venerdì 19 novembre 2010

La fine dell'innocenza



Il Texas del sud degli anni trenta è un posto affascinante e pericoloso come un serpente a sonagli. Da quelle parti le contraddizioni sociali sono lo specchio dell'America. La gente dorme senza chiudere a chiave la porta di casa, tutti si conoscono e si aiutano a tirare avanti dentro una povertà agghiacciante (il contesto è quello descritto da Steinbeck in Furore, la grande depressione è iniziata e gli oakies muovono verso ovest) e al tempo stesso vengono consumati atti di spregevole violenza contro i neri, che vivono perlopiù in ghetti, nel terrore di essere linciati anche se solo soffermano lo sguardo troppo a lungo sulle ragazze bianche.


Harry ha dodici anni, vive con i genitori e la sorellina di nove ai margini della cittadina di Marvel Creek, in una casa a ridosso della palude. Il padre Jacob è un uomo severo ma giusto, che rispetta tutti (neri compresi) e da tutti è rispettato, svolge l'attività di agente di polizia (pur non avendo divisa e non essendo uno sceriffo) oltre ad occuparsi del negozio di barbiere del paese.

I boschi, il fiume e la palude attorno alla casa di Harry sono naturalmente il campo da gioco suo e della sorella, li conoscono profondamente e non hanno problemi ad avventurarcisi da soli.


Proprio durante una di queste scorribande Harry e Tomasina (Tom) fanno una scoperta agghiacciante: il cadavere di una donna orribilmente seviziato.

A questo raccapricciante delitto ne seguiranno altri che faranno da miccia alle tensioni sociali della piccola comunità, deflagrando in atti di inaudita violenza e prevaricazione.

Tra gli omicidi e la caccia ai negri considerati colpevoli a prescindere, Jacob cerca di innalzare una barriera di equità e di rispetto della legge tanto giusta quanto destinata ineluttabilmente a frantumarsi. Harry invece, nella tipica incoscenza dei bambini, vivrà un estate terribile e meravigliosa, che gli resterà marchiata a fuoco per tutta l'esistenza e segnerà la fine della sua innocenza.



Joe R. Lansdale è un autore straordinario, unico e impossibile da limitare nel recinto di un genere letterario. Dico cose risapute se ricordo che la sua arte spazia dal noir alla fantascenza al western al fantasy fino al cosidetto pulp fiction, riuscendo quasi sempre a mantenere la qualità a livelli d'eccellenza.

In fondo alla palude racchiude in se le diverse anime dello scrittore,è un noir, un romanzo storico ma anche un opera di formazione, nel solco, per dire, di Mark Twain.
Attraverso gli occhi di Harry osserviamo infatti un pezzo di storia americana. Quello delle diseguaglianze, della violenza, delle sopraffazioni. Che però, seppur allo stato embrionale, è anche quello della lunga strada per la conquista dei diritti.

La violenza che si respira nel libro non è solo quella del serial killer, anzi, quella probabilmente è la meno paurosa, perchè fa parte dell'anormalità dell'essere umano, della malvagità che si manifesta attraverso l'opera di un singolo essere che diviene mostro (e infatti il mistero riguardo l'identità dell'assassino non è il punto di forza del racconto, visto che si intuisce abbastanza presto).
Quello che terrorizza nel profondo è invece la violenza del sottotesto, della mancanza di un autorità giusta, di un clima da costante sopraffazione da parte del più forte, o del branco, nei confronti dei più deboli. Contro questa cattiveria, reale, palpabile e documentata, gli atti di coraggio sono sparuti e destinati a fallire.


Tutto torna. Citando Ellroy, l'America, a differenza del piccolo Harry non può perdere l'innocenza, semplicemente perchè non l'ha mai avuta.

mercoledì 17 novembre 2010

Raisin' emotions


Robert Plant
Band of joy
Decca, 2010



Classe. A quintalate. E non mi riferisco solo a quella di Plant, stranota anche se un pò dissipata nel periodo post Zeppelin. Ma all'atmosfera complessiva che emerge da Band of joy. Al contributo di un eroe oscuro della chitarra, vero genio delle produzioni indipendenti della musica country-folk che risponde al nome di Buddy Miller. A Patty Griffin, altra eroina dimenticata del genere roots, entrambi arruolati per questo progetto.

Dopo il grande riscontro di critica avuto con Raisin sand, l'album del 2008 registrato insieme alla Krauss, Robert Plant torna, novello hobo, con un viaggio a piedi lungo i binari della tradizione popolare americana, succhiando fino in fondo le radici del rigoglioso albero musicale statunitense. Lo fa attraverso undici cover e un brano originale.

Si apre con con Angel dance, e nonostante il pezzo sia del repertorio dei Los Lobos risulta evidente il richiamo alla classica progressione irish folk . House of cards è invece un arioso soul, originariamente composto da Richard Thompson, ex componente dei Fairport Convention.

Central two-o-nine, la traccia numero tre, è l'unica di proprietà di Plant (insieme a Miller). Si tratta di un affascinante blues acustico che mi rimanda alle prime cose da solista di Mark Lanegan, mentre con la successiva Silver rider siamo ad uno degli acme del disco, canzone splendida, struggente, capace di grande fascinazione. L'inizio non è lontano dalla tradizione dei migliori slow dei Led Zeppelin, ma poi muta di forma, mantenendo sempre alta l'emotività e regalandoci un palpitante contributo della Griffin al controcanto.

Il rock and roll di You can't buy my love e sopratutto la ballatona crooning Falling in love again non possono non riportarmi agli Honeydrippers, strampalato progetto di cover partorito con Jimmy Page pochi anni dopo lo split degli Zeppelin (ricordate Sea of love?). I peli del collo tornano a rizzarsi su Monkey, altro grandissimo duetto con Patty Griffin, poi c'è spazio ancora per un'efficace cover di prezzemolino Townes Van Zandt, la non notissima Harm's swift way, e per due traditional del diciannovesimo secolo riadattati da Plant e Miller (Cindy i'll marry you someday e Satan, your kingdom must come down, gospel rurale che avrebbe potuto tranquillamente stare nella ost di Brother, where art thou?).

Plant si sta ritagliando quasi fuori tempo massimo una seconda giovinezza attraverso il recupero di una tradizione classica che quando era un martello degli dei aveva solo sfiorato, senza immergersene. L'ispirazione e la voce sono a livelli di maturazione eccezionale, e così la determinazione nelle interpretazioni.

Un lavoro fuori dai circuiti mainstream delle grandi produzioni, circondato da musicisti semplici ma straordinari, un lavoro di classe cristallina, appunto.



martedì 16 novembre 2010

Forti coi deboli / 1

Dopo la sua approvazione in via definitiva, avvenuta alla Camera il 19 ottobre, tra pochi giorni sarà ufficialmente in vigore il disegno di legge n.1441 quater F, meglio noto come collegato lavoro.

L'obiettivo dichiarato di questo insieme di norme è quello di intervenire sulla materia del diritto del lavoro semplificandone alcuni aspetti, in realtà, concettualmente si riprende la strada della destrutturazione dei diritti già iniziata con la legge 276/03 (che molti ancora chiamano legge 30 o legge Biagi) e che verosimilmente proseguirà con l'attacco allo Statuto dei lavoratori (da sostituire con lo "statuto dei lavori"), già iniziato con il tentativo di aggiramento dell'art. 18, smascherato (dalla Cgil) e cancellato dal testo di legge.

La parola d'ordine quindi è depotenziare il diritto del lavoro. Un diritto, vale la pena ricordarlo, nato sul principio di considerare il lavoratore parte debole e come tale meritevole di tutela attraverso la legge e la contrattazione collettiva, rispetto all'altro soggetto chiamato in causa, il datore di lavoro.

Con gli interventi di questo esecutivo, dal suo insediamento fino al collegato lavoro, non sarà più così.
I nodi che si stringono intorno al collo della classe lavoratrice si chiamano contratto certificato; nuove norme sugli arbitrati; nuove norme sull'impugnazione del licenziamento e sui ricorsi in merito alla validità dei contratti a tempo determinato.

continua (purtroppo)

lunedì 15 novembre 2010

Work in progress

A pensarci bene era inevitabile. Anche se fino adesso a prevalere erano stati i sentimenti puri, il quadretto tipo spot del Mulino Bianco (che comunque nel mio caso era autentico, s'intende). E invece dopo i lucciconi del primo giorno di scuola, la curiosità nello sfogliare i testi didattici e la meraviglia di osservare ogni giorno i progressi nell'apprendimento, sono cominciati i primi trouble in paradise.

I problemi si chiamano "compiti a casa". Anche qui m'immaginavo una situazione idilliaca, padre e figlio che sbrigano in armonia le faccende di prima elementare, ma non avevo fatto i conti con l'iper dinamicità di Stefano, che a stare fermo una mezzoretta per ripetere le sillabe, leggerle o compilare una paginetta di nove non ci pensa proprio.

Per farla breve, giorno dopo giorno parto con una scorta di pazienza tipo escort che aspettano che a mr B. faccia effetto il viagra, e finisco con sclerate epocali.
In questa difficoltà a concentrarsi Stefano ricorda dannatamente me stesso da bambino e io che alla fine perdo le staffe somiglio troppo a mio padre.
Couldn't be different, i guess.

domenica 14 novembre 2010

Web alla francese

La ricetta antipirateria alla francese, basata sul concetto di “risposta graduale” alle violazioni di copyright commesse in rete dai file sharers, piace all’Autorità italiana per le Telecomunicazioni: secondo Punto Informatico, la Agcom si è fatta promotrice di un pacchetto normativo modellato sulla cosiddetta legge Hadopi in vigore Oltralpe: in tal caso il Garante delle Comunicazioni si assumerebbe il compito di vigilare sulla tutela della proprietà intellettuale sul Web, attivandosi su segnalazione dei titolari dei diritti (produttori e autori rappresentati dalla SIAE) per reprimere le infrazioni di legge: a tale scopo sarebbe necessaria la piena collaborazione degli Internet Service Providers, chiamati a fornire all’Autorità gli indirizzi di posta elettronica dei “pirati”. La legge Hadopi francese, come noto, prevede l’invio di due avvisi ai trasgressori di legge prima di comminare, su intervento del Tribunale, l’eventuale sanzione rappresentata dalla sospensione della connessione Internet.

sabato 13 novembre 2010

Album o' the week / Ministry, KΕΦΑΛΗΞΘ (1992)



Un recupero doveroso, quello di KΕΦΑΛΗΞΘ (noto anche come Psalm 69) quinto album della ragione sociale Ministry, dietro alla quale si cela sostanzialmente il solo Al Jourgensen, coadiuvato, nel corso degli anni, da diversi collaboratori.

Capolavoro del genere battezzato industrial metal (la cui genesi appartiene ai Killing Joke e che vede la leadership dei Nine Inch Nails), il disco è sostenuto da ritmiche ossessive e chitarre lancinanti, mentre i testi si schierano sovente su posizioni politiche radicali.
Come nel caso della open track N.W.O., esplicita critica anti-militarista nella quale vengono campionati alcuni stralci di un discorso di Bush senior, preso di mira per la guerra del Golfo.
Ottime anche Hero e Jesus built my hotrod.
Da segnalare infine la collaborazione dello scrittore della beat generation William Burroughs nel pezzo Just one fix. Il brano tratta dell'altra grande passione della band, passione per la quale alcuni componenti della band verranno in seguito anche arrestati: la dipendenza dalle droghe.

venerdì 12 novembre 2010

Photobook

Da qualche giorno mia sorella ha regalato a Stefano una vecchia e pesante fotocamera digitale che lei non usava più. Lui ha apprezzato al punto da aver già scattato in poco tempo centinaia di foto. Ecco in esclusiva alcuni esempi della sua arte...






"Tentativo di autoritratto"




"Dal letto della cameretta guardando il soffitto"


"Action Man e Hulk(particolare)"




"Relaxin'"

continua...

giovedì 11 novembre 2010

Promesse in anteprima

E' attesa febbrile tra i fans di Bruce Springsteen per l'uscita di The Promise, mastodontica opera più volte annunciata (è almeno dal 2005 che se ne parla) che non solo presenta in una versione rimasterizzata Darkness on the edge of town, ma si allarga al punto di offrire tre dvd e tre cd di materiale.

Uno dei tre dvd contiene la riproposizione dell'intero album del 1978 risuonato in un Paramaunt Theater deserto, durante la tappa di Asbury Park del tour dello scorso anno. Il Corriere on line, a partire da lunedì lo presenterà per intero sulla tv del sito, dove si può già ascoltare l'inedito Save my love.

Anche mettendo in conto le scontate difficoltà di collegamento al sito, un bell'antipasto di quella che sarà l'indigestione dell'anno.

martedì 9 novembre 2010

Why them Lord?


Ray Charles
Rare Genius
Universal (2010)




Dopo il treno merci di roba uscito a seguito della sua morte (2004), i duetti, il film biografico e le mille antologie, c'è ancora musica di Ray Charles che vale la pena ascoltare?
Diamine, la risposta è sì.

Sì, se il lavoro di recupero nei suoi archivi porta alla luce brani dalla bellezza cristallina, che coprono quasi un trentennio (70/95) di stili e influenze.
Così si gode dello swing di Love's gonna bite you back e di It hurts to be in love, del croonering in Sinatra's style di Wheel of fortune, del soul classico di I'm gonna keep singin'.

Come fosse un prezioso vino d'annata, si assapora la voce di Ray, il suo stile pianistico, di ogni singola nota distillata dalla band, come nel lentaccio There'll be some change made, di un irresistibile midtempo quale Isn't wonderful, della contaminazione tra modern e classic soul di I don't want no one but you, del quasi country di She's gone.
Rare genius è un gran bel disco anche perchè quando ormai pensi che abbia dato tutto quel che aveva da dare e ti resta solo l'ultima traccia da ascoltare, ti piazza il colpo definitivo che ti fa stramazzare. Un duetto, l'unico dell'album, con Johnny Cash. Il brano è lo splendido Why me Lord (di Kris Kristofferson, già in American Recordings) e per la verità Ray si limita a fare il controcanto, lasciando campo libero al suo pianoforte e alla voce dell'uomo in nero.
Brividi, groppo in gola e tanta malinconia garantiti.

E' anche a questo, dopotutto, che servono dischi così.


lunedì 8 novembre 2010

Happiness is...

Sarà capitato anche a voi di essere testimoni dell'insofferenza di amici/colleghi nei confronti del capo del lavoro, che periodicamente sfocia nella seguente promessa: "ah, ma se vinco al superenalotto vengo a lavorare solo per il gusto di mandarlo affanculo", vero?

Bene, tra tanti bassi e qualche alto, uno degli aspetti positivi del mestiere del sindacalista è proprio quello di sedere a volte al tavolo delle trattative con direttori del personale stronzoni (grand. figl. di putt. lup. mannar.) e temutissimi dai dipendenti, in una condizione di parità. Di più. Se la trattativa è pesa, con licenza di rispondere per le rime alle loro provocazioni, farli incazzare, prenderli per il culo, minacciarli di iniziative conflittuali. In sostanza mandarli a quel paese (cosa che ovviamente fanno anche loro nei nostri confronti). Di avere in sostanza possibilità vietate ai comuni dipendenti che vogliano conservare il proprio posto di lavoro.

Dura poco. E quasi sempre, in un modo o nell'altro il sciur padrun trova il modo di fartela pagare, ristabilendo così la giusta distanza tra lui e te. Ma i brevi istanti in cui gli tieni testa, come se fosse la cosa più normale del mondo, in cui l'abisso che ti separa socialmente è annullato da un ponte costituito da un tavolo di una sala riunioni, in cui gli leggi negli occhi l'incredulità di non trovarsi di fronte ad uno dei suoi tanti yes man, beh, in quegli istanti ti illudi che forse il tuo mestiere ha ancora un senso, nonostante tutto.

sabato 6 novembre 2010

Album o' the week / Bon Jovi, Greatest hits (2010)


CD1: 1. Livin' On a Prayer 2. You Give Love a Bad Name 3. It's My Life 4. Have a Nice Day 5. Wanted Dead or Alive 6. Bad Medicine 7. We Weren't Born To Follow 8. I'll Be There For You 9. Born To Be My Baby 10. Blaze of Glory 11. Who Says You Can't Go Home 12. Lay Your Hands On Me 13. Always 14. Runaway 15. What Do You Got? 16. No Apologies
CD2: 1. In These Arms 2. Someday I'll Be Saturday Night 3. Lost Highway 4. Keep the Faith 5. When We Were Beautiful 6. Bed of Roses 7. This Ain't a Love Song 8. These Days 9. (You Want To) Make a Memory 10. Blood On Blood 11. This is Love This is Life 12. More Things Change, The


Ogni resistenza è inutile. Lo so che lo bramate.

venerdì 5 novembre 2010

Capolavoro

La classe non è acqua, e l'onorevole Lupi (PdL) ne dà ancora una volta dimostrazione, distinguendosi dall'imbarazzato balbettare dei suoi colleghi di partito.
Per stemperare le polemiche sulla partecipazione del premier (pluridivorziato, adultero, utilizzatore finale di escort e frequentatore di minorenni) al forum sulle famiglie infatti, l'abile pidiellino ha messo insieme questo pensiero che sarà certamente ricordato dai posteri quale aforisma-simbolo dell'attuale decennio politico italiano:
" Sul sostegno alla famiglia (Berlusconi n.d.r.) deve dire la sua. I valori non vengono meno per l'incoerenza."

I valori non vengono meno per l'incoerenza.

Per la miseria, siamo oltre i proverbi, i detti, i modi di dire. E' la versione 3.0 del noto "predica bene e razzola male" o di "fate come dico ma non fate come faccio". Siamo all'equilibrismo politico-verbale più estremo. Assistiamo affascinati ad intrepide scalate di vette inesplorate di paraculismo. Al paradosso eletto ad unico stile di vita.
Sticazzi, siamo al capolavoro.
Applausi.

I soldi non sono finiti

Adesso la smetteranno di dire che questi barboni che ci governano tagliano i fondi alla scuola. Avete sentito no? Tremonti ha messo a disposizione ben duecento milioni di euro per l'istruzione. Come dite? Sono esclusivamente per quella cattolica privata e la pubblica continua ad avere le pezze al culo?
Vabbeh dài, non stiamo a guardà il capello...

http://city.corriere.it/2010/11/05/milano/documenti/scuola-fondi-private-ammorbidire-chiesa-30933262837.shtml

giovedì 4 novembre 2010

Venite a prendermi


Di questo ennesimo scandalo annunciato che ruota attorno a Ruby Rubacuori, Nadia e alle abitudini folklorisitco-sessuali del premier non voglio scrivere molto. E' da mò che il cav, e con lui l'Italia intera, ha raggiunto il fondo. E' da mò che stiamo scavando con le mani inzozzate di fango e viagra.
Vorrei invece far notare gli effetti collaterali di questa vicenda. Quelli partiti come scosse di assestamento dall'entourage del presidente, dalla cerchia di amici, graziati e/o premiati per la loro condotta, if you know what i mean.

In testa il direttore honoris causa, Emilio Fede, che molti insistono a vedere come figura comica, macchietta innocua, e che invece io ho sempre qualificato come personaggio sordido, rancoroso e vendicativo. L'anchorman del TG4 è stato tirato in ballo (non è la prima volta e nemmeno l'ultima, visto il delinearsi del caso
Perla Genovesi/Nadia Macrì) per aver procurato carne fresca al capo e quindi per favoreggiamento della prostituzione. Bene. Fede scrive una lettera al Corriere della Sera (pubblicata ieri) per lamentarsi dei contenuti di alcuni articoli che riprendevano le notizie di cui sopra. Grande. L'infangatore professionista che si lamenta degli schizzi di melma altrui, l'indiscusso re dei provocatori e delle sentenze sputate senza contraddittorio che reclama equilibrio e correttezza. Il tono usato per tutta la lettera è quello dell' avvertimento mafioso, che gli appartiene totalmente: "(...) Io avvisi di garanzia non ne ho ricevuti. Auguratevi, comunque, che non ne riceva. Ve lo auguro con tutto il cuore. Perchè altrimenti, dovessi chiamare gli avvocati di tutto il mondo, vi porto in tribunale. Cosa che non ho mai fatto verso un collega. Ma voi colleghi lo siete soltanto perchè iscritti allo stesso albo professionale." Giù la maschera, Emilio.

Poi Berlusconi attacca i gay (una chiara strategia mirata a far casino, non una boutade improvvisa nè una barzelletta carpita mentre non sapeva ci fossero telecamere) e la Carfy, ministro delle pari opportunità in un paese nel quale la recrudescenza violenta contro gli omosessuali è in preoccupante aumento che fa? Minimizza. "E' solo una battuta". E già. Sò ragazzi...

E' il turno di Signorini, che ha scosso l'Italia intera con il suo sconvolgente, incredibile e insospettabile coming out. "Macchè omofobico, io, direttore di Chi e S&C sono la dimostrazione vivente che Silvio rispetta le differenze". Eh sì, ma solo quelle dei ruffiani.

E così via. Feltri e Belpietro che non scrivono una riga riguardo l'intenzione del premier di chiudere (no, dico chiudere) per un mese i giornali in caso di pubblicazioni illecite di intercettazioni telefoniche,Gasparri, La Russa e Cicchitto che allargano sorridenti le braccia e minimizzano"che volete che sia". Bersani invece, ah Bersani è lì che si macera nel dubbio: "Ma a parlare del troiaio di Berlusconi gli farò mica un favore in termini di consensi?".

Ma per fortuna c'è Giovannardi, il grande moralizzatore, il fustigatore di costumi, l'impalatore dei peccatori. Di fronte al premier che fa festini a base di droga e troie ha dichiarato, impavido e sguardo fiero che...che...ecco...ehm... Vai cosi Giovy.

E come dimenticare quel tal cardinale che "eh, ma la bestemmia va contestualizzata..."

Gente, non è che tra figuranti a vario titolo nel libro paga (soubrette su scranni politici, fascisti nei vari dicasteri, prelati abbondantemente finaziati, giornalisti graziati o semplicemente ossequiosi) e un'opposizione meditabonda/moribona, questo è come se si fosse barricato dentro la nostra democrazia con i viveri per altri vent'anni?

No chiedo, eh.

martedì 2 novembre 2010

Links

Quando si dice la coincidenza.
Era parecchio che non guardavo Lie to me, interessante serial americano che ha il suoi punti di forza nello spunto di base (lo studio della psicologia emotiva, della comunicazione non verbale, delle espressioni facciali usati come strumento d'indagine) e nella presenza spiazzante di Tim Roth.
Bene, ieri sono incappato nella diciannovesima puntata della seconda serie giusto in tempo per trovarmi di fronte ad un inaspettato tributo a ...The Shield!
Nel cast figuravano infatti ben sei attori della epocale serie poliziesca appena conclusasi.
C'era Benito Martinez/Aceveda, che faceva il marito di Catherine Dent/Danni. Alla coppia avevano rapito un figlio.
Kenny Johnson/Lem nei panni di un fotografo pedofilo; David Marciano/ Billings nell'inverosimile ruolo di un presunto assassino psicopatico condannato a morte;Cathy Cahlin Ryan / Corinne Mackey quale ex di Marciano e ultimo ma non ultimo David Reese Snell/l'indimenticabile Ronnie Gardocki quale fratello del condannato a morte.

A parte l'incredibile coincidenza personale mi chiedo, come si sarà attivato il link tra i serial? Stesso regista di The Shield? Stesso autore? Tributo di un fan della serie tra i produttori?
Davvero curioso.

lunedì 1 novembre 2010

Changin' of the guard


Con qualche anomalia sui tempi e sui modi (c'è stato il congresso della CGIL l'anno scorso, normalmente la scelta sarebbe avvenuta in quell'ambito), tra qualche giorno verrà nominata segretaria generale della più antica e importante confederazione sindacale italiana Susanna Camusso.

Proveniente politicamente dal P.S.I. , come il segretario uscente Epifani, una vita nella Fiom, poi nella categoria degli agro-industriali (la Flai) e infine, da una decina d'anni, segretaria della CGIL Lombardia, la Camusso è nata a Milano nel 1955 e fa sindacato dal 1975.

Per la prima volta la CGIL sarà guidata da una donna e questo è un fatto senza dubbio positivo, che accade peraltro in un momento delicatissimo per la nostra organizzazione, isolata dalle strategie del governo, dalle scelte assertive di CISL e UIL e con il "problema" Fiom.

Qual'è invece il bilancio della gestione Epifani? Positivo, secondo me. Considerata sopratutto la difficoltà di subentrare a Sergio "tre milioni di persone" Cofferati, che all'epoca sembrava avesse il destino della sinistra nelle sue mani. Personaggio schivo, timido, grande politico e poco populista, Epifani ha gestito tutto sommato bene crisi drammatiche (su tutte quella dell'Alitalia) riuscendo spesso a marcare la differenza con le altre sigle sindacali.

Il primo appuntamento importante della Camusso, test match con il popolo rosso delle piazze, è per il 27 novembre a Roma,quando si svolgerà la manifestazione nazionale della CGIL con a tema i diritti e il futuro.
Io ci sarò. In bocca al lupo Suzie.


sabato 30 ottobre 2010

Album o' the week / Buena Vista Social Club (1996)


Amato e snobbato con pari intensità, progenitore di una stirpe infinita di non sempre nobili figliastri, Buona Vista Social Club, il progetto cubano dell'allievo-maestro Ry Cooder, è un diamante grezzo che ancora oggi brilla di luce propria.

La strada per rendere popolari progetti che in qualche modo hanno a che fare con la musica "etnica" è trovare la chiave per renderli accessibili, fruibili a tutti. E il mucchio di artisti (in parte ottuagenari, nel frattempo scomparsi) coinvolti nell'operazione di recupero, è stato in grado di comunicare una tale empatia emotiva con l'ascoltatore da infrangere in molti casi qualunque tipo di barriera: culturale, musicale, ideologica o politica.

I cavalieri dimenticati che hanno fatto l'impresa rispondono al nome di Eliades Ochoa (classe 46), con Chan Chan, El cuarto de Tula e De Camino a La Verada; Ibrahim Ferrer (1927/2005) con Dos Gardenias e Candela; Compay Segundo (1907/2003) con Dos Gardenias e Amor de Loca Juventud; Omara Portuondo (1930) con Veinte Anos e il pianista Ruben Gonzalez (1919/2003) con Pueblo Nuevo.

Trattasi di instant evergreen, chi se lo fosse perso è sempre in tempo.

venerdì 29 ottobre 2010

Thousands are sailing

Tra una cosa e l'altra siamo arrivati a quota mille post. Aprivo il blog a dicembre 2006 parlando dei preparativi per vedere i Pogues a Londra, mi sembra coerente celebrare questo traguardo tirando in ballo ancora Shane e soci.

Tra annunci dei promoter e smentite della band infatti, pare che quello di queste festività natalizie potrebbe essere l'ultimo tour del gruppo.

In genere dispiace quando si parla di split, ma nel loro caso, visto il contesto e le condizioni di Shane, forse è davvero il momento.

Comunque sia, lo slàinte! è di rigore. Per loro e per me.

giovedì 28 ottobre 2010

Un colpo sotto la cintura


Danko Jones
Below the belt
Bad Taste Records, 2010


Con il canonico ritardo, entro anch'io, come Ale e Filo, nel club Danko Jones.

Mi fa strano, ma non avevo mai sentito nominare questo gruppo canadese, che pur è attivo sulle scene da più di una decina d'anni.

Below the belt richiama la miglior tradizione glam o street o hair - metal, che dir si voglia. Roba cafona, maleducata, personaggi da prototipo del magnaccia di quartiere (d'altronde basterebbe la copertina...). Estremamente esplicativa della mission aziendale il refrain dell'open track, I think bad thoughts: I can break your heart at the drop of a hat / Stap you in the back in two minutes flat/ Screw your girl in the back of my cadillac (...).
A me hanno fatto subito venire in mente i Motley Crue, i primi Guns e forse in qualche caso (Tonight is fine) persino gli AC/DC.

Un disco divertente, scorretto e piuttosto maschilista, da braccio fuori dal finestrino e sguardo allupato al culo delle passanti. Qualche volta ci vuole anche questo.





mercoledì 27 ottobre 2010

In loop

In più di un post ho riportato, non senza l'orgoglio tipico di un dinosauro musicofilo, i progressi in fatto di gusti musicali di Stefano.
Mai avrei pensato di arrivare a sclerare come sto facendo in questi giorni perchè il ragazzo vuole ascoltare in continuazione ed a volume impossibile sempre e solo la theme song di Space Jam. Mai avrei pensato di arrivare ad odiare (letteralmente) una canzone.
Quando si dice l'altra faccia della medaglia...
Il pezzo, per i curiosi, è questo qui:


martedì 26 ottobre 2010

Will contro tutti


Bello l'impatto di una New York post-apocalittica. Le strade deserte, le auto abbandonate, case e negozi deserti. Da libro dei sogni consumistico-adolescenziali le scene di "shopping" di Will Smith che si rifornisce dagli scaffali pieni di un megastore di dischi abbandonato. Efficace e straniante la scena che apre il film, con Smith che dà la caccia ad un branco di cervi, inseguendoli a bordo di un auto nel pieno centro di Manhattan.

Salvo giusto questi flash dal colossal Io sono leggenda, che racconta la vita sulla terra dopo che un virus ha sterminato l'umanità, riducendo i superstititi a zombie assetati di sangue che escono solo di notte perchè la luce del sole li polverizza (originale eh?). Tra i pochi esseri viventi immuni al contagio, lo scienziato militare Robert Neville (Will Smith) che si è organizzato una vita in solitaria (unica compagnia il suo pastore tedesco). Di giorno gira per la città. Di notte vive in una villa-bunker dotata di laboratorio, nella quale cerca una cura al virus. Grazie ai suoi flashback scopriamo la fine della sua famiglia e l'origine della malattia.


Una produzione costruita adosso al super ego di Smith. Con una trama impalpabile come la politica del PD. Il finale alternativo (solo su dvd) risulta più verosimile di quello ufficiale.

lunedì 25 ottobre 2010

La casa di riposo delle chitarre



Santana
Guitar heaven
Arista Records, 2010



Chi sono io per permettermi di fare lo stronzo con la più grande rockstar messicana di tutti i tempi? Tra l'altro mi sta enormemente simpatico il personaggio Carlos Santana: la sua spiritualità, la sua serenità, il suo essere in pace con l'universo (oh cribbio non ho citato la sua musica).


Perciò anche se ha voluto tornare ragazzino e togliersi lo sfizio di fare un disco con sonorità hard-rock ed è venuto fuori un prodotto scontato e bruttino, già a partire dalla copertina, autocelebrativa e da cestone delle offerte in autogrill, perlopiù riempito di brani-totemici (Whole lotta love; Smoke on the water; Sunshine of your love; Little wing) reinterpretati paro paro,fatta eccezione per la costante presenza di un tappeto di (fastidiossimi) bonghi e percussioni tribali varie, nel quale si salva solo una versione hip hop (featuring Nas) di Back in black degli AC/DC, non gliela posso mica far pesare più di tanto.

Però. Va bene il rispetto, ma pretendere anche che una clamorosa paraculata come Guitar Heaven possa anche piacere, è tutto un altro discorso...


sabato 23 ottobre 2010

Album o' the week / John Mellencamp, Dance Naked (1994)


Lo sapete, adoro John Mellencamp. Quando mi deciderò a riprendere la rubrica "Gli album della vita" di sicuro almeno un paio di suoi dischi vi troveranno consona collocazione. Tra questi non figurerà Dance Naked, che però resta un'opera improvvisa (uscita a pochi mesi di distanza dallo strepitoso Human Wheels) e sorprendente.

La tracklisting consta di nove pezzi per circa venticinque minuti di durata, il che lo rende un anomalia nei lavori dell'ex-coguaro. Apre la title-track, nel più classico sound mellecampiano, che mette quindi da parte la svolta roots (fisa-violini) avvenuta con The lonesome Jubilee.

A metà disco il pezzo migliore, Wild Night, sensazionale cover del pezzo di Van Morrison al quale partecipa (e si sente) come ospite la brava bassista/polistrumentista Me'shell Ndegeocello.

Il picco dell'album è probabilmente Another sunny day 12/25, lentaccio folk che tratta tematiche sociali blue collar. Ottime anche L.U.V. e The breakout.



A mio avviso peraltro, Dance Naked chiude la seconda e più esaltante parte della carriera del singer dell'Indiana, che era partita nel 1982 con American Fool.





venerdì 22 ottobre 2010

Una Gran Torino per l'ispettore Callaghan


Esistono diversi fattori che possono incidere sul giudizio che diamo ad un film. Averne letto e/o discusso troppo, senza prima averlo visto. Nutrire aspettative esagerate. Il nostro umore al momento della visione. Le condizioni ambientali (nel caso si guardi a casa e non al cinema).

Deve essere per un mix di questi elementi che non ho apprezzato quanto credevo (e quanto hanno fatto diversi amici che considero, senza ironia, degli oracoli in materia) Gran Torino, di e con Clint Eastwood.

Non mi è piaciuto principalmente perchè ho trovato lo svolgimento della storia molto prevedibile dal punto di vista della finzione cinematografica. Diamine, poteva andare in modo diverso la storia? Lui è un anziano reduce dalla guerra in Corea, pieno di pregiudizi, burbero e per giunta fresco vedovo, ultimo americano in un quartiere di periferia che ormai è diventato a prevalenza asiatica.

I rapporti con la confinante famiglia di "musi gialli" (così li chiama lui) sono inesistenti e improntati alla reciproca diffidenza, fino a quando dal tentativo di furto dell'auto (la Ford Gran Torino del titolo) di Clint/Kowalski, quale prova di iniziazione per il riluttante ingresso dell'ultimogenito della famiglia di asiatici in una gang, si innescano una serie di eventi che, ca va sans dir, avvicineranno il vecchio americano ai nuovi vicini, e idealmente, getteranno il cuore oltre l'ostacolo dei pregiudizi tra la cultura americana e quella dei migranti da paesi lontani.

Il film non è certo tutto da buttare,intendiamoci, ma a tratti è davvero poco credibile. Il personaggio di Clint Eastwood quando imbraccia le armi e minaccia i teppisti oppure li irride mimando con le dita il gesto della pistola, sembra più una parodia (magari anche voluta eh) dell'ispettore Callaghan, che un'ottantenne che ha imbracciato le armi sessant'anni prima. Il giovane prete irlandese che cerca di confortarlo è troppo perfettino per essere vero. L'ingresso di Clint e la sua rapida accettazione da parte di una comunità notoriamente chiusa agli esterni come gli hmong appare decisamente precoce.

Apprezzabile invece la rappresentazione delle famiglie dei figli di Kowalski, più distanti dal padre in termine di comunicazione di qualunque cultura straniera, i siparietti dal barbiere italiano e i "dialoghi" dai rispettivi portici tra il personaggio di Eastwood e l'anziana della famiglia hmong.


Una considerazione a margine. Ho visto questo film sulla la prima rete della Svizzera Italiana (RSI1) e ho scoperto un canale davvero notevole. Film recenti, spesso in prima visione tv, una bella programmazione, una sola interruzione tra i due tempi della pellicola. Rispetto per il telespettatore insomma. A forza di guardare RaiMediaset avevo quasi avevo dimenticato cosa fosse.

giovedì 21 ottobre 2010

Love and war revisited

Di cosa parliamo veramente quando parliamo di guerra e d'amore? Deve esserselo finalmente chiesto il buon Neil Young, dopo aver passato buona parte dei suoi sessantacinque anni di vita a comporre spesso meravigliose (a partire da What for it's worth) e qualche volta sbagliate canzoni antimilitariste.
Proviamo a capirlo, deve aver pensato il testardo canadese. E così a metà del suo miglior disco degli ultimi tre lustri, come un porto sicuro dagli accordi distorti che dominano con ferocia su Le noise, ha piazzato l'inquietante calma di Love and war.
A sto giro c'ha messo meno certezze e più rassegnazione, è la pancia a parlare più che gli ideali, le rughe agli angoli degli occhi a raccontare: "Sono stato innamorato e ho visto un sacco di guerre, ho visto un sacco di gente pregare Allah o il Signore, ma il più delle volte pregano per amore o guerra".

Il risultato finale è ancora un passo indietro rispetto a War di Edwin Starr (irraggiungibile) ma ben oltre moltissima insincera produzione d'opposizione.
Love and war è la canzone pacifista di questo desolante decennio. E forse anche qualcosa di più.





When I sing about love and war
I don't really know what I'm saying
I've been in love and I've seen a lot of war
Seen a lot of people praying
They pray to Allah and they prey to the Lord
But mostly they pray about love and war
Pray about love and war

I've seen a lot of young men go to war
And leave a lot of young brides waiting
I've watched them try to explain it to their kids
And seen a lot of them failing
They tried to tell them and they tried to explain
Why daddy won't ever come home again.
Daddy won't ever come home again

I said a lot of things that I can't take back
But I don't really know if I want to
There've been songs about love
I sang songs about war
Since the backstreets of Toronto
I sang for justice and I hit a bad chord
But I still try to sing about love and war
Sing about love and war

The saddest thing in the whole wide world
Is to break the heart of your lover
I made a mistake and I did it again
And we struggled to recover
Then I sang in anger, hit another bad chord
But I still try to sing about love and war

I've been in love and I've seen a lot of war
Seen a lot of people praying
They pray to Allah and they prey to the lord
But mostly they pray about love and war
Pray about love and war.

mercoledì 20 ottobre 2010

MFT, ottobre 2010


ALBUM

M.I.A. , Maya
Fabri Fibra, Controcultura
The Sword, Warp riders
Neil Young, Le noise
Isobel Campbell & Mark Lanegan, Hawk
Rolling Stones, Rolled gold

Midlake, The courage of others
John Mellencamp, No better than this
The Texas Tornados, Esta bueno!
Alejandro Escovedo, Street songs of love

VISIONI

Romanzo Criminale, prima stagione
Californication, seconda stagione
No ordinary family, prima stagione

martedì 19 ottobre 2010

Sussurri e grida


Isobel Campbell & Mark Lanegan
Hawk
V2/Cooperative, 2010


Sarà che è passato un pò di tempo dall'ultimo lavoro di mr Lanegan che mi ha entusiasmato (a occhio e croce direi Bubblegum), oppure che avevo quasi subito mollato per sfiancamento il suo sodalizio con la Campbell (ecco, invece dei Belle and Sebastian non sono mai stato fan) e cominciavo ad andare in astinenza del suo vocione, o può essere anche che a stimolarmi sia stata la notizia della presenza nella tracklist di due omaggi a Townes Van Zandt, ma sta di fatto che Hawk, quarta e ultima fatica del duo, mi sta dando non poche soddisfazioni

Il disco è strutturato in modo geometrico, tra i brani in cui Lanegan è lead vocal e la Cambbell si limita a fare dei bellissimi ricciolini alle o, quelli in cui il volante (vista la copertina...) passa alla scozzese e i duetti di rito.
Vista la premessa, mi corre l'obbligo di dire che le mie preferenze premiano decisamente le tracce eseguite dall'ex Screaming Trees.

Ma andiamo per ordine. Apre il lavoro la delicata e mistica We die and see beauty reign, giusto un sussurro sopra un leggerissimo arpeggio di chitarra. Un brano d'atmosfera disarmante, tanto semplice quanto efficace.
A seguire il primo dei grandi pezzi di Lanegan, You won't let me down again, bellissimo, trascinante, evocativo. Che riprende gli arrangiamenti essenziali di quel capolavoro che risponde al nome di Whiskey for the holy ghost.
Siamo ancora da quelle pittoresche parti per la successiva Snake song, (primo tributo a Van Zandt) chitarra acustica e slide a sorreggere un blues minimale. Ottima.

Come undone è una ballata sospesa tra il croonering (con tanto di archi) e la damned song, qualcosa nell'incedere ricorda I put a spell on you. Siamo alla traccia numero quattro e il livello si mantiene altissimo.
La traccia numero cinque (seconda cover di Townes) No place to fall è una nenia struggente, affascinante. Qui il vocione di Mark sembra irriconoscibile, e infatti a duettare con la Campbell è stavolta il giovane Wiily Mason. Get behind me chiude idealmente la prima parte del disco, e lo fa nel migliore dei modi, attraverso un rock and roll sporco, ruvido e primordiale. Altro tiro altro centro.

Time of the season è il primo brano in cui Isobel comincia a prendersi un pò di spazio, è una canzone dalle inaspettate sfumatore folk/pop. Ascoltandola è impossibile non rievocare i fantasmi di June Carter e Johnny Cash.

La title track, piazzata più o meno a metà del percorso, fa da intermezzo al passaggio di mano (e di atmosfere) del mood dell'album. E' un rythm and blues strumentale dalle parti degli Animals, scatenato e coinvolgente.

Sunrise è la prima canzone interpretata esclusivamente dalla parte femminile del duo. E' un pezzo onirico e dilatato, esattamente come ce lo si aspetterebbe da una che ha militato in un gruppo come i Belle and Sebastian. Lo stesso dicasi per To hell and & back again.
Sono ottimi pezzi, intendiamoci, ma fanno parte di quel lotto di canzoni che ne reggi al massimo due-tre, poi cominci a skippare.
Willy Mason torna a dare il suo contributo per Cool water, e io torno ad alzare all'insù il pollice. Green eyes, marcia irlandese che strizza l'occhio ai Waterboys, ci accompagna deliziosamente verso il gran finale.

Lately è infatti uno strepitoso ed imprevedibile pezzo soul a tinte gospel (con un fantastico giro di chitarra country!) che parte piano e poi si insinua subdolamente sottopelle, fottendoti senza scampo i sensi, ottenembrando la mente, spargendo gioia a piene mani. Capolavoro assoluto.

Il mio voto conclusivo è una media tra l'eccellenza dei pezzi di Lanegan più la traccia conclusiva (5 pinte) e i duetti sommati a quelli in cui la Campbell è solista (3). Viene una rispettabilissima media di quattro, nonchè un accorato appello ad accantonare i pregiudizi (che io stesso nutrivo) e a prestargli la necessaria attenzione.



lunedì 18 ottobre 2010

Who's bad?


Fuori dal duopolio del genere, costituito da Disney/Pixar - Dreamworks, la Universal ha prodotto un cartoon che non ha niente da invidiare ai più agguerriti concorrenti e che, sopratutto, fa davvero ridere a crepapelle i bambini in sala (in particolar modo nella prima mezzora).


Il protagonista è Gru, cattivo a 360° (nel senso che la sua giornata è farcita di atti di pura cattiveria a danni dell'intera popolazione), incallito e un pò sfortunato, che alla soglia dei cinquanta mette in atto il suo piano più ambizioso. Ovviamente però i personaggi più divertenti sono i suoi aiutanti, omini giallo alti trenta centimetri creati dal vecchio scenziato che da anni collabora con Gru. Il lato sentimentale è garantito da tre piccole orfane che vengono adottate dal criminale per i suoi sordidi piani.


Consigliato già a partire dai 4-5 anni.

domenica 17 ottobre 2010

p2p in crisi?

Articolo di Alessandra Longo su Repubblica


IL PEER-TO-PEER, fino a oggi il sistema preferito dagli italiani per scaricare file da internet, è in caduta libera. Ma il download (legale e non) di film e musica dalla rete non è in crisi. Solo, sempre più utenti preferiscono altri modi per accedere a questi contenuti.

La conferma arriva dai dati dell'osservatorio di ricerca Nielsen: gli utenti peer-to-peer italiani sono passati dai 6,7 milioni di luglio 2009 ai 4,9 milioni di luglio 2010. La caduta colpisce in particolare il software più usato, eMule, che a luglio 2010 è stato usato da 2,9 milioni di persone, in calo del 43 per cento rispetto all'anno prima. Cresce invece uTorrent, altro software peer-to-peer (1,3 milioni di utenti, +50 per cento anno su anno).

sabato 16 ottobre 2010

Album o' the week / The Black Crowes, Amorica (1994)


Uno dei più spettacolari casi in cui sarebbe legittimo comprare un disco esclusivamente per la copertina. Tanto basterebbe iniziare l'ascolto dell'album (Gone, A conspiracy, High head blues ) per capire di aver fatto la scelta giusta e perchè il pelo pubico che esce dal minicostume a stelle e strisce (foto recuperata da un vecchio numero di Hustler) che tanto scalpore ha fatto in patria, assuma un ruolo insignificante. E una volta terminato l'ascolto è tale l'ubriacatura di blues, rock e soul che in copertina avrebbero potuto metterci anche la Pina di Fantozzi, e nessuno ci avrebbe fatto più caso.

Con Amorica i Black Crowes chiusero il terzo lato del loro triangolo magico (gli altri erano Shake your money maker e The souther harmony and music companion), quello che ha sugellato il periodo migliore del combo.
Un disco monolitico, che non si presta ad essere un singlebuster ma che resiste massiccio nel tempo grazie alla forza del collettivo delle canzoni che racchiude.

Caso più unico che raro in cui tira più un carro di rockblues trainato dai buoi che un pelo di figa.

giovedì 14 ottobre 2010

In my ragged company

Giro di boa di una settimana di merda. In pratica tutto quello che poteva andare male, è andato male. Ho avuto una ricaduta dell'influenza che avevo ricacciato indietro a forza di Actigrip un paio di settimane fa. Questa ovviamente è peggiore. Tosse, mal di gola e un calo di voce che mi fa sembrare un molestatore telefonico. Perchè non mi sono messo in malattia? Perchè questa settimana avevo tante di quelle rogne da sbrigare che i miei colleghi avrebbero preferito gli passassi la sifilide, piuttosto che detta quota parte di casini. E manco la gratificazione di averle chiuse bene, queste vicende. Tutto storto, lo dicevo che sta andando tutto storto.

Eppure ieri mattina mi ero svegliato con la piacevole sensazione di una canzone che mi ronzava nella testa. Secondo me stava lì già nel dormiveglia, aleggiava come una sorta di dreamcatcher. Era Dead Flowers degli Stones (da Sticky Fingers), assunto a culto per una dozzina di generazioni di country/folk singers, al punto che ne esistono talmente tante versioni da perderci il conto. A me basta pensare alla sua melodia, al suo testo per trovare un pò di pace. Ha quella che chiamo una tranquilla potenza devastante.


Well when you're sitting there
in you silk upholstered chair
talking to some rich floks that you know.

Well I hope you won't see me
in my ragged company
but you know I could never be alone.


Take me down little Susie, take me down
I know you think you are the queen of the underground
And you can send me dead flowers every morning
Send me dead flowers by the mail
Send me dead flowers to my wedding
And I won't forget to put roses on your grave

Well when you're sitting back
in your rose pink Cadillac
making bets on Kentucky Derby day

I'll be in my basement room
with a needle and a spoon
and another girl to take my pains away

Take me down little Susie, take me down
I know you think you are the queen of the underground
And you can send me dead flowers every morning
Send me dead flowers by the mail
Send me dead flowers to my wedding
And I won't forget to put roses on your grave

Take me down little Susie, take me down
I know you think you are the queen of the underground
And you can send me dead flowers every morning
Send me dead flowers by the U.S. mail
say it with dead flowers at my wedding
And I won't forget to put roses on your grave
No, I won't forget to put roses on your grave




mercoledì 13 ottobre 2010

It's never too late to mend, i Midlake


Sapete no quella particolare situazione per cui puoi sentire un disco miliardi di volte senza che ti comunichi alcunchè, ma poi, all'ennesimo ascolto, quando ormai avevi rinunciato, improvvisamente tutto diventa chiaro, empatico. Si spalancano le porte della percezione, la meraviglia dilaga irrefrenabile fino ad attanagliarti completamente (il tutto senza l'ausilio di droghe, pensate un pò!).

E' proprio questo il caso di Courage of others dei Midlake, band texana (aridaje!) protagonista (così come i Grizzly Bear e i Fleet Foxes) di questo nuovo, ennesimo new acoustic movement che non so se abbia un nome ufficiale, ma che diciamo ama rimestare nel sound folk/psichedelico di fine sessanta/inizio settanta, sulla scia del movimento di
Haight-Ashbury a Frisco e su quello che tirava fuori gente come Crosby, Still, Nash & Young (il riferimento è inevitabilmente al masterpiece Four way streets).

Avevo bollato questo disco come deprimente e su questo non ritratto, quello che non coglievo però è che la struggente malinconia che lo pervade è una componente nella quale è dolcissimo lasciarsi portare alla deriva, soprattutto nella stagione che stiamo attraversando.

Courage of others è un'opera dominata dagli infiniti intrecci di chitarre acustiche e dalle armonie vocali a strati. C'è anche un'elettrica, ma per sentirla distintamente bisogna attendere fino alla traccia numero nove (The horn).

Capisco che un disco di queste fattezze, ascoltato nel periodo sbagliato può essere letale, ma se siete nel mood giusto, pezzi come Acts of men, Rulers, rulin' all things, Chidren of the grounds o Core of nature saranno l'unica cosa che vorrete ascoltare fino al termine dell'autunno.

martedì 12 ottobre 2010

Blogfest 2010

Qualche settimana fa avevo segnalato il Blogfest, che ogni anno sfrucuglia nella galassia dei web writers italiani e premia i migliori blog, dividendoli per categorie specifiche (il post era questo).

Oggi, con un pò di ritardo sullo svolgimento della manifestazione, che si è tenuta il 25 settembre a Riva del Garda, riporto i vincitori del pool 2010 limitandomi solo ad alcune delle categorie premiate; per le liste complete e le sezioni mancanti vi invito a consultare l'elenco dei risultati dal sito ufficiale del Blogfest.


Miglior Blog


Blogger dell'anno


Blog rivelazione


Miglior blog personale


Miglior post dell'anno


Miglior blog letterario


Miglior blog musicale


Miglior blog cinematografico


Miglior blog sportivo


Miglior blog erotico

All'anno prossimo.

lunedì 11 ottobre 2010

Qualcuno normale?





Fabri Fibra
Controcultura
Universal, 2010


Ricordo di aver visto un documentario tempo fa. Spiegava cosa avesse rappresentato per la cultura americana dei cinquanta la rivoluzione del rock and roll. In particolare mi è rimasta in mente la ripresa di una lezione universitaria, dove il professorone di turno strappava risate ai presenti ironizzando sul significato di testi che avevano passaggi come "tuttifrutti awrutti" o "bebobalula shesmybabe". Oggi appare impietoso evidenziare il limite di apertura mentale di certi tromboni che rappresentavano solo una cultura borghese d'elite, eppure anche nel 2010, ogni tanto ci ricaschiamo. Quel documentario mi è infatti tornato in mente ascoltando le reazioni sdegnate di molti (che probabilmente ascoltano la musica come bevono il caffè al bar, col mignolo alzato) riguardo a Vip in trip. "Ma come, ti piace quella roba? Ma che testo è perepequaqua?!?". Beh, non solo mi piace, ma lo trovo micidiale, e non riesco a cacciarlo dalla testa (come si evince da questo post e relativi commenti ) e secondo me se levaste quella scopa che avete in culo, piacerebbe anche a voi.

Fabri Fibra is back. E finalmente torna a fare sul serio.Dopo la lunga gavetta e il successo di Bugiardo (Applausi per Fibra) infatti, le sue produzioni avevano cominciato a mostrare la corda e a dare segni di ripetitività/stanchezza creativa, patologia del resto piuttosto comune nell'ambito delle carriere dei rapper. In Controcultura invece lo si capisce immediatamente che si respira un aria diversa. Già a partire da 6791, la prima traccia: enfasi nei bassi e scenari vagamente ossessivi ("la prima volta che ho sentito la parola paranoia/ero già in paranoia"). Poi ancora molto bene con Escort ("anagramma di sterco"), irriverente carrellata sui nuovi vizi italiani (non a caso, tra gli altri, sono citati Noemi Letizia e Corona).

E' bello caldo il Tarducci, non si fa pregare per smerdare ad aerografo nani e ballerine che popolano il desolato panorama di questa Italietta del terzo millennio. E se gli strali arrivano anche da un artista che politicizzato non lo è, e non lo è mai stato, significa che la misura è davvero colma.

E' in questo ambito che si colloca anche Qualcuno normale, innescata da una metafora che subito dà il senso del pezzo: " Cammino sempre con le spalle al muro / E' scomodo / Come un politico sta con Marco Travaglio in culo" che si avvale tra l'altro di un riuscito featuring di Marracash.

Tornando a Vip in trip, noto che, curiosamente è l'unico brano di tutto il disco che ha una strofa bippata (la censura copre "perchè ho paura di prendere l'Aids!", riferito alle ragioni del presunto rifuto di Fibra di fare sesso con Laura Ch...), mentre per tutto il resto del lavoro arrivano bordate a destra e manca senza troppa cautela. C'è poco da fare, è il classico singolone irresistibile, come come del resto è riuscito il relativo video, tributo ai Clash di Rock the Casbah.

Ottime anche + o -, classico Fibra's style, il riempipista Tranne te, Insensibile, In alto ("tutti vogliono che ti trovi un lavoro / come quello che hanno loro"), Troppo famoso e Rivelazione con un irresistibile featuring finale di...Topo Gigio. Non mi convincono appieno invece Tre parole, Le donne e Spara al diavolo.

Non so se attualmente Fabri Fibra sia davvero il miglior rapper su piazza. Di certo è quello che vende con più costanza (non dimentichiamo che il rap, questo rap, è anche un fenomeno commerciale di massa) e tra tutti, è forse quello che cerca con maggior determinazione una via personale, tutta italiana a questo genere, raggiungendo in scioltezza gli obiettivi di divertire, nel senso letterale del termine, e di far uscire un pò di pus dalle ferite della nostra società.

La cosa più vicina alla versione 2.0 di un cantautore. Però non diteglielo, che s'incazza.




domenica 10 ottobre 2010

Gatagetget

Continua ad essere in altissima rotazione nei gusti di Stefano il pezzo di apertura di The E.N.D. dei Black Eyed Peas. E' Boom Boom Pow, anche se lui lo chiama come il titolo del post. Se non conoscete il pezzo e volete capire il perchè bastano pochi secondi...