giovedì 20 dicembre 2012

RAUL MALO, AROUND THE WORLD



Normalmente sarei portato a pensare che Around the world sia un titolo fin troppo scontato per un disco dal vivo. Nel caso di Raul Malo però il giro in questione non è percorso solo sul tour bus, ma anche nella cultura e nella musica di buona parte del vecchio e del nuovo continente.
Il cantante di radici cubane (anche se è nato a Miami), accompagnato da una vera orchestra, propone infatti, lungo le quattordici tracce che compongono l'opera, diversi tributi a canzoni tradizionali latinomaericane ed europee, includendo a sorpresa anche l'Italia.

Raul Malo ha un talento vocale con pochi simili, nel panorama "leggero" della musica, è un tenore naturale che tocca picchi di tonalità non comuni. Partito misurandosi insieme ai leggendari Mavericks con il country, è con loro approdato al croonering (Music for all occasions, 1995) , in netto anticipo sui tempi e sulle mode degli ultimi anni che ci propongono languidi interpreti di pezzi d'altri tempi ad ogni piè sospinto. Ma avendo Malo anche la vocazione del loser, è rimasto chiaramente fuori dal successo del revival di questo genere, senza per questo smettere di interpretarlo, e anzi, allargandolo ulteriormente grazie alla contaminazione con  una più ampia tradizione chansonnier, senza il timore di rischiare il kitsch o di abusare del tasso glicemico di sentimentalismo. Il tutto senza rinunciare all'altra sua grande passione, la musica latinoamericana.

Ecco la materia che compone Around the world, che arriva dopo il lungo iato con i Mavericks (che sta per essere interrotto, ma ci tornerò sopra) e a coronamento di una discografia solista che conta sei album.
L'album si apre con Indian love call (che per i cinefili è il pezzo che sta ascoltando in cuffia la vecchina con l'alieno alle spalle in Mars Attack ) e a seguire, inaspettato, l'omaggio al nostro Belpaese, con l'esecuzione in italiano, de L'appuntamento, vecchio successo della Vanoni. Ascoltare attentamente questa canzone, che chiunque abbia la mia età ha sentito almeno una volta, mi ha provocato emozioni intense che hanno superato le mie ironie giovanili sulla composizione, legate sopratutto al modo di cantare dell'Ornella.

Le altre tappe di questo giro del mondo in musica prevedono fermate in Francia (La vie en rose, cantata però in inglese); Messico (Besame mucho) e Cuba (Guantanamera). Altro pezzo, stavolta indirettamente collegato all'Italia è A man without love (Quando m'innamoro), canzone dai natali americani, ma che la nostra  Anna Identici interpretò nel 1968 e che fa parte del repertorio storico dal vivo dei Mavericks (la suonarono anche al Rolling Stone di Milano nello storico concerto del 1998). 

L'unico pezzo che non fa parte del repertorio solista di Malo è l'inevitabile Dance the night away, isolato successo dei Mavericks. Chiude la tracklist una traccia inedita intitolata come l'album.

Tutta la musica è soggettiva, in fondo. Ma Around the world, più di altri dischi, è il classico caso per il quale la forchetta del giudizio potrebbe allargarsi ai due massimi estremi, a seconda della sensibilità dell'ascoltatore. A seconda cioè che si consideri Malo un Julio Iglesias fuori tempo massimo o un chansonnier di grande talento. Indovinate un pò per quale  parte della forchetta propenda io...

7,5/10


P.S. A distanza di dieci anni dall'unico album pubblicato negli anni zero e anticipato dall'EP Suited up and ready, il 29 gennaio uscirà In time, il nuovo, attesissimo, lavoro dei Mavericks.

martedì 18 dicembre 2012

Hotel Transylvania


I mostri, si sa, da sempre attraggono e respingono i bambini. Cosa di meglio quindi di realizzare un film d'animazione riunendoli tutti nello stesso posto, deve aver pensato la Sony Pictures?
Detto fatto. Infilandosi nell'enorme solco tracciato dalla Dreamworks con Shrek (che ribaltava i ruoli tra buoni e cattivi) e affidandosi ad una trama esile esile, ecco Hotel Transylvania, albergo creato dal conte Dracula in persona per dare rifugio sicuro a tutti i mostri perseguitati dall'uomo (Frankestein, la Mummia, il Lupo Mannaro, l'Uomo Invisibile, lo Yeti, il Mostro della Laguna etc.) e all'amata figlioletta Mavis, la cui madre è stata uccisa proprio dagli esseri umani.
Nonostante il buon successo al botteghino, il risultato è così così. I character non sono fenomenali (ed è un grosso limite, viste le potenzialità), manca un bel villain e in più ci si mette il doppiaggio che dona a Dracula la stessa identica voce di Sid il bradipo (L'Era Glaciale), cioè quella di prezzemolino Bisio (che sostituisce l'originale Adam Sandler).

Direi adatto ad un pubblico di età prescolare.

lunedì 17 dicembre 2012

Titus Andronicus, Local business


Cosa aspettarsi da una band che come ragione sociale usa il titolo di un'opera di William Shakespeare, che si serve di citazioni dotte e per i titoli delle canzoni ricorre al latino? Beh, come minimo che sia composta da irriducibili nerd e che suoni una qualche sorta di  insopportabile rock cerebrale, giusto? Sbagliato, se la band in questione risponde al nome di Titus Andronicus, visto che il gruppo del New Jersey si esprime prevalentemente assecondando i canoni del primo punk inglese. 

Il combo capitanato da Patrick Stickles arriva al terzo album in quattro anni e mostra il raggiungimento di una maggiore sicurezza nei propri mezzi, coniugando senza timore pezzi dall'impatto immediato, a brani saturati di testo, tracce brevi (anche brevissime) e pezzi che sfiorano i dieci minuti. Con l'arroganza di chi piazza un anthem da pogo selvaggio perfetto come opener solo alla posizione tre della tracklist (Upon Viewing Oregon’s Landscape with the Flood of Detritus e il primo singolo addirittura alla sette (In a big city). 
Stilisticamente, detto dei debiti nei confronti dei Clash pre-London Calling, dei Pistols e un pò anche di Richard Hell, dentro Local Business troviamo tributi sfacciatissimi ai Ramones (nella seriale Titus Andronicus vs The Absurde Universe [3rd round KO] ), strizzate d'occhio a Elvis Costello (In a small body) e meravigliosi eco del rhythm and blues bianco dei sessanta ( [I am the] Electric man ); il tutto dopo aver aperto l'album con la citazione dei Vangeli Ecce homo per raccontare l'umanità del terzo millennio.

Nome interessante e decisamente fuori dagli schemi, quello dei Titus Andronicus. Difficile immaginare per loro un futuro mainstream analogo a quello dei conterranei (e amici) Gaslight Anthem, ma certo la band è da tenere d'occhio. 

7,5/10

sabato 15 dicembre 2012

Album o' the week / Nick Cave, No more shall we part (2001)


Questo disco, oltre a trasmettere sconfinate suggestioni, si porta dietro tutta una serie di incastri mnemonici. Sono arrivato a comprarlo dopo averne ascoltato diverse tracce attraverso quella meravigliosa trasmissione di musica di Radio Popolare che rispondeva al nome di Patchanka. L'ho acquistato nel 2001 alla FNAC di Milano insieme al libro di Ellroy Sei pezzi da mille, in occasione di un incontro con il pubblico dell'autore stesso (nel caso ve lo chiediate, sì, possiedo una copia autografata da James), alla presenza di Marina Petrillo, conduttrice storica proprio di Patchanka.
E così, ogni volta che lo metto su, oltre a diverse reazioni epidermiche (brividi, pelle d'oca, peli che si rizzano) mi parte in automatico il film di quei giorni pre-undicisettembre. Sono proprio diventato vecchio.

venerdì 14 dicembre 2012

80 minuti di ¡UNO! ¡DOS! ¡TRE'! (Green day)

E' un pò particolare l'appuntamento odierno con la playlist monografica. Mi occupo infatti dei Green Day, ma non di tutto l'orizzonte temporale della loro carriera. Al contrario, prendo in considerazione l'ultimo miglio.Grazie alla preziosissima collaborazione di WVS infatti, vi propongo una selezione della recente trilogia del gruppo (¡UNO! ¡DOS! ¡TRE'!), per districarsi tra le trentanove tracce pubblicate e fare sintesi della monumentale opera. Buon divertimento.

01. Nuclear Family
02. Fuck Time
03. Brutal Love
04. Stay the Night
05. Stop When the Red Lights Flash
06. 8th Avenue Serenade
07. Let Your Self Go
08. Lazy Bones
09. Drama Queen
10. Kill the DJ
11. Makeout Party
12. X-Kid
13. Troublemaker
14. Stray Heart
15. Little Boy Named Train
16. Sweet 16
17. Lady Cobra
18. Walk Away
19. Rusty James
20. Wow! That's Loud
21. Dirty Rotten Bastards
22. Oh Love
23. 99 Revolution
24. Amy
25. The Forgotten





martedì 11 dicembre 2012

Breaking Bad, stagione 1



Ci sono modi migliori di festeggiare i cinquant'anni. Walter White arriva a quel traguardo con una vita che chiaramente ha deluso ferocemente tutte le sue aspettative. Da brillante chimico qual'era in giovane età, si trova ad insegnare in uno scalcinato liceo pieno di allievi totalmente disinteressati all'apprendimento, mentre il suo socio storico è diventato milionario. La retribuzione della scuola è quello che è, e perciò Walt è costretto ad arrotondare in un autolavaggio, alternandosi tra la cassa e la lucidatura manuale delle auto. Ha un figlio disabile e una moglie molto più giovane (sotto i quaranta) in dolce attesa. E' disincantato, disilluso, rassegnato. Anche quando gli diagnosticano un cancro ai polmoni che riduce la sua aspettativa di vita al massimo ai due anni sembra non reagire. La sua assicurazione medica non copre spese per cure troppo onerose e, conti alla mano, tra visite e terapie gli servirebbero all'incirca centomila dollari, che chiaramente non ha. Ma non è questo ad attanagliarlo, quanto la prospettiva di lasciare la famiglia senza un cent, dopo la sua dipartita. 
Decide allora di utilizzare le sue conoscenze in campo chimico e di associarsi ad un suo ex alunno ora spacciatore per cucinare anfetamine. Chiaramente tra il dire e il fare c'è di mezzo un mare (di sangue), e non aiuta certo avere in famiglia un cognato che fa l'agente della DEA (la struttura governativa dell'antidroga).

Dissacrante, ironico, irriverente, nerissimo. A tratti il mix di questi canoni fa venire in mente le cose migliori dei Cohen. Breaking Bad in soli sette episodi (tanto dura la prima stagione) convince appieno, lasciando il segno già dai primi fotogrammi di un paio di pantaloni che svolazzano nel deserto e di un camper in fuga su una strada di terra battuta del New Mexico. Ed è solo il preludio perchè poi si passa a scene di sesso coniugale consumato distrattamente, al modo tutto americano di affrontare temi pesanti nelle riunioni di famiglia, ai problemi della classe media USA, delimitata da un confine sottile tra ristrettezze economiche e povertà, che viene drammaticamente oltrepassato se si ha la sfortuna di incappare in un male incurabile

Ottimo il cast. Sugli scudi il protagonista interpretato da Bryan Cranston, bravissimo a rendere tutte le sfumature del suo personaggio, ma convincenti anche la moglie Skyler (Anna Gunn); il cognato Hank Schrader (il caratterista di lungo corso Dean Norris), ruolo in teoria comico che diventa però imprevedibile vista la professione di poliziotto antidroga, e il complice di Walter, Jesse Pinkman (Aaron Paul).

In USA sono alla pausa tra le due parti della quinta e conclusiva stagione, mentre io ho appena approcciato la seconda.


lunedì 10 dicembre 2012

The Avett Brothers, The Carpenter


E' un pezzo che il nome degli Avett Brothers rimbalza tra i miei confusi appunti mentali. Non è un caso,visto che il gruppo della North Carolina è in giro da una dozzina d'anni e ha già inciso sette album e quattro EP, in un costante crescendo di riscontro commerciale (per i fan del serial Dexter, la band viene citata nel corso della quinta stagione, quando un paio di personaggi annunciano di avere i biglietti per un loro show). Arrivo solo oggi a concretizzarne la conoscenza perchè di gruppi giovani sotto l'etichetta pop-country ce ne sono a frotte (non dimentichiamo che il country è rimasto uno dei pochi generi che fa vendere dischi in America) e quasi mai intercettano i miei gusti e il mio modo di apprezzare quel genere. 
Però. Però oggi posso affermare a ragion veduta che The Avett Brothers non rientrano in quella schiera. Se è per questo, a mio avviso, non rientrano appieno nemmeno nella categoria country.

Non posso sbilanciarmi sul passato, ma in The Carpenter la band si muove intrecciando mosaici che spaziano dal cantautorato folk mainstream dei settanta, attraverso coordinate che congiungono James Taylor ( February seven) a Simon and Garfunkel (Through my prayers)  ma anche Guy Clark (The once and future carpenter) per poi aprirsi ad orizzonti pop che rieccheggiano Beatles e Beach Boys (Live and die;Pretty girl from Michigan;I never know you) , a ballate in stile Buddy Holly (Winter in my heart) a nervose ed elettriche asprezze indie-rock (Paul Newman vs the demons).

Va da sè che la mission aziendale della band è centrare sempre ganci melodici micidiali e fraseggi accattivanti, nella scia della tradizione pop (in senso allargato) anglosassone. Altrettanto evidente è che un disco di questa fattezze mi abbia letteralmente conquistato, sbalordendomi con la sua discrezione, la sua immediatezza che, per quelle magiche alchimie che a volte si verificano con la musica, non si traduce però in effimeratezza.

Incantevole.
Aspettatevi a breve una playlist di (doveroso) recupero.

8/10

sabato 8 dicembre 2012

La neve e Sandy

A volte le giornate scelgono da sè la loro colonna sonora. Questa



Mi ha chiesto espressamente Sandy Denny:


giovedì 6 dicembre 2012

80 minuti di Metallica 1983/1989, parte uno

Non starò qui a perdere tempo per descrivere il ruolo epocale che hanno recitato i Metallica rispetto al metal e alla musica rock in generale, siamo mica un blog di Justin Bieber. E' però altresì evidente come, purtroppo, negli ultimi anni i four horsemen si siano avvitati su se stessi arrivando a grattare fondo del barile e terreno sottostante. Nonostante questo, incomprensibilmente dal punto di vista commerciale, non è mai stata pubblicata una loro antologia ufficiale. E qui entra in gioco il monty, che ne ha compilate ben due. 
Una con i pezzi più noti del periodo 83/89 e una, realizzata con la collaborazione di Ale, grande fan della prima ora del gruppo (imperdibile la sua saga Io e i Metallica), con il meglio dei pezzi minori, b-sides e cover. 
Ho escluso il black album non per una sorta di snobismo ma perchè, avendolo ascoltato fino allo sfinimento, non ne reggo più nemmeno una singola nota. 
Ok, si parte.

1) Seek and destroy
2) Harvester of sorrow
3) Creeping Death
4) Welcome home (Sanitarium)
5) Master of puppets
6) Jump in the fire
7) For whom the bell tolls
8) Eye of the beholder
9) Fade to black
10) Whiplash
11)Ride the lightning
12) One
13) Battery (live - from itunes version of Master of Puppets -)



- continua

martedì 4 dicembre 2012

Dexter, sesta stagione


Ho sempre esaltato la bravura degli autori di Dexter, un serial che mi ha appassionato, divertito e spaventato per cinque stagioni, ma ecco che nella sesta (conclusasi l'anno scorso, nel frattempo in USA è quasi ultimata la settima),  la macchina delle idee si è inceppata.
E' difficile in questi casi capire quanto ci sia di tuo (perdita di interesse nel soggetto) e quanto di oggettivo (calo di ispirazione degli autori), nel mancato raggiungimento della sospensione dell'incredulità, ma insomma quando ti accorgi che sei portato ad esaltare più i difetti che i pregi di un'opera, beh qualcosa non ha funzionato.
Il canovaccio del serial killer malvagio (a sto giro il killer dell'apocalisse, che uccide seguendo un modus operandi religioso) inseguito dal nostro, che cerca di accopparlo prima che lo arresti la polizia di Miami stavolta ha mostrato la corda. Non è che mi sia accorto della ripetitività di questa dinamica narrativa solo oggi, è che forse per la prima volta essa è sviluppata in maniera poco efficace.
Non a caso gli episodi che ho trovato più divertenti sono quelli che pongono la trama principale in secondo piano (La fatina dei denti e Nebraska) nella quale Dexter deve gestire un serial killer in pensione e nientedimenoche l'allucinazione del fratello (il killer del camion frigo), anche lui assassino seriale, ucciso da Dex nella prima stagione.

Interessanti viceversa le new entry nei personaggi. A partire da Mos Def che interpreta un ex criminale redento dalla religione (Fratello Sam); Jamie Batista, sorella del tenente Angel che entra come baby sitter e coinquilina di Dex, Louis Greene, subdolo stagista di Masuka e il detective nero Mike Anderson, da Chicago. Altra novità di rilievo introdotta è una nuova sfumatura del rapporto tra Dexter e la sorellastra Debra, che da fraterno sembra incanalarsi in qualcosa di più passionale.

Il livello mediocre della stagione è riscattato però (o proprio per questo) dall'episodio conclusivo, contenente il cliffhanger più mozzafiato dell'intera serie.

lunedì 3 dicembre 2012

Cody ChesnuTT, Landing on a hundred


In tutta onestà è difficile accumunare il Cody ChesnuTT che nel 2002 fece stropicciare le orecchie a tutta la critica con il suo debutto registrato a casa su un quattro piste  (The headphone masterpiece) e quello che torna, dopo un'attesa di dieci anni con Landing on a hundred.

Già perchè mentre nel primo lavoro Cody metteva in centrifuga hip-hop, r'n'b, skit, rdf e pop qui ci troviamo di fronte ad un clamoroso tributo ai classici black degli anni settanta, a personaggi che hanno contraddistinto un'epoca musicale e sociale, che rispondono ai nomi di Marvin Gaye, Bobby Womack, Stevie Wonder, Al Green e Curtis Mayfield. Operazione condotta di recente con ottimi risultati anche da Aloe Blacc ma che qui, se possibile, si riempie di ulteriore significato, di spiritualità e di richiami alla terra madre dell'Africa (I've been life), in un tripudio di cori, voci doppiate, tastiere e fiati.

Si ha dunque l'impressione che anche le canzoni d'amore (Love is more than a wedding day; Till i meet thee) siano intrise di un'ispirazione molto intima, quasi estranee a concetti terreni e più orientate a qualcosa di superiore. Mentre pezzi come Everybody's brother, dall'introduzione jazzata, fanno pensare ad una sorta di orgoglioso riscatto rispetto al ghetto, alla vita di strada.

Nonostante l'elmetto calato sulla testa di ChesnuTT, questo è un disco che ha spazio solo per d'amore per le good vibes.

7,5/10


venerdì 30 novembre 2012

80 minuti di Danko Jones

In attesa di parlare del nuovo album testè uscito (Rock and roll is black and blue), ecco una retrospettiva del tamarrissimo rocker canadese Dank Jones e della sua band, omonima.
Il nostro è in attività dalla metà dei novanta ed ha al suo attivo, compreso l'ultimo, sei album e un numero svariato di EP (quelli del primo periodo sono riassunti nel cd I'm alive and on fire) all'insegna dell'hard rock più ottuso, misogino e va da sè...divertente.

1) I think bad thoughs
2) I want you
3) Forget
4) First date 
5) Bounce
6) Way to my heart
7) Code of the road
8) Full of regreat
9) Lovercall
10) Baby hates me
11) Don't fall in love
12) Cadillac
13) Had enough
14) Sound of love
15) Active volcanoes
16) King of magazines
17) I love living in the city
18) Take me home
19) Dance
20) Mountain



giovedì 29 novembre 2012

MFT, novembre 2012

ASCOLTI

Cody ChesnuTTLanding on a hundred
Mumford & Sons, Babel
Cheap Wine, Based on lies
Pete Seeger & Lorre Wyatt, A more perfect union
The Avett Brothers, The carpenter
The Sword, Apocryphon
Danko Jones, Rock and roll is black and blue
Bob Wayne, Till the wheels fall off
Meshell Ndegeocello, Pour une àme souveraine:a dedication to Nina Simone 
Aerosmith, Music from another dimension

LETTURE

Steve Earle, Non uscirò vivo da questo mondo

VISIONI

Breaking Bad, stagione 2
Dexter, stagione 6 e 7
Tremestagione 1
The Walking Dead, stagione 3

mercoledì 28 novembre 2012

Doppie identità

Ogni tanto anche i giustizieri mascherati si devono prendere una pausa bucato...

lunedì 26 novembre 2012

Mumford & Sons, Babel


Certo che ne è passata acqua sotto i ponti da quando Ryan Shupe (un piccolo artista di pop-country) si lagnava del fatto che, pur avendo tutti i numeri per diventare una star della musica, non avrebbe mai potuto sfondare perchè il suo strumento era uno sfigatissimo banjo ( Banjo boy, la canzone in questione). Eppure era solo cinque anni fa. Oggi, grazie all'ultima ondata di new folkers questo strumento non è più roba da bifolchi psicopatici alla Un tranquillo week-end di paura e sopratutto non impedisce ad un gruppo come i Mumford and sons di scalare ogni classifica che conti nel mondo.

La band inglese capitanata da Marcus Mumford mancava dalle scene dal 2009, anno in cui esordiva con Sigh no more, uscito in sordina ma capace nel tempo di un'inarrestabile ascesa che lo consacrava a long-seller moderno, creando attorno al gruppo aspettative smisurate per il secondo lavoro. Aspettative che a quanto pare non hanno schiacciato i ragazzi, visto che si sono presi tutto il tempo che gli serviva e non hanno sbagliato, con Babel, il difficile secondo album.

Che dire, per un appassionato di musica rurale, country e blugrass come il sottoscritto il disco è un'autentica festa. Strumenti come il dobro, la dodici corde, il banjo, la fisa e il mandolino sono premessa di godimento assicurato. 
Il resto lo fanno la qualità delle canzoni, che qui, come e forse in misura maggiore del precedente, abbonda. 

La title-track apre il lavoro, ed è il tripudio di un suono che potremmo definire gaelic-western, dall'impatto epico e denso di suggestioni. La voce di Marcus fa il resto introducendoci a questo viaggio binario, sospeso com'è tra Galway e il Tennessee, tra impressioni orchestrali e strimpellate da buskers, capace di crescendo esaltanti (Whispers in the dark, Holland road; Hopeless wanderer; Not with haste), love song western (I will wait), ballate introspettive giocate sulle melodie vocali (Lover's eyes). 

In cima alla lista dei miei dischi dell'anno.

8/10

sabato 24 novembre 2012

Album o' the week / Steve Earle, Shut up and die like an aviator (1991)


In piedi sul bordo di un precipizio, determinato a fare un passo in avanti. 
Steve non lo sapeva, ma questa era la sua condizione tra il novanta e il novantuno. Tra l'uscita di The hard line e il tour successivo documentato in questo tempestivo Shut up and die like an aviator. Successivamente a quella turnè sarebbero arrivati gli eccessi tossici, le risse con la pula, il carcere. Una spirale autodistruttiva dalla quale sarebbe uscito solo un lustro dopo, grazie ad un pugno di amici che lo aiutarono a rimettersi in piedi e a registrare l'intenso acustico Train a comin'.

Nonostante le dipendenze stessero per prendere il sopravvento sulle ispirazione dell'artista, questo live che chiude la prima parte della carriera di Earle risulta estremamente centrato, riuscendo in ottanta minuti a racchiudere le varie influenze di Steve, con link che rimandano direttamente al blues elettrico (West Nashville boogie; Snake oil), al country-rock (Guitar Town, Someday; Devil's right hand); al blue collar (Ain't never satisfied; The other kind; Good ol' boys); alle influenze irlandesi (Copperhead road) al folk impegnato (una struggente Billy Austin) per chiudere con il classico degli Stones Dead Flowers.

Decisamente dei migliori live di americana di sempre.

venerdì 23 novembre 2012

Unità di misura


Ogni genitore credo si trovi, ad un certo punto, nella necessità di far capire ai figli il valore dei soldi. Tentare cioè di trasmettere a grandi linee ai piccoli almeno la differenza che passa tra una moneta da venti centesimi e una banconota da cinquecento euro. Personalmente avevo cominciato già da qualche anno a rispondere alle richieste di acquisto di giocattoli che mi pervenivano da Stefano cercando di farlo riflettere sul costo dell'oggetto: "20 euro non sono pochi... non si possono spendere tutti i giorni... corrispondono a tot ore di lavoro...". Il tutto comunque con scarsissimi risultati rispetto alle perentorie istanze della prole. 

Per fortuna una bella salvata è arrivata indirettamente dalla nonna (mia madre). Da un pò ha preso infatti l'abitudine, da me inizialmente osteggiata ma poi tollerata, di dare a Stefano una mancetta da cinque euro in occasione della cena che settimanalmente facciamo con i miei. All'inizio ho semplicemente sollecitato mio figlio a mettere la somma nel salvadanaio, poi, quasi inavvertitamente, ho cominciato a spiegarli che per comprare il suo action figure preferito dei cartoni di Ben Ten ci sarebbero volute tre mance della nonna, ovvero un orizzonte temporale di almeno tre settimane. 

Inaspettatamente ho fatto centro. Da quel momento in poi le unità di misura di riferimento per qualunque cifra sono diventate le cinque euro del sabato. Per la Playstation 3 ci vorrebbero circa cinquanta mance e quindi quasi un anno di risparmi, per il Nintendo DS un pò meno, a seconda dei modelli da venti mance/cinque mesi fino a trenta mance/otto mesi. 
La cosa è degenerata al punto che su qualunque cosa, dalla spesa per la casa alle automobili viste in pubblicità, sono sollecitato a misurarmi con calcoli improbabili per tradurre le cifre in questione nella nostra nuova, efficacissima, unità di misura. 
Così facendo Stefano ha già maturato la certezza che la possibilità di comprarsi quel fuoristrada enorme della Nissan che va sulle montagne trasformandosi in serpente d'acciaio, va dannatamente in conflitto con la normale aspettativa di vita, sua e della nonna.

martedì 20 novembre 2012

The bookmark blues / Steve Earle



"Cura per l'alcolismo, come no! Come le chiama Doc quelle sue gigantesche pasticche? Idrato di vattelapesca? Sono un ammasso di merda concentrato, se chiedete ad Hank. Oh, certo, vi aiuteranno con i tremori, le convulsioni e tutto quanto, ma non fanno un bel niente per il male che affligge Hank, e comunque, chi ha mai chiesto a Doc di curare qualcuno o qualcosa, accidenti? Hank non ha bisogno della laurea di un college esclusivo per sapere che cosa gli serve e quando gli serve! Dategli bistecche e patate quando ha fame, whiskey quando ha sete, fica quando è solo e magari un pò di religione vecchio stile quando sarà lì per morire"

Da: Non uscirò vivo da questo mondo, 2012


Colonna sonora che si sceglie da sè: I'll never get out of this world alive, di Hank Williams


lunedì 19 novembre 2012

Cheap Wine, Based on lies


Al di là dei complimenti, che non costano nulla e che si sprecano quando si tratta di realtà nostrane, l'elemento che dà la vera temperatura dell'apprezzamento di un gruppo è l'attesa per un nuovo lavoro e lo spontaneo piacere  che si prova nel metterlo su. 
Con i Cheap Wine posso giurare che è esattamente così. Poteste vedere il sorriso che si accomoda sul mio viso già dalle prime note di Based on lies non avreste dubbi a riguardo.

La band dei fratelli Marco (voce e chitarra) e Michele (chitarre) Diamantini giunge al settimo full-lenght in perfetta forma e per l'occasione opera un piccolo, efficace, lifting al suono, grazie all'apporto del nuovo entrato Alessio Raffaelli alle tastiere, che riesce ad innovare il sound senza stravolgerne le caratteristiche consolidate. Che sono, ormai lo sanno anche i muri, quelle del Paisley Underground sound (Dream Syndycate, Thin White Rope, Green on Red...), con riferimenti ulteriori al rock anni settanta di gente come Neil Young, il primo Springsteen e Dylan.

Un suono che quando accelera diventa arioso ed avvolgente, come nell'apertura di Breakaway, ottimo biglietto da visita della nuova direzione della band, chitarre nervose ed armonica, ma anche  qualche spigolo ammorbidito dall'introduzione delle tastiere. Della successiva Waiting on the door, per la quale è stato realizzato anche un video che ha anticipato l'uscita dell'album, si fanno apprezzare le atmosfere chitarristiche confidenziali alla Mark Knopfler, mentre è un grandioso rock and roll su dinamiche boogie quello che contraddistingue Give me Tom Waits, uno dei miei preferiti di una tracklist che coniuga in misura eccellente ballate nervose (Based on lies); lenti evocativi (Lover's grave; On the way back home; The vampire e The stone) a deflagrazioni elettriche (Lost inside e To face a new day).

Dal 1996 ad oggi i Cheap Wine non hanno mai pubblicato un disco meno che eccellente, forse un limite alla loro straordinaria carriera può essere individuato nel non essere riusciti a rilasciare un indiscusso capolavoro che si stagliasse nettamente sugli altri (personalmente sono legatissimo a Ruby Shade, ma anche a Crime stories). Potrebbe essere Based on a lies a rompere questa tradizione? Io glielo auguro con tutto il cuore.

7,5/10



venerdì 16 novembre 2012

Ups!

Rileggere ogni tanto i post che pubblico è per me un esercizio molto utile. Avendo poco tempo per scrivere e scegliendo di farlo quasi quotidianamente, la minchiata è inevitabile che ogni tanto scappi e purtroppo me ne rendo conto solo col tempo.
Una clamorosa mi è scappata nella recensione del disco di Ry Cooder, pubblicata quasi un mese fa, dove ho buttato giù  un periodo esilarante nel quale sono riuscito a mettere insieme, in poche righe, i termini cane, canone e canonico. 
Guardare per credere: (...) l'album si apre con Mutt Romney blues, laddove Mutt è il cane di Mitt Romney, che abbandona il proprio cucciolo lungo la strada nonostante le suppliche della bestiola. Il canone non potrebbe essere altro se non un blues, particolarmente vibrante ed ispirato. Ecco, si parte per il canonico viaggio  verso il miglior folk-blues-country-tejano (...).

Impressionante, eh? 

mercoledì 14 novembre 2012

LIFE ON MARS, SEASON 1 & 2



Vintage su vintage. Ecco l'effetto che fa Life on Mars (by BBC). L'aspetto principalmente retrò è quello legato all'ambientazione del serial: Manchester, 1973, ricreata con pochissimi effetti speciali e tanti scorci suburbani rimasti come erano quarant'anni fa (in effetti l'impressione è che, gira e rigira, la strada e i vicolI nei quali si svolgono le azioni siano sempre gli stessi). L'altro elemento old style è invece dato dal tipo di produzione, perfettamente distinguibile da quelle americane e più legato a tempi e modi della tv europea, un pò retrò, appunto. Sarebbe curioso in questo senso guardare anche la versione USA di questo titolo per fare i distinguo del caso (e perchè no, anche per la presenza di Harvey Keitel).

In estrema sintesi la trama di Life on Mars. Il protagonista Sam Tyler (John Simm, faccia che più inglese non si potrebbe), ispettore capo di polizia, a seguito di un grave incidente automobilistico si risveglia nel 1973, nel distretto di polizia di Manchester. O meglio, si trova contemporaneamente in coma, in un letto d'ospedale, nel tempo presente e vivo e vegeto in camicia a collo lungo e giacca di pelle quasi quarant'anni prima, a sopportare un capo (Gene Hunt, impersonato da Philip Gleinster) rozzo, sessista e violento, probabilmente persuaso che il termine  politically uncorrect sia  il nome di un qualche locale ambiguo della sua città. Il resto della squadra di poliziotti, tra bestioni ottusi, ingenui creduloni e la bellona di turno, è ben spalmato ma tutto sommato nella norma.

E così, tra battute di cattivo gusto, vessazioni ai sospettati e violazioni continue dei diritti civili dei cittadini, si instaura un canovaccio nel quale Hunt propone sistematicamente di risolvere i casi sfondando i muri e prendendo a calci nelle palle chiunque si metta sulla sua strada e Sam cerca di persuaderlo ad adottare metodi investigativi e comunicativi più moderni. Ben poco viene svelato, nel corso delle puntate, sulle ragioni di questa distorsione temporale, in effetti, a differenza di altre fiction che hanno ad oggetto i viaggi nel tempo, non c'è una guida superiore che spieghi a Tyler (e a noi) le regole del gioco e cosa fare per uscirne. Gli unici brevi contatti con il presente (oddio, il futuro...) che lo sfortunato ispettore riesce ad avere sono voci distorte provenienti da apparecchi quali tv e radio o interferenze elettromagnetiche.

La cosa in effetti passa in secondo piano, infatti, volendo semplificare al massimo la storia, per chiudere il cerchio sulla situazione di Tyler basterebbe guardare gli episodi 1x1 e 2x8, cioè il primo e l'ultimo dell'intera serie. E' vero che gli indizi disseminati nelle altre puntate costruiscono un ponte tra  Sam e i suoi affetti, ma in fin dei conti non contribuiscono molto a chiarire le idee. Il tutto si riduce dunque ad un telefilm poliziesco d'epoca, che tratta di classe operaia, hooligans, immigrazione irlandese e pakistana, insorgenza di droghe pesanti e altri temi dei primi settanta inglesi, con l'anomalia però di un protagonista che fa commenti e fornisce link con il presente come se fosse uno spettatore catapultato da questa a quella parte dello schermo.

Ciò non impedisce comunque alla produzione di essere gradevole, divertente e disseminata di freddure, battute e situazioni gustose (in un'operazione sotto copertura Sam decide di assumere il nome di Tony Blair e conferisce ad Hunt quello di Gordon Brown) miscelando bene azione, divertimento e dramma. 

Grande spazio, e non potrebbe essere altrimenti in considerazione della cultura anglosassone, alla musica, presente con un un numero che va, per episodio, da un minimo di tre ad un massimo di otto-nove estratti da brani più e meno celebri ( tra le altre: Life on Mars, Starman, Changes e Jean Genie di Bowie: Baba O'Riley degli Who;White room dei Cream; Wild horses degli Stones; Goodbye yellow brick road e Rocket man di Elton John; Whiskey in the jar dei Thin Lizzy; Virginia Plain dei Roxy Music). Roba che a livello di investimento se lo possono permettere solo loro.

P.S. Il serial ha avuto uno spin-off di tre stagioni (Ashes to ashes) e, come già detto, un remake statunitense (stagione unica, sedici episodi).

martedì 13 novembre 2012

L'argilla è immobile, ma il sangue è randagio

Oggi è un grande giorno. Ho finalmente terminato di leggere Il sangue è randagio, capitolo conclusivo della Underworld USA Trilogy di James Ellroy, inaugurata nel 1995 con l'epocale American Tabloid
Ho iniziato il romanzo nel 2009, poco dopo la sua pubblicazione. L'ho abbandonato, l'ho ripreso per abbandonarlo di nuovo. Mi sfiancava ma non riuscivo a smettere di provarci, tanto è forte il debito di riconoscenza che nutro verso questo scrittore. 
Con tenacia, quest'estate ho deciso di ricominciarlo da capo districandomi tra le varie sottotrame e la miriade di personaggi allo stesso modo in cui l'avrebbe fatto un personaggio di Ellroy. Ho preso una penna e fatto uno schema, collegato i nomi, lasciato che scattassero i clic giusti nel cervello. Pagina dopo pagina.
E alla fine la sapete una cosa? Ellroy è sempre il migliore. Ellroy è dio.
A presto la recensione.

P.S. La citazione del titolo, che funge anche da premessa al libro ("L'argilla giace inerte, ma il sangue è vagabondo; il respiro è una cosa che non dura. In piedi ragazzo; quando il viaggio sarà finito avrai tempo per dormire") è tratta da Reveille, una poesia di A.E. Housman


lunedì 12 novembre 2012

Dr. John, Locked down


Dr. John ha settantadue anni e non è esagerato sostenere che sia una colonna della musica americana. Dan Auerbach ne ha giusto la metà e negli ultimi tempi tempi sta giustamente raccogliendo vastissimi (e trasversali, tra critica e pubblico) consensi per quanto fatto con i Black Keys (e da solo).
Normalmente dovrebbe essere il grande vecchio a produrre il giovane virgulto, ma di recente questa dinamica si è spesso ribaltata (Tim Armstrong con Jimi Cliff; Damon Albarn con Bobby Womack; Jack White con Loretta Lynn) e allora niente di strano che Dan sia dietro alla consolle per il disco migliore di Malcolm John "Mac" Rebennack, Jr (Dr John) da diversi anni a questa parte.

La miscela di funk, soul, rhythm and blues e soul che contraddistingue Locked down è infatti trascinante, nel suo levitare con leggerezza a cavallo tra i sessanta e i settanta, la voce degli epocali Gris Gris e Gumbo è quanto mai nera e intensa (a me ricorda molto Bobby Womack) e l'apporto del leader dei Black Keys è deliziosamente centrato, svelando la sua influenza qua e là in maniera più evidente, come nella title track e in Getaway.

L'album è uscito da diversi mesi, ma mi sono sorpreso a riprenderlo più volte, a dimostrazione di quanto sia solido, longevo e ben costruito. Da scoprire o riscoprire.

7,5/10

sabato 10 novembre 2012

Album o' the week / The Gil Evans Orchestra plays the music of Jimi Hendrix (1974)


Ecco un disco di jazz che gli appassionati di rock non dovrebbero avere alcuna difficoltà ad apprezzare.
L'omaggio di Gil Evans e della sua orchestra di diciannove elementi non nasceva come un tributo al genio di Jimi, ma  come una collaborazione che il chitarrista mancino  (che evidentemente si stava avvicinando al jazz, se è vero che aveva programmato una session anche con Miles Davis) non riuscì ad onorare causa prematura morte nel 1970. 
L'album conquista da subito, a partire dall'irrompere del sax di Billy Harper su Angel per passare a Crosstown traffic (unico pezzo anche cantato, dal trombettista Peterson), alla psichedelia di 1983 A merman i should turn to be, fino all'epilogo funky di Gypsy eyes e dell'incantevole Little wing.
Corale e trascinante.

venerdì 9 novembre 2012

L'immortale



Ispirandosi ad un fatto di cronaca che ha coinvolto il boss marsigliese Jacky Imbert , L’immortale  (pellicola del 2010) cerca di rinverdire i fasti delle crime stories francesi dei settanta, con la storia piuttosto canonica di Charlie Mattei, un malavitoso della vecchia scuola (dotato quindi di un forte codice morale) al quale non è consentito di ritirarsi dal malaffare per condurre una vita semplice con la propria famiglia. Sopravvissuto miracolosamente ad un attentato, inizialmente sceglie di non vendicarsi, ma di fronte alla brutale uccisione di un suo amico perde ogni remora e si trasforma in un golem inarrestabile assetato di vendetta. Dall’altra parte della barricata unico argine contro la criminalità e la corruzione diffusa è costituito da una poliziotta integerrima ma alcolizzata rimasta vedova di un collega e madre di un bambino piccolo. Difficile trovare una trama più scontata. Così come è scontato il volto del protagonista, che risponde al nome di Jean Reno. Più spiazzante la scelta dell’interprete del boss marsigliese, trattandosi di Kad Merad, attore di lungo corso ma per me indelebilmente scolpito nella memoria come il direttore di filiale delle poste trasferito per punizione in Giù al nord.


Dal punto di vista della regia, qualche scena interessante si trova, come ad esempio quella conclusiva, fortemente metaforica, con Mattei/Reno intrappolato da infinite matasse di filo spinato. Segnalo anche, perché mi ha divertito, un gustoso siparietto sul calcio moderno, ad uno che fa notare come Arsenal e Inter non abbiano giocatori nazionali in squadra, viene ricordato che la squadra di Milano ha in squadra almeno un autoctono, Materazzi . Il primo per tutta risposta mima la famigerata testata di Zidane provocando l’ilarità generale. Per il resto come dicevo, niente di che, sono sempre più convinto che Jean Reno, quanto ad espressività e ruoli sia un po’ il Silvester Stallone d’Europa.

lunedì 5 novembre 2012

New wave of american country music, 9


Jamey Johnson, classe 1975, è considerato uno dei migliori artisti di true country in circolazione. Uno di quelli, per intenderci, che è apprezzato anche nei circoli buoni della critica che normalmente non si occupa di questo genere musicale. Forse perchè Jamey, oltre ad aver dimostrato un talento fuori dal comune con i suoi recenti lavori The lonesome song e The guitar song, esterna la sua passione per questi ritmi solo attraverso la musica, evitando ad esempio  cafonaggini e clichè, considerati necessari dall'industria di Nashville, nell'abbigliamento.

E qual'è il passo che certifica l'ingresso di un artista nell'olimpo degli interpreti country? Esatto, l'album di duetti con ospiti prestigiosi. Johnson colma questa distanza scegliendo di omaggiare con Living for a song la penna prolifica di Hank Cochran, autore dietro a numerosi successi di Patsy Cline, Ray Price, Merle Haggard, George Strait e altri, scomparso nel 2010. A coadiuvarlo probabilmente il meglio, presente e passato, della musica terrona  USA.
Si parte, per dire, con Alison Krauss e la dolciastra Make the world go away, più sintonizzata su frequenze crooner che country. Canone questo che si ripeterà di nuovo nel corso della tracklist e che richiama in misura inequivocabile il cantato di Raul Malo (con Mavericks) di Songs for all occasions.

A seguire l'intensa I fall to pieces insieme al monumento Merle Haggard, che è ancora incorniciata da un piano jazzy. Per ascoltare un violino su un ritmo pigramente honky-tonk bisogna attendere A way to survive, la traccia numero tre. Accantonato Don't touch me, il duetto con Emmylou Harris, e il boogie I don't do windows assieme agli Asleep at the wheel c'è spazio per l'inglese Elvis Costello che si misura con il languido She'll be back.

Dopo un paio di episodi nei quali l'honky-tonk incalza (The eagle, con George Strait e A-11 con Ronnie Dunn), entrano in campo i veterani della country music. Con il petto pieno di medaglie e le ferite di una vita borderline gli outlaw Willie Nelson e Kris Kristofferson, prima da soli (Don't you ever get tired of hurting me e Love makes a fool of us all) e poi nella festa finale rappresentata da Living for a song, alla quale partecipano anche Merle Haggard e, attraverso il recupero delle registrazioni del brano originale, lo stesso Hank Cochran, mettono il sigillo ad un lavoro sincero, appassionato e riuscito. 

7/10

sabato 3 novembre 2012

Album o' the week / Led Zeppelin, III (1970)


Il film School of rock si è rivelato estremamente longevo tra le preferenze di Stefano, ed ogni nuova visione porta la richiesta di approfondire una qualche canzone contenuta, o anche solo accennata, nella pellicola con Jack Black. Ed eccoci dunque al disco della settimana, anche se sarebbe più giusto definirlo brano della settimana. Già perchè il mi filliolo si è appassionato a Immigrant song con la voracità che solo i bambini sanno metterci quando si fissano con qualcosa. E quando gli ho spiegato a grandi linee il testo, che parla di vichinghi, dèi asgardiani e martelli divini, l'hype è andato fuori controllo. Per il resto dell'album che vabè, è seminale, spero ci sia per lui tempo più avanti.

giovedì 1 novembre 2012

ParaNorman


Tra tanti sequel che hanno ormai perso per strada gli spunti di originalità che li contraddistinguevano, ParaNorman è un'oasi di freschezza.
Attraverso l'utilizzo della tecnica stop-motion il film si pone come un horror per bambini, colpendo, a mio avviso, nel segno di spaventare (un paio di scene davvero riuscite) e, naturalmente divertire.
Doverosamente numerose le citazioni ai film di genere, da Venerdì 13 alla Notte dei morti viventi passando per il Sesto senso e all'ormai canonico rovesciamento di ruoli tra buoni e cattivi.
Azzeccati i personaggi, dal protagonista Norman, con sopracciglia alla Elio e occhiaie, all'amico cicciottello che somiglia al povero Chris Penn (e chissà se la cosa sia voluta), all'homeless Prenderghast, doppiato in originale dal grande John Goodman (un peccato esserselo perso).
Fin qui film d'animazione dell'anno, anche a insindacabile giudizio di Stefano.