lunedì 20 giugno 2011

Surviving. Against the odds







Saxon



Call to arms (Militia Guard Music, EMI, UDR), 2011






Non vengono elaborate aggressive strategie di mercato, non c'è alcun hype nè agguerriti comunicati stampa ad accompagnare le nuove uscite discografiche dei Saxon. A differenza di Iron Maiden, Motorhead e Judas Priest, loro compagni d'avventura e teste di ponte nella NWOBHM di oltre trent'anni fa,gli album del gruppo di Byford escono da almeno quattro lustri ad intervalli di due-tre anni uno dall'altro, nell'indifferenza pressochè assoluta del mercato.


La tradizione è pienamente rispettata per Call to arms, lavoro numero diciannove del combo inglese. Il disco è comparso il 23 maggio nei negozi virtuali e l'unica promozione di cui ha goduto è quella che la band si è fatta da sè, suonandolo in tour.


Onestamente però, a 'sto giro non posso parlare di superficialità dei media o di colpevole disattenzione da parte degli addetti ai lavori.


L'album è infatti dignitoso ma francamente prescindibile. Dieci i brani, più uno, quello che dà il titolo all'opera, proposto in due versioni. Il meglio è probabilmente rappresentato da Back in 79, un mid-tempo per cui è facile prevedere fortune dal vivo, vista la sua predisposizione al sing-along e all'interlocuzione con il pubblico, aspetto che da sempre Biff predilige.


Di ciò che resta salverei Call to arms, ballata in crescendo, prevedibile ma abbastanza suggestiva, When doomsday comes (tratta dalla ost del film Hybrid Theory) e l'autobiografica (ma un pò tutto il disco è in questo senso un'orgogliosa autocelebrazione) Surviving against the odds.


Al di là della mera valutazione artistica comunque, da sentimentale quale sono, non posso che espriemere gioia davanti alla testardaggine di una band che potrebbe vivere di rendita e che invece non molla di un centimetro rimettendosi sempre in gioco, così come non posso che sorridere compiaciuto quando ascolto Byff Byford che anno dopo anno cerca sempre di lanciare il cuore, pardon la voce, oltre gli ostacoli del tempo.













domenica 19 giugno 2011

When the change was made uptown and the Big Man joined the band...





Ho fatto una ricerca per immagini su Google. Non ci sono molte foto recenti del Big Man. Le più lo ritraggono venti,trent'anni fa, statuario a fianco di Springsteen o nelle take, ufficiali o scartate, della cover di Born to run. Forse è meglio così. Ultimamente le gambe faticavano a sostenere il suo peso e spesso doveva aiutarsi con un bastone o con una sedia a rotelle. E invece per noi Clarence Clemons è l'indistruttibile gigante soul, l'unico nero in un gruppo di bianchi, la rappresentazione iconografica di una band, una leggenda, un valore aggiunto che andava molto al di là dei suoi contributi artistici.E' Tenth Avenue Freeze-Out.



Nell'incertezza delle notizie che arrivavano dagli USA non mi ero reso conto che la sua situazione clinica fosse così grave. Nonostante l'età (la mia) e l'inevitabile cinismo galoppante, il dolore è grande. R.I.P.




"When the change was made uptown
And the big man joined the band
From the coastline to the city
All the little pretties raise their hands
Im gonna sit back right easy and laugh
When scooter and the big man bust this city in half "


(10th Avenue Freeze-Out)

sabato 18 giugno 2011

Album o' the week / The Style Council, The singular adventures (1989)





Poco dopo lo scioglimento dei seminali Jam, Paul Weller mise su il progetto Style Council in duo assieme al tastierista Mick Talbot. Lo stile dei primi dischi era un pop sofisticato, con sfumature jazz, che raggiunse comunque un grande successo in Inghilterra. A seguire il gruppo si spostò più in ambito pop-soul con qualche puntata, grazie ad un intenso rapporto con le operazioni di remix dei brani, nella dance. La vita degli Style Council si consumò tutta tra l'inizio e la fine degli ottanta, quattro album e una manciata di singoli ed EP's. La raccolta di singoli che propongo è molto salomonica nel percorrere la carriera del duo e rappresenta un'opportuna introduzione al loro sound, ma la mia preferenza va agli esordi di Introducing the Stile Council (EP), Cafè bleu e Our favorite shop.

venerdì 17 giugno 2011

Catalogami questo! / 13

Visto che l'ho recentemente citato in merito a La pistola y el corazon dei Los Lobos, oggi approfondisco lo stile tejano.

Innanzittutto con il termine tejanos si indicano gli abitanti del Texas aventi origine ispanica o latino-americana, che sono circa il 35% della popolazione totale.

In ambito musicale il tejano, o tex mex, è una musica folk che nasce proprio dalla contaminazione dei popoli latini e americani nel Texas centromeridionale. Le sue origini sono radicate addirittura nella metà del 1800, quando emigranti tedeschi, polacchi e cechi introdussero la musica delle loro tradizioni (polka, walzer) all'interno della cultura messicana.



I suoi interpreti più recenti, che hanno commercializzato con successo il genere, rispondono ai nomi di La mafia, Selena, Jay Perez, Jennifer Pena. Mentre i Texas Tornados rappresentano bene la componente americana del genere, più rock'n'roll oriented.



mercoledì 15 giugno 2011

Relationship's dummies

Nonostante negli ultimi anni abbia fatto passi da gigante, i rapporti interpersonali continuano ad a non essere, per usare un eufemismo, il mio punto di forza. E dico in generale, eh, sfera familiare inclusa. A volta ho la sensazione di non azzeccarla neanche per sbaglio. Di aver bisogno di un bignami, una guida pratica, essenziale, a consultazione rapida, possibilmente a prova di stupido. Non so, tipo quelle della collana "for dummies". Vabbeh.



martedì 14 giugno 2011

Hold on

Clarence Clemons, 69 anni, uno dei componenti della celebre E Street Band di Bruce Springsteen è stato colpito da un ictus nella sua casa in Floirda. Lo riferisce la rivista "Rolling Stone" secondo la quale non sarebbe ancora nota la gravità delle sue condizioni. L'ultima apparizione di Clemons al fianco del Boss risale a dicembre.




Riporto la notizia per il profondo affetto che mi lega, che lega tutti i fan storici di Springsteen, al Big Man, fratello di tante notti passate ad ascoltare in cuffia dischi clandestini registrati dal vivo in bassa fedeltà. Per il resto come ho già detto, la E Street è artisticamente morta da una decina d'anni. Hold on Clarence.

La luce nell'oscurità





Flogging Molly


Speed of darkness, 2011 (Borstal Beat Records)




Mi è venuto un mezzo coccolone quando ho sentito Don't shut 'em down, il singolo che ha anticipato il nuovo lavoro dei Flogging Molly. Dell'irish-punk che ha contraddistinto la storia della band non c'era traccia. Al suo posto un west coast punk moderno, rieccheggiante in modo pericoloso i Green Day.



Poi è arrivato l'album e mi sono ricreduto. Anzi, l'ho fatto solo in parte. Perchè Speed of darkness effettivamente continua nell'operazione iniziata con il precedente Float, nel quale chitarra elettrica/basso/batteria avevano cominciato a relegare in secondo piano banjo/violino/flauto che fino ad allora tiravano il sound degli irlandesi-californiani (si pensi a quel delirio di Drunken lullabies, canzone e album).

La band di Dave King in realtà non ha eliminato quegli strumenti, li ha solo nascosti, annacquati nella caciara elettrica,diluiti come si fa con l'acqua in un whiskey troppo forte, allo scopo farlo bere anche ai fighetti, cambiato le proporzioni del cocktail. Nell'obiettivo di allargare il proprio pubblico, diversificare.



I primi quattro brani del disco (in particolare la title track, Revolution e il già citato Don't shoot 'em down)) sono quindi per loro, gli ipotetici nuovi fans. E, al netto della premessa, non sono neanche male, intendiamoci. Ma è con The power's out, traccia numero cinque, che comincio a scaldarmi. Anzi, a dir la verità mi eccito proprio di brutto. Eccola qui la semplice grandezza che ricordavo. Un pezzo costruito sui tempi di una solenne marcia, con un giro di cornamusa che si alterna al cantato e ti spinge a maldestre esibizioni di giga irlandese. Estasi.

L'accordatura del violino cambia in Saints and sinners, è inconfondibile il mood tzigano (in chiave Gogol Bordello) del refrain. Convincente anche So sail on, la prima delle ballate del disco. In tema di pezzi lenti il meglio è sicuramente rappresentato da The cradle of human kind, per buona parte strutturata solo su voce, pianoforte e violino, anche se la ballata country a due voci A prayer for me in silence, con le sue suggestioni da grandi spazi verdi, si difende bene.

Superate le diffidenze iniziali, alla fine il giudizio complessivo è ampiamente positivo, al saldo, da una parte, di una manciata di pezzi superlativi (The power's out su tutti) e dall'altra di qualche concessione al mainstream. Peccato non riuscire a vederli (sarebbe stata la terza volta - qui e qui le precedenti - ) domani al rock in Idro.






lunedì 13 giugno 2011

E andiamo!





Ci sarà tempo per le analisi e seghe mentali di cui siamo bravissimi a sinistra.


Per ora sono felice e va bene così.

Cera vs giacchetto







Qual'è il particolare del primo (1984) Karate kid che resiste nella memoria collettiva all'usura del tempo? Esatto, proprio quel "metti la cera, togli la cera", che negli anni è diventato addirittura un tormentone.


Ebbene, nel rifacimento dell'anno scorso, fortemente voluto da Will Smith per regalare il ruolo da protagonista al figliolo, lo sforzo più grande che gli autori hanno fatto è stato mutare quella scena che rappresentava le basi della formazione al karate, in un "metti il giacchetto, togli il giacchetto", che sostiene in pratica mezza sceneggiatura.


Per il resto che dire? Il tema dell'azione si sposta dalla California a Pechino e questo almeno ci permette qualche buono scorcio di fotografia. In più c'è Jackie Chan nel ruolo del tormentato maestro di Dre (Jaden Smith, che comincia a somigliare anche nelle espressioni in maniera impressionante al papà), per il quale è tale la simpatia che si evita di buttargli la croce addosso.


Il film è in sostanza destinato ad un pubblico di ragazzini. Infatti Stefano è stato talmente rapito dalla storia che alla fine ha tentato di sperimentare su di me qualche mossa di kung-fu. Rassicuro tutti: ne siamo usciti entrambi illesi.

domenica 12 giugno 2011

sabato 11 giugno 2011

Album o' the week / Los Lobos, La pistola y el corazon (1988)






Nel 1988 i Los Lobos, che avevano cominciato a guadagnarsi una solida posizione di rispetto nel panorama rock americano e che addirittura erano balzati all'attenzione mondiale grazie alla cover de La bamba per il film su Ritchie Valens, decisero di approfondire la parte della loro musica attenente le tradizioni messicane. Così, dopo il lontano esordio in castigliano e dopo aver inserito alcune autentiche perle nei loro dischi precedenti (mi limito a citare Prenda del alma - italianizzata poi da Capossela in Ovunque proteggi - in By the light of the moon e Serenata nortena in How will the wolf survive?), decisero di comporre un intero album tributo alla musica mariachi e tejano.

Il risultato è La pistola y el corazon. Nove pezzi tra i quali spiccano la drunken song Estoy sentado aquì, La guacamaya, El gusto e il pezzo che dà titolo all'album. Un viaggio che resta affascinante anche dopo tanti anni.

giovedì 9 giugno 2011

Catalogami questo! / 12

L' hill country blues è un genere appartenente ad una regione del Mississippi chiamata Holly Springs ed è un tipo di blues costruito su pochi accordi e strutture non convenzionali della forma canzone con in genere un forte accento sul groove e sui ritmi sostenuti della melodia. Il genere ha cominciato ad avere visibilità nei primi novanta grazie ai suoi esponenti più noti, R.L. Burnside e David Junior Kimbrough.


mercoledì 8 giugno 2011

Oh no! Hanno ucciso Garfield!




Cerco di sfruttare ogni occasione per portare Stefano al cinema. Dal canto suo, lui ci viene sempre con entusiasmo e a me piace l'idea di trasmettergli questa passione. Tra l'altro negli ultimi tempi sta cominciando ad apprezzare maggiormente i film "in carne ed ossa", come li chiama lui, e le storie nella loro completezza, tenendo botta anche sulla lunga durata. Di questo però parlerò più avanti, visto che ho diversi titoli visti insieme da commentare. Oggi vorrei dire del lato negativo di questa mia tendenza a portarlo al cinema anche a prescindere dalla bontà dei film proposti.



Questo Garfield per esempio è una schifezza. Hanno sviluppato una storia che sarebbe potuta venire buona per qualunque soggetto e l'hanno appiccicata addosso al simpatico gatto arancione. Peccato che il suo ruolo in questa avventura di fantascienza, con le caratteristiche del personaggio (pigrizia, egoismo e fame atavica), non c'azzecchi nulla. Ma proprio nulla eh.








Ci rifaremo con l'attesissimo seguito di Cars, in uscita a fine mese.

martedì 7 giugno 2011

Southern comfort




North Mississippi Allstars

Keys to the kingdom (IRD, 2011)




Mi capita spesso di parlare di musica che affonda le sue radici nella tradizione americana. Folk, country, blues, soul. Americana (inteso come genere), appunto. Chi sa dove vado a parare, se non ha interesse per il genere, probabilmente mi molla dopo un paio di righe del post per dedicarsi ad altro. Ecco, mi spiacerebbe se ciò avvenisse per questo disco dei North Mississippi Allstars, perchè i ragazzi hanno probabilmente realizzato il lavoro più maturo della loro già intensa carriera musicale.

La band è guidata dai fratelli Luther e Cody Dickinson, figli del noto produttore e musicista Jim, che ha lavorato tra gli altri con Dylan, Stones e Ry Cooder. E' proprio nel ricordo del padre, scomparso nel 2009, che la band ha realizzato Key to the kingdom.

Il rock-blues venato di southern e di rhythm and blues, mission prevalente della ragione sociale NMAS, è qui espresso ai suoi massimi livelli. Musica calda, sinceramente appassionata, coinvolgente, allo stesso tempo ruvida come whiskey di contrabbando e morbida come seta . Espressione del mix di tradizione e contaminazione di culture del meridione d'America al quale da europei siamo affezionati (vabbeh parlo per me).




Le tappe di questo viaggio sono l'iniziale This a'way, la delicata How i wish my train would come, l'intrepretazione di Stuck inside the mobile with the Memphis blues again di Dylan, la festosa Jellyrollin' all over heaven.


Nel mezzo, ad impreziosire ulteriormente il tutto, la voce e la chitarra di due ospiti d'eccezione. Mavis Staples nel vibrante gospel/soul Meeting e la Fender di Ry Cooder che presta il suo inconfondibile stile per Ain't no grave.


Sarà anche l'amore per luoghi troppo idealizzati che magari nemmeno esistono più nella realtà sociale americana, ma quando le roots della musica degli States è espressa a questi livelli, è difficile non rimanerne affascinati.






lunedì 6 giugno 2011

Boris, stagioni 1,2 e 3






Al termine dell'ultima puntata dell'ultima stagione (complessivamente parlando la numero 42), lo stagista Alessandro (Alessandro Tiberi) propone ad Arianna (Caterina Guzzanti), aiuto regista, un progetto: una serie semi-autobiografica sulla loro esperienza sul set. Una storia che parli del regista, degli attori,della troupe, della produzione, della rete televisiva. Lei risponde algida "a chi vuoi che interessi, è una roba da addetti ai lavori".

Ebbene, contrariamente a quanto, in maniera molto ironica, gli autori hanno fatto dire al personaggio di Arianna, la serie tv Boris (un progetto di Sky) è risultata essere una delle più apprezzate e riuscite nel panorama televisivo italiano degli ultimi tempi.

La storia si svolge sull'immaginario set de Gli occhi del cuore, una soap italiana tra le tante che impestano la televisione. Qui il lavoro viene svolto a catena di montaggio e tra tempi ristretti e atteggiamenti da star degli attori, è quasi sempre buona la prima. Il regista è Renato Ferretti, ex giovane di talento, oggi paraculo che per pigrizia e necessità si trova a dirigere prodotti da elettroencefalogramma piatto. I suoi gesti con le dita, le sue parole d'ordine (l'ormai leggendario dài, dài,dài!!!) si ripetono come mantra nei capannoni della produzione.

Nella prima stagione familiarizziamo con i personaggi, con le dinamiche da caserma (peggio, da schiavitù) del set, con le bizze di Corinna (Carolina Crescentini), protagonista femminile che per la qualità della sua recitazione è "affettuosamente" chiamata cagna da Ferretti, con gli esiti incerti dell'auditel, con il direttore di rete Diego Lopez (Antonio Catania). Nella seconda l'ingerenza della politica si fa più forte, entrano nuove star nella soap, figlia di un potente industriale una, conturbante coatta l'altra. Sopratutto c'è Corrado Guzzanti che interpreta i ruoli di uno psicopatico attore riluttante a proseguire con la soap e del suo prete-manager. Anche se in qualche momento si ha l'impressione che maramaldeggi un pò troppo, entrambi i personaggi varrebbero da soli la visione della stagione. Nella season three, irrompe la qualità. Basta soap, si fa fiction all'americana, il nuovo, ambizioso progetto è Medical Dimension. Il picco è a mio avviso nelle prime due puntate, nella quali Renè, provvisoriamente senza lavoro, decide di fare un programma per la concorrenza (leggi mediaset). Ebbene, laddove il set della rete pubblica è scalcagnato e sempre a corto di fondi, quello della concorrenza è faraonoico, mezzi all'avanguardia, produzione che pensa a tutto, dalla coca per Duccio alle escort nella stanza d'albergo. E' in questa parte che la parabola della storia d'amore tra Alessandro e Arianna ha la sua fugace traettoria, a causa di una tremenda incompatibilità politica tra i due.

Numerosi i camei spalmati nelle tre stagioni, cito almeno Giorgio Tirabassi, Laura Morante, Sergio Sorrentino, Sergio Brio e Valerio Mastandrea. Il theme d'apertura e chiusura è degli Elii.


Due, a mio avviso gli spunti vincenti della serie. Il primo è che, dietro le vicende di una troupe televisiva della Rai (non la si nomina esplicitamente, ma è chiaro che la rete a cui si fa riferimento è quella pubblica), di per sè divertenti, si torna a fare satira sociale, a mostrare l'italiano medio prepotente coi deboli e ossequioso coi forti. A fotografare cioè in modo corrosivo la borghesia italiana, analogamente a quanto facevano (anche in rai) trenta-quarant'anni fa Luciano Salce, il primo Paolo Villaggio, il miglior Alberto Sordi.

Il secondo sono i personaggi. Raramente si vede in un prodotto televisivo un gruppo di characters così riusciti (tutti!) ed incisivi. La serie è quello che si dice un lavoro corale, il protagonista dovrebbe essere Alessandro, ma spesso passa in secondo piano. Certo, Renè Ferretti (Francesco Pannofino) ha un ruolo centrale nella storia, ma il tutto non si reggerebbe senza Duccio Patanè (Ninni Bruschetta), direttore della fotografia cocainomane incallito, Stanis La Rochelle (Pietro Sermonti), il divo del cast,superlativo nel suo narcisismo; Sergio Vannucci (Alberto Di Stasio) intrallazzatissimo direttore di produzione; Nando Martellone (Massimiliano Bruno) il becero comico televisivo; Augusto Biascica (Paolo Calabresi) capo elettricista, lo strepitoso gruppo degli sceneggiatori debosciati (Sartoretti, Aprea, De Lorenzo) e via via tutti gli altri.
Ognuno di loro contribuisce con una battuta (a decine quelle memorabili, impossibile citarne solo qualcuna) con uno o più tormentoni, con il reiterarsi delle situazioni a costruire il successo del telefilm.


Nel pastone d'idee che ci propinano ormai da tempo i palinsensti di Rai e Mediaset, non è un caso che le migliori intuizioni della tv moderna (Boris come Romanzo Criminale) nascano su di una piattaforma a pagamento. Ci penso ogni volta che, da vent'anni a questa parte, pago il canone, per la miseria.

sabato 4 giugno 2011

Album o' the week / Les Negressess Vertes, Famille nombreuse (1991)



Troppo, troppo presto si è smesso di parlare dei Les Negresses Vertes. E dire che il gruppo, insieme ai Mano Negra, è stato il più influente nel creare quel melting pot di suoni e influenze(dalla musica araba, gitana, popolare francese, reggae, ska) che si è poi affermato con il nome di patchanka. Troppo presto Helno (Noel Rota, il carismatico cantante) ha buttato nel cesso la sua vita per un overdose. Senza di lui gli altri hanno continuato, ma senza incidere più di tanto.

Famille Nombreuse, secondo disco del gruppo e ultimo con Helno, resta a mio avviso la testimonianza più brillante della loro travolgente arte.
Per non dimenticare.

giovedì 2 giugno 2011

Almeno qui... / 3

La Festa della Repubblica Italiana viene celebrata il 2 giugno a ricordo della nascita della Repubblica.

Il 2 e il 3 giugno 1946 si tenne, infatti, il referendum istituzionale indetto a suffragio universale con il quale gli italiani venivano chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, monarchia o repubblica, dare al Paese, in seguito alla caduta del fascismo. Dopo 85 anni di regno, con 12.718.641 voti contro 10.718.502 l'Italia diventava repubblica e i monarchi di casa Savoia venivano esiliati.

Il 2 giugno celebra la nascita della nazione, in maniera simile al 14 luglio francese (anniversario della Presa della Bastiglia) e al 4 luglio statunitense (giorno in cui nel 1776 venne firmata la dichiarazione d'indipendenza).

In tutto il mondo le ambasciate italiane tengono un festeggiamento cui sono invitati i Capi di Stato del Paese ospitante. Da tutto il mondo arrivano al Presidente della Repubblica italiana gli auguri degli altri capi di Stato e speciali cerimonie ufficiali si tengono in Italia.

Prima della fondazione della Repubblica, la festa nazionale italiana era la prima domenica di giugno, anniversario della concessione dello Statuto Albertino.

Con la legge 5 marzo 1977, n.54, soprattutto a causa della congiuntura economica sfavorevole, la Festa della Repubblica fu spostata alla prima domenica di giugno. Solamente nel 2001 su impulso dell'allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, il secondo governo Amato, con la legge n. 336 del 20 novembre 2000, riportò le celebrazioni al 2 giugno che divenne nuovamente festivo .

(wikipedia)

mercoledì 1 giugno 2011

Non più sospiri




Come mai ho letto pagine e pagine di roba sui Fleet Foxes, sui Grizzly Bear e su ogni sfigato che ha messo su un gruppo con due chitarre e 4 Way Streets di CSN&Y sul comodino e non ho mai sentito celebrare a dovere i Mumford & sons? Sarà di certo colpa della mia sbadataggine, perchè gli inglesi in questione hanno pubblicato Sigh no more, il loro debutto full-lenght (dopo qualche EP di riscaldamento) alla fine del 2009.

Cosa li accomuna ai più celebrati soggetti di cui sopra? Beh, senza dubbio l'amore per il folk dei settanta, per le armonie vocali e per la melodia. Quello che li differenzia invece è una maggiore vitalità, un richiamo alla tradizione irlandese e un'abilità non comune nel piazzare degli esaltanti crescendo musicali, sempre utilizzando strumenti acustici: chitarre (tra le quali una di tipo resofonico), banjo, contrabbasso e organo. Il risultato finale è meno monocorde e di gran lunga più divertente della media di prodotti new folk che impazzano in questo periodo, almeno a mio avviso.

Sono in imbarazzo a segnalare alcuni brani privilegiandoli rispetto ad altri. L'album è davvero da ascoltare nella sua integrità, ma se proprio mi tirate per la giacca, consiglio la traccia che dà il titolo all'album, The cave, Winter winds, Roll away your stone, I gave you all, Little lion man e Awake my soul.

Da recuperare. Subito.



martedì 31 maggio 2011

PIIII-PI-PI-PII-SA-PIAAAAA!!!

Pisapia trionfa a Milano, il centrodestra perde il comune dopo diciotto anni di governo. Il nuovo tormentone, promosso da Radiopop, è "PIIII-PI-PI-PII-SA-PIAAAA" sulle note di Seven nation army dei White Stripes.





P.S. Volevo togliere le mani da dove le ho tenute per due settimane, ma dopo l'anatema molto istituzionale di Berlusconi, mi sa che ce le tengo ancora un pò. Non si sa mai...

Saxon: hungry years 1979/1984



Non c'è niente da fare,ancora oggi, superata la boa dei quaranta, sono i vecchi dischi di heavy metal a scaraventarmi, come un tuffo da una scogliera, dritto nel mare più profondo della musica che mi eccitava da ragazzo. A sto giro tocca ai Saxon che sono tornati a monopolizzare i miei ascolti a partire dal momento in cui ho rimesso in circolo, a oltre cinque lustri di distanza dall'ultima volta, Denim and leather.




Ci fosse qualcono che non li conosce, i Saxon sono, insieme agli Iron Maiden, Motorhead,Judas Priest ed altri, una delle formazioni di punta della New Wave of British Heavy Metal. Tra i membri storici della band, Biff Byford (voce), Paul Quinn (chitarra), David Ward (batteria), Steve Dawson (basso), e Graham Oliver (chitarra), solo i primi due fanno ancora parte della formazione attuale della band.




Il debutto è del 1979, con l'album che porta il nome del gruppo. Il disco documenta un'attitudine più ad un rock veloce che al punk ma lascia intravedere il potenziale della band e contiene almeno tre pezzi (Backs to the wall, Stallions of the higway e Big teaser) che hanno un loro perchè.




L'anno dopo gli inglesi fanno il botto. Nel giro di pochi mesi escono infatti due dischi, Wheels of steel e Strong arm of the law che pongono le fondamenta della loro affermazione grazie a brani come Motorcycle man, 747 (Strangers in the night), Machine gun, Wheels of steel, Suzie hold on, Heavy metal thunder, Dallas 1 pm e 20.000 ft. che permettono al combo di raggiungere i loro migliori risultati commerciali (entrambi furono dischi d'oro) in UK.





Ma è con i successivi due lavori che a mio avviso i Saxon raggiunsero il loro apice creativo. Il primo(1981) è Denim and leather che è, in prospettiva, praticamente un greatest hits fatto di pezzi inediti visto che contiene i più noti anthem della band: Princess of the night, And the bands played on, Never surrender, Play it loud, la title track. In pratica un manifesto dell'heavy metal, con un suono (ovviamente) strutturato sulle chitarre che ricamano a ripetizione riff blues accelerati o strutture boogie (non così lontane dai parenti australiani AC/DC).




Dopo aver pubblicato quattro album in due anni ed essere stati sempre in tour, la band si prende una piccola pausa di riflessione. Nel 1982 esce la testimonianza live The eagle has landed (di cui scriverò perchè è stata la mia iniziazione al metal) e l'anno dopo è la volta del nuovo lavoro di studio: Power and the glory.


Ebbene, riascoltata oggi è questa probabilmente la loro opera più compiuta. La produzione riesce a conciliare un'ottima pulizia del suono con una potenza di fuoco ragguardevole. La sezione ritmica non è mai stata così esaltata prima, e i primi tre pezzi del disco sono forse quelli più potenti di sempre nella storia dei Saxon. La title track, Redline e Warrior lasciano letteralmente senza fiato, così come This town rocks, più avanti. Ma parlavo di lavoro più compiuto perchè, a differenza dei suoi predecessori,con Power and the glory Biff e soci tentano di ampliare i loro orizzonti sonori. Per la prima volta spazio quindi ad una ballad, la convincente Nightmare (con la quale furono ospiti anche a Sanremo in un'esibizione che a rivederla oggi fa sorridere) e alla melodia di Watching the sky. Ma anche alla conclusiva The eagle has landed dal suo lunghissimo intro strumentale in odore di Pink Floyd. Un disco della Madonna, credetemi.





Ma anche l'inizio della fine. Perchè il diversificare il sound ha fatto probabilmente credere ai ragazzi di poter tentare il grande salto commerciale e li ha portati ad elaborare e realizzare una schifezza indecente come Crusader che pure ha venduto, ma che ha compromesso la loro credibilità tra i fan del metal. Tolta la title-track che si salva dal naufragio generale, infatti, il tentativo è quello di sfondare nel pop-metal (o glam-metal o hair-metal che dir si voglia), genere allora in fortissima ascesa, ma evidentemente non nelle corde dei Saxon. Ne deriva un lavoro inascoltabile, insincero, maldestro. Run for your lives, il pezzo conclusivo del disco è probabilmente la traccia di ambito metal più brutta che sia mai stata incisa nella storia di questa musica (vi dico solo che ad un certo punto ci sono cori da stadio campionati che fanno aleee-oooo manco fosse un disco di Baglioni).











Oggi,quasi trent'anni dopo, la band è ancora in giro, ha appena pubblicato un album (Call to arms) e di recente è passata anche dall'Italia per promuoverlo. E' entrata nel novero delle band metal storiche alle quali però i ragazzi chiedono sempre gli stessi pezzi. Quelli degli inizi. Considerato che parliamo di quattro album sui diciannove complessivamente pubblicati, non si può certo parlare di una carriera straordinaria. Ma di musica che scalda il cuore di un vecchio dinosauro, quello si, dai.




lunedì 30 maggio 2011

Anarchy inc. / Season 3







La cosa in fondo è piuttosto semplice. Finche c'è una storia ben scritta, finchè ci sono ritmo,tensione,l'opportuna dose di violenza, è più facile superare ogni perplessità riguardo situazioni chiaramente inverosimili. Come quelle di una piccola città della California gestita da interi lustri da una banda di motociclisti, oggi in buona parte cinquantenni arrapati, panzoni e con l'artrite, che agiscono neanche fossero gli ultimi cowboy americani custodi dei valori dei padri fondatori (sopraffazione e armi da fuoco, che altro?).




La faccenda si complica quando l'ispirazione degli autori cala, si ricorre a meccanismi narrativi tipici delle soap e si allunga il brodo in maniera indecorosa per arrivare a tredici puntate, laddove ci sono idee a malapena sufficienti a coprirne la metà. La terza stagione di Sons of Anarchy potrei limitarmi a commentarla così. Con le vicende che precedono la partenza del club per Belfast che allungano il brodo in misura davvero irritante.



Non vorrei passare per un fan integralista alla Cathy Bates/Annie Wilkes di Misery non deve morire, ma lo scarto qualitativo tra la seconda stagione e l'avvio della terza mi pare fragoroso. Troppe le incongruenze, eccessivo lo spazio dato alle storie di contorno (tutta la parte di Gemma fuggiasca, il padre e la badante sexy, Tig trasformato in macchietta, i cadaveri come se piovesse), la vicenda di Abel ( il figlio di Jacks) , la dirigente dell'ospedale col passato fricchettone: tutta roba che ha indebolito molto la credibilità della storia. Si può dire che l'unico elemento divertente della prima parte della stagione sia il cameo di Stephen King, nei panni di un ipotetico collega del Mr Wolf de Le iene.

Per fortuna, ad un certo punto Kurt Sutter è tornato dalla sua vacanza e ha ripreso in mano le redini della serie, ricordandosi in zona Cesarini del filo conduttore della storia (l'eredità morale di John Teller) e piazzando alla fine uno dei suoi intricati doppi giochi che gli amanti di The Shield avranno sicuramente apprezzato, in ricordo dei vecchi tempi. Ma una strepitosa conclusione, che prende per le palle i fan della serie e li obbliga a trattenere il fiato per il seguito, non può farne dimenticare altre otto-nove nelle quali ci si deve sforzare per ricordarsi la ragione per la quale si guardava questo telefilm.



Niente da dire invece, ma non è una novità, sulla musica, eccellente come consuetudine. Addirittura nelle puntate ambientate in irlanda il tema d'apertura (This life di Curtis Siegers) è impreziosito da un arrangiamento celtico (con una bella cornamusa in evidenza). Coerentemente, i quattro episodi di Belfast sono incorniciati, tra gli altri, da pezzi di Black 47, Flogging Molly, Tossers e Young Dubliners. La versione di Hey hey my my (di Battleme) che accompagna i momenti finali dell'ultimo episodio è semplicemente da magone.



In definitiva, un mezzo passo falso ci può anche stare, il bilancio compessivo è fin qui comunque in attivo. E speriamo che il tempo che ci separa dalla realizzazione della quarta stagione sia utilizzato proficuamente dallo staff di autori.

domenica 29 maggio 2011

Lost in translation

Oggi e domani ballottaggi per i comuni di Milano e Napoli. In un errore di comunicazione tra la sede lella Lega e il comitato elettorale della Moratti la ragione del fallimento della campagna elettorale del sindaco PdL. Siamo venuti in possesso di questo esclusivo documento grazie alla Lisa.







Speriamo di cavarcela, non sono per niente tranquillo...

sabato 28 maggio 2011

Free will

A 62 anni è improvvisamente morto Gil Scott-Heron, il musicista americano che ha creato una nuova forma di comunicazione musicale, uno spoken word che ha contribuito agli inizi dei settanta a gettare le basi del rap (la cui degenerazione più tardi sarà da lui aspramente criticata), ma che si è misurato anche con il jazz, il soul e il funk. I suoi testi vengono semplicisticamente definiti "di denuncia". E lo erano, sì. Contro il perbenismo della società americana, i media, la politica, il razzismo, l'ottusa ignoranza. A più riprese scaricato dalle major, era tornato a registrare proprio l'anno scorso un nuovo album (I'm new here) dopo oltre dieci anni di silenzio. Il suo album d'esordio del 1970, Small talk at 125th and Lenox conteneva anche il suo pezzo più celebre, The revolution will be not televised.
Io l'ho conosciuto abbastanza tardi, quando ho cominciato ad allargare i miei orizzonti musicali ed ascoltare i pezzi di storia musicale che andrebbero insegnati alla scuola dell'obbligo. Non era la mia tazza da tè, ma che te lo dico affà, rispetto ai massimi livelli.
RIP.






Album o' the week / The Beatles, Rubber soul (1965)


Album considerato seminale nella storia della musica pop, Rubber Soul è il libro di storia sul quale si sono applicati eserciti di artisti negli ultimi quarant'anni. Basta scorrere i titoli dei brani (Drive my car, Nowhere man, Michelle, In my life, I'm looking through you, Girl) per realizzare l'importanza di questo lavoro. Io, da sempre, ho un debole per questa canzone:


I, once had a girl
Or should I say
She once had me.

She showed me her room,
Isn’t it good?
Norwegian wood.

She asked my to stay and told me sit anywhere,
So I looked around and I noticed there wasn’t a chair.

I sat on a rug
Biding my time,
Drinking her wine.

We talked until two,
And then she said,
‘It’s time for bed’.

She told me she worked in the morning and started to laugh,
I told her I didn’t, and crawled off to sleep in the bath.

And when I awoke
I was alone,
This bird has flown,

So I lit a fire,
Isn’t it good?
Norwegian wood.

venerdì 27 maggio 2011

Ans(i)a / 2

Stasera si è finalmente concluso uno dei periodi più stressanti della mia attività sindacale. Nel nostro piccolo, mentre infuravano le elezioni per il sindaco di Milano, abbiamo infatti concluso le votazioni per la carica aziendale di RSU. La campagna elettorale è stata particolarmente esasperante, ma sono stato rieletto. Sono soddisfatto, anche se il pensiero che mi stacchessero la spina non era poi così male, visto che questa attività mi appassiona ma mi prosciuga tempo ed energie. Vabè.

giovedì 26 maggio 2011

Catalogami questo! / 11

Con il termine Canterbury folk o scena di Canterbury si indica una corrente del rock progressivo sviluppata da alcuni gruppi musicali dei tardi anni sessanta e dei primi settanta legati alla città di Canterbury, nel Kent, in Inghilterra. Questo sottogenere include opere e artisti piuttosto eterogenei, ma legati dal tentativo di contaminare un insieme di generi che comprendevano il rock psichedelico, il jazz, la musica d'avanguardia e la musica elettronica, facendo uso di testi con forti connotazioni surreali. Fra le band e i musicisti più influenti di questa corrente si possono citare i Soft Machine di Robert Wyatt (e i lavori da solista di quest'ultimo), i Gong dell'australiano Daevid Allen, i Caravan, Hugh Hopper e Kevin Ayers.







La voce completa da wikipedia

mercoledì 25 maggio 2011

MFT / maggio 2011

ASCOLTI




Saxon, discografia 1979/1984


Steve Earle, I'll never get out of this world alive
Foo Fighters, Wasting light
Hayes Carll, Kmag Yoyo
Caparezza, Il sogno eretico
Eva Cassidy, Simply Eva
Alison Krauss & Union Station, Paper airplane
Mumford and sons, Sigh no more
Warren Haynes, Man in motion


VISIONI

Dexter, quinta stagione
Sons of Anarchy, terza stagione
Boris, terza stagione

lunedì 23 maggio 2011

Oltre i confini della decenza




Se cercate un film d'evasione, un'avventura impossibile ma coinvolgente, una trama avvincente con personaggi fantastici, una folle corsa scoppiettante e imprevedibile, beh ecco, tenetevi alla larga dal quarto episodio de I pirati dei Caraibi, è di una bruttezza epocale. Depp, la Cruz, persino i bravi Rush e McShane sono sotto ogni livello minimo di decenza. Era da tempo che non mi annoiavo così con un film per ragazzi (e credetemi, di recente ne ho visti davvero tanti).


Di contro, e in tutta onestà, devo dire che a Stefano è piaciuto, soprattutto la parte con le sirene.

domenica 22 maggio 2011

Almeno lui non ci tocca più

Avete presente il colossale flop del nuovo programma di Sgarbi ("Ci tocca anche Sgarbi")? Quello che ha portato raiuno a deciderne la soppressione immediata? Ieri in edicola ho addocchiato uno dei tanti house organ berlusconiani, uscito prima della messa in onda della costosissima boiata, con in copertina dichiarazioni bellicose dettate dalla solita sfrontata sicumera a cui ci ha abituati il fonatissimo personaggio . Eccolo, condividete con me qualche istante di ilarità:



sabato 21 maggio 2011

Album o' the day / Elvis Costello, My aim is true (1977)



Perchè ogni tanto serve ricordare quanto erano entusiasmanti al loro debutto artisti oggi (dignitosamente) in debito di ispirazione.

venerdì 20 maggio 2011

Soddisfazioni

Oggi foto di gruppo nella classe di Stefano. Per l'occasione e non per una mia subdola influenza (oggi lo preparava la mamma) il ragazzo ha voluto a tutti i costi indossare la maglietta degli AC/DC che gli avevo preso al concerto di due anni fa al forum. Non solo. Durante il dopo scuola, di sua iniziativa, ha pensato bene di mettere giù una recensione con disegno de La maledizione della prima luna, che avevamo visto da poco. Eccola:



La maledizione della luce della luna piena.
Devono restituire fino all’ultima moneta se non lo faranno non andrà via la maledizione
Se non lo faranno succederà.





mercoledì 18 maggio 2011

Where the rainbow ends


Eva Cassidy, Simply Eva


Blix Street, 2011








Sono già passati quindici anni da quando il mondo ha perso, per un male incurabile, la straordinaria voce di Eva Cassidy. Caso raro, anche se non unico, la Cassidy fu totalmente ignorata in vita per poi raccogliere consensi unanimi e grandiosi successi dopo la sua dipartita. Basti pensare che l'unico album che ha pubblicato in vita fu The other side, l'esordio del 1992. Il successivo, Eva by heart fu pubblicato perlappunto postumo cinque anni dopo. Da allora a oggi sono stati stampati ben dieci album contenti suo materiale che hanno venduto globalmente quattro milioni di copie.



Simply Eva è l'opera numero undici e se da un lato è vero che nulla aggiunge a ciò che conoscevamo di lei, dall'altro ci permette di assaporare risvolti inediti del suo talento. Soprattutto perchè la raccolta è composta da cover, in parte già incise, ma qui reinterpretate con il solo accompagnamento di una chitarra acustica, peraltro sempre discreta, quasi a non voler disturbare il canto.

Songbird, che apre la tracklist è forse il suo brano più famoso,mentre l'evocativo standard popolare inglese Wayfaring stranger (forse il titolo dirà poco, ma sono certo che lo conosciate tutti), traccia numero due,con il suo classico incidere gospel/folk e la malinconia che trasmette assesta già una mazzata alle coronarie.

Peolple get ready di Curtis Mayfield è uno dei brani più coverizzati della storia, da Bob Marley agli U2 passando per i Doors, le versioni di questo classico di protesta, originariamente inciso dagli Impressions di Curtis Mayfield, si sprecano. Devo dire che seppur non trovi niente da eccepire nella versione di Eva, nemmeno lo inserisco tra gli highlights del disco.

Cosa che faccio invece per due pezzi di Cindy Lauper, True colors e Time after time. Ai compilatori di questo disco piace vincere facile, ho pensato leggendo questi due titoli dietro al ciddì, cosa può esserci di più banale, avendo a disposizione una voce celestiale, che interpretare queste heartbreaker songs? Beh, l'ascolto ha spazzato via ogni mio malizioso pregiudizio. Il termometro dell'autenticità di queste versioni, come spesso mi accade, me l'hanno dato i peli delle braccia che si alzano e la schiena percorsa da un brivido.

Da sempre adoro (Somewhere) Over the rainbow, la theme song del film Il mago di Oz, in tutte le sue reincarnazioni, jazz,pop,rock. Ogni volta che ne scopro una versione nuova mi fiondo ad ascoltarla carico di aspettative. Eva Cassidy non mi tradisce, se la cuce addosso come un vestito su misura, ne dilata i tempi la fa assaporare, lascia che ogni parola del testo arrivi là dove deve. Commovente.

In conclusione, è vero, Simply Eva è probabilmente un'operazione commerciale un pò subdola, il tentativo ultimo (?) di monetizzare il talento di questa sfortunata singer americana, ma se può servire a farla conoscere a chi ancora la ignora e magari, come effetto domino, a indurre un recupero della sua discografia, allora ci si può passare sopra. Questa è healing music, lenisce le ferite dell'anima. Anche se, forse, a pensarci bene, ne apre altre.




martedì 17 maggio 2011

La minaccia di Gorgoroth






Di norma, quando con Stefano giochiamo ai pirati (utilizzando i Playmobil e il loro galeone, come quello dell'immagine) a me toccano di default i cattivi. Ora, siccome dopo un pò vado in crisi nell'affibbiare loro dei nomi congruamente spaventosi, ho cominciato ad utilizzare le ragioni sociali delle band black e death metal. Così nell'ultima avventua a Tortuga i buoni hanno dovuto vedersela con i terribili Carcass, Satyricon, Dimmu Borgir, Burzum e Gorgoroth, tutti al soldo del perfido Black Emperor.


Oh, ci sto facendo un figurone, alla faccia di quanti sostengono che farsi una cultura con il rock non serva a una cippa...

lunedì 16 maggio 2011

Breathless







Davanti ad un risltato così imprevedibile, in attesa del balottaggio incrociamo le dita, tratteniamo il respiro e tocchiamo ferro.

Ryan Bingham's blues






In ambito lavorativo non riesco a pensare ad una figura più spregevole del “tagliatore di teste”. Sono quei professionisti, in genere consulenti esterni, che arrivano nelle aziende in crisi, occupano per un po’ un ufficio e spuntano una lista di nomi da colloquiare con l’obiettivo, beh, di comunicargli il licenziamento.
Se però ci si mettono gli americani a fare un film su una figura così, allora cambia tutto, la visione si allarga, il ruolo di protagonista (Ryan Bingham, omonimo assoluto del cantante roots) è affidato a Gorge Clooney e tu capisci già dall’inizio che parteggerai per lui e non per le vittime del sistema buttate senza preavviso in mezzo ad una strada con un cartone tra le mani, sul modello Lehman Brothers.

Ryan Bingham è dunque un professionista del licenziamento, sa gestire ogni situazione gli si presenti davanti nei colloqui, porta sempre a casa il risultato. E’ affascinante, single entusiasta, fa collezione delle più prestigiose carte di fedeltà di alberghi e compagnie aeree e “ha in mente un traguardo molto ambizioso”, in fatto di miglia volate. E’ nel cielo infatti che vive, in misura maggiore che a terra. Tiene anche corsi su come gestire la propria esistenza “per sottrazione”, fino a far stare metaforicamente tutto quello che serve in un piccolo zaino.

La narrazione degli eventi fila via che è una meraviglia nella prima parte, poi esplode la crisi economica mondiale, entrano in scena una giovane e ambiziosa collega e il matrimonio della sorella di Bingham e con l’inevitabile introspezione che ne segue forse il giocattolo s'inceppa un pò. Oppure irrompe la realtà, ad ognuno il suo giudizio.
Il film riserva comunque alcune scene davvero da antologia, come il confronto tra le carte premio durante il primo incontro tra Ryan e Alex, un'affascinate dirigente d'azienda che diventa la sua amante.

Alla fine, proprio quando avevi cancellato dalla tua mente l'iconografia classica del licenziatore stronzo e l'avevi sostituita con quella del solitario e a suo modo idealista Clooney, gli autori si divertono a distruggere in mille pezzi il suo piccolo, rassicurante mondo perfetto, lasciando che una leggera ma subdola inquietudine si insinui sottopelle mentre osservi scorrere i titoli coda.

Ma poi ripenso al tagliatore di teste che ho conosciuto davvero nella mia vita e le cose tornano al loro posto. Questo tizio è arrivato nella mia azienda qualche anno fa. Aveva una settantina di anni, un nome che ricordava quello di una marionetta napoletana,l’alito pestilenziale e somigliava ad Enzo Cannavale, solo in forma diabolica. Per dire, eh. Altro che George Clooney.

domenica 15 maggio 2011

Album o' the week / Van Morrison & The Chieftains, Irish Heartbeat (1988)

Lo puoi aver accantonato, messo nello scaffale più alto della mensola, addirittura dimenticato (eresia!), ma puoi star certo che prima o poi Irish Heartbeat torna.

E quando lo fa, ti spacca il cuore in due come la prima volta.

venerdì 13 maggio 2011

All system go

Ringrazio i programmatori di Blogspot, che dopo quasi un giorno di blocco delle funzioni della piattaforma, sono riusciti a ripristinare la normale funzionalità del blog.

Ma un pò ringrazio anche il misterioso problema tecnico, che per qualche ora mi ha risparmiato la frustrazione di fissare la pagina bianca nel tentativo di uscire dal blocco dello scrittore che da qualche giorno mi attanaglia.