giovedì 7 agosto 2014

80 minuti di Bruce Springsteen

Quante compilation di Springsteen avrò fatto nel corso della mia vita? Innumerevoli, senza ombra di dubbio. E anche se avevo smesso da tempo di assemblarle mi sono arreso all'evidenza che con il Boss non sei mai del tutto disintossicato, difatti, da qualche giorno, una manciata di suoi pezzi hanno cominciato a girarmi in testa e, come spesso mi accade, ho sentito l'esigenza di metterli in sequenza e regalarmi dei robusti singalong nel traffico automobilistico dei pendolari. L'unico criterio di scelta adottato è quello che prevede l'assenza di un criterio scientifico. Se proprio vogliamo c'è un filo conduttore tra il legame che ho con queste canzoni e il loro mood:  lento o al massimo mid-tempo. Dalla tracklist credo inoltre emerga il mio amore per la quarta facciata (in termini di vinile) di The River e per quel gioiellino per pochi cultori che è stato Tunnel of love.
E siccome c'ho ripreso gusto, è in preparazione un ovvio volume due...

1. Thunder road
2. Tougher than the rest
3. Something in the night
4.The ties that binds
5. Meeting across the river
6. Brilliant disguise
7. Lucky town
8. Fade away
9. Long time coming
10. Point blank
11. Walk like a man
12. The promise land
13. The price you pay
14. Tunnel of love
15. Backstreet
16. When you're alone
17. Born to run (live acoustic version)

giovedì 31 luglio 2014

MFT, luglio 2014

LA MUSICA

Beh, il mese di luglio è stato quasi interamente dedicato all'ascolto intensivo dei Black Sabbath post-Ozzy e con Ronnie James Dio alla voce. Heaven and hell, Mob rules, Dehumanizer per quanto concerne i lavori in studio, Live evil e Live at Radio City Music Hall (uscito nel 2007 sotto la ragione sociale degli Heaven and Hell) per i dischi dal vivo, mi hanno tenuto compagnia a lungo e, non essendone ancora saturo, presumo lo faranno ancora per un po'.
 
 
La playlist degli album del mese include inoltre Eric Clapton and Friends con The breeze,  il tributo a J.J. Cale; un raccoltone self made di Bob Seger; Back to the camper di Bob Wayne, Metamodern sounds in country music di Sturgill Simpson e i fratelli Alvin con Common ground.
Sul versante nuove uscite, l'attesa è tutta per Get hurt, il nuovo lavoro dei Gaslight Anthem, previsto a giorni.

I SERIAL

Mentre la seconda stagione di Orange is the new black volge al termine, seguo distrattamente la terza di 24 e con crescente interesse l'esordio di The Leftovers.

martedì 29 luglio 2014

From Brescia to Milan

 

Stamattina ho provato la nuovissima autostrada Bre.Be.Mi. Era il minimo che potessi fare, visto il costante palo nel culo rappresentato dai lavori stradali degli ultimi tre-quattro anni.  La highway, come è noto, unisce le tre città lombarde Brescia Bergamo Milano e, al momento, non è ancora del tutto ultimata (mancano gli ultimi chilometri per Milano). Stamattina, non avendo niente da perdere, in considerazione dell'orario di totale intasamento sulle mie solite provinciali, ho inaugurato il tratto Treviglio - Liscate.
L'effetto è stato decisamente irreale. Le corsie dell'autostrada erano talmente libere che sembrava di lambire città fantasma: mancavano solo le auto abbandonate sul ciglio e si sarebbe ricreato in pieno l'effetto The Walking Dead. In pochi minuti ho fatto due dozzine di chilometri, e questo è bene. Al casello però mi hanno chiesto la cifra delinquenziale di €3,50 e questo è male. Mi dicono che partendo dal punto più estremo della tratta e arrivando all'altro si debba pagare, per poco più di sessanta km, una decina di euro, che vanno ovviamente moltiplicati per due (A/R).
Considerando che dovrebbe essere una strada per i pendolari non vi sembra un tantinello eccessivo?

sabato 26 luglio 2014

Dave Alvin & Phil Alvin, Common Ground


All'epoca dei fatti non conoscevo nemmeno l'ABC della scena rock, figuriamoci se potessi sapere chi fossero i Blasters! Però in quel bel cinema di una sonnacchiosa provincia milanese One bad stud e Blue shadows contribuirono enormemente ad accendere una scintilla, quella per il rock and roll, che magari negli anni si è occasionalmente affievolita ma non si è mai spenta. I due brani erano compresi nella colonna sonora di Streets of fire (1985), film di Walter Hill nel quale la band dei fratelli Alvin, pur senza esplicitarlo, appariva in un cameo nel ruolo di se stessa.
Per motivazioni tanto particolari quanto noiose, quando ho cominciato la mia infinita corsa ad accaparrarmi dischi di svariati generi e artisti, non è con questo gruppo che ho iniziato a dissanguarmi, solo in un secondo momento, attraverso la meravigliosa antologia della Rhino, sono riuscito a sanare il debito di riconoscenza con gli Alvin. Permane invece  l'handicap di non essere mai riuscito a vederli dal vivo. 

Come spesso accade nei gruppi a conduzione familiare, gli split sono da attribuirsi alle tensioni tra fratelli e questa è stata, nel 1986, anche la ragione della fine dei Blasters. Successivamente, sebbene ci siano stati occasionali riavvicinamenti sfociati in occasionali tour celebrativi, i due non si sono più trovati nello stesso studio a registrare un intero album. Solo oggi, dopo che le rispettive carriere soliste hanno decisamente premiato Dave (una dozzina di lavori) più che Phil (due soli dischi a proprio nome) gli Alvin si sono ritrovati con questo Common Ground, assemblato per celebrare la musica di Big Bill Bronzy, bluesman  della prima metà del novecento che tanto ha influenzato la scena americana e inglese.
Anche se potrei non fare testo, l'esito è esaltante. Le due voci tornano ad inseguirsi ed alternarsi in una miscela di rock and roll, blues, pub rock e roots che dà il capogiro. Il suono è asciutto, il piano costituisce l'ossatura del sound, i riff di chitarra, prima nervosi poi saturati di quella pigrizia tipica del stati del sud, annientano ogni resistenza di chi, come me, si sente un pò orfano di quello che sapevano tirare fuori gli Alvin, coadiuvati dal leggendario e rimpianto Lee Allen al sax e da Gene Taylor al pianoforte.

La chiosa della recensione è scontata ma inevitabile: che questo riavvicinamento ci possa portare ad un ritorno (magari con materiale nuovo) dei Blasters? La speranza, da sempre segretamente coltivata, torna a prendere coraggio. 

martedì 22 luglio 2014

24, stagione due


L'importante è dare alle cose il loro giusto peso. E' in questo modo che sono arrivato alla giusta chiave di lettura per "24", un serial qualitativamente inferiore alla media delle produzioni moderne, ma che può risultare un buon diversivo per gli appassionati del genere d'azione, a patto di guardarlo senza troppo impegno, mentre si fa altro, in mancanza di alternative migliori  o quando la tv la sbirci svogliatamente e non ti va di bruciare fiction a cui tieni (e per le quali riservi la massima concentrazione). Mi ricorda i telefilm polizieschi che RAI2 trasmetteva una vita fa alle 18.30, che erano diventati un appuntamento fisso del preserale, da seguire mentre apparecchiavo la tavola. A questo approccio rilassato ci sono arrivato anche grazie al servizio on demand di Sky che ha messo a disposizione tutte le stagioni del telefilm con Kiefer Sutherland e mi ha dato modo di scalarne pigramente la montagna di stagioni accumulata dal 2001.
 
Dunque, il "day two" inizia un anno e mezzo dopo la conclusione dei fatti narrati nella precedente season, con Jack Bauer che si è dimesso dal CTU dopo l'omicidio della moglie. Ovviamente sarà richiamato in tutta urgenza perché dei terroristi progettano di far esplodere niente di meno che una bomba atomica a Los Angeles. Si torna così sulla giostra delle trame e delle sottotrame che coinvolgono il CTU, la presidenza degli USA e, ahimè, quella stronza micidiale che è la figlia di Bauer, simpatica come una cartella di Equitalia e dotata di una speciale calamita per attirare psicopatici e menare una sfiga devastante a chi la circonda. Politicamente la produzione vive una strano equilibrio tra radicalismi marcatamente di destra (Bauer tortura e uccide senza rimorsi) ed azioni antimilitariste molto liberal (incarnate dal presidente Palmer). Come nella prima stagione circostanze inverosimili e dinamiche involontariamente comiche si sprecano, così come si ripete il vorticoso turnover di personaggi secondari e guest, che compaiono e spariscono a dozzine ogni due-tre episodi.
La regia, con quei primi piani dozzinali alla Beautiful, la fotografia banale, le luci "smarmellate" e molte delle prove offerte dal cast si confermano più attinenti ad una soap che al genere spionistico d'azione, ma, tutto sommato, vuoi vedere come va a finire l'amabaradan, e il colpo di scena conclusivo ti ripaga di qualche sbadiglio e di alcuni fill-in di troppo.
Non è Le strade di San Francisco, ma per ammazzare il tempo mentre mi stiro le camicie va benone.

giovedì 10 luglio 2014

Gomorra, la serie


Bisogna attendere oltre il giro di boa di metà stagione perchè la vera natura di Gomorra si riveli ai nostri occhi. Prima di quel momento il serial sulla malavita organizzata di base in Campania si "limitava" ad essere un'ottima gangster fiction, realistica e ben girata ma senza la necessaria scintilla che ne facesse un prodotto d'eccellenza, con in più l'aggravante dell'assenza di elementi che impedissero la poco etica immedesimazione dello spettatore con le figure negative di questi criminali, sulla scia dell'empatia scattata qualche anno fa davanti alle gesta di Dandi, Libano e il Freddo, in Romanzo Criminale. 
Non è un caso che nei primi episodi una delle poche figure positive della storia, il direttore del carcere in cui è condotto il capofamiglia Savastano, venga offerta allo spettatore all'esatto opposto: come negativa e tirannica rispetto alle condizioni dei detenuti. 
E' solo dopo l'ottavo episodio che, in considerazione della pesante collaborazione al progetto di Roberto Saviano, i conti cominciano a tornare. E' da quel momento in poi che lo spettatore perde ogni confortevole certezza che si era costruito e cade nella trappola audacemente confezionata degli sceneggiatori.
E' quello l'interruttore che accende implacabilmente la luce sulla vera natura dei characters, sgretolando ogni empatia o fidelizzazione che si era fin lì attivata. Le sfaccettature dei personaggi sono mostrate in tutte le loro devastanti contraddizioni. Tutti, a partire dal boss Pietro Savastano (un bravo, anche se un pò teatrale Fortunato Cerlino), alla moglie, "Imma" (l'ottima Maria Pia Calzone), passando per Ciro "l'immortale" Di Marzio (Marco D'Amore), tormentato ma ambizioso "soldato" della crew di don Pietro, fino a Gennaro "Genny" Savastano (Salvatore Esposito), passano con naturalezza dal compiere (pochi) atti di profonda generosità a commettere azioni abbiette ed atroci, qualcuna di esse (il brutale omicidio di una ragazza incensurata e la strage nella comunità nera) ripresa pari pari dalla cronaca autentica di questi ultimi anni. 
L'attenzione dei media per il cast si è concentrata su Marco D'Amore (Ciro) che, sebbene in un contesto spiccatamente corale, racchiude maggiormente le caratteristiche del protagonista principale, ma a mio avviso le migliori prove attoriali sono fornite da Salvatore Esposito (Genny, il figlio di don Pietro) capace di rendere in maniera straordinaria la metamorfosi del suo personaggio attraverso un encomiabile lavoro sulla postura, sullo sguardo, sulla comunicazione non verbale, sull'imponente fisicità, prima repressa e poi lasciata deflagrare, e dalla "madre" Maria Pia Calzone, grazie alla sua passionale incarnazione di capo capofamiglia femminista.

Nella tenuta complessiva di tutti questi aspetti, che hanno evitato con intelligenza il rischio di una ripresa dei clichè vincenti ma ormai abusati di Romanzo Criminale, Gomorra si dimostra un progetto che ha raggiunto appieno l'obiettivo di coniugare l'azione civile di denuncia con i ritmi e le modalità delle serie poliziesche (strepitoso, da questo punto di vista, il cliffhanger conclusivo). Non devono pertanto sorprendere la sua affermazione, la conferma per una seconda stagione e l'enorme interesse per il prodotto da parte del mercato internazionale che conta. 

martedì 8 luglio 2014

Five Finger Death Punch, American Capitalist (2011)


Non sono snob e non ho mai trovato niente di sbagliato nel proporre musica derivativa da stili e generi imposti da altri. L'essenziale è che all'interno della proposta siano comunque individuabili elementi di distinzione e, soprattutto, Le Canzoni. Ecco, i Five Finger Death Punch a mio avviso queste caratteristiche le riscontrano in pieno. Suono duro ma non sempre, così come piace oggi, in equilibrio tra hardcore, nu metal e rock melodico, con espliciti riferimenti a Pantera, Stone sour e in qualche caso P.O.D. e Godsmack e con un'amalgama tra cantato in screaming e pulito che funzione a dovere. 
Così, dentro a questo American Capitalist (album del 2011 al quale il combo ha già provveduto a regalare due successori nel 2013), laddove episodi quali gli ottimi Menace, Under and over it e la title track sono efficacissime affermazioni della natura fucking hostile del gruppo e The pride si raccorda con la natura più nu metal della band, le ballate Coming down ma soprattutto Remember everything rivelano invece l'anima ruffiana e, oserei dire AOR dei 5FDT.
Una bella scoperta per il sottoscritto. Un album divertente e fragoroso. Una band che non ha inventato niente, come centinaia di altre, ma che a differenza di altre reinventa e contamina in maniera godibile generi ampiamente brandizzati. Di sti tempi non è poco.

sabato 5 luglio 2014

Way down in the hole:The Wire, season 4


Se The Wire è probabilmente il miglior serial poliziesco di sempre è anche perchè si può permettere un'intera quarta stagione dove, nella storia, di poliziesco non c'è che la cornice. Sembra un paradosso ma è esattamente così. Dopo averci fatto fidelizzare con i protagonisti della squadra operativa (su tutti Dominic West / Jimmy McNulty), Simon e Burns, autori della serie, sparagliano le carte, sciogliendo la squadra e posizionandone i detective sullo sfondo della fotografia, per stringere il focus sui giochi di potere nelle istituzioni di Baltimora e, soprattutto, squarciando il velo dell'ipocrisia del sistema scolastico locale il cui unico sforzo non è educare e formare i ragazzi ma produrre statistiche coerenti con i margini previsti dall'amministrazione comunale. Per cui sì, dopo la fine di Barksdale e Stringer Bell, c'è un nuovo cattivo in città: il feroce Marlo Stanfield con la sua coppia di improbabili ma letali sicari, ma la nostra attenzione è tutta rivolta al gruppo di ragazzini di terza media che crescono precocemente emarginati, con madri tossiche che gli rubano soldi e uniformi scolastiche per la dose quotidiana e padri assenti. I veri protagonisti sono senza dubbio loro, insieme ai pochi insegnanti che ne hanno a cuore le sorti, come gli ex poliziotti Roland "Prez" Pryzbylewski e Howard Colvin. 
La quarta stagione di The Wire è lunga (13 episodi di un'ora ciascuno, con il finale da un'ora e venti) e a tratti faticosa, ma straordinariamente appagante e densa di emozioni. Gli ultimi minuti della final season, con i ragazzi del gruppo che vanno incontro ognuno al proprio destino, perlopiù segnato, e l'atteso ritorno, anche se solo con un piccolo cameo, di Steve Earle è il perfetto epilogo che concilia e armonizza l'intero percorso narrativo. Impossibile chiedere di più.
Nella conclusiva stagione cinque, che a questo punto gestirò come un rarissimo distillato, avremo di nuovo la squadra al completo e vedremo come Simon riuscirà a coniugare il plausibile ritorno alla detective story con il grandioso affresco storico-sociale che ha saputo dipingere su Baltimora.

lunedì 30 giugno 2014

MFT, giugno 2014

LA MUSICA

Sturgill Simpson, Metamodern sounds in country music
Dave and Phil Alvin, Common ground
Miss May I , Rise of the lion
5 Finger Death Punch, American Capitalist
Hank III, Ramblin man
Bob Mould, Beauty and ruin
Tesla, Simplicity
Paolo Nutini, Caustic love
Kaiser Chiefs, Souvenir - The singles
John Fogerty, Centerfield
Matt Woods, With love from brushy mountain

I SERIAL

The Wire, stagione 4
24, stagione 2
Orange is the new black, stagione 2





giovedì 19 giugno 2014

Matt Woods, With love from Brushy Muntain

Matt Woods – With Love From Brushy Mountain (2014) [MP3]

Il mainstrean country americano si aspettava molto dal nuovo disco di Eric Church, così come quello indipendente/outlaw attendeva con impazienza il ritorno di Bob Wayne. Beh, in questo settore musicale specifico può anche capitare che, contemporaneamente, la nuova star country (Church, appunto) sforni un disco confuso e pasticciato, letteralmente senza capo ne coda e che lo spirito anarcoide insito nel country di Wayne esca molto annacquato dai solchi della nuova release Back to the camper. Capita allora che i riflettori del sincero appassionato di redneck music si spostino verso altri obiettivi. Sturgill Simpson per esempio, che solo l'anno scorso ci aveva fatto godere con l'ottimo esordio High top mountain e che ha già sfornato un secondo lavoro, ma, soprattutto, e finalmente arrivo al motivo del post, Matt Woods, autore che ho scoperto di recente grazie al pezzo Deadman's blues (inserito nelle mie migliori canzoni del 2013) e che, con With love from Brushy Mountain, si dimostra artista versatile e raffinato, decisamente a disagio nel recinto limitato del country e capace invece di abbracciare con successo sia il folk indipendente che quello più commerciale con qualche incursione nel southern più spontaneo e vibrante.

Il risultato è un disco incantevole che nell'ultimo mese, nell'ambito della mia playlist, non ha fatto prigionieri. A cominciare dalla eaglesiana Ain't no living, propedeutica ad introdurci nel mood di frontiera dell'album, per proseguire poi con West Texas wind, che accarezza dolcemente lo spirito di Gram Parsons e passando per Tiny anchors, meravigliosa ed accorata introspezione tra i Mumford & Sons e Bon Iver, tutto è al posto giusto, in un contesto di grande bellezza che sfiora la magia e che si verifica solo con i grandi artisti.
Anche la quota drinkin song, da intonare rigorosamente con boccale alzato e sguardo assente, è rispettata: Woods ci consegna infatti una Drinking to forget che richiama clamorosamente le atmosfere di Steve Earle, collocandole in un testo che è tutto un programma ("I'm drinking to forget/How drunk I got last night").Questo inno alla morte per coma etilico è però piazzato strategicamente prima della corazzata Deadman's blues (qui il video, molto esplicativo dei contenuti del pezzo) che sui temi degli eccessi e della vita border line riesce a fare un'autocritica lucidamente spietata che, di fatto, compensa i contenuti della traccia precedente. Siamo esattamente a metà disco e l'euforia ha già raggiunto livelli di fanatismo: l'esperienza ci fa temere un crollo fisiologico, ma la meravigliosa title track, che torna a tributare il songwriting di Don Henley e l'infuocato southern di Real hard times spazzano via ogni  residuale perplessità sulla qualità dell'opera. 
In coda rimane spazio per un altro gioiellino: Lucero song è infatti esattamente quello che sembra: una sincera e suggestiva celebrazione dell'ottima band di Ben Nichols conterranea (del Tenneessee) di Woods, giunta al terzo lustro di attività e ancora in grado di infiammare il pubblico grazie alla suo brand musicale che attraversa tutti gli spettri più genuini del genere americana. Si capisce che Matt Woods tende artisticamente a quell'esito. Musicalmente ha ancora spazi di crescita, ma dal punto di vista della scrittura non teme rivali.

 Che ve lo dico a fare? Ad oggi, senza esitazione, disco dell'anno.

martedì 10 giugno 2014

Per fortuna c'è Matt Woods

Lo so, sono incline alla lamentela. Sopportatemi ancora per qualche riga di questo post. Non vi ho più aggiornato sulla situazione della mia azienda perché mi sembrava di aver ripetuto gli stessi concetti un numero sufficiente di volte. Sì insomma, siamo in crisi, chiuderemo e riapriremo con un taglio retributivo/normativo. Sapete anche che, oltre a subire questa situazione da dipendente c'è l'ho addosso anche come responsabile sindacale (RSU) presente nella delegazione trattante e pertanto deputato a portare le brutte nuove ai colleghi, ruolo questo che se di norma sarebbe già infausto, lo diventa ancora di più in una società che fino a una quindici di anni fa lavorava in totale monopolio (con tutto quanto ne derivava in termini di privilegi contrattuali) e che, nonostante da un pezzo sia stata scaraventata nella concorrenza più selvaggia che ci sia, ha mantenuto fino ad oggi le condizioni pre liberalizzazione insieme alla radicata convinzione da parte di molti di aver acquisito i diritti di una casta intoccabile.
Una serie di eventi interni al mio sindacato ha fatto anche sì che mi sia toccato, proprio in questa fase tremenda, di diventare responsabile (sul campo, senza gradi) del mio stabilimento e quindi sobbarcarmi tutti gli oneri (gli onori non sono pervenuti) della vicenda.
Se vi state chiedendo "chi te lo fa fare?" sappiate che è la stessa domanda che mi sto insistentemente ponendo anch'io.
Il tempo che sto concedendo al lavoro (cioè tutto, al netto delle poche ore di sonno) è interamente sottratto, in ordine di priorità: alla famiglia, agli amici, alla musica, alle letture e ai serial tv. Spero che gli affetti più importanti mi diano l'opportunità di recuperare.
Dal punto di vista degli ascolti Matt Woods, con il nuovo, incantevole With love from brushy mountain ha appaltato prepotentemente le mie orecchie: il suo cd è stabilmente nel lettore con la funzione repeat inserita senza soluzione di continuità.
Sono pronto a scommettere che tra qualche anno, riascoltandolo mi rimanderà a questo terribile, intenso periodo della mia vita.

lunedì 2 giugno 2014

Aloe Blacc, Lift your spirit


Tutti i problemi che sto attraversando in questi mesi con il lavoro mi hanno portato a formulare un concetto che utilizzo come risposta pronta a chi mi chiede come sto: vorrei svegliarmi tra qualche mese, quando sarà tutto finito. E che pezzo mi tira fuori come traccia d'apertura del suo nuovo disco Aloe Blacc? Wake me up, che nel refrain recita esattamente "So wake me up when it's all over / When I'm wiser and I'm older". Ehi mister, ma ce l'hai con me? 
Per forza deve rivolgersi a me Aloe, tutto torna. La folgorazione del precedente Good things mi fa fiondare a scatola chiusa su questo Lift your spirit e come premio la traccia d'apertura mi guarda negli occhi e mi parla al cuore come una canzone non riusciva più a fare da tempo. 
Vado oltre e mi trovo un'altra volta piacevolmente invischiato  nella formula vintage-moderno del cantante originario di Orange County, California che ancora una volta trova un perfetto equilibrio tra mainstream e classico, divertendosi a mischiare le carte attraverso la realizzazione di brani buoni per le classifiche (la già citata Wake me up, I'm a man, che dopo i primi secondi di ascolto pensavo essere una revisione di Your Song di Elton John, Lift you spirit, pop-soul che ricorda le cose dei bianchi quando vogliono fare i neri), nitidissimi flashback seventies (Soldier in the city, Love is the answer; Can you do this; Eyes of a child) e volgari dimostrazioni di classe (Red velvet seat; Ticking bomb).
A conti fatti insomma Aloe Blacc tira fuori un altro disco elegante ma che non impegna, spensierato con momenti di riflessione, scritto e prodotto con la massima attenzione ai ganci assassini che restano in testa, ma che tenta di lanciare anche un messaggio o due in tema di sociale.

Tutti questi elementi mi portano ad affermare che, ruffiano o genietto a seconda dei punti di vista, con Lift your spirit il Blacc si conferma uno dei più interessanti interpreti di modern soul della sua generazione. 

sabato 31 maggio 2014

MFT, maggio 2014

LA MUSICA

Caparezza, Museica
Bob Wayne, Back to the camper
Paul Simon, Essential
Paolo Nutini, Caustic love
Aloe Blacc, Lift your spirit
Sturgill Simpson, Metamodern sounds in country music
Matt Woods, With love from brushy mountain
Meshell Ndegeocello, Comet come to me
John Fogerty, Ceneterfield (25 years)


I SERIAL

The wire, quarta stagione
Game of thrones, quarta stagione
Gomorra

LE LETTURE

Elisa Davoglio, Onore ai diffidati

giovedì 29 maggio 2014

28 maggio 2014: R.I.P. Golia



Ci ha lasciato Golia, il criceto russo che stava con noi da settembre del 2012 e che aveva saputo guadagnarsi con pazienza l'affetto incondizionato di tutta la famiglia. 
Ora, non ho ben chiaro quale possa essere il paradiso per una specie che credo ormai da generazioni non conosca più la vita selvaggia: ma che si tratti di un bosco rigoglioso o di una gabbia full-optional, noi speriamo che Golia da ieri si trovi esattamente lì.

lunedì 26 maggio 2014

Joel Dicker, La verità sul caso Harry Quebert


La verità sul caso Harry Quebert racchiude in sé tanti generi diversi. Certo, il profilo più importante del libro è quello del giallo: c'è un mistero da risolvere nascosto nella coltre del tempo che torna a tormentare Aurora, una (per il resto) idilliaca cittadina del New Hampshire. Il cadavere di una ragazzina di quindici anni, Nola Kellergan, sparita nel nulla durante l'estate del 1975, viene improvvisamente rinvenuto nel giardino di uno stimato scrittore newyorkese adottato orgogliosamente dalla comunità locale. Da alcuni particolari del ritrovamento emerge che lo scrittore (Harry Quebert), oggi sessantasettenne, aveva una relazione con Nola all'epoca della sua sparizione. L'evento sconvolge la vita di Quebert, ma risveglia anche paure e segreti nascosti di molti abitanti di Aurora.
Ci sono molte altre tessere che vanno però a comporre il patchwork finale composto da Joel Dicker.  La verità sul caso Harry Quebert è infatti anche un libro sulla scrittura, sul mestiere di scrivere, un omaggio a questa arte che sconfina quasi nella metaletteratura. C'è poi la componente autobiografica (anche se Dicker nelle note finali sembrerebbe depistare questa suggestione) e, seppur  non si tratti dell'esordio dello scrittore svizzero, risultano evidenti le caratteristiche tipiche del romanzo di formazione.
Tutte queste componenti sono il più delle volte amalgamate dall'autore in maniera avvincente e funzionale alla storia, occasionalmente però emerge il ricorso ad una scaltrezza che va a discapito, se non della scorrevolezza della narrazione, di certo della sospensione dell'incredulità. E rimanendo sugli elementi di debolezza, il più marcato m'è parso essere quello della caratterizzazione dei personaggi, quasi tutti incastrati così strettamente tra lo stereotipato e il sopra le righe (l'invadenza isterica della madre di Goldman; la saccenza di Quebert; l'arguzia del sergente Gahalowwod) dal risultare già pronti per una trasposizione cinematografica ma quanto mai distanti dalla vita reale.  
Considerato comunque quanto di buono resta nel romanzo (la soluzione del mistero, le rivelazioni su Quebert, un magnifico personaggio letterario che risponde al nome di Nola Kellergan) e la giovane età del suo autore (classe 1985) direi che il giudizio non può che essere positivo e la prospettiva ancora migliore.

martedì 20 maggio 2014

Inside Llewyn Davis, soundtrack


“You've probably heard that one before. If it isn't new, and it never gets old, it's a folk song”
Llewyn Davis



La domanda da porsi, in premessa alla recensione, dovrebbe essere: è ancora possibile, dopo cinquant'anni di folk "moderno" (lo so, sembra un ossimoro) trovare un disco suonato in questo stile, che risulti convincente e sappia emozionare?
La risposta è affermativa.
Inside Llewyn Davis riesce ad evitare con grazia i cali di tensione propri della formula soundtrack/compilation, trovando un'omogeneità di fondo che permette di apprezzare in maniera quasi uniforme l'intera tracklist (14 pezzi) presente nell'album.
Certo, molti dei meriti vanno alla profonda empatia con il film: impossibile dimenticare le sequenze che accompagnano l'interpretazione di alcuni brani da parte di un bravissimo Oscar Isaac nei panni dello sfortunato Davis,  personaggio ispirato ai fratelli Coen da Dave Van Ronk, folksinger contemporaneo di Dylan, credo però di poter affermare che recuperi di traditional come Hang me, oh hang me o Fare thee well (nel quale si sente, eccome se si sente, la mano di Marcus Mumford) avrebbero potuto essere tranquillamente apprezzati anche senza l'ausilio delle suggestive immagini del grande schermo.
 
Il soundtrack, esattamente come la pellicola, trova un magico equilibrio tra ingenuità, impegno sociale e una profonda malinconia, elementi caratteristici del periodo storico, che trovano efficace rappresentazione in musica attraverso la sognante Five hundred miles (interpretata da Justin Timberlake, Carey Mulligan e Stark Sands); la spensierata Please Mr Kennedy (ancora Timberlake con Isaac e Adam Driver) e l'evocativa The Death of queen Jane (Isaac). Spiazza invece la scelta del produttore T-Bone Burnette di includere nel lavoro anche la classica irish death song The auld triangle (dal testo del poeta irlandese Brendan Behan, messa in musica dai Dubliners e suonata in seguito dai Pogues nel loro debutto), ma anche qui niente da dire: la versione "a cappella" che ci regalano Mumford e Timberlake è impeccabile.
Doverosa invece la chiusura con Bob Dylan (Farewell in versione inedita e acerba) e con l'ispiratore del progetto dei Coen, cioè Dave Van Ronk, dal cui repertorio viene proposta Green, green rocky road (presente anche nella versione di Isaac).
 
 
Tra i dischi dell'anno.

martedì 13 maggio 2014

The Amazing Spider-man 2, Il potere di Electro


Sono talmente subdole, le menti dietro al reboot cinematografico di Spider-Man, che non sai mai se detestarle o amarle incondizionatamente. Sì perché ad un fan della prima ora dell'Uomo Ragno, uno che sui fumetti tradotti in Italia dall'Editoriale Corno ci ha trascorso buona parte dell'infanzia e dell'adolescenza, il giro che ha preso l'epopea su grande schermo dell'Arrampicamuri proprio non va concettualmente giù. Della storia inizialmente ideata da Stan Lee ed illustrata da Steve Ditko prima e da John Romita poi è infatti rimasta solo una flebile traccia, il resto è sacrificato sull'altare dell'innovazione e della ricerca di carne giovane da appassionare, forzando il plot in una direzione che va ben oltre anche al restyling operato con la (per me ottima) serie a fumetti Ultimate SpiderMan.
 
Il problema è che la tua altezzosa perplessità svanisce d'incanto al termine della proiezione, lasciandoti non solo convertito al progetto, ma perfino commosso (per la sequenza finale del bambino in costume da Spidey) in compagnia di tuo figlio che ti deride per il tuo cuore di burro.
Già perché la genialità delle menti dietro alla produzione di The Amazing Spider-Man 2 sta nell'essere riusciti ad individuare un incredibile equilibrio tra innovazione e richiami alle radici del personaggio. In questo senso (spoiler alert!), la sorte di Gwen Stacy è mostrata, a partire dal look per finire alla posizione in cui resta esanime, drammaticamente appesa alla ragnatela del Ragno,   in maniera quasi del tutto identica a quanto avvenuto sulle tavole originali realizzate da Gerry Conway, Gil Kane e John Romita (in Italia numero 133 de L'Uomo Ragno). E basterebbe questo a lenire i cuori malati di nostalgia della vecchia guardia dei lettori Marvel.
Ma i rimandi al mood classico dei fumetti non si fermano qui. Considerando anche la trilogia di Raimi, questo è probabilmente il film sull'aracnide umano che meglio riporta su grande schermo il lato leggero delle storie di Spider-Man: le battute, le gag, le situazioni surreali alle quali eravamo affezionati, e che sono a tutti gli effetti una caratteristica irrinunciabile dell'Uomo Ragno,  trovano qui il giusto spazio, colmando finalmente una lacuna del personaggio.
 
Poi vabbeh, c'è l'incredibile lavoro su effetti speciali e scene d'azione, letteralmente mozzafiato: per limitarsi ad un esempio è impossibile restare indifferenti davanti al particolare delle pieghe del costume che si adatta ai movimenti del corpo mentre Spider-Man volteggia sulla città.
Infine i super-criminali. La scelta dei villain è funzionale alla storia, ma la loro resa è solo parzialmente riuscita: Electro/Jamie Foxx (inutile soffermarsi sul fatto che il character dei comics era bianco e si chiamava Elektro mentre qui perde la "k" ed è interpretato da un attore nero) è passabile, Goblin è rimandato, mentre il Rhino-robot è inguardabile.
 
Sono già annunciati altri due capitoli della saga (2016 e 2018) e se, come lasciato intuire, avremo a che fare con i Sinistri Sei (e con Felicia Hardy/Gatta Nera?), nonostante tutto il restyling del mondo ci sarà ancora di che divertirsi.
Maledetti, vi amo.

martedì 6 maggio 2014

Johnny Cash, Out among the stars



Lo affermo sommessamente, ma con convinzione. La storia di Out among the stars ci offre una bella lezione su come, spesso, in campo musicale, le convinzioni della critica, gli orientamenti degli hipster e le fluttuazioni dei gusti siano evanescenti come una finta di corpo di Jonathan.
Se fosse uscito a tempo debito infatti (si parla della prima metà degli ottanta), questo album, nella migliore delle ipotesi, sarebbe caduto nell'indifferenza più abissale che all'epoca circondava Johnny Cash, e nella peggiore sarebbe stato oggetto di scherno da parte dei soliti critici snob.
Invece, ironia della sorte, nell'anno domini 2014, dopo la canonizzazione ufficiale dell'Uomo in Nero seguita ai lavori con Rick Rubin, al film con Phoenix e al florilegio di biografie, questo disco vecchio di trent'anni è diventato uno dei più attesi della stagione discografica.
Non fosse triste sarebbe da ammazzarsi dal ridere.
 
Altro elemento da rilevare è come molti scopritori dell'ultima ora di Cash saltino dalla sua produzione relativa agli anni d'oro (probabilmente coperta da una raccolta di successi) agli American Recordings, ignorando così totalmente la voragine di un periodo artistico, sicuramente meno valido ma comunque interessante, equivalente ad oltre quattro lustri. Anche in questo caso è dolce la vendetta (postuma) di Cash, vista l'attenzione che ora sono tutti costretti a prestare a del materiale considerato di scarto.

A registrare le dodici tracce che compongono la release fu, all'epoca, un artista considerato bollito dalla sua stessa casa discografica, che infatti, da lì a poco (1985) avrebbe risolto il contratto commerciale con l'artista, con tutto quanto ne conseguì per lui in termini di frustrazione e desiderio di rivalsa. Eppure i lavori di quegli anni, riascoltati oggi, tengono bene l'usura del tempo: Silver (1979) appare ancora oggi una produzione eccellente, The baron (1981) lo segue a ruota e Class of 55 (1985, realizzato insieme a Carl Perkins, Roy Orbison e Jerry Lee Lewis) è un eccitante revival rock and roll inciso da chi, più di ogni altro, aveva titolo a farlo.
 
E' in questo contesto che nascono le sessioni di Out among the stars, con uno stile che si allontana dal consolidato boom chicka boom, marchio di fabbrica di Cash, per approcciare ad un mood più tipicamente mainstream country. Dal punto di vista della qualità audio il disco suona limpido e preciso, anche grazie al lavoro di sovraincisione e pulizia compiuto sui masters originali da gente come Marty Stuart (presente anche nelle registrazioni dell'epoca) e Buddy Miller, autentici nomi tutelari del folk USA.
Dal punto di vista prettamente artistico l'opera presenta più di un pezzo che merita di essere ricordato, a partire dalla title-track, che, a dispetto dello spensierato ritmo honky-tonk, riprende le fila dei racconti di quotidiana disperazione che tanto hanno contribuito a costruire su Cash il ruolo di cantore degli ultimi.
L'altro brano che dà assolute garanzie di longevità è She used to love me a lot: in entrambe le versioni in cui è presente, quella originale e quella più crepuscolare (dalle parti dei Wall of Voodoo), remixata da Elvis Costello, è sempre un pezzo emozionante e profondo, che varrebbe già da solo l'acquisto del disco.
Poi ci sono i duetti, due con June Carter, che si inseriscono a pieno titolo nella lunga tradizione canora della coppia (il mio favore va a Baby ride easy), e uno con l'amico nonché icona outlaw Waylon Jennings (I'm movin' on, celebre pezzo di Hank Snow). E ancora la leggerezza nashvilliana di If I told you who it was, il rockabilly di Rock and roll shoes, il lento After all e la chiosa di I came to believe, unico pezzo della raccolta scritto da Johnny.
 
 
L'impressione finale è che Out among the stars sia un lavoro che per il suo orientamento stilistico esalterà gli appassionati di musica country in misura maggiore rispetto ai fan dell'ultima ora dell'Uomo in Nero. Poco male, lo sapete bene che quando si ama visceralmente un artista si preferisce avere attorno pochi autentici adepti rispetto ad essere infastiditi dagli immancabili parvenu musicali di turno.


 


mercoledì 30 aprile 2014

MFT, aprile 2014

MUSICA

Dopo "l'impaludamento sentimentale" dell'ultima lista, torno ad occuparmi di musica nuova (nel senso di data d'uscita) mantenendomi sempre su un alto livello di stagionatura (nello stile). Sono diverse le uscite degne di nota, molte delle quali in ambito metal tradizionale, all'insegna di una buona primavera musicale.


Bob Wayne, Back to the camper

Red Dragon Cartel, self-titled
Eels, The cautionary tales of Mark Oliver Everett
Bryan Sutton, Into my own
The Birds of Satan, self-titled
Kacey Musgraves, Same trailer different park
Nada, Occupo poco spazio
The Chuck Norris Experiment, Right between the eyes
Paolo Nutini, Caustic love
Caparezza, Museica
Steel Panthers, All you can eat
Wilko Johnson & Roger Daltrey, Going back home
Sebastian Bach, Give 'em hell
Nick Waterhouse, Holly
Marah, Presents mountain ministresly of Pennsylvania

SERIAL

E' ripartito Games of Thrones, e questo dovrebbe bastare. In realtà, nei tempo morti tra un episodio e il successivo mi trastullo con Banshee.

LETTURE

A cento pagine dalla conclusione de La verità sul caso Harry Quebert.

lunedì 28 aprile 2014

Red Dragon Cartel, omonimo 2014



Jake E. Lee è un totem della musica heavy. Certo, un totem un po' logoro che attrae sempre meno turisti, visto che il suo momento di massimo splendore l'ha avuto giusto giusto trent'anni fa con Ozzy Osbourne (periodo 1983/86) per poi rifugiarsi nelle backstreets di questo genere musicale, a coltivare progetti anche apprezzabili (su tutti, i Badlands) ma che non lo hanno mai elevato dal suo status di artista minore.
 
Temo che nemmeno quest'ultimo lavoro, realizzato insieme ad un altro outsider di lungo corso, quel Darren James Smith già con Harem Scarem e Helix , sposterà gli equilibri della carriera di Jake. E sarà un peccato, perché l'esordio self-titled dei Red Dragon Cartel è un ottimo disco di mainstream hard rock, con tutte le carte in regola per fare breccia nei cuori degli appassionati del genere, in virtù di un adeguato songwriting; refrain assassini; una partenza potente (Decevied, Shout it out); squisite ballate elettriche (Fall from the sky) ed ospiti in linea con il progetto vintage, che rispondono ai nomi di Robin Zander dei Cheal Trick; Paul Di Anno; Maria Brink dei In this Moment e Sass Jordan, splendida sul pezzo dotato di maggior airplay: Redeem me.
Certo, l'album non rivoluziona l'architettura della musica pesante e non sperimenta ardite innovazioni stilistiche. Si tratta del classico monolite perfetto per i viaggi in macchina, che alterna virtuosismi canori e chitarristici senza mai perdere di vista il delicato equilibrio che in un disco decreta la differenza tra un insieme di buone canzoni e prolissi narcisismi.
 
Il plauso finale va alla Frontiers Records, etichetta italiana specializzata nel cosiddetto soft-rock, che negli anni ha saputo costruirsi una fama mondiale, passando dalla distribuzione alla produzione di un numero impressionante di bands storiche (se volete, qui c'è un elenco esaustivo dei combo sotto contatto dell'etichetta napoletana), e che, a breve, celebrerà la sua scuderia attraverso un festival di tre giorni al Live Club a Trezzo.

mercoledì 23 aprile 2014

True Detective


Non c'è da meravigliarsi che True Detective sia la serie più seguita dai cinefili normalmente non avvezzi al fascino delle serie televisive. Gli indizi portano  tutti a questa inevitabile conclusione: intanto la struttura della fiction, breve e autoconclusiva, è costruita come fosse un film di sei ore, più che una soap interminabile, poi l'ampio respiro del racconto e gli straordinari attori coinvolti nel progetto (elemento questo in realtà ormai all'ordine del giorno nel vasto universo delle tv via cavo americane) ha fatto sì che anche quanti di norma si ostinino a considerare i telefilm come arte di serie B rispetto al cinema, si siano dovuti ricredere.

Molto del merito, è inutile girarci intorno, va riconosciuto a Matthew McConaughey, artista catturato in uno stato di grazia strabordante, che ci regala un'interpretazione di Rusty Cohle, il personaggio più affascinante e tormentato della storia, a dir poco epocale. Aggiungo però che McConaughey non poteva trovare spalla migliore di Woody Harrelson, eccezionale nel rendere il ruolo ordinario di Martin Hart, character almeno all'inizio pervaso dall'ipocrisia del classico all american boy, tutto casa e chiesa, amico di tutti e fedigrafo compulsivo.

True Detective non rivoluziona la struttura delle classiche crime story, ma si impone in virtù di un'autorevolezza complessiva (cast, regia, fotografia, soundtrack) che stabilisce un nuovo standard d'eccellenza che sarà difficile da eguagliare per i "competitors", ma anche per il proseguo stesso del serial (che ad ogni stagione si rinnoverà negli interpreti e nella struttura).
La storia si dipana, sfruttando inizialmente il meccanismo narrativo del flash-back, sullo sfondo di una Louisiana  non dissimile al terzo mondo, in mezzo alla popolazione più povera e disperata,  agli edifici fatiscenti, alle baracche di lamiere adibite ad abitazione, tra adulti e bambini che riducono in fretta la distanza tra indigenza e sopraffazione attraverso una violenza ottusa e brutale che diventa ordinaria, sullo sfondo costante di una religione autoreferenziale, non così lontana dal fondamentalismo cristiano.

Negli anni novanta, i detective Hart, affabile e solare e Cohle (nuovo arrivato con un passato undercover nella narcotici), cupo e nichilista, indagano sull'omicidio di una prostituta, avvenuto con modalità legate a culti religiosi e strada facendo incappano in una serie di sparizioni di bambini, apparentemente inghiottiti nel nulla della desolazione di quei posti. Cohle è meticoloso e gira con una cartella nera, guadagnandosi subito l'appellativo di taxman, mentre Hart fatica a sopportarlo e si limita a fare il suo. Le vicende ci vengono mostrate a ritroso nel corso di un interrogatorio in tempo reale al quale i due, nel frattempo fuoriusciti dalla polizia, sono sottoposti . La vicenda vive così in due fasi separate da un lungo iato, la prima, coperta dal flashback, nel corso degli anni novanta, la seconda a seguire l'interrogatorio e il nuovo incontro tra Rust e Martin.

Il serial vive di momenti altissimi, sia dal punto di vista tecnico (su tutti un piano sequenza di oltre sei minuti al termine dell'episodio quattro), che attoriale (highlights assoluti i monologhi filosofici di Cohle/McConaughey, talmente giganteschi in originale che vederli doppiati meriterebbe pesanti pene corporali).
Di fronte a tanta bellezza, col senno di poi, mi sento un po' coglione ad aver criticato, nei commenti a caldo, la conclusione della vicenda. E' vero, l'agghiacciante realismo (dalle parti di Ellroy o di Lansdale) usato per la narrazione, induceva a pensare ad un epilogo diverso e alcuni indizi disseminati nel corso delle puntate sono stati inspiegabilmente abbandonati dagli sceneggiatori, ma a mente fredda realizzi che in realtà tutta la storia ruotava intorno alla ricerca di una redenzione personale dei due protagonisti. Redenzione infine raggiunta attraverso una catarsi violenta e dolorosa sia sul piano fisico che spirituale (insisto: anche questo è elemento fortemente ellroyano) dalla quale entrambi escono trasformati.

Per questo, e non solo per questo, nonostante il livello di eccellenza raggiunto in media dai serial americani, True Detective è già storia della televisione.

sabato 19 aprile 2014

The Pogues with Joe Strummer, Live in London


E così, a forza di grattare il fondo del barile, qualcosa di plausibile dal repertorio dei Pogues è venuto fuori. Dopo anni di pubblicazioni, ad andare bene onanistiche e più generalmente inutili (si salva solo l'ottimo box Just look them straight in the eye and say: ...Poguemahone!), la band si è decisa a pubblicare ufficialmente una registrazione live del 1991, catturata durante il tour di Hell's ditch.
Cos'hanno di particolare quei concerti, rispetto alle tante gig già rilasciate a nome Pogues? Semplice, in quei mesi la band aveva estromesso Shane MacGowan, ormai inaffidabile a causa delle sue dipendenze da alcol ed eroina, sostituendolo sul palco con Joe Strummer. Il leg di quel tour passò anche in Italia, al cospetto di fans increduli nel trovarsi davanti l'ex leader dei Clash in vece dello sdentato artista, irlandese d'adozione.
Di bootleg di quegli show ne giravano tanti, ma bene ha fatto il gruppo a dire la sua in maniera ufficiale.

Addentrandosi nell'ascolto, si può notare come la band abbia facilitato quanto più possibile l'inserimento di Strummer, limitando al minimo indispensabile il suo contributo vocale sul repertorio dei Pogues, attraverso l'inserimento in scaletta dell'intero lotto di brani strumentali del repertorio e dando ampio spazio alle interpretazioni canore degli altri componenti (schema questo che tornerà utile con il reintegro di un MacGowan ancora un po' incerto, per i tour natalizi della band dell'ultimo decennio), oltre a dare la possibilità a Joe di interpretare canzoni dei Clash (London calling, I fought the law e Straight to hell).
Il risultato è un po' straniante, ma apprezzabile. Joe ci mette abnegazione ma è innegabile che su quelle tracce sentire una voce diversa da quella di Shane, anche se si tratta di una voce dal peso enorme, fa un po' specie. La setlist non propone sorprese particolari, se si eccettua l'apprezzabilissima  riproposizione del medley "da battaglia" The recruiting sergeant/The rocky road to Dublin/The Galway races (da If I should fall from grace with God).

The Pogues with Joe Strummer Live in London è un documento storico che va dall'interessante all'indispensabile a seconda si relazioni a die hard fan o semplici curiosi. Certo, c'è dell'amara ironia nel constatare come, all'epoca, tutti noi non avremmo scommesso una lira sulle aspettative di vita di Shane, mentre non avevamo particolari apprensioni su quella di Joe, e oggi invece ci ritroviamo a non avere ancora completamente elaborato il lutto per uno degli artisti più influenti della cultura rock e con un MacGowan che ancora canta, respirando il suo fetido alito in faccia alla morte, alla faccia di tutti i gufi.

P.S. La copertina che ho postato è quella dell'edizione in vinile dell'album, pubblicato espressamente per il Record Store Day 2014, mentre originariamente l'album è incluso nel box The Pogues 30, che raccoglie tutti e sette i cd del collettivo irlandese.

lunedì 14 aprile 2014

Jo Nesbo, Il Pettirosso



Da appassionato lettore di romanzi polizieschi (o thriller, noir, gialli) mi sono imposto delle regole nella scelta dei titoli a cui dedicare il poco tempo che ho a disposizione per la lettura. La principale, e può sembrare un paradosso visto che ad affermarlo è un drogato di serie tv, prevede di lasciare perdere le saghe e concentrarsi invece sulle opere autoconclusive che, di norma, lasciano maggiore libertà d'azione all'autore e più spazio ai colpi di scena, rispetto ad una dinamica che, a causa della serialità, gira sempre un pò zavorrata. Naturalmente faccio delle eccezioni, come per lo straordinario Joe R. Lansdale, per Ellroy (che meriterebbe un approfondimento a parte, perchè, ad esempio, nella sua Underworld Trilogy la continuità è data dallo scenario più che dai personaggi), e, motivo per il quale mi sto affannando su questo post, per approcciarmi a Jo Nesbo.
Nesbo, norvegese, 54 anni, si è affermato negli ultimi anni come uno degli scrittori di punta di questa ondata di autori venuti dal freddo, a seguito del successo planetario (e ahilui, postumo) ottenuto da Stieg Larsson e dalla sua millennium trilogy.

Come il collega svedese, anche Jo inserisce con perizia la sua storia di fantasia dentro il tessuto sociale norvegese, scandagliando nel passato di quella terra per suggerire risposte alla pericolosa deriva nazionalista che va affermandosi nel Paese. La trama de Il Pettirosso nasce proprio da questo incipit, e il libro per una buona parte rimbalza, a disseminare indizi, tra due piani temporali: il 1944 in mezzo ai soldati norvegesi alleati di Hitler e la fine dei novanta/inizi duemila con le indagini di Harry Hole, ufficiale di polizia che nel prologo della storia viene promosso/rimosso nell'anti terrorismo a seguito di un incidente causato nel corso della visita di Clinton per i colloqui di pace tra Israele e Palestina, realmente avvenuti ad Oslo quindici anni orsono.

Non è certo colpa dell'indiscussa bravura di Nesbo se Il Pettirosso non mi ha del tutto convinto. Il libro infatti scorre fluido e l'intreccio è ben strutturato (serve giusto una buona dose di attenzione per collegare i nomi ostici ai tanti personaggi, in particolar modo quelli dei flash-back nella seconda guerra mondiale) ed avvincente quanto basta, ma per contro il profilo di Hole risponde purtroppo a tutti i clichè abusati del poliziotto solo, burbero ed incompreso e nella narrazione è assente un colpo da autentico fuoriclasse, di quelli che ti scaraventano giù dalla sedia.

Il Pettirosso è il primo libro della serie Harry Hole pubblicato in Italia (nella cronologia originale è il capitolo tre, solo quest'anno è stato pubblicato da Einaudi il primo e nel computo totale siamo arrivati a dieci). 
Con tutto il rispetto, per ora penso di fermarmi qui. 


venerdì 11 aprile 2014

80 minuti di Hair - Metal

Non pubblico playlist da un po' di tempo, ma in compenso la mia attività di compilatore compulsivo viaggia spedita e inarrestabile. Oggi dunque riprendo a farmi vivo con una tracklist truzza che più truzza non si può, visto che mi occupo di un genere disprezzato dai più e amato alla follia da pochi: sto parlando del cosiddetto hair-metal (più nobilmente chiamato glam metal), nelle sue diverse sfumature che vanno dall'AOR allo sleaze .
E già qui in molti alzeranno gli occhi al cielo. Ma visto che il coraggio non mi manca, rilancio: non è l'hair metal delle band di prima fascia (indicativamente Motley Crue, Poison, Cinderella, Ratt, Poison e i primi Bon Jovi) quello su cui voglio focalizzarmi, ma quello più ottuso ed effimero delle band che, al di là dei loro eventuali meriti (alcuni dei combo che seguono avrebbero meritato ben altre fortune, uno su tutti gli Hanoi Rocks) hanno ballato una sola estate, e magari oggi, con trent'anni di più e molti capelli in meno, qualche dollaro riescono ancora ad alzarlo.
 
In memoria di Randy "The Ram" Robinson.


1.       KEEL, The right to rock
2.       LA GUNS, Sex action
3.       AUTOGRAPH, Turn up the radio
4.       FIREHOUSE, Love of a lifetime
5.       QUIET RIOT, Cum on feel the noize
6.       BRITNY FOX, Girlschool
7.       NIGHT RANGER, (You can still) Rock in America
8.       HANOI ROCKS, Up around the bend
9.       WARRANT, Heaven
10.    GREAT WHITE, Once bitten twice shy
11.    KIX, Cold blood
12.    JUNKYARD, Hollywood
13.    STRYPER, Free
14.    WHITE LION, Wait
15.    WINGER, Seventeen
16.    DOKKEN, Just got lucky
17.    LYNCH MOB, River of love
18.    SKID ROW, I remeber you