giovedì 6 novembre 2025

Recensioni capate: Capi di Stato in fuga (2025)


Tira più un film action USA che... 
Recentemente la piattaforma Prime Video ha rilasciato due film action con contaminazioni comedy più o meno marcate. Il primo, su cui nutrivo discrete aspettative, in considerazione del ritorno di Shane Black, è Play dirty (che resuscita per l'ennesima volta Parker, il criminale inventato da Westlake/Stark)il secondo, che avevo pregiudizialmente snobbato è invece Capi di Stato in fuga. Imprevedibilmente il ritorno di Black dietro alla mdp è stato una delusione (film impersonale, che avrebbe potuto dirigere un Simon West qualunque) mentre l'inverosimile Heads of State si è rivelato sì la classica "americanata"(2,5/5), ma con un ottimo ritmo e qualche battuta efficace - ad esempio "l'originalità" con cui gli americani chiamano le cose - . 
Forse perchè la regia è stata affidata al russo Il'ja Najsuller (peraltro anche musicista con la band di indie rock Biting Elbows), già dietro la mdp per Hardcore e Io sono nessuno
Cast ricco: Elba (che qui fa il premier UK, mentre in House of dynamite il presidente USA), Cena, Considine, Chopra Jonas, Gugino, "prezzemolino" Jack Quaid, e a mio avviso ben sfruttato, per una storia che prende in giro grossolanamente i luoghi comuni di britannici e americani, con, soprattutto nel caso di John Cena, un presidente USA ipertrofico, nazionalista, ma tutto sommato bonaccione e un pò tonto. Interessante come il film sia stato girato tra il 2023 e il 2024 ma il traditore americano dietro al complotto per rovesciare l'ordine costituito utilizzi esattamente gli autentici slogan del Trump presidente contro Europa e NATO, colpevoli di aver dissanguato l'America. E insomma, inquadrare come subdolo e meschino traditore un personaggio che usa retorica e "argomenti" di Trump non è proprio malaccio per un film che nasce indiscutibilmente per una fruizione mainstream. 
Dopodichè è chiaro a tutti che i buddy movie di Walter Hill erano ben altra cosa, ma di questi tempi abbiamo visto decisamente di peggio.

Prime video

lunedì 3 novembre 2025

My Favorite Things, ottobre '25

ASCOLTI

Coroner, Dissonance theory
The 2 Bears, Be strong
Bruce Springsteen, Nebraska '82
Mammoth, The end
Doja Cat, Vie
Cameron Winter, Heavy metal
Marcus King, Honky Tonk hell
Daniel Donato's Cosmic Country BandHorizons
Ryan Adams, Changes
Wino, Create or die
Testament, Para Bellum
Joe Strummer, 001













VISIONI

in grassetto i film visti in sala

Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022) (3,5/5)
Una battaglia dopo l'altra (4/5)
Ho affittato un killer (4/5)
Companion (3,5/5)
Mr Morfina (3,5/5)
Il debito (2,75/5)
The master (4/5)
Vivere e morire a Los Angeles (4,5/5)











Mulholland drive (4,5/5)
In the mood for love (4/5)
Play dirty (2,25/5)
Capi di stato in fuga (2,5/5)
Eddington (4/5)
The brutalist (3,5/5)
Crime and punishment - Delitto e castigo (1983) (3,5/5)
Springsteen - Deliver me from nowhere (3,25/5)
La grande fuga (3,75/5)


Visioni seriali

Nothin' but a good time - La storia non censurata dell'hair metal degli anni 80 (doc) tre episodi (3/5)
Black Rabbit, otto episodi (3,5/5)


LETTURE

Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra
Eric Hobsbawn, Il secolo breve

martedì 28 ottobre 2025

Nothin' but a good time - La storia non censurata dell'hair metal degli anni 80 (2025)


Quanto ci piaceva l'hair metal! In un certo senso era la quintessenza del marketing degli USA stessi: look estremo, eccessi, bellezza, sesso, droghe e rock and roll a portata di mano per i più sfacciati e spudorati (e quindi non necessariamente i più bravi). Chiaro che non poteva durare, ma come ogni genere musicale (anche più dignitoso del cazzo di glam-metal) nessuno dei protagonisti se n'era accorto per tempo, fino a quando non è arrivato il meteorite grunge a distruggere tutto il creato hair conosciuto. 
Il progetto Nothin' but a good time (che prende il titolo dal brano manifesto dei Poison) è stato innanzitutto un libro, un racconto orale con le testimonianze dei protagonisti, raccolte dai giornalisti musicali Tom Beajour e Richard Bienstock. La filosofia del volume è ripresa paro paro da questo documentario, diviso in tre episodi, e diffuso da Paramount +. 

La narrazione procede in ordine cronologico, partendo dai primi vagiti del genere, attribuiti a Motley Crue e Quiet Riot, quando gli anni ottanta erano alla linea di partenza. Tra gli intervistati (giornalisti, produttori, musicisti) spiccano Corey Taylor degli Slipknot, all'epoca grande fan del genere, e Bret Michaels, singer e frontman dei Poison. A seguire una sfilza di interviste a protagonisti dell'epoca, tra band di spicco e one hit wonder, quali Def Leppard, Warrant, Winger, L.A. Guns, Hanoi Rocks, Great White, Dokken, Skid Row, Guns 'n' Roses etc.
La carrellata è impietosa nel mostrarci i segni del tempo su corpi e visi degli allora figoni in spandex e lacca: corpi flaccidi, pelli cadenti, alopecie maldestramente occultate da cappellini improponibili e bandane grosse come l'Ohio. In qualche caso, come per Jack Russell, leader dei Great White, l'intervista è avvenuta poco prima della morte (agosto '24) e infatti le sue condizioni ci appaiono veramente al limite.

I commenti a corredo delle immagini (che vanno a ripescare anche il fondamentale volume due de The decline of western civilization) spiegano bene cos'è stato quel periodo. Il sunset strip, la via di Los Angeles affollata di locali in cui le band si esibivano, è stata per qualche anno come Hollywood, solo che invece di aspiranti attori, quel boulevard accoglieva tutta una nidiata di giovanotti che arrivavano anche dalla più remota provincia americana agghindati da manuale, con o senza band, convinti che un bel faccino sarebbe bastato per farli sfondare. E per un pò ha funzionato, anche perchè le major mettevano sotto contratto a ciclo continuo, o meglio a catena di montaggio, una volta capito che il modello funzionava.

Ciononostante, la qualità della musica ha raggiunto anche picchi di autentica qualità: i primi due lavori dei Crue, lo sleaze di Hanoi Rocks e LA Guns, prodomico all'avvento dei GNR, il blues zeppeliniano delle due band White (i Great e Lion) e, sì, chiaramente, il pop appena diluito di aggressività di Poison, Warrant e, ad un certo punto, Def Leppard.

Grande ruolo nell'esplosione del genere è da attribuire a MTV che, attraverso video spesso infarciti di misoginia, determinava vita e morte degli artisti: la vita, nel caso ad esempio di GNR e Def Leppard, i cui masterpiece Appetite for destruction e Hysteria partirono male ma, grazie alla rotazione dei video di Welcome to the jungle e Pour some sugar on me vennero catapultati nell'olimpo delle vendite (oddio, nel caso dei Leppard c'è anche una storiella sugli strip clubs della Florida...), e nel male: quando in un episodio dell'irriverente cartone animato Beavis and Butt-head i due character prendono per il culo un ragazzino cicciottello con la maglietta dei Winger, producono, involontariamente, un autentico tracollo per la band, che è addirittura costretta a cancellare il tour negli States.

La fine arrivò per tutti all'alba dei novanta, e fu così repentina che vide contratti strappati dall'oggi al domani, budget azzerati e video musicali interrotti durante le riprese. Black out, interruttore giù e major che si scapicollavano a nord, dal sole della California a Washington e al drizzle di Seattle, a sfoggiare camicioni di flanella a scacchi e a spompinare il nuovo fenomeno musicale per cui i kids impazzivano. 

E, beh, anche questo è molto americano.


Paramount +

lunedì 20 ottobre 2025

Mani nude (2024)



Davide, poco più che ventenne, viene rapito da una festa in cui si trovava e caricato a forza nel vano vuoto di un camion. Qui, nel buio, subisce l'aggressione di uno sconosciuto. Quando il TIR si ferma i responsabili del rapimento si aspettano ne esca l'aggressore, e invece, ferito e semi incosciente, emerge Davide. Quello che doveva essere il suo omicidio diventa il prologo di una seconda vita, violenta e coercitiva, agli ordini di un certo Minuto. 


Dopo il teso, magari non perfettamente riuscito, ma interessante Non odiare, Mauro Mancini tenta la strada del genere puro portandosi dietro Alessandro Gassman (con lui nel film precedente) e il giovane (2002, ma con già una buon numero di ruoli) Francesco Gheghi. 
Il risultato è molto incoraggiante, questa storia di vendetta e redenzione 
 (tratta da un romanzo di Paola Barbato, che ha già avuto una trasposizione sotto forma di graphic novel) ambientata nel mondo dei combattimenti clandestini è praticamente perfetta nel primo atto, arriva ad un bel finale aperto e "molto poco americano", ma trascina eccessivamente il secondo atto (complessivamente il film sarebbe potuto durare dieci quindici minuti in meno, anche se a me non è pesato). 

Per il resto: la messa in scena è adeguata, così come la fotografia fredda e l'ottimo utilizzo del campo largo nelle inquadrature, il comparto trucco è quasi sempre all'altezza . 
Tuttavia il punto di forza sono senza dubbio le prove attoriali: Gassman recita tanto con la fisicità e lo fa davvero bene, in questo modo quando Mancini gli regala un'imprevista scena ad alto tasso di emotività l'effetto è ancora più potente, perchè non la vedi arrivare. Gheghi, se non lo è già, potrebbe diventare il nostro Timothèe Chalamet: sguardo indifeso e fisico gracile non gli impediscono di sprigionare intensità e forza. Quando, all'inizio, esce dal vano del camion/utero ricoperto di sangue, in stato confusionale, proiettato verso l'ignoto, davvero replica una seconda nascita, questa volta in cattività.  
Non posso infine esimermi dal citare l'interpretazione di Renato Carpentieri, anche se il character assegnatogli da Mancini rientra nella sua comfort zone. 

Lo sviluppo della trama non è - mi viene da dire ovviamente - imprevedibile (anche se la sequenza finale se la gioca bene), si adatta alla forma del genere, ma non l'ho vissuto come un problema (al netto di un evidente buco di sceneggiatura: senza spoilerare, come Gassman arrivi ad individuare in Gheghi il colpevole da punire). 
Nel complesso il film non sfigura davanti alle produzioni spagnole, coreane o francesi, molto più consolidate rispetto a noi per questa tipologia di prodotti audiovisivi. 
E non mi sembra fattore da poco.

Paramount+ 

giovedì 16 ottobre 2025

Biff Byford & John Tucker, Never surrender (2007)


Hai ragione, due post consecutivi sui Saxon, cazzo siamo, nel 1981? Per fortuna (o purtroppo, a seconda) no, semplicemente la lettura dell'autobiografia del leader della band ha fatto da scontata cinghia di trasmissione per riprendere il loro ultimo disco
Per entrare in topic: il lavoro letterario Never surrender viene dato alle stampe nel 2006 e rappresenta il primo elaborato di questo tipo per i Saxon, rivestendo pertanto un valore di primogenitura testimonianza diretta sulla storia del combo inglese, superstite dalla nwobhm. Il testo ha uno sviluppo canonico, dall'infanzia di Byford nello Yorkshire ai primi anni duemila. Emerge la personalità del singer e il suo posizionamento nell'ambito della società inglese soprattutto dei settanta, con qualche contraddizione: pur apparendo come un classico conservatore british egli detesta la Thatcher a causa degli interventi contro la classe operaia (minatori, prevalentemente) del suo territorio, ma si riallinea subito manifestando avversione per la sinistra ("comunistacci"). 

Grande spazio, ovviamente, alla carriera musicale, prima coi Son of Bitch e poi con i Saxon. 
Una parte eccessiva della narrazione se la prende il rammarico/lamentazione per non aver sfondato a livello mainstream, soprattutto in America, tema ridondante che individua i colpevoli in manager e produttori inadeguati, timing sbagliati o tensioni interne alla band. Per come la vedo io, da adepto che li preferisce agli Iron Maiden, ci sta tutto, ma molto semplicemente i Maiden erano migliori, le loro canzoni più intense e articolate, il loro brand più accattivante, lo statement più autorevole. Anche a livello di comunicazione, nel mondo dei metalhead avere una "mascotte" riconoscibile (Eddie, per la band di Steve Harris, ma anche Snaggletooth per i Motorhead), è stato uno dei fattori vincenti e ai Saxon mancava. Infine, i singoli. I Maiden (benchmark assillante di Byford) sebbene indiscutibilmente legati al metal, una manciata di singoli che hanno decollato oltre la loro fanbase li hanno centrati (Run to the hills, Flight of Icarus, Can I play with madness), i Saxon no (Ride like the wind ha avuto una buona esposizione ma fuori tempo massimo, oltre ad essere una cover).

Tornando al libro, tralasciando l'iperattivismo sessuale di Biff, consuetudine delle rockstar negli anni pre-AIDS, e le tensioni nel gruppo che hanno portato una parte di membri originali, capitanati da Oliver e Dawson ad intentare una causa - persa - per appropriarsi del brand-Saxon, la parte che più mi ha interessato è stata quella artistica, il dietro le quinte della realizzazione degli album. Poco altro.
Dubito che Never surrender possa diventare un testo di riferimento trasversale, come fu, ad esempio, La sottile linea bianca di Lemmy, Io sono Ozzy, di Ozzy Osbourne o Miles: l'autobiografia di Miles Davis (per citare artisti di un perimetro musicale definito), che riesca cioè a travalicare il genere, mi sembra piuttosto  il classico prodotto for fans only.

lunedì 13 ottobre 2025

Saxon, Hell, fire and damnation (2024)

 


Nel film Al lupo al lupo, un incauto avventore della discoteca si avvicina al DJ (Verdone) e gli chiede quando arrivino i lenti. "Mai" gli risponde lui perentorio, "non arrivano mai!". Questa è la regola non scritta dei Saxon, un gruppo che qua e là qualche ballata l'ha rilasciata, sempre un pò controvoglia, quasi per dovere (commerciale), ma perlopiù ha derogato a questa norma non scritta dei dischi di metal commerciale, in particolare degli ottanta. 
Non sorprende pertanto che in Hell, fire and damnation il combo tiri dritto, se rallenta è solo per un'economia delle dinamiche dentro i singoli pezzi o per un paio di tracce midtempoes.

L'album, confezionato dentro una cover d'impatto, è il ventiquattresimo in quarantacinque anni di produzione discografica della band, per una media quasi scientifica di due album l'anno (media che si incrementa con i tre dischi solisti di Biff). 
Premi play e dunque sai già cosa aspettarti, il pattern dei Saxon è da tempo quello dei true defender, heavy metal con influenze teutoniche (in Pirates of the airways e Witches of Salem fanno ciao con la manina gli Accept) senza mai perdere la bussola della melodia ne tantomeno quella della ferocia dei bpm, anche grazie ad una doppia cassa (Fire and steel) sfasciata dal veterano Nigel Glocker che, a dispetto dell'età (quest'anno sono settantadue), non ne vuole sapere di rallentare. 
A proposito di veterani del gruppo, ha invece mollato il membro originale Paul Quinn, che prima ha rinunciato ai tour e ora anche alle session di registrazione (al netto di un contributo su un paio di brani), sostituito da Brian Tatler (ex chitarrista Diamond Head). 

E poi c'è lui, Biff Byford, il Boss indiscusso (non solo in quanto frontman, ma proprio perchè possessore dei diritti legali del brand), immarcescibile, un old englishman con una passione - che riversa nei testi - per la storia, antica (1066, Kubla Khan and the merchant of Venice) e più moderna (Madame Guillotine, There's something in Roswell), ed una voce stentorea che ancora si arrampica su tonalità divenute irraggiungibili per molti coetanei. 
Vecchi a chi? 

giovedì 9 ottobre 2025

Recensioni capate: Il padrino della mafia (2019)


Il potere di dissuasione di un titolo trasposto a cazzo di cane. Nel 2019 esce, diretto dal regista canadese Daniel Grou e tratto da un omonimo romanzo d'inchiesta scritto dai giornalisti André Cédilot e André Noël, il film Mafia inc (come da manifesto originale che ho postato). Traduzione per il mercato italiano? Non un conseguente e comunque d'impatto Mafia Spa, ma Il padrino della mafia, titolo che rimanda con la memoria alla produzione italiana dai sessanta agli ottanta quando si prendeva un blockbuster, in genere americano, e lo si replicava spesso  sciattamente e con quattro soldi, nel tentativo di attirare il pubblico richiamando la pellicola di successo. 
Dopo diverso tempo (il film è nel pacchetto Sky da parecchio) sono riuscito ad andare oltre questa sgrammaticatura autolesionista, scoprendo in verità una pellicola dignitosa, con una storia inedita da raccontare - la mafia canadese -,  e buone prove attoriali come quella di Marc-Andre Gondrin, ma anche, massì, di Sergio Castellitto (attore che non mi entusiasma), qui in parte e anche efficace nel districarsi, oltre all'italiano, con francese e inglese. 
La pellicola ci regala inoltre un buon livello di violenza e una regia misurata, congrua. Ulteriore elemento di interesse in relazione alla stretta attualità l'incipit del film, ambientato nel '94 dopo l'affermazione elettorale di Berlusconi, con le tre cupole (americana, italiana, canadese) riunite a fregarsi le mani immaginando il guadagno che realizzeranno, grazie agli affidamenti politici, con il Ponte sulle Stretto. Ovviamente, come recita il disclaimer sui titoli di testa, è solo finzione. 
Già.


Sky

lunedì 6 ottobre 2025

Osvaldo Soriano, Triste, solitario y final (1973)



Triste, solitario y final è il notissimo debutto letterario di un allora trentenne Osvaldo Soriano, che esordisce in maniera fulminante con un romanzo totalmente surreale. Soriano è intenzionato a celebrare alcuni suoi eroi del cinema e della letteratura americana, in particolare Stan Laurel, morto in povertà e dimenticato dall'industria cinematografica, e Philip Marlowe, per il quale lo scrittore argentino ha immaginato una parabola conclusiva che riprende il titolo del libro (che a sua volta cita una battuta dello stesso Marlowe), e quindi non certo gloriosa, nei settanta.

Il romanzo si apre con Stan Laurel che si reca da Marlowe per ingaggiarlo e il detective che lo irride, non prendendolo minimamente in considerazione. Anni dopo, a seguito della morte dell'attore, Marlowe si imbatte in un giornalista argentino giunto a Los Angeles per raccogliere informazioni allo scopo di pubblicare un libro proprio su Stan Laurel. Non serve sforzo di immaginazione per identificare nel giornalista lo scrittore stesso, perchè il personaggio si chiama Osvaldo Soriano. L'incosciente determinazione dell'argentino miscelata al rassegnato ma al tempo stesso indomito nichilismo dell'anziano detective daranno vita ad un combinato dirompente, all'insegna dei migliori buddy movies.

Marlowe infatti, lontano dal glamour degli anni d'oro e colmo di rimorsi per il trattamento riservato a Laurel, si lancia in imprese impossibili, quasi sovversive (sovviene la distruzione della proprietà borghese messa scientificamente in atto nei film di Lauren & Hardy), dal disastroso esito già implacabilmente scritto, prende una sacca di botte, ma subito riparte per un'altra follia portandosi dietro l'inconsapevole compagno che prende la sua quota di mazzate.

Soriano descrive l'America senza, fino a quel momento, esserci mai stato e nonostante ciò la riconosciamo, nell'ottusa e razzista condotta del LAPD, in uno star system reazionario e violento, capitanato da un manesco John Wayne che agisce nella certezza dell'impunità data dal suo status di star repubblicana. Non ne esce bene nemmeno Chaplin, Soriano vorrebbe intervistarlo per porgli delle accuse in relazione al suo boicottaggio di Lauren & Hardy, ma, va da sè, non ci riuscirà, nonostante un rapimento che avviene in una modalità che rimanda alle imprese tragicomiche raccontate in tante pellicole dai Coen.

Questa versione, al tempo stesso apocrifa e distopica del personaggio creato da Raymond Chandler, risulta quanto mai credibile e, in un certo modo, per lo scenario degli anni settanta americani,  si allinea alla trasposizione che ne ha fatto Altman (curiosamente uscita lo stesso anno del libro, il 1973) anche se in quel caso Marlowe era ancora piuttosto giovane (un Elliot Gould trentacinquenne), mentre il character di Soriano è vecchio e si sente vecchio, fuori posto, colmo di rimorsi e risentimenti pronti per deflagrare ad ogni occasione.

L'amore che traspare dal socialista Soriano per gli States con tutte le loro contraddizioni (che l'Argentina da lì a poco avrebbe conosciuto sulla propria carne viva) è lo stesso di noi vecchi comunisti, che criticavamo l'imperialismo USA ma amavano Hollywood, Steinbeck, Hemingway e il rock and roll. Se sostituite il rock and roll con il blues, questo è il materiale di formazione che Soriano mette nel suo romanzo d'esordio, nel quale è impossibile non identificarci (aggiungo che, almeno in questa edizione, il libro ha una sorta di postfazione interessante: Chandler ci spiega il suo punto di vista riguardo il suo personaggio più famoso attraverso varie interviste nel corso del tempo).

Non è certo un inedito che uno scrittore parli di posti in cui non è mai stato quasi meglio dei colleghi indigeni, ma ecco, insomma, Triste, solitario y final presentò al mondo un romanziere atipico, dalle passioni trasversali (come quella per il calcio, tifosissimo del Torino, al quale propose l'acquisto di un giovanissimo talento argentino all'epoca poco noto: Diego Armando Maradona), destinato a lasciare il segno e purtroppo scomparso troppo presto.


giovedì 2 ottobre 2025

My favorite things, settembre '25

ASCOLTI

David Byrne, Who is the sky
Ryan Adams, Changes
Helms Deep, Chasing the dragon
Neil Young, Comes a time
Paradise Lost, Ascension
Inspector Cluzo, Less is more
Mariah Carey, Here for it all
John Fogerty, Legacy - The Creedence Clearwater Revival years
K.D. Lang, Shadowland
Kneecap, Fine art
Malevolence, Where only the truth is spoken
Robert Plant with Suzi Dian, Saving grace
Oingo Boingo, Skeletons in the closet
Pappo's Blues, ST
Saxon, Hell, fire and damnation
Suede, Antidepressants
Wucan, Axioms
Tyler Childers, Snipe hunters


VISIONI

I delinquenti (4/5)
A hard day (3,25/5)
La legge della notte (3/5)
Il padrino della mafia (2,75/5)
U.S. Palmese (2,25/5)
Ballerina (2,75/5)
Cold in July (3,5/5)
Mani nude (3,5/5)
Un uomo perbene (2/5)
Non odiare (2,5/5)
Ombre nel passato (4/5)
Querido Fidel (3/5)
Kill (2024) (3,5/5)
Sangue facile (4/5)
Nightmare detective (3,75/5)
I gangsters (4,5/5)














Visioni seriali

Dexter: Resurrection , dieci episodi (2,5/5)
Rabbit hole, otto episodi(2/5)
Rapinatori, sei episodi (2,25/5)


LETTURE

Osvaldo Soriano, Triste solitario y final
Biff Byford & John Tucker, Never surrender

lunedì 29 settembre 2025

Skunk Anansie, The painful truth

Tracciamo qualche coordinata. Era il 1996 e nei cinema italiani usciva Strange days della Bigelow. Un film che a tutt'oggi resta uno dei mei preferiti tra i "moderni". La colonna sonora, il cui CD acquistai ad occhi chiusi, recitò un ruolo significativo nella riuscita del film e dentro la colonna sonora Selling Jesus degli Skunk Anansie fece da formidabile traino per il lancio della band. 
Da allora il gruppo guidato dall'inconfondibile voce e presenza di Skin ha fatto il suo percorso composto da sette album (a cui vanno aggiunti i due solisti della frontwoman), ma sul blog non ne ho mai parlato. E non è che fossi distratto, semplicemente dopo l'epifania iniziale, quello che girava in termini di singoli e video non mi ha mai fatto venire la voglia di approfondire. Cioè, quella confidence zone fatta di ballate e midtempo, costruita su misura per esaltare l'ugula di Skin, proprio non confaceva ai miei gusti. 

Qualche settimana fa inserisco The painful truth, il loro ultimo lavoro, nella chiavetta USB che uso in auto (sono anziano, eh), ma non lo ascolto mai, finchè, per il caso determinato dal fatto che gli album sono riprodotti in sequenza alfabetica, terminato il disco di Samantha Fish parte il lavoro degli Skunkies, e parte con una traccia sensazionale, destinata ad entrare nel novero delle mie migliori dell'anno. A quel punto, maledetti, mi hanno agganciato.

La traccia è An artist in as artist, una sorta de L'avvelenata in abito rock, se mi passate il paragone, dove Skin rivendica orgogliosamente la sua postura artistica ("An artist is an artist/Without followers or fartists/Without comments, without views, without consequence/They ain't here for your pleasure/Changing up like British weather") e tanta è l'urgenza comunicativa che il frenetico cantato lambisce il rap. Pezzo della madonna, davvero, non ho la necessaria conoscenza della discografia della band per dirlo, ma nel mio piccolo questo è il tiro che vorrei sempre da Skin e soci.

Ovviamente gli Skunk Anansie non abdicano dal sound che li ha visti affermarsi al grande pubblico, perciò This is not your life è esattamente quello che ti aspetti da loro, così come Shame o Lost and found, che con l'inizio a cappella enfatizza la clamorosa pulizia della voce di Skin (come mi piacerebbe vederla misurarsi col classic soul). Devo ammettere che fosse stato per questi brani, sebbene oggettivamente validi, avrei abbandonato l'ascolto, e invece qualche perla che aumenta le battute lungo la tracklist l'ho ancora scovata, come Cheers, Fell in love with a girl e, soprattutto, Shoulda been you, centrato omaggio ai primi Police.

Colpo di coda.


giovedì 25 settembre 2025

Recensioni capate: Un uomo perbene (1999)


In attesa della distribuzione a inizio 2026 di Portobello di Marco Bellocchio, la nuova serie che si occupa del "caso Tortora" (il tempismo, ahimè, a ridosso del referendum sulla separazione delle carriere, temo ne favorirà la strumentalizzazione propagandistica del governo, benchè il contenuto della proposta di legge niente abbia a che vedere con la responsabilità dei magistrati), sono andato a recuperare la prima produzione cinematografica che si è occupata del caso: Un uomo perbene, girato da Maurizio Zaccaro. Il film può essere preso a caso di scuola di come spesso non bastino le buone intenzioni. Ci teniamo quelle, il grande valore civile e divulgativo del più noto e kafkiano caso di persecuzione contro un uomo innocente, ma il risultato è ai limiti dell'inguardabilità. C'è poco da aggiungere, il film, nonostante un buon cast (Placido, Accorsi, Melato, la Mezzogiorno, Gemma) è pessimo sotto ogni punto di vista. La regia è piatta, da fiction televisiva, ma a livello Gli occhi del cuore e le recitazioni ne risentono, non riuscendo mai ad essere convincenti, Leo Gullotta è parodistico, nonostante il ruolo assegnatogli (il pentito Pandico) poteva essere il più stimolante, per un attore. La narrazione in flashback e flashforward aveva delle potenzialità, ma è gestita male, fino ad arrivare ad una sciatteria inqualificabile nella caratterizzazione dei personaggi, che mette in bocca a Pasquale Barra (O'Animale) un dialetto siciliano, lui che era camorrista campano. 
Sicuramente faranno di meglio Bellocchio e Gifuni, ma, onestamente, ci vuole poco.

Prime

lunedì 22 settembre 2025

I delinquenti (2023)

Moràn è un grigio impiegato di banca di Buenos Aires, dall'esistenza monotona e scandita dall'abitudinarietà. Decide di deviare il corso già scritto della sua vita sottraendo denaro al suo istituto di credito, farsi arrestare e godersi il malloppo dopo qualche anno di carcere. Perchè ciò funzioni ha bisogno di un complice, e, a cose fatte, lo individua in Romàn, un collega incredulo e restio al coinvolgimento, che però, sotto ricatto, accetta. 


Approfitto della promozione estiva di Mubi (sei mesi a quasi un terzo del prezzo dell'abbonamento) e comincio a buttare un occhio ai titoli in catalogo. Parto con questo film argentino di Rodrigo Moreno perchè, lo ammetto, la sinossi sembra essere quella di un heist movie. Niente di più sbagliato, o meglio, potrei azzardare che I delinquenti stia all'heist movie come Fino all'ultimo respiro di Godard sta al noir. Siamo cioè nel campo in cui una manifestazione artistica libera prende a pretesto un genere popolare per esprimersi liberamente. E mai "inganno" si è rivelato più felice di questo.

Faccio un parallelo con la nouvelle vague perchè ritrovo molti dei suoi elementi dentro la pellicola di Moreno che, in tre ore di film, utilizza il furto esclusivamente come perno sul quale agire per mettere in scena l'alienazione, la libertà autentica (anticonvenzionale, sessuale, anti-capitalistica), le maschere che portiamo, la fragile stabilità su cui è costruita la nostra vita, le convenzioni sociali alle quali soccombiamo.

Moràn (un Daniel Elias bravissimo a lavorare per sottrazione), come il Belluca di Pirandello (anche lui contabile, casualmente), ad un certo punto della sua vita sente "il fischio del treno" e decide di rivoluzionare il suo destino. Il repentino raggiungimento di questa consapevolezza avviene però fuori scena,  lo spettatore assiste alla mutazione del personaggio senza indizi, ne deriva che il momento del furto è privo delle canoniche fasi preparatorie e spogliato di qualunque escalation di tensione, viceversa elemento irrinunciabile di qualunque heist movie.

La narrazione è sostanzialmente divisa in due scenari, il primo nella capitale argentina, ripresa negli aspetti più negativi delle grandi metropoli, il grigiore, l'indifferenza della gente per strada, la solitudine, l'alienazione, le abitazioni che tentano di essere abbellite ma risultano opprimenti e, come contrasto, i luoghi naturali di una bellezza indescrivibile dell'Alpa Corral, regione selvaggia a circa settecento chilometri di distanza da Buenos Aires, dove, chi ha scelto di viverci, ad esempio la giovane Norma (Margarita Morfino) assieme alla sorella e gli amici,  lo fa all'insegna della vita frugale, della simbiosi con la natura e della più completa libertà, a spregio di ogni ipocrita convenzione sociale. Ad un Moràn, visitatore occasionale che le dice di volersi trasferire lì risponde che tutti i cittadini lo affermano, ma poi non trovano il coraggio di farlo. In seguito, quando Norma passa del tempo a Buenos Aires trova noiosa la metropoli e patetico il suo piagnucoloso partner che fallisce nel tentativo di ricattarla emotivamente, ponendosi d'ostacolo al suo essere anticonvenzionalmente libera.

Le sezioni del film - una storia nella storia - che si svolgono all'Alpa Corral sono quelle che più lo affrancano dalle consuete dinamiche heist/crime e più richiamano, nei tempi dilatati, nell'andare fuori tema, la nouvelle vague. Entrambi i protagonisti maschili, in modalità differenti, vivono, e sono trasformati, dall'esperienza di questo paradiso incontaminato, l'uno però tornerà mestamente alla sicurezza della vita passata mentre l'altro cercherà fino all'ultimo (letteralmente) di sradicarsi dalla sua esistenza precedente.

Non conosco gli attori (ho delle lacune sul cinema argentino) però l'impressione, data la naturalezza delle interpretazioni, è che si tratti quasi di recitazioni in orbita neorealismo. Tutti davvero convincenti, di qualcuno ho già accennato, tuttavia meritano una menzione anche Esteban Bigliardi (il collega Romàn) e Germàn De Silva, che se si affina la vista lo si riconosce in due ruoli, in entrambi i casi, emblematicamente, come "capo" di Moràn: prima in banca, e poi in prigione.

Essendo questo un blog ad ampia vocazione musicale non posso concludere senza citare la Pappo's Blues, band argentina realmente esistita il cui ellepì d'esordio (1971) fa da filo rosso, passando di mano in mano, alle varie fasi della narrazione e la cui musica (blues con testi sociali) sottolinea più di una scena della pellicola, fino ai titoli di coda.

I delinquenti è una visione che richiede impegno, ma restituisce un'epifania per gli occhi, il cervello e l'anima. 


Mubi


giovedì 18 settembre 2025

Due parole sul nuovo corso di Dexter



Dexter debutta come serial nel 2006, ispirato ad un personaggio letterario creato da Jeff Lindsay e, in un'altra era, agli albori della centralità mediatica che acquisiranno le serie tv, si guadagna una notevole attenzione, al pari ad esempio di titoli come Lost o The Shield
Ne ho scritto molto sul blog, credo tendenzialmente di aver coperto tutte le annate (c'è il tag specifico), quindi non mi dilungo sugli alti e bassi di otto stagioni (l'ultima nel 2013) di un titolo che, almeno nelle intenzioni iniziali, era ricco anche di sottotesti in relazione a chi siamo e ai compromessi che facciamo per farci accettare dentro le convenzioni sociali. Gli autori, come spesso accade con i franchise di successo, al termine dell'ultimo episodio dell'ultima stagione che avrebbe dovuto determinare la fine del personaggio,  si lasciano comunque la porta aperta per ogni eventualità di "recupero".
Al contrario Michael C. Hall, l'attore che dà forma a Dexter, decide di volersi affrancare dal character, onde evitare di essere a lui esclusivamente associato (peraltro Hall aveva già girato cinque stagioni di un'altra bella serie, Six feet under)
Pertanto Michael prova a rilanciarsi nel cinema, con risultati dimenticabili (forse le interpretazioni migliori nella collaborazione con il regista Jim Mickle - Cold in July e All'ombra della luna, che peraltro ho recentemente rivisto - ), e nel teatro, si ammala gravemente, guarisce, ed infine, beh, si consegna allo show biz cominciando a pensare al mutuo e ai figli. 

Così, nel 2022 il serial killer dei serial killer torna, con Dexter: New blood, in cui lo troviamo nello stato di New York, in una piccola e nevosa cittadina rurale, a vivere mantenendo un basso profilo, inserito nella locale comunità. Ovviamente il camuffamento non durerà. La conclusione della serie stavolta dovrebbe porre fine definitivamente al personaggio, e invece no, perchè arriva Dexter: Resurrection (in mezzo Original sin, un prequel con le origini del character, cancellato dopo la prima stagione), e se New blood chiedeva tanto allo spettatore in termini di sospensione dell'incredulità (che nell'epoca moderna ci si possa nascondere e cambiare nome come se fossimo negli anni trenta del secolo scorso non sta proprio in piedi), in Resurrection (già rinnovata per una nuova stagione) entriamo proprio nel campo dell'inverosimile eletto a regola, cioè del tipo che proprio non torna un cazzo ma chi se ne fotte. 
Alla fine ce ne fottiamo anche noi, continuiamo a guardarlo perchè è un rito di famiglia e accantoniamo ogni velleità di analisi e verosimiglianza, lasciandoci divertire (2,5/5) da un intrattenimento crime che è assunto a mito televisivo, e come tale attira nel progetto nomi interessanti, quali Uma Thurman, Krysten Ritter, Peter Dinklage e Eric Stonestreet, senza trascurare un cameo di John Lightgow, indimenticabile villain della quarta stagione originale.




lunedì 15 settembre 2025

Recensioni capate: Samantha Fish, Paper doll

Originaria di Kansas City, classe 1989, Samantha Fish è una delle realtà blues più interessanti e stimolanti di un panorama musicale storicamente monopolizzato dal genere maschile (al netto di qualche storica, significativa eccezione), ma che di recente, come tutto l'universo rock, sta cambiando. 
La Fish viene notata nel 2009 dopo l'auto-pubblicazione di un album dal vivo (Live bait) nel quale proponeva standards e pezzi inediti. Da allora pubblica una decina di dischi a proprio nome, più qualcuno in comproprietà con altre blueswomen. 
Paper doll esce quest'anno e ci propone una musicista completa, sia dal punto di vista dello strumento che da quello vocale nonchè in relazione alla qualità delle composizioni. 
Nove tracce (esiste anche un'edizione a dieci con la cover di Neil Young Don't let it bring you down) per una quarantina di minuti di blues e rock-blues eccelso, che accende la miccia con la pirotecnica, orgogliosa I'm done runnin' e che mantiene la tensione con il rhythm 'n blues Can ya handle the heat? e Lose you, prima sciogliersi nella ballata Sweet southern sounds la quale, come suggerisce il titolo, si sposta in ambito southern rock. 
Le dinamiche nelle singole canzoni aggiungono un elemento di valore ad un album tosto e piacevolissimo, che dimostra come Samantha sia oggi un'artista matura, che riesce a coniugare una notevole presenza scenica ad una capacità artistica e produttiva non scontata. Insomma,  oggi si rischia di essere fraintesi ma una  volta si diceva senza problemi bella e brava.

lunedì 8 settembre 2025

The Alto Knights - I due volti del crimine



New York, anni cinquanta. Frank Costello è diventato boss della città dopo che l'amico fraterno Vito Genovese è scappato in Italia per sfuggire all'arresto e gli ha passato l'incarico. Costello governa un regno di pace con politica, magistratura e polizia, grazie ad un solido sistema di corruzione sul "modello Lucky Luciano". Quando Genovese torna dall'esilio non vuole sottostare a questa condizione e, impaziente, riporta sangue e morti nelle strade, preoccupando i capi. Contestualmente Costello, che nel tempo ha lavorato per ripulire la sua immagine pubblica, insiste nel non voler lanciare l'organizzazione nel mercato della droga e anzi vorrebbe uscire dal giro, disponibile a cedere tutto all'amico che però, purtroppo, nel tempo si è fatto paranoico e non crede più alle buone intenzioni dell'antico fratello di strada.



Progetto che pare essere nato addirittura nei settanta, questo biopic sulla mafia americana che si concentra sui noti boss Costello e Genovese, è uscito nelle sale a fari spenti, essenzialmente senza promozione, nonostante la presenza di un De Niro che torna al gangster movie. Lo recupero grazie ad una promozione di Prime sui titoli a pagamento, incoraggiato dalla regia di Barry Levinson (non un fenomeno, ma regista solido, che in quarant'anni di carriera una mezza dozzina di film li ha centrati alla grande), ma al tempo stesso un pò prevenuto appunto per l'anomala assenza di copertura critica (anche sui social). Forse è per quella dinamica psicologica che ti fa rivalutare film da cui non ti aspettavi granchè, ma The Alto Knights non è il disastro che i (pochi) critici ne dicono. Certo, arriva un pò fuori tempo massimo e dopo veri e propri capolavori del genere (serve che scriva i titoli?), però d'altro canto, quella del dualismo tra i due boss è una storia poco raccontata fuori dagli USA, e quindi il fatto che si arrivi "vergini" alla catena di eventi è un elemento a favore del film (tra l'altro, aneddoto del tutto personale, in maniera casuale mi sono trovato nel breve a guardare tre titoli - due film e una serie - che trattano lo stesso argomento, spostando solo il focus nel tempo e tra i protagonisti: The Alto Knights, Hoodlum e Godfather of Harlem).

Tornando in topic, anche sull'interpretazione di De Niro ho pareri discordanti rispetto alla bocciatura delle (poche) recensioni. Posto che sono prevenuto (qui sì) sui film in cui gli attori si sdoppiano in più ruoli, a meno che non si tratti di Peter Sellers, Mike Myers o... Tom Hardy, guardando il film in lingua originale il vecchio mi è piaciuto. L'ho trovato a suo agio nelle due parti, e pazienza se il personaggio di Vito Genovese sembrava forgiato su misura per Joe Pesci e forse per questo Bob sembra un pò ricalcare il suo acting. Mi è piaciuto sicuramente più che nelle interpretazioni recentemente offerte per The Irishman e Killers of the flowers moon, in cui l'ho trovato inspiegabilmente spaesato, tacendo di quelle atroci commedie che hanno lordato il suo cv.
Difetti la pellicola ne ha, ad esempio non è gestito benissimo il raccordo tra finzione e materiale originale d'archivio (non tutti sanno copiare Oliver Stone) e alcune sequenze realizzate dentro i folkloristici, abusati locali per italiani sono telefonate, però il film vive anche di momenti ben realizzati, come il botta e risposta a distanza dell'interrogatorio della commissione a Costello trasmesso in diretta con i commenti davanti alla tv di Genovese e la sua cricca oppure la lunga scena conclusiva con la riunione alla fattoria di Barbera. 

Emblematica infine la considerazione messa in bocca a De Niro/Costello: "quando siamo arrivati dall'Italia avevano già ucciso quasi tutti gli indiani, preso l'oro, succhiato tutto il petrolio. A noi erano rimasti solamente americani assetati (si riferisce al proibizionismo, ndr), poliziotti e politici corrotti. Ma ne abbiamo tratto il massimo." 

Insomma, una chance a The Alto Knights - I due volti del crimine (3/5 per me) secondo me la si può dare.


su prime video (a pagamento)

giovedì 4 settembre 2025

My favorite things, agosto '25

ASCOLTI

Helms Deep, Chasing the dragon
Alice Cooper, The revenge of Alice Cooper
Tyler Childers, Snipe hunter
Frank Zappa, Joe's garage 
Dorothy, The way
Cody Jinks, In my blood
Alice Wolf, The clearing
Big Head Todd, Sister sweetly
Cuco, Ridin'
Billy Idol, Dream into it
Bush, I beat loneliness
Hayes Carll, We're only human
Kamasi Washington, Heaven and earth
Robin Trower, Bridge of sighs
Samatha Fish, Paper doll
The Who, Quadrophenia
King Witch, III

Monografie

The Kinks
Halestorm
Fairport Convention/Richard Thompson


VISIONI

in grassetto i film visti in sala

Ombre malesi (3,75/5)
Pride and glory - Il prezzo dell'onore (2,75/5)
Fantastici Quattro - Gli inizi (2,75/5)
Tucker - L'uomo e il suo sogno (3,5/5)
Un uomo tranquillo - Bad blood (3/5)
Operazione San Gennaro (3,25/5)
Hoodlum (2,5/5)
Twilight of the warrior - Walled in (4/5)
Nome in codice: Imperatore (2,25/5)
Uomini e cobra (3,75/5)
Io sono nessuno 2 (2,25/5)
The outlaws (2017) (3,5/5)
La rapina perfetta (2,5/5)
The monkey (3,5/5)
The Alto Knights - I due volti del crimine (3/5)
Scanners (3,75/5)
Warfare - Tempo di guerra (3,75/5)
Velluto blu (4,5/5)
















visioni seriali

Untamed, sei episodi (2,5/5)
Godfather of Harlem, dieci episodi (2,5/5)



lunedì 1 settembre 2025

Recensioni capate: Dorothy, The way


I Dorothy si mettono assieme a Los Angeles nel 2013, per debuttare qualche anno dopo. Sono caratterizzati dalla presenza di una singer dall'ugola potente ed elegante, Dorothy Martin (da cui il nome della band), e da un inizio carriera fatto di porte girevoli che hanno coinvolto i musicisti dietro di lei. 
Con The way arrivano al quarto album. Il genere è un hard rock moderno sporcato di blues e soul (per farsi un'idea basta ascoltare il bell'incipit vocale della Martin su I come alive, opener dell'album). 
Non so se esiste ancora una programmazione radiofonica mainstream in America, ma se così fosse, il disco sembra realizzato col bilancino proprio per sfondarla. Tutto è al posto giusto, la voce portentosa della frontwoman, i suoni, la costruzione delle composizioni, le ospitate (Slash su Tombstone town), l'alternanza scientifica tra pezzi tirati (The devil I know, Mud, Bones), midtempoes (Unholy water - dove la singer ricorda la Annie Lennox blues di Be yourself tonight -, Putting out the fire ) e i lenti (la conclusiva title track). 
Lavoro piacevole che fai girare ad alto volume in auto mentre ti godi gli ultimi giorni di strade libere in questo sgocciolare d'estate. 
Non è necessariamente un male creare musica in laboratorio invece che per una disperata urgenza artistico creativa, se a farlo sono mani sapienti. E però in questi casi il pacchetto completo prevede anche lo status di one-season-album. Prendere o lasciare.

giovedì 28 agosto 2025

The Criterion Closet Picks

Segnalo questa serie di brevi video girati da attori e registi per la Criterion. Sono disponibili a centinaia su youtube e beh, vanno via come le ciliegie. Ne posto uno a titolo esemplificativo, con ospite David Cronenberg.

lunedì 25 agosto 2025

Twilight of the warriors - Walled in

Hong Kong, anni ottanta. Chan Lok-kwan è un rifugiato che ha lavorato sodo per comprarsi un documento d'identità al mercato nero, necessario per lasciare il Paese. Truffato dalla triade cui si era rivolto, per rabbia davanti al sopruso ricevuto ruba ai mafiosi una borsa in cui crede siano contenuti soldi. Scoperto ed inseguito, si rifugia nella città murata di Kowloon, nella quale nessuno, nè lui nè i suoi inseguitori, può entrare senza permesso. In quel posto apparentemente infernale, governato dal boss Cyclone, inizia per Lok-kwan una nuova, inaspettata vita.


La città murata di Kowloon di Hong Kong ha una storia incredibile e poco nota. Il territorio fu escluso dalla cessione del Paese al Regno Unito per novantanove anni, sancita dalla convenzione di Pechino del 1898. Fino alla sua demolizione nel 1993 fu una cittadella totalmente avulsa da regole e leggi, governata in tutti i suoi aspetti dalle triadi. Spaventosa già dal suo aspetto, con gli edifici fatiscenti talmente addossati gli uni agli altri, a dargli la forma della base di un cubo (puoi approfondire qui), la città di Kowloon è stata replicata in modo stupefacente dal regista Soi Cheang e dalla sua squadra che, ispirandosi ad una graphic novel, hanno messo in scena un action indimenticabile.

Infatti, pur giocando sugli stilemi classici del racconto asiatico, a partire dal paria che in realtà è un predestinato (il protagonista, interpretato da Raymond Lam), per passare all'amicizia virile di uomini dalle parti opposte della barricata (Louis Koo e Aaron Kwok), Twilight of the warrior resta a lungo negli occhi per l'incredibile location e l'afflato sociale di un gruppo di persone emarginate dalla società ma capaci di creare regole di comportamento eque (nel contesto dato) e solidali. Una specie di socialismo in salsa hongkongiana, capeggiato da un (ex) capo triade, che la propensione puramente capitalista delle nuove famiglie mafiose cerca di cancellare. 
Le facce dei protagonisti sono perfettamente coerenti ai ruoli. Il villain finale totalmente folle e sopra le righe, divertente in maniera spaventosa come poteva esserlo il Joker di Nicholson.

Le scene d'azione, che te lo dico a fare? Spettacolari, alla maniera artigianale di Hong Kong, con voli "aiutati" dalle celebre funi e diverse scene in piano sequenza. Ma, come dicevo, pur nella sua grandiosità, non sta in questo aspetto l'elemento che rende Twilight of the warriors un film imperdibile, non solo per gli adepti al genere.

visto su Rai Movie

sabato 16 agosto 2025

Recensioni capate: Fabri Fibra, Mentre Los Angeles brucia



Undicesimo album per il Tarducci, il mio artista preferito di una scena, quella rap, che seguo saltuariamente. Sicuramente Fabri Fabri è il rapper che più ho ascoltato e recensito, anche se mancavo da un pò dall'ascolto applicato di un suo disco. Il marchigiano è arrivato (da mò) ad una tale sicurezza dei suoi mezzi da riuscire a far convivere tracce concepite per "spaccare" (Che gusto c'è, Salsa piccante, Karma ok, Sbang, Stupidi) ad altre in cui emerge un nuova reazione, tra il rassegnato e il paternale, alle critiche che arrivano da ogni dove (l'utilizzo di strofe da L'avvelenata, il noto j'accuse di Guccini, non è certo casuale), e soprattutto a composizioni in cui Fibra accende un faro potente e commovente sul tema del bullismo e della violenza di genere (Tutto andrà bene, in cui i due protagonisti hanno il nome di quelli di Anna e Marco, famosa canzone di Dalla, ed è un peccato non averla campionata). 
Ma la traccia che ci colpisce più forte, come un pugno allo stomaco, è Mio padre, in cui il rapper sfoga tutto il suo risentimento contro un genitore tossico e violento, e l'aspetto che più impressiona è che lo fa dopo la sua morte, non concedendogli nemmeno il perdono o la redenzione che ipocritamente si riconosce ai defunti, a prescindere da quale sia stato il loro comportamento in vita.

lunedì 11 agosto 2025

Fantastici Quattro - Gli inizi



La terra 828 è difesa da un gruppo di super-eroi che sono anche una famiglia: Johnny Storm (la torcia umana), la sorella Sue (la donna invisibile), moglie di Reed Richards (l'uomo allungabile) e l'amico di lunga data Ben Grimm (la cosa). Il mondo intero li ha accettati come propri difensori, ma l'arrivo di una minaccia aliena intenzionata a distruggere il pianeta cambierà tutto.

Faccio parte di quella generazione di lettori dei fumetti Marvel (con la mitologica Editoriale Corno) che ha fatto in tempo ad immergersi nelle atmosfere della silver age (i sessanta) grazie alle ristampe che già a metà dei settanta venivano prodotte. I Fantastici Quattro non erano la mia lettura prioritaria, preferivo le ambientazioni urbane e in particolare l'Uomo Ragno. Tuttavia è innegabile che il rapporto artistico Stan Lee / Jack Kirby (poi finito con la merda nel ventilatore) abbia regalato anni di splendore inarrivabili. Kirby, col suo stile inconfondibile ha creato un intero universo fumettistico spaziale che, a dimostrazione del suo genio, continua ad essere sfruttato, decenni dopo. 
Le produzioni MCU sono in crisi, è evidente. Dopo Avengers Endgame, e al netto dei film di Gunn, non solo non è stato più azzeccato un titolo, ma si è sprofondati in bassezze atroci, affidate alla regia di mestieranti intercambiabili, privi di qualunque pretesa autoriale e totalmente condizionabili dalle scelte manageriali della Compagnia.

A ciò aggiungiamoci che i precedenti tentativi col brand F4 sono annoverati a torto o ragione tra i peggiori del genere, ne deriva che il rilancio del progetto nasceva con mille incognite e zavorre. Da questo punto vista mi ha stupito la scelta di girare sì secondo la logica del fan service, ma guardando ai fan della mia generazione, non a quelli attuali. Infatti, la storia si dipana in una terra alternativa collocata in una sorta di anni sessanta americani, nella quale i F4 sono gli unici super-esseri, unanimamente riconosciuti quali difensori del mondo e grazie al genio di Richards hanno creato tecnologie avanti nel tempo di cento anni. La messa in scena, i colori, il contesto rimanda a quel periodo ed è l'aspetto a mio avviso più convincente dell'operazione. Al contrario delle storie a fumetti dell'epoca però, viene ribaltato il ruolo dei quattro eroi: laddove Sue Storm, la donna invisibile, era un personaggio esclusivamente di contorno (in quella fase aveva solo il potere di rendere invisibile sè stessa, non usava i campi di forza come arma e non poteva trasmettere l'invisibilità, elementi questi che negli albi arrivarono molto più avanti) qui diventa la vera protagonista della narrazione, lasciando agli altri un ruolo secondario.

Il richiamo complessivo a quella stagione di ingenuità, di lettori che scoprivano per la prima volta determinati contesti futuristici attraverso lo strumento popolare del comic book e che non stavano troppo a sindacare sulla coerenza scientifica di alcune soluzioni, emerge anche dai piani di questo Reed Richards, che ha la brillante idea di nascondere la terra a Galactus spostandola semplicemente dal sistema solare ad un altro, sconosciuto. E' ovvio che ciò fa sorridere, ma avrebbe funzionato alla grande nel 1962.

Dopodichè, nel complesso, tolti gli aspetti che mi hanno convinto, il film è appena sufficiente (gli ho dato 2,75/5), perchè siamo sempre lì, elementi come: la sceneggiatura - un infinito copia incolla del genere privo di qualsivoglia guizzo - , le incoerenze narrative (una su tutte, ma è cruciale: Galactus è un essere onnipotente che non riesce, trovandoseli di fronte, a prendersi mamma e bambino con uno schiocco di dita - per "citare" la famosa scena di Thanos - ), oltre ad alcune interpretazioni che ho trovato svogliate (Pedro Pascal), un comizio pre finale sempre di Sue urticante nella sua retorica da discount e l'assenza di caratterizzazione di altri personaggi, ad esempio, la Cosa, impediscono al titolo di imprimere una svolta dirimente rispetto al pattume recente del MCU.

Avevo tendenzialmente smesso di guardare (al cinema o su piattaforme) i film Marvel dopo la deriva assunta negli ultimi sei sette anni, per i Fantastici Quattro mi sono fatto trasportare dall'effetto nostalgia, e in effetti, la messa in scena - purtroppo solo quella -  mi ha restituito un pò della magia ingenua ed infantile di quelle tavole.


giovedì 7 agosto 2025

My favorite things, luglio '25

ASCOLTI

Alex G, Headlights
Massimo Priviero, Diario di vita
Cuco, Ridin'
Alice Cooper, The revenge of Alice Cooper
Tyler Childers, Snipe hunter
Neil Young, Comes a time
Deafheaven, Lonely people with power
Fabri Fibra, Mentre Los Angeles brucia
Bruce Springsteen, LA Garage sessions '83
Bruce Springsteen, Streets of Philadeplphia sessions
Cody Jinks, In my blood
Imperial Triumphant, Goldstar
Bee Gees, Spirits having flown
AAVV, The coolest songs in the world - vol 3
Andrew Duncanson, California trap

Monografie

Oingo Boingo
Ed Sheeran
Enrico Ruggeri

VISIONI

in grassetto le visioni in sala

Inexorable (3,75/5)
Joker: Folie à deux (4/5)
Stevie Van Zandt: Disciple (3,5/5)
V per Vendetta (3/5)
Una via fredda per l'inferno (3/5)
Il Nibbio (2,75/5)
Superman (2025) (3,5/5)
Back in action (2025) (2/5)
Il seme del fico sacro (4/5)
Il campione (2019) (2,5/5)
Operazione vendetta (2,25/5)
The judge (2,25/5)
La città si difende (3,5/5)
Il lungo addio (4/5)
Kissing Gorbaciov (3,5/5)
















Visioni seriali

Fargo, stagione 5, dieci episodi (3,5/5)
Dept. Q: Sezione casi irrisolti, 9 episodi (3/5)

LETTURE

Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita

lunedì 4 agosto 2025

Recensioni capate: Il lungo addio (1973)


Tra i tanti attori che si sono cimentati con Philip Marlowe, la più nota creatura di Raymond Chandler, facce giuste per il ruolo da loser dal cuore d'oro, un pò canaglia ma molto navigato, come quelle di Bogart, Mitchum, Garner e Caan (senza contare che sul detective noir hanno costruito decine di apocrifi), la più improbabile è sicuramente quella di Elliott Gould, icona liberal abituato a ruoli da americano qualunque. 
Eppure... Eppure sta a vedere se il suo Marlowe non sia tra i migliori. Merito delle sue doti interpretative, senza dubbio, ma vogliamo parlare della regia di Robert Altman, che sembra davvero divertirsi nel mostrare una L.A. dei primi settanta intontita da droghe e alcol, con il capitalismo che sta riguadagnando rapidamente terreno (tutta la parte in cui il gangster Augustine spiega a Marlowe il potere della grana) sul decennio precedente e sulla stagione del "flower power"
Ma soprattutto Altman ci regala delle scene indimenticabili, a partire dall'incipit del film con il duetto tra Gould e il gatto, passando per un gioco continuo di trasparenze e riflessi (nella sala interrogatori e quando Marlowe è nella casa dei Wade sull'oceano), un'inaspettata scena di violenza sadica, per tacere della restituzione di sporcizia e decadenza dei locali di polizia, in linea con  il comportamento da intoccabili degli uomini in blu (Ah! L'LAPD...). Che dire poi del campionario di facce, tutte perfette, dall'inquietante psichiatra al passivo aggressivo mr. Wade, ad un - non accreditato - Arnold Schwarnegger nella sequenza più folle del film. La colonna sonora rimanda ai club fumosi di cui cantavano il primo Billy Joel e, soprattutto, Tom Waits. Gould/Marlowe fuma ininterrottamente per tutto il film, unica concessione al profilo da duro del ruolo, e nonostante ciò sembra il più sano tra quelli che attraversano lo schermo. La pistola non compare mai, nemmeno nella cinta, fino all'ultima sequenza. Geniale. 

Prime video