
Ed è esattamente questa la spirale nella quale sono precipitato da qualche giorno, da quando cioè, quasi per caso, ho messo su Fun House degli Stooges.
La prima cosa che ho fatto è stato rimpiangere di non averlo ascoltato su vinile. Le tracce in totale sono sette. Le prime quattro erano distribuite sul lato A dell'LP, le altre tre sulla side B. Non era ovviamente una scelta casuale. La separazione dei pezzi aveva un suo perchè, dovevi alzare il culo dal divano, girare il disco sull'HI-FI, resettare quanto avevi fino a quel momento ascoltato e ripartire daccapo.
Si parte con il tosto sound che ha caratterizzato il debutto dei quattro. Down in the street, Loose, T.V. eye sono derivazioni sudicie (blues? rock and roll?) degli Stones, sono schegge infette di anfetamina, roba all'epoca ineticchettabile. La traccia numero quattro, Dirt, è un delirio erotico di quasi otto minuti in cui Iggy (non ancora) Pop ci fa tastare il pacco sotto i pantaloni di pelle (Ooh, I've been hurt And I don't care Ooh / I've been hurt And I don't care / Cause I'm burning inside / I'm just a dreaming this life / And do you feel it? Said do you feel it when you touch me? Said do you feel it when you touch me? There's a fire Well, it's a fire) vestendo i panni di un Jim Morrison strafatto di speedball invece che di acidi. L'album è solo a metà e già abbasterebbe per fregiarsi del titolo di masterpiece. Ma, come si dice, siamo solo all'inizio.
La svolta spiazzante, geniale, arriva d'improvviso, quando offriamo all'ipotetica puntina del giradischi la docile resistenza dei solchi impressi sul lato due del vinile, e più precisamente, al minuto 3.34 del pezzo 1970. Out of my mind on Saturday night / 1970 rollin' in sight / Radio burnin' up above / Beautiful baby, feed my love / All night till I blow away / All night till I blow away / I feel aaaawwwriiiight, I feel aaawwwriiiight provoca l'Iguana prima di lasciare la scena ad un imprevedibile cambio di rotta nel sound. Irrompe nella canzone, nel resto del disco e in questo pezzo di storia del rock, Steve MacKay, di professione sax tenore, che si mette a duettare con la voce sgraziata dell'iguana, in un crescendo di improvvisazioni free jazz che continuano nella successiva title track e che trovano il loro acme nel delizioso, atroce frastuono(cit) strumentale di L.A. Blues.
Basta, non c'è n'è più per nessuno. Il tavolo è sparigliato. Restano inebetiti quanti (all'epoca)sostenevano che i quattro manco sapessero suonare (il che magari era anche vero, ma come al solito si prestava attenzione al dito e non alla luna), non capendo che in quel periodo gli Stooges erano talmente carichi, avevano una tale urgenza comunicativa interfacciata dalla personalità provocatoria e autodistruttiva di Iggy Pop, che era difficile distinguere se la coca la tirassero loro, o se fosse la bamba a farsi ogni tanto una pippata degli Stooges per darsi una botta di vita come si deve.
Pur non avendo convinto critica e pubblico alla sua uscita, il piccolo culto che è nato e si è tramandato dietro a Fun House è tale che, questo album, a quanto ne so, è l'unico ad avere avuto una incredibile, inverosimile special edition composta da 7 cd senza l'aggiunta di alcun inedito, ma solo alternate take delle versioni originali, che, lo ricordo, sono solo sette, per un minutaggio finale di meno di quaranta minuti. Questa edizione, ormai introvabile, è stata condensata in un doppio ciddì, che ho testè provveduto ad ordinare (insieme a Raw Power).
Gli Stooges e Iggy Pop sono anche uno dei gruppi preferiti di Lester Bangs, al quale, si sarà capito, mi sono ispirato per questo delirio mistico.








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