mercoledì 16 giugno 2010

Nella Casa del Divertimento


E' magnifico essere in fissa con un disco. Ma i dinosauri lo sanno, non basta ascoltare frequentemente un album per avere diritto ad utilizzare questo slang da ggiovani, bisogna proprio entrarne in simbiosi , averne una dipendenza fisica, succhiarne avidamente la linfa vitale, attendere trepidamente un passaggio, poi un altro e un altro ancora, nutrirsi di ogni singola nota, gemito, vibrazione. Pensateci bene e ditemi quante volte, davvero, siete entrati così in sintonia con un opera musicale. Con mio sommo rammarico, a me capita ormai sempre più di rado, ma quando succede, beh cazzo, torno ad inebriarmi dello stupore fanciullesco delle prime, più sorprendenti, scoperte.

Ed è esattamente questa la spirale nella quale sono precipitato da qualche giorno, da quando cioè, quasi per caso, ho messo su Fun House degli Stooges.

La prima cosa che ho fatto è stato rimpiangere di non averlo ascoltato su vinile. Le tracce in totale sono sette. Le prime quattro erano distribuite sul lato A dell'LP, le altre tre sulla side B. Non era ovviamente una scelta casuale. La separazione dei pezzi aveva un suo perchè, dovevi alzare il culo dal divano, girare il disco sull'HI-FI, resettare quanto avevi fino a quel momento ascoltato e ripartire daccapo.

Si parte con il tosto sound che ha caratterizzato il debutto dei quattro. Down in the street, Loose, T.V. eye sono derivazioni sudicie (blues? rock and roll?) degli Stones, sono schegge infette di anfetamina, roba all'epoca ineticchettabile. La traccia numero quattro, Dirt, è un delirio erotico di quasi otto minuti in cui Iggy (non ancora) Pop ci fa tastare il pacco sotto i pantaloni di pelle (Ooh, I've been hurt And I don't care Ooh / I've been hurt And I don't care / Cause I'm burning inside / I'm just a dreaming this life / And do you feel it? Said do you feel it when you touch me? Said do you feel it when you touch me? There's a fire Well, it's a fire) vestendo i panni di un Jim Morrison strafatto di speedball invece che di acidi. L'album è solo a metà e già abbasterebbe per fregiarsi del titolo di masterpiece. Ma, come si dice, siamo solo all'inizio.

La svolta spiazzante, geniale, arriva d'improvviso, quando offriamo all'ipotetica puntina del giradischi la docile resistenza dei solchi impressi sul lato due del vinile, e più precisamente, al minuto 3.34 del pezzo 1970. Out of my mind on Saturday night / 1970 rollin' in sight / Radio burnin' up above / Beautiful baby, feed my love / All night till I blow away / All night till I blow away / I feel aaaawwwriiiight, I feel aaawwwriiiight provoca l'Iguana prima di lasciare la scena ad un imprevedibile cambio di rotta nel sound. Irrompe nella canzone, nel resto del disco e in questo pezzo di storia del rock, Steve MacKay, di professione sax tenore, che si mette a duettare con la voce sgraziata dell'iguana, in un crescendo di improvvisazioni free jazz che continuano nella successiva title track e che trovano il loro acme nel delizioso, atroce frastuono(cit) strumentale di L.A. Blues.

Basta, non c'è n'è più per nessuno. Il tavolo è sparigliato. Restano inebetiti quanti (all'epoca)sostenevano che i quattro manco sapessero suonare (il che magari era anche vero, ma come al solito si prestava attenzione al dito e non alla luna), non capendo che in quel periodo gli Stooges erano talmente carichi, avevano una tale urgenza comunicativa interfacciata dalla personalità provocatoria e autodistruttiva di Iggy Pop, che era difficile distinguere se la coca la tirassero loro, o se fosse la bamba a farsi ogni tanto una pippata degli Stooges per darsi una botta di vita come si deve.

Pur non avendo convinto critica e pubblico alla sua uscita, il piccolo culto che è nato e si è tramandato dietro a Fun House è tale che, questo album, a quanto ne so, è l'unico ad avere avuto una incredibile, inverosimile special edition composta da 7 cd senza l'aggiunta di alcun inedito, ma solo alternate take delle versioni originali, che, lo ricordo, sono solo sette, per un minutaggio finale di meno di quaranta minuti. Questa edizione, ormai introvabile, è stata condensata in un doppio ciddì, che ho testè provveduto ad ordinare (insieme a Raw Power).

Gli Stooges e Iggy Pop sono anche uno dei gruppi preferiti di Lester Bangs, al quale, si sarà capito, mi sono ispirato per questo delirio mistico.



Lost chronicles, final chapter

Lost è senza dubbio la serie televisiva moderna che più di ogni altra ha fatto dibattere i fans. La rete pullula di forum e blog che hanno vivisezionato ogni singolo elemento di ogni singola puntata di ogni singola stagione, dal 2004 ad oggi.

Una delle ipotesi più battute riguardo la natura dell'isola è stata, da subito, quella che il posto fosse un limbo post-morten, una sorta di purgatorio buono per tutte le religioni, dove i (mal)capitati devono guadagnarsi l'accesso al livello superiore (paradiso e similari).

Beh, finalmente sappiamo che non è così. Però gli autori (a mio avviso) si sono divertiti a manipolare questa teoria, applicandola in modo alternativo all'ultima stagione, e dando vita ad un finale sorprendente, molto commovente ed ad alto tasso di emotività.

Compiuto dunque il fato dei superstiti e stabilito chi fossero il prescelti, l'insoddisfazione di più di un fan è per le domande rimaste senza risposte. Beh, io non mi aspettavo che venissero risolti tutti i quesiti, è chiaro che negli anni gli autori abbiano cacato spesso fuori dalla tazza per poi coprire maldestramente con un pò di terra, come fanno i cani al parco.
C'è però da dire che gli stessi che vogliono spiegazioni, spesso sono scontenti di quelle che ricevono (ad es. origini della Black Rock e distruzione della statua gigante), che a volte le spiegazioni sono intuitive (l'orso bianco ad esempio si può dedurre sia arrivato con il teletrasporto, così come si vede pe una coniglio/cavia) e che altre sono futili (cosa c'è da spiegare riguardo la presenza delle Dharma?).
Altre sarebbero state invece opportune (il rapporto Linus-Widmore, ad esempio), ma a mio avviso non è così scandaloso che Lost si sia concluso in questa maniera, progetti di questo tipo sono per la massa, non per i die-hard fans che non ci dormono la notte sfinendosi di pippe mentali.

La critica che mi sento di avallare è invece quella che sostiene che la sesta stagione sia un pò a se stante, slegata da quello che è successo dalla seconda in avanti. Presa da sola ha un suo valore (positivo, secondo me) ma stacca troppo di netto rispetto a quelle precedenti. E questo in parte è vero.

In definitiva Lost è una serie che ha agito sull'immaginario collettivo in misura non necessariamente proporzionale al suo riscontro di pubblico (che alla fine negli USA si è stabilizzato intorno ai 12 milioni di telespettatori, non una cosa fenomenale). Ha inciso su cultura (pop), sui costumi, sul linguaggio. E' senza dubbio una delle serie più "importanti" in senso lato della televisione.

Probabilmente poteva durare qualcosa di meno, e prendere meno la mano agli sceneggiatori, ma in fin dei conti è stato comunque bello esserci e viverla fino in fondo.



martedì 15 giugno 2010

Little lies, ultima parte


la prima , la seconda e la terza parte

I CONDONI


C'è infine una sfera "pubblica", che riguarda le decisioni che il Cavaliere ha assunto come capo del governo, nella lotta contro gli evasori fiscali e nella "disciplina" di casi che, sotto questo profilo, hanno riguardato direttamente lui stesso o le sue aziende.

1) Nella primavera 1994 Berlusconi "scende in campo" e vince le sue prime elezioni. E' l'epifania della Seconda Repubblica. Per festeggiarla, il governo vara il suo primo condono fiscale: frutta ben 6,4 miliardi di euro. Forte di questo trionfo, lo stesso governo vara anche il suo primo condono edilizio, che porta nelle casse del fisco 2,5 miliardi. Seguiranno altre cinque sanatorie, nel corso delle successive legislature guidate dal Cavaliere: nel 2003 nuovo condono fiscale di Tremonti, per 19,3 miliardi, insieme il primo scudo fiscale per il rientro dei capitali all'estero da 2 miliardi, poi nel 2004 nuovo condono edilizio di Lunardi da 3,1 miliardi, e infine tra il 2009 e il 2010 l'ennesimo scudo fiscale, appena concluso, e con un rimpatrio di capitali previsto in oltre 100 miliardi di euro. L'infinita clemenza verso chi non paga le tasse, praticata in questi sedici anni, non è servita a stroncare il fenomeno dell'evasione, anzi l'ha alimentato.

2) Dei condoni hanno beneficiato milioni di italiani. Ma ha beneficiato anche il premier e il suo gruppo. Dopo la Finanziaria del '93 che introduce il secondo condono tombale, rispondendo ad un articolo di Repubblica che anticipava la sua intenzione di beneficiare della sanatoria, Berlusconi fa una promessa solenne durante la conferenza stampa di fine d'anno: "Vi assicuro che né io né le mie aziende usufruiremo del condono". Si scoprirà poi che Mediaset farà il condono per 197 milioni di tasse evase, versandone al fisco appena 35, e lo stesso farà il Cavaliere per i suoi redditi personali, risolvendo il suo contenzioso da 301 milioni di euro pagando all'Agenzia delle Entrate appena 1.800 euro.

3) Condono peri i coimputati: con decreto legge 143 del giugno 2003, presunta "interpretazione autentica" del condono di quell'anno, il governo infila tra i beneficiari anche coloro che "hanno concorso a commettere i reati", pur non avendo firmato dichiarazioni fraudolente. Ennesima formula ad personam: consente di salvare i 9 coimputati del premier nel processo per falso in bilancio.

4) Condono di Villa Certosa: Il tribunale di Tempio Pausania indaga da tempo sugli abusi edilizi commessi nella ristrutturazione della residenza sarda del premier. Con decreto del 6 maggio 2004 il governo attribuisce a Villa Certosa la qualifica di "sede alternativa di massima sicurezza per l'incolumità del presidente del Consiglio". Nel 2004, con la legge 208, il condono edilizio dell'anno precedente viene esteso anche alle cosiddette "zone protette". Villa Certosa, nel frattempo, lo è appunto diventata. La Idra, società che gestisce il patrimonio immobiliare del premier, presenta subito dieci richieste di condono, e chiude così il contenzioso con il fisco. Versamento finale nelle casse dell'Erario: 300 mila euro. E amici come prima.

Massimo Giannini, Repubblica

lunedì 14 giugno 2010

The Shield: The Final Act, part 2/2


La pallina corre veloce, inarrestabile, sul piano inclinato dei rapporti tra Mackey e Vendrell, nel momento in cui Vic e Ronnie Gardocki, l’ultimo rimasto nello Strike Team, decidono che Shane deve pagare con la vita per l’omicidio di Lem. Vendetta chiama vendetta, e Shane, sopravvissuto fortuitamente all’imboscata, decide di vendicarsi, affidandosi ad un killer che però fallisce il colpo, viene arrestato e accusa Shane di averlo assoldato.

Comincia a questo punto un'inverosimile fuga di Vandrell, che scappa e si porta appresso la moglie incinta e il figlioletto malato. Questa incredibile, disperata, stupida mossa, cementa il malsano legame della coppia, ma segna definitivamente il loro destino, agghiacciante ma inevitabile.

Vic Mackey dal canto suo, pensa di prendere in contropiede Shane (che potrebbe confessare tutti i crimini dello Strike Team e affossarlo) e riesce a fare un accordo con i federali, una sanatoria totale sui suoi crimini in cambio dell’arresto di un big one della mala che solo lui è in grado di prendere. La puntata in cui Vic confessa tutti i suoi reati (condannando al carcere a vita Ronnie che non ha salvacondotti) è da storia della televisione. Perfetta. Spietata. Un meccanismo ad orolgeria. Tutti i suoi nemici (che a rigor di logica sarebbero i buoni) sono annientati, è lui ancora una volta il vincitore, la sua astuzia ha avuto la meglio.

La spietata bravura degli autori riesce a ribaltare tutto nell’ultimo episodio, quando si compie il fato di Shane e famiglia. Venendo a cadere la minaccia dell’ex amico di rivelare tutte le malefatte della Squadra, è di fatto inutile la confessione preventiva e il conseguente tradimento nei confronti di Ronnie, che è dunque spacciato solo per le accuse di Vic.
Corinne, dopo aver collaborato con la polizia per incastrare il marito, lo abbandona portandosi appresso la famiglia. Mackey viene convocato nella stanza degli interrogatori, fatto sedere dalla parte dei sospettati e messo al corrente della fine di Shane. Poi assiste all'arresto di Gardocki che viene portato via con la forza mentre impreca contro di lui. I federali si vendicano dal raggiro ricevuto assegnadolo a banali mansioni d’ufficio fino al raggiungimento dell'età della pensione.

Il grande e potente Vic Mackey subisce quindi una condanna peggiore della morte, privato della famiglia, degli amici, della stima dei colleghi, del suo amato lavoro nelle strade. La telecamera si ostina ad inquadrare i suoi occhi azzurri, forti, determinati. Sembra che da un momento all’altro possano cedere, lasciar sgorgare le lacrime. Ma quel momento passa. La mano di Vic si sposta, va a cercare qualcosa sotto la giacca. E’ l’ inconfondibile oggetto nero e lucido che l’ha contraddistinto da sempre, quello che è diventato ormai una naturale appendice del suo corpo. La sua pistola. Lei c'è ancora. Non lo ha abbandonato. Il contatto con il ferro gli conferisce forza, gli dà fiducia. Il ghigno di sfida al quale tutti i suoi nemici si sono dovuti arrendere torna ad incorniciargli il viso. Titoli di coda.

Un plauso agli autori, capaci di concludere magnificamente una delle serie poliziesce più riuscite di tutti i tempi, che ha regalato a pochi ma affezionatissimi fans, momenti di straordinaria tensione e coinvolgimento. Seppur imperfette, nessuna delle sette stagioni della serie si è rivelata deludente o "tirata via". Oltre alle prime due, impossibile non celebrare la quarta (guest star una memorabile Glenn Close) e la quinta (con un implacabile Forest Whitaker). Tra gli interpreti, impossibile non segnalare la bravura di Michael Chiklis, la crescita espressiva di Walton Goggins
e la certezza rappresentata da CCH Pounder.

Per il realismo delle situazioni e la distanza dai tipici drama polizieschi televisivi, sono in molti a sostenere che l'unico rivale di The Shield sia stato The Wire. Non avendo sufficiente esperienza della serie in questione, mi permetto di aggiungere alla lista l'antenato Hill Street Blues (in Italia Hill Street giorno e notte), vero e proprio precursore dei polizieschi realistici e di qualità.



domenica 13 giugno 2010

Anti

E' in giro AntiFA, il nuovo singolo dei 99Posse, l'avete ascoltato? Si può scaricare gratisse dal sito di XL, dove trova spazio anche una bella intervista.

sabato 12 giugno 2010

Why, p'cchè?


Un'operazione che fatico a capire, a giustificare. Che trovo imbarazzante. Non so come andrà commercialmente, ma per Neffa, a livello artistico, questo C'eravamo tanto odiati, mi sembra davvero un autogol, visto lo standard d'eccellenza al quale ci ha abituati. Tra l'altro, più che una collaborazione a due voci, mi sembra più un album di J.Ax al quale partecipa come featuring il nostro amato Pellino.

Tra tanta desolazione, se proprio vogliamo salvare qualcosa, diciamo che Due di picche (la title track) e La ballata dei picche qualcosa di dignitoso ce l'hanno, nonostante la metafora sia abusata e adolescenziale, mentre ascoltando ad esempio I love TH viene la nostalgia di come trattavano lo stesso tema i SangueMisto.
Parafrasando il titolo del disco, spero che i due tornino presto ad odiarsi, o anche ad amarsi vah, ma rigorosamente in privato....
Riprenditi, Giovanni!

venerdì 11 giugno 2010

Way down in the hole




L’incazzatura e il senso d’impotenza nei confronti di questo governo hanno raggiunto da tempo livelli tali da sfociare in una forma di frustrazione che mi blocca, mi intrappola le parole in gola (o nella tastiera del pc), mi fa sentire, me e le mie idee, futili, di fronte a tanta protervia, a tanto autoritarismo, alla violenza intrinseca di queste decisioni.
Dopo tutto cosa potrei scrivere di più, di diverso, di utile, rispetto ai fiumi di parole che vengo riversati su carta o nell’etere da parte dei media che si oppongono alle azioni di questo governo?

Siamo ormai arrivati ad un punto inimmaginabile. Il presidente del consiglio, proprietario di un impero mediatico, che minaccia di togliere le licenze alla RAI.
Che tratta la costituzione come un impiccio venendo per questo applaudito dalla platea dei confindustriali .
Che, per l’ennesima volta, fa apparire come una priorità per il paese una legge elaborata per una delle sue innumerevoli menate e che come conseguenza insignificante aprirà un autostrada senza caselli alle associazioni criminali e renderà sterile il lavoro di polizia e magistrati e ciechi e sordi i cittadini (e che serve a dovere chi - un po’ anch’io, lo ammetto- si era ridotto a sperare di poter contare sul ruolo di sincero statista di Fini. Nel momento di bisogno massimo, anche l’ex di AN è tornato docilmente nei ranghi).
Che tratta il parlamento allo stesso modo, come un fastidioso impiccio.
Che sfotteva chi parlava di crisi invitando al consumo e all’ottimismo e poi approva una manovra tremenda per pensionati e lavoratori dipendenti sostenendo che finora abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità (noi eh?).
Che lacera il paese mettendo il dito nella piaga delle differenze tra nord e sud, che alza al 84% (prima era al 75%) il limite per ottenere l’elemosina della pensione di invalidità giustificando l'iniziativa con gli abusi dei "falsi invalidi".
Che rifiuta di inserire la tortura nei reati penali come invece richiesto dall’ONU.
Che interviene a fari spenti sul diritto del lavoro (qui gli esempi sarebbero infiniti, il meno noto è stato abrogare subito la lettera di dimissioni protocollata dall’agenzia per l’impiego, norma inserita dal governo Prodi per eliminare l’abitudine di molte aziende di far firmare ai dipendenti, all’atto dell’assunzione, una lettera di dimissioni preventiva, la più recente è togliere l’obbligo alle aziende di comunicare all’ispettorato del lavoro i casi di infortunio con prognosi tra 3 e 30 giorni, evidentemente un’altra priorità per il paese ).
Che sevizia la scuola pubblica e investe in quella privata.
Che parla di amore come i terroristi islamici parlano di dio.

Meanwhile, all’opposizione, Casini e Di Pietro si scannano a vicenda e Bersani pensa che alzare i toni significhi condire di parolacce le sue dichiarazioni.

Il vero dramma è che nessuno qui sa quando usciremo da questa galleria, buia e infinita, e soprattutto non sappiamo se e come lo faremo, e cosa troveremo, cosa resterà del Paese una volta tornati alla luce.
Per la prima volta da tempo immemore, lasceremo ai nostri figli un paese peggiore di quello che i nostri padri, dal dopoguerra in avanti, hanno consegnato a noi.

La cosa più banale da fare sarebbe quella di impiegare questo tempo per cercare di costruire un’alternativa politica e sociale credibile, seria, realmente antagonista al berlusconismo e al leghismo imperante. Cambiare la classe dirigente, svoltare, ricominciare da capo. E farlo in fretta, anche.

A vedere i “nostri” invece sembra che quelli più terrorizzati dall’eventuale caduta del premier siano proprio loro, spaventati a morte dalla concreta possibilità di andare ad elezioni anticipate e perdere di nuovo con lo stesso distacco siderale di due anni fa, il tutto mentre il Paese si sta progressivamente spostando a destra, svuotando il bacino di adesione potenziale ad un'idea di sinistra.


Davanti a tutto questo, davvero, me lo dite voi a che cazzo serve sforzarsi di trovare le parole?

giovedì 10 giugno 2010

Let's play Sun City!

Non so se è un problema solo mio e di quelli della mia generazione che, bene o male, si sono sempre interessati di politica nel senso ampio del termine, ma proprio non ce la faccio ad associare i luoghi e le città del Sudafrica ad un contesto di spensieratezza.

Quando sento parlare di Pretoria, Johannesburg, Cape Town quali sedi per le partite di calcio del mondiale, non posso fare a meno di pensare a quando, questi ed altri posti entravano in casa attraverso l'informazione dei giornali o delle tv per tutt'altre motivazioni. Parlo dell'apartheid ovviamente, della detenzione di Mandela, dei crimini contro l'umanità, delle violenze, delle sopraffazioni perpetrate in quella parte di mondo africano fino al termine degli anni ottanta.

L'aggancio mnemonico successivo è più leggero, e riguarda come a metà eighties questo tema fosse stato adottato da tutto lo star system anglosassone quale crociata del momento.
Sulla scia di operazioni benefiche tipo We are the world, fu anche registrato un disco nel quale gli artisti coinvolti dall'allora schieratissimo Little Steven (Bruce Springsteen, Miles Davis, Ruben Blades, Bob Dylan, Herbie Hancock, Ringo Starr con il figlio Zak Starkey, Lou Reed, Run DMC, Peter Gabriel, David Ruffin, Eddie Kendricks, Darlene Love, Bobby Womack, Afrika Bambaataa, Kurtis Blow, Jackson Browne and then-girlfriend Daryl Hannah, U2, George Clinton, Keith Richards, Ronnie Wood, Bonnie Raitt, Hall & Oates, Jimmy Cliff, Gil-Scott Heron, Nona Hendrix, Pete Townshend, Pat Benatar, Joey Ramone) si opponevano non solo al regime di Botha, ma anche a chi, uomini d'affari e sopratutto colleghi, si recavano periodicamente a Sun City, definita la Las Vegas del Sudafrica, per fare delle serate lautamente compensate ad appannaggio esclusivo della ricca borghesia bianca (Frank Sinatra ebbe a dichiarare: "perchè mai non dovrei più suonare a Sun City? Hanno un green stupendo") mentre nei sobborghi i poliziotti intervenivano nelle sommosse sparando ad altezza uomo.

Le rockstar avevano scelto l'acronimo di AUAA (Artist United Against Apartheid) e Sun City, il pezzo trainante del disco, nel ritornello recitava "ain't gonna play Sun City", dove ovviamente play stava per "suonare". Curioso che oggi gli occhi di tutto il mondo siano rivolti proprio lì, per i mondiali del "playing" più seguito del globo, in un paese in cui l'apartheid è stato sconfitto, ma dove permangono giganteschi contrasti e continue contraddizioni.


Speechless

Dico a Stefano che il giorno dopo, al mio ritorno dal lavoro, gli porterò una piccola sorpresa. Altro non è che un gioco della serie I Pinguini, preso con un Happy Meal dal MCDonalds in aeroporto. Ma la promessa basta per creare in lui un hype debordante, come ben possono immaginare tutti i genitori di bimbi piccoli.
Fatto sta che però il giorno seguente lo dimentico in ufficio.

Stefano: - Allora pà, ti sei ricordato la sorpresa?-
Io, con una contrizione degna di un corso in arte drammatica all'actor's studio: -Noooooo, accidenti, l'ho dimenticato! Cavolo mi spiace moltissimo...-
Stefano: - Mi sa che hai pensato più al lavoro che a me, eh?-
Io, imbarazzato: - Beh no, ma sai com'è...-
Stefano: - Fa niente, dai. Tanto ce l'hai in ufficio e me lo puoi sempre portare domani, no?-
Io, smettendo di balbettare: - Eh, sì. Certo, certo!-
Stefano: - E poi è meglio che quando sei al lavoro pensi al lavoro, sennò quelli ti licenziano!-

Non vorrei avesse visto di nascosto qualche puntata di Annozero...

Little lies, parte 3


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I PROCESSI

Insieme alle parole, ci sono gli atti che Berlusconi compie e ha compiuto in questi anni. Prima di tutto come privato cittadino e come imprenditore che guida un impero mediatico, industriale e finanziario. Un ruolo che lo ha esposto a numerosi processi, per comportamenti illeciti che configurano altrettante evasioni tributarie. Qui rilevano solo i principali procedimenti con ricadute fiscali, dunque, e non anche quelli per reati penali di altro genere (come ad esempio il processo per il Lodo Mondadori, per corruzione, o il processo Mills, per corruzione in atti giudiziari, anche questi per altro "risolti" grazie alle leggi ad personam varate nel frattempo dallo stesso governo Berlusconi, come il Lodo Alfano prima, il legittimo impedimento poi).

1) Tangenti alla Guardia di Finanza: Berlusconi è accusato di averne pagate per evitare controlli fiscali su quattro sue società, Mediolanum, Mondadori, Videotime e Telepiù. In primo grado viene condannato a 2 anni e 9 mesi. In appello i magistrati applicano le attenuanti generiche, e quindi scatta la prescrizione. Cioè l'imputato ha commesso il reato, ma per il giudice è scaduto il tempo utile alla condanna.

2) All Iberian 1: Berlusconi è accusato di aver pagato tangenti per 21 miliardi a Bettino Craxi. Viene condannato in primo grado a 2 anni e 4 mesi. In appello, ancora una volta, scatta la prescrizione.

3) All Iberian 2 e 3: in questi altri due filoni di questo processo Berlusconi è accusato di falso in bilancio, con costituzione di fondi neri per 1000 miliardi di vecchie lire, ed evasione delle relative imposte, attraverso quello che i periti tecnici della Kpmg e i pm di Milano definiscono il "Group B very discreet" della Fininvest, cioè il "presunto comparto estero riservato" della finanziaria del Cavaliere. Viene assolto perché "il reato non sussiste più": nel frattempo, alla fine del 2002, il suo governo ha approvato la legge che depenalizza il falso in bilancio e i reati societari.

4) Medusa Cinema: Berlusconi è accusato di illecito nell'acquisto della società cinematografica, per 10 miliardi non iscritti a bilancio. Condannato in primo grado a 1 anno e 4 mesi, viene assolto in appello, ancora una volta con la formula della prescrizione. Il reato c'è, ma i termini per la condanna sono scaduti.

5) Diritti televisivi Mediaset: Berlusconi è accusato dai pm di Milano per appropriazione indebita e frode fiscale per 13,3 milioni di euro. La procura ha chiesto il rinvio a giudizio, ma il processo è stato sospeso, prima per effetto del Lodo Alfano (dichiarato successivamente incostituzionale dalla Consulta), e ora per l'intervento della legge sul legittimo impedimento.

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mercoledì 9 giugno 2010

The Shield: The Final Act, part 1




La discesa agli inferi dello strike team e del suo indiscusso leader Vic Mackey si chiude dunque qui. Dopo anni di intrighi, bugie, doppi giochi, fallimenti personali e successi professionali, il re e il suo esercito personale sono destituiti.

Ma quando è morto veramente lo spirito della sua squadra d’assalto?

Già alla fine dell’episodio pilota, nel momento in cui Mackey, con la complicità di Shane e all’insaputa del resto del team, ha freddato guardandolo negli occhi l’agente Terry, infiltrato dai federali nella squadra per far emergere le responsabilità criminali di quegli agenti; quando hanno deciso di rapinare un treno pieno di soldi della mafia armena o solo di recente, quando Shane ha ucciso, per paura di essere coinvolto, il compagno Lem incastrato dalla disciplinare?

Ognuna di queste risposta è valida. Oppure nessuna di loro lo è. Forse lo spirito cameratesco di fratellanza che sembrava cementare i quattro è sempre stato solo un alibi, una grande menzogna, dietro ai quali si nascondevano tutte le iniziative illegali che lo strike team compiva.

La certezza è che la testa pensante dietro a tutto è sempre stata quella di Vic Mackey. Era lui che stabiliva il campo da gioco, fissava le regole, era lui arbitro e giocatore. Lo stratega, il tattico e anche l’esecutore. Era lui a trovare le soluzioni ad ogni situazione, anche a quella più intricata. Un grande poliziotto che si muoveva nei peggiori ghetti criminali d’america come un luccio fa nello stagno. Uno che se si poneva un obiettivo, nove su dieci lo portava a termine. Uno che ovviamente non badava ai mezzi che occorrevano per raggiungerlo.

L’estensione naturale di questo concetto lo ha portato in fretta alla convinzione che con i rischi che correva e con tutto il tempo che passava nelle strade, mica era giusto che lo pagassero quella miseria.

Gli spettatori sono dunque avvisati sin dall’inizio sulle caratteritiche del personaggio. Eppure decidono di stare dalla sua parte, di schierarsi.
D’ immedesimarsi con lui.

Shane Vendrell è il suo braccio destro, ha imparato tutto da Mackey. A differenza sua però, è solo un farabutto col distintivo. Uno senza scrupoli e con poco cervello. Se mai ha avuto dei valori, li ha dimenticati presto. Quello che ha imparato nel tempo a fianco di Vic, l’ha assimilato distorcendolo, decontestualizzandolo. Il loro è un rapporto di fratellanza che diventa negli anni tragico, asfissiante, shaksperaiano.


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martedì 8 giugno 2010

Little lies, parte 2



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3) Autunno 2004: Berlusconi, sempre capo del governo, interviene alla cerimonia annuale della Guardia di Finanza e, dal palco, arringa così le Fiamme Gialle, impegnate nella lotta agli evasori: "Voi agite con grande equilibrio e rispetto dei cittadini, nei confronti di chi si vuole sottrarre a un obbligo che qualche volta si avverte come eccessivo. C'è una norma di diritto naturale che dice che se lo Stato ti chiede un terzo di quello che con tanta fatica hai guadagnato ti sembra una richiesta giusta e glielo dai in cambio dei servizi che lo Stato ti offre. Ma se lo Stato ti chiede di più, o molto di più, c'è una sopraffazione nei tuoi confronti: e allora ti ingegni per trovare sistemi elusivi che senti in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità, che non ti fanno sentire colpevole...".

4) Primavera 2008: Berlusconi è in piena campagna elettorale, dopo la caduta del governo Prodi. Il 2 aprile interviene all'assemblea annuale dell'Ance, l'Associazione nazionale dei costruttori. E afferma quanto segue: "Se lo Stato ti chiede un terzo di quanto guadagni, allora la tassazione ti appare una cosa giusta, ma se ti chiede il 50-60% ti sembra una cosa indebita e ti senti anche un po' giustificato a mettere in atto procedure di elusione e, a volte, anche di evasione. Noi abbiamo un'elusione fiscale record giustificata da aliquote troppo elevate...".

5) Autunno 2008: Berlusconi ha stravinto, per la terza volta, le elezioni. Il 4 ottobre, di nuovo in conferenza stampa a Palazzo Chigi (immortalato dalle telecamere dei tg delle tre reti Rai) sostiene: "Se io lavoro, faccio tanti sacrifici... Se lo Stato poi mi chiede il 33% di quello che ho guadagnato sento che è una richiesta corretta in cambio dei servizi che lo Stato mi da. Ma se mi chiede il 50% sento che è una richiesta scorretta e mi sento moralmente autorizzato ad evadere, per quanto posso, questa richiesta dello Stato...".


Sul tema evasione fiscale mi permetto di aggiungere un mio ricordo personale. Durante la campagna elettorale delle regionali di quest'anno, Berlusconi arringava la folla con i suoi mussoliniani "volete voi...", ad un certo punto, nel pieno della sua esaltazione da predicatore televisivo americano è arrivato ad urlare: "volete voi che vinca la sinistra e vi tormenti con la sua polizia tributaria???" Come dire, tranquilli che con noi la G.d.F. avrà altro a cui pensare.


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domenica 6 giugno 2010

Ritorno alla città del peccato


Non mi ci metto a cercare di spiegare, lo farei di certo male, quello che ha rappresentato Gram Parsons per la musica, in particolare, ma non solo, per quella country. Potrei limitarmi a dire che il traghettamento di questo genere nell'era moderna è in gran parte merito suo, di quello che ha fatto con l'International Submarine Band, con i Byrds, con i Flying Burrito Brothers e da solo, prima di trovare precocemente (e non di raffreddore, purtroppo) la morte, a soli 26 anni, nel settembre del 1973.

Nel luglio del 2004, su iniziativa della figlia Polly, un manipolo di suoi eredi artistici e fans si è cimentato in un concerto tributo, di seguito immortalato in un cd e un dvd dal vivo. Scrivo del ciddì con un pò di ritardo, consapevole del fatto che in realtà con gli evegreen si è comunque sempre in tempo.

L'album consta di 21 brani, la partenza (con la Sin City All Stars, Jim Lauderdale e Jay Farrar) è molto tirata, quasi a lasciare che la componente rock surclassi quella country, poi si tira un pò il fiato con Raul Malo (ah! che nostalgià dei tempi in cui non cantava così imbolsito...) e si rallenta nella parte centrale, con Steve Earle e Lucinda Williams. Dwight Yoakam ha l'onore di interpretare i pezzi più famosi di Gram, Wheels e Sin City (che era nel "soundtrack" dell'opera a fumetti di Miller, mentre è sparita dalla sua rappresentazione cinematografica), lo fa svolgendo il compitino, senza slanci particolari.


Arriva Norah Jones e insieme a Keith Richards ci lasciamo trafiggere volentieri il cuore dalla straziante Love hurts, poi il chitarrista degli Stones resta solo a cantare Hickory wind. La chiusura vede tutti gli artisti sul palco ad intonare Wild horses e Ooh Las Vegas.


Un'operazione sincera, anche se riuscita solo a tratti. Alcune esecuzioni coinvolgenti, altre un pò scolastiche. Stupiscono un pò alcune assenze tra gli artisti chiamati (Mc Guinn, Crosby e l'amica Hammylou Harris su tutti), ma insomma si sa come vanno queste cose. Dà comunque sempre piacere allo spirito ascoltare le canzoni di Gram, chissà se riuscirò mai anche a vedere il dvd, di questo concerto.


Little lies, parte 1


Dopo la puntata di Ballarò in cui il presidente del consiglio gli ha dato del bugiardo, il giornalista di Repubblica Massimo Giannini ha messo insieme tutto il materiale a sostegno delle sue argomentazioni in studio, e ci ha scritto un bello storico. Probabilmente lo avete già letto o comunque conoscete già tutti i fatti, beh, io l'ho trovato molto utile e visto che è schematico e oggettivo, lo ripropongo.

Evasione, processi e condoni
la favola fiscale del premier

di Massimo Giannini


NELLA sua breve e "inappellabile" telefonata a Ballarò (
qui il video), il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha fornito agli italiani due importanti "notizie". La prima in risposta ad una osservazione effettivamente sollevata in studio da chi scrive. "È una menzogna che io abbia fornito qualunque forma di giustificazione morale ai fenomeni di evasione fiscale". La seconda replicando ad un'accusa che invece nessuno gli aveva mosso: "Non ho mai evaso le tasse, né io né le mie aziende".

Rispetto a queste affermazioni, e affidandosi esclusivamente ai fatti oggettivi della cronaca di questi anni, è utile ripercorrere tutto ciò che è realmente accaduto. Senza giudizi. Senza commenti. Ma attingendo semplicemente alle parole pronunciate dal premier, ai processi nei quali è stato ed è tuttora coinvolto, e ai condoni varati dai governi che ha presieduto.

LE PAROLE

1) Autunno del 2000: Berlusconi è il leader dell'opposizione. Il 15 ottobre è a Milano, e interviene alla festa di Alleanza Nazionale, partner di Forza Italia nella nascente Casa delle Libertà. Ai militanti dell'allora alleato di ferro Gianfranco Fini, il Cavaliere dice, testualmente: "Non ne può più neanche il mio dentista, che paga il 63% di tasse. Ma oltre il 50% è già una rapina... Non volete che non ci si ingegni? E' legittima difesa...".

2) Inverno 2004: Berlusconi è presidente del Consiglio, ha rivinto le elezioni per la seconda volta. In una conferenza stampa a Palazzo Chigi, risponde alla domanda di un cronista e dichiara, testualmente: "Le tasse sono giuste se arrivano al 33%, se vanno oltre il 50 allora è morale evaderle" (
qui il video).
continua

sabato 5 giugno 2010

No future


Dopo la pausa di riflessione causata dall'emorragia di ascolti è ripresa e si è conclusa la prima stagione dell'ambizioso "erede" di Lost, Flash Forward. I quattro mesi sabbatici purtroppo non sono serviti alla produzione per conquistare il cuore degli spettatori americani, se è vero che, dopo una prima puntata incoraggiante (più di 12 milioni di spettatori), la perdita di ascolti è stata continua ed inarrestabile, attestando alla fine l'audience della serie di poco al di sopra dei 5 milioni di fans e portando inevitabilmente alla drastica chiusura del programma.


E' un peccato, perchè, seppur avesse qualche punto debole, Flash Forward nasceva da un' idea sfiziosa (qui la mia prima rece), era sostenuto da un buon cast (Joseph Fiennes, Sonya Walger, John Cho, Dominic Monaghan su tutti) e con un opportuno budget da spendere in effetti speciali. A livello di trama però, dopo un'ottima partenza, la storia aveva rallentato troppo, allontanandosi dal plot originale ed eccedendo in ramificazioni. Questo aveva probabilmente portato al disinteresse del pubblico e al primo stop. Alla sua ripresa la serie ha subito accelerato, portando più azione e cominciando a spiegare qualche mistero dietro al salto in avanti nel tempo che nella storia si è verificato il 6 ottobre. Una maggiore introspezione di alcuni personaggi ( la parte del leone la fa Monaghan, forte del successo in Lost) e il tentativo di dare alla storia uno sviluppo più lineare non sono però serviti ad evitarne la cancellazione definitiva dai palinsesti. Certo, non si può nemmeno dire che la produzione sia stata superstiziosa nel pubblicizzare questo mega progetto che è stato lanciato come successo annunciato e "tarato" ambiziosamente per sei stagioni, con una sicurezza tale da far introdurre nello svolgimento della storia un indizio che indica a Benford e soci la conclusione del mistero nell'anno 2016.


Anche il tempismo dell'annuncio della chiusura non è stato il massimo, considerato che è stato lanciato dalle agenzie prima della puntata conclusiva. In questo senso fa un pò sorridere il cliffhanger finale, visto che la fiction non avrà alcun seguito e non sapremo mai se Benford, le cui ultime immagini , nel più classico dei finali sospesi, lo vedono correre verso la vetrata di un edificio pochi secondi prima che esso esploda, si salverà o meno.

Ma forse ci piace immaginarlo così, intrappolato in un limbo temporale nella posizione plastica della sua corsa al rallenty verso una salvezza (la seconda stagione) che non arriverà mai, vittima ideale della parte sfigata del dominio dei serial sulla tv moderna.




giovedì 3 giugno 2010

It's so easy


L'ultima -terribile- bordata era arrivata un anno fa. Nel marzo 2009, intervistato su una eventuale reunion dei Guns N'Roses con la line-up "classica", Axl Rose aveva detto: "“Suppongo che Duff (McKagan) potrebbe suonare qualcosa da qualche parte, ma per quanto riguarda Slash le possibilità sono pari a zero. In due parole lo considero un cancro che è meglio rimuovere, una cosa da evitare. E meno lo si sente, meglio è”. Ora Slash, forse perché galvanizzato dalla pubblicazione del suo primo ed omonimo album solista, ha replicato con toni pacati. Parlando col "New York Post", l'ex GNR ed attuale Velvet Revolver ha detto: "Preferisco mantenere un po' le distanze visto che so che mi odia. Quindi non credo che ci metteremo alle spalle i problemi del passato. Però credo che, che se dovessimo incrociarci e si riuscisse ad accantonare per un attimo tutta questa animosità che c'è, potremmo benissimo avere una conversazione interessante". E, commentando "Chinese democracy": "E' il perfetto disco di Axl, esattamente quello che mi sarei atteso, vedendo in che direzione andava, dagli ultimi anni del nostro lavoro comune. E' molto heavy. Piuttosto cupo e triste. Axl è un vero fenomeno" (fonte rockol, n.d.r.).



Anche se nel rock business non si può mai dire, dopo aver letto di questo scambio tra i due artisti viene difficile ipotizzare una reunion dei GNR nel breve/medio periodo. I fan nostalgici del periodo d'oro del gruppo possono però di certo consolarsi con il nuovo, omonimo, disco di Slash, che suona per ampia parte, esattamente come suonerebbe un ipotetico nuovo disco dei Guns, se il sound potesse essere convenuto con chi ha i ceri perennamente accesi sotto Appetite for destruction e Use your illusion.


Tutto è dove dovrebbe stare, in questo album. Non c'è una nota fuori posto, è un disco che nasce già talmente classico che di più non si potrebbe. I contributi dei featuring sono il massimo su piazza. Si parte dagli ex soci Izzy Stradlin & Duff McKagan. Poi Ozzy Osbourne, Lemmy, Iggy Pop,Ian Asbury ma anche Chris Cornell (qui convincente) Kid Rock, Dave Grohl,Nick Olivieri, l'esordio per questo genere di una convincente Fergie (forse il miglior succedaneo di Axl...), i Cypress Hill e su tutti, il poco noto al grande pubblico ma già apprezzatissimo dai dinosauri, Myles Kennedy voce degli Alter Bridge, e timbro vocale fantastico per le sonorità rock.


Cos'ho che mi rode allora, cosa c'è che non va? Non l'ho capito bene neanch'io, forse il compitino è troppo levigato, si eccede in ruffianeria, manca il guizzo geniale. Anche se poi, boh,alla fine non c'è niente di male a fare un disco così, ne ad apprezzarlo.
E' il tipico ciddì da macchina, volume a palla e via a mangiare il nastro d'asfalto, poco importa se ad accompagnarti ci sono i paesaggi delle Key West o i monotoni campi verdi che costeggiano la Rivoltana.

Non ha probabilmente senso aspettarsi di più, non stiamo parlando di un'ossessione, Slash non c'ha mica messo quindici anni, per completare il disco, non ha rischiato di finire in manicomio e sicuramente si è anche divertito a suonarlo, quest'album. Per dolore & sofferenza s.p.a. rivolgersi altrove.

mercoledì 2 giugno 2010

Impomatate i ciuffi, ecco The Baseballs!


Sull'onda della moda commerciale di trasfigurare canzoni celebri in un altro stile musicale (il trend più seguito è quello dello swing che riprende di tutto, anche pezzi hard rock), ecco i berlinesi The Baseballs che rifanno pezzi pop e modenr r'n'b in chiave fifties, vale a dire rockabilly e doo woop.

L'interesse ad ascoltare versioni rock and roll di Umbrella di Rhianna, This love dei Maroon Five, Let's get loud di Jennifer Lopez, Angels di Robbie Williams, The look dei Roxette o di diverse altre, dura giusto il tempo di togliersi lo sfizio, poi subentra la noia.

Però son simpatici, dai.


Extraterrestre portami via (da questo strazio)

Visto anche questo. Persino Stefano ha fatto fatica ad arrivare alla fine. Vabbeh...

domenica 30 maggio 2010

Stuck in the mud


(...)Domenica 13 gennaio '80 si doveva giocare Bologna-Juventus. I bianconeri erano in una situazione disastrosa: erano reduci da ben tre sconfitte consecutive, e in classifica stavano scivolando addirittura in zona retrocessione. Il giovedì prima della partita il direttore sportivo del Bologna, Riccardo Sogliano, alla fine dell'allenamento ci radunò tutti negli spogliatoi - titolari e riserve - e ci disse: " Ci siamo messi d'accordo con la Juve per pareggiare la partita di domenica. E' chiaro per tutti?". Nessuno di noi giocatori ebbe niente da obiettare, e Sogliano se ne andòtutto soddisfatto: un favore del genere alla Juve poteva tornare molto comodo al Bologna, in futuro...A quel punto parlò l'allenatore Perani, che ci propose di scommettere sul risultato di quella partita. (...)

Ricordo come fosse ieri, allo stadio comunale imbiancato dalla neve caduta nella notte , i minuti che precedettero l'ingresso in campo. Io ero destinato alla panchina, quando uscii dagli spogliatoi incrociai Trapattoni: gli raccomandai il rispetto dell'accordo, e lui mi disse che potevamo stare tranquilli, che non c'era nessun problema (con Trapattoni avevo giocato nel Milan e nel Varese, sapevo che era una persona seria). I miei compagni, nel sottopasso prima di entrare sul terreno di gioco, fecero lo stesso con alcuni dei giocatori juventini (che quel giorno erano: Zoff, Cuccureddu, Cabrini, Gentile, Brio, Scirea, Causio, Prandelli, Bettega, Tavola e Marocchino), gli dissero che noi avevamo scommesso sul pari; uno di loro rispose: "Noi oggi non abbiamo scommesso, il colpo l'abbiamo già fatto due doemiche fa con l'Ascoli (partita che la Juve perse in casa 2-3, n.d.r.)".



Le combine sui risultati delle partite di calcio ci sono sempre state, Carlo Petrini ne parla come di una cosa che negli spogliatoi è considerata naturale. Una squadra è in difficoltà, l'altra non ha più niente da chiedere, ci si parla, si conviene, ed è fatta. La squadra in difficoltà prima o poi renderà il favore. Una fisiologica conseguenza di questa pratica è il calcio scommesse (il totonero, così come era stato definito nel 1980). Un paio di intrallazzoni con contatti tra i calciatori mette in piedi un organizzazione di scommesse clandestine, per un pò la cosa funziona, ma non sempre i patti con i calciatori vengono rispettati e la coppia di "imprenditori" finisce sul lastrico. I due fanno quasi tenerezza pensando ai mega sistemi di scommesse moderne. Loro, nel 79/80 anticipavano i soldi delle scommesse, perdevano centinaia di milioni, avevano i cravattari alle calcagna e fu solo per uscirne che denunciarono tutto alla magistratura, dando il via al più noto scandalo della serie A italiano. Scandalo, che va detto, si concluse in una farsa a danno di qualche caprio espiatorio, visto che, ad esempio, non furono puniti il Bologna e sopratutto la Juventus, autrici di una clamorosa partita combinata.

Ma non parla solo di partite truccate, Nel fango del dio pallone. Ci racconta quanto siano egoisti, narcisisti e superficiali i calciatori. Di quanto gli importi solo della propria carriera (altro che bandiere...), di quanto attorno a loro giri tutto un mondo che vive solo per compiacerli, dei riti da camerata che a volte sfociano in brutali episodi da branco e infine dal sesso,consumato a profusione con episodi degni della più scontata trama di una produzione pornografica di serie B.

La parte del racconto alla quale Petrini tiene di più è però probabilmente legata al doping, altro aspetto che viene considerato consuetudine, negli spogliatoi che lui ha girato. Beveroni o siringhe che siano, i calciatori si sottoponevano a tutto quello che gli veniva chiesto, un pò per incapacità di rifutare, un pò per interesse personale, per giocare meglio, non sentire la fatica, migliorare la propria immagine/quotazione. Sono molti i morti e i feriti che questa pratica si è lasciata dietro, Carlo Petrini con un tumore al cervello è uno di loro.

Il libro è scritto in maniera molto semplice e lineare, composto da brevi periodi come se fossero post di un blog. L'autore fa chiaramente un resoconto della sua fantastica e tragica vita senza autoindulgenza, è spietato con se stesso, con le sue scelte egoistiche che hanno portato a conseguenza drammatiche anche per i suoi cari più vicini, è lo sfogo di un uomo che dalla vita ha avuto tutto e presto, e che col tempo ha restituito ogni cosa con gli interessi.

Confesso che ho sempre avuto un pò di timore a leggere Nel fango del dio pallone. Qualunque appassionato di calcio sa che questo sport è tutt'altro che pulito, ma forse a molti (me compreso) piace cullarsi nell'illusione che gli scandali passati siano stati solo episodi occasionali e tutto il resto fossero solo chiacchere da bar. Ovviamente non è così, e il fatto che quest'opera, che cita nomi cognomi e fatti, dall'anno della sua uscita a oggi non abbia subìto nemmeno una denuncia la dice lunga sulla coda di paglia che i suoi protagonisti negativi (tra gli altri Lippi, Agroppi, Trapattoni, Bettega, Dossena, Colomba, Moggi) si portano ancora oggi appresso.

Dopo aver letto il libro mi è venuta voglia di saperne di più e ho scovato su youtube questa bella intervista in tre parti a Petrini.
Parte uno, Parte due, Parte tre.

Blue


Che meraviglia. Quale inarrivabile splendore. Come si fa a vivere senza aver mai ascoltato Otis Redding sings soul (Otis Blue per gli amici)? Un disco che è consapevole della sua forza devastante, a cui non importa restare nascosto in mezze alle tante ciofeche che possiedo, tanto sa che quando arriva il momento dell'intervento di un Dr. Feelgood l'unico candidato,l'unico prescelto è sempre e solo Lui.

Nel 1965, a pochi mesi dalla terribile fine di Sam Cooke, e a meno di due anni dal tragico incidente che l'ha prematuramente ucciso, Redding registra il suo disco migliore, tributando all'amico l'interpretazione di tre suoi brani: la straziante A change is gonna come,la spensierata Wonderful world e Shake.
Poi prende Satisfaction degli Stones e la soulizza, tenendo botta alla grande laddove avrebbe potuto cadere e farsi male, torna nelle sue corde maramaldeggiando su My girl di Smokey Robinson e Down in the valley di Solomon Burke, trasfigura il blues di Rock me baby con il serafico benestare del suo autore, l'immenso B.B. King.


Solo tre canzoni originali di Otis. Si beh, però valgono un intera discografia, visto che si tratta di Ole man trouble, I've been loving you too long (e qui chi non si commuove è totalmente privo di sentimenti) e poi LA canzone soul: Respect.

Uno, due, tre ascolti consecutivi e poi Otis Blue può tornare on the shelf. Fino alla prossima emergenza...


venerdì 28 maggio 2010

William

Oggi sono stato al funerale di William, un mio vecchio collega, in pensione da qualche anno. All'epoca del mio ingesso in azienda, nel lontano 1988, era a lui che mi avevano affiancato per fare addestramento pratico. Lui aveva quarant'anni, io venti. Era una persona che può essere definita come l'archetipo del bauscia milanese, un pò come il Ponchia di Abatantuono in Marrakesh Express, uno che la sapeva lunga su tutte le cose, a cui piaceva stare in compagnia, ridere, fare battute, essere al centro dell'attenzione. Era molto conosciuto in aeroporto, anche fuori dal nostro reparto, tutti sapevano chi era.

Qualche anno dopo il mio ingresso nella Società le nostre strade si sono divise,visto che lui ha fatto carriera e ha cambiato area di lavoro. Qualche anno fa è andato in pensione, e subito, purtroppo, ha avuto dei seri problemi di salute, causati da una precoce forma di Alzhaimer prima e da problemi cardiaci poi. Sono stati proprio questi ultimi a causarne la morte.

Data la sua popolarità in azienda ero convinto di trovare una marea di ex colleghi al suo funerale, e la mia sorpresa è stata grande quando ho visto solo uno sparuto gruppo di persone radunato all'esterno della chiesa dove era prevista la funzione funebre. Una quindicina in tutto oltre all'ex moglie (anche lei dipendente della stessa azienda), il figlio, gli amici del figlio.

La funzione è stata, se possibile, ancora più deprimente. La piccola cappella del cimitero era squallida e desolante. Il prete che ha officiato sembrava svogliato come se fosse stato buttato giù dal letto controvoglia, le sue parole risuonavano vuote e routinanti, senza coinvolgimento, senza emotività, parlava della vita dopo la morte con la stessa passione con cui l'avrebbe fatto uno scienziato laico, si comportava non diversamente da un operaio di catena di montaggio.

Mi sono chiesto quale senso avesse tutta quella pantomima. Mi sono chiesto perchè uno come William fosse stato dimenticato così in fretta. Conosceva tutti in aeroporto, è vero. Però pensandoci bene, non ricordo coltivasse rapporti particolarmente profondi e intimi. Amicizie durature. Erano tutte conoscenze superficiali, relazioni interpersonali basate sulla convenienza, sulla condivisione di uno stesso posto di lavoro, di orari sfasati rispetto alle persone normali, di una professione che all'epoca sembrava privilegiata.

Non fosse entrato nella mia vita in un momento così particolare probabilmente non avrei avuto nessun tipo di relazione con lui, troppo diverse le nostre personalità. Nelle settimane in cui mi ha insegnato il lavoro, pur non conoscendomi per niente, mi ha concesso dritte su tutto lo scindibile umano: da come si prepara una compilation musicale, a come si pratica un cunnilingus, a cosa doveva fare l'Inter per vincere lo scudetto, al metodo per rollarsi una canna, alle sue avventure extraconiugali, alla cucina, il gossip sulle colleghe e i colleghi, la sua milanesità e via delirando.

Ricordo che un anno, poco prima di Natale, si lamentava con tutti che la moglie non capisse mai il regalo che lui desiderava intensamente, e si augurava che, cazzo, almeno quella volta lei avesse intuito quello che lui voleva, visto che aveva provveduto a fornirle diversi indizi in merito. Non aveva la minima percezione di quello che stava per succedergli. Quel Natale infatti la moglie se ne andò via con un altro, lasciandogli un biglietto sul tavolo della cucina.

Mi spiace che questo, da sempre, sia il ricordo più intenso che ho di lui. La lezione di vita più significativa che mi ha lasciato. Mi spiace che il mio cinismo mi faccia ricordare questo episodio anche in un momento in cui di norma si esaltano le qualità di una persona che non c'è più. Però, diamine, chi aveva bisogno di altre pillole di menzogna oggi?

Are we men or cartoons?

Jonathan Lethem è uno degli scrittori americani più quotati tra le cosidette nuove (fino a un certo punto, visto che è del 1964) leve della letteratura.
Ha cominciato a pubblicare trentenne, alternando generi (fantascienza, gialli, avantpop autobiografici) e formati (racconti brevi e romanzi).

Io ho letto la raccolta di narrativa breve Men and Cartoons, incuriosito dalla commistione di personaggi dei fumetti Marvel (per la Casa delle Idee Lethem ha sceneggiato anche una Graphic Novel) e storie di vita quotidiana di persone comuni.

Il risultato è altalenante. Intanto non tutti i racconti hanno connessioni dirette con i fumetti, alcuni citano reconditi super-eroi creati da Stan Lee, mentre altri diciamo che sfiorano appena il contesto comics book. La palma del migliore va senza dubbio a Super Goat Men, storia sospesa tra realtà e finzione, che ha come protagonista un inverosimile supereroe che ricorda vagamente il dude de Il Grande Lebowski, disilluso e un pò avanti con l'età.

Meno riusciti, ma comunque positivi La Visione, che prende spunto dal personaggio dei Vendicatori per raccontare una storia di ordinario risentimento, e Lo Spray che utilizza una leva fantascientifica per mettere a nudo ruggini, rancori e rimorsi, quelli sì reali, di una coppia.
Gli occhiali è un divertente racconto paradossale, mentre il Distopista proprio non l'ho digerito.

Un discorso a se merita infine L'inno nazionale, racconto in forma epistolare che conclude la raccolta.
Lethem parla verosimilmente di se stesso e lo fa in maniera molto fredda e disincantata, attraverso un movimento di camera che parte dal tempo presente e che va indietro fino alla sua giovinezza, e che include gli amici a lui più cari. Intimo e nostalgico, è fuori tema (se davvero il libro ne ha uno) rispetto alla raccolta, ma riesce a toccare più di tutti gli altri le corde più sensibili ed emotive del lettore trenta/quarantenne.
L'inno nazionale americano, secondo una protagonista di questo racconto, è The dark end of the street, tristissima canzone soul di James Carr (
la potete ascoltare qui) che parla di abbandoni e solitudine, e che per questo sarebbe la colonna portante delle vite degli americani.

Un autore da approfondire.

giovedì 27 maggio 2010

Eels strikes again and again

Buone nuove sugli Eels, dal blog di Chiara. Mark Oliver Everett si appresta (24/08/10) a dare alle stampe Tomorrow morning, un nuovo disco, il terzo in quindici mesi. Se non è un record, poco ci manca. Ma le good news non si esauriscono qui.
Mr. E sarà infatti in concerto a Milano, all'Alcatraz per l'unica data italiana del suo tour mondiale, il 15 settembre.
Tutti a vedere l'hombre lobo!

Allevati a rock and roll


Scorpions: 45 anni di carriera.
18 album in studio, 4 live e almeno 8 compilation, complessivamente 100 milioni di dischi venduti in tutto il mondo.
20 i musicisti che si sono avvicendati nella band, compresi i 5 attuali, tra i quali figurano i 2 fondatori Klause Meine e Rudolf Schenker.
L'età complessiva dei componenti attuali è di 270 anni, 2 le operazioni alle corde vocali sostenute da Meine nel 1981.
21 sono i tour fatti. L'ultimo sta per partire, durerà quasi 3 anni e nella migliore tradizione dei farewell tour, precederà lo scioglimento del combo.
Sting in the tail, 3 anni dal precedente Humanity: hour 1, è il disco appena uscito, 12 tracce, solo 1 degna dei fasti passati: Raised on rock.

mercoledì 26 maggio 2010

Lost chronicles, una breve valutazione

Almeno il finale aspetto un pò a recensirlo per non esagerare in spoiler, desidero solo affermare che, a differenza di molti fans della serie, non sono per niente deluso dalla conclusione di Lost.
A mio avviso gli autori hanno giocato intelligentemente con una delle teorie più formulate dagli spettatori, regalandoci un finale emozionante e lasciando apertissima la discussione sul significato della puntata (e dell'intera serie).
Ci tornerò sopra.

MFT, maggio 2010

ALBUM




AA/VV, Where the pyramids meets the eye, the 13th Floor Elevator Tribute Album
Xavier Rudd, Koonyum Sun
The Black Keys, Brothers
Scorpions, Sting in the tail
Nina Zilli, Sempre Lontano
Il Teatro degli Orrori, Raro
Hank III, Rebel Within
Gogol Bordello, Trans-Continental Hustle
Gaslight Anthem, American Slang
Florence+The Machine, Lungs
Jamie Lidell, Compass
Canned Heat, Blues with Canned Heat
Black Eyed Peas, Singles
357 String Band, Ghost Town
The Crookers, Tons of Friends
Lady GaGa, The Fame Monster
Basia Bulat, Heart of my own
Midlake, Courage of others
Slash, omonimo 2010
Van Halen, Best of both world


LETTURE

James Ellroy, Il Sangue è Randagio
Carlo Petrini, Nel fango del dio pallone

VISIONI

Lost, stagione conclusiva
Flash Forward, prima stagione (seconda parte)
Dexter, quarta stagione

martedì 25 maggio 2010

Così lontano, così vicino


Solo il tempo ci dirà se Nina Zilli, classe 1983, una discreta gavetta in diverse formazioni, è un prodotto preconfezionato delle major sull'onda del revival e di Amy Winehouse, o se è invece è tutto oro quello che luccica.

Intanto godiamoci Sempre Lontano, il suo album d'esordio che scorre via leggero ma intrigante, con lei che afferma una personalità e uno stile non banali.
I primi collegamenti che vengono in mente sono con Mina degli anni sessanta e con certe colonne sonore dei film di quell'epoca, ma la cosa non si ferma qui.
Si sente l'influenza anche dello stile retrò di Giuliano Palma (che infatti collabora a 50mila), tributi alle vecchie cose di Sergio Caputo, spruzzate di soul, con tanto di fiati e cori femminili (nelle due tracce Il paradiso e L'inferno), ma anche qualche episodio reggae alla Africa Unite (Penelope e No pressure, l'unico pezzo in inglese del lotto).
Nell'attacco di C'era una volta sembra di riconoscere Stay (degli Zodiacs via Jackson Brown) e qualcosa in Tutto bene ricorda Not fade away di Buddy Holly (via Stones).
L'amore verrà è la cover italianizzata di You can't hurry love delle Supremes (via Phil Collins).
Bellissimo chiude la track list ed è anche il mio pezzo preferito.


Il disco è ottimamente confezionato e prodotto, la voce di Nina si erge bene sul tappeto musicale che ha a disposizione, l'effetto nostalgia è raggiunto con classe. Volendo essere pignoli, resta solo la domanda che ponevo in premessa, ma in ogni caso non è elemento che pregiudica il piacere dell'ascolto.

domenica 23 maggio 2010

E venne il giorno


Mi preparo alla partita seguendo i riti scaramantici che, da spetattore televisivo, mi hanno portato fino a Madrid. Rinuncio alle proposte di cena+partita in trasferta fatte da amici e parenti e mi chiudo in casa. La tuta che indosso è quella pesante che ho portato dall'inizio della Champions a settembre, il resto della famiglia mi lascia solo e si rifugia in un'altra stanza. Alle 20.44, dopo una suggestiva coreografia basata sul Flamenco fanno il loro ingresso in campo le squadre. Canticchiavo la musichetta della coppa campioni già da qualche giorno, sentilra sparata al massimo dagli speaker dello stadio Bernabeu mi mette i brividi.

Si parte. La gara è meno bloccata del previsto. Si gioca, e l'Inter comincia in attacco. Poi i tedeschi prendono campo, Robben sembra in forma e mette in difficoltà uno spaesato Chivu. Da lì a poco il controllo della palla è tutto dei biancorossi di Van Gaal. Poi un rinvio di J. Cesar, Milito prende posizione e fa la torre per Sneijder che fa due passi e poi gli restituisce palla. Milito è nel cuore dell'area davanti ai difensori, non tira subito, ma quando lo fa non sbaglia. Uno a zero. Stranamente l'esultanza della squadra non è da finale, solo un paio di giocatori raggiungono il principe per festeggiare. Pochi minuti dopo, su contropiede potermmo già raddoppiare ma Sneijder, servito da Milito calcia in bocca a Butt.

Il secondo tempo si apre con il Bayern che dopo pochi secondi mette un uomo solo davanti al portiere dell'Inter, il tiro è centrale e J. Cesar respinge. Capovolgimento di fronte, un ottimo Pandev calcia di prima una velenosa palombella ma Butt si supera e gli nega il gol.

Il Bayern tiene palla, l'Inter gli lascia l'iniziativa e si chiude nella propria metà campo in attesa di ripartire. A metà del tempo Eto'o vince un contrasto di testa appena fuori dalla sua area di rigore e riparte servendo Milito, che punta l'area, fa un'incredibile finta, dribla un difensore, apre il compasso del destro e piazza la palla nell'angolo. 2 a 0.

I cambi non incidono sulla gara, Robben è isolato, sembra che nessuno tra i bavaresi abbia i numeri per una giocata risolutiva. Finisce la partita. In tanti, tra giocatori e pubblico,piangono a dirotto.E' un emozione indescrivibile. A mente fredda sembra quasi sia stata una partita "facile", già scritta, con il Bayern che ha fatto la partita che l'Inter si aspettava e con i nerazzurri che li hanno lasciati fare, consapevoli della propria forza.

Personalmente non ci credevo più ad una vittoria in questa maledetta competizione. Ero talmente sfiduciato da sviluppare un atteggiamento tipo la volpe e l'uva, dicevo che pensavo più alla seconda stella (e quindi al ventesimo scudetto) che alla Champions. Beh, mentivo.

A rovinare la festa (sennò non sarebbe l'Inter) oltre all'annunciato addio di Mourinho, le parole di uno stratosferico Milito che sostiene di avere offerte da altri club (complimenti Diego, dire che te ne vai - o battere cassa - in mezzo ai compagni e ai tifosi in delirio, dopo essere stato zitto tutto l'anno, è un capolavoro di tempismo pari a quello che hai in area di rigore) e la presenza di Schifani nella foto con la coppa (in questa è coperto, ma in altre si vede chiaramente)...

P.S. Colgo l'occasione per fare autocritica, visto lo scetticismo con il quale avevo accolto Mou.

venerdì 21 maggio 2010

Anni di piombo


Il sangue è randagio, nuovo libro di Ellroy, è l'ultima parte di una trilogia iniziata nel 1995 con l'imperdibile American Tabloid e continuato nel 2001 con Sei pezzi da mille. Ognuno di questi libri, volendo, si può leggere anche da solo, ma personalmente, in considerazione dell'orizzonte temporale che divide le uscite e data la complessa ragnatela tessuta dal Ellroy, prima di procedere con il capitolo più recente rileggo sempre ("random" o in stile readest digest) il precedente.

Eccomi quindi a riprendere in mano Sei pezzi da mille, opera molto criticata e forse prima occasione in cui il fronte compatto degli estimatori del genio americano ha cominciato a incrinarsi. Anch'io, pur aspettandomi una flessione fisiologica, dopo quel capolavoro della letteratura moderna che è stato American Tabloid, ero rimasto deluso. Quello che non mi era piaciuto era l'abnorme quantità di spunti e di elementi contenuti in ogni singola pagina, e poi, certo, l'inasprimento dello stile di scrittura, l'eccessiva contrazione dei periodi, lo stupro perpetrato ai danni della sintassi. Copio un passaggio del libro, giusto per rendere l'idea dello stile usato dall'americano per le quasi 800 pagine di narrazione:

Più:
Arrivi di truppe. Movimenti di truppe. Morti.
Più:
Incursioni aeree. Incursioni terrestri. Resistenza.
Resistenza in Vietnam. Resistenza in America. Resistenza nel resto del mondo.
La guerra era PIU'. Gli affari erano MENO. Wayne lo sapeva.
Meno:
Estensione. Incrementi dei profitti. Potenziale.
La skuadra condivideva il laboratorio. Il Can Lao l'aveva cooptato. Perchè farlo?
Il Can Lao esportava in Europa. La skuadra esportava a Vegas. Notare la dicotomia.
La skuadra guadagnava bene. Il Can Lao guadagnava alla grande. Notare la discrepanza. La guerra era la definizione di PIU'. Gli affari erano la definizione di MENO. Notare l'incongruenza.

La rilettura ad anni di distanza ha cambiato il mio punto di vista, facendomi apprezzare questa scrittura anfetaminica, ipnotica, ossessiva, ripetitiva come un blues di John Lee Hooker. James Ellroy è quasi impazzito mentre scriveva questo libro, e i lettori vengono trascinati nella medesima spirale di follia nella quale ha rischiato lui stesso di precipitare.
Dal punto di vista della storia, gli elementi che contraddistinguono il racconto sono quelli classici a cui il narratore ci ha abituato. Sei pezzi da mille si apre con le strategie dell'F.B.I. per eliminare (fisicamente o nella credibilità) i testimoni dell'omicidio Kennedy, poi le attenzioni di Hoover si spostano sul fratello di John, Robert e su Martin Luther King e sui piani per toglierli di mezzo. Sullo sfondo, la guerra in Vietnam, il commercio di droga dal paese asiatico, la mafia, Las Vegas e Howard Hughes.

Oltre ai personaggi sopravvissuti ad American Tabloid, Ellroy ne inserisce di nuovi, complessi e sfaccettati come tutte le sue creature. Sugli altri, Teadrow padre e figlio e Dwight Holly. Tutti agiscono contemporaneamente su più livelli. Quando va bene fanno il doppio gioco, ma spesso si spingono anche oltre. Qualcuno, pur avendo sulle mani il sangue di molte persone, è animato da valori che lo portano a prendere decisioni drammatiche e coraggiose quando questi vengono traditi.
Ellroy racconta infine come vengano adescati, condizionati mentalmente, addestrati e indotti ad uccidere da parte di agenti dell'F.B.I. , Jimmy Ray, attentatore di MLK e Shiran Shiran, assassino di Robert Kennedy.

Dietro a tutto c'è lui, il Grande Manovratore, J.Edgar Hoover, capo del Bureau per trent'anni, durante i quali ha spiato e intercettato praticamente ogni essere umano che destasse la sua attenzione, con particolare accanimento verso attivisti neri, comunisti o politici democratici. E' lui l'anima nera di questa trilogia, la vera ossessione di James Ellroy. E' lui che rappresenta la coscienza sporca degli USA. E lui che porta a dire allo scrittore che l'america non è mai stata innocente.