Comincio a pensare che, col tempo, io mi sia piuttosto indurito (nei sentimenti) e non escludo di essere diventato un pò cinico. Si spiegherebbe così la ragione per cui non ha fatto breccia un film strappalacrime come The whale e perchè, pur avendola trovata una pellicola gradevole, natalizia per certi versi, non abbia raggiunto nessuna epifania per questo acclamato The holdovers. Anche qui prima i lati positivi del titolo: la prova del trio Giamatti/Sessa/Randolph (con Paul e Da 'Vine Joy in pole position per l'Oscar) senza dubbio rimarchevole. Poi la critica al sistema delle classi americano, che non guasta mai. Infine alcuni dialoghi efficaci e divertenti. Il tutto però, a mio modo di vedere non bilancia l'elemento narrativo di The holdovers: il plot visto e rivisto di un personaggio scorbutico che in realtà (accenno di spoiler) ha un cuore d'oro e si redime attraverso il sacrificio finale. Da Alexander Payne, regista soprattutto del cattivissimo Election, ma anche di Atlantic City, era forse lecito aspettarsi qualcosa di più corrosivo. Alla fine ha sempre ragione Sir Alfred quando affermava che la ricetta per un buon film è composta di tre elementi: "sceneggiatura, sceneggiatura e sceneggiatura".
lunedì 26 febbraio 2024
lunedì 19 febbraio 2024
John Mellencamp, Orpheus descending (2023)
Album numero venticinque per uno dei beniamini di Bottle of Smoke. Chiedo scusa in anticipo se mi perdo spesso in paralleli tra artisti accumunati da un'affinità stilistico/anagrafica, tuttavia anche in questo caso, in premessa, mi piace ribadire quanto apprezzi la scelta coerente dell'artista di "accettare" serenamente il peso degli anni (John è del '51) e pertanto di smarcarsi dalle pose da rock mainstream che lo avevano a lungo caratterizzato a partire dagli ottanta. C'è peraltro da sottolineare come questo processo di maturazione sia in atto da tempo, ma è negli ultimi due tre lustri che ha raggiunto una stabilità per conto mio davvero apprezzabile.
Lightning and luck salda il nuovo Mellencamp con il vecchio, mettendo assieme un refrain identitario con l'attuale approccio rilassato, mentre Perfect world (omaggio di Springsteen) evita i clichè del Bruce a corto di idee degli ultimi lustri, risultando anch'essa più che positiva.
Un disco buono, a tratti ottimo, le cui atmosfere evocative ed affascinanti devono molto alla mai troppo celebrata Lisa Germano e al suo incantevole violino.
lunedì 12 febbraio 2024
Recensioni capate: The whale (2023)
Charlie è un professore di lettere che tiene corsi di laurea in modalità remota. A seguito della morte del suo compagno, decide più o meno consapevolmente di lasciarsi morire. Scivola in una condizione di obesità patologica che lo imbarazza (non incontra estranei e durante le lezioni on line tiene la propria fotocamera spenta) e che, soprattutto, gli provoca frequenti attacchi cardiaci. E' assistito dall'infermiera Liz che lo accudisce con affetto e autorità. Ha una figlia adolescente, Ellie, con cui cerca di recuperare il rapporto, spezzatosi da quando ha deciso di vivere a pieno la sua relazione sentimentale con un uomo, lasciando la famiglia.
Non lo volevo vedere, questo film. Lo ammetto, sono prevenuto sulle produzioni hollywoodiane in cui attori normodotati interpretano le disabilità con abbrivio nella corsa all'Oscar. Ne ho visti a sufficienza per alimentare i miei pregiudizi a causa di narrazioni basate alla fine sempre su pietismo e ricerca dell'empatia con il pubblico unicamente attraverso la leva della commozione a buon mercato. Dopodichè resto sempre un gran incoerente (oltre che un appassionato cinefilo), e quindi, nell'ambito del recupero di alcuni film mainstream del 2023, l'ho messo sotto. E purtroppo le mie perplessità hanno trovato conferma.
Non che il film sia inguardabile, tutt'altro. La regia di Aaronfsky e la scelta di trasmettere ulteriore angoscia e claustrofobia attraverso l'uso del formato 4:3 rendono efficace la trasposizione del soggetto rispetto all'origine teatrale, almeno a livello di estetica. Bene poi il focus sul tema poi dell'obesità, probabilmente una delle patologie per noi tutti più respingenti, e verso la quale si colpevolizza maggiormente chi ne soffre, così come la critica sul sistema sanitario americano o il radicalismo di alcune organizzazioni religiose, e pur tuttavia è quello che in ultima analisi alza il livello di una pellicola (sceneggiatura, dialoghi, recitazione) che mi ha lasciato perplesso.
Così gli aspetti positivi cui accennavo in precedenza, vale a dire la critica alla società americana, la morale ultra-cattolica e il disgusto che provoca in molti la sola vista di persone obese, ne escono ridimensionati. E anzi, la contro-morale che il film ci impartisce, laddove sembra quasi che la scelta di Charlie di abbandonare moglie e figlia piccola per vivere la sua relazione d'amore omosessuale sia, nell'ottica degli autori, più giustificabile, sostenibile e legittima che nel caso di tradimento per un'altra donna, arriva ad essere financo un pò fastidiosa. L'assioma, che si regge sul coraggio che questa scelta ha di andare contro, sfidare le convenzioni pubbliche avrebbe avuto un grande senso negli anni cinquanta, oggi, insomma, direi di no.
Che dire? Il mio bel pianto me lo sono anche fatto, ma that's all.
lunedì 5 febbraio 2024
Steve Earle, Jerry Jeff (2023)
Tuttavia difficilmente questo Steve Earle avrebbe fatto così prepotentemente breccia nei miei gusti. I dischi sono tutti formalmente impeccabili, ma a volte si fatica a distinguerne uno dall'altro, nonostante l'immutata capacita di songwriting dell'autore di John Walker's blues. Anche in questo caso (il disco è dedicato alla memoria di Jerry Jeff Walker) non è che ci si possa lamentare di pezzi rispettosi delle tradizione rurali come Gettin' by; Gipsy songman o I makes money (money don't make me), o di classiche ballate acustiche come My little bird o My old man, ma insomma se le antenne si rizzano quando si cambia un pò canone con Hill country rain o con l'evocativo blues solo armonica e voce Old road, un motivo ci sarà pure.
giovedì 1 febbraio 2024
Playlist consuntivo 2023 (5/5): metal
Io ci ho messo un pò di tutto, dalle cose più nostalgiche che si cagano solo gli anziani miei coetanei, al nu nu metal, al death, al black che, paradossalmente, oggi è il (sotto)genere che più riesce ad interessare gli appassionati non metallari. Incredibile, se si pensa a quanto fosse settario e respingente ai tempi dei suoi primi, autenticamente spaventosi, vagiti.
02. In Flames, Meet your maker
03. Overkill, Scorched
lunedì 29 gennaio 2024
Margini (2023)
I Wait for nothing sono un gruppo HC punk ahi loro, non di Detroit ma di Grosseto. La band, composta dagli amici Michele, Edo e Iacopo, nonostante le frustranti difficoltà di esibirsi o anche solo trovare uno spazio per le prove, decide di concedersi una botta di vita organizzando un concerto per un grande nome americano (i Defense) cui fare da opener, sperando così, in termini di visibilità, di beneficiare della prevista grande affluenza di pubblico.
Immagino non sia complessivamente semplice fare un film così, sugli struggimenti di un gruppo che fa musica intransigente, politicizzata, urticante e fuori moda, nella sonnacchiosa provincia italiana. Non è semplice dal punto di vista produttivo, visto lo stato del nostro cinema, e non è banale dal punto di vista "ideologico", sarebbe stato infatti un tradimento riuscire a realizzare Margini senza però rispettare concettualmente la disciplina straight edge di un genere che è anche uno stile di vita. Il film supera di slancio entrambe le difficoltà. Gli ideatori Niccolò Falsetti (anche regista) e Francesco Turbanti (il protagonista Michele) mettono in scena qualcosa di credibile proprio perchè autenticamente calato in un territorio e una realtà musicale che ben conoscono, in quanto già membri di un gruppo punk, i Pegs, che si è misurato continuamente coi problemi (di provincialismo, budget, strumentazione, location) raccontati nel film.
Al netto di una sceneggiatura validissima che elude gli abusati clichè cinematografici (a titolo esemplificativo cito la conclusione della sequenza in cui Iacopo siede sulla panchina della stazione indeciso se mollare gli altri e partire o restare per il concerto) e dialoghi convincenti, verosimili, l'arma in più del film è la capacità di intrecciare uno stile di vita che si vuole irriducibile con un'ipocrita parassitismo familiare dei due protagonisti, uno mantenuto da mamma e compagno, l'altro dalla moglie. Una contraddizione espressa magnificamente in un sola linea di dialogo, quella che Edo rivolge alla mamma chiedendole preoccupato se abbia stirato la maglietta dei Discharge: un cortocircuito geniale tra un modello di ribellismo punk e un pò di bamboccionismo.
Bravissimi, perchè credibili, tutti i personaggi, a partire dalla band: Michele (Francesco Turbanti), Edo (Emanuele Linfatti) e Iacopo (Matteo Creatini). Menzione d'onore per il ruolo sopra le righe ma divertentissimo del titolare della discoteca Eden nonchè compagno della madre di Edo, Nicola Rignanese.
Da rimarcare infine come il film sia stato entusiasticamente "approvato" dall'ampio sottobosco di band punk/hardcore italiane, che hanno composto la colonna sonora e permesso l'utilizzo dei propri brani, dai seminali Negazione a Klaxon, Gli Ultimi, i Rappresaglia, gli stessi Pegs e i Payback, che nella pellicola interpretano gli americani Defense.
Se non si fosse capito, un autentico, insperato gioiellino.
giovedì 25 gennaio 2024
Playlist consuntivo 2023 (4/5): la roba di tendenza
02. Shame, Fingers of steel
03. Anohni and the Johnsons, It must change
lunedì 22 gennaio 2024
Perfect days (2024)
Per una volta i claim che potete leggere sulla locandina sono autentici e veritieri, Perfect days è un film che ipnotizza, dolcemente, aggiungo io, e davvero, non vorresti mai togliere gli occhi dallo schermo, fino all'indimenticabile piano sequenza finale sulle note di Feeling good di Nina Simone. Perchè sì, questo è anche un film imperniato sull'arte (letteratura, fotografia) e sulla musica, sulla forza della musica, con una colonna sonora che, essendo tutta in modalità diegetica, diventa spesso argomento di dialogo, nel furgoncino di Hirayama, tra il protagonista e l'occasionale passeggero.
E pur trattandosi tendenzialmente di brani arcinoti e magari un pò sputtanati, quali ovviamente Perfect day di Lou Reed, The house of rising sun (The Animals) , Sunny afternoon (The Kinks), Brown eyed girl (Van Morrison), Redondo beach (Patti Smith), Pale blue eyes (Velvet Underground) e (Sitting on ) the dock of the bay (Otis Redding) , la messa in scena gli restituisce intatta tutta la forza dirompente della prima volta.
ME-RA-VI-GLIO-SO.
giovedì 18 gennaio 2024
Playlist consuntivo 2023 (3/5): "classic rock"
Certo, qualunque cosa "classic rock" voglia dire. Nulla probabilmente. Un'etichetta come tante per porre la musica su uno scaffale. Tuttavia, giusto per capirci, l'elenco spazia dal folk al blues al prog all'americana, ai grandi vecchi e ai giovani che suonano come i grandi vecchi, a tutto ciò che in qualche maniera prende il bersaglio grosso del rock.
Country, metal, la roba trendy e indie/pop tendenzialmente no, per quelli ci sono/ci saranno appositi post.
02. Ian Hunter, Defiance
03. Foo Fighters, Rescued
04. Neil Young, When I hold you in my arms
05. The Struts, Too good at raising hell
06. Iris DeMent, Workin' on a world
07. The Hives, Countdown to shutdown
08. Ann Wilson,This is now
09. DeWolff, Heart stopping kinda show
10. Steve Earle, Hill country rain
11. Gov'T Mule, Shake our way out
12. Iggy Pop, Strung out Johnny
13. Peter Gabriel, Love can heal
14. Black Star Riders, Better than saturday night
15. Greta Van Fleet, Meeting the master
16. Paul Simon, My professional opinion
17. Skindred, Set Fazers
18. U2, Two hearts beat as one (versione 2023)
19. Steve Wilson, What life brings
20. Therapy?, Joy
21. Lucero, Buy a little time
22. Alice Cooper, Dead don't dance
23. Wilco, Evicted
24. Cowboys Junkies, What I lost
25. The Cold Stares, Nothing but the blues
26. Rival Sons, Rapture
27. Duane Betts, Saints to sinners
28. Joe Perry, Sick & tired
29. Those Damn Crows, This time I'm ready
lunedì 15 gennaio 2024
Dirty Honey, Can't find the brakes (2023)
giovedì 11 gennaio 2024
Playlist consuntivo 2023 (2/5) : Jazz
Stesse regole del plailistone country. Decisamente meno titoli di quell'elenco, sebbene la durata complessiva rischi di essere tendenzialmente la medesima. Ho cercato di essere trasversale ai generi, dal modale allo sperimentale, dal purismo strumentale al cantato, dal sax alla batteria alla chitarra al piano. Spero di esserci riuscito.
02. Gretchen Parlato, Lean in
03. Joe Lovano Trio, Our daily bread
04. Cecile McLorin Salvant, La route enchantee
05. Brad Mehldau, Golden Slumbers
06. Chris Potter, Got the keys to the kingdom
07. Jason Moran, From the dancehall to to the battlefield
08. John Scofield, Mr Tamburine man
09. Wolfgang Muthspiel, Dance of the elders
10. Yussef Dayes, Chasing the drum
11. Jamie Branch, Take over the world
12. Fred Hersch & Esperanza Spalding, Some other time
13. Ambrose Akinsimure, Weighted corners
14. Fire! Orchestra, ECHOES: A lost farewell
lunedì 8 gennaio 2024
Playlist consuntivo 2023 (1/5): country
mercoledì 3 gennaio 2024
MFT, novembre e dicembre 2023
Locked in (2/5)
Uno dovrà morire (2,25/5)
Killers of the flower moon (3,5/5)
Reptile (3,25/5)
lunedì 25 dicembre 2023
Recap + Playlist sciuè sciuè di fine anno (un pò christmas un pò no)
Vorrei ammantarmi di grande virtù morale e sostenere che la sospensione di pubblicazioni sul blog rispondeva ad un periodo di lutto dovuto al trapasso dell'ispiratore di tanti momenti della mia vita ed anche di questo piccolo spazio di scrittura (sì, mi riferisco a mr. MacGowan), ma in realtà queste abbondanti tre settimane di assenza sono dovute al saldarsi di periodi di super lavoro con problemi di salute, che hanno prodotto una disaffezione alla scrittura o anche solo all'idea di postare qualcosa. Ci sono già passato e fu una condizione transitoria, vediamo quanto lo sarà stavolta. Buone feste.
02. The Jon Spencer Blues Explosion, Bellbottoms (1994)
03. Ben Vaughn, Dressed in black (1990)
04. Tom Waits, Christmas cards from hooker in Minneapolis (1978)
05. Health, Blue monday (Atomic Blonde OST, 2017)
06. Turnpike Troubadours, Brought me (2023)
07. Twisted Sister, Deck the halls (2006)
08. Kaleida, 99 luftballons (Atomic Blonde OST, 2017)
09. Bob Dylan, It must be Santa (2009)
10. Peter Gabriel, The court (2023)
11. Miles Davis, Larry Carlton, David Sanborn, Paul Shaffer, We three kings of Orient are (1988)
12. AC/DC, Mistress for Christmas (1990)
13. The Ramones, Merry Christmas (I don't wanna fight tonight) (1987)
14. Sinèad O' Connor with Shane MacGowan, Haunted (1995)
15. Trans-Siberian Orchestra, Carol of the bells (2015)
16. Amparo Sanchez, Corazòn de la realidad (2009)
17. Altan, Drowsy Maggie/Rakish Paddy/Harvest storm (1992)
18. Boz Scaggs, Lowdown (1976)
19. David Bowie, Always crashing in the same car (1977)
20. Raul Malo, I said I love you (2001)
21. Babes in Toyland, Handsome and Gretel (1991)
22. Danger Mouse feat. Run The Jewels and Big Boi, Chase me (Baby Driver OST, 2017)
24. Afghan Wigs, Debonair (1994)
venerdì 1 dicembre 2023
Codladh samh, Shane.
Shane MacGowan è morto. Ha deciso di farlo proprio nel periodo dell'anno in cui, ciclicamente, i Pogues affermano la loro postuma, ironicamente sadica, vittoria sulla società consumistico-capitalistica, grazie all'incomprensibile inclusione di Fairytale of New York in tutte le playlist sparate in ogni dove, da Spotify ai grandi mall. E ogni volta, in mezzo a Dean Martin e Frank Sinatra, ad una Let it snow e una All I want for Christmas is you, sogghigno di soddisfazione quando arrivano i nostri e il testo giunge al punto in cui Shane e Kristy MacColl si scambiano affettuosi auguri, che vanno da "mantenuto, teppista", a "vecchia puttana drogata morente con la siringa nel braccio" per passare a "feccia, verme" e "piccolo frocio da quattro soldi" e concludere con "buon Natale, coglione, prego Dio sia il tuo ultimo".
Questo blog ha il titolo di una canzone dei Pogues, nasce nell'attesa di un loro concerto in trasferta a Brixton. Dunque da un mio legame fortissimo con una band che nel periodo new wave ha portato una contaminazione musicale inedita, per mezzo di un collegamento tra spirito punk e musica tradizionale, riuscendo a creare un volano tra canzoni dimenticate, superate dal tempo, considerate roba da vecchi scorreggioni e la rabbia giovanile degli anni della Thatcher. Un ponte tra una terra martoriata dalla guerra civile e la riscoperta dell'isola smeraldo da parte di milioni di cittadini del mondo (italiani e francesi in testa).
I Pogues erano una band fortemente politica, in culo ai conservatori inglesi e con una bella manciata di canzoni censurate in Inghilterra (in pratica mezza tracklist di If I should fall from grace with god) per l'orgoglio con cui affermavano l'identità irlandese, in un periodo in cui l'IRA era attiva e operante. Una band rivoluzionaria e combattente, capitanata da un MacGowan dotato di carisma, allure, di una cultura, l'ho scritto nella recensione di "Una pinta con", che gli permetteva spontanei e frequenti riferimenti al pantheon di scrittori irlandesi, quali i noti James Joyce, l'immancabile Brendan Behan, William Butler Yeats, ma anche altri. Insomma leggi il testo di The sick bed of Cuchulainn e dimmi quanti altri avrebbero potuto scriverlo.
Quasi ogni canzone degli anni migliori della band (1984/1990), al novanta per cento scritte da Shane, avevano miriadi di spunti politici, culturali, identitari, letterari, poetici, legati alla terra d'origine dei componenti. Shane ci racconta che dopo il terzo album (appunto If I should fall...) non ha più condiviso la direzione stilistica che ha preso la band ma si è trascinato tra assenze, ritardi e condizioni non conciliabili con tour e studi di registrazione.
Ho avuto l'occasione di vedere i Pogues dal vivo due volte (entrambe documentate sul blog, qui e qui), nell'ambito di tour organizzati fuori tempo massimo (seconda parte anni zero) probabilmente al solo scopo di raggranellare gli ultimi spiccioli possibili, mettendo al centro dell'arena, davanti al pubblico-gladiatore, un MacGowan vittima sacrificale che barcollava, perdeva il filo delle canzoni ed era obbligato ad una pausa nel backstage ogni due-tre canzoni, ma che, in qualche modo, portava a termine il lavoro.
Il fisico di MacGowan era da tempo minato da patologie certamente riconducibili ad una vita dissoluta segnata da alcolismo e tossicodipendenze. In molti si stupiscono fosse ancora vivo e, al netto del cinismo, c'è da capirli. Gli ultimi segnali al mondo esterno, l'intervista al Guardian e la visita di Springsteen, erano purtroppo indizi estremamente eloquenti sull'approssimarsi dell'arrivo della triste mietitrice. Eppure, non fosse costretto su una sedia a rotelle a seguito di una brutta caduta, questa pelle dura di irlandese scontroso forse sarebbe ancora qui a dirci di baciargli il culo e noi ad aspettare un suo ultimo disco (di cui parla anche nel memoir scritto assieme alla moglie quasi vent'anni fa), incuranti della mestizia che l'ascolto avrebbe comportato.
Anche per noi che abbiamo sviluppato un rapporto quasi patologico con la musica, passata la giovinezza si sono diradati i casi in cui, ascoltando una melodia ci si è spalancata un'epifania, siamo stati colpiti dall'equivalente della sindrome di Stendhal per le opere d'arte. A me l'ultima volta in assoluto è successo proprio con una canzone dei Pogues. Non una di quelle più note e celebrate e se è per questo nemmeno una scritta da lui o dal gruppo. Si tratta di And the band played Waltzing Mathilda, una composizione di Eric Bogle attinente uno dei tanti massacri di guerra, nello specifico quello delle truppe australiane mandate come carne da cannone a farsi trucidare a Gallipoli, in Turchia. Il brano chiude il secondo lavoro dei Pogues, Rum, sodomy and the lash e l'interpretazione che ne dà Shane è di quelle memorabili. Così successe che qualche anno fa mi trovavo su qualche vetta verdeggiante della Valsassina, probabilmente dopo una qualche accesa discussione familiare, e, infilate le cuffie e acceso il lettore mp3, mentre camminando lo sguardo si perdeva nel verde dei monti, mi sono fanno inondare dalle note malinconiche e dalle parole cariche di disperazione di questo pezzo, fino alle lacrime. Scelgo lei dunque, anche se, probabilmente, per la vita senza compromessi e per l'irlandesità di Shane MacGowan, The parting glass, sarebbe sicuramente un commiato più congruo.
In ogni caso, finchè funzionerà il camouflage natalizio di Fairytale of New York ad accompagnare il momento di massa più ipocrita dell'anno, l'ultima risata a risuonare rauca e beffarda sarà sempre quella di Shane MacGowan.
lunedì 27 novembre 2023
Diabolik - Ginko all'attacco! (2022)
A giorni nei cinema la chiusura della trilogia.
lunedì 20 novembre 2023
Playlist sciuè sciuè 7
19. Tom Robinson Band, Up against the wall (1978)
lunedì 13 novembre 2023
The Rolling Stones, Hackney diamonds (2023)
Per essere uno decisamente orientato al cosiddetto "classic rock" devo ammettere che il sacro fuoco per i Rolling Stones non ha mai divampato in me. Ne è fedele testimonianza la pressochè totale assenza di post a loro dedicati in diciassette anni di blog. Certo, con gli Stones ho pagato a lungo una falsa partenza, quando, da ragazzo, nel periodo in cui facevi esperienze anche comprando a scatola chiusa, il primo acquisto mai fatto per la band fu Dirty work, che si rivelerà essere il peggior titolo da loro mai rilasciato. Tuttavia col tempo ho pagato il debito a questa seminale formazione, con il doveroso riconoscimento ad una manciata di album irrinunciabili, quali Let it bleed (il mio preferito), Sticky fingers e Exile on main st., che sono entrati nel mio pantheon epico, ma insomma , come premettevo, al netto di qualche raccolta (la recente On air, sui primi anni di attività) e qualche live (come l'ottimo Stripped), ho un pò mollato il colpo. Lacuna mia? Sicuramente.
C'è da rilevare che, dopo un periodo - i novanta e gli zero - in cui le uscite degli Stones erano accolte con malcelato disinteresse, la meraviglia e lo sbigottimento nel vedere Jagger e Richards novelli highlander a dispetto degli stravizi dell'età dell'oro, a sgambettare (Jagger) ottantenni sul palco come se non ci fosse un domani, ha in qualche modo ingenerato una nuova poderosa ondata di interesse e rispetto da parte della scena, che ha a sua volta gonfiato un hype d'altri tempi per un disco nuovo di inediti atteso dal 2005 (A bigger bang). Apparentemente gli stessi Stones, che nel frattempo hanno seppellito l'amico e sodale di una vita Charlie Watts, volevano qualcosa di rilevante, potente, melodico, fresco ma sempre molto, molto identitario.
Il boost di una produzione scaltra e moderna si sente subito, nell'approccio a Hackney diamonds, con il singolo di lancio Angry (accompagnato da un video delizioso, si può ancora dire?) e una manciata di canzoni dal piglio classico ma dall'impatto estremamente cool e sfrontato, come Get close, Bite my head off, Live by the sword o con un pezzo dal refrain irresistibilmente pop, qual è Whole wild world.
Siamo ormai abituati a rockstar più o meno ottuagenarie che ancora gliel'ammollano. Ho notato però un'evidente differenza tra il cantato di un Dylan, dell'ultimo Cash, di Springsteen o di Young e Mellencamp, rispetto a quello di Jagger. Le voci dei coetanei degli Stones portano il segno del tempo, non sono le stesse di trenta, quarant'anni fa. Sono sempre leggendarie e riconoscibili, solo fisiologicamente diverse. Quella di Mick, no. E' la stessa cazzo di voce di sempre. Mettiamoci anche l'intervento della tecnologia in fase di registrazione, ma è comunque un elemento incredibile. Poi, se chiedi a me, io preferisco la maturità delle interpretazioni vocali dei grandi vecchi, ma è una valutazione soggettiva.
Non c'è un disco degli Stones senza ballate, senza blues e, da Some girls del 1978, senza almeno una canzone affidata alla voce di Richards. La regola è confermata anche in questo lavoro, rispettivamente con Depending on you, Dreamy skies (bellissima, un pezzo rurale in odore di Tennessee e Hank Williams), con la ripresa di Rollin' stone di Muddy waters (pezzo da cui la band ha tratto ispirazione per il proprio brand) che qui diventa Rolling Stones blues e, infine, con l'ugula di Keith, qui sì, invecchiata come un bourbon di qualità, che ci porta sulle polverose note di Tell me strenght.
In un disco di questa portata non possono infine mancare gli ospiti. E infatti ci sono, ma si muovono con deferenza, quasi a non farsi scoprire dall'ascoltatore distratto. Eppure parliamo di musicisti del calibro di Elton John, Lady Gaga, Paul McCartney, Stevie Wonder e persino Charlie Watts, le cui sessioni sono state recuperate per un paio di brani, Mess it up e Live by the sword.
E comunque, quando in un disco trovi una canzone, magari un pò troppo satura e retorica, ma dalla diamantina bellezza soul gospel come Sweet sounds of heaven, che gli vuoi dire a sti tre debosciati? Che sia o meno l'ultimo album della vita (e io non lo credo), solo Grazie.
giovedì 9 novembre 2023
Recensioni Capate: Winnie-the-Pooh - Sangue e miele (2023)
Quanto ci piaceva l'idea che qualcuno sfanculasse il più noto e insopportabile personaggio Disney per l'infanzia, trasformando i character originari dei libri di Milne e Shepard in villain da slasher movie? Tanto. E tanta è stata la delusione nell'assistere ad un film che sembra girato da qualcuno che in vita sua non abbia mai visto un singolo horror, al punto che, duole dirlo, ma in questa produzione inglese manca tutto: regia, dialoghi, sceneggiatura, fotografia, prove attoriali, trucco e parrucco. Salvo gli effetti speciali ma esclusivamente per la scelta di optare per l'artigianato e non il digitale. Winnie e Pimpi dovrebbero essere degli animali antropomorfi, ma vengono messi in scena sciattamente come degli uomini con (brutte) maschere di silicone. Il film è talmente atroce che non ti solletica nemmeno quel sano brivido ridanciano delle zozzerie di serie B. Che coraggio mettere in cantiere il sequel!
lunedì 6 novembre 2023
Mine Yndlingsting, settembre ottobre '23
Il ritorno di Casanova (3/5)
LETTURE
Oliver Stone, Cercando la luce
















