lunedì 30 aprile 2012

Still crazy after fifty years


The Chieftains
Voice of ages
(Hear Music) 2012

I Chieftains celebrano i loro primi cinquant'anni restando ben saldi alla loro storia. Che è fatta di tradizione irlandese, contaminazioni con musiche etniche del mondo (è di solo due anni fa la release di San Patricio insieme a Ry Cooder) e collaborazioni con artisti dalle più disparate radici musicali.

Gli arzilli vecchietti in Voice of ages si circondano di ospiti pescando  dalla nuova scena musicale, mettendo a disposizione il loro consolidato sound fatto di flauti, violini, arpe e fise.
Le loro deliziose gighe si alternano alle incantevoli ballate, dipingendo un quadro sempre suggestivo e poetico. Incantevole l'apertura lasciata alle voci femminili di Imelda May (Carolina Rua) e della all-female band Pistol Annies (Come all ye fair and tender ladies). Altro interessante gruppo country emergente coninvolto nel progetto i Civil Wars (formazione sulla quale prima o poi tornerò) con una convincente interpretazione di Lily love.

Ma credo di non essere smentito se affermo che le ospitate più gustose siano quelle del talento Justin Vernon aka Bon Iver  (Down in the willow garden) e di un Paolo Nutini che continua il suo percorso di allontanamento dalle sonorità pop degli esordi (Hard times come again no more), ma anche degli ottimi Low Anthem (School days over) e dei Decemberist che riprendono When the ship comes in di Dylan.
Molto divertente poi la traccia numero quattordici (The Chieftains in orbit)che non vede la partecipazione di un musicista di professione, ma dell'astronauta NASA Candy Coleman che introduce il pezzo strumentale raccontando di come si sia portata in uno dei suoi viaggi spaziali un tin whistle appartenente al leader del gruppo Paddy Moloney ed un flute di Matt Molloy, per poi esibirsi in una melodia al flauto sulla quale si adagia con grazia la band. La conclusione è per Lundu, un altro strumentale al quale contribuisce Carlos Nunez, affermato musicista di cornamusa galiziana.

Il valore e il limite di quest'opera, la numero trentacinque della carriera del gruppo, è quello di non aggiungere nulla alla propria cifra stilistica consolidata. Per inciso a mio avviso sarebbe folle pretendere qualcosa di diverso. I Chieftains sono i migliori nel veicolare una certa tradizione irlandese e questo è il loro ruolo nel music buisness. Ragion per cui chi apprezza questo canone troverà pane per i suoi denti, gli altri possono levarsi lo sfizio di ascoltare alcuni tra i più stimolanti nomi dell'indie e del folk misurarsi con questo sound senza tempo.

6,5/10


sabato 28 aprile 2012

MFT, aprile 2012

LA MUSICA
New stuff: Hank III, Long gone daddy. Calibro 35, Ogni riferimento... Afterhours, Padania. Counting Crows, Underwater sunshine. Jack White, Blunderbuss. Norah Jones, Little broken hearts. AA/VV, Chimes of freedom. The Chieftains, Voice of ages

Old stuff: Alarm, Anthology. Big Country, The ultimate collection. Runrig, The long distance. Pantera, The great southern trendkill.

LE SERIE TV
Da finire: Il trono di spade. Dexter stagione 6
Da iniziare: Boardwalk Empire stagione 2. Homeland


venerdì 27 aprile 2012

Way down in the hole, The Wire stagione due


Quest'uomo


è Frank Sobodka, responsabile del sindacato al porto di Baltimora e straordinaria figura tragica, fulcro centrale della seconda stagione di The Wire. A interpretarlo Chris Bauer, che ci offre una prova eccezionale di recitazione trattenuta costruita quasi esclusivamente sulle espressioni facciali, sugli sguardi, sul linguaggio del corpo. E' lui a mio avviso il protagonista indiscusso del secondo capitolo della saga che si svolge appunto ai docks della capitale del Maine, dove il lavoro scarseggia e gli uomini vengono chiamati a giornata, a seconda del numero di navi che ormeggiano. Il sindacato gestisce le liste di lavoratori da impiegare, ma c'è crisi di occupazione e l'unica speranza di crescita è la ristrutturazione di una zona del porto (il molo del grano), i cui lavori necessitano però di autorizzazioni istituzionali ai massimi livelli e per averli bisogna fare lobby ungendo un determinato schieramento politico. Allo scopo di trovare i fondi il sindacato, in combutta con un'associazione criminale e con la complicità di buona parte degli operai del porto, ogni tanto fa sparire un container di merce. E' per una buona causa e sono tutti convinti di non danneggiare nessuno. Fino a quando scoprono nella maniera più drammatica il contenuto di un container disguidato... Questo evento, unito ad una banale lite con l'anziano e indisponente maggiore di polizia della zona scatenerà un escalation di eventi dalle conseguenze catastrofiche.

E i buoni? I protagonisti della serie? Ci sono tutti ma gli autori sono abili a tenerli in qualche modo fuori dalla luce dei riflettori (la cosa vale sopratutto per McNalty) concentrandosi molto sui nuovi personaggi e tenendo vivo il collegamento con le vicende delle case popolari, soggetto della prima stagione.

Il ritmo della storia subisce un'impennata rispetto alla prima tornata di episodi, tutto accade in maniera più vorticosa, seppur la storia riesca comunque a prendersi il tempo e gli sviluppi non siano quasi mai banali (a proposito di situazioni non comuni in un prodotto televisivo, per ben due volte viene mostrato il pene di Ziggy, superdotato figlio di Frank). La musica ha un posto d'onore da subito, "ospiti" del baraccio del porto nel primo episodio i Nighthawks, leggendaria band USA di rock-blues. In seguito diversi momenti significativi della serie sono sottolineati da lunghi passaggi di brani più o meno noti: mentre scorrono le immagini di McNalty che ubriaco perso fa autoscontri con la propria vettura  ci sono i Pogues di Transmetropolitan; un'altra puntata è aperta da I walk the line di Johnny Cash che esce da uno stereo a cassette e le ultime immagini dell' episodio conclusivo sono accompagnate da I feel alright di Steve Earle. In pratica un soundtrack composto saccheggiando la mia collezione di dischi.
La considerazione finale è ancora una volta estremamente positiva. Gli autori di The Wire hanno una capacità straordinaria di introdurre personaggi credibili e palpitanti che sono i punti di forza del progetto, e di sviluppare storie estremamente verosimili. Anche la seconda stagione, così come la prima, si congeda infatti dal suo pubblico con un'amarezza di fondo e una vittoria a metà del corpo speciale di polizia capitanato da Daniels (Lance Reddick).

Faccio una pausa prima della terza. So già che quando terminerò la visione della saga mi sentirò un pò smarrito.

giovedì 26 aprile 2012

80 minuti di Arcade Fire

Ci sono diverse filosofie in merito alla compilazione  della playlist monografica, ma io mi limiterei grossomodo a due filoni principali. Uno è quello di mettere insieme i brani preferiti di un artista che conosciamo come le nostre tasche e dalla cui discografia preleviamo i nostri pezzi preferiti (che quasi sempre esulano da quelli più noti). L'altra serve invece come introduzione ad un artista poco noto e quindi, contrariamente alla prima corrente di pensiero, prevede un utilizzo massivo di singoli e pezzi che hanno goduto di maggior esposizione. E' il caso della playlist odierna, che verte sugli Arcade Fire (un EP e tre full-lenght all'attivo, Funeral del 2004; Neon bible del 2007 e The suburbs del 2010) band tra le più elogiate dalla critica mondiale che da queste parti non ha mai goduto di molta considerazione.

1. Neighborhood 1
2. Ready to start
3. Cold wind
4. Black mirror
5. We used to wait
6. Sprawl II
7. Neighborhood 2
8. Rebellion (Lies)
9. Keep the cars running
10. Rococo
11. Haiti
12. Neighborhood 3
13. Intervention
14. City with no children
15. Wake up
16. No cars go
17. Crown of love
18. Speakin in tongue (with David Byrne)

mercoledì 25 aprile 2012

Quei briganti neri

E quei briganti neri mi hanno arrestato,
In una cella scura mi han portato.
Mamma, non devi piangere per la mia triste sorte:
Piuttosto di parlare vado alla morte.

E quando mi han portato alla tortura,
Legandomi le mani alla catena:
Tirate pure forte le mani alla catena,
Piuttosto che parlare torno in galera.
E quando mi portarono al tribunale

Dicendo se conosco il mio pugnale:
Sì sì che lo conosco, ha il manico rotondo,
Nel cuore dei fascisti lo cacciai a fondo.

E quando l'esecuzione fu preparata,
Fucile e mitraglie eran puntati,
Non si sentiva i colpi, i colpi di mitraglia,
Ma si sentiva un grido: Viva l'Italia!
Non si sentiva i colpi della fucilazione,
Ma si sentiva un grido: Rivoluzione!

(Canto popolare dei partigiani, la versione che segue è interpretata dai Gang)

martedì 24 aprile 2012

Calci-nel-culo



Quante volte noi voraci divoratori di fumetti di super-eroi abbiamo pensato di infilarci una calzamaglia colorata e andare fuori a combattere davvero i cattivi? Innumerevoli, garantito. Beh certo, poi abbiamo compiuto i dieci anni anni e abbiamo realizzato che sarebbe stata una pessima idea. Dave Lizewski (interpretato da Aaron Johnson) invece, nerd della scuola, nonostante sia un adolescente e non più un bambino, questo folle progetto lo attua sul serio. Privo di alcun tipo di abilità nel combattimento e ovviamente senza poteri particolari, cerca di lasciare il segno nella lotta al crimine e in qualche modo ci riuscirà.

Kick-Ass (tratto da un fumetto scritto da Mark Millar e disegnato da Romita jr) è un film curioso. Pur parodiando i clichè dei comics alla fine diventa nello svolgimento un vero e proprio film sui giustizieri in maschera. Nella sua violenza di tipo splatter può ricordare Tarantino (e i film di genere a cui il regista americano si è ispirato), ma possiede anche delle parti comiche molto ben costruite e una volgarità in alcuni episodi abbastanza pesante . Oltre al già citato Johnson, fanno parte del cast Chloe Moritz, una bimba di dieci anni incredibilmente calata nella parte di una spietata super-eroina tipo ninja e Nicholas Cage, suo padre e collega in costume.

A volte i film che non sanno scegliere quale canone assumere risultano un pò irrisolti. Al contrario Kick-Ass è riuscito. Oltre ad essere divertente, colorato e caciarone.


lunedì 23 aprile 2012

Le immagini mettetele voi

Calibro 35
Ogni riferimento a persone esistenti...
(Venus) 2012

















L'Alfetta della pula sta inseguendo la Lancia Fulvia dei feroci malviventi che, come minimo, da quando si sono alzati dal letto hanno fatto colazione con un panetto di coca, rapinato tre banche, stuprato delle suore e ucciso a sangue freddo degli innocenti. Stridere di gomme, donne con carrozzina che si scansano giusto in tempo. Il montaggio delle riprese magari aumentato di velocità, con un involontario effetto comico. Chiunque di noi ha prima o poi visto un poliziesco all'italiana degli anni settanta, un genere tutto nostro che nel tempo ha assunto il nome di poliziottesco.




Non si limitano a omaggiare con brani originali il sound di quei film, i milanesi Calibro 35, attivi dal 2007 e in costante crescita di considerazione in Italia e all'estero, ma certo le suggestioni più marcate sono proprio quelle derivate dalla blaxpotation de noartri, come la straordinaria title track posta in apertura sta a dimostrare. Gli ambiti si allargano infatti alla fusion, al funk, ad una certa lounge e forse anche a qualche richiamo progressive, con le tastiere (hammond, organo) sugli scudi. Ed ecco appunto che un brano come Il pacco, con i suoi coretti maliziosi, ben si presterebbe invece ad una commedia italiana ad episodi della fine dei sessanta.




Pur non essendo esattamente un appassionato del genere, ne complessivamente di musica strumentale, devo dire che mi sono ritrovato ad appassionarmi a questo album, e mi è tornato in mente Stefano Benni, che invitava i lettori del suo Il bar sotto il mare ad usare quei brevi racconti come testi di canzoni. Allo stesso modo i Calibro 35 potrebbero sfidare i loro ascoltatori a sovrapporre immagini a questo patchwork di suoni. Potrebbe uscirne, ne sono certo, qualcosa di interessante ed originale.




7/10

sabato 21 aprile 2012

Album o' the week / Davide Van De Sfroos, Best of (2011)



In più di un'occasione, recensendo dischi di artisti che conoscevo poco, sull'onda dell'entusiasmo per la scoperta mi ripromettevo di andare a recuperare gli episodi precedenti della discografia del soggetto in questione. Colgo l'occasione per dire che quasi mai la cosa ha funzionato perchè i dischi del passato non mi hanno coinvolto più di tanto. E' anche il caso di Davide Van De Sfroos, che mi aveva letteralmente stregato con il suo Pica! nel 2008, ma che non ha ottenuto lo stesso effetto (se non in qualche episodio) con i suoi primi lavori. A destare di nuovo la mia attenzione questa esaustiva antologia (2cd, 30 brani), che mi risparmia la fatica di selezionare i brani più interessanti per comporre una playlist.

mercoledì 18 aprile 2012

80 minuti di Arctic Monkeys

E' il turno della band inglese che ha inciso quattro album (Whatever people say i am, nel 2006; Favorite worst nightmare, nel 2007; Humbug nel 2009 e Suck it and see del 2011) e due EP. La mia playlist comprende una ventina di brani, con particolare attenzione ai singoli.
1. The view from the afternoon
2. Black treacle
3. Brianstorm
4. My propeller
5. Crying lighting
6. Still take you home
7. I bet you look good on the dancefloor
8. Teddy picker
9. Death ramps
10. This house is a circus
11. Fakes tales of San Francisco
12. Matador
13. The hellcat splanged shalalala
14. Don't sit down cause i've moved your chair
15. Pretty visitors
16. Flourescent adolescent
17. Leave before the lights come on
18. Cornerstone
19. If you were there, beware
20. Suck it and see
21. When the sun goes down

martedì 17 aprile 2012

Tryin' to get to heaven



Non so, sarò io ad avere una morbosa attrazione per le figure controverse e tragiche degli sconfitti, ma dalla lettura del libro Nel fango del dio pallone ho trovato in Carlo Petrini un personaggio così dilaniato dai rimorsi e dai sensi di colpa da sembrare uscito da un libro di Dostoevsij.

La sua morte arriva con le prime pagine dei giornali ancora una volta riempite dall'ennesimo scandalo del calcio scommesse e da un'altra scomparsa improvvisa di un giovane calciatore, come a dare un beffardo senso all'ultima parte della sua esistenza, spesa proprio a denunciare eventi come questi.

Petrini ha passato la prima parte della sua vita vivendo come se non dovesse morire mai e la seconda come un morto che camminava solo per racconatare storie che nessuno in Italia aveva voglia di approfondire.

Se esiste al mondo un modo per riscattarsi da un'esistenza nata vigliacca e superficiale, non ne conosco uno più coraggioso di quello usato da Petrini.

Mi viene da ridere se penso che con ogni certezza, nessun protagonista del mondo del pallone parteciperà alle sue esequie, e più di uno tirerà un sospiro di sollievo.




lunedì 16 aprile 2012

Il cinquantesimo sogno di Amnesty

Artisti Vari
Chimes of freedom, the songs of Bob Dylan
Onoring 50 years of Amnesty International
(Amnesty International/Fontana) 2012















Ha fatto le cose in grande Amnesty International per celebrare i suoi primi cinquantanni di impegno nel mondo. Settantadue artisti coinvolti in altrettante rivisatazioni di pezzi di Bob Dylan non è esattamente una cosa che si vede tutti i giorni. Il gigantesco lavoro è racchiuso in quattro cd a prezzo speciale i cui ricavi andranno totalmente alla causa dei diritti umani propugnata da Amnesty.

Non so dire quali artisti abbiani inciso appositamente per questo tributo e quanti abbiano invece pescato dal proprio cassetto di inediti, dopotutto qualunque band sia mai salita su un palco ha, prima o poi, suonato (e probabilmente registrato) un pezzo di Dylan.
Un lavoro così imponente mal si coiniuga con la voracità di ascolti di questi tempi digitali, e di certo in qualche episodio si va di skip, ma nel complesso mi sembra doverso prestare un pò di attenzione alle interpretazioni del maestro qui presentate, anche perchè non compaiono solo i pezzi più noti (onestamente, a chi serviva un'altra versione di Knocking on heaven's door?), ma anche chicche da veri fans.

Uno che sicuramente non ha inciso il suo pezzo per l'occasione, scusate il macabro umorismo, è Johnny Cash, che apre la raccolta con una One too many mornings rifatta con il boom-chicka-boom, suo inconfondibile marchio di fabbrica. Patti Smith irrompe con Drifter's escape, pezzo proveniente da John Wesley Harding, album del 1967. Il primo cd, a parte qualche eccezione (i Rise Against con Ballad of Hollis Brown o i Gaslight Anthem di Changin of the guards per esempio) predilige le atmosfere suggestive e rarefatte, spesso con ottimi risultati. La versione di Simply twist of fate regalata da Diana Krall ad esempio è da groppo in gola, ma convincono anche Most of the time di Betty Lavette, Love sick in chiave messicana grazie ai Mariachi El Bronx, Blowin in the wind acusticamente jamaicana grazie a Ziggy Marley, la versione oxfordiana di Girl from the north country di Sting, i My morning Jacket (You're a big girl now) e Mark Knopfler (Restless farewell).

Il cambio di registro del secondo disco è battezzato dai Queen of stone age, che imprimono il loro sound a Outlaw blues. Lenny Kravitz rispetta le sonorità originali di Rainy day women #12 & 35. Immancabile Steve Earle che intona con il contributo della violinista Lucia Micarelli uno dei miei pezzi preferiti di Dylan, One more cup of coffee. Altra presenza opportuna quella di Billy Bragg con Lay down your weary tune, mentre Elvis Costello pesca una License to kill da Infidels del 1983. Joan Baez (Seven curses) e Jackson Brown (Love minus zero/No limits) rimpolpano la schiera dei dinosauri, la presenza di Adele con Make you feel my love è la botta di modernità che chiude la facciata.

Dal terzo compact segnalo una toccante versione di I want you da parte della poco nota Ximena Sarinana, mentre tra i big Bryan Ferry, ancora fresco di tributo personale all'autore di Freewheelin piazza lì una Bob Dylan's dream e Carly Simon trasforma Just like a woman in una ballata jazzistica. L'attesa botta di vita arriva con la giga infuocata che i Flogging Molly fanno di The times they are a-changin, il punk veloce dei Bad Religion alle prese con It's all over now baby blue e i My Chemical Romance che si cimentano nella Desolation row già ascoltata sugli end titles di Watchmen.


Sorprendentemente ispirata la I shall be released dei Maroon 5 che apre l'ultimo disco, così come è convincente Political world dei Carolina Chocolate Drops. La versione di Like a rolling stone della coppia Seal/Jeff Beck paga un pò il pizzo a quella fantastica degli Stones, mentre è scolastico Mick Hucknaill su One of us must know. Michael Franti mette le infradito a Subterrean homesick blues, Lucinda Williams aggiunge pathos al pathos di Trying to get to heaven e giù giù fino ad arrivare a Pete Seeger che correttamente canta Forever young. La chiusura è per lo stesso Dylan con Chimes of freedom.


Chiaramente operazioni come questa vivono di alti e bassi, di interpretazioni ispirate e di altre elementari, che poi con canzoni come quelle di Bob Dylan la metà del lavoro è già fatto, tutto sta a non rovinarle. Ci sono moltissimi big in questa raccolta, altri mancano in maniera inspiegabile. L'assenza di Springsteen ad esempio, sia per il rapporto che ha con Amnesty che per quello con Dylan, è abbastanza anomala. Al di là di questa mia considerazione il valore globale del prodotto (contributo ad Amnesty, la qualità del materiale e ultimo ma non ultimo il prezzo contenuto) merita sicuramente l'acquisto.


7/10

sabato 14 aprile 2012

Album o' the week / Lloyd Cole and the Commotions, Rattlesnakes (1984)



Nella compagnia di ragazzotti provinciali Mauro era quello complessivamente un pò strano. Non che facesse chissà che cosa, però era uno di quei tipi che sembrano non essere mai perfettamente sintonizzati sulla frequenza degli altri. La sua anarchia caratteriale si rispecchiava anche nei gusti musicali, che sono diventati di dominio pubblico ai tempi delle prime uscite con l'automobile di papà. Era la metà degli ottanta e mentre gli altri si sfondavano di Vasco Rossi, Luca Carboni, U2, Springsteen o Tina Turner le casse della sua Alfasud di famiglia risuonavano al ritmo di Rem, Cure, Julian Cope, Brian Eno. E Lloyd Cole and the Commotions. E' evidente che nelle dinamiche giovanili questa deviazione dai gusti del branco esponeva Mauro al pubblico ludibrio ogni qualvolta era il suo turno di mettere a disposizione la macchina per l'uscita del sabato sera, ma ecco, riascoltando oggi Rattlesnakes, il debutto della band di Cole (contenente Perfect skin, Forest fire, Rattlesnakes) tocca riconoscerli un'enorme lungimiranza.

venerdì 13 aprile 2012

E' sempre tempo di pirati




Sono molto affezionato allo studio di animazione inglese Aardman Animation, creatore del mitico duo Wallace & Gromit e di altri lavori (Galline in fuga) in stop-motion.

Non potevo quindi farmi mancare questa nuova uscita cinematografica, anche considerato il soggetto piratesco che su Stefano riesce ancora a difendere la sua posizione di fascino nonostante la sempre più crescente insidia di mostri, alieni e super-eroi.

Beh, la pellicola non (ci) ha deluso, nonostante a mio avviso debba molto al tema della modernità negli schemi di avventura classica introdotto dalla saga dell'orco Shrek. La storia, che si muove tra l'ambizione dei gaglioffi di mare di essere premiati nel mondano evento degli awards per i pirati più pericolosi e il "cameo" di improbabili comprimari (nientedimeno che Charles Darwin, da qui il sottotitolo in originale - In an adventure with scientists - ), riesce a conservare un respiro di avventura classica, non del tutto colonizzata quindi dallo stile dei cartoon hollywoodiani.

La musica. Quasi casco dalla poltrona quando, in una delle primissime sequenze, parte il devastante tema di Fiesta dei Pogues. Meno d'effetto perchè più prevedibile, ma sempre un bel sentire, London calling dei Clash con il vascello dei pirati che fa rotta su Londra. Altri potenziali grimaldelli per fare breccia nella formazione musicale di Stefano.

Un ultima annotazione: nella versione originale la voce del protagonista Capitan Pirata è di Hugh Grant, in quella italiana di Christian De Sica. E sapete cosa vi dico? Ci sta dentro.

giovedì 12 aprile 2012

Ottanta minuti di Volbeat

Inauguro una nuova rubrica (che come le altre del blog potrebbe finire dopodomani o resistere nel tempo) pubblicando le playlist monografiche che di norma allestisco per me, nell'ottica che siano di un qualche interesse anche per qualcun'altro. L'esordio è per i Volbeat, band danese che attinge principalmente da 'Tallica e Social Distortion. I venti pezzi che ho compilato provengono dai quattro album fin qui pubblicati dal combo: The strenght/The sound/The songs (2005); Rock the rebel/Metal the devil (2007); Guitar gangster & Cadillac blood (2008) e Beyond hell/Above heaven (2010).






1. Hallelujah goat

2. Guitar gangster & cadillac blood

3. Who they are

4. Heaven nor hell

5. Sad man's tongue

6. The mirror

7. Mary Ann's place

8. A new day

9. The garden's tale

10. The human instrument

11. Radio girl

12. Rebel monster

13. Still counting

14. Thanks

15. A warrior's call

16. Fallen

17. 16 $

18. I only want to be with you

19. Pool of booze, booze, booza

20. I'm so lonely i could cry

martedì 10 aprile 2012

Noi e gli Offlaga

Offlaga Disco Pax
Gioco di società

(Venus) 2012













"Di politica sapevo solo che quando c'era Pajetta in televisione dovevo stare zitto,
altrimenti volava un coppino o uno scappellotto.
Se invece c'erano Fanfani o Almirante volava un coppino se li stavo ad ascoltare.
In casa le idee erano chiare e si comunicavano senza troppo approfondimento.
Una trasmissione di valori efficace.
Ancorchè vagamente
dolorosa."


Ecco, gli Offlaga Disco Pax possono piacere ad un pubblico anagraficamente trasversale, ma a chi è nato alla fine dei sessanta e ha avuto la fortuna di avere i genitori comunisti (cit), spezzano proprio il cuore. Prendete la citazione in prologo, estrapolata da Piccola storia ultras, è come un'immagine in bianco e nero della mia infanzia (al netto degli scappellotti, ma il senso è fortissimamente quello), così come potrebbe essere autobiografica Palazzo Masdoni, che bene esprime l'orgoglioso senso di appartenenza che animava gli attivisti del P.C.I. , e che torna utile anche per parlare di un altro elemento dell'arte degli ODP: non si sa mai dove vanno a parare i loro pezzi, occhio a distrarsi osservando il dito perchè quasi sempre l'obiettivo è la luna. Piccola storia ultras dovrebbe raccontare l'educazione calcistica del protagonista (quello che per Nick Hornby fu la prima partita dell'Arsenal e per il ragazzino degli Offlaga è un match della Reggiana) e invece com'è che si finisce a parlare dei morti della manifestazione sindacale del 7 luglio 1960 a Reggio Emilia? Lo stesso dicasi per Sequoia, che racconta un episodio dell'infanzia di un bambino nella Reggio dei primi settanta, ma lascia trapelare il peso della differenza sociale dei vari protagonisti e dolorose scorie della seconda guerra mondiale.


Stilisticamente, chi ha apprezzato (molto) l'esordio del gruppo e (un pò meno) il secondo album, ritroverà dentro Gioco di società tutti gli elementi portanti del mestiere ODP, le piccole/grandi storie, l'irresistibile cadenza reggiana di Max Collini e lo stile musicale elettronico/artigianale. Eppure c'è anche un piccolo cambiamento dentro questo nuovo capitolo dell'avventura. Le tracce Desistenza e sopratutto Parlo da solo si avvicinano alla forma cantata più che al reading. Certo è sempre un cantato particolare, quasi timido e maldestro, però serve a spezzare lo stile un pò monocorde delle composizioni.


Una piccola digressione che lascia intatta la suggestione che riescono a dipingere con le loro tele gli Offlaga Disco Pax, piccola ma rigorosa realtà nostrana.

7.5/10

domenica 8 aprile 2012

Long gone motherfuckers

Curioso l'atteggiamento delle major. Quando hanno particolari artisti sotto contratto fanno di tutto per non agevolarne l'opera, ma appena i suddetti artisti girano i tacchi e si accasano altrove ecco che parte il floriregio di uscite "postume". La Curb Records, ex etichetta di Hank III, aveva pubblicato un secondo dopo l'approdo ad altri lidi di Williams Hillbilly Joker, album vecchio di qualche anno che all'epoca della sua prima incisione il management della label aveva rifiutato. Ma il barile non è ancora stato grattato fino in fondo, se è vero che a giorni verrà pubblicato Long Gone Daddy, album contenente sei inediti del periodo Risin Outlaw e Lovesick, broke and driftin, più quattro cover. Al di là del valore dell'album (che valuteremo senza pregiudizi), un'altra operazione che il buon Hank accoglierà con un malefico ghigno sul viso, mentre seduto sulla sua sedia a dondolo preferita,sul portico di casa, infila cartucce dentro al suo canne mozze e scruta fiducioso l'orizzonte.

venerdì 6 aprile 2012

Maghi e pellegrini

Pilgrim
Misery Wizard
(Poison Tongue/Metal Blade) 2012















Dei Pilgrim si sa solo che sono un trio dall'aspetto tra il grottesco e l'inquietante, che provengono genericamente dal Rhode Island e che wikipedia non ha ancora una scheda su di loro. Aspetti marginali. Perchè la cosa che più conta è la musica che fanno. E quella è basata su tostissimi riff in rigoroso stile doom-metal di (ineluttabile) derivazione sabbathiana. L'allucinato viaggio nell'opera dei Pilgrim si apre con Astaroth, nella quale si naufraga fino a dimenticarsi che a metà pezzo ancora non hanno iniziato a cantare, e che cominceranno a farlo solo a due terzi dell'opera. Quello dei testi è un aspetto che evidentemente i tre ritengono secondario, se è vero che il trend di lasciare libero sfogo alle pesanti cadenze chitarristiche prima che alla voce si ripete per tutto il disco, che, per inciso, tende all'ora di durata anche se consta di soli sei pezzi. Unico limite, una certa, inevitabile, ripetitività che comunque non sottrae troppo fascino all'operazione complessiva.

7/10

martedì 3 aprile 2012

You can't be neutral on a moving train

Ani Di Franco
Which side are you on?
(Righteous babe, 2012)












Per una abituata a far uscire in pratica un disco all'anno (sedici album dal 1990 al 2008), l'orizzonte temporale di quasi un lustro dall'ultima release appare come una piccola eternità ,anche se la scelta di fermarsi è stata dettata sempre e comunque dalla massima libertà artistica che ha fin qui contraddistinto l'opera di Ani Di Franco, visto che il gap intercorso non è da attribuire ad un appannamento creativo, ma alla decisione di fare la mamma a tempo pieno per la piccola Petah Lucia, nata nel 2007.

La maternità non ha in ogni caso scalfito la verve corrosiva, l'impegno sociale e politico della cantautrice, anzi se possibile l'ha resa ancora più affilata. I temi della diseguaglianza e della protervia del potere si amalgamano con quelli della cura dell'ambiente, delle solitudini, delle derive esistenziali, delle libertà individuali. La voce dell'autrice è al culmine della sua profondità, pur essendo sostanzialmente un disco folk, Which side are you on? ci rivela infatti una capacità di intonare i pezzi da parte della Di Franco che molto ha a che vedere con il mood delle cantanti di jazz della prima metà del secolo scorso, al punto che sarebbe interessante prima o poi vederla confrontarsi con canoni differenti dai suoi abituali, con l'ausilio magari di una big band.

Il disco parte così come te l'aspetti, Life boat e Unworry sono delicati (nei suoni) affreschi acustici, ma con la title track si ha la prima impennata. Il pezzo, introdotto dal banjo di Pete Seeger, è costruito sullo stampo della più classica canzone di protesta dei Guthrie, degli Ochs, dei Seeger perlappunto e, attraverso un crescendo irresistibile, trova sfogo nella martellante domanda del ritornello "Da che parte stai adesso? / Da che parte stai ?). Quasi fosse un consuntivo degli ultimi anni, nel testo c'è tutto: gli imbrogli di Bush, la politica economica di Reagan, il femminismo, persino l'auspicio del socialismo (A little socialism / Don't scare me a bit!). Un pezzo diretto e molto coinvolgente, adatto a divenire slogan in una delle tante "Occupy" che stanno scuotendo le fondamenta finanziarie dell'America.




Proseguendo nella tracklist, la libertà sessuale (Ani si dichiarò a suo tempo bisessuale) è l'oggetto di Promiscuity ( How far is too far? / How much is enough? / You gotta test this stuff), altro highlight del disco. La quasi bossa nova di Splinter è invece al servizio di un testo ecologista mentre il pamphlet femminista Amendment fa perno sulla libertà di scelta in merito all'aborto (tema sempre al centro di violentissimi conflitti in USA). Segnalo infine una If yr not orientata all'esistenzialismo ( If you’re not getting happier as you get older / Then you’re fuckin’ up) e Albacore, una toccante canzone d'amore che è scandita dai tempi di una litania.




In estrema sintesi, tra mille dubbi e incertezze, nello smarrimento di questi tempi difficili, una scelta di campo sicura almeno noi l'abbiamo: stare dalla parte di Ani. Sempre.


7.5/10

giovedì 29 marzo 2012

Catalogami questo! / 29

Le influenze tra metal e musica tradizionale sono l'argomento odierno.


1) Il folk metal è un sottogenere dell'heavy metal che incorpora elementi di musica folk. Le band di questa frangia includono nella loro musica temi riferiti a letteratura, tradizioni e leggende tipiche della nazione da cui provengono, assieme alle musiche folkloristiche della loro terra. Sono definiti i creatori del folk metal i britannici Skyclad. Questa band, attiva sin dagli inizi degli anni novanta sperimenta nuovi strumenti come il violino come accompagnamento alla loro musica, aggiungendo tematiche come la storia in generale, la politica e i problemi sociali. In altre nazioni (in Germania ad esempio) sono sorti gruppi che ricorrono a tematiche prettamente medievali come In Extremo, Subway to Sally e Tanzwut. In Irlanda, gruppi come Cruachan e Primordial narrano le varie leggende tipiche della loro terra (come le fate celtiche e i Leprechaun). I Cruachan, ad esempio, usano strumenti tradizionali come il Tin Whistle, il flauto irlandese, il Bódhran, strumento a percussione fatto con pelle di capra o il Bouzouki (originalmente chitarra greca, adottata in seguito in Irlanda e Scozia. In Spagna gruppi come Ars amandi e Mägo de Oz presentano anche loro liriche di storia e folklore (i secondi incisero un album, La Leyenda de la Mancha, incentrato sul personaggio di Don Chisciotte della Mancia).

2) Il celtic metal, nato in Irlanda a partire dal 1990, ha un ruolo importante nel panorama underground del metal irlandese: pionieri come Cruachan e Waylander (che si sono affermati a metà degli anni novanta) si esibiscono comunemente insieme ad altre gruppi di estrazione differente. Uno degli album seminali del genere è senz'altro Tuatha Na Gael dei Cruachan, stampato da una piccola etichetta in discografica in poche migliaia di copie e andato esaurito in pochissimi mesi. L'album è stato poi ristampato dalla audioglobe e rappresenta una vera e propria commistione fra musica folcloristica e death/black metal.

3) L'Oriental metal (da alcuni definito anche middle-eastern metal ) nasce in Israele dove, metal band locali, iniziano a scrivere brani ispirati alla tradizione Ebraica ed alle tragedie Bibliche. Le contaminazioni, però, non si fermano alle liriche e alle tematiche trattate, ma permeano anche il sound generale di questi gruppi, che fondono le sonorità degli antichi strumenti folcloristici con lenti riff di chitarra death metal/doom metaldando vita ad atmosfere dal sapore apocalittico. Alcune band sono arrivate a trasporre gli antichi salmi e preghiere ebraiche in pezzi death metal. I gruppi più famosi sono i Salem e gli Orphaned Land, entrambi israeliani.

4) Il medieval rock (o medieval folk rock) è un genere musicale che combina la musica rock (in particolare folk rock e gothic rock) con reminiscenze e temi tipici della musica medievale e più in generale della musica antica, sviluppatosi particolarmente in Germania (dove il genere, molto conosciuto, viene chiamato Mittelalter-Rock) e in Inghilterra negli anni settanta e affermatosi poi negli anni novanta.In particolare ci si riferisce con il termine medieval metal a quel tipo di medieval rock più orientato verso l'hard rock e l'heavy metal.Gli strumenti usati sono quelli tipici del rock, quindi chitarra elettrica, basso, batteria, e sintetizzatore, combinati con vari strumenti tradizionali e/o ispirati al Medioevo, come la cornamusa, la ciaramella, la tromba marina, la ghironda, l'arpa, il liuto, e la chiarina.Tra gli ispiratori del genere si possono annoverare gli Ougenweide, gruppo rock progressivo tedesco attivo negli anni settanta, prima band in Germania a sperimentare le sonorità medievali. Successivamente, dopo che i Subway to Sally divennero famosi con il loro stile non convenzionale di folk metal, varie band seguirono la loro scia: la più famosa è probabilmente quella degli In Extremo, tuttora in attività, che fonde al suono delle chitarre elettriche quello di cornamuse, arpe, e altri strumenti medievali, utilizzando inoltre spesso testi d'epoca.



5) Il latin metal è un sottogenere della musica heavy metal, nato nei primi anni novanta tra il sud della Florida, la California, e l'America Latina, con origini, influenze, e strumentazioni tipiche della musica latina.è basato principalmente su riff e ritmiche molto vicine al nu metal, caratterizzato dalla costante presenza di percussioni tribali latinoamericane che trovano ampio spazio nei brani, fondendosi a pieno con la batteria e dando vita ad una miscela ritmica aggressiva e incalzante sulla base del ritmo della salsa. I testi sono generalmente in spagnolo, ma anche in inglese o in spanglish, e trattano per lo più temi sociali di ingiustizia, disuguaglianza e protesta. I tempi lenti e pari si alternano improvvisamente a scariche di blast beat e doppia cassa. Altra caratteristica spesso ricorrente sono gli inframezzi di assoli di chitarra flamenco.

wikipedia


martedì 27 marzo 2012

MFT, marzo 2012

LA MUSICA - in fissa con Il Teatro degli Orrori, Il nuovo mondo. Bruce Springsteen, Wrecking ball. Fine Before You Came, Ormai.

A ruota Artisti Vari: Chimes of freedom, The songs of Bob Dylan. Big Country, The Ultimate Collection. Offlaga Disco Pax, Gioco di società. Blind Guardian, Memories of a time to come. Calibro 35, Ogni riferimento a persone esistite o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Lucero, Women & work. Pilgrim, Misery wizard. PJ Harvey, Rid of me. Shellac, At action park. The Excitements, omonimo. Paul Simon, So beautiful so what.

IL LIBRO: Carlo Bonini, A.C.A.B.

LA SERIE TV - la dipendenza: The Wire, stagione due
Ma anche Il trono di spade e The Walking Dead, stagione due

lunedì 26 marzo 2012

Squali da acquario

Litfiba
Grande nazione
(Sony) 2012





"E adesso?" Deve aver chiesto il Piero nazionale al ritrovato amico Ghigo, dopo il tour che la scorsa estate ha sancito il ritorno dei Litfiba registrando un'ottima accoglienza di pubblico. E adesso sotto con un nuovo prodotto del brand, il nono dei toxic twins italiani dopo una pausa durata tredici anni. L'ampio spazio dato nelle esibizioni live a brani del periodo new wave della band fiorentina aveva anche illuso più d'un fan della prima ora su un ritorno a quel tipo di sonorità da parte del gruppo, la triste realtà è invece che il duo, per il suo comeback, ha optato per il più (remunerativamente) sicuro sound alla Terremoto (1993).
L'orientamento è chiarissimo già dall'opener Fiesta tosta, mentre la seguente e primo singolo Squalo tenta un pò di replicare lo schema lirico di El diablo con risultati però abbastanza deludenti. Lo stesso si può dire per la title-track o per Tutti buoni, elementare denuncia contro la casta politica, scritta in stampatello ("tutti bravi / tutti buoni / ma solo in tempo di elezioni") e molto scontata. Da tutto questo smarmellamento di italico hard-rock emerge forse la sola Brado.

Se c'è del buono in Grande nazione, è da ricercare quando la band mette da parte i riffoni o il singalong da palazzetto e rallenta l'incedere. In questo senso si fanno apprezzare Elettrica, Luna Dark e Tra te e me, mentre la bonus track Dimmi dei nazi, dedicata alla Pivano, è lì a dimostrare che tutto sommato ci vorrebbe poco per riuscire ad emozionare ancora.



6/10

sabato 24 marzo 2012

Album o' the week / AAVV, Nativity in black - Tributo ai Black Sabbath Vol I,II,III (1994, 2000, 2007)




Resto sui Black Sabbath, giacchè non ho ancora smaltito la delusione per l'annullamento del comeback tour. Parliamo però di una serie di album di tributo, operazione che ha avuto il suo momento di gloria tra la fine degli ottanta e i novanta, e che ha sfornato tanti prodotti buoni più per le gambe del tavolo che ballano o come sottobicchieri che per far conoscere la musica degli artisti presi in considerazione. Tra i meglio riusciti a mio avviso, il Red hot + blue su Cole porter, l'imperdibile A vision shared dalle canzoni di Leadbelly e Woodie Guthrie e, perlappunto, Nativity in Black ad onorare la band di Iommi e Ozzy.


Questa opera ha visto la pubblicazione di addirittura tre volumi, dal 1994 al 2007, con la partecipazione del meglio in campo heavy metal. Tra gli altri Sepultura(Symptom of the universe), Faih No More (War pigs), Cathedral (Solitude), Megadeth (Paranoid e Never say die), Type O' Negative (Black Sabbath), Corrosion of Conformity (Lord of this world), Machine Head (Hole in the sky), Pantera (Electric funeral e Hole in the sky),Slayer (Hand of doom), System of a Down (Snowblind) , Soundgarden (Into the void), White Zombie (Children of the grave), Anthrax (Sabbath bloody sabbath) e lo stesso Ozzy Osbourne con Therapy? e Primus "di spalla"(N.I.B. e Iron man). Tutti a confrontarsi con pezzi noti e gemme nascoste del combo probabilmente più influente di sempre in ambito heavy.


Tre titoli estrememante consigliati.


giovedì 22 marzo 2012

No more Sabbath

Adesso la notizia è ufficiale, niente tour per i Black Sabbath. Vabè.



I riuniti Black Sabbath , che a fine 2011 hanno annunciato la pubblicazione di un nuovo album dopo 33 anni e un tour mondiale , sono stati costretti a cambiare i piani a causa delle condizioni di salute del chitarrista Tony Iommi, impegnato a combattere un linfoma che gli è stato diagnosticato a dicembre del 2011. Tony purtroppo non potrà andare in tour e a lui vanno tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto con un augurio di pronta guarigione.

In segno di rispetto verso l’amico, Ozzy Osbourne e Geezer Butler hanno deciso comunque di onorare gli impegni presi e si esibiranno come headliner in tutti i festival europei in cui sono schedulati sotto il monicker Ozzy & Friends, ovvero il Madman, insieme a Geezer Butler, oltre a una serie di chitarristi ospiti speciali, tra cui, già confermati Slash e Zakk Wylde. Altri nomi verranno resi noti a breve. Il set comprenderà ovviamente i grandi classici dei Sabbath oltre alle maggiori hit del periodo solista di Ozzy.

mercoledì 21 marzo 2012

One more cup of coffee



La passione per le mug (le tazzone da caffè) me l'ha senza dubbio trasmessa l'overdose di produzioni televisive e cinematografiche americane. Ore e ore di pellicole nelle quali i protagonisti s'ingollavano tonnelate di caffeina manco fosse acqua di sorgente. C'era e c'è sempre un bollitore da caffè a portata di mano nei film ammerigani, ovunque si svolgesse l'azione: in ufficio, alla pompa di benzina, in casa o per strada.
Negli anni ho raccolto una discreta collezione di mug, poi ho dovuto sacrificarne una parte al dio trasloco e al passaggio della condizione da single (non si butta niente) a coppia (cos'è tutta sta roba???). Le mie preferite però, quelle sì sono sopravvissute: i soggetti vanno dal kistch delle città visitate, ai cartoni (South Park rules!), al tour di The Rising di Bruce, a quella della Guinness. Ne ho persino una con il disegno di una lampadina che si accende quando la tazza è piena di acqua bollente (grazie ad una piccola resistenza interna, suppongo). Quella in foto è l'ultimo arrivo, ed attualmente la mia più preferita. Come potete ammirare riproduce vecchie copertine di albi Marvel ed è colma di tea e non di caffè, che sennò mi duole lo stomaco. Mica sò americano, io.

lunedì 19 marzo 2012

Talkin' about Il mondo nuovo

Il Teatro degli Orrori
Il mondo nuovo
(La Tempesta) 2012
















Anonimo- Allora, l'hai ascoltato “Il mondo nuovo”?
Io all'inizio sono rimasta un po' delusa, manca un po' lo stile teatrale di Capovilla, quegli scoppi improvvisi ai quali eravamo abituati con gli album precedenti...Non so, come quando dice “Maestro?! Maestro! Si accomodi, la prego, possiamo incominciare...” in Dell'impero delle tenebre e anche la musica è meno schizofrenica che in precedenza. Però devo dire che dopo qualche ascolto ti prende...

Monty: Mah, forse ci riponevo troppe aspettative e quando è così ci rimani sempre un po’ male. Inizio dirompente, ma mi dici a che serve una Io cerco te, quando hai già scritto Due?
Nel complesso oscilla tra intuizioni significative e banalità un po’ sconcertanti (Gli Stati Uniti d’Africa potrebbe averla scritta un quindicenne). Il problema penso sia l’egocentrismo di Capovilla, straripante come sempre ma stavolta non “bilanciato”, lasciato troppo a briglie sciolte. Poi ad un certo punto il disco diventa proprio peso, arrivare alla traccia numero sedici è un’impresa…

Anonimo- Mah, a me non sembra che Io cerco te abbia qualcosa a che fare con Due, credo che parlino di due cose diverse. Le banalità ci sono sempre state anche nei dischi precedenti, anche se forse qui un paio di volte si esagera. Io ho trovato che tutta la faccenda del Parla con gli angeli in Pablo sia piuttosto stucchevole, fa molto New Age, anche se ammetto che non è colpa del Capovilla, è un eccesso di esposizione degli ultimi anni della parola “angelo”.
A parte questo e se vogliamo Doris, che però ha del buono pure quella, non c'è niente che non va. Semplicemente è un disco diverso: Capovilla canta molto di più e non recita, e poi lo scopo del disco è diverso, questo è un concept, si vuole parlare degli immigrati stranieri in Italia (soprattutto, ma non solo).
E poi scusa, che mi dici di Cuore d'Oceano? Non è bellisssima? E Dimmi Addio e Vivere e morire a Treviso?

Monty: Puoi vedere la cosa sotto due aspetti. Il primo è ascoltare il disco è valutarne le canzoni. L’altro è cercare di capire dove la band, al terzo disco, volesse andare a parare. A mio avviso musicalmente è in una sorta di limbo tra sonorità consolidate (la prima cinquina di pezzi) e momenti maggiormente rarefatti. La mia valutazione nel complesso è che si tratti di un prodotto meno riuscito dei due precedenti, molto ambizioso, ricco di urgenza comunicativa che diventa però anche il suo limite, perché denota la difficoltà della band a decidere cosa tenere cosa eliminare dalla tracklist definitiva. Le canzoni di valore non mancano, è vero, non sono insensibile al valore di pezzi come Rivendico, Non vedo l’ora, Cleveland – Baghdad, Monica, Nicolaj,Scopje, Dimmi addio e Cuore d'oceano, ma il grosso limite a mio avviso è quello della tenuta complessiva del progetto, personalmente non riesco mai ad ascoltarlo dall’inizio alla fine, mi sfianca. Se l’opera fosse rimasta nei limiti dell’ora di musica (3-4 pezzi sacrificabili oggettivamente ci sono, dai) ne avrebbe sicuramente guadagnato.

Anonimo: Sai cosa mi ricorda questo disco? Apocalypse Now: parte in tromba con tutto il muscolo e arriva al culmine degli elicotteri che sorvolano e distruggono il villaggio vietnamita al suono della Cavalcata delle valchirie. E questa è la prima parte del disco. Ma il vero delirio inizia dopo che la barca passa sotto il ponte dell'ultimo punto di rifornimento tenuto dagli americani, quello dove il surfista si cala l'acido e non si sa chi comandi. Da lì tutto si sforma, si dilata e si comprime diventando assurdo, sfociando nella surreale cena a casa dei francesi in Cambogia e finalmente nell'incontro con Kurtz. E' estenuante anche per chi se l'è visto decine di volte, ma senza questa parte la prima non avrebbe senso. Così mi sembra per questo disco, che parte come dici tu con suoni consolidati e pian piano scivola in qualcosa di sempre più allucinato, fino a sfociare nella rarefatta Vivere e morire a Treviso.
Trovo che dopo A sangue freddo fare un disco così poco facile sia frutto di una volontà, non di un caso d'indecisione e mancanza di direzione. Pensa a quando Capovilla e Favero hanno rifondato i One Dimensional Man al culmine delle lodi per il lavoro precedente, non ce n'era bisogno, eppure... Forse dovresti cercare di viverlo più fisicamente, dirti “Ok, sfasciami” e resistere per tutte le 16 canzoni... Ma per curiosità, che brani elimineresti?

Monty: è molto suggestiva la metafora cinematografica che fai, citando Apocalypse Now. Curiosamente ne avevo visualizzata una anch’io, per il brano Monica che inizia raccontando una storia e a metà cambia radicalmente. Mi ha fatto pensare ai lavori di Lynch, tipo Mullholland drive o Strade perdute, dove ad un certo punto cambia narrazione e personaggi e tu non ci capisci più nulla ma rimani affascinato.
Sulla tenuta del disco non è tanto un discorso soggettivo. Le strutture dei brani, i passaggi declamati, quelli un po’ sarcastici fatti con l’effetto tipo voce filtrata dal megafono alla lunga sono oggettivamente pesi. Che tracceCorsivo avrei sacrificato? Mah, butto lì Io cerco te (non è che sia brutta ma a mio avviso 1) è slegata dal resto 2) è irritante la cosa su Roma, anche se si riferisse al progetto di Alemanno Roma Capitale e non alla città vera e propria resta una provocazione fastidiosa, una cosa messa lì apposta per suscitare clamore nei media e in rete. Serviva proprio? ). Taglierei anche Gli Stati Uniti d’Africa. Scolastica a partire dal testo fino ai cori tribali, restando sull’argomento, che straordinario impatto drammatico aveva invece il brano su Ken Saro Wiwa?!?
Poi Ion, Pablo e probabilmente anche Doris. Ecco, con un minutaggio di una ventina di minuti in meno, pur non avvicinandosi al livello di A sangue freddo, diventerebbe un bel dischetto, qui invece ci fermiamo ad un 6,5 al massimo un 7- .

Anonimo: Cattivissimoooo! Anche una mia amica ha osservato quella cosa su “Roma Capitale”, ma mi sorprende che conoscendo il tipo non sia stato chiaro quello che -secondo me- voleva dire, cioè che i politicanti lo hanno, ci hanno, ormai disgustati totalmente. Roma è solo simbolo di questa decadenza, ovviamente non in senso leghista (anzi, i leghisti la disprezzano tanto a parole, ma poi sono sempre lì a munger soldi). Non vedo il clamore onestamente né mi pare un granchè come provocazione...insomma, ne ho sentite ben di peggio dalla bocca del Capovilla. Comunque hai ragione che è slegata dal contesto del disco e forse se ne poteva fare a meno.
Anche a livello di testi credo che l'idea del concept album abbia pilotato un po' lo stile: gli album precedenti erano a tema libero, questo no, voleva essere una specie di raccolta di biografie, quindi il registro era totalmente diverso. Noi ascoltatori -e i musicisti stessi- siamo più distaccati, facciamo fatica ad identificarci con questi personaggi che conosciamo da fuori. E' anche normale. E' forse il vero limite dell'album. Però a me Gli Stati Uniti d'Africa piace, lo so che magari non sarà la canzone più furba del mondo ma vorrei anche sottolineare che Capovilla è proprio così, grandi voli lirici e cadute nella banalità. Credo che entrambe le cose facciano parte del suo stile poetico. Però tu sei troppo negativo. Dimmi cosa ti piace di quest'album...

Monty: No, non sono cattivo, il disco lo apprezzo. Sono esigente con un gruppo la cui rigorosa etica serve al panorama musicale italiano come l’ossigeno. Sono da apprezzare per il tema affrontato nel concept, per averlo fatto in maniera ruvida e per non aver addolcito per nulla il loro stile allo scopo aprirsi al mainstream; ciò non toglie che il risultato sia discontinuo e non sempre all’altezza delle aspettative (o almeno alle mie). Sulla frase che tira in ballo Roma resto della mia opinione, cioè che è una furbata. Chi ascolta casualmente il pezzo non sa nulla dei TdO e della loro filosofia, questo crea un tam tam polemico che comunque fa pubblicità al disco. Che qualcuno possa pensare a simpatie leghiste, quando il pezzo è racchiuso in un progetto sui migranti è un paradosso insopportabile. Ok, voto finale 6.8.

Anonimo: Sai che non amo i voti, quindi mi astengo. Sono d'accordo che quest'album non ha l'impatto dei precedenti, ma potrebbe essere uno di quelli che migliorano col tempo o ti convincono definitivamente di essere inferiori...A me piace, stiamo a vedere com'è il concerto...Mi aspetto uno sfracello! Ci vediamo là.

sabato 17 marzo 2012

Album o' the week / Big Country / The crossing (1983)




A trent'anni dalla sua uscita e a dieci dalla morte di Stuart Adamson, è stata in questi giorni pubblicata un edizione speciale, in doppio cd, del magnifico esordio dei Big Country, l'album che per molti è il migliore della band. E' questa la fucina che ha forgiato il sound del combo, batteria asciutta, chitarra-cornamusa, liriche che raccontano storie epicamente quotidiane.Tracce quali In a big country, Chance, 1000 Stars, Lost patrol, Fields of fire assemblano insieme un suono immaginifico, pittorico, una suggestione senza fine.

giovedì 15 marzo 2012

Catalogami questo! / 28

Il ragtime (talvolta scritto rag-time) è un genere musicale, nato come musica da ballo nei quartieri a luci rosse di alcune città statunitensi (Saint Louis e New Orleans). Raggiunse la massima notorietà tra la fine del XIX secolo e i primi due decenni del XX. Suonata prevalentemente al piano, talvolta accompagnato da orchestra, era caratterizzata da un ritmo binario sincopato, che ha contribuito alla formazione del jazz. La parola ragtime, in inglese, significa "tempo stracciato", "a brandelli".

I tratti fondamentali di questo genere musicale si possono schemattizzare in due punti: - il ragtime è praticato soprattutto da musicisti mulatti, una élite rispetto ai neri. Il ragtime, perciò, nasce come musica d'autore, scritta generalmente per pianoforte; - il ragtime è una musica da ballo che si ispira alle polke, alle mazurche, alle marce popolari di origine europea. Si basa però su un elemento tipicamente africano, cioè sulla contrapposizione tra due ritmi diversi, uno regolare e ossessivo (generalmente tipico della mano sinistra nelle composizioni ragtime per piano), l'altro vario e sincopato (eseguito invece con la mano destra). Diffusosi dalla seconda metà dell'Ottocento presso i neri della zona sud-occidentale degli Stati Uniti, era suonato inizialmente dalle cosiddette jug band, con strumenti casalinghi come l'asse da lavare e altri strumenti di cucina; nel banjo trovò il suo principale protagonista, e più tardi cominciarono ad emergere per esso anche pianoforte e chitarra.

la scheda di wikipedia

martedì 13 marzo 2012

Way down in the hole. The Wire stagione 1



La migliore serie poliziesca mai trasmessa in televisione. Così è considerata da molti la saga (cinque stagioni, dal 2002 al 2008) di The Wire. Nonostante questo, dalle nostre parti il serial ha faticato a trovare una consona programmazione televisiva, e nella sua completezza, è stato trasmesso solo dalle tv a pagamento. Da fan dei polizieschi di qualità quale sono, seppur distratto nel tempo da altre produzioni americane, non mi sono mai dimenticato che prima o poi dovevo recuperare questa, e alla fine quel momento è giunto.

The Wire (inteso come "l'intercettazione") è ambientato a Baltimora, nel Maryland. La città, nonostante non sia esattamente la location più abusata dalle fiction poliziesche non si fa mancare nemmeno uno dei vizi delle metropoli americane più mediatiche. Droga, corruzione, malaffare, povertà, degrado e sopratutto omicidi (le statistiche reali indicano Baltimora come il luogo con più delitti in USA, dopo Detroit) regnano incontrastati in questa città attestata al di sotto dei settecentomila abitanti.


Protagonista della storia una squadra speciale di poliziotti assemblata pescando tra le diverse sezioni di polizia: scarti umani, detective di valore, gente che mena e raccomandati, tutti agli ordini del tenente Cedric Daniels (l'ormai noto Lance Reddick). Tra di loro spicca Jimmy McNalty (Dominic West, che come primo impatto non ha tanto il faccia del ruolo, così belloccio e da soap) uno, per descriverlo come fa un suo diretto superiore, talmente egocentrico e presuntuoso da essere "drogato di se stesso". Nel mirino una vasta organizzazione criminale dedita allo spaccio e collateralmente alla corruzione e all'omicidio, di base alle case popolari di Baltimora.

Pur cadendo in più di un luogo comune sugli sbirri americani, la serie si differenzia dalla media per un ottimo lavoro di scrittura, che la permea di realismo sopratutto per ciò che concerne gli aspetti "politici" della vicenda, mostrando la pochezza morale di giudici, politici e alti funzionari di polizia esclusivamente preoccupati della carriera e di ingraziarsi i propri ,superiori, che si affannano a cercare di evitare di pestare merde durante il percorso di ascesa, e pazienza se spesso questo porta su strade divergenti rispetto a quella del perseguire i reati.



La serie parte molto lentamente, poi dal sesto episodio entra nel vivo e concilia qualità e tensione, sempre privilegiando il racconto e la parte strategica a all'azione. La bravura degli autori riesce a condensare in pochi fotogrammi le contraddizioni dei giovani soldati dell'impero della droga (ragazzini che in alcuni casi accudiscono altri bambini abbandonati dai genitori tossici); il razzismo e il sessismo presenti in polizia; la disperata solitudine degli sbirri (il divorziato McNalty che, ubriaco perso, cerca di montare nella sua nuova casa lettini Ikea per i figli). Straordinariamente ben assortite anche la gallerie di facce e personaggi che popolano la storia. Solo per citarne qualcuno, D'Angelo e Avon Barksdale (Larry Gillard jr e Wood Harris), Stringer (Idris Elba), Omar (Michael K. Williams), Kima Greggs (Sonja Sohn), tutti i ragazzini delle case popolari. Visi intensi a rappresentare ruoli spesso tormentati, quasi shakspeariani.


Dall'episodio sette poi un tuffo al cuore, comincia infatti ad apparire in brevi camei Steve Earle, che in quel periodo aveva appena sfornato Jerusalem, forse il suo lavoro più completo. Il singer del Tennesse ha la parte (che più autobiografica non si può) di un ex-tossicodipendente che dopo aver perso tutto si è ripulito e tiene discorsi nelle terapie di gruppo per drogati. Un'emozione vera vederlo al massimo della sua imponente fisicità, coi capelli lunghi, la barba scura e i tatuaggi sui bicipiti gonfi, raccontare di quella volta, quando ha venduto la chitarra per comprare la droga.



La conclusione della prima stagione è coerente con lo stile dell'opera. Non ci sono vinti e vincitori, ma solo un'enorme mediazione politica che lascia in pratica le cose come stanno. A perderci, non suonasse eccessivamente retorico, è ancora una volta la città, la comunità, la giustizia. E con esse i veri sconfitti sono, da una parte quelli che hanno tentato di scardinare il collegamenti tra crimine e politica, e dall'altra i più deboli, quelli dilaniati dai dubbi e dai rimorsi. Per loro sì, non c'è scampo.



P.S. Way down in the hole è il brano sui titoli di testa. Sappiamo che il pezzo è di Tom Waits e che avrà un'interprete differente per ciascuna delle cinque stagioni. Nella prima ad eseguirlo i Blind Boys of Alabama.

lunedì 12 marzo 2012

Come le canzoni tristi quando fuori piove

Fine Before You Came
Ormai

(La Tempesta; Triste; in download gratuito)
2012













Succede che, ad un primo impatto, la musica dei FBYC risulti piuttosto ripetitiva e il cantato monotono, poco comprensibile, a tratti fastidioso. Un istante dopo succede però anche che, inspiegabilmente, ti ritrovi queste canzoni intrappolate nella rete dei pensieri, con un irrefrenabile bisogno di riascoltarle.
Nonostante i Fine Before You Came siano per me una scoperta, giungono in realtà al quinto album, secondo in italiano dopo gli esordi in inglese. Il genere che propongono mi è abbastanza estraneo, siamo dalle parti dell'emo-core o del post-hardcore. Etichette a parte (importanti fino a un certo punto), la struttura dei brani del gruppo milanese prevede in sintesi un tappeto strumentale fatto di arpeggi di elettrica veloci e distorti, una batteria / metronomo, basso di contorno e voce che è equalizzata indicativamente allo stesso livello degli strumenti. La struttura dei testi non prevede la classica dinamica strofa/ritornello, ma piuttosto una composizione libera (più attinente alla forma poetica) che si esalta su alcuni passaggi che diventano irresistibili slogan esistenziali.
Che sia proprio quello della particolarità dei testi l'elemento vincente della band (Jacopo Lietti alla voce; Marco Monaci e Mauro Marchini alle chitarre; Filippo Rieder alla batteria e Marco Oliviero al basso), è molto verosimile, se dopo pochi ascolti ti ritrovi quasi inconsapevolmente a cantare (urlare sarebbe più appropriato) "non mi piace Dublinooohhhh" (Dublino) oppure "diiihh questo piccolo paeseehhh conosco solo questa stradaaahhh" (Paese) o ancora "come le canzoni tristi quando fuori piooveee" (Sasso). L'ascendente per il sing-along è la chiave che ti permette di entrare nel mondo dei FBYC, nella loro poetica quotidiana, che può apparire adolescenziale o scolastica, ma che, nei brani citati, in Magone e in La domenica c'è il mercato, è dannatamente incisiva.

7.5/10


P.S. Così come tutta la discografia dei Fine Before You Came, anche Ormai è in free download, lo trovate qui.