vita di Dylan. Non poco. Da qui, credo, la necessità di saltare alcuni eventi importanti di quel periodo (il tour in UK, la liason con le droghe) che avrebbero inutilmente appesantito la storyline. In compenso la parabola artistica di Bob, dentro un orizzonte temporale in cui il cantautore ha realizzato quattro album (tre, se escludiamo l'esordio composto quasi esclusivamente da cover) e la maggior parte dei suoi pezzi entrati nella leggenda, è definita abbastanza coerentemente. Intendo dire che lo spettatore casuale per il quale Dylan è solo un nome già sentito la può inquadrare e capire a sufficienza.
Timothèe
Chalamet ha creduto fortemente in questo ruolo, sostiene di essersi preparato
per anni, è rimasto deluso dal fatto che Dylan non l’abbia voluto incontrare
(maddai?!?) e se la cava bene sia con la parlata, che si modifica nel corso
dell’asse temporale narrato, che col cantato, tenuto conto dell’inimitabilità del
timbro dylaniano (non l’ho specificato per non passare per il solito nerdone,
ma do per assunto che il film vada visto in lingua originale). Certo, la
certosina attenzione nel replicare i particolari riportati dalle fotografie e dai
video dell’epoca a volte restituiscono, nella figura di Dylan/Chalamet, un
effetto straniante un po' da cosplayer, ma che ci vuoi fà.
Tutto okay quindi? Beh, no. Detto che la pellicola ha trovato faticosamente l’equilibrio tra fan product e audiovisivo per tutti, la parte più critica riguarda i comprimari, i character. Pete Seeger (un convincente Edward Norton) ci viene mostrato come un hippy buonista, insomma dai abbastanza noioso e inconcludente (nonostante l’incipit che lo vedeva a processo), tra canzoncine-scioglingua ed educational tv. In realtà Seeger è stato molto altro, ha scritto pezzi di palese contrasto alla politica americana e recuperato traditional anti militari aguzzi come coltelli. Di Woody Guthrie (Scott McNairy) si poteva trovare il modo di raccontare qualcosa della sua indiscussa centralità nella musica "contro", dalla parte degli ultimi, dei dimenticati, sarebbero bastate un paio di linee di dialogo. Stupisce poi la caricatura tratteggiata su Johnny Cash (Boyd Holbrook), visto il buon lavoro del regista sul suo biopic (Walk the line). Alan Lomax (Norbert Leo Butz) infine, personaggio epocale, che ha avuto un ruolo gigantesco nel recuperare la old time music americana, latina, europea, il folk, il rurale, il gospel, il blues, andando a registrare composizioni che diversamente sarebbero andate perse e che invece oggi fanno parte del patrimonio dell’umanità. Ecco, dipingere uno così come un talebano del folk, facendogli fare il villain del film, è un pò disonesto, superficiale e deprecabile.
Perché guardando A complete unknown, al netto delle inevitabili semplificazioni,
lo spettatore comune può farsi un’idea della scorbutica genialità di Dylan, un’artista che rifiuta i recinti in cui lo vorrebbero rinchiudere, che
si evolve continuamente, come solo i veri Artisti (Mozart, Miles Davis, David Bowie, Lou Reed)
fanno in maniera spontanea, ma perde un po' il contesto artistico che ha
permesso l’eruzione artistico poetica di Bob e i sacrifici compiuti in nome
della musica, della storia e della libertà che qualcuno (Guthrie, Seeger,
Lomax) prima di lui ha compiuto, preparandogli il terreno.
Pur
deludendo i fans e non convincendo appieno i “laici”, A complete unkown resta comunque un film decoroso, il secondo (prima ci fu il visionario Io non sono qui), sull’uomo
che, arrivando da un paesino del Minnesota, ha rivoluzionato per sempre la
musica popolare. Bestemmio se dico che una serie tv, di quelle fatte bene, non
sarebbe una cattiva idea, per coprire almeno i primi vent'anni artistici di questo genio?
giovedì 30 gennaio 2025
Tracce del 2024: Pop, Indie, mainstream...and all the rest
02. Peter Perrett, I wanna go with dignity (The cleansing)
03. English Teacher, The world's biggest paving slab (This could be Texas)
04. Jesus and Mary Chain, American born (Glasgow eyes)
05. Billie Eilish, LUNCH (HIT ME HARD AND SOFT)
06. MJ Lenderman, Joker lips (Manning fireworks)
07. The Lemon Twigs, They don't know how to fall in place (A dream is all we know)
08. Jack White, That's how I'm feeling (No name)
09. Nick Cave and the Bad Seeds, Conversion (Wild God)
10. The Black Crowes, Wanting and waiting (Happiness bastards)
lunedì 27 gennaio 2025
Killer elite (1975)
La CIA si avvale di alcuni gruppi privati di "sicurezza" per appaltagli operazioni che non può svolgere da sè. In una di queste, Mike Locken (James Caan) e George Hansen (Robert Duvall) devono garantire la sicurezza di un importante testimone nella mani dell'Agenzia. I due sono legati da amicizia, ma George tradisce, uccidendo il prigioniero e sparando a Mike, causandogli di proposito danni permanenti.
Su Sam Peckinpah c'è poco da dire, parliamo di uno dei registi più importanti del movimento Nuova Hollywood che ha rivoluzionato gli studios nei settanta con una visione cinematografica di rottura, innovativa, spesso liberal e fuori dagli schemi, pompando sangue giovane in un'industria in crisi. Il regista californiano è ricordato soprattutto per come ha cambiato la semantica del western (dalle nostra parti i suoi film hanno ispirato anche il nome di due riviste musicali, Il Mucchio selvaggio e il Buscadero) e, in generale, per il suo contributo fondamentale al rinnovamento del genere action.
Killer elite non è un uno di quei film che viene citato per primo, quando si parla di Peckinpah, e in effetti si tratta di una pellicola per certi versi anomala nella produzione del regista. Certo, ci sono caratteristiche comuni agli altri film, l'amicizia virile che trascende gli opposti schieramenti, l'agire ai limiti della legge, la subdola mano del potere, ma il tutto contaminato, non senza effetto straniante e inaspettato, con ninjia, shuriken e katane, cioè con il genere wuxia.
E' quella la parte che mi sembra funzioni meno, per il resto Killer elite è il solito gran bel film (un balsamo per gli occhi? La sequenza in mare con le navi in disarmo allineate all'orizzonte) di ere passate in cui l'azione veniva preparata gestendo magistralmente i tempi e la storia non era monopolizzata dalle sparatorie o dagli inseguimenti. Basta vedere come Peckinpah gira il prologo del film, quello del tradimento, con un Duvall esemplare che agisce depotenziando, attraverso una recitazione per sottrazione, la gravità dell'azione commessa. Oppure i tempi - quasi metà film - che la storia si prende per mostrarci la riabilitazione di Mike dopo il ferimento. Ultimo, ma non per importanza, il cast dei comprimari, dove spiccano i due soci di Mike, Mac e Miller, con il primo interpretato da un Burt Young, il Paulie della saga di Rocky, che sembra sempre capiti lì per caso (ma funziona, intendiamoci).
lunedì 20 gennaio 2025
Steve Earle, Alone again... Live (2024)
"Ci sono due generi di musica: c'è il blues e c'è lo zip-a-dee-doo-dah. Questo non è zip-a-dee-doo-dah".
Non so, ma a me basterebbe questa battuta (copyright Townes Van Zandt), pronunciata da Steve nell'introduzione di South Nashville blues, per entrare nel giusto mood di un live album. E sì che di dischi dal vivo l'artista della Virginia, da pochi giorni settantenne, nel corso della carriera ne ha già pubblicati una mezza dozzina, cosa può aggiungere, nel 2024, in una fase artistica dignitosamente calante, questo Alone again?
Il rischio era che non aggiungesse niente, e invece Alone again è uno dei dischi migliori che Steve ha pubblicato da almeno tre lustri. Queste registrazioni catturate durante il suo tour solo acustico del 2023 ci offrono infatti uno Steve Earle inedito, almeno per come lo ricordo io che l'ho visto dal vivo in tre occasioni, sia full band che da solo, e in tutti i casi almeno fino a metà show ho assistito ad un frontman imbronciato, scontroso e poco incline al dialogo col pubblico, e me lo ritrovo qui ciarliero, di buon umore e bendisposto a parlare non solo di temi politico-sociali, ma anche, con ironia, di sè stesso, della sua infanzia, delle donne della sua vita.
Tuttavia il vero valore aggiunto di questo disco è senza dubbio l'empatia che il texano d'adozione trasmette con tutti gli intermezzi parlati, nonostante il pubblico non sembri sempre essere composto da die hard fans (lo dico per la pigrizia con cui risponde all'invito al classico, attesissimo singalong su Ain't ever satisfied).
Sono anche piccole cose, freddure fulminanti come nel caso della successione in sequenza di due canzoni sulla perdita dell'amore (Now she's gone e Goodbye) legate dal nostro con una semplice battuta ("same girl, different harmonica"), oppure la frase secca che introduce CCKMP (Cocaine Cannot Kill My Pain): " welcome to my nightmare". Poi ci sono anche i racconti più ampi, narrati da consumato reader (Steve ha pubblicato anche un paio di romanzi, la recensione del secondo è qui), come il racconto dell'infanzia texana, in cui Earle matura la consapevolezza che, non essendo portato per il football americano, se avesse voluto uscire da quel contesto (like Bruce said: "it's a town full of losers and I'm pullin' out of here to win"), avrebbe dovuto fare altro. E lui era bravo con la chitarra, al punto da "avere un seguito di 4-5 ragazze che si litigavano il ruolo da protagonista delle mie canzoni, non capendo che erano tutte dedicate... a me stesso".
Lo fa esprimendo orgoglio per quel disco del 2020 ("un disco fatto bene... ne ho fatti anche un paio fatti non tanto bene" - allora non avevo torto... - ).
Lo fa descrivendo quella tragedia come la peggiore in quell'ambito dagli anni settanta.
Un disco bellissimo, finalmente. Ai fan è superfluo consigliarlo, ma sarebbe a mio avviso anche uno straordinario veicolo per far scoprire un artista immenso a chi oggi ancora non lo conosce.
giovedì 16 gennaio 2025
Tracce del 2024: Hard rock, metal, extreme
02. Kerry King, From hell I rise (From hell I rise)
03. Poppy, They're all around us (Negative spaces)
04. Iotunn, Iridescent way (Kinship)
05. High on Fire, Burning down (Cometh the storm)
06. The Dead Daisies, I wanna be your bitch (Light 'em up)
07. D-A-D, 1st, 2nd & 3rd ( Speed of darkness)
08. Body Count, Fuck what you heard (Merciless)
09. Blood Incantation, The stargate [Tablet III] (Absolute elsewhere)
10. Deep Purple, Portable door (= 1)
11. Alcest, Flamme jumelle (Les chants de l'aurore)
12. Gatecreeper, The black curtain (Dark superstition)
13. Knocked Loose, Blinding faith (You won't go before you're supposed to)
14. Cats in Space, This velvet rush (Time machine)
15. Job For a Cowboy, Beyond the chemical (Moon healer)
16. Judas Priest, Crown of horns (Invincible shield)
17. Bruce Dickinson, Rain on the graves (The Mandrake project)
18. Sebastian Bach, What I got to lose (Child within the man)
19. Chat Pile, Funny man (Cool world)
20. Saxon, Madame guillotine (Hell, fire and damnation)
lunedì 13 gennaio 2025
Recensioni capate: Stormy monday (1988)
Ogni tanto mi diletto a ravanare tra i dvd in promozione sui siti di e-commerce (che hanno idealmente sostituito i mitici cestoni delle catene fisiche) e trovo delle piccole perle (altre delle ciofeche, ma va beh) a costi inferiori di un etto di mortadella. E' il caso di questo Stormy monday, opera prima del regista inglese Mike Figgis, girata a Newcastle con un cast che, tra nomi già allora emergenti e altri che lo sarebbero stati, appare oggi di grande prestigio, dalla bellissima ed elegante Melanie Griffith, ad un giovane Tommy Lee Jones, ad uno Sting che si conferma poco incline alla recitazione e tuttavia adatto al ruolo, ad un semi esordiente Sean Bean (che condivide per qualche minuto la scena più "gansta" del film con James Cosmo, un quarto di secolo prima di ritrovarlo sul set de Il trono di spade).
giovedì 9 gennaio 2025
Tracce del 2024: old time music, country e americana
In attesa di tornare a stilare la mia lista dei dischi più ascoltati dell'anno (ci vorrà ancora qualche settimana) mi porto avanti con una playlist di tracce singole. Il consiglio, se qualche canzone dovesse aprirsi a suggestioni, è sempre quello di recuperare l'album nella sua interezza. Linko ai titoli il corrispettivo video da youtube e, laddove postata, la mia recensione del disco.
02. Cody Jinks, Sober thing (Change the game)
03. Emily Nenni, Drive and cry (Drive and cry)
04. Charlie Crockett, Hard luck & circumstancies ($10 dollar cowbooy)
05. Sierra Farrell, Chittlin' cookin' time in Cheatam County (Trail of flowers)
06. 49 Winchester, Leavin' this holler (Leavin' this holler)
07. Johnny Cash, Well alright (Songwriter)
08. Billy Strings, Seven weeks in county (Highway prayers)
09. Zach top, Bad luck (Cold beer & country)
10. Silverada, Wallflower (Silverada)
11. Gillian Welch and David Rawlings, Empty trainload of sky (Woodland)
12. Martin Stuart and his Fabolous Superlatives, I need to know (Petty Country)
13. Jamey Johnson, Someday when I'm old (Midnight gasoline)
14. Karen Jonas, Let's go to Hawaii (The rise and fall of american kistch)
15. Johnny Blue Sky, One for the road (Passage du desir)
lunedì 6 gennaio 2025
Recensioni capate: Piove (2022)
Finalmente, grazie
a Raiplay, sono riuscito a recuperare questo film del 2022 che mi aveva molto
incuriosito e che aveva fatto girare il nome di Paolo Strippoli (A classic
horror story, su Netflix) come nuova speranza del cinema di genere italico.
Questa la mia chiave di lettura del film, ma è chiaro che Piove si può godere anche solo come film horror, la mano del regista è in questo senso impeccabile e così l’uso del montaggio alternato a far crescere la tensione nei momenti opportuni. Gli effetti speciali, sia quelli artigianali che quelli digitali, sono convincenti e ultimo ma non per importanza, cazzo, il film è recitato bene, in particolare dai due protagonisti, rispettivamente padre (Fabrizio Rongione) e figlio (Francesco Gheghi). Può sembrare un aspetto scontato ma nel coraggioso cinema di genere italiano a budget ridotto all’osso, i tempi di produzione strozzati dal contenimento dei costi spesso influiscono negativamente su questo fondamentale.
Fosse stato un
film coreano o spagnolo, saremmo nella media di qualità di quelle produzioni,
essendo invece un prodotto nostrano (co-produzione belga), per Piove c’è quasi
da gridare al miracolo.
Raiplay
giovedì 2 gennaio 2025
My Favorite Things, novembre e dicembre 2024
Longlegs (3,75/5)
Canary black (1,5/5)
Visioni seriali
The Penguin (3,5/5)
LETTURE
James Ellroy, Un anno al vetriolo