LA MUSICA
Sturgill Simpson, Metamodern sounds in country music
Dave and Phil Alvin, Common ground
Miss May I , Rise of the lion
5 Finger Death Punch, American Capitalist
Hank III, Ramblin man
Bob Mould, Beauty and ruin
Tesla, Simplicity
Paolo Nutini, Caustic love
Kaiser Chiefs, Souvenir - The singles
John Fogerty, Centerfield
Matt Woods, With love from brushy mountain
I SERIAL
The Wire, stagione 4
24, stagione 2
Orange is the new black, stagione 2
lunedì 30 giugno 2014
giovedì 19 giugno 2014
Matt Woods, With love from Brushy Muntain
Il mainstrean country americano si aspettava molto dal nuovo disco di Eric Church, così come quello indipendente/outlaw attendeva con impazienza il ritorno di Bob Wayne. Beh, in questo settore musicale specifico può anche capitare che, contemporaneamente, la nuova star country (Church, appunto) sforni un disco confuso e pasticciato, letteralmente senza capo ne coda e che lo spirito anarcoide insito nel country di Wayne esca molto annacquato dai solchi della nuova release Back to the camper. Capita allora che i riflettori del sincero appassionato di redneck music si spostino verso altri obiettivi. Sturgill Simpson per esempio, che solo l'anno scorso ci aveva fatto godere con l'ottimo esordio High top mountain e che ha già sfornato un secondo lavoro, ma, soprattutto, e finalmente arrivo al motivo del post, Matt Woods, autore che ho scoperto di recente grazie al pezzo Deadman's blues (inserito nelle mie migliori canzoni del 2013) e che, con With love from Brushy Mountain, si dimostra artista versatile e raffinato, decisamente a disagio nel recinto limitato del country e capace invece di abbracciare con successo sia il folk indipendente che quello più commerciale con qualche incursione nel southern più spontaneo e vibrante.
Il risultato è un disco incantevole che nell'ultimo mese, nell'ambito della mia playlist, non ha fatto prigionieri. A cominciare dalla eaglesiana Ain't no living, propedeutica ad introdurci nel mood di frontiera dell'album, per proseguire poi con West Texas wind, che accarezza dolcemente lo spirito di Gram Parsons e passando per Tiny anchors, meravigliosa ed accorata introspezione tra i Mumford & Sons e Bon Iver, tutto è al posto giusto, in un contesto di grande bellezza che sfiora la magia e che si verifica solo con i grandi artisti.
Anche la quota drinkin song, da intonare rigorosamente con boccale alzato e sguardo assente, è rispettata: Woods ci consegna infatti una Drinking to forget che richiama clamorosamente le atmosfere di Steve Earle, collocandole in un testo che è tutto un programma ("I'm drinking to forget/How drunk I got last night").Questo inno alla morte per coma etilico è però piazzato strategicamente prima della corazzata Deadman's blues (qui il video, molto esplicativo dei contenuti del pezzo) che sui temi degli eccessi e della vita border line riesce a fare un'autocritica lucidamente spietata che, di fatto, compensa i contenuti della traccia precedente. Siamo esattamente a metà disco e l'euforia ha già raggiunto livelli di fanatismo: l'esperienza ci fa temere un crollo fisiologico, ma la meravigliosa title track, che torna a tributare il songwriting di Don Henley e l'infuocato southern di Real hard times spazzano via ogni residuale perplessità sulla qualità dell'opera.
In coda rimane spazio per un altro gioiellino: Lucero song è infatti esattamente quello che sembra: una sincera e suggestiva celebrazione dell'ottima band di Ben Nichols conterranea (del Tenneessee) di Woods, giunta al terzo lustro di attività e ancora in grado di infiammare il pubblico grazie alla suo brand musicale che attraversa tutti gli spettri più genuini del genere americana. Si capisce che Matt Woods tende artisticamente a quell'esito. Musicalmente ha ancora spazi di crescita, ma dal punto di vista della scrittura non teme rivali.
Che ve lo dico a fare? Ad oggi, senza esitazione, disco dell'anno.
martedì 10 giugno 2014
Per fortuna c'è Matt Woods
Lo so, sono incline alla lamentela. Sopportatemi ancora per qualche riga di questo post. Non vi ho più aggiornato sulla situazione della mia azienda perché mi sembrava di aver ripetuto gli stessi concetti un numero sufficiente di volte. Sì insomma, siamo in crisi, chiuderemo e riapriremo con un taglio retributivo/normativo. Sapete anche che, oltre a subire questa situazione da dipendente c'è l'ho addosso anche come responsabile sindacale (RSU) presente nella delegazione trattante e pertanto deputato a portare le brutte nuove ai colleghi, ruolo questo che se di norma sarebbe già infausto, lo diventa ancora di più in una società che fino a una quindici di anni fa lavorava in totale monopolio (con tutto quanto ne derivava in termini di privilegi contrattuali) e che, nonostante da un pezzo sia stata scaraventata nella concorrenza più selvaggia che ci sia, ha mantenuto fino ad oggi le condizioni pre liberalizzazione insieme alla radicata convinzione da parte di molti di aver acquisito i diritti di una casta intoccabile.
Una serie di eventi interni al mio sindacato ha fatto anche sì che mi sia toccato, proprio in questa fase tremenda, di diventare responsabile (sul campo, senza gradi) del mio stabilimento e quindi sobbarcarmi tutti gli oneri (gli onori non sono pervenuti) della vicenda.
Se vi state chiedendo "chi te lo fa fare?" sappiate che è la stessa domanda che mi sto insistentemente ponendo anch'io.
Il tempo che sto concedendo al lavoro (cioè tutto, al netto delle poche ore di sonno) è interamente sottratto, in ordine di priorità: alla famiglia, agli amici, alla musica, alle letture e ai serial tv. Spero che gli affetti più importanti mi diano l'opportunità di recuperare.
Dal punto di vista degli ascolti Matt Woods, con il nuovo, incantevole With love from brushy mountain ha appaltato prepotentemente le mie orecchie: il suo cd è stabilmente nel lettore con la funzione repeat inserita senza soluzione di continuità.
Sono pronto a scommettere che tra qualche anno, riascoltandolo mi rimanderà a questo terribile, intenso periodo della mia vita.
lunedì 2 giugno 2014
Aloe Blacc, Lift your spirit
Tutti i problemi che sto attraversando in questi mesi con il lavoro mi hanno portato a formulare un concetto che utilizzo come risposta pronta a chi mi chiede come sto: vorrei svegliarmi tra qualche mese, quando sarà tutto finito. E che pezzo mi tira fuori come traccia d'apertura del suo nuovo disco Aloe Blacc? Wake me up, che nel refrain recita esattamente "So wake me up when it's all over / When I'm wiser and I'm older". Ehi mister, ma ce l'hai con me?
Per forza deve rivolgersi a me Aloe, tutto torna. La folgorazione del precedente Good things mi fa fiondare a scatola chiusa su questo Lift your spirit e come premio la traccia d'apertura mi guarda negli occhi e mi parla al cuore come una canzone non riusciva più a fare da tempo.
Vado oltre e mi trovo un'altra volta piacevolmente invischiato nella formula vintage-moderno del cantante originario di Orange County, California che ancora una volta trova un perfetto equilibrio tra mainstream e classico, divertendosi a mischiare le carte attraverso la realizzazione di brani buoni per le classifiche (la già citata Wake me up, I'm a man, che dopo i primi secondi di ascolto pensavo essere una revisione di Your Song di Elton John, Lift you spirit, pop-soul che ricorda le cose dei bianchi quando vogliono fare i neri), nitidissimi flashback seventies (Soldier in the city, Love is the answer; Can you do this; Eyes of a child) e volgari dimostrazioni di classe (Red velvet seat; Ticking bomb).
A conti fatti insomma Aloe Blacc tira fuori un altro disco elegante ma che non impegna, spensierato con momenti di riflessione, scritto e prodotto con la massima attenzione ai ganci assassini che restano in testa, ma che tenta di lanciare anche un messaggio o due in tema di sociale.
Tutti questi elementi mi portano ad affermare che, ruffiano o genietto a seconda dei punti di vista, con Lift your spirit il Blacc si conferma uno dei più interessanti interpreti di modern soul della sua generazione.
sabato 31 maggio 2014
MFT, maggio 2014
LA MUSICA
Caparezza, Museica
Bob Wayne, Back to the camper
Paul Simon, Essential
Paolo Nutini, Caustic love
Aloe Blacc, Lift your spirit
Sturgill Simpson, Metamodern sounds in country music
Matt Woods, With love from brushy mountain
Meshell Ndegeocello, Comet come to me
John Fogerty, Ceneterfield (25 years)
I SERIAL
The wire, quarta stagione
Game of thrones, quarta stagione
Gomorra
LE LETTURE
Elisa Davoglio, Onore ai diffidati
Caparezza, Museica
Bob Wayne, Back to the camper
Paul Simon, Essential
Paolo Nutini, Caustic love
Aloe Blacc, Lift your spirit
Sturgill Simpson, Metamodern sounds in country music
Matt Woods, With love from brushy mountain
Meshell Ndegeocello, Comet come to me
John Fogerty, Ceneterfield (25 years)
I SERIAL
The wire, quarta stagione
Game of thrones, quarta stagione
Gomorra
LE LETTURE
Elisa Davoglio, Onore ai diffidati
giovedì 29 maggio 2014
28 maggio 2014: R.I.P. Golia
Ci ha lasciato Golia, il criceto russo che stava con noi da settembre del 2012 e che aveva saputo guadagnarsi con pazienza l'affetto incondizionato di tutta la famiglia.
Ora, non ho ben chiaro quale possa essere il paradiso per una specie che credo ormai da generazioni non conosca più la vita selvaggia: ma che si tratti di un bosco rigoglioso o di una gabbia full-optional, noi speriamo che Golia da ieri si trovi esattamente lì.
lunedì 26 maggio 2014
Joel Dicker, La verità sul caso Harry Quebert
La verità sul caso Harry Quebert racchiude in sé tanti generi diversi. Certo, il profilo più importante del libro è quello del giallo: c'è un mistero da risolvere nascosto nella coltre del tempo che torna a tormentare Aurora, una (per il resto) idilliaca cittadina del New Hampshire. Il cadavere di una ragazzina di quindici anni, Nola Kellergan, sparita nel nulla durante l'estate del 1975, viene improvvisamente rinvenuto nel giardino di uno stimato scrittore newyorkese adottato orgogliosamente dalla comunità locale. Da alcuni particolari del ritrovamento emerge che lo scrittore (Harry Quebert), oggi sessantasettenne, aveva una relazione con Nola all'epoca della sua sparizione. L'evento sconvolge la vita di Quebert, ma risveglia anche paure e segreti nascosti di molti abitanti di Aurora.
Ci sono molte altre tessere che vanno però a comporre il patchwork finale composto da Joel Dicker. La verità sul caso Harry Quebert è infatti anche un libro sulla scrittura, sul mestiere di scrivere, un omaggio a questa arte che sconfina quasi nella metaletteratura. C'è poi la componente autobiografica (anche se Dicker nelle note finali sembrerebbe depistare questa suggestione) e, seppur non si tratti dell'esordio dello scrittore svizzero, risultano evidenti le caratteristiche tipiche del romanzo di formazione.
Tutte queste componenti sono il più delle volte amalgamate dall'autore in maniera avvincente e funzionale alla storia, occasionalmente però emerge il ricorso ad una scaltrezza che va a discapito, se non della scorrevolezza della narrazione, di certo della sospensione dell'incredulità. E rimanendo sugli elementi di debolezza, il più marcato m'è parso essere quello della caratterizzazione dei personaggi, quasi tutti incastrati così strettamente tra lo stereotipato e il sopra le righe (l'invadenza isterica della madre di Goldman; la saccenza di Quebert; l'arguzia del sergente Gahalowwod) dal risultare già pronti per una trasposizione cinematografica ma quanto mai distanti dalla vita reale.
Considerato comunque quanto di buono resta nel romanzo (la soluzione del mistero, le rivelazioni su Quebert, un magnifico personaggio letterario che risponde al nome di Nola Kellergan) e la giovane età del suo autore (classe 1985) direi che il giudizio non può che essere positivo e la prospettiva ancora migliore.
martedì 20 maggio 2014
Inside Llewyn Davis, soundtrack
“You've probably heard that one before. If it isn't new, and it never gets old, it's a folk song”
Llewyn Davis
La domanda da porsi, in premessa alla recensione, dovrebbe essere: è ancora possibile, dopo cinquant'anni di folk "moderno" (lo so, sembra un ossimoro) trovare un disco suonato in questo stile, che risulti convincente e sappia emozionare?
Llewyn Davis
La domanda da porsi, in premessa alla recensione, dovrebbe essere: è ancora possibile, dopo cinquant'anni di folk "moderno" (lo so, sembra un ossimoro) trovare un disco suonato in questo stile, che risulti convincente e sappia emozionare?
La risposta è affermativa.
Inside Llewyn Davis riesce ad evitare con grazia i cali di tensione propri della formula soundtrack/compilation, trovando un'omogeneità di fondo che permette di apprezzare in maniera quasi uniforme l'intera tracklist (14 pezzi) presente nell'album.
Certo, molti dei meriti vanno alla profonda empatia con il film: impossibile dimenticare le sequenze che accompagnano l'interpretazione di alcuni brani da parte di un bravissimo Oscar Isaac nei panni dello sfortunato Davis, personaggio ispirato ai fratelli Coen da Dave Van Ronk, folksinger contemporaneo di Dylan, credo però di poter affermare che recuperi di traditional come Hang me, oh hang me o Fare thee well (nel quale si sente, eccome se si sente, la mano di Marcus Mumford) avrebbero potuto essere tranquillamente apprezzati anche senza l'ausilio delle suggestive immagini del grande schermo.
Il soundtrack, esattamente come la pellicola, trova un magico equilibrio tra ingenuità, impegno sociale e una profonda malinconia, elementi caratteristici del periodo storico, che trovano efficace rappresentazione in musica attraverso la sognante Five hundred miles (interpretata da Justin Timberlake, Carey Mulligan e Stark Sands); la spensierata Please Mr Kennedy (ancora Timberlake con Isaac e Adam Driver) e l'evocativa The Death of queen Jane (Isaac). Spiazza invece la scelta del produttore T-Bone Burnette di includere nel lavoro anche la classica irish death song The auld triangle (dal testo del poeta irlandese Brendan Behan, messa in musica dai Dubliners e suonata in seguito dai Pogues nel loro debutto), ma anche qui niente da dire: la versione "a cappella" che ci regalano Mumford e Timberlake è impeccabile.
Doverosa invece la chiusura con Bob Dylan (Farewell in versione inedita e acerba) e con l'ispiratore del progetto dei Coen, cioè Dave Van Ronk, dal cui repertorio viene proposta Green, green rocky road (presente anche nella versione di Isaac).
Tra i dischi dell'anno.
martedì 13 maggio 2014
The Amazing Spider-man 2, Il potere di Electro
Sono talmente subdole, le menti dietro al reboot cinematografico di Spider-Man, che non sai mai se detestarle o amarle incondizionatamente. Sì perché ad un fan della prima ora dell'Uomo Ragno, uno che sui fumetti tradotti in Italia dall'Editoriale Corno ci ha trascorso buona parte dell'infanzia e dell'adolescenza, il giro che ha preso l'epopea su grande schermo dell'Arrampicamuri proprio non va concettualmente giù. Della storia inizialmente ideata da Stan Lee ed illustrata da Steve Ditko prima e da John Romita poi è infatti rimasta solo una flebile traccia, il resto è sacrificato sull'altare dell'innovazione e della ricerca di carne giovane da appassionare, forzando il plot in una direzione che va ben oltre anche al restyling operato con la (per me ottima) serie a fumetti Ultimate SpiderMan.
Il problema è che la tua altezzosa perplessità svanisce d'incanto al termine della proiezione, lasciandoti non solo convertito al progetto, ma perfino commosso (per la sequenza finale del bambino in costume da Spidey) in compagnia di tuo figlio che ti deride per il tuo cuore di burro.
Già perché la genialità delle menti dietro alla produzione di The Amazing Spider-Man 2 sta nell'essere riusciti ad individuare un incredibile equilibrio tra innovazione e richiami alle radici del personaggio. In questo senso (spoiler alert!), la sorte di Gwen Stacy è mostrata, a partire dal look per finire alla posizione in cui resta esanime, drammaticamente appesa alla ragnatela del Ragno, in maniera quasi del tutto identica a quanto avvenuto sulle tavole originali realizzate da Gerry Conway, Gil Kane e John Romita (in Italia numero 133 de L'Uomo Ragno). E basterebbe questo a lenire i cuori malati di nostalgia della vecchia guardia dei lettori Marvel.
Ma i rimandi al mood classico dei fumetti non si fermano qui. Considerando anche la trilogia di Raimi, questo è probabilmente il film sull'aracnide umano che meglio riporta su grande schermo il lato leggero delle storie di Spider-Man: le battute, le gag, le situazioni surreali alle quali eravamo affezionati, e che sono a tutti gli effetti una caratteristica irrinunciabile dell'Uomo Ragno, trovano qui il giusto spazio, colmando finalmente una lacuna del personaggio.
Poi vabbeh, c'è l'incredibile lavoro su effetti speciali e scene d'azione, letteralmente mozzafiato: per limitarsi ad un esempio è impossibile restare indifferenti davanti al particolare delle pieghe del costume che si adatta ai movimenti del corpo mentre Spider-Man volteggia sulla città.
Infine i super-criminali. La scelta dei villain è funzionale alla storia, ma la loro resa è solo parzialmente riuscita: Electro/Jamie Foxx (inutile soffermarsi sul fatto che il character dei comics era bianco e si chiamava Elektro mentre qui perde la "k" ed è interpretato da un attore nero) è passabile, Goblin è rimandato, mentre il Rhino-robot è inguardabile.
Sono già annunciati altri due capitoli della saga (2016 e 2018) e se, come lasciato intuire, avremo a che fare con i Sinistri Sei (e con Felicia Hardy/Gatta Nera?), nonostante tutto il restyling del mondo ci sarà ancora di che divertirsi.
Maledetti, vi amo.
martedì 6 maggio 2014
Johnny Cash, Out among the stars
Lo affermo sommessamente, ma con convinzione. La storia di Out among the stars ci offre una bella lezione su come, spesso, in campo musicale, le convinzioni della critica, gli orientamenti degli hipster e le fluttuazioni dei gusti siano evanescenti come una finta di corpo di Jonathan.
Se fosse uscito a tempo debito infatti (si parla della prima metà degli ottanta), questo album, nella migliore delle ipotesi, sarebbe caduto nell'indifferenza più abissale che all'epoca circondava Johnny Cash, e nella peggiore sarebbe stato oggetto di scherno da parte dei soliti critici snob.
Invece, ironia della sorte, nell'anno domini 2014, dopo la canonizzazione ufficiale dell'Uomo in Nero seguita ai lavori con Rick Rubin, al film con Phoenix e al florilegio di biografie, questo disco vecchio di trent'anni è diventato uno dei più attesi della stagione discografica.
Non fosse triste sarebbe da ammazzarsi dal ridere.
Altro elemento da rilevare è come molti scopritori dell'ultima ora di Cash saltino dalla sua produzione relativa agli anni d'oro (probabilmente coperta da una raccolta di successi) agli American Recordings, ignorando così totalmente la voragine di un periodo artistico, sicuramente meno valido ma comunque interessante, equivalente ad oltre quattro lustri. Anche in questo caso è dolce la vendetta (postuma) di Cash, vista l'attenzione che ora sono tutti costretti a prestare a del materiale considerato di scarto.
A registrare le dodici tracce che compongono la release fu, all'epoca, un artista considerato bollito dalla sua stessa casa discografica, che infatti, da lì a poco (1985) avrebbe risolto il contratto commerciale con l'artista, con tutto quanto ne conseguì per lui in termini di frustrazione e desiderio di rivalsa. Eppure i lavori di quegli anni, riascoltati oggi, tengono bene l'usura del tempo: Silver (1979) appare ancora oggi una produzione eccellente, The baron (1981) lo segue a ruota e Class of 55 (1985, realizzato insieme a Carl Perkins, Roy Orbison e Jerry Lee Lewis) è un eccitante revival rock and roll inciso da chi, più di ogni altro, aveva titolo a farlo.
E' in questo contesto che nascono le sessioni di Out among the stars, con uno stile che si allontana dal consolidato boom chicka boom, marchio di fabbrica di Cash, per approcciare ad un mood più tipicamente mainstream country. Dal punto di vista della qualità audio il disco suona limpido e preciso, anche grazie al lavoro di sovraincisione e pulizia compiuto sui masters originali da gente come Marty Stuart (presente anche nelle registrazioni dell'epoca) e Buddy Miller, autentici nomi tutelari del folk USA.
Dal punto di vista prettamente artistico l'opera presenta più di un pezzo che merita di essere ricordato, a partire dalla title-track, che, a dispetto dello spensierato ritmo honky-tonk, riprende le fila dei racconti di quotidiana disperazione che tanto hanno contribuito a costruire su Cash il ruolo di cantore degli ultimi.
L'altro brano che dà assolute garanzie di longevità è She used to love me a lot: in entrambe le versioni in cui è presente, quella originale e quella più crepuscolare (dalle parti dei Wall of Voodoo), remixata da Elvis Costello, è sempre un pezzo emozionante e profondo, che varrebbe già da solo l'acquisto del disco.
Poi ci sono i duetti, due con June Carter, che si inseriscono a pieno titolo nella lunga tradizione canora della coppia (il mio favore va a Baby ride easy), e uno con l'amico nonché icona outlaw Waylon Jennings (I'm movin' on, celebre pezzo di Hank Snow). E ancora la leggerezza nashvilliana di If I told you who it was, il rockabilly di Rock and roll shoes, il lento After all e la chiosa di I came to believe, unico pezzo della raccolta scritto da Johnny.
L'impressione finale è che Out among the stars sia un lavoro che per il suo orientamento stilistico esalterà gli appassionati di musica country in misura maggiore rispetto ai fan dell'ultima ora dell'Uomo in Nero. Poco male, lo sapete bene che quando si ama visceralmente un artista si preferisce avere attorno pochi autentici adepti rispetto ad essere infastiditi dagli immancabili parvenu musicali di turno.
mercoledì 30 aprile 2014
MFT, aprile 2014
MUSICA
Bob Wayne, Back to the camper
Red Dragon Cartel, self-titled
Eels, The cautionary tales of Mark Oliver Everett
Bryan Sutton, Into my own
The Birds of Satan, self-titled
Kacey Musgraves, Same trailer different park
Nada, Occupo poco spazio
The Chuck Norris Experiment, Right between the eyes
Paolo Nutini, Caustic love
Caparezza, Museica
Steel Panthers, All you can eat
Wilko Johnson & Roger Daltrey, Going back home
Sebastian Bach, Give 'em hell
Nick Waterhouse, Holly
Marah, Presents mountain ministresly of Pennsylvania
SERIAL
E' ripartito Games of Thrones, e questo dovrebbe bastare. In realtà, nei tempo morti tra un episodio e il successivo mi trastullo con Banshee.
LETTURE
A cento pagine dalla conclusione de La verità sul caso Harry Quebert.
Dopo "l'impaludamento sentimentale" dell'ultima lista, torno ad occuparmi di musica nuova (nel senso di data d'uscita) mantenendomi sempre su un alto livello di stagionatura (nello stile). Sono diverse le uscite degne di nota, molte delle quali in ambito metal tradizionale, all'insegna di una buona primavera musicale.
Bob Wayne, Back to the camper
Red Dragon Cartel, self-titled
Eels, The cautionary tales of Mark Oliver Everett
Bryan Sutton, Into my own
The Birds of Satan, self-titled
Kacey Musgraves, Same trailer different park
Nada, Occupo poco spazio
The Chuck Norris Experiment, Right between the eyes
Paolo Nutini, Caustic love
Caparezza, Museica
Steel Panthers, All you can eat
Wilko Johnson & Roger Daltrey, Going back home
Sebastian Bach, Give 'em hell
Nick Waterhouse, Holly
Marah, Presents mountain ministresly of Pennsylvania
SERIAL
E' ripartito Games of Thrones, e questo dovrebbe bastare. In realtà, nei tempo morti tra un episodio e il successivo mi trastullo con Banshee.
LETTURE
A cento pagine dalla conclusione de La verità sul caso Harry Quebert.
lunedì 28 aprile 2014
Red Dragon Cartel, omonimo 2014
Jake E. Lee è un totem della musica heavy. Certo, un totem un po' logoro che attrae sempre meno turisti, visto che il suo momento di massimo splendore l'ha avuto giusto giusto trent'anni fa con Ozzy Osbourne (periodo 1983/86) per poi rifugiarsi nelle backstreets di questo genere musicale, a coltivare progetti anche apprezzabili (su tutti, i Badlands) ma che non lo hanno mai elevato dal suo status di artista minore.
Temo che nemmeno quest'ultimo lavoro, realizzato insieme ad un altro outsider di lungo corso, quel Darren James Smith già con Harem Scarem e Helix , sposterà gli equilibri della carriera di Jake. E sarà un peccato, perché l'esordio self-titled dei Red Dragon Cartel è un ottimo disco di mainstream hard rock, con tutte le carte in regola per fare breccia nei cuori degli appassionati del genere, in virtù di un adeguato songwriting; refrain assassini; una partenza potente (Decevied, Shout it out); squisite ballate elettriche (Fall from the sky) ed ospiti in linea con il progetto vintage, che rispondono ai nomi di Robin Zander dei Cheal Trick; Paul Di Anno; Maria Brink dei In this Moment e Sass Jordan, splendida sul pezzo dotato di maggior airplay: Redeem me.
Certo, l'album non rivoluziona l'architettura della musica pesante e non sperimenta ardite innovazioni stilistiche. Si tratta del classico monolite perfetto per i viaggi in macchina, che alterna virtuosismi canori e chitarristici senza mai perdere di vista il delicato equilibrio che in un disco decreta la differenza tra un insieme di buone canzoni e prolissi narcisismi.
Il plauso finale va alla Frontiers Records, etichetta italiana specializzata nel cosiddetto soft-rock, che negli anni ha saputo costruirsi una fama mondiale, passando dalla distribuzione alla produzione di un numero impressionante di bands storiche (se volete, qui c'è un elenco esaustivo dei combo sotto contatto dell'etichetta napoletana), e che, a breve, celebrerà la sua scuderia attraverso un festival di tre giorni al Live Club a Trezzo.
mercoledì 23 aprile 2014
True Detective
Non c'è da meravigliarsi che True Detective sia la serie più seguita dai cinefili normalmente non avvezzi al fascino delle serie televisive. Gli indizi portano tutti a questa inevitabile conclusione: intanto la struttura della fiction, breve e autoconclusiva, è costruita come fosse un film di sei ore, più che una soap interminabile, poi l'ampio respiro del racconto e gli straordinari attori coinvolti nel progetto (elemento questo in realtà ormai all'ordine del giorno nel vasto universo delle tv via cavo americane) ha fatto sì che anche quanti di norma si ostinino a considerare i telefilm come arte di serie B rispetto al cinema, si siano dovuti ricredere.
Molto del merito, è inutile girarci intorno, va riconosciuto a Matthew McConaughey, artista catturato in uno stato di grazia strabordante, che ci regala un'interpretazione di Rusty Cohle, il personaggio più affascinante e tormentato della storia, a dir poco epocale. Aggiungo però che McConaughey non poteva trovare spalla migliore di Woody Harrelson, eccezionale nel rendere il ruolo ordinario di Martin Hart, character almeno all'inizio pervaso dall'ipocrisia del classico all american boy, tutto casa e chiesa, amico di tutti e fedigrafo compulsivo.
True Detective non rivoluziona la struttura delle classiche crime story, ma si impone in virtù di un'autorevolezza complessiva (cast, regia, fotografia, soundtrack) che stabilisce un nuovo standard d'eccellenza che sarà difficile da eguagliare per i "competitors", ma anche per il proseguo stesso del serial (che ad ogni stagione si rinnoverà negli interpreti e nella struttura).
La storia si dipana, sfruttando inizialmente il meccanismo narrativo del flash-back, sullo sfondo di una Louisiana non dissimile al terzo mondo, in mezzo alla popolazione più povera e disperata, agli edifici fatiscenti, alle baracche di lamiere adibite ad abitazione, tra adulti e bambini che riducono in fretta la distanza tra indigenza e sopraffazione attraverso una violenza ottusa e brutale che diventa ordinaria, sullo sfondo costante di una religione autoreferenziale, non così lontana dal fondamentalismo cristiano.
Negli anni novanta, i detective Hart, affabile e solare e Cohle (nuovo arrivato con un passato undercover nella narcotici), cupo e nichilista, indagano sull'omicidio di una prostituta, avvenuto con modalità legate a culti religiosi e strada facendo incappano in una serie di sparizioni di bambini, apparentemente inghiottiti nel nulla della desolazione di quei posti. Cohle è meticoloso e gira con una cartella nera, guadagnandosi subito l'appellativo di taxman, mentre Hart fatica a sopportarlo e si limita a fare il suo. Le vicende ci vengono mostrate a ritroso nel corso di un interrogatorio in tempo reale al quale i due, nel frattempo fuoriusciti dalla polizia, sono sottoposti . La vicenda vive così in due fasi separate da un lungo iato, la prima, coperta dal flashback, nel corso degli anni novanta, la seconda a seguire l'interrogatorio e il nuovo incontro tra Rust e Martin.
Il serial vive di momenti altissimi, sia dal punto di vista tecnico (su tutti un piano sequenza di oltre sei minuti al termine dell'episodio quattro), che attoriale (highlights assoluti i monologhi filosofici di Cohle/McConaughey, talmente giganteschi in originale che vederli doppiati meriterebbe pesanti pene corporali).
Di fronte a tanta bellezza, col senno di poi, mi sento un po' coglione ad aver criticato, nei commenti a caldo, la conclusione della vicenda. E' vero, l'agghiacciante realismo (dalle parti di Ellroy o di Lansdale) usato per la narrazione, induceva a pensare ad un epilogo diverso e alcuni indizi disseminati nel corso delle puntate sono stati inspiegabilmente abbandonati dagli sceneggiatori, ma a mente fredda realizzi che in realtà tutta la storia ruotava intorno alla ricerca di una redenzione personale dei due protagonisti. Redenzione infine raggiunta attraverso una catarsi violenta e dolorosa sia sul piano fisico che spirituale (insisto: anche questo è elemento fortemente ellroyano) dalla quale entrambi escono trasformati.
Per questo, e non solo per questo, nonostante il livello di eccellenza raggiunto in media dai serial americani, True Detective è già storia della televisione.
sabato 19 aprile 2014
The Pogues with Joe Strummer, Live in London
E così, a forza di grattare il fondo del barile, qualcosa di plausibile dal repertorio dei Pogues è venuto fuori. Dopo anni di pubblicazioni, ad andare bene onanistiche e più generalmente inutili (si salva solo l'ottimo box Just look them straight in the eye and say: ...Poguemahone!), la band si è decisa a pubblicare ufficialmente una registrazione live del 1991, catturata durante il tour di Hell's ditch.
Cos'hanno di particolare quei concerti, rispetto alle tante gig già rilasciate a nome Pogues? Semplice, in quei mesi la band aveva estromesso Shane MacGowan, ormai inaffidabile a causa delle sue dipendenze da alcol ed eroina, sostituendolo sul palco con Joe Strummer. Il leg di quel tour passò anche in Italia, al cospetto di fans increduli nel trovarsi davanti l'ex leader dei Clash in vece dello sdentato artista, irlandese d'adozione.
Di bootleg di quegli show ne giravano tanti, ma bene ha fatto il gruppo a dire la sua in maniera ufficiale.
Addentrandosi nell'ascolto, si può notare come la band abbia facilitato quanto più possibile l'inserimento di Strummer, limitando al minimo indispensabile il suo contributo vocale sul repertorio dei Pogues, attraverso l'inserimento in scaletta dell'intero lotto di brani strumentali del repertorio e dando ampio spazio alle interpretazioni canore degli altri componenti (schema questo che tornerà utile con il reintegro di un MacGowan ancora un po' incerto, per i tour natalizi della band dell'ultimo decennio), oltre a dare la possibilità a Joe di interpretare canzoni dei Clash (London calling, I fought the law e Straight to hell).
Il risultato è un po' straniante, ma apprezzabile. Joe ci mette abnegazione ma è innegabile che su quelle tracce sentire una voce diversa da quella di Shane, anche se si tratta di una voce dal peso enorme, fa un po' specie. La setlist non propone sorprese particolari, se si eccettua l'apprezzabilissima riproposizione del medley "da battaglia" The recruiting sergeant/The rocky road to Dublin/The Galway races (da If I should fall from grace with God).
The Pogues with Joe Strummer Live in London è un documento storico che va dall'interessante all'indispensabile a seconda si relazioni a die hard fan o semplici curiosi. Certo, c'è dell'amara ironia nel constatare come, all'epoca, tutti noi non avremmo scommesso una lira sulle aspettative di vita di Shane, mentre non avevamo particolari apprensioni su quella di Joe, e oggi invece ci ritroviamo a non avere ancora completamente elaborato il lutto per uno degli artisti più influenti della cultura rock e con un MacGowan che ancora canta, respirando il suo fetido alito in faccia alla morte, alla faccia di tutti i gufi.
P.S. La copertina che ho postato è quella dell'edizione in vinile dell'album, pubblicato espressamente per il Record Store Day 2014, mentre originariamente l'album è incluso nel box The Pogues 30, che raccoglie tutti e sette i cd del collettivo irlandese.
lunedì 14 aprile 2014
Jo Nesbo, Il Pettirosso
Da appassionato lettore di romanzi polizieschi (o thriller, noir, gialli) mi sono imposto delle regole nella scelta dei titoli a cui dedicare il poco tempo che ho a disposizione per la lettura. La principale, e può sembrare un paradosso visto che ad affermarlo è un drogato di serie tv, prevede di lasciare perdere le saghe e concentrarsi invece sulle opere autoconclusive che, di norma, lasciano maggiore libertà d'azione all'autore e più spazio ai colpi di scena, rispetto ad una dinamica che, a causa della serialità, gira sempre un pò zavorrata. Naturalmente faccio delle eccezioni, come per lo straordinario Joe R. Lansdale, per Ellroy (che meriterebbe un approfondimento a parte, perchè, ad esempio, nella sua Underworld Trilogy la continuità è data dallo scenario più che dai personaggi), e, motivo per il quale mi sto affannando su questo post, per approcciarmi a Jo Nesbo.
Nesbo, norvegese, 54 anni, si è affermato negli ultimi anni come uno degli scrittori di punta di questa ondata di autori venuti dal freddo, a seguito del successo planetario (e ahilui, postumo) ottenuto da Stieg Larsson e dalla sua millennium trilogy.
Come il collega svedese, anche Jo inserisce con perizia la sua storia di fantasia dentro il tessuto sociale norvegese, scandagliando nel passato di quella terra per suggerire risposte alla pericolosa deriva nazionalista che va affermandosi nel Paese. La trama de Il Pettirosso nasce proprio da questo incipit, e il libro per una buona parte rimbalza, a disseminare indizi, tra due piani temporali: il 1944 in mezzo ai soldati norvegesi alleati di Hitler e la fine dei novanta/inizi duemila con le indagini di Harry Hole, ufficiale di polizia che nel prologo della storia viene promosso/rimosso nell'anti terrorismo a seguito di un incidente causato nel corso della visita di Clinton per i colloqui di pace tra Israele e Palestina, realmente avvenuti ad Oslo quindici anni orsono.
Non è certo colpa dell'indiscussa bravura di Nesbo se Il Pettirosso non mi ha del tutto convinto. Il libro infatti scorre fluido e l'intreccio è ben strutturato (serve giusto una buona dose di attenzione per collegare i nomi ostici ai tanti personaggi, in particolar modo quelli dei flash-back nella seconda guerra mondiale) ed avvincente quanto basta, ma per contro il profilo di Hole risponde purtroppo a tutti i clichè abusati del poliziotto solo, burbero ed incompreso e nella narrazione è assente un colpo da autentico fuoriclasse, di quelli che ti scaraventano giù dalla sedia.
Il Pettirosso è il primo libro della serie Harry Hole pubblicato in Italia (nella cronologia originale è il capitolo tre, solo quest'anno è stato pubblicato da Einaudi il primo e nel computo totale siamo arrivati a dieci).
Con tutto il rispetto, per ora penso di fermarmi qui.
venerdì 11 aprile 2014
80 minuti di Hair - Metal
Non pubblico playlist da un po' di tempo, ma in compenso la mia attività di compilatore compulsivo viaggia spedita e inarrestabile. Oggi dunque riprendo a farmi vivo con una tracklist truzza che più truzza non si può, visto che mi occupo di un genere disprezzato dai più e amato alla follia da pochi: sto parlando del cosiddetto hair-metal (più nobilmente chiamato glam metal), nelle sue diverse sfumature che vanno dall'AOR allo sleaze .
E già qui in molti alzeranno gli occhi al cielo. Ma visto che il coraggio non mi manca, rilancio: non è l'hair metal delle band di prima fascia (indicativamente Motley Crue, Poison, Cinderella, Ratt, Poison e i primi Bon Jovi) quello su cui voglio focalizzarmi, ma quello più ottuso ed effimero delle band che, al di là dei loro eventuali meriti (alcuni dei combo che seguono avrebbero meritato ben altre fortune, uno su tutti gli Hanoi Rocks) hanno ballato una sola estate, e magari oggi, con trent'anni di più e molti capelli in meno, qualche dollaro riescono ancora ad alzarlo.
In memoria di Randy "The Ram" Robinson.
1. KEEL, The right to rock
2. LA GUNS, Sex action
3. AUTOGRAPH, Turn up the radio
4. FIREHOUSE, Love of a lifetime
5. QUIET RIOT, Cum on feel the noize
6. BRITNY FOX, Girlschool
7. NIGHT RANGER, (You can still) Rock in America
8. HANOI ROCKS, Up around the bend
9. WARRANT, Heaven
10. GREAT WHITE, Once bitten twice shy
11. KIX, Cold blood
12. JUNKYARD, Hollywood
13. STRYPER, Free
14. WHITE LION, Wait
15. WINGER, Seventeen
16. DOKKEN, Just got lucky
17. LYNCH MOB, River of love
18. SKID ROW, I remeber you
mercoledì 9 aprile 2014
Inter - Udinese, trent'anni dopo
Era l'8 di maggio del 1983, l'Inter disputava l'ultima di campionato al Meazza contro l'Udinese (il torneo si sarebbe definitivamente concluso la domenica successiva, con la trasferta di Catanzaro). L'anno succedeva all'epocale vittoria azzurra al Mundial di Spagna ma il contrappasso per i tifosi della Beneamata era stato una delle tante stagioni anonime della squadra nerazzurra: con lo spogliatoio lacerato dai clan interni, già in inverno eravamo fuori da corsa scudetto e coppa UEFA.
La società, in occasione della conclusione della serie A e vista la disaffezione dei tifosi, decide allora di aprire i cancelli ai ragazzi entro i quattordici anni (al prezzo simbolico di cento lire) per provare a riempire gli spalti e fidelizzare i supporters del futuro. Tra loro, non senza un po' di timore reverenziale, debuttavo anch'io insieme all'amico d'infanzia Giorgio.
Per dire delle piccole magie di questo sport, ancora oggi, a distanza di tre decenni, i ricordi di quella giornata restano indelebili, nonostante l'irrilevanza dell'incontro e la pochezza tecnica della squadra.
Quel giorno, in totale disprezzo alla primavera inoltrata, il pomeriggio era buio e pioveva a dirotto, ed essendo San Siro ancora privo della copertura (e del terzo anello), si assisteva alle partite completamente esposti alle intemperie. Ricordo distintamente che mentre tenevo il braccio all'insù per reggere l'ombrello, quello del mio vicino di posto gocciolava tenacemente, per tutta la durata della partita, all'interno della mia manica, lasciandomi alla fine dei novanta minuti una busta di pioggia condensata all'interno del gomito del giubbetto.
Per quello che riguarda il campo, l'Udinese passò subito in vantaggio con Gerolin, mentre i nostri erano inconcludenti e di norma tendevano a non passarla mai a Juary, il piccolo brasiliano che festeggiava i gol con un balletto attorno alla bandierina del corner, nonostante l'elegante e reiterato invito dagli spalti ("daghela al negheeer!!!") li invitasse a farlo. Così, quando all'inizio del secondo tempo fu proprio lui ad insaccare il pareggio, fummo in molti a pensare si trattasse della giusta punizione all'arroganza di quel manipolo di debosciati. Da lì in avanti le squadre si accontentarono del risultato e il match si trascinò stancamente alla conclusione. Nonostante tutti gli elementi della giornata avrebbero portato una persona normale ad abbandonare questo sport per dedicarsi a qualcosa di più sensato, per un ragazzino di quattordici anni, alla sua prima esperienza alla Scala del calcio , il danno era invece irrimediabilmente fatto e avrebbe prodotto guasti per gli anni a venire.
Non ho potuto evitare di ripensare a quel giorno quando, un paio di settimane fa, il solito amico intrallazzone mi ha regalato due biglietti ("così vai con tuo figlio") per Inter - Udinese di giovedì 27 marzo, posticipo serale del 31esimo turno infrasettimanale di campionato.
Premesso che a Stefano il calcio interessa quanto potrebbe interessargli una rassegna sul cinema sovietico, al punto che non ha mai seguito una partita per più di tre secondi di fila nemmeno alla televisione, pensavo che rimbalzasse con sdegno la mia proposta, e invece, non solo ha l'ha accettata al volo, ma si è progressivamente caricato d'entusiasmo mano a mano che la data si appropinquava.
Così, verso le 18 di giovedì, con lo zaino pieno di cibarie che nemmeno dovessimo fare la gita di pasquetta fuori porta, eravamo sulla circonvallazione interna di Milano, dopo un tempo biblico bloccati nel traffico stavamo parcheggiando ad una distanza siderale dal Meazza e giusto sull'annuncio delle formazioni prendevamo posto e cominciavamo ad addentare i nostri panini con un occhio alle squadre che entravano sul terreno di gioco.
Dopo pochi minuti è parso evidente che la partita, analogamente a quel giorno di trentuno anni fa, avrebbe oscillato tra l'ammorbante e l'irritante, con l'ulteriore aggravante di non aver prodotto nemmeno un gol (il risultato finale sarà infatti di 0-0), ma Stefano si è comunque appassionato al contesto: la grandiosità dello stadio, il prato verdissimo, i giocatori a pochi metri (eravamo al primo anello sotto i Boys); l'hot dog dei baracchini, i tifosi dell'Inter che a seconda dei momenti passavano dal disfattismo più totale all'esaltazione più inspiegabile. Ad ogni parolaccia che volava poi (e, come potete immaginare non ne volavano poche) mio figlio realizzava non senza soddisfazione che quel luogo era una sorta di zona franca dell'epiteto e questa consapevolezza gli stampava sul viso un sorriso di soddisfatta, sorniona complicità. Non sono mancati scambi con gli altri tifosi: il migliore di tutti se l'è aggiudicato il mio vicino di posto quando, di rimando al mio tentativo di spiegare alla prole che le partite di calcio non erano tutte così noiose, replicava sardonico "Quelle dell'Inter sì".
Avrei voluto che il debutto da interista di Stefano facesse da miccia ad una passione travolgente per il calcio, un pò come per il giovanissimo alter-ego di Hornby in Febbre a 90, che avvenisse al cospetto di una partita esaltante, una vittoria impetuosa, gol a raffica e campioni indimenticabili, ma in fondo il mestiere di interista è quello di avere spesso davanti una squadra mediocre, farcita di giocatori sopravvalutati, che fa soffrire tanto e che porta a lamentarsi in continuazione.
E allora, che diventi un ultras da stadio o un appassionato di danza classica, è bene che cominci presto ad abituarsi al pane duro che di norma rappresenta il mestiere di tifoso dell'Inter ed inizi a fare scorta di Maalox.
lunedì 7 aprile 2014
Scorpions, MTV Unplugged in Athens
Visto che da tempo non ho più una dignità da difendere, lo confesso candidamente: gli Scorpions rappresentano uno dei miei tanti guilty pleasures. E non mi riferisco al primo periodo della band (1972/1977), che quelli con la puzza sotto il naso sostengono essere il migliore, ma quello successivo, dei riffoni, dei refrain irresistibili, delle ballate e del mainstream metal. Quello, per intenderci, che va da Lovedrive (1979) a Crazy world (1990) passando per World wide live.
A ciò aggiungiamo l'altrettanto intensa passione per i dischi acustici e converrete con me che proprio non potevo esimermi dall'ascolto di questo MTV Unplugged in Athens, uscito a novembre dell'anno scorso in formato video e cd, che ci consegna un'eccellente performance degli arzilli tedeschi, a loro agio con spazzole e chitarre acustiche tanto quanto lo erano quando formavano la piramide umana all'acme dei loro show elettrici. Tra le altre cose, alla faccia della coerenza (avevano dichiarato che Sting in the tail sarebbe stato il loro ultimo album con materiale nuovo), nella tracklist sono presenti ben cinque brani inediti (dai quali emerge con vigore Rock and roll band ).
Per il resto sfila autocelebrativo il carosello dei loro pezzi più acclamati, in versioni riarrangiate per l'occasione ma sempre estremamente riconoscibili. I lenti si coniugano più facilmente con le atmosfere ovattate (Send me an angel; Still loving you; In trance), ma anche le tracce più toste beneficiano del trattamento a spina staccata: Sting in the tail;Passion rules the game; Hit between the eyes; Blackout e l'immancabile Rock you like a hurricane suonano infatti credibili e rinvigorite. Peccato non aver trovato un piccolo slot per Bad boys running wild, uno dei miei anthem preferiti del combo teutonico.
Simbolica infine la scelta della location. Dare visibilità al Paese vittima per antonomasia della spietatezza delle politiche dell'Unione Europea, è un gesto che difficilmente può passare per casuale, soprattutto se arriva da una band proveniente dalla stessa terra della Merkel.
venerdì 4 aprile 2014
The Walking Dead, season 4
The Walking Dead se ne frega. Delle critiche sulla qualità della serie, delle ironie sui dialoghi, delle perplessità sugli sviluppi della storia; delle accuse di inconcludenza cronica.
Tira dritto per la sua strada e, come spesso accade, più la critica lo stronca, più il successo di pubblico aumenta. In questo caso fino a fare di questa fiction un vero e proprio fenomeno televisivo, con picchi di ascolto che, negli USA, raggiungono sovente i quindici milioni di spettatori.
E allora almeno un merito ai produttori di questa serie dobbiamo riconoscerlo: quello di aver azzardato il rilancio del filone "morti viventi", che sembrava avere ormai da tempo dato tutto quello che aveva da dare e che invece non solo ha pagato, ma è arrivato anche ad alimentare un nuovo, imprevedibile, volano multimediale (cinema, gaming, comics) sul tema zombies.
Poi certo, lo show non è avulso da intoppi: la trama si avvita spesso su se stessa (come ho già avuto modo di commentare in altri luoghi, la dinamica standard prevede: separa il gruppo/riunisci il gruppo/fagli trovare un luogo sicuro/scacciali dal luogo sicuro/ammazza qualche protagonista/fai tornare qualche personaggio creduto morto) ed è evidente che gli accadimenti spalmati nei sedici episodi potrebbero tranquillamente essere condensati nella metà del tempo, ma in fondo questo è un difetto attribuibile a quasi tutti i serial e comunque non tutti i fill-in (gli episodi cioè che potrebbero anche essere rimossi senza perdere lo sviluppo della trama) sono una noiosa perdita di tempo, come invece si sostiene quasi ovunque. A volte l'introspezione dei personaggi diventa l'elemento di fidelizzazione vincente con i characters, e questo le menti dietro a The Walking Dead l'hanno capito bene.
Entrando sinteticamente nel dettaglio della stagione: si chiudono le storyline del Governatore (non senza il rammarico per la rinuncia ad un villain controverso e riuscito) e dell'esperienza di vita all'interno delle mura sicure della prigione; come accennavo in precedenza si torna poi a sparigliare il gruppo con il leader Rick Grames ferito nel fisico e fiaccato nello spirito, che cerca un rifugio per se stesso e per il figlio; si introducono superstiti umani sempre più spietati che cercano di trarre vantaggio attraverso violenza e sopraffazione dall'anarchia totale che si è scatenata nel mondo.
Il cliffhanger conclusivo è di quelli bastardi, di quelli, anche se saranno in pochi ad ammetterlo pubblicamente, che ti fanno trattenere il fiato fino alla stagione successiva.
Che guarderemo tutti per poi lamentarcene puntualmente sulle bacheche virtuali della rete.
Tanto alla fine The Walking Dead se ne frega e tira dritto per la sua strada.
giovedì 3 aprile 2014
MFT, marzo 2014
ALBUM
Johnny Cash, Out among the stars
Eric Church, The outsiders
Riccardo Sinigallia, Per tutti
Slackeye Slim, El santo grial: la pistola piadosa
Level 42, Sirens
Aloe Blacc, Lift your spirit
Hellbound glory, Old highs new lows
Robert Cray Band, In my soul
AA/VV, Inside Llewyn Davis (soundtrack)

Musicalmente sto attraversando un periodo di retromania talmente intenso che, per dire, sul lettore mp3 ho creato tre giga di cartella denominata classix, nella quale ho infilato una trentina di album "della vita" che assecondano un unico requisito: contengono tutti pezzi che sono in grado di cantare dalla prima all'ultima strofa.
Davanti a tali premesse, la lista di marzo che segue, ad eccezione dell'ascoltatissima soundtrack di A proposito di Davis, è più che altro una traccia, dalla quale ho spesso derogato.
Davanti a tali premesse, la lista di marzo che segue, ad eccezione dell'ascoltatissima soundtrack di A proposito di Davis, è più che altro una traccia, dalla quale ho spesso derogato.
Grande attesa, in compenso, per l'uscita (prevista per il 21 aprile) di Back to the camper, il nuovo album di Bob Wayne.
Johnny Cash, Out among the stars
Eric Church, The outsiders
Riccardo Sinigallia, Per tutti
Slackeye Slim, El santo grial: la pistola piadosa
Level 42, Sirens
Aloe Blacc, Lift your spirit
Hellbound glory, Old highs new lows
Robert Cray Band, In my soul
AA/VV, Inside Llewyn Davis (soundtrack)
SERIAL
Ho terminato giusto l'altro giorno la quarta stagione di The Walking Dead; dopo una maratona di due stagioni consecutive sono in dirittura di arrivo per House of cards, e infine mi sto gustando il magico equilibrio tra dramma e commedia di Orange is the new black. Inutile sottolineare che l'attesa per la quarta stagione di Game of thrones, che partirà in USA tra pochi giorni, si fa insostenibile.
LIBRI
La buona notizia è che, dopo un lungo periodo di inattività, sono finalmente riuscito ad re-ingranare con la lettura e addirittura viaggio anche spedito. Dopo la bio di Johnny Cash e Il pettirosso di Nesbo, ho ripreso La verità sul caso di Henry Quebert, con la massima determinazione a portarlo a termine.
martedì 1 aprile 2014
Captain America: The Winter Soldier
Noi matusa abbiamo dovuto farcene una ragione: qualcuno ha deciso che le denominazioni italiane dei super-eroi Marvel non andavano più bene. Dovendo già subire lo scherno di mio figlio di nove anni quando m'incisto a chiamare Spider-Man l'Uomo Ragno, speravo, almeno con Capitan America, vista la quasi totale analogia con la denominazione originale, di andare sul sicuro e invece niente, anche qui interviene la globalizzazione: il vendicatore a stelle e strisce pure da noi si appella Keptain. E vabè, me ne farò una ragione.
Digressione linguistica a parte, sono abbastanza soddisfatto dal sequel della saga di Cap (qui la recensione del film precedente), soprattutto per quanto concerne le parti d'azione nelle quali emerge la capacità della produzione di ricalcare i movimenti e le strategie di combattimento che erano la caratteristica delle strisce del Capitano. Da questo punto di vista la sequenza nella quale Steve Rogers abbatte, da solo, un futuristico aereo da guerra che tenta di bloccargli il cammino sono da standing ovation. Apprezzabile anche l'idea di inserire Falcon, pard fumettistico del Capitan America degli anni settanta, quando la casa delle idee (la Marvel) cominciava a recepire i cambiamenti in atto nella società USA orientandosi ad inserire quote di negritudine tra i buoni dei propri albi, effettivamente fino a quel momento piuttosto biancheggianti. Per quanto concerne la storia, bene il ritorno di Bucky, bene l'Hydra infiltrata ai massimi livelli delle istituzioni e il "ritorno" di Zola, bene persino un Redford con il pilota automatico che porta comunque a casa la pagnotta. Non basta invece tutta la sospensione dell'incredulità del mondo per farsi piacere Vedova Nera/Scarlett Johansson, ma ormai si tratta di un problema noto.
Recensione al volo di Stefano, durante la proiezione:
- Questo è il film del mese!
io: - Solamente?-
- Va bè, film dell'anno! -
io: - Guarda che il mese prossimo esce Spider-Man 2, eh
- Allora film dell'anno...Fino ad oggi!
martedì 25 marzo 2014
James Ellroy, Il sangue è randagio
James Ellroy ha rischiato seriamente di impazzire mentre scriveva questo libro. Conoscendo l'autore e dopo aver letto il romanzo, non fatico a crederlo.
Il sangue è randagio chiude, a quasi quindici anni dall'imperdibile American Tabloid e a otto dal validissimo Sei pezzi da mille, la Underworld USA Trilogy, sorta di biografia che copre vent'anni di storia della nazione più influente al mondo, dalla metà dei cinquanta agli inizi dei settanta, sotto il denominatore comune delle manovre paranoiche di J. Edgar Hoover, capo dell'F.B.I. per qualcosa come mezzo secolo.
C'è del vero nella critica che molti muovono a Ellroy (il mio scrittore preferito, nel caso a qualcuno non l'abbia ancora detto) in merito alla flessione delle sue opere, ma credo che molto dipenda dalle aspettative mostruose nei riguardi di uno che ha scritto pietre angolari della letteratura noir americana, come la trilogia del tenente Hopkins (Le strade dell'innocenza; Perché la notte; La collina dei suicidi) e la tetralogia di L.A. (Dalia nera; Il grande nulla; L.A. Confidential; White jazz), massimo esempio in cui il genere pulp si coniuga con il romanzo storico, oltre I miei luoghi oscuri, una delle più spietate e avvincenti autobiografie mai pubblicate
Scorrendo le pagine del romanzo il tormento passato dallo scrittore nel corso del processo creativo e gli alti e bassi dell'ispirazione attraversati durante gli otto anni di gestazione dello scritto balzano agli occhi di un lettore attento ed affezionato.
Il sangue è randagio comincia male. Si riconoscono benissimo i meccanismi narrativi di Ellroy, ma è come se filtrassero attraverso una lente che ne deforma i connotati, rendendoli quasi una parodia degli spunti migliori dello scrittore. Ne deriva che la partenza mette a dura prova anche la fidelizzazione più tenace (come già testimoniato). Si riprendono i fili narrativi delle vite di Wayne Tedrow jr e Dwight Holly, rispettivamente alla loro seconda e terza apparizione, e dei loro rapporti con Howard Hughes e J.E. Hoover, si introduce soprattutto il personaggio di Don Crutchfield, tipologa ricorrente di character che riassume in sè diversi aspetti della gioventù border line di Ellroy stesso.
Superata questa prima fase un pò zoppicante, nella sua ampia parte centrale il libro ingrana, in corrispondenza con i tentativi di mafia e F.B.I. di trovare un porto sicuro per riciclare i soldi sporchi una e continuare a reprimere la nascente minaccia comunista in quella zona geografica gli altri, a seguito della caduta di Cuba e dell'avvento di Castro. La Repubblica Dominicana del dittatorello di turno e la spaventosamente povera Haiti danno in questo senso le garanzie giuste. E' qui che si torna ad appassionarsi all' Ellroy che ci aveva letteralmente stregato con il suo stile di scrittura, i suoi intrighi, la sua violenza, la feroce lucidità delle sue storie. Nell'ultima parte del romanzo purtroppo l'autore torna a smarrirsi, portando una storia complessa e stratificata ad una soluzione affrettata, poco convincente.
Ad ogni modo le traiettorie di Tedrow jr e Holly, tra doppi giochi e pericolosi ripensamenti morali, non tradiscono le migliori tradizioni di imprevedibilità di Ellroy, che qualcosa ha sicuramente insegnato a George R.R. Martin sull'essere spietato con le sue migliori creature. Meno a fuoco risultano i personaggi femminili, nonostante lo sforzo dello scrittore di riservargli un ruolo centrale, mentre il protagonista più emozionante, quello che meglio asseconda il processo di evoluzione ellroyano, è senza dubbio Don Crutchfield.
Un romanzo di James Ellroy è per me sempre un'esperienza totale. Un viaggio che lascia strascichi profondi anche diversi giorni dopo la sua conclusione e persino quando, come in questo caso, si rivela accidentato e dall'orientamento non sempre definito. Non capisco quanto il merito di questa affezione sia da attribuire al talento dell'autore e quanto invece ai semi dei suoi lavori migliori, germogliati e radicati nel mio immaginario.
Certo è che con Il sangue randagio si chiude una fase creativa di James lunga quasi tre lustri.
Quella che va ad aprirsi dovrà chiarire definitivamente se uno degli autori americani più grandi del nostro tempo, come lo definisce il L.A. Book Review, sappia tornare ai suoi fasti o rassegnarsi ad un dignitoso declino.
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