giovedì 5 gennaio 2012

Last but not least




Kurt Vile
Smoke ring for my halo
(Matador) 2011
















Kurt Vile l'ho scoperto attraverso un'intervista ai Fleet Foxes che hanno risposto pronunciando il suo nome alla domanda del giornalista su chi fosse un musicista emergente da segnalare. Ho fatto un pò di ricerche e ho scoperto che l'artista è dell'80 e viene dalla Pennsylvania, che dal 2008 ha già inciso quattro album e quattro EP e che il suo stile può essere genericamente inserito in questo nuovo movimento acustico/psichedelico di cui proprio i Fleet Foxes sono gli alfieri.


Tracciate le coordinate di massima devo però dire che non condivido quasi per nulla le assonanze con altri artisti che gli affibia ad esempio la scheda di wikipedia: Springsteen, Dylan, John Fahey (e addirittura l'FM Rock), oltre al fatto che Kurt suona prevalentemente l'acustica, non mi sembra proprio influenzino le canzoni di Kurt, forse ci può giusto stare qualche richiamo ai primi Fleedwood Mac di Peter Green.


L'affinità di rilievo, rispetto al movimento in cui si colloca, mi sembra piuttosto un marcato richiamo al cosidetto Paisley sound, il movimento degli ottanta che era contraddistinto da un suono folk/rock/psichedelico e che aveva come capostipiti band quali Dream Syndicate e Green On Red.


Seghe mentali a parte mi sembra meritoria l'attenzione che si è concentrata su di lui, il ragazzotto ha stoffa. La tela che dipinge per Smoke ring for my halo suffestiona e ammalia già dal delicato incipit di Baby's arms. Lo stesso accade per Jesus fever o Ghost town. Ma la magia resta anche quando (Puppet to the man; Society is my friend) il suono diventa elettrico e le influenze con i Green on Red di cui dicevo si palesano.




Un altra scoperta di rilievo in un anno davvero prodigo di soddisfazioni in campo discografico.









Una nota a margine. Con Smoke ring for my halo si concludono le recensioni del 2011. Giusto gli ultimi ritocchi e il 9 gennaio sarà pronta la classificona di fine anno di Bottle of Smoke.

mercoledì 4 gennaio 2012

The cat is out of the sack



Ecco un film di animazione dal quale non mi aspettavo grandi cose e che invece ha fatto centro. L'idea in se stessa di realizzare uno spin-off dalla saga di Shrek sembrava (e in fondo forse lo è) il classico tentativo di raschiare il fondo del barile con il comprimario più simpatico delle gesta dell'orco. Gli sceneggiatori hanno invece fatto un buon lavoro, trasportanto la storia dal contesto simil medievale di partenza in una location da spaghetti western, conservando però lo spirito di rivisitazione delle favole che ha contraddistinto il progetto Shrek (è il turno di Jack e la Pianta di Fagioli e Humpty Dumpty).

Vengono inoltre narrate le origini del Gatto (sempre doppiato da Banderas) e introdotta la sua controparte femminile, Kitty Zampe di Velluto (Salma Hayek).


Avventure pirotecniche e divertimento meno trasversale rispetto alla tetralogia di Shrek e più adatto ad un pubblico di bambini, sebbene come tradizione non manchino citazioni cinematografiche e doppi sensi fruibili dai genitori.

martedì 3 gennaio 2012

La funzione "inoltra"

So che stavate in pensiero, ma tranquilli, sebbene da un pò non vi aggiorno, anche quest'anno non mi sono fatto mancare (e di certo nemmeno voi) la consueta sequela di insulsi sms di auguri. Tengo a rimarcare che non sono un cinico insensibile, e che chiaramente i pensieri altrui fanno piacere. Quelli che suonano autentici come banconote da due euro però mi danno profondamente fastidio. Alcuni esempi.



Si va dal tizio che mi manda una nave assemblata con i caratteri di scrittura accompagnata dal seguente testo: imbarco 2012 Destinazione serenità! Bagaglio: salute, amore,pace,lavoro e prosperità! Buon viaggio!


Per passare poi a chi tenta di buttarla in satira politica: Notizia ANSA: agli Oscar del porno a Miami premiati due italiani...secondo posto per Rocco Siffredi per essersi trombato oltre 4000 donne, ma al primo posto Mario Monti per aver inculato 56 milioni di italiani. Notizie dall'interno: dopo la finanziaria del governo Monti avvistati i primi gommoni di italiani diretti in Albania. Manda ad altri 5 inculati come te qst sms o perderai il posto sul gommone. Buon anno.



Chiudiamo in bellezza con il vincitore della competizione, ben tre invii da tre persone diverse da differenti parti d'Italia: E basta con sta pace e serenità! Ti auguro di non fare un cazzo e guadagnare tanto. Di fare sesso tutte le volte che vuoi e con chi vuoi. Di vincere la lotteria con un biglietto che hai fregato. Che le cose peggiori che hai pensato per chi ti sta sulle palle si avverino. E se mandi questo messaggio a 10 amici...non succederà un cazzo come al solito ma almeno qualcuno sorriderà. Buon anno. Che spasso eh?



In ultima analisi non è tanto il ricevere frasi terrificanti da parte di gente che mi è indifferente a infastidirmi, quanto invece leggere sms inviati da chi mi è caro ma non si sforza di pigiare invio sopra qualcosa di personale scritto apposta per me, fosse anche solo un banale ma sincero buone feste.

E' la funzione "inoltra" il problema dei rapporti personali a distanza, credete a me.

lunedì 2 gennaio 2012

New wave of american country music

Austin Lucas
A new home in the old world
(Last chance records) 2011


















Acciuffo per i capelli (quasi) fuori tempo massimo il disco true country dell'anno. E' quello di Austin Lucas, che nasce a Monroe County, Indiana (non ho trovato nemmeno sul suo sito l'anno di nascita, a occhio è intorno ai trenta) ma che poi passa molti anni della sua giovinezza (dal 2003 al 2008) nella Repubblica Ceca,unendosi a diverse band fino ai Guided Cradle(tutt'ora in attività e di stanza a Praga). Nel frattempo incide anche a proprio nome diversi lavori tra EP, full-lenght e raccolte. Wikipedia descrive il suo stile con generi che vanno dal punk al blugrass ma A new home in the old world è prima di tutto un bellissimo album country.


Bastano le prime note di Run around per innamorarsene ed avere al contempo la certezza che non si tratterà di un fuoco fatuo. Lucas dosa infatti le forze da veterano, violino e seconda voce femminile sono sublimi, e lui stesso conduce il gioco con autorità. La prima parte dell'opera si muove tra lenti (Sit down) e pezzi veloci (Darkness out of me, splendida) sempre cavalcando un'ispiratissimo e genuino country classico, brevemente intervallato dal driven rock di Thunder rail , per tornare nei ranghi con una ballata acustica da brividi, Nevada County line. La seconda metà del lotto di tracce cala leggermente in qualità e si sposta più sul folk, ma si fanno comunque notare The grain, con REM e Neil Young a spartirsene la paternità, e la conclusiva Somewhere a light shines incorniciata da una deliziosa cornice di fiati.




Onestamente niente di originale, ma vale un pò il discorso fatto, su coordinate musicali differenti, per Black Keys e Chickenfoot: dietro un prodotto che suona subito classico, perfetto e riconoscibile ben poco è lasciato al caso e molto alla bravura.










2011: i migliori degli altri / 2

Per Rolling Stones USA il canonico equilibrio tra indie e mainstream

10. Robbie Robertson - How to become a clairvoyant
09. Wild Flag - Wild flag
08. Wilco - The whole love
07. The Decemberist - The king is dead
06. Lady GaGa - Born this way
05. Radiohead - The king of limbs
04. Fleet Foxes - Helplessness blues

03. Paul Simon - So beautiful, so what
02. Jay - Z and Kayne West - Watch the throne
01. Adele - 21


Il prestigioso magazine inglese Uncut

10. The War On Drugs - Slave ambient
09. Bon Iver - Bon Iver
08. Wild Beasts - Smother
07. Radiohead - The king of limbs
06. The Horrors - Skying
05. Josh T Pearson - Last of the country gentleman
04. White Denim - D

03. Metronomy - The english riviera
02. Gillian Welch - The harrow and the harvest
01. PJ Harvey - Let England shake


Mojo , the world's best music magazine, come molto umilmente si autodefinisce il giornale inglese


10. Wild Beasts – Smother
09. Tom Waits – Bad As Me
08. Anna Calvi – Anna Calvi
07. Josh T Pearson – Last Of The Country Gentlemen
06. White Denim – D
05. Kate Bush – 50 Words For Snow
04. Jonathan Wilson – Gentle Spirit


03. Fleet Foxes – Helplessness Blues
02. The Horrors – Skying
01. PJ Harvey – Let England Shake

domenica 1 gennaio 2012

2011: i migliori degli altri

Quale migliore modo di iniziare l'anno della fine del mondo con una bella lista di titoli? A sto giro vediamo le best choiches di NME e Pitchfork. Confortatemi. Leggendo molti nomi presenti in classifica state pensando anche voi: "e questi chi minghia sono?!?"

Best 10 NME (
Qui trovate la lista allargata a 50 titoli, si possono anche ascoltare i brani in streaming)

10. Wu Lyf - Go tell fire to the mountain
09. tUnE-yArDs - Bizness
08. Katy B - On a mission
07. St Vincent - Strange mercy
06. Arctic Monkeys - Suck it and see
05. Kurt Vile - Smoke ring for my halo
04. Wild Beasts - Smother

03. The Horrors - Skying
02. Metronomy - The english riviera
01. PJ Harvey - Let england shake


Best 10 Pitchfork (Qui i migliori 50)

10. The Weekend - House of balloons
09. Real Estate - Days
08. Drake - Take care
07. tUnE-yArDs - Bizness
06. Oneothrix Point Never - Sleep dealer
05. Girls - Father, son, holy ghost
04. PJ Harvey - Let England shake

03. M83 - Hurry up, we're dreaming
02. Destroyer - Kaputt
01. Bon Iver - Bon Iver

continua...

sabato 31 dicembre 2011

Anna!

Anna Calvi
Anna Calvi
(Domino) 2011












Visto che l'anno è ormai giunto alla sua conclusione lo posso dire con certezza. E' quello di Anna Calvi, inglese, classe 1982, di origini italiane da parte di padre, il debutto discografico più promettente del 2011. Viso spigoloso e bellezza inquieta, la cantante/chitarrista ha fatto confluire nell'oceano della sua opera prima tutti gli affluenti che l'hanno ispirata dal punto di vista musicale, dando vita ad una creatura, ora elettrica ora intimista, che riesce, nonostante le marcate influenze, ad esprimere proprie personalità e carattere.


Il gioco dei rimandi e dei riferimenti apre infinite possibilità di partecipazione, alcune ovvie altre sorpendenti. Se ad esempio non si può prescindere dal tirare in ballo PJ Harvey (I'll be your man) e Patti Smith (Desire), indiscusse muse intergenerazionali per il movimento rock femminile, è una piacevole sorpresa scovare omaggi a Morricone (l'apertura strumentale e molto suggestiva di Rider to the sea e la chiusura di Love won't be leaving), melodie intonate in compagnia dello spirito di Jeff Buckley (The devil) o utilizzando il delicato approccio al canto di Roy Orbison (First we kiss).Così come affascina passare dalla tensione trattenuta di un pezzo dolce e al tempo stesso oscuro quale è No more words, alla vivacità di Suzanne and I, aperta da un intro di batteria che fa molto british rock degli ottanta.



Alla fine comunque sono proprio il fascino, il magnetismo, lo charme, a prevalere nella cifra stilistica dell'opera, relegando in secondo piano, dopo pochi ascolti, la valigia di influenze che Anna si trascina appresso con grazia. Considerando che si tratta di un'opera prima, c'è da essere fiduciosi.





venerdì 30 dicembre 2011

MFT, dicembre 2011

ALBUM

Chickenfoot
, III
Anna Calvi, omonimo
Kurt Vile, Smoke ring for my halo
Tom Waits, Bad as me
Black Sabbath, Reunion
Ryan Adams, Ashes and fire
The Black Keys, El camino
Nickelback,Here and now
Area, International POPular Group
Wilco, The whole love

Tom Waits, Bad as me
Low, C'mon

LETTURE

Don Wislow, Il potere del cane
Anthony Kiedis, Scar tissue

VISIONI

Fringe, stagione 2
Californication, stagione 3
Il trono di spade

giovedì 29 dicembre 2011

Five years

Alcuni amici, rientranti nel novero di persone di cui m'importa l'opinione, in maniera diretta o indiretta, si sono lamentati della svolta che ha preso il blog, cioè del dominio delle recensioni rispetto agli altri temi.


In effetti il blog non era stato concepito a questo scopo. Anche se l'amore per la musica era dichiaratissimo, rileggendo i primi anni di post mi sono reso conto che tentavo di spaziare molto di più tra gli argomenti rispetto a quanto faccio oggi.


Le ragioni che hanno portato Bottle of smoke ad essere in una fase di quasi monotematicità sono svariate. Intanto dopo cinque anni di post quello che c'era da dire su di me, o meglio, quello che ero disposto a confessare pubblicamente sulla mia persona, l'ho già detto, dovessi fare un'analisi del mio stato attuale ne uscirebbe una lunga sequela di lamentele di scarso interesse anche per il lettore più fedele. Mi limito a dire che ai miei vari difetti ho di recente aggiunto una misura significativa di ipocondria e d'insofferrenza verso tutto/i.


Quali sono gli altri argomenti che mi appassionavano? La politica. Si beh, la situazione italiana degli ultimi anni mi ha disgustato. Credo ci troviamo nella fase in cui i partiti hanno raggiunto una distanza tale dalle persone che per riempirla ci vorranno non so quanti lustri, fatica e leader credibili. Vedere un giovane che fa attività politica per passione e non per calcolo è raro come un gol di Milito. Lo stesso in qualche modo si può dire per il sindacato. Mi sembra che ormai la linea perseguita da Cisl e Uil (un sindacato "di sistema" e non di lotta, "di istituzione" e non di tessera) sia ben avviata. I precari vedono le organizzazioni confederali e i loro attivisti alla stessa stregua dei politici. Forse dovrà esaurirsi la riserva indiana dei lavoratori tutelati (che insieme ai pensionati costituiscono il grosso degli iscritti ) per dare uno scossa a tutto il sistema.


Per ciò che concerne gli spunti che rientrano nelle varie ed eventuali, anche quel poco di ispirazione che ogni tanto mi illuminava nei momenti della giornata più impensabili e che mi dava idee per inventarmi qualcosa di (spero) divertente da scrivere è da un pò in fase di appannamento, soffocata dalla saturazione del mio tempo libero, giacchè dall'intuizione alla scrittura, ogni spunto o l'interesse che mi aveva suscitato, sfuma.


In tutto questo contesto due cose almeno non sono cambiate. La passione per l'ascolto dei dischi e la volontà di aggiornare il più costantemente possibile (anche in condizioni di difficoltà di concentrazione estreme, mentre faccio altre cose) questo spazio. Coniugate i due elementi ed il gioco è fatto. Sarà sempre così d'ora in avanti? La piega è definitivamente presa? Onestamente non lo so. Restate (se vi va) e si vedrà. Anche perchè si avvicina a grandi passi il momento più temuto e atteso dai miei lettori. Quello delle classifiche di fine anno...

mercoledì 28 dicembre 2011

Il fuoco sotto la cenere

Ryan Adams
Ashes and fire
(Pax Am / Capitol Records) 2011


















Ogni tanto fa bene ricordarsi che per alcune opere non basta un'ascoltata frettolosa e via. Alcuni dischi, anche nell'era del digitale e del tuttosubito, hanno bisogno di sedimentare, di essere degustati a sorsate lente, per far emergere tutto il loro sapore dolce e il retrogusto amaro in fondo alla gola.
Fa bene ricordarlo perchè la voracità musicale incontrollata rischierebbe di farsi sfuggire piccoli gioielli intimisti come Ashes and fire, che sono concepiti giustappunto per uscire alla distanza.


Certo, nulla di nuovo sotto il sole di Ryan Adams, umorale genietto di Jacksonville, NC, qui alla sua tredicesima uscita in undici anni di carriera solista (senza contare dunque i lavori con i Whiskeytown), un ritorno semmai alle atmosfere languide ed introspettive di Love is hell e ad un buon stato di ispirazione, dopo che l'anno scorso l'autore si era tolto pure lo sfizio di pubblicare Orion, un album di rumorosissimo (e francamente evitabile) indie-metal.


Gli undici pezzi contenuti in Ashes and fire sono invece inni alla malinconia e alla dolcezza, tributi al cantautorato folk dei settanta ed ai suoi autori, da Joni Mitchell a James Taylor, anche se sarebbe ingeneroso non ricordare che questo stile qui caratterizza ormai da tempo il personale brand artistico di Ryan.


L'inizio del disco è una trepida brezza primaverile che accarezza l'anima, Dirty rain, Ashes and fire e Come home lasciano il segno con un abbraccio nel quale ci si perde morbidamente. Più avanti colpiscono in profondità anche la dolcissima Do i wait, mentre Chains of love roccheggia sugli U2 di The joushua tree e Save me è sublime nella sua dolorosa esortazione. Lucky you, che ha qualcosa di Springsteen, è il singolo che ha anticipato la release, ma malgrado sia in teoria il pezzo più commerciale è piazzato in fondo alla tracklist proprio prima dell'ultima canzone: I love you but i don't know what to say, che, manco a dirlo, è un'altra perla della raccolta, forse addirittura la più preziosa di tutte.



Se per le torrenziali uscite di Ryan Adams valesse la regola di quelle di Neil Young, cioè un disco di valore ogni uno-due buttati un pò lì, rassicuro tutti: questo giro è quello dannatamente buono.







martedì 27 dicembre 2011

Outlaw tales, 4 di 4



Hank III3 Bar Ranch Cattle Callin
(Megaforce Records/Hank III Records, 2011)






Non sono l'unico ad essere giunto senza entusiasmo al quarto capitolo della monumentale opera licenziata quest'anno da Hank III. Lo stesso Williams è rimasto senza il combustibile della creatività, se 3 Bar Ranch Cattle Callin propone per ventitre tracce praticamente la stessa allucinata canzone. Un cantato che usa lo stile scat per fare a gara con chitarre e batteria a chi va più veloce. In alternativa dei vocalizzi lamentosi tipo capre sgozzate e qualche growling piazzato qua e là. Va bene la provocazione, ma qui la prova di forza è arrivare alla fine dei settantadue minuti del timing complessivo dell'album senza dare di matti.


Ok Hank, fai la musica più indipendente di tutti. Ora però che ne pensi di tirare il fiato e ricominciare a creare qualcosa che abbia anche un senso?








lunedì 26 dicembre 2011

Ruffiani, ma di gran classe

The Black Keys
El camino (Nonesuch, 2011)





Pur essendosi costruito un nome ed una faccia, per molti anni Johnny Depp ha continuato ad accettare ruoli in piccoli, straordinari film ( Buon compleanno Mrs. Grape, Ed Wood, Dead Man, Paura e delirio a Las Vegas) nei quali ha consolidato le sue doti recitative, per intraprendere infine,trionfalmente, la strada del cinema mainstream e dei blockbusters.

I Black Keys (Dan Auerbach e Patrick Carney) mi sembra abbiano fatto lo stesso percorso. In quasi dieci anni e otto album (nel lotto anche il progetto Blakroc), più uno solista di Auerbach, si sono tolti tutti gli sfizi artistici possibili, trastullandosi con l'indie, il garage, il blues e persino con l'hip hop, allargando, in un crescendo costante, la loro cerchia di sostenitori tra critica e pubblico più attento. Fino ad arrivare ad oggi e a El camino, nel quale fanno i piacioni irresitibili proprio come Depp nei Pirati dei Caraibi.

Si perchè solo chi si è creato una solida reputazione in campo musicale indipendente può sfornare un disco paraculo come questo senza essere tacciato di disonestà intellettuale. Qui tutto è rigorosamente vintage, in un viaggio nel tempo che ferma le lancette agli eartly seventies: il sound (chitarre ruvide, tastiere di velluto, battimani, ritornelli catchy) la copertina dell'album, il video di Lonely boy, singolo che ha antipato la release. Proprio Lonely boy ha certificato lo sdoganamento del duo, diventando in brevissimo tempo feticcio delle radio più trendy e colonna sonora delle immagini di presentazione di molti servizi televisivi, con un utilizzo così massiccio da rischiare lo sfinimento. Prepariamoci perchè tra non molto lo stesso trattamento verrà riservato alle irresistibili Gold on the ceiling, Sister o Little black submarines.


Noi siamo comunque contenti, perchè sono pochi i gruppi che meritano la notorietà più dei Black Keys e poi perchè l'opera è effettivamente entusiasmante e ispirata, caratterizzata da un livello qualitativo che non si abbassa mai. Occhio però, che il difficile inizia adesso. Se per El camino gli aggettivi superlativi si sprecano, il rischio di cedere alla tentazione di replicare la stessa formula con i prossimi dischi è dietro l'angolo. Spero vivamente che non succeda. Jack Sparrow ha divertito solo nel primo film, poi è gradulamente diventato prevedibile.










sabato 24 dicembre 2011

Album o' the week / Mina, Piccola strenna (2010)



Disco della settimana in rigorosa sintonia con la ricorrenza. Piccola strenna contiene quattro sole tracce ed è stato regalato da Mina ad Aldo, Giovanni e Giacomo per il loro ultimo film, La banda dei babbi Natale. Sono due in particolare i brani che "creano l'atmosfera": uno è Mele Kalikimaka, divertente canzone natalizia hawaiana che ha il pregio, nel marasma delle solite composizioni natalizie, di suonare inedita e, al contrario, il classicissimo Silent Night in una versione però davvero intensa.

Buona vigilia a tutti.

giovedì 22 dicembre 2011

Querce



Chickenfoot

III (eOne Music, 2011)




Dunque è vero che quelli bravi fanno sembrare facili anche le cose che non lo sono. Il secondo disco dei Chickenfoot (Sammy Hagar;Joe Satriani; Michael Anthony; Chad Smith e a sto giro anche l'immenso Kenny Aronoff a dare una mano), chiamato burlescamente III (lo avevano fatto anche i mai troppo rimpianti Traveling Wilburys) dà esattamente questa impressione. Hard rock commerciale (io lo chiamo così anche le se definizioni si sprecano) di sicuro impatto per chi a questo suono, che ha avuto la sua massima affermazione da metà ottanta fino all'avvento del grunge, è generazionalmente legato.


In realtà ci provano in tanti a replicare codesta formula senza arrivare ai risultati pirotecnici dei giurassici componenti dei Chickenfoot. Già, perchè non è mica semplice fare un disco così perfetto, suonato e cantato da dio, senza una sbavatura ne una nota fuori posto o un riempitivo per allungare il timing totale, con un tiro da far impallidire ben più giovani e agguerriti competitors musicali.


Seguendo un canovaccio influenzato più dai lavori passati di Hagar e Anthony, che alla storia artistica degli altri due (seppur con alcune eccezioni), l'album alterna magistralmente pezzi potenti (se proprio devo pescare dico almeno Last temptation; Alright alright; Dubai blues), ballate AOR (Come closer; Different devil; Something going wrong) e persino riusciti pezzi di critica sociale (l'intensa Three and a half letters e l'hidden track No change, forse i miei preferiti).


Sul progetto trionfa, e c'è poco da fare, la voce inossidabile di Hagar che è anche l'unico a firmare (o co-firmare) la totalità delle composizioni. Bravi gli altri a creare un automatismo che non sbaglia un colpo. Danno tutti l'impressione di partecipare a qualcosa che li coinvolge, li appassiona e li diverte. Sarà mica questo (oltre alla classe cristallina) il segreto di quelli bravi?









mercoledì 21 dicembre 2011

True blood





Stavo per scrivere che la quinta stagione di Dexter è probabilmente una delle migliori della serie, quando mi è venuto in mente che probabilmente l'ho già detto per una stagione o due già trasmesse (qui tutti i post che ho dedicato al serial). Cosa significa questo? Beh, che gli autori del serial killer dei killer continuano a fare davvero un gran bel lavoro di scrittura.

Lasciatemi dire almeno che questa stagione (che io ho appena concluso mentre in USA è già ben avviata la sesta), è forse la più nera e violenta del lotto, ma anche quella che raccoglie meglio l'eredità degli esordi, in quanto a introspezione psicologica del personaggio, drammaticità della sua condizione e financo poesia di dialoghi e immagini.


Il tutto con un crescendo di tensione che mette la freccia e supera senza eccessivo sforzo molti (presunti) thriller cinematografici. Davvero gli incastri del finale (con un geniale e, almeno per una parte, inconsapevole scambio di "favori" tra i fratelli Morgan ) funzionano come un orologio svizzero tenendo in equilibrio suspance, dramma e sentimento (nei minuti conclusivi dell'ultimo episodio, Dexter, osservando le coppie felici di amici che lo circondano riflette: "lo fanno sembrare così facile. Legare con un altro essere umano. E' come se nessuno gli avesse detto che è la cosa più difficile al mondo") riuscendo a non ripetersi in situazioni analoghe ad altre nel passato (la soluzione del rapporto conflittuale con il detective Quinn non ricorre ai rimedi estremi adottati con l'investigatore Doakes, nella season 2).


Oltre al lavoro degli sceneggiatori il merito della riuscita del serial va equamente distribuito tra il cast storico e le new entry. Su tutte, è giusto segnalare la prova di Julia Stiles, attrice dotata di una bellezza non canonica ma permeata di grande empatia alla quale è stato affidato il ruolo più pregnante del telefilm.



Davvero una serie che non smette di stupire.

lunedì 19 dicembre 2011

Avanti piano

Low

C'mon (Sub Pop, 2011)






Dopo tanti consigli inascoltati, nel 2005 ero finalmente riuscito ad apprezzare i Low con The great destroyer, un disco che però mi dicevano essere un anomalia nella produzione del trio di Duluth, Minnesota (tranquilli, non lo ricordo chi è altro ci è nato in quell'amena località) in quanto molto rock oriented rispetto alla tradizione della band.
Dopo essermi preso un'altra pausa dalle loro produzioni (nel 2007 ho ignorato l'uscita di Drums and guns), circostanze poco interessanti ai fini della recensione mi hanno portato sulle tracce della loro ultima opera, C'mon.

Dico subito che, pur essendo la cifra stilistica lontana dalla vivacità elettrica di The Great Destroyer, il primo impatto è stato ammaliante. L'album si apre infatti con Try to sleep, un pezzo onirico dall'ampio respiro, che trascina con dolcezza, contraddistinto da uno di quei refrain che ti elevano lo spirito. Aiuta probabilmente, nell'immedesimazione con il testo (Try to sleep/Don't look at the camera/Try to sleep/But then you never wake up) la mia condizione psicofisica attuale, che mi vede anelare un pò di riposo per quietare una spossatezza che sta diventando pericolosamente strutturale.
Tornando al disco. Qualche traccia ed è chiaro che la strada percorsa dalla band è quella dei pezzi dilatati e armoniosi, lenti e pregnanti. Prendiamo Witches ad esempio, che è sostenuta da un suono chitarristico elettrico-ma-acustico che rimanda immediatamente a Neil Young. Una distorsione che lotta per imporsi sul cantato di Alan Sparhawk, mentre si ode in lontananza, come un eco sommessa, un delicato ricamo di banjo. Especially me è invece cantata da Mimi Parker, componente femminile del trio, e si muove agile su suggestioni west coast folk dei sessanta/settanta.


Onestamente è molto difficile trovare un opera sviluppata su canoni introspettivi che non perda coesione e coinvolga con continuità l'ascoltatore, senza annoiarlo. L'obiettivo in questo caso è raggiunto grazie anche ad un cambio di marcia finale che intorbida le placide acque, con la lunga Nothing but heart (è ancora lo zio Neil a echeggiare) e lo spensierato pop-folk di Something's turning over.




Fin troppo facile definirlo un lavoro autunnale, da tepore domestico e pioggia che picchia sui vetri delle finestre (o sul parabrezza dell'auto, normalmente la mia condizione d'ascolto).







sabato 17 dicembre 2011

Album o' the week / Chemical Brothers, Dig your own hole (1997)



La consuetudine che mi ha portato alla pubblicazione di questa rubrichetta è la seguente: ogni sabato mattina scelgo un disco da diffondere per la casa, selezionato preferibilmente tra i miei supporti solidi (ellepì o ciddì) e, fatto salvo per la roba più pesa per la quale mi autocensuro con le cuffie, dò la sveglia alla famiglia (e a volte anche al condominio...). Stamattina butto giù la casa a suon di Block rockin' beats, Setting sun, Don't stop the rock: ammazza quanto spaccavano quindici anni fa i Chemical Brothers!

giovedì 15 dicembre 2011

L'arte del quasi

Wilco
The whole love (dBpm, 2011)






Per essere uno che arriva in conclamato ritardo sui fenomeni musicali importanti, ai Wilco sono giunto in largo anticipo. Si può dire anzi che seguo Jeff Tweedy da quando portava i calzoni corti e con Jay Farrar inventava l'alternative country attraverso la ragione sociale degli Uncle Tupelo.
Ho ascoltato i primi vagiti dei Wilco con il country-rock convenzionale di A.M. (1995), la svolta lisergico-acustica di Being there, il delizioso gioiellino beatlesiano Summerteeth, la collaborazione di due parti con Billy Bragg sugli inediti di Woody Guthrie (Mermaid Avenue I e II) per approdare infine a quello che è giustamente considerato uno dei must-have degli anni zero: Yankee Hotel Foxtrot, che la band riscattò per cinquemila dollari dalla etichetta Reprise, a fronte del rifiuto di quest'ultima a pubblicarlo (quando si dice la competenza!). I loro lavori successivi (A ghost is born, Sky blue sky, l'omonimo del 2009) si sono infranti contro la barriera dei primi ascolti, probabilmente per una mia saturazione, mentre per tutto il resto del mondo il credito del combo si affermava definitivamente.

Fa piacere quindi riappropiarsi un pò della musica di Tweedy attraverso l'ascolto di The whole love, album in studio numero otto della band. La riconciliazione è in buona parte veicolata dalla lunga traccia di apertura, Art of almost, un pezzo che segue i cambiamenti di umori e le improvvisazioni che la band imprime al proprio sound e che qui trova sfogo con una coda strumentale elettrica che in realtà si prende più di metà timing complessivo. Una canzone magnetica, sospesa tra elettronica,acustica e jamming strumentale elettrica. Davvero il Wilco sound al suo massimo splendore.

Molto convincente anche la successiva I might, benchè suonata in maniera meno spiazzante e più convenzionale, ha una struttura appagante e un ottimo songwriting. Nell'ambito dei pezzi maggiormente introspettivi la palma del migliore va equamente divisa tra Black moon e Open mind. Con Sunloath e più giù, con le movimentate Dawned on me e Capitol City tornano a fare capolino echi delle sonorità dei Fab Four, elemento questo che ormai fa parte strutturalmente del suono della band e che mi fornisce lo spunto per affermare che l'album, nel suo complesso fa pensare quasi ad un abecedario degli stili e delle influenze della vita artistica dei Wilco, con accennti alt country, rumoristi, acustici, psichedelici, indie. Il perimetro del lavoro è delimitato dai due pezzi più lunghi, dei sette minuti di Art of almost ho già detto, mentre a chiudere il recinto ci stanno i dodici minuti di One sunday morning (Song for
Jane Smiley's boyfriend) che riabbraccia in maniera tradizionale lo stile country folk degli esordi. Le dodici tracce dell'opera sono espandibili fino a diciassette con le bonus della versione su iTunes e addirittura fino a ventuno con l'edizione speciale su due dischi.






Personalmente ho preso The whole love come l'atteso ritorno di un amico importante, perso di vista per mia unica responsabilità, da quasi dieci anni. Come spesso accade anche per i rapporti umani perduti, l 'ho trovato cambiato nei dettagli ma esattamente come lo ricordavo nell'essenza.






martedì 13 dicembre 2011

Il ritorno dei morti viventi, prima parte - stagione due





Con un impatto visivo meno spettacolare della prima stagione, The walking dead torna a narrare le disavventure del gruppo di superstiti ad un misterioso contagio che ha trasformato la maggior parte dell'umanità in zombie, concentrandosi maggiormente sull'introspezione, sulle paure dei personaggi e sui bambini, anelli deboli della catena.

Il protagonista della storia, lo sceriffo Rick Grimes, buono e affidabile come da copione classico, comincia ad avere pesanti incertezze sul suo ruolo a seguito di un attacco degli zombie che provoca gravi conseguenze alla comitiva e in seguito al ferimento del figlio durante una perlustrazione nei boschi. Questo avvenimento porta però con se uno sviluppo positivo: i fuggitivi trovano rifugio in una grande fattoria miracolosamente scampata agli attacchi degli zombie, abitata da diverse generazioni di una famiglia guidata da un anziano patriarca.

L'aspetto più incisivo della storia è a mio avviso, lo sviluppo, o se vogliamo la caduta in una spirale autoritaria e violenta, dell'amico di Rick, Shane Walsh, che sopravvive ad una missione suicida per reperire medicinali proprio grazie all'abbandono di ogni etica e lealtà e al trionfo del più primitivo e crudele spirito di sopravvivenza. Shane cambia anche nell'aspetto, nel modo di camminare, la sua fisicità si fa minacciosa, si scontra violentemente con Lori, Dale e con lo stesso Rick. La sua influenza negativa contagia progressivamente gli altri. In una coabitazione sempre più complicata con gli abitanti della fattoria, assume una decisione che mina la permanenza del gruppo in quell'oasi (quasi)incontaminata e risolve drammaticamente una vicenda aperta dopo l'attacco degli zombie a cui accennavo in apertura.

La stagione due consta di tredici episodi, ma la produzione ha deciso di trasmetterne inizialmente solo sette, per poi riprendere a febbraio. A mio avviso la storia regge bene, quel che perde in spettacolarità viene parzialmente equilibrato nell'analisi dei personaggi (oltre a Shane anche Andrea, Daryl e Glen). E comunque l'adrenalina, anche se razionata, non manca e l'emozione è ben dosata (nell'ultima scena del settimo episodio la commozione ti afferra stretta la gola). Per essere un serial di zombie può bastare. Anche se magari sarebbe ora di riprendere qualche filo narrativo interrotto dalla prima serie e cominciare a svelare qualcosa sulle origini del contagio...

lunedì 12 dicembre 2011

Outlaw tales, 3 di 4

Hank III

Attention deficit domination (Megaforce/Hank III Records, 2011)





Chiusa l'analisi delle uscite country (in senso moolto lato della definizione) passiamo ai lavori metal della recente tetralogia di Hank III. Attention deficit domination è, seppur in tema di metallo pesante, una novità dello stile dell'outlaw texano che in genere si misurava con il cowpunk e tutte le derivazioni più sudicie dell'hardcore. Il genere qui interpretato è invece rigoroso doom: lento, angosciante e sofferto, suonato in tutte le sue parti strumentali e (ovviamente) cantato dal solo Hank.


Pur amando i Black Sabbath, che sono indicati dai più come inventori del genere, non sono un particolare appassionato dell'evoluzione che lo stile ha assunto negli anni. Il doom contenuto in ADD poi, con i suoi riff ossessivi, ipnotici, decadenti e (ahimè) ripetitivi non è probabilmente il massimo per un'eventuale iniziazione al sound. I Candlemass di Epicus Doomicus Metallicus per dire, sembrano quasi maggiormente accessibili rispetto a questo lavoro. Che poi qualche pezzo notevole lo contiene anche, I feel sacrificed per esempio,insieme a Make a fall, Demons mask o a Get str8, personalmente però, devo estrapolarli dal contesto complessivo per apprezzarli, perchè oltre cinquanta minuti di queste atmosfere, con tre pezzi che gravitano attorno agli otto minuti, sono troppi anche per un die-hard fan del cappelluto singer quale ritengo di essere.


Una considerazione sul cantato. Ascoltando il lavoro in più di un'occasione mi è scattato il collegamento tra il modo d'intonare i pezzi di Williams e quello di Layne Staley degli Alice in chains. Leggendo i crediti dell'album ho scoperto che proprio a lui è dedicato l'intero lavoro. Difficile a questo punto pensare ad una coincidenza.




La valutazione finale dell'album è dunque condizionata dalla mia scarsa tolleranza al sottogenere, e quindi strettamente personale (beh, come sempre del resto), un adepto del doom darebbe magari un giudizio completamente diverso. Per me, come dicevo, si arriva alla sufficienza e stop.






sabato 10 dicembre 2011

Album o' the week / AAVV, The songs of Jimmie Rodgers (1997)




Un tributo, un tipo di operazione che andava tanto di moda tra la fine degli ottanta e i novanta. In questo caso però un progetto di grande significato, per l'eccellenza della sovraintendenza (Bob Dylan), per gli interpreti coinvolti e, last but not least, per l'autore omaggiato. Trattasi di Jimmie Rodgers, 1897/1933, considerato il padre del country e dello stile yodel al suo interno.



Si misurano con le sue composizioni Bono (l'apertura è per la rilettura da brividi di Dreaming with tears in my eyes), Alison Krauss (il ragtime di Any old time), lo stesso Dylan, Willie Nelson, Steve Earle (In the jailhouse now), Jerry Garcia con David Grisman, John Mellencamp, Van Morrison, Aaron Neville, Dwight Yoakam(l'anthem T for Texas) e altri. Fatevi un viaggio nel sud degli states. Non costa niente e questa è la prima classe!