giovedì 31 marzo 2016

MFT (Monty's Favorite Tunes), marzo 2016


ASCOLTI

Joe Bonamassa, Blues of desperation
Rolling Stones, Tattoo you
Thin Lizzy, Black Rose
Brian Fallon, Painkillers
Steel Panthers, Live from Lexxi's mom garage
Austin Lucas, Between the moon and the midwest
Led Zeppelin, Physical graffiti
Iggy Pop, Post pop depression
REM, Out of time
Elio e Le Storie Tese, Figgatta de blanc
Venom, Black metal

In arrivo

Sturgill Simpson, A sailor's guide to earth
Hayes Carll, Lovers and leavers

Monografie

Eagles
Dream Theater (1992/2002)

VISIONI

House of cards, 4
In Treatment, 2
Le regole del delitto perfetto, 2
Vinyl
The Walking Dead, 6
The Sopranos, 6

LETTURE

Stephen Davis, Il martello degli dei

martedì 29 marzo 2016

Daredevil, stagione uno


Se sul versante cinematografico si può tranquillamente affermare che la Marvel abbia asfaltato la DC Comics con una scarica di produzioni che neanche un attacco di dissenteria dopo un'indigestione di impepata di cozze avariate, nel campo delle serie televisive la casa di Batman e Superman si è invece mossa bene e in anticipo, prima con il buon successo di Smallville e Lois & Clark, e più di recente con Arrow e The Flash. La multinazionale dell'intrattenimento, creata da Stan Lee ed oggi di proprietà del gruppo Disney, non poteva che rispondere adeguatamente all'offensiva degli eterni rivali e così, dopo aver lanciato The Shield (giunto alla terza stagione), ha cominciato ad occuparsi dei super-eroi, privilegiando ovviamente quelli calati nella realtà urbana, con produzioni quali Agent Carter; Powers; Jessica Jones (lanciate nel 2015) e Luke Cage; Iron Fist; The Defenders (in arrivo nel corso di quest'anno).
Nel 2015, su Netflix, è partita anche la prima di Daredevil (noto in Italia come Devil), super-eroe cieco creato insieme alla prima ondata di characters nei primi sessanta dalla fantasia di Lee e Kirby e dalle matite di Bill Everett, ma che nel corso degli anni ha beneficiato dello stile acido e visionario di Gene Colan e di quello crudo e inconfondibile di Frank Miller.
Proprio nella saga di Hell's Kitchen del disegnatore (e autore), tra gli altri, di 300 e Sin City, trova ispirazione questo Daredevil televisivo (che succede a quello cinematografico del 2003 con protagonista lo stesso Ben Affleck che oggi veste il costume di Batman) che si avvale di un ottimo cast composto da Charlie Cox nel ruolo di Matt Murdock/Devil; Vincent Onofrio nei panni di un tormentato ma spietato Richard Fisk/Kingpin; Rosario Dawson in quelli di una coraggiosa infermiera e David Carradine nel panni dell'insegnante di arti marziali del giovane Murdock.
Per dodici dei tredici episodi complessivi la serie è davvero notevole nel ricreare l'ambientazione decadente e oscura di questo quartiere violento e degradato di New York: trama, dialoghi e personaggi di contorno (da uno spettacolare Elden Henson/Foggy Nelson socio di Murdock ad un Vondie Curtis-Hall/Ben Ulrich che, benché gli venga cambiato il colore della pelle  - da bianca a nera -  rispetto ai fumetti, incarna egregiamente lo spirito del giornalista di denuncia) si avvicinano al paradiso delle trasposizioni da strips a piccolo schermo, salvo poi, nell'ultimo episodio, sbracare clamorosamente nei peggiori cliché del genere.
 
La già annunciata seconda stagione partirà a giorni e si avvarrà  della partecipazione di Elektra (interpretata da Elodie Yung) e, soprattutto, The Punisher (Jon Bernthal, di recente visto di The wolf of Wall Street e Show me a hero, ma che tutti ricordiamo bene come amico/rivale di Rick Grames in The Walking Dead).

lunedì 21 marzo 2016

Resurrection Kings, self titled

 http://assets.blabbermouth.net.s3.amazonaws.com/media/resurrectionkingscoverartwork.jpg

Cosa succede se mettete nello stesso studio di registrazione Vinny Appice (batteria, ex, tra gli altri di Black Sabbath/Heaven and hell e Dio), Craig Goldy (chitarra, ex Dio) Chast West e Sean McNabb (voce e basso, ex Lynch Mob)? Vi concedo un aiutino: non viene fuori un disco di musica elettronica.
I quattro dinosauri del classic hard rock tirano ovviamente fuori un album sapientemente orientato all'adult oriented rock che si dipana attraverso dieci episodi con il solo difetto di essere pubblicati nel 2016 e non nel 1986.
Ma a parte questo trascurabile dettaglio, già dallo sparo del via, rappresentato da Distant prayer, i nostalgici del genere avranno di che gioire grazie ad un'architettura sonora che è come una finta di Robben: tutti sanno che andrà quasi sempre dalla stessa parte (nel caso del calciatore del Bayern a sinistra), e ogni volta il gesto tecnico risulta comunque ubriacante.
Certo, per fare un paragone di luminari del genere ancora in pista, non siamo ai livelli d'eccellenza ad esempio dei Chickenfoot di Sammy Hagar, ma vi garantisco che queste arzille cariatidi sanno il fatto loro e lo dimostrano riversando dagli altoparlanti un sound coeso, pulito e massiccio, unito a composizioni non certo miracolose ma dannatamente efficaci come, oltre all'opener,  Who did you run, Had enough o la conclusiva What you take.

Never surrender.

lunedì 14 marzo 2016

Metallica, Load (1996)

 http://www.rockgarage.it/wp-content/uploads/2012/05/Metallica-Load.jpg

C'era una collana di albi Marvel dal titolo What if: non era dedicata ad un solo personaggio, ma ospitava a rotazione i diversi eroi della casa editrice. La sua particolarità era quella di partire da uno spunto passato delle storie del super dudes di turno e fargli prendere una piega differente da quella decisa dagli sceneggiatori nelle serie regolari. Essendo fuori dalla rigida continuità Marvel, ovviamente gli autori avevano mano completamente libera, e questo a volte gli permetteva di creare storie meno liturgiche e più coraggiose, originali ed imprevedibili.
I metallica, dopo il successo strabordante del black album del 1991 e dell'infinito tour che l'ha seguito (quattro anni per quasi trecentocinquanta concerti) hanno cominciato a chiedersi da che parte la carriera della band avrebbe dovuto andare. L'evoluzione naturale del brand, che si era affermato in ambito metal come nome tutelare del thrash, ma che aveva esordito con un album che molto doveva al punk rock e che con ...And justice for all aveva esplorato altri lidi musicali, dalle parti del prog, non poteva essere fermata.  
L'operazione allontanamento (quasi) definitivo dalle proprie origini avvenne da ogni punto di vista. Prima ancora che da quello musicale fu tutto quanto atteneva all'aspetto esteriore del business a lanciare segnali abbastanza inequivocabili, già a partire dall'artwork del nuovo disco, con lo storico logo del nome, per la prima volta accantonato in favore di un carattere più anonimo, con giusto un richiamo al passato nella prima e ultima lettera.  All'interno del corposo booklet del CD James, Kirk, Lars e Jason si fanno ritrarre in pose gaudenti e scherzose, manco fossero i Backstreet Boys, così come nel retro di copertina sfoggiano tutti capelli corti, giacche alla moda e camicie variopinte. Anche la copertina del disco abbandona i classici stilemi della band. Quello che all'apparenza sembra un disegno di fiamme su fondo nero è invece un'opera dell'artista Andres Serrano che per realizzarla ha usato sangue di bovino e proprio sperma inseriti  tra due fogli di plexiglass. Avanguardia artistica, insomma.

In tutto questo la musica non ha subito la stessa drastica trasformazione. Load non è certo un album pop, ma piuttosto un esempio di robusto rock con meno grugniti da parte di Hetfield e più influenze blues, più varianti chitarristiche, più melodia (non che sia mai mancata nei dischi dei Tallica) e in generale un atteggiamento più adulto verso le composizioni. 
Così se Ain't my bitch deve ancora molto all'arena sound modello black album e Until it sleeps potrebbe essere uno scarto dello stesso disco, le tracce 2 x 4 e The house Jack builds rendono invece bene il nuovo corso. In questo continuo altalenare tra tentazioni di fare un "black album II" e di spiccare il volo verso nuovi e artisticamente più appaganti lidi, probabilmente la seconda parte del lavoro riserva le maggiori soddisfazioni, con una Poor twisted me rallentata e cattiva, una Mama said delicata e introspettiva, una Thorn within candidamente doom e una Ronnie sorretta da un semplice ma efficace riff blues.
Ad ascoltarlo con maggiore serenita vent'anni dopo la sua pubblicazione, Load non diventa certo un capolavoro, ma di certo recupera più di un punto rispetto alle frettolose e adolescenziali  valutazioni da fan deluso dell'epoca. 
Soprattutto sovviene l'amara considerazione che questi siano stati gli ultimi Metallica genuini, quelli che hanno tentato di crescere e diventare adulti, evolvendo il proprio sound. Già con Reload, dell'anno successivo, cominceranno la retromarcia, fino a ritirarsi del tutto da ogni velleità con l'insincero St Anger e con Death magnetic, per i quali Hetfield ha tolto dalla naftalina il gilerino di pelle con le toppe di bands del sottobosco metal che probabilmente non ascolta più da un secolo, ma che ancora oggi, a cinquantasei anni, porta sui palchi di tutto il mondo.

Insomma, cosa sarebbe successo (what if) se i Metallica avessero avuto l'onestà e l'ardire di proseguire nel loro processo di allontanamento dai clichè del metal purtroppo non lo sapremo mai e la risposta può solo essere materia di suggestive ipotesi di fiction.

lunedì 7 marzo 2016

MFT, gennaio e febbraio 2016

Fino a qualche mese fa questa autocompiacente rubrichetta è stata un appuntamento mensile fisso del blog (il counter segna a tal proposito novantaquattro post, il che significa quasi otto anni di pubblicazioni).
Non c'è una ragione particolare per la quale ho smesso di scriverla e postarla, semplicemente non avevo particolari stimoli per farlo. Nel rimetterla in pista voglio approfittarne per togliermi un peso dalla coscienza. Da quando ho iniziato con questo blog (e a dicembre saranno dieci anni) mi sono dato il rigoroso impegno di non copiare mai da altre fonti. Vale a dire che ogni singola parola che ho scritto in tutti questi anni, interessante o banale che fosse, è stata esclusivamente farina del mio sacco. Unica grande eccezione proprio il titolo di questi post seriali, evidentemente sottratto all'omonima rubrica della rivista Buscadero. Per questa ragione, nel tempo che mi separa da qui al prossimo appuntamento mi sforzerò di trovare un significato diverso e più personale all'acronimo MFT (My Favorite Things). Si accettano suggerimenti.

ASCOLTI

Metallica, Load
Artisti Vari, God don't never change: the songs of Blind Willie Johnson
Spidergawd, III
The Cult, Hidden city
Fat White Family, Songs for our mothers
Resurrection Kings, self titled
Megadeth, Dystopia
Tom Petty, Wildflowers

Monografie:

Led Zeppelin
Eagles
Warren Zevon

VISIONI

House of cards 3
Le regole del delitto perfetto 2
In Treatment 2
Billions
Vinyl
The Walking Dead 6

LETTURE

Stephen Davis, Il martello degli dei





venerdì 4 marzo 2016

lunedì 29 febbraio 2016

Deadpool the movie

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Quando hai poco tempo libero a qualcosa devi rinunciare. Nel mio caso the shorter straw è capitata ai fumetti Marvel, che per lustri ho letto voracemente. Quando torno alla vecchia passione, magari per i viaggi in treno o nei periodi di stacco lavorativo, quasi sempre lo faccio per Deadpool, personaggio minore dei primi novanta che negli ultimi anni è stato ottimamente rilanciato dalla Casa delle Idee. Non sono tanto i poteri a fare la differenza in questo character (il più importante è un fattore di guarigione addirittura più potente di quello di Wolverine) di professione mercenario, ma il tono assolutamente folle delle sue avventure, caratterizzate da una violenza splatter, battute a ripetizione, allusioni più o meno esplicite alla sfera sessuale e tanto sarcasmo su cinema, politica, televisione e, ovviamente, fumetti dei super-eroi.
Con queste premesse non potevo certo perdermi il primo film a lui dedicato, giustamente pubblicizzato come "il super eroe per adulti".
Bene, Deadpool the movie non arretra di un passo rispetto al mood del fumetto, con un ottimo Ryan Reynolds, una raffica di battute micidiali e scene memorabili (vi basti quella di sesso in cui prima Reynolds/Wade sodomizza la fidanzata Morena Baccarin/Vanessa e subito dopo lei...sodomizza lui!), oltre alle ovvie sequenze di azione al fulmicotone (avviate da titoli di testa semplicemente geniali).
Resta fuori dalla trama il folle amore di Deadpool per la Morte, costante delle storie fumettistiche, dove il nostro anela la fine della sua vita e si immagina sovente in situazioni di intimità con la Triste Mietitrice, raffigurata nella più classica delle rappresentazioni, come uno scheletro con una falce. 
A parte questo, ben poco da criticare, se non il doppiaggio dilettantistico dell'X-Man Colosso e del villain Ajax: gli spiccati accenti russo e inglese dei due sono resi in italiano con risultati agghiaccianti.

giovedì 25 febbraio 2016

Trump like them

Negli anni della grande passione politica, dell'antiberlusconismo, che probabilmente era più aggregante delle idee (poche e confuse) del centrosinistra, di quel centrodestra visto come incarnazione di tutto ciò che più detestavo non solo nella politica, ma anche nella vita pubblica, ho sempre sostenuto che gli Stati Uniti, pur a fronte di un'infinità di criticità e contraddizioni, potevano almeno contare su di un tessuto sociale che aveva evidentemente sviluppato i giusti anticorpi per scongiurare l'affermazione di fenomeni populisti e demagogici come quello del Cavaliere.
 
A quanto pare il tempo mi ha dato torto.
In passato ci siamo mangiati il fegato per i vari Reagan, Bush sr e Bush jr, ma oggi la minaccia Donald Trump fa impallidire anche gli aspetti più reazionari di questi ex-presidenti.
Nonostante abbia contro una buona parte dello stesso partito che lo sostiene (i repubblicani), i media, lo star system (posizione forse solo di facciata), addirittura il Papa; nonostante le imbarazzanti gaffe e le agghiaccianti dichiarazioni razziste, sessiste e classiste, quest'uomo pare inarrestabile al punto che si teme asfalti i propri avversari nel supermartedì del prossimo primo marzo (si voterà in quattordici Stati).
Sembra proprio che Trump incarni l'esempio più eclatante del totale imbarbarimento della società civile, della deriva culturale, del definitivo abbandono dell'uso della ragione in favore, non del sentimento, ma del libero sfogo della pancia dell'elettorato.
Eletto o no (si mormora che parte dei Repubblicani potrebbe persino votare la Clinton per evitare questa ipotesi), il timore che l'effetto dello "stile Trump" contagi il resto del mondo occidentale è grande, in considerazione dei preoccupanti bacilli influenzali che già attanagliano l'Europa, attraverso il nazionalismo di buona parte dell'est (ma non solo) e il vincente trend del "dagli all'immigrato" che conosciamo molto bene anche in casa nostra.
 
Di fronte a questo fenomeno, ad una campagna elettorale ignorante, fatta di muri, proiettili imbevuti di sangue di maiale destinati ai musulmani, di atteggiamenti misogini e altre varie amenità, un terrificante sospetto si fa largo: non è che dopo Andreotti, ci faranno rimpiangere anche Berlusconi?

lunedì 22 febbraio 2016

Megadeth, Dystopia


Uno pensa che i Megadeth, dopo gli splendori del primo lustro di attività (1985/1990), fossero rassegnati ad un'inesorabile spirale di mediocrità (dalla quale salvo Endgame, del 2009) ed ecco che invece quel genio incostante e capriccioso di Dave Mustaine se ne esce con un album finalmente degno di cotanta tradizione metal.
Non è dato sapere se la botta di creatività sia dovuta all' ottimo innesto dell'axeman brasiliano Kiko Loureiro (Angra) o del batterista Chris Adler (Lamb of God) che hanno preso rispettivamente il posto di Chris Broderick e Shawn Drover, ma quello che è certo è che il Rosso è riuscito nell'operazione di traghettare il thrash (che lui stesso ha contribuito a creare) nel terzo millennio, con un'opera che sta nella tradizione classica del genere senza risultare mai vetusta.
Di certo il ruolo di Loureiro è centrale nel rilanciare il classico sound Megadeth: non le tirate da sega elettrica dunque (che sono ridotte al minimo sindacale), ma gli intro acustici a creare il giusto climax per le sfuriate elettriche della band, i solo puliti, i duelli chitarristici, il gran lavoro di cucitura tra le diverse sezioni delle composizioni e con gli altri strumenti. Poi ci sono le canzoni, ovviamente. Almeno la metà di quelle incluse nella tracklist (che consta di dieci episodi, più il bonus Foreign policy dei Fear) potrebbe stare a pieno titolo nei dischi più acclamati di Mustaine. Mi riferisco alla deflagrante doppietta iniziale The threat is real e Dystopia, a Death from within, Poisonous shadows, Lying in state e al trascinante strumentale Conquer or die!.
Dystopia è la dimostrazione che si può riproporre uno stile musicale oggettivamente superato (il thrash metal) attualizzandolo senza snaturarlo grazie al contributo di musicisti validi e di una manciata di canzoni solide. Al tempo stesso è una sonante lezione a quanti cercano maldestramente di rifarsi una reputazione rincorrendo il suono dei bei tempi andati, con risultati, ad essere buoni, discutibili (chi ha detto Metallica?).

giovedì 18 febbraio 2016

80 Minuti di Rage Against The Machine

Di recente il grande amore per i Rage Against The Machine è tornato prepotentemente ad attanagliarmi.
E, conoscendomi, quando mi prende così, significa che il momento è propizio per sfornare una bella playlist monografica. Tra l'altro, la band di Morello e De La Rocha non ha mai immesso sul mercato dischi antologici, e quindi quella che segue può essere un ottimo bignami nel caso ci fosse qualche marziano che non li ha mai ascoltati o più verosimilmente per chi vuole riabbracciare i pezzi più significativi dell'intera discografia (incluse le partecipazioni a soundtrack come Higher Learning; The Crow o Godzilla).

1. Bombtrack
2. Killing in the name of
3. Bullet in the head
4. Freedom
5. People of the sun
6. Bulls on parade
7. Vietnow
8. Down rodeo
9. Year of the boomerang (OST Higher Learning)
10. Darkness of greed (OST The Crow)
11. No shelter (OST Godzilla)
12. Testify
13. Guerrilla radio
14. Calm like a bomb
15. Sleep now in the fire
16. Kick out the jam
17. Renegades of funk
18. The ghost of Tom Joad

lunedì 15 febbraio 2016

I migliori dischi del 2015

Visto che viaggio con circa un mese di ritardo sul periodo del canonico consuntivo di fine anno, tralascio ogni premessa e vi rimando a quella che ha fatto da prologo al classificone del 2014: dentro ci trovate spirito e metodologia usati anche per questa compilazione.
Ecco dunque le mie personalissime preferenze per il 2015 da poco terminato.

POSIZIONE NUMERO TRE ( VOTO 7 )

The Sonics, This is the Sonics
Ultimo recensito del 2015 ma di diritto tra i primi della lista. Incendiari.
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Il Teatro degli Orrori, Il Teatro degli Orrori
Tale è la mia devozione, che li premierei anche solo per il fatto di esistere. Necessari.
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Bachi da Pietra, Necroide
Non esiste in Italia un'altra band come i Bachi da Pietra e Necroide ribadisce il concetto. Fuori dagli schemi.
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The Mavericks, Mono
Raul Malo es mi hermano.The Mavericks mi familia.
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POSIZIONE NUMERO DUE (VOTO 7,5)

Thunder, Wonder days
Un ritorno attesissimo che non delude. Lucidamente nostalgici.
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Southside Johnny, Soultime!
Quando Mr. Lyon maneggia il soul insieme ai fidi Asbury Jukes a noi non resta che ascoltare (e godere). Immarcescibile.
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Paradise Lost, The plague within
Atmosfere desolate, riff inquietanti, cantato che alterna clean al growl. Death, doom, gothic al loro meglio. Maestri.
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Warren Haynes featuring Railroad Earth, Ashes and dust
Il primo disco interamente folk dell'ultimo leader del genere jam. Sorprendente.
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POSIZIONE NUMERO UNO ( VOTO 8,5 )

Gang, Sangue e cenere
Nome della band, titolo del disco e anno di uscita. Non credo serva sprecare altre parole. Indispensabili.
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Chris Stapleton, Traveller 
Il movimento real country USA sforna di continuo magnifici losers che emergono dallo status di underdog e catturano la luce di mille riflettori. Saving country music.
 
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Delusioni dell'anno i Blackberry Smoke, il cui live l'anno scorso aveva raggiunto la cima della classifica, ma che con Holding all the roses annacquano eccessivamente il loro sound, e Zac Brown: al cospetto di tanta allure e autorevolezza non può uscirsene con un album impersonale e confuso come Jekyll + Hyde.

giovedì 11 febbraio 2016

The Sonics, This is The Sonics


Dietro l'incendiario ryhthm and blues di This is the sonics ti aspetteresti di trovare un gruppo di giovani e nerboruti neri con il testosterone da fabbro ferraio, e non, come succede in realtà, tre ultrasettantenni bianchi che avevano debuttato qualcosa come cinquant'anni fa (con Here are the Sonics, 1965), lasciando, nello spazio di tre album (oltre al debutto, Boom del 1966 e Introducing, del 1967), un imprinting indelebile su molta musica rock degli anni a venire, attraverso l'influenza trasversale universalmente riconosciuta da gente come Kurt Cobain, Bruce Springsteen, White Stripes, Mudhoney e molti altri.
Con queste premesse, The Sonics non potevano permettersi di sputtanarsi nel nome di una reunion come tante se ne vedono di questi tempi: dovevano, in virtù dell'autorevolezza derivata dai meriti acquisiti sul campo, continuare a dettare la linea a tutto il movimento.
Missione ampiamente compiuta.
Sfido chiunque ascolti per la prima volta le linee vocali di Gerry Roslie (così come il suo lavoro all'organo); i riff slabbrati provenienti dalla chitarra di Larry Parypa e il trascinante lavoro al sax di Rob Lind ad associare il monumentale sound che ti assale in tracce quali I don't need no doctor, Be a woman, The hard way, I got your number, o alla cover di You can't judge a book by the cover (a proposito, al confronto, la pur buona versione proposta dagli Strypes ne esce annichilita) a qualcosa di stantio.
Un disco micidiale, dal tiro potentissimo e dal sound strabordante che mette insieme con invidiabile competenza errebì, garage, jump blues e rock and roll.
Incredibile a dirsi, una delle sorprese più entusiasmanti del 2015. 

lunedì 8 febbraio 2016

Supersuckers, Holdin' the bag


Lo confesso: erano circa una ventina d'anni che non ascoltavo quei fuori di testa dei Supersuckers (precisamente da The sacriliciuous sounds of ) e se mi sono approcciato a questo Holdin' the bag è solo perchè ho addocchiato nella tracklist un duetto con Hayes Carll, uno dei miei musicisti preferiti. Alla fine però, sapete come succede, quando non ti aspetti granchè da un'opera (libro, film, in questo caso disco), spesso ne rimani folgorato. 
Sì perchè in questo lavoro il mitologico Eddie Spaghetti, che da tempo ormai porta sulle sue spalle tutto il peso dello storico brand del gruppo, ha confezionato un suono non acustico, ma sicuramente asciutto, senza fronzoli e senza quelle smargiassate elettriche caratteristica della band ai tempi della Sub Pop. Certo, è nota l'influenza che il country ha sempre avuto nel sound dei SS, ma a differenza del passato, in Holdin' the bag è lasciata libera di scorazzare senza camuffamenti.
 
La tracklist che apre il lavoro è la migliore traduzione sonora della copertina del disco: atmosfere western alla Morricone fanno infatti da preludio ad un pezzo malinconico sulla fine delle relazioni. In questa direzione, ma in un'ottica rancorosa e liberatoria, procede la successiva This life...with you, la canzone che Eddie interpreta con Hayes Carll, adattandosi in pieno al suo stile, sia a livello musicale che di liriche. Il protagonista infatti non si dà pace per aver condiviso la sua vita con l'ex amata e si spertica in lodi di quanto sia tutto migliore se gustato senza di lei. La canzone del secolo per i freschi di separazione.
 
Le composizioni di Holdin' the bag sono tutte lineari e dall'impatto immediato, la strofa porta al ritornello esattamente quando te l'aspetto e il refrain è sempre incisivo, sia quando ci si strugge per amore (I can't cry, secondo duetto, con Lydia Loveless) che quando si spinge un pò il pedale sul country/rockabilly (Jobber-Jabber e Shimmy and shake). Si chiude con la cover della epocale All my rowdy friends di Hank Williams jr, , tanto per ribadire, se ce ne fosse bisogno, le credenziali dell'album.
 
Spero che questo disco, onesto, semplice,diretto, porti un qualche beneficio alla carriera dei Supersuckers, anche alla luce dei gravi problemi di salute che hanno recentemente colpito Eddie Spaghetti (cancro alla gola), rispetto ai quali i fans hanno reagito con delle donazioni arrivate, ad oggi, a circa sessantamila dollari.
Limitandosi alla musica, come detto, Holdin' the bag si è rivelato una piacevolissima sorpresa, e se avesse un sottotitolo sarebbe "songs for drunks, broken hearts and hellraisers".

lunedì 1 febbraio 2016

Il Teatro degli Orrori, Il Teatro degli Orrori


Anche se i lettori di questo spazio sono pochi intimi, e pertanto l'esercizio di scrittura dovrebbe essere scevro da ogni pressione, a volte vengo assalito dall'ansia da prestazione. Scrivere de Il Teatro degli Orrori per esempio mi mette soggezione. Probabilmente perchè fin qui tutti gli album del gruppo, ad eccezione dell'esordio, non recensito, si sono piazzati in cima alle mie scelte dell'anno. Conseguentemente, al momento di trovare le parole per descrivere i contenuti dei nuovi lavori della band le dita sulla tastiera si fanno pesanti e le sinapsi mentali faticano a scattare. 
Tuttavia, ad oltre tre mesi dall'uscita del nuovo disco, è arrivato il momento di provarci.

Il primo elemento che emerge dagli ascolti dell'album eponimo dei TdO è il netto allontanamento dalle atmosfere più cupe e rarefatte che avevano caratterizzato il mood de Il mondo nuovo (e di Obtorto collo, il debutto solista di Capovilla) e il ritorno alla cazzimma più esplosiva degli esordi. In pratica i TdO tornano a pestare giù duro, e per non lasciare spazi a ripensamenti, lo fanno in pratica dalla prima all'ultima traccia. L'altra innovazione riguarda l'ingresso in formazione stabile di Kole Laca, che attraverso il suo lavoro alle tastiere porta un contributo elettronico alla cifra stilistica della band.
Detto delle novità che caratterizzano il lavoro, la filosofia dell'album risponde invece alle tradizioni consolidate del brand Teatro degli Orrori, imperniato dunque sulle liriche del frontman, all'assalto frontale di tutti gli aspetti più controversi della società: dalla politica, al ruolo delle multinazionali, all'ipocrisia dei rapporti interpersonali a quel putrido stagno che è diventato il mondo del lavoro.

D'altro canto, con un inizio come Disinteressati e indifferenti  non c'è pericolo di essere fraintesi: l'obiettivo agganciato dai radar delle liriche è quello di un'ampia fascia di giovani moderni, disillusi e nichilisti, ed è centrato in pieno con risultati deflagranti. Insomma, il Capovilla è tornato, e il suo classico stile tra cantato di pancia e passaggi declamati in stile uomo col megafano  non fà sconti ne prigionieri. 
Così Lavorare stanca mina le certezze sulla cosiddetta dignità del lavorare, soprattutto in considerazione (aggiungo io) delle perdute certezze in merito a diritti e tutele a causa delle leggi introdotte negli ultimi anni di governo di centrosinistra. E allora ben venga uno dei pezzi migliori dell'album, quel Il lungo sonno (lettera aperta al Partito Democratico) che ognuno di noi delusi della politica di sinistra avrebbe voluto scrivere. I versi della canzone ("aspettando che cambiasse il mondo (...) sono cambiato io, e adesso sono di destra") con i riferimenti agli slogan del Piddì ("i diritti dei lavoratori, quelli delle donne, la lotta di classe, cuore di ogni progresso / la fedeltà alle idee, i valori della costituzione / una società più giusta e uguale / non me ne frega più niente / è tutta un'illusione, una beffa, una pantomima") rappresenta come meglio non si potrebbe il pensiero di chi vede, nell'opera del più grande Partito di centrosinistra italiano, la realizzazione di buona parte dei programmi della destra. 
Benzodiazepina, non fosse per l'inequivocabile differenza di atmosfere e periodo storico, sarebbe la degna conclusione di una traiettoria che Renato Carosone aveva tracciato già dai primi anni cinquanta col geniale boogie Piagliate 'na pastiglia e che Capovilla conclude mettendo insieme i mostruosi interessi delle grandi compagnie farmaceutiche e la conclamata ipocondria dell'italico popolo, consumatore seriale di medicinali. 
Convincente anche Sentimenti inconfessabili, nella quale Capovilla sogna il proprio funerale accompagnato dalle ipocrisie tipiche di quelle situazioni, raggiungendo, con i suoi strali, anche il giornalista musicale Federico Guglielmi. Attacco dal mio punto di vista incomprensibile, vista la coerenza della persona, ma che d'altro canto pone Guglielmi nella ristretta cerchia dei giornalisti immortalati dalla musica leggera, anche se, bisogna ammetterlo, non siamo dalle parti del capolavoro L'avvelenata, dove Guccini si scagliava (tra gli altri) contro Bertoncelli.

Certo, l'album non è esattamente un lavoro che scivola via leggero o che si possa ascoltare in sottofondo mentre si fanno i mestieri di casa. E' piuttosto un monolite che reclama piena attenzione e volumi adeguati dell'impianto stereo. L'atteggiamento fuckin' hostile di Pierpaolo rende l'avanzare nell'ascolto simile alla perlustrazione di una foresta la cui vegetazione si fa passo dopo passo sempre più fitta di rovi e rami che ti graffiano la faccia, le braccia e le gambe. E a poco serve il tentativo di maggior leggerezza lasciato alla conclusiva Una giornata al sole (che sembra in tutta onestà una outtake della roba solista di Capovilla).

Il Teatro degli Orrori si sono trovati ad un bivio decisivo della propria carriera, e in questi casi tornare alle origini è sì una scelta scontata ma anche fitta di pericoli. E così il risultato finale dell'album numero quattro della discografia della band sacrifica sull'altare della veemenza sonora il magico equilibrio che ci aveva fatto gridare al miracolo con Dell'impero delle tenebre e A sangue freddo
Si tratta, intendiamoci, di un peccato veniale, di un sacrificio che ci consente di avere ancora tra noi una delle formazioni più eccitanti e necessarie di questi interminabili tempi oscuri.

giovedì 28 gennaio 2016

80 minuti di Anthrax

Nei prossimi giorni uscirà For all kings, l'undicesimo album in studio degli Anthrax. Quale occasione migliore per postare una selezione antologica del gruppo dell'immarcescibile Scott Ian?
La playlist che segue spazia nell'intero repertorio della band, dall'esordio di Fistful of metal del 1984 a Worship music del 2011, attraverso i diversi cambi di formazione, sopratutto alla voce, con i diversi avvicendamenti tra Joey Belladonna e John Bush. 
Bring the noise!

1. Metal thrashing mad
2. Soldiers of metal
3. Madhouse
4. Among the living
5. Indians
6. Make me laugh
7. Antisocial
8. Got the time
9. Bring the noise
10. Only
11. Black lodge
12. Fueled
13. NOthing
14. Crush
15. Safe home
16. Taking the music back
17. I'm alive
18. The devil you know


lunedì 25 gennaio 2016

Whitey Morgan and the 78's, Sonic ranch


Basterebbe ascoltare Whitey Morgan and the 78's per avere un'idea su quale sia, per il sottoscritto, il significato di true country music. Innanzitutto partiamo dal sound: siamo dalle parti dell'interpretazione elettrica del country, riportata all'audience con una strumentazione (slide guitar e tastiere in prima linea) che potrebbe in qualunque momento far switchare il suono verso un rovente southern rockE poi i testi, imperniati rigorosamente sulla vita dei losers, dei drifters, dei personaggi sempre ai margini della società. 
Insomma Whitey Morgan, all'anagrafe Eric Allen, nel corso degli anni (Sonic ranch è il suo terzo album) ha cominciato a spintonare mica male per farsi largo nell'affollatissimo panorama della redneck music americana.
Di certo oltre alla mia attenzione ha catturato anche quella della critica più attenta ed esigente, che ha collocato i suoi lavori nel ristretto lotto dei più interessanti tra quelli usciti negli ultimi anni.
Non fa eccezione, anzi, permette all'artista di fare un ennesimo passo in avanti, Sonic Ranch, dove, in dieci canzoni e meno di quaranta minuti, Morgan riesce ad esprimere al meglio il suo talento nel solco dei grandi del passato, con riferimenti a Waylon Jennings, George Jones e Hank Williams jr, la cui monumentale All my rowdy friends è citata nella prima traccia Me and the whiskey, propedeutica ad illustrare in maniera inequivocabile il mood del disco, che si muove tra midtempo e ballate, tutti contaminati dallo stesso intreccio tra malessere esistenziale e tignoso orgoglio sudista.
I titoli delle composizioni dicono già molto (Lowdown on backstreets; Waitin round to die; Still drunk, still crazy, still blue) ma entrare nella rete delle melodie che accompagnano i loro testi resta comunque un viaggio affascinante e dunque tutt'altro che scontato.

Nuovi country heroes crescono.

lunedì 18 gennaio 2016

Bachi da Pietra, Necroide


La folgorazione sulla via dei Bachi da Pietra è arrivata relativamente tardi, ma è stata sconquassante. Infatti, nonostante il gruppo (in realtà un duo, composto da Giovanni Succi a voce, chitarra, basso e Bruno Dorella alla batteria/percussioni) sia attivo dal 2005, solo con Quintale, la release del 2013, è entrato nel radar dei miei ascolti. Lo ha fatto però sfondando la porta principale: conquistandosi il podio dei migliori dischi dell'anno e diventando l'oggetto delle mie sfrenate raccomandazioni all'ascolto.

L'atteso ritorno dei Bachi è stato diluito in due fasi: l'uscita di Necroide (a settembre) è stata infatti anticipata di qualche mese dalla pubblicazione dell'EP Habemus Baco, composto da tre pezzi esclusi dal full lenght finale, probabilmente per poca assonanza con il mood del lavoro e per un approccio stilistico definito da qualcuno più commerciale rispetto alla storia della band. In effetti la title track dell'EP, che dal vivo potrebbe diventare un discreto anthem autocelebrativo e Tutta la vita sono quanto di più ascoltabile inciso finora dai BDP, viceversa Amiamo la guerra (trasposizione in musica dell'omonima poesia di Giovanni Papini) rientra di diritto nel solco artistico di Succi e Dorella. 

Necroide già dal titolo rivolge inequivocabilmente la sua attenzione a tematiche macabre e oscure. Non una novità per il gruppo che sin dagli esordi si è occupato di argomenti di questa natura, a prescindere dal vestito sonoro usato per accompagnarli. Laddove eravamo infatti in presenza  di un blues spettrale, minimale, oggi, in parte, le liriche vengono accompagnate anche da strappi e accelerazioni riconducibili al death metal. Al death quindi più che al black, nonostante quest'ultimo sia chiamato in causa dal pezzo di apertura Black metal il mio folk, che punta l'indice contro il campionario di brutale banalità delle band che praticavano questo genere nei primi anni novanta.
Chiariamo però subito che Necroide può essere considerato un album di metal estremo solo da un profano del genere, non solo per l'eterogeneità delle singole tracce, che spaziano su diversi spettri sonori tenendo come denominatore comune un hard rock di matrice blues, ma anche per la personalità autoctona che emerge nei pezzi che si rifanno a quelle sonorità più estreme. 

Scorrendo la tracklist si passa infatti agevolmente da un pezzo come Fascite necroide, che per titolo e testo farebbe la felicità dei Carcass e per sonorità quella degli Obituary, a Slayer and the family stone, geniale e caustica digressione sulla scocciature di dover morire, ad Apocalinsect, per il quale Succi utilizza un effetto voce robotico nel solco della dance anni ottanta.
Questo scollegamento stilistico dei pezzi è, paradossalmente, il collante più forte che tiene insieme il tutto. Non è da chiunque comprendere nello stesso album una canzone come Feccia rozza, assalto sonoro eseguito utilizzando la tecnica vocale growl,  e splendide ballate elettriche caratterizzate da una struggente nostalgia, come Virus del male, suggestiva rievocazione dei primi frastuoni giovanili articolati in una rock band. Eppure dentro Necroide tutto questo funziona ed è funzionale al progetto, e il gruppo si permette persino un eccellente pezzo doom come Cofani funebri.

Meno immediato del suo predecessore, Necroide ha avuto bisogno di più ascolti per imporsi alla mia attenzione, ma, col tempo, la sua ascesa è  stata progressiva e inarrestabile, grazie al traino di una manciata di canzoni che, per profondità di songwriting ed intuizioni sonore, sarebbe delittuoso lasciare confinata agli appassionati della musica indipendente italiana.

lunedì 11 gennaio 2016

Gang, Sangue e cenere


Quindici anni di attesa tra la pubblicazione di un album di inediti e l'altro sono un'eternità. Soprattutto se si parla di una band che, attorno al nucleo dei fratelli Severini, non si è mai sciolta e non ha mai interrotto la sua attività live. Per la verità non ha mai nemmeno smesso di incidere album, seguendo però la strada delle registrazioni dal vivo, delle reinterpretazioni dei propri classici, magari assieme ad altri gruppi con i quali condivide affinità politiche, oppure insistendo nella riproposizione di canzoni che hanno fatto la storia italiana come La rossa primavera, che da queste parti è stato giudicato il miglior disco del 2011L'ultima manciata di canzoni nuove, i Gang le avevano pubblicate nel 2000, dentro lo sferragliante Controverso, disco che si è portato dietro una scia di conflitti anche giudiziari con la Wea che ha, di fatto, chiuso al gruppo le porte dell'industria musicale.

Non è solo per questo, ma soprattutto per la volontà di non scendere a compromessi e conservare la propria indipendenza, che i Severini hanno deciso di affidarsi al crowdfunding per produrre il nuovo lavoro. La risposta dei fans è stata incredibile, se è vero che i contributi arrivati a Marino e Sandro hanno sfiorato il mille per cento del target inizialmente ipotizzato.
Il risultato di tutto questo enorme feedback affettivo è Sangue e cenere, un undici tracce che, dietro una copertina che richiama i Basement tapes di Dylan & The Band, si avvale dell'ispirazione compositiva dei tempi migliori, filtrata dall'esperienza e da uno sguardo più consapevole, coniugati all'immancabile carattere combattivo, oltre che, musicalmente parlando, della produzione artistica di Jono Manson che dagli USA ha lavorato al sound caldo e robusto coadiuvato da un nutrito manipolo di musicisti locali.

I temi dell'album sono quelli da sempre cari a Marino, le diseguaglianze sociali, la resistenza, i lati oscuri della storia italiana, ma anche i rapporti umani, la famiglia, gli affetti, la casa, i valori autentici.
I primi tre pezzi del disco, tra malinconia, denuncia sociale e impettita rievocazione storica, rappresentano un ottimo sunto di questi temi. Nel dettaglio, la title track è una ballata agrodolce che mette in evidenza, oltre ad un bel testo introspettivo, la profondità del suono del combo allargato; Non finisce qui, una delle canzoni migliori dell'intera raccolta, traccia invece una parabola umana che parte dell'immigrazione e termina con la morte da lavoro. E' cantata con Marino che impersona il figlio di un operaio ucciso dall'esposizione all'amianto e non può non ricordare i sacrifici dei nostri genitori, che hanno lasciato una vita semplice ma senza prospettive, per costruire un futuro migliore alla propria famiglia lontano dalla terra natìa. Alle barricate, il cui testo rievoca i fatti di Parma del 1922, si impone dal primo ascolto come un classico moderno che spaccherà in due i concerti dei Gang.

A livello di onestà intellettuale la band vola su livelli irraggiungibili da quasi qualunque altro artista, l'integrità anche politica del gruppo ci fa dunque perdonare pezzi come Fausto e Iaio, dall'elevato valore civile, ma un pò troppo retorici nelle liriche e nello sviluppo. Viceversa, per un vecchio cuore comunista pieno di dubbi e incertezze come il sottoscritto, un brano come Nino (riferito ad Antonio Gramsci) tocca le giuste leve emotive e riaccende idealmente un faro, ad illuminare il percorso di questi tempi oscuri. 
Si chiude in uno straordinario crescendo con una canzone dedicata a Moreno Gabriele Locatelli (Più forte della morte è l'amore) e la suggestiva Mia figlia ha le ali leggere, anche se il pirotecnico commiato è senza dubbio rappresentato da Nel mio giardino, infuocato errebì nel quale la macchina da guerra di organo e sezione fiati apparecchiati da Manson dà il proprio straordinario meglio.

Bentornati Marino e Sandro. Davanti ad un disco così c'è da accendere un cero a qualche entità laica superiore pregando che siate tornati per restare.



lunedì 4 gennaio 2016

Alice Cooper & Motley Crue, Milano 10.11.2015 parte 2/2

In un tempo ragionevolmente breve il palco principale è pronto e, a luci spente, con le note di So long, farewell ad accompagnarli, salgono sul palco Vince, Nikki, Mick e Tommy.

L'unico precedente dei Motley Crue in Italia, se escludiamo la partecipazione a qualche festival, è stato sempre a Milano, nell'allora Palatrussardi, il 18 ottobre del 1989. Io ci andai da solo, esattamente come questa volta ed esattamente come questa volta scelsi la medesima posizione del mio posto a sedere, anche se oggi il criterio risponde ad uno schema che mi sono fatto in relazione all'età: concerti in location grandi/poltroncine; concerti in piccoli club/sotto il palco.

Lo show inizia con l'inconfondibile rombo di Harley che introduce Girls girls girls e per l'occasione salgono sul palco un paio di ballerine che accompagnano l'esibizione della band, ma il mio occhio cade inevitabilmente sul frontman Vince Neil, quello che, negli anni, più degli altri ha subito un colossale declino fisico: inquartato com'è sembra di vedere il cantante dei tempi migliori attraverso uno specchio deformante. Una sensazione stranissima che si protrarrà per tutta la durata dell'esibizione nonostante il suo impegno, la sua mobilità e beh, i suoi trucchi del mestiere per non sforzare troppo la voce (il microfono teso spesso verso il pubblico a sollecitare i canti;  il ricorso al falsetto quando c'è da scalare le ottave). 


Tuttavia sono sincero: pensavo peggio
Ad ogni modo dei quattro l'unico per il quale il tempo non sembra passare mai è Tommy Lee, che a due terzi di concerto delizia tutti con questa incredibile esibizione con la batteria che si arrampica, ruotando su sè stessa, su un binario proteso dalla postazione on stage fino al soffitto per poi scendere ad un piccolo palco dal lato opposto del forum, e  indietro, il tutto mentre il batterista non smette mai di suonare, nemmeno quando è a testa all'ingiù, ed incitare gli spettatori. In pratica la versione 2.0 di quanto fatto nel tour di ventiquattro anni fa. 
Gli altri dicevo. Nikki Sixx fa il suo con professionalità ma non sembra molto reattivo e Mick Mars, a causa dei noti problemi di salute, sembra un ragnetto rinsecchito e ricurvo su se stesso, ancora più vecchio dei suoi sessantaquattro anni, anche se quando imbraccia la chitarra per prendersi il palco con il suo solo, questa immagine si dissolve per lasciare spazio al mammasantissima di guitar hero che il signor Mars, nonostante i pattern a ciclostilo della band, indiscutibilmente rappresenta.

La scaletta è una prevedibile raccolta dei maggiori successi e questo, lo confesso, è l'aspetto più deludente della serata. L'unico guizzo inaspettato è rappresentato dall'esecuzione della judaspriestiana Louder than hell (da Theatre of pain), che mi ha letteralmente esaltato.
Tra  fuochi, fiamme (anche lanciati dal basso di Nikki durante Shout at the devil), effetti pirotecnici e bracci meccanici che hanno fatto oscillare Neil e Sixx sulla folla durante Kickstart my heart, l'esibizione arriva alla sua inevitabile conclusione con i quattro che rientrano su un piccolo palco a fondo sala per eseguire l'immarcescibile Home sweet home

E così si chiude l'avventura musicale dei Motley Crue. Non era difficile cogliere, nelle dichiarazioni rilasciate dai quattro durante l'ultimo anno di tour, quasi esclusivamente orientate alle aspettative per i futuri progetti solisti dei singoli componenti, o nella freddezza dei rapporti percepibile anche dagli spalti, la finalità esclusivamente commerciale di questa operazione. Nonostante questo e nonostante l'ossessiva ripetitività delle esibizioni (stessa scaletta dalla prima all'ultima data del 31 dicembre a Los Angeles, dove, per dirne una, avrebbero potuto suonare una canzone dei Motorhead in ricordo di Lemmy) credo che se questa sarà davvero la fine della band, sia stato dignitosa quanto basta. 
Aspettiamoci ora un 2016 denso di avvenimenti "postumi" come il documentario del tour d'addio, l'intero concerto della vigilia di capodanno, il film tratto dall'autobiografia The dirte poi sarà l'oblio. 
Giusto?


Le foto a corredo del post sono tratte dal sito onstageweb

Qui la prima parte

venerdì 1 gennaio 2016

Show me a hero


Show me a hero è una mini serie auto conclusiva in sei parti del tipo che, spiace dirlo perchè le produzioni italiane hanno fatto enormi passi in avanti, ci vorrà ancora molto tempo prima che saremo in grado di replicare da queste parti.
Perchè questo film a episodi riprende dei fatti realmente accaduti nella provincia piccolo borghese americana (Yonkers, New Jersey) riuscendo nell'impresa di illustrarli eludendo agiografia e paternalismo.
La storia ruota attorno alla figura di Nick Wasicsko, nel 1987 il più giovane sindaco di una città USA, che si trova a gestire una situazione complicatissima e totalmente antipopolare: un operazione di de-segregrazione che prevede l'insediamento di un lotto di duecento case destinate alle fasce più povere della popolazione nera dentro spazi fino a quel momento utilizzati dalla parte bianca e benestante della città. Il progetto è approvato da anni ma le precedenti giunte hanno fatto ricorso ad ogni espediente per evitarne l'adozione, fino a quando, in corrispondenza con l'elezione di Wasicsko (interpretato da un quasi irriconoscibile Oscar Isaac), la magistratura minaccia di portare il comune in bancarotta se non verranno avviate le pratiche per l'avvio dei lavori.
Senza alcun appoggio da parte del proprio Partito (i democratici), con i suoi elettori bianchi contro e senza riuscire ad avere nemmeno il sostegno dei votanti neri, i cui leader sono scettici sul progetto, Wasicsko, letteralmente travolto dagli eventi, riesce a far approvare il piano edilizio, pagandone in seguito un prezzo altissimo.
Come nella tradizione delle storie raccontate da David Simon (su tutte The Wire e Treme), l'autore tesse una tela formata da tante storie diverse, che vanno tutte insieme ad intrecciarsi fino a formare l'opera finale, astenendosi da dare giudizi ma mostrando l'America più reale, quella che faticosamente emerge dalla cronaca locale.
 
In molte dinamiche raccontate dagli sceneggiatori, come il tentativo di convincere i cittadini ostili del pericolo al quale sarebbe andata incontro la città se non avesse iniziato i lavori oppure l'atteggiamento di alcuni politici locali che, pur sapendo di non potere fermare l'operazione, si schierano con la popolazione per raggiungere traguardi personali, ho rivisto come in uno specchio nitidissimo situazioni che nella mia attività sindacale vivo in continuazione, e,beh, non nascondo che la cosa mi abbia, per una volta, gratificato, facendomi sentire virtualmente meno solo.
 
Poi certo, un altro elemento per me a fortissimo impatto emotivo è stato l'ampio contributo della musica di Bruce Springsteen quale commento alle immagini. Mai in passato il boss aveva aperto così ampiamente l'armadio del suo repertorio per concederlo ad un'opera cinematografica o televisiva. In ogni episodio suonano, a volte anche citati dai protagonisti, la media di due-tre pezzi di Springsteen, ma io vorrei concentrarmi su due di essi, considerati minori e che fanno viceversa un figurone. Si tratta di Give it a name (da Tracks) sui titoli di testa dell'episodio uno e Lift me up (inedito sulla prima versione del 2003 di Essential) che accompagna il  finale.

Opera asciutta, potente, magnifica. E di soli sei episodi. Anche i non adepti alle serie non hanno scuse.