lunedì 27 ottobre 2014

I Guardiani della Galassia


Non so a chi sia venuta l'idea di premiare, attraverso la trasposizione cinematografica, le gesta di questi super-eroi Marvel dalla scarsissima rilevanza fumettistica  ma, chiunque egli sia, dalle pagine virtuali di questo blog mi faccio promotore di una petizione mondiale: santo subito!
Coloratissimo e scoppiettante, dentro questo film gli appassionati degli albi Marvel possono trovare gran parte del mondo extraterrestre della casa delle idee, per giunta non stravolto nella resa estetica: personaggi del calibro di Thanos, Il Collezionista, Ronan o la guerrafondaia razza Kree, che tanto ci hanno affascinato attraverso lunghe saghe dei Vendicatori o di Silver Surfer, sono resi così come li avremmo sempre voluti, per nostro massimo godimento. Ma è festa grande anche per lo spettatore comune, a fronte dei continui rimandi ai classici della fantascienza su grande schermo ed in virtù di un mix vincente tra azione e commedia che colloca idealmente la pellicola tra Indiana Jones e Guerre Stellari.
Ovviamente il merito principale del successo del film è da attribuire ai cinque Guardiani: Starlord (interpretato da Chris Pratt); Gamora (Zoe Saldana); Drax (il wrestler Dave Batista), alla maestosa cazzimma di Rocket Racoon (in originale doppiato da Bradley Cooper), che deve il suo nome all'omonimo pezzo dei Beatles sul White Album (non lo dicono nel film ma fidatevi), e alla serafica calma zen di Groot (doppiato da Vin Diesel). Questi ultimi due sono indubbiamente la carta vincente della produzione, l'elemento conduttore di emozioni semplici ma trascinanti, i character che prendono per mano lo spettatore per tutta la durata della proiezione, fino ai titoli di coda.
Gesù, mi viene il mal di testa a pensare alle potenzialità del preannunciato sequel: gli Skrull, Silver Surfer, Nova, Warlock, Thanos e le gemme dell'infinito, Galactus, Howard the Duck!
 
Non perdete tempo, I Guardiani della Galassia è IL film Marvel da vedere.

sabato 25 ottobre 2014

Chronicles 41

Primo post pubblicato dal cellulare mentre sto tornando da Roma, dove oltre un milione di persone hanno manifestato con la Cgil. Mentre la stanchezza sta prendendo il sopravvento mi ritrovo a sperare che questa prova di forza (o meglio, di riequilibrio delle forze rispetto alla tracotanza di Renzi) non venga sprecata. Dormo.

lunedì 20 ottobre 2014

Billy Joe Shaver, Long in the tooth

File:Billy Joe Shaver - Long in the Tooth.jpg

Ha tutto il diritto di essere stanco ed irascibile Billy Joe Shaver, classe 1939 e uno dei padri del movimento outlaw country. L'ha imparato nel peggiore dei modi quello spettatore cafone che dopo avergli rivolto un paio di epiteti di troppo durante un'esibizione è stato raggiunto da una pressante richiesta di scuse accompagnata da qualche proiettile sparato da una pistola che Billy porta sempre con sè. Ma non è per paura delle scomposte reazioni di Shaver se Long in the tooth, primo album di materiale inedito dopo sette anni, ha avuto riscontri generalmente positivi. E' che dischi così ormai li fanno solo quelli che questo genere l'hanno inventato, non esiste un grosso movimento revivalista che riproponga pezzi di questa natura, neppure da parte degli artisti che pure si mantengono integri rispetto all'imperante dinamica mainstream del country. E se c'è qualcuno che può mettere il dito nella piaga delle nuove generazioni sono proprio Billy Ray e Willie Nelson, che aprono in duetto il lavoro con Hard to be an outlaw, assecondando un canone musicale consolidato con una coppia di voci logorate dagli stravizi e dall'età (156 anni in due...) ma più potenti ed evocative che mai. La successiva title track ha un ritmo decisamente più incalzante e si fa apprezzare la scelta inconsueta di utilizzare tra gli strumenti uno scacciapensieri. Non mi sorprenderebbe se il pezzo, così com'è, potesse entrare nel repertorio di Tom Waits. 
L'album nel complesso si presenta nella forma che da qualche tempo considero la migliore: un ten tracks di poco al di sopra della mezzora di musica. E' ben bilanciato tra pezzi introspettivi (il valzer di I love you as much as I can; I'm in love), tracce che devono aumentare le battute per farsi sentire nel caos dei localacci sulle interstate ( Last call for alcohol; Checkers and chess; Music city USA) e sorprendenti border line songs (American me). 
Non ci posso fare niente, sono frocio per gente della risma di Billy Joe Shaver.

lunedì 13 ottobre 2014

The Gaslight Anthem, Get hurt


A detta di chi scrive, il più grande elemento di distinzione tra i Gaslight Anthem e la pletora di bands che affollano il panorama musicale è la capacità di portarti via. Dalla tua stanza, dall' imbottigliamento nel quale sei incastrato con la tua utilitaria, dal vagone della metro che ti porta a casa. Di farti viaggiare con le suggestioni create dal loro brand musicale: una  contaminazione tra new wave e blue collar rock (qualcuno dopo Skin or swim, l'album di esordio, ha azzardato un sodalizio tra Cure e Springsteen) con derive punk. E grunge, almeno a giudicare dall'incipit di Stay vicious, pezzo di apertura di Get hurt, lavoro numero cinque del combo del New Jersey che inizia su svisate di chitarra che rimandano appunto a quella stagione di oltre vent'anni fa, con il cantato di Fallon che, quasi irriconoscibile,  ben si adegua all'andazzo, fino a che un improvviso cambio di registro scioglie la tensione passando dall'acido al confidenziale con una disinvoltura spiazzante. Basterebbe questo per cancellare il passo falso del precedente Handwritten: il gruppo si è ritrovato e ha ritrovato la voglia di comunicare attraverso le tante anime e le passioni musicali dei singoli componenti.
E' solo così che si può centrare una ballata grondante struggimento qual è la title track, splendido esempio del perfetto romanticismo da strada della band. Certo, non mancano nemmeno a sto giro le cambiali pagate a zio Bruce, con gli ululati di Stray paper e sopratutto con le sferraglianti Helter Skeleton e Ain't that a shame, ma i ragazzi sono bravi ad evitare di rimanere intrappolati dentro pericolosi risucchi derivativi e ci regalano altre importanti gemme autoctone come Red violins o la sognante Break your heart
Ho letto in giro giudizi tiepidi per questo album, si sarà capito che non li condivido affatto. Forse una band quando arriva al quindo album senza essere diventata gli U2 registra un inevitabile calo di hype da parte degli addetti ai lavori, forse Fallon e soci sono troppo poco star rispetto a colleghi anche meno dotati di loro, forse non è (più? ancora?) stagione per questo genere musicale. 
E' la classica situazione da mixed emotions: spiace per il mancato raggiungimento del successo planetario da parte dei Gaslight, ma così almeno possiamo coccolarci un gruppo che resta, ancora per un pò, solo di nostra pertinenza.

giovedì 9 ottobre 2014

Old Crow Medicine Show, Remedy


Un enorme ed eccitante parco divertimenti. Per gli amanti della musica rurale americana, della old - time, del folk e del country 'n' blugrass, questo rappresentano gli Old crow Medicine Show: la più eccitante string band attualmente sulla piazza. Remedy arriva dopo oltre quindici anni di attività (di cui però solo gli ultimi dieci a livello professionistico) e consuntiva tutte le influenze del gruppo, a partire da quella primaria: Bob Dylan. "Ho ascoltato Bob Dylan e nient'altro. Nient'altro che Bob Dylan per quattro anni. E' stato come andare a scuola." Questo il dichiarato manifesto di Critter Fuqua (banjo, chitarre, violino e voce) , che si traduce fedelmente in pezzi come Brushy mountain conjugal trailer e Sweet Amarillo. Per il resto, rimanendo nella metafora in premessa, l'album è un ottovolante di vorticose emozioni, a partire dalla trascinante cafonaggine redneck di 8 dogs 8 banjos, dove le liriche sono al banale servizio dello  scatenato pattern blugrass, così come per Tuttifrutti erano una scusa per liberare il delinquenziale rock and roll di Little Richard. In altre occasioni invece il songwriting è centrale nella costruzione della canzone e si armonizza con la melodia come un bicchiere di Southern Comfort ghiacciato bevuto in veranda, in una notte d'estate. Mi riferisco a due pezzi straordinariamente evocativi quali l'elegia funebre di Dearly departed friend e ancora di più l'irresistibile Firewater.
Per capacità di suggestionare, abilità compositiva,  tecnica e passione, non credo che al mondo, oggi, esista un'altra band come gli OCMS. Spero di avere l'opportunità di vederli dal vivo, prima o poi. Nel frattempo non posso che indicare Remedy come uno dei dischi del 2014.

lunedì 29 settembre 2014

MFT, Settembre 2014

ASCOLTI

Pilgrim II, Void worship
Slash, World on fire
U2, Songs of innocence
Imelda May, Tribal
John Mellencamp, Plain spoken
Paul Rodgers, The royal sessions
Ryan Adams, self titled
Billy Joe Shaver, Long in the tooth
The Gaslight Anthem, Get hurt
Old Crow Medicine Show, Remedy
Lionel Richie, Tuskegee
Old 97's, Most messed up
Lake Street Dive, Bad self portraits

MONOGRAFIE/DISCOGRAFIE PARZIALI

Van Halen, Lee Roth era/Hagar era
Rush, Moving pictures / Signals
Motorhead, 1990/2013
Thunder, 1995/2008


SERIAL

Sons of Anarchy, final season
Mad Men, stagione 2


LETTURE

Davis Stephen, Il martello degli dei. La saga dei Led Zeppelin

sabato 27 settembre 2014

Chronicles 40

C'ho messo 46 anni, ma alla fine è successo: mi sono fatto ciulare il portafogli. Probabilmente ho facilitato il lavoro dello spettabile disonesto dimenticandolo sul bancone di un bar, non riesco a ricordare. So che un momento prima ce l'avevo e quello dopo...puf! sparito. Il misfatto è accaduto a Roma, dove, a seguito della recente elezione ad una carica regionale del sindacato, mi devo recare più spesso. Fatto sta che questo evento, come potete immaginare, ha comportato una rottura di coglioni epocale che a saperlo avrei consegnato spontaneamente i miseri trenta euro custoditi nel portafogli in cambio di tutti i miei documenti. Infatti nei giorni successivi il misfatto sono stato impegnato in un tour che ha toccato: uffici di polizia (denuncia furto/smarrimento e sostitutivo patente); banca (bancomat), poste (poste pay); ASL (tessera sanitaria) e Comune (carta d'identità). Per fortuna hanno inventato i biglietti elettronici, per cui basta un codice sul telefonino per salire sul Frecciarossa, altrimenti sarei dovuto tornare dalla Capitale in autostop. Anche quello sarebbe stato un inedito (almeno su distanze così impegnative) arrivato poco prima della mezza età. Se questo è l'inizio del mio quarantaseiesimo anno di vita, sono vagamente preoccupato di scoprire il resto.

giovedì 25 settembre 2014

Io, Stefano e i One Direction 2/2



Nell'arco della mia vita ho assistito ad un discreto numero di concerti, ma posso tranquillamente affermare di non aver mai sentito un boato dell'assordante intensità di quello che il pubblico di San Siro tributa ai One Direction. Non esagero, una roba che fa tremare lo stadio fino alle sue vecchie fondamenta.
Anticipati dagli anonimi (veri) musicisti che prendono posto nella parte tradizionale del palco, Niall, Zayn, Liam, Harry e Louis (visto? mi sono documentato...) fanno il loro ingresso on stage e subito gratificano la folla con Midnight memories, il cui refrain è supportato da cinquantamila voci gaudenti. I ragazzi si piazzano lungo la passerella centrale e lì resteranno per tutto il concerto, dandosi a turno il cambio all'estremità di essa per eseguire ognuno la propria canzone, mentre gli altri attendono (talvolta un po' annoiati, devo dire) su una panchina posta all'inizio della lingua di palco. E' noto che gli show di Milano verranno immortalati su di un apposito dvd (in uscita a Natale) e quindi ogni atteggiamento dei cantanti appare ancora meno spontaneo di quanto non lo sia già normalmente. Per l'intera esibizione è tutto un invitare la folla al botta e risposta, un elogiare i fan italiani e un proclamare l'emozione di trovarsi nella Scala del calcio. Parti integranti dello spettacolo anche gli immancabili selfie e l'utilizzo di twitter, piattaforma attraverso la quale la boy band risponde ad una manciata di domande inviate al loro profilo dai fans di mezzo mondo. In un'ipotetica classifica dei più sovraesposti la parte del leone mi sembra la facciano Liam, Harry e Liam, con gli altri due un po' più sacrificati.
Scorre la setlist, e, benché permanga forte la sensazione di trovarsi dentro un talent show più che ad un concerto, su qualche pezzo, come Kiss you, Live while you're Young - la mia preferita - , C'mon c'mon, Diana , nemmeno io mi sottraggo al singalong (lo so, vi sarebbe piaciuto vedermi). Tra un effetto speciale e un gioco di luci, con What makes you beautiful si chiude lo show, in attesa dei bis, che, sotto un gradevole drizzle molto english, si aprono con You and I. E' poi il turno di Story of my life, che sarebbe anche un brano piacevole, se il titolo non mi riportasse all'omonimo pezzo dei Social Distortion e, che te lo dico a fare, con Mike Ness che ti rimbomba nella testa finisce ogni suggestione pop. Con Best song ever siamo ai saluti con tanto di coriandoli e stelle filanti.

Stefano, dopo un inizio concerto che l'aveva reso malmostoso (ancora oggi non  ne ho capito il motivo) è stato progressivamente sempre più coinvolto dallo show, al punto dal voler rimanere fino all'ultimo, nonostante la pioggia. Fuori dallo stadio la sua eccitazione è al massimo, e, come gli accade in questi casi, parla a manetta, rovesciandomi addosso impaziente domande e riflessioni a rullo. Lungo la strada antistante il piazzale dello stadio è interminabile la fila dei  genitori in piedi accanto alle auto parcheggiate sul marciapiede con le quattro frecce accese, che attendono il ritorno dei figli impegnati (immagino) nella prima libera uscita della loro giovane vita.
Ripensando al concerto, mi rendo conto che non ci sono state grosse sorprese rispetto a come me l'ero figurato. L'esibizione in se stessa mi ha lasciato proprio pochino, ma l'entusiasmo dei ragazzini, beh, quello è stato veramente contagioso e mi ha trasmesso vibrazioni positive, genuine. Penso che un giro da queste parti avrebbe fatto bene anche a tanti dinosauri musicali un po' snob che ormai la sanno tutta ancora prima che gliela racconti e che non vogliono avvedersi di come i giovanissimi fans delle pop star moderne potrebbero diventare i sostenitori di ben altra musica domani. D'altro canto, anche per molti di noi la curva di apprendimento è iniziata con una qualche passione che probabilmente oggi ci vergogniamo un po' a tirare fuori dagli armadi.
In fondo, per vedere gli AC/DC c'è sempre tempo.


lunedì 22 settembre 2014

U2, Songs of innocence


La premessa potrebbe durare poche righe o dieci cartelle, ma il concetto di base è semplice. Per quale ragione un gruppo (che è stato) seminale come gli U2 si ostina a voler continuare a proporre nuova musica, quando è evidente come, da quindici anni almeno (dico io, che salvo la loro produzione fino a All you can't leave behind compreso), non ne azzecca una che sia una? 
Non rispondete strofinando pollice ed indice a suggerire l'attaccamento al vil denaro: a parte lo stato di milionaria agiatezza già raggiunto, basterebbe un tour mondiale ogni tre anni, anche in assenza di materiale nuovo, anzi proprio per l'assenza della zavorra di materiale nuovo, per sistemare le quindicesime generazioni a venire di Bono e soci.
Anche perchè ormai di dischi se ne vendono talmente pochi che non rappresentano più la primaria fonte di guadagno di un artista, giusto? Sì, cioè no. 
Perchè proprio qui sta la genialata dei quattro: cedere i diritti del nuovo disco per una cifra abnorme (ho letto cento milioni di dollari ma non avevo voglia di sbattermi per cercare conferme) alla Apple, la quale a sua volta lo regala, inserendolo nella famigerata libreria itunes, ai propri utenti. Risultato economico, mediatico e di penetrazione del mercato raggiunti (si parla di quasi quaranta milioni di ascoltatori), ma rapporto con vecchi fans e puristi in picchiata verticale (rischio calcolato: sono la netta minoranza).

Bene. Ma...la musica? Ho voluto evitare la superficialità dei molti che hanno criticato il nuovo album di Springsteen senza nemmeno averlo ascoltato un paio di volte, e pertanto nell'ultima settimana ho messo in buona rotazione Songs of innocence, ricavandone un'impressione sì di mediocrità e futilità artistica unita ad arrangiamenti spesso ridondanti e incomprensibili, ma anche qualche spiraglio di luce. Ci sono sprazzi di cose buone in Every breaking wave che purtroppo si perdono nell'onnipresente e irritante falsetto di Bono, così come in Iris il cuore sobbalza nel sentire quel pattern di chitarra di The Edge, ma anche qui, quando sembra che abbiano azzeccato una melodia ci pensano quei dannati coretti uh-uuh a farti cambiare idea. Il meglio sta nella coda, con l'old style di Raised by wolfes (sull'IRA e il conflitto in Irlanda del Nord),una Cedarwood road che rimanda all' hard rock dei settanta, l'elegante l'elettronica di Sleep like a baby tonight (a ricordarci la produzione di Danger Mouse) e l'inevitabile slow finale The troubles, eseguita da Bono in duetto con Lykke li. 

In conclusione, se si trattasse davvero di un vecchio ed anonimo ellepì, come la spartana scelta della cover suggerisce, esprimerei due voti distinti per ognuna facciata: decisamente insufficiente la prima, più compiuta la seconda. 
Insomma, non siamo dalle parti dell'attesa resurrezione musicale, ma forse il becchino ha smesso, per un attimo, di piantare chiodi sulla cassa degli U2.


giovedì 18 settembre 2014

Io, Stefano e i One Direction (1/2)

All'inizio dovevamo vedere gli AC/DC. Non lo dico per giustificarmi, non mi vergogno per niente di aver assistito al concerto dei One Direction con mio figlio. Anzi, sono più che felice di aver condiviso insieme a lui questa sua prima volta. Ma, sul serio, qualche mese fa, quando si era sparsa la voce di un nuovo tour mondiale degli australiani, avevamo pattuito di andare a vederli (Stefano adora Thunderstruck e You shook me all night long) qualora fossero passati dalle nostre parti. Il rumor si è poi rivelato non veritiero (per dirla tutta, dopo la notizia del tour è circolata la voce di segno opposto di uno scioglimento della band  a causa di una grave malattia che ha colpito Malcom Young) ma tanto è bastato per farci assumere l'impegno di assistere asap (as soon as possible) al primo concerto che riscontrasse anche solo un poco del nostro interesse.

Ora, i One Direction non sono esattamente i cantanti preferiti da Stefano ("piacciono alle ragazze" la solida motivazione portata al dibattito), ma immagino che oggigiorno siano un po' la tassa da pagare per i teen ager che attenzionano la musica.
Semplice curiosità o interesse vero, qualunque possa essere stato l'elemento che ha fatto scattare la molla, l'adesione di mio figlio alla proposta di tornare a San Siro, stavolta per assistere ad un evento musicale e non ad una partita di calcio, è stata immediata. Io, con la sicumera del matusa, non mi sono preoccupato di recuperare in anticipo i biglietti, nella convinzione che il gruppo terzo classificato all'X-Factor britannico del 2010 non riuscisse a riempire due serate alla scala del calcio. Ebbene, questo errore di valutazione ha rischiato seriamente di rendermi artefice di una cocente delusione ai danni del ragazzo.

Infatti, nonostante l'anticipo di due ore con il quale arriviamo allo stadio il 29 giugno, le mie certezze sulla facilità di trovare i tagliandi vacillano. Laddove, quando c'è disponibilità di tagliandi i bagarini ti fanno la posta già ad un paio di chilometri da piazzale Lotto, ci troviamo invece a camminare tranquillamente fino ai cancelli senza che nessuno si proponga. Al contrario, pullula di persone che agitano il cartello "compro". L'apprensione che aveva cominciato a prendermi lo stomaco si trasforma ora interrore puro. Nonostante gocce di sudore freddo mi imperlino la fronte faccio finta di niente per non allarmare Stefano, ma ovviamente penso che il premio di peggior papà del mondo non me lo toglierebbe nessuno se l'avessi pompato per l'evento per poi farlo tornare a casa con le pive nel sacco.
Finalmente, dopo interminabili minuti di tremenda angoscia, veniamo avvicinati da un buon samaritano che ci propone un prato a cinquanta euro (il prezzo originario è di trenta). Sollevato, inizio l'inevitabile trattativa e quando troviamo una possibile mediazione intorno ai quaranta accade l'imprevisto: arriva la Guardia di Finanza e comincia a sequestrare i biglietti ad un gruppo di bagarini complici amici di quello con il quale sto mercanteggiando. Il tizio si allontana di soppiatto lasciandomi il corpo del reato (i biglietti) tra e mani, intimandomi con lo sguardo e il movimento all'insù del mento di seguirlo per effettuare il pagamento in luogo sicuro. Così, qualche decina di metri più avanti, sgancio, con una disinvoltura modello Bodie in The Wire, quattro banconote da venti ad un altro del giro che fa segno al mio che è tutto okay. Si può entrare.

Già all'esterno dello stadio si sentiva distintamente, ma una volta dentro l'effetto diventa un onda in piena. L'entusiasmo del pubblico è incontenibile. Sul palco c'è la band di supporto e i ragazzini che affollano spalti e prato si scatenano sostenendoli a pieni polmoni. Il gruppo è quello dei 5 Seconds of Summer, combo australiano di pop punk per teen agers che, a quanto pare, sta facendo sfracelli con il suo disco di debutto. Perlomeno, a differenza dei 1D, appaiono come una vera band: suonano i loro strumenti (due chitarre basso e batteria) e propongono uno show più assimilabile ai concerti ai quali sono abituato piuttosto che ad uno show televisivo (ambito nel quale invece, come vedremo, si muovono gli headliner).
Il palco è qualcosa di enorme. Occupa due terzi in lunghezza del campo da gioco, ad ogni lato ha degli schermi grandi anch'essi come palchi e al centro una passerella che arriva quasi alle tribune opposte. I 5SOS si destreggiano bene (cosa non difficile, vista la predisposizione dell'audience) e toccano l'apice dell'eccitazione collettiva con il singolo Don't stop piazzato a metà esibizione.
 

Al termine della loro gig spiego a Stefano che ci vorrà una mezzoretta buona perché attacchino i One Direction,  per cui ci mettiamo a girare un po' per ammazzare l'attesa. Tra l'altro nel prato spazio ce n'è abbastanza, visto che il pubblico è tutto ammassato sotto palco e passerella. Attorno a noi, come prevedibile, molte ragazzine in età da scuola media accompagnate da genitori con atteggiamenti che attraversano tutta la gamma delle emozioni, dall'annoiato al partecipe, dall'imbarazzato al divertito. Di rigore il sorriso di complicità scambiato con una mamma che sfoggia una maglietta dei Sex Pistols quando le cade lo sguardo sulla mia dei Pantera.
Mentre i megaschermi ai lati del palco mandano le hit del momento (per dire dell'incontenibile eccitazione dei presenti, anche i video vengono accompagnati da robusti singalong) ci concediamo un'occhiata al merchandising e l'acquisto di una t-shirt dei One Direction che dura addosso a Stefano il tempo di scattare la foto qui sotto, visto il suo ripensamento sul portare in giro sti cinque faccioni che genera la richiesta (esaudita dalla gentile commessa) di scambiarla con una nera riportante il logo dei 5 Seconds, molto più rock style. Un paio di gelati più tardi arriva il momento tanto agognato dai presenti. S'interrompe la musica in diffusione, si spengono le luci e s'illumina lo stage. I cinque One Direction stanno per salire sul palco.
 


continua...

lunedì 15 settembre 2014

Orange is the new black, season 1 e 2

Piper Eressea Kerman nasce in una famiglia benestante di Boston con genitori e parenti avvocati, medici ed insegnanti. A 24 anni inizia una relazione sentimentale con una trafficante di droga durante la quale si presta  a trasportare e "lavare" soldi sporchi. Diversi anni dopo, a relazione sentimentale e attività criminale interrotta, è scoperta dall'F.B.I. ma, in relazione all'occasionalità delle sue attività illegali, del suo rango, della sua fedina penale pulita e della piena confessione resa, viene condannata a soli quindici mesi di reclusione in un carcere di minima sicurezza. Questa esperienza la porterà a scrivere un libro di memorie che la rete web netflix ha portato in tv attraverso una serie già dipanata in due stagioni.

La season one è quella più riuscita e conforme alla storia originale. Con un tono che va dal leggero al drammatico (riassunto bene dal termine anglosassone dramady: drama/comedy) assistiamo agli ultimi momenti di Piper Chapman (Taylor Schilling) con il fidanzato Larry (Jason Biggs) prima dell'ingresso nel carcere femminile di Litchfield. La narrazione fa perno sulla situazione della protagonista, una viziata w.a.s.p., tra disavventure e flashback, ma trova ulteriori elementi di forza nelle storie delle altre detenute, quasi tutte appartenenti a classi sociali più povere (molte nere e ispaniche, qualche bifolca del sud), nel personale della prigione e nella sagoma iperbolizzata della donna in carriera rappresentata dalla direttrice Figueroa. Linguaggio e dialoghi sono estremamente espliciti così come alcune scene, al livello di lesbo soft porno. Il divertimento è comunque assicurato da battute micidiali e situazioni paradossali, anche se, verso la fine della stagione, a prevalere è il tono più drammatico del progetto, fino all'apoteosi del cliffhanger della final season.

La seconda stagione si allontana dal soggetto originale e si vede. Innanzitutto la narrazione è molto meno piper-centrica, poi alcuni sviluppi risultano poco credibili (come la tresca tra Larry e Polly, migliore amica di Piper) ed infine il personaggio di Alex (la conturbante Laura Prepon) esce dalla storyline principale. Subentrano invece la scaltra e manipolatrice Vee e l'ingenua giappo-scozzese Soso. Gli highlights della stagione si registrano a mio avviso con alcuni flashback dedicati alla vita precedente alla detenzione di alcune inmates. In particolare vengono finalmente svelate le storie della Morello e del suo "promesso sposo" Christopher e di Mrs Rosa, alla quale è dedicata un'uscita di scena (?) spettacolare. Una vera e propria metamorfosi è quella che spetta invece all'ufficiale amministrativo Joe Caputo, che scopriamo bassista di una band, e che si prende una bella (effimera?) rivincita su quella stronza della Figueroa. 

Orange is the new black si è indubbiamente ritagliato il suo spazio nella fitta concorrenza dei serial americani, tutto sta a capire se la terza stagione (già confermata) tornerà ai fasti della prima o s'incaglierà come, a tratti ha fatto la seconda, in alcune secche di sceneggiatura. 


lunedì 8 settembre 2014

John Mellencamp, Live at Town Hall - July 31, 2003

File:Trouble No More Live at Town Hall album cover.jpg

Che John Mellencamp non sia un tipo facile è ormai ampiamente assodato. Non per niente gli avevano appioppato il soprannome di Little Bastard. Orgoglioso, irascibile , dannatamente testardo, ha applicato i suoi tratti caratteriali anche alla gestione della sua carriera, andando ostinatamente sempre, e a prescindere, nella direzione artistica che si era prefissato. Questa determinazione, se nella vita privata gli ha provocato più di un conflitto, in quella discografica gli ha permesso, dal 1982, anno della release di American Fool, ad oggi, di pubblicare musica che non è mai uscita dal range che va dal buono allo straordinario e di girare il mondo in lungo e in largo per proporla dal vivo (evitiamo di tornare sulla parziale delusione dell'unica data italiana, arrivata solo tre anni fa e recensita qui e qui ). Per questa ragione l'assenza dalla  sua discografia di un live ufficiale (diversamente dai bootleg, prodotti a bizzeffe) mi è sempre apparsa un'inspiegabile anomalia nella carriera di uno che è nell'ambiente da quasi quarant'anni.
Alla fine quel live tanto atteso è arrivato, ma per quanti si aspettavano una mastodontica operazione antologica sullo stile di Springsteen e dei suoi cinque LP (o tre CD) di Live 1975/85,  è arrivata l'ennesima lezione dell'ex coguaro: Live at Town Hall propone per undici canzoni, sulle quindici complessive, la tracklist di Trouble no more, l'album del 2003 nel quale John aveva espresso una forte denuncia politica contro l'amministrazione Bush attraverso vecchie canzoni folk-blues riarrangiate con il suo inconfondibile stile roots fatto di fisarmonica, violino e (in questo caso) slide-guitar. Un disco coraggioso e intenso, ma non certo il suo più venduto. Laddove le vecchie rockstar tronfie suonano per intero i loro lavori storici per grattare un pò di popolarità e riportare i fans ai concerti, il Piccolo Bastardo, ancora una volta, ha deciso dunque di nuotare controcorrente.
 
La delusione che di primo acchito può aver pervaso i fans per l'impopolare decisione di escludere in pratica tutti i classici (gli unici presenti in scaletta sono Pink houses, Paper in fire e Smalltown ) è subito superata dall'eccezionale qualità di queste incisioni, con la band che riesce a ricreare un'atmosfera densa e pregnante e Mellencamp che offre interpretazioni appassionate ed evocative. La partenza ricalca l'incipit di Trouble no more: Stones in my passway di Robert Johnson e Death letter di Son House, poi però la scaletta assume un ordine diverso, emozionando con To Washington, indignando per le sopraffazioni cantate in Joliet Bound, piegando dolcemente sulle curve della memoria con Highway 61 di Dylan e con il tradizional John the revelator, fino ad una Small town rallentata ed intensa, durante la quale JM  si diverte a modificare qualche strofa ("mia moglie aveva tredici anni quando ho scritto questa canzone / adesso è small town proprio come me"), e via fino ai saluti sull'immancabile Pink houses
 
A sessantatre anni da compiere tra qualche settimana, con un ruolo da custode e diffusore della old time music americana che nessuno può negargli (in caso contrario si faccia un giro sul sopra citato Trouble no more o sul più recente, strepitoso, No better than this ) e a ridosso dell'uscita del suo ventesimo album in studio (Plain spoken), John Mellencamp ha messo a segno un altro dei suoi colpi. E se qualcuno la pensa in modo diverso può farsi fottere. O almeno così, ne sono certo, risponderebbe Little Bastard.

martedì 2 settembre 2014

Donato Carrisi, Il suggeritore

 
 
Nel genere letterario del noir il filone dei serial killer è da tempo abbandonato dagli autori più importanti (che di norma l'hanno usato come fase di transizione per arrivare a temi più sviluppati) e, pur essendo una vena che continua a riscuotere vasto interesse, è ormai relegato ad una sorta di limbo o di seconda fascia che si rivolge esclusivamente ad un pubblico di affezionati, fidelizzato anch'esso alla serialità delle uscite dei personaggi creati dai vari Deaver, Cornwell, Reichs e compagnia bella.
Gli italiani che si sono misurati con il genere non si sono mai del tutto scrollati di dosso gli schemi narrativi dei maestri americani peccando spesso di poca originalità, per questo ho sempre guardato con sospetto l'enfasi dietro le loro (poche) opere di successo.
Ecco perchè, sebbene appassionato di thriller/noir, nel 2009 non mi sono scapizzato a leggere Il suggeritore, opera prima di Donato Carrisi molto apprezzata dalla critica e venduta in più di un milione di copie, con i diritti acquistati da mezzo mondo e in attesa di trasposizione cinematografica negli USA.
L'ho fatto solo qualche settimana fa approfittando di un week-end in montagna, nella consapevolezza che l'unico modo di riprendere la lettura sarebbe stato quello di dedicarmi ad un titolo che mi inchiodasse. Proposito raggiunto, visto che ho divorato le oltre quattrocento pagine del libro in meno di tre giorni.
Merito di opera che nasce da uno spunto interessante (la sparizione di sei bambine) ma facile da buttare nel cesso in mano ad uno scrittore che avesse puntato tutto su di un forte impatto iniziale ma con poca originalità nel gestirlo. Carrisi invece, seppur con qualche passaggio nel quale chiede un faticoso supplemento di sospensione dell'incredulità al lettore, costruisce un meccanismo ad orologeria strepitoso, nel quale i progressi compiuti dalla squadra di investigatori marciano di pari passo con lo schema architettato dal subdolo criminale, per arrivare ad una serie di colpi di scena finali che sfido anche il più sgamato dei lettori ad anticipare o prevedere.
Certo, parliamo di un romanzo d'evasione, ma scritto con tutti i crismi, la competenza e il taglio cinematografico (non a caso Carrisi si è occupato di anche sceneggiature) che si richiede ad opere di questa natura. Consigliato.

giovedì 28 agosto 2014

MFT, agosto 2014

MUSICA


Anche per un music-alcoholic come il sottoscritto non è sempre domenica. Ci sono dei periodi nei quali l'ascolto diventa solo routine, senza troppo trasporto ne passione. Giusto un'abitudine di cui non riesci a fare a meno. Ecco, per fortuna agosto non è stato un mese di quel tipo, anzi, il provvisorio alleggerimento dei carichi di lavoro mi ha provocato una maggiore rilassatezza e con essa una più spiccata predisposizione all'approfondimento, all'ascolto attento. L'album che più ha goduto di questo stato d'animo è stato senza dubbio il meraviglioso Remedy, dei Old Crow Medicine Show, seguito a stretta misura dai titoli che potete leggere qui sotto. Settembre promette di essere altrettanto interessante con le nuove releases dei Counting Crows, Robert Plant e di John Mellencamp, già presente in elenco con il primo live ufficiale dopo quarant'anni di onoratissima carriera.


Skid Row, Rise of the damnation army
John Hiatt, Terms of my surrender
Gaslight Anthem, Get hurt
The War On Drugs, Lost in the dream
Eric Clapton & Friends, The breeze
John Mellencamp, Live at Town Hall, July 31, 2003
Le Zeppelin, II
Overkill, White devil armory (in cuffia mentre scrivo)
Sergio Caputo, Un sabato italiano 30


VISIONI


Ho recuperato una manciata di film in stand-by da una vita: Thank you for smoking; Come un tuono; Il lato positivo; Tutti i santi giorni, mentre sul versante serial,terminata la stagione due di Orange is the new black mi sono bevuto come un sorso di Tennessee whiskey la prima di Justified ed ora sono un pò indeciso se attaccare Fargo, The Bridge USA o la sesta ed ultima dei Soprano. Occhio che ai primi di settembre partirà la final season di Sons of anarchy.

LETTURE

In un week end in montagna mi sono divorato le oltre quattrocento pagine de Il suggeritore di Donato Carrisi ma è stato un fulmine a ciel sereno, visto che subito dopo sono ripiombato nel mio tremendo blocco del lettore. Ho un pò di roba che prende polvere sul comodino, spero con il prossimo MFT di aver intaccato la pila.

lunedì 25 agosto 2014

Bob Wayne, Back to the camper


Le  aspettative che nutrivo verso questo album, alimentate dal crescente fanatismo sviluppato per Bob Wayne dopo la fulminazione per Till the wheels fall off  e il conseguente effetto domino del concerto dell'estate scorsa e del recupero del lavoro di repertorio del barbuto countryman dell'Alabama, mi hanno un po' guastato i primi approcci a Back to the camper. Sviato anche dalla copertina (cazzara, ma come vedremo fuorviante rispetto ai contenuti) mi aspettavo infatti di essere travolto da un'onda d'urto a base di veloce, divertente e irriverente country punk spruzzato di blugrass, sull'onda dei classici Everything is legal in Alabama, All those one night stand, There ain't no diesel trucks in heaven, Fuck the law, Driven by demons e compagnia bella, e invece, dopo l'inizio scarno e nervoso di Sam Tucker, che rimanda nello stile a 13 truckin' songs e nelle liriche alla rievocazione delle gesta dei  cercatori d'oro di fine ottocento, Wayne si gioca, inaspettatamente, la carta di due ballate consecutive, interpretate entrambe in duetto con la singer Elizabeth Cook. Col senno di poi 20 miles to Juárez e The river sono due pezzi fantastici, giocati sul tema di fughe verso il confine del Messico e della natura selvaggia, ma in prima istanza l'impatto mi ha decisamente disorientato, causandomi per un po' un effetto repulsivo. Pur non essendo l'ordinamento della canzoni della tracklist un capriccio ed esprimendo invece la scelta di un'architettura musicalmente più riflessiva ed evocativa rispetto all'ultimo lavoro, col tempo e la pazienza che si concede solo ai propri beniamini, il lavoro si è procurato la mia attenzione aprendosi una breccia nella mia sensibilità musicale.
Nel contesto complessivo, rispetto al passato si perde qualcosa in spregiudicatezza ed aggressività sonora, ma senza che ciò arrivi mai a scalfire profondità e stile outlaw del songwriting. Pezzi come Dope train (interpretato insieme alla leggenda Red Simspon), Hillbilly heaven, Showdown (originariamente apparso in 13 truckin' songs) sono lì a dimostrare che l'ispirazione di Bob Wayne scorre ancora orgogliosamente fluida. Ancora di più lo fanno Evangeline (presentata in anteprima durante il concerto di Milano dell'anno scorso) e la sorprendente pirate song Granuaile. Non manca nemmeno l'ormai consueto pezzo spietatamente autobiografico, The violent side of me e, in fin dei conti, nemmeno un assaggio di cosa è in grado di fare la band quando accelera un po' le battute (Til I die e I just got out).
Insomma, se dal punto di vista compositivo il percorso di Bob Wayne si arricchisce di una nuova tappa nella quale ritroviamo i classici temi dell'universo wayniano, da quello dello stile registriamo una maggiore attenzione al potenziale commerciale dell'album, esercitato con la massima attenzione a preservare la propria, forte, identità artistica.
Per Bottle of Smoke la missione può dirsi compiuta.


venerdì 22 agosto 2014

Summertime and the livin' is (finally) easy

Quest'anno, a causa del continuo evolversi dei problemi di sopravvivenza della mia azienda, ho dovuto preferito non programmare alcun periodo di vacanza facendomi una tiratona estenuante, mentre la mia famiglia si organizzava un po' per conto suo (pratica che sta diventando purtroppo un'abitudine) tra ferie  a due e centro estivo comunale del filliolo.
Mi si apre ora la possibilità di farmi qualche giorno di vacanza e anche se una sola settimana di ferie, considerato il carico di stress accumulato in questi ultimi dodici mesi fatti di giornate di lavoro da dodici ore each, è poca cosa, lo accolgo comunque con sollievo in vista di un autunno, che, almeno per me, sarà senza dubbio alcuno caldissimo.
Visto che la sweet-half ha esaurito tutta la sua dotazione di ferie, questa vacanza sarà una roba da uomini tra me e Stefano. Siamo pronti e bellicosi: disordine organizzato in camera, tavoletta del water rigorosamente alzata e cocktail (analcolici, tranquilli!) in spiaggia mentre osserviamo il tramonto sul mare. 
 
Durante il giorno invece...
 

mercoledì 20 agosto 2014

I migliori della vita: Streets of fire, Soundtrack (1984)

All'età di quindici anni pensavo di avere perfettamente chiaro ciò di cui avevo bisogno: qualche soldo in più in tasca, un aspetto migliore, una ragazza e maggior talento nel giocare a calcio. Ignoravo però che da quella lista mancasse un ulteriore elemento. Una componente di cui non avvertivo consapevolmente l'assenza ma il cui ingombro albergava in me come un agente segreto dormiente, in paziente attesa di essere attivato.
L' elemento mancante era la musica e in particolare quell'enorme bacino nel quale confluiscono a dozzine tutti i generi e gli stili riassunti per semplicità sotto il termine rock. Ci sono diversi modi per essere iniziato a questa particolare forma d'arte: qualcuno l'ha approcciata attraverso i dischi dei fratelli maggiori, altri dalle amicizie giuste, qualcuno (pochi all'epoca, molti di più oggi) dai genitori.
Per me l'occasione si è presentata inaspettatamente una sera d'autunno, in un ottimo cinema di periferia, che per quella proiezione era praticamente deserto. La persona presente con me alla visione mi confidò in seguito che gli altri due spettatori paganti oltre a noi erano niente di meno che Edoardo Bennato e il suo manager. Non ho mai saputo se questa informazione rispondesse o meno a verità, ma ricordo bene come, in seguito, lessi un'intervista nella quale l'artista napoletano citava Strade di fuoco come uno dei suoi film preferiti di sempre.
 
Dietro la macchina da presa della pellicola c'era un Walter Hill nel pieno della cresta dell'onda, reduce com'era dal successo di Driver l'imprendibile, I guerrieri della notte e 48 ore, senza dimenticare il ruolo da produttore per Alien. Il sottotitolo del film era A rock and roll fable e questa è a tutti gli effetti la migliore sinossi possibile. In una città ed un'epoca di fantasia (se diciamo una Chicago alternativa ferma agli anni cinquanta ci andiamo vicino) c 'è la principessa/rockstar in pericolo (Diane Lane); l'eroe ribelle e tenebroso (Michael Parè); il cupo villain (Willem Dafoe) e l'imbranato buono di cuore (Rick Moranis), tutti characters interpretati da giovani attori alle prime apparizioni, ma che in seguito (chi più chi meno), nonostante il flop della pellicola, avrebbero fatto la loro bella carriera hollywoodiana.

Spesso di discute del valore delle prime volte, e di come, sia che si parli di sesso che di eroina, per il resto della vita si cerchi di ritrovare quelle sensazioni potentissime e sconquassanti, riuscendo ahimè raramente nell'intento. Ecco, dentro il mio bisogno quotidiano, compulsivo, fisico di ascoltare in continuazione musica, abbeverandomi dalla fonte di chitarra, basso, batteria (e banjo) c'è molto dell' imprinting ricevuto quella sera di trent'anni fa, quando, non appena le luci del cinema si sono spente, davanti alle immagini di una città avvolta dalla pioggia e dall'oscurità, sono partite le note di Nowhere fast.

Nowhere fast è un bigino di come si può costruire un pezzo rock giovanilista. Il mood è quello del rock/rhythm and blues, le liriche sfacciatamente generazionali come tante ne sono state scritte prima, soprattutto nei sessanta (pensate a We gotta get out of this place degli Animals), sul tema del giovane emarginato che fugge da una realtà alienante (There's nothing wrong with goin nowhere baby / But we should be goin' nowhere fast), il pattern è costruito su un drumming puntuale e potente (scoprirò leggendo le note dell'ellepì che il batterista dei Fire Inc, gruppo di session men assemblato per l'occasione,  era Max Weinberg della E Street Band di Springsteen: un segno del destino!) a cui fa da contrappasso un tappeto di tastiere vagamente honky tonk. Sullo schermo un'incantevole Diane Lane strizzata in un vestitino di raso rosso e guanti neri lunghi fino ai gomiti, cantava in playback sulle voci registrate di Holly Sherwood e Laurie Sargent. Un connubio che oggi troverei banale e un po' maschilista, quello tra  rock, fatalone indifese, Harley Davidson cavalcate da motocilisti in tute di pelle nera ed eroi in impermeabile armati di fucile a canne mozze, ma che all'epoca fece non pochi danni al mio immaginario già abbondantemente compromesso da fumetti e fantasie assortite.
 
Per la verità già prima di quella fatidica sera avevo capito che qualcosa di meraviglioso, e sì, eccitante, si nascondeva tra le note e nell'immagine del rock. Ricordo che da bambino avevo provato vibrazioni inedite ed inebrianti mentre osservavo Elvis Presley cantare Jailhouse rock nella celebre coreografia inserita nel film Il delinquente del rock and roll. Era stato un attimo, un flash improvviso che pure mi aveva lasciato una fastidiosa sensazione di incompiutezza, un prurito mentale, come quando hai l'impressione di trascurare qualcosa di importante ma proprio non riesci a metterlo a fuoco.  
Quella sera al cinema, finalmente, l'imene che mi impediva di godere appieno della meraviglia musicale venne definitivamente lacerato, aprendomi un mondo che, nel bene e nel male, avrebbe cambiato l'ordine della priorità dei miei interessi per gli anni a venire.
 
La colonna sonora di Streets of fire era curata da Ry Cooder e Jimmy Iovine, ed è dunque a loro che si deve la scelta di artisti e pezzi, la contestualizzazione della musica con le immagini, il bilanciamento perfetto tra episodi veloci e dolci ballate all'interno della tracklist e infine il coinvolgimento dei Blasters, band che lascia il segno più di chiunque altro, in virtù di due pezzi monstre come One bad stud e Blue shadows e di un cameo nel quale interpretano (una versione di) loro stessi in concerto nel covo della cattivissima bike gang dei Bombers. Diversa la situazione per il cantante pop-soul Dan Hartman la cui hit I can Dream about you è consegnata ad un gruppo doo-wop nero di fantasia, perfetto anche nell'interpretazione di un pezzo tanto semplice quanto portentoso come Countdown to love, di Greg Phillinganes.
Le due ballate più potenti, nella migliore tradizione delle  canzoni-spezzacuore, sono lasciate alle suggestive ugole di Maria McKee, in libera uscita dai Lone Justice (Never be you) e Marylin Martin (Sorcerer).
 
La caratteristica principale dei dischi della vita è che pur conoscendoli in lungo e in largo in tutti i loro aspetti (musica, testi, alternanza delle canzoni) ti capita ancora, a volte, di trovarci dentro nuove sfumature. E' per questo che ancora oggi non mi sottraggo al rito dell'ascolto di Streets of fire. Perché ogni volta mi dico che un pezzo new wave come Deeper and deeper dei Fixx non dovrebbe avere molto senso nel registro stilistico complessivo dell'album e invece si amalgama con il resto, giocando sullo stesso contrasto gastronomico del miele sul pecorino stagionato. E' per questo che ogni volta mi abbandono a Hold that snake, spensierato rock and roll di Ry Cooder dal testo infarcito di doppi sensi, sorridendo al pensiero che da quel momento in avanti il maestro avrebbe iniziato una ricerca alle radici della musica che l'avrebbe portato a imparare e insegnare dall'Africa a Cuba, con risultati che rimarranno nella storia. E' per questo che, nel tempo e grazie al web, ho fatto ricerche su ricerche per individuare molti degli oscuri autori e session men dietro a questo progetto trovando più di una carriera interrotta ed artisti che sono spariti dal radar delle scene musicali.

Ma più di ogni altra cosa, con l'esperienza maturata, riguardando Streets of fire e soprattutto riascoltandone per milionesima volta il soundtrack, ho messo a fuoco una verità: il rock vive per buona parte di illusioni, prime fra tutte quella dell'eterna giovinezza, come ci ricorda, svolgendo il compito nel migliore dei modi, Tonight is what is mean to be young, secondo ed ultimo pezzo dei Fire Inc. incluso nella OST. 
Nelle mani dell'industria (oggigiorno non solo discografica), la musica nata originariamente dalla sofferenza del blues e dalla natura dopolavoristica del country è diventata un prodotto buono per vendere abbigliamento, elettronica, moto, macchine, alcolici e profumi, più che dischi.
Lo scenario che ha ospitato il set del film era un teatro di posa, Diane Lane cantava per finta, i musicisti erano attori: era tutta una messa in scena. Così come, allargando il discorso, lo è molta della musica che ascolto: derivativa, rassicurante, suonata da gente che ha l'età di mio padre quando è andato in pensione e sulla cui urgenza creativa non scommetterei un centesimo. La curva d'apprendimento iniziata trent'anni fa si può dire sia terminata.

Nondimeno questa forma artistica esercita ancora un potere straordinario su di me.
E se oggi, con il traguardo dei cinquanta più vicino di quanto lo sia la tappa dei quaranta, ancora mi ostino a segnare  concerti sul calendario della cucina e a programmare complicate trasferte per assistere alle esibizioni di allucinati countryman o metallari impenitenti, e ancora, se quando infilo un cd nel lettore o abbasso la puntina su di un vinile si ripete la magia di quel formicolio alla base del collo e di quell'immotivata eccitazione primordiale, il merito è anche di un film dimenticato e assolutamente prescindibile e della sua folgorante colonna sonora.

 

Mi sembra superfluo sottolineare come il post mi serva anche per inaugurare la nuova veste del blog, rigorosamente a tema.

lunedì 18 agosto 2014

Skid Row, Rise of the damnation army (EP, 2/3)

 
Nel periodo di mezzo tra United world rebellion, capitolo uno di tre del nuovo corso Skid Row e questo Rise of the damnation army, suo seguito appena pubblicato, Sebastian Bach ha rilasciato il suo nuovo album solista. Ecco, se dovessimo misurare il valore di questi due EP attraverso un paragone con il recente lavoro dell'ex frontman degli Skid Row, il risultato sarebbe impietosamente a vantaggio dei superstiti della band originale (coadiuvati dall'ugola di John Solinger).
Sì perché fermo restando che entrambe le produzioni si muovono nel paludoso terreno del retro rock, laddove quello di Bach risulta stantio e bolso, nel caso della sua ex band assistiamo invece ad una tenace dimostrazione di attaccamento agli insegnamenti del miglior glam-metal (We are the damned e Give it the gun), ma anche di accelerazioni dal gusto punk-rock (Damnation army). Detto che il lento Catch your fall è invece poca cosa e che l'EP è arricchito da due buone cover (Sheer heart attack dei Queen e Rats in the cellar degli Aerosmith) non ci resta che attendere il rilascio del terzo ed ultimo capitolo di questa per molti versi sorprendente trilogia.

venerdì 15 agosto 2014

80 + 80 minuti di Dave Matthews Band

Dopo l'indigestione di rock pesante delle ultime due playlist, per ferragosto ho preparato una compilation doppia che a mio avviso ben si sposa con (quello che dovrebbe essere) il mood della giornata: calda, pigra moolto laid back ma con qualche accelerazione. Questa è nel mio immaginario la Dave Matthews Band, che con il suo essere a cavallo di generi e influenze, è uno di quei gruppi difficili da collocare su un unico scaffale stilistico. Otto album ufficiali tra il 1994 e il 2012, innumerevoli dischi dal vivo e un best of ufficiale del 2006 con soli dodici tracce. Volete mettere?


CD 1

01. American baby
02. Crush
03. Grace is gone
04. Grey Street
05. Rapunzel
06. The space between us
07. What would you say
08. The best of what's around
09. Too much
10. Crash into me
11. Ants marching
12. Satellite
13. Two steps
14. Funny the way it is
15. Mercy
16. Everyday


CD 2

01. Dreamgirl
02. Stay (Wasting time)
03. Typical situation
04. I did it
05. Why I am
06. Busted stuff
07. Everybody wake up (Our finest hour)
08. Don't drink the water
09. Where are you going
10. So much to say
11. Jimi thing
12. Tripping billies
13. Smooth rider
14. Warehouse
15. Dancing nannies
16. All along the watchtower (Cover di Bob Dylan, live)

mercoledì 13 agosto 2014

80 minuti di Slayer

Come minacciato promesso nel post precedente, eccoci alla terza playlist monografica consecutiva. Rimaniamo in ambito rock duro e anzi ci spostiamo più in là, inoltrandoci nel terreno del metallo pesante, con un gruppo tra i più importanti del movimento e in particolare del genere thrash, di cui è uno degli indiscussi padri. Parlo ovviamente degli Slayer, monicker tanto influente quanto parco di pubblicazioni, se è vero che in oltre trent'anni di carriera (l'esordio dal titolo quanto mai programmatico Show no mercy è del 1983) ha dato alle stampe solo nove album, l'ultimo dei quali (World Painted blood) risale a cinque anni fa. Nessuna antologia ufficiale è mai stata licenziata dalla band.

01. Die by the sword
02. Black magic
03. Chemical warfare
04. Captor of sin
05. War ensemble
06. Dead skin mask
07. Season in the abyss
08. Angel of Death
09. Raining blood
10. Hell awaits
11. At dawn they sleep
12. Disciple
13. Stain of mind
14. Dittohead
15. Serenity in murder
16. I hate you
17. Eyes of insane
18. Psychpatic red



Gli Slayer in una immagine recente. Il terzo da sinistra è lo storico chitarrista Jeff Hanneman, scomparso nel 2013.

lunedì 11 agosto 2014

80 + 80 minuti di Foo Fighters

Vacanze o non vacanze (opzione due per il sottoscritto, almeno fino alla fine del mese), l'estate è il periodo ideale per le compilation. Bene per chi, come me, le adora e le sforna di continuo a prescindere dalle stagioni, male per chi le detesta profondamente. Questi ultimi lettori faranno bene a tenersi lontano dal blog per l'intera settimana, perché ho deciso di dedicarla appunto alle playlist monografiche. Inizio con i Foo Fighters, sui quali non mi dilungo troppo in fase di presentazione. Sette album in studio dal 1995 al 2011, un successo che è cresciuto esponenzialmente nel corso degli anni fino a far diventare la band di Dave Grohl massimo punto di riferimento per il mainstream rock americano di qualità.
Una raccolta di successi della band è stata, per la verità, già pubblicata qualche anno fa, ma a mio modo di vedere non rendeva giustizia ai FF, concentrata come era sui pezzi più commerciali del combo e soprattutto limitata nel numero delle tracce (solo tredici, al netto degli inediti). Non per niente la band ne aveva avversato l'uscita.
Spero che a Grohl piaccia di più la mia: due dischi, quaranta pezzi e via andare. 


CD 1

1. I'll stick around
2. Best of you
3. Walk
4. Let it die
5. All my life
6. Skin and bones (live)
7. This is a call
8. No way back
9. Monkey wrench
10. Everlong
11. Rope
12. My hero
13. DOA
14. Learn to fly
15. The one
16. The pretender
17. Breakout
18. Big me
19. Generator
20. Tired of you

CD 2

1. Bridge burning
2. Times like these
3. Weenie beenie
4. See you
5. Stacked Actors
6. Hey, Johnny Park!
7. New way home
8. Low
9. Enough space
10. For all the cows
11. Cheer up, boys (you make-up is running)
12. Arlandria
13. Wattershed
14. Cold day in the sun
15. Long road to ruin
16. Have it all
17. My poor brain
18. Resolve
19. Up in arms
20. Aurora

giovedì 7 agosto 2014

80 minuti di Bruce Springsteen

Quante compilation di Springsteen avrò fatto nel corso della mia vita? Innumerevoli, senza ombra di dubbio. E anche se avevo smesso da tempo di assemblarle mi sono arreso all'evidenza che con il Boss non sei mai del tutto disintossicato, difatti, da qualche giorno, una manciata di suoi pezzi hanno cominciato a girarmi in testa e, come spesso mi accade, ho sentito l'esigenza di metterli in sequenza e regalarmi dei robusti singalong nel traffico automobilistico dei pendolari. L'unico criterio di scelta adottato è quello che prevede l'assenza di un criterio scientifico. Se proprio vogliamo c'è un filo conduttore tra il legame che ho con queste canzoni e il loro mood:  lento o al massimo mid-tempo. Dalla tracklist credo inoltre emerga il mio amore per la quarta facciata (in termini di vinile) di The River e per quel gioiellino per pochi cultori che è stato Tunnel of love.
E siccome c'ho ripreso gusto, è in preparazione un ovvio volume due...

1. Thunder road
2. Tougher than the rest
3. Something in the night
4.The ties that binds
5. Meeting across the river
6. Brilliant disguise
7. Lucky town
8. Fade away
9. Long time coming
10. Point blank
11. Walk like a man
12. The promise land
13. The price you pay
14. Tunnel of love
15. Backstreet
16. When you're alone
17. Born to run (live acoustic version)

giovedì 31 luglio 2014

MFT, luglio 2014

LA MUSICA

Beh, il mese di luglio è stato quasi interamente dedicato all'ascolto intensivo dei Black Sabbath post-Ozzy e con Ronnie James Dio alla voce. Heaven and hell, Mob rules, Dehumanizer per quanto concerne i lavori in studio, Live evil e Live at Radio City Music Hall (uscito nel 2007 sotto la ragione sociale degli Heaven and Hell) per i dischi dal vivo, mi hanno tenuto compagnia a lungo e, non essendone ancora saturo, presumo lo faranno ancora per un po'.
 
 
La playlist degli album del mese include inoltre Eric Clapton and Friends con The breeze,  il tributo a J.J. Cale; un raccoltone self made di Bob Seger; Back to the camper di Bob Wayne, Metamodern sounds in country music di Sturgill Simpson e i fratelli Alvin con Common ground.
Sul versante nuove uscite, l'attesa è tutta per Get hurt, il nuovo lavoro dei Gaslight Anthem, previsto a giorni.

I SERIAL

Mentre la seconda stagione di Orange is the new black volge al termine, seguo distrattamente la terza di 24 e con crescente interesse l'esordio di The Leftovers.

martedì 29 luglio 2014

From Brescia to Milan

 

Stamattina ho provato la nuovissima autostrada Bre.Be.Mi. Era il minimo che potessi fare, visto il costante palo nel culo rappresentato dai lavori stradali degli ultimi tre-quattro anni.  La highway, come è noto, unisce le tre città lombarde Brescia Bergamo Milano e, al momento, non è ancora del tutto ultimata (mancano gli ultimi chilometri per Milano). Stamattina, non avendo niente da perdere, in considerazione dell'orario di totale intasamento sulle mie solite provinciali, ho inaugurato il tratto Treviglio - Liscate.
L'effetto è stato decisamente irreale. Le corsie dell'autostrada erano talmente libere che sembrava di lambire città fantasma: mancavano solo le auto abbandonate sul ciglio e si sarebbe ricreato in pieno l'effetto The Walking Dead. In pochi minuti ho fatto due dozzine di chilometri, e questo è bene. Al casello però mi hanno chiesto la cifra delinquenziale di €3,50 e questo è male. Mi dicono che partendo dal punto più estremo della tratta e arrivando all'altro si debba pagare, per poco più di sessanta km, una decina di euro, che vanno ovviamente moltiplicati per due (A/R).
Considerando che dovrebbe essere una strada per i pendolari non vi sembra un tantinello eccessivo?

sabato 26 luglio 2014

Dave Alvin & Phil Alvin, Common Ground


All'epoca dei fatti non conoscevo nemmeno l'ABC della scena rock, figuriamoci se potessi sapere chi fossero i Blasters! Però in quel bel cinema di una sonnacchiosa provincia milanese One bad stud e Blue shadows contribuirono enormemente ad accendere una scintilla, quella per il rock and roll, che magari negli anni si è occasionalmente affievolita ma non si è mai spenta. I due brani erano compresi nella colonna sonora di Streets of fire (1985), film di Walter Hill nel quale la band dei fratelli Alvin, pur senza esplicitarlo, appariva in un cameo nel ruolo di se stessa.
Per motivazioni tanto particolari quanto noiose, quando ho cominciato la mia infinita corsa ad accaparrarmi dischi di svariati generi e artisti, non è con questo gruppo che ho iniziato a dissanguarmi, solo in un secondo momento, attraverso la meravigliosa antologia della Rhino, sono riuscito a sanare il debito di riconoscenza con gli Alvin. Permane invece  l'handicap di non essere mai riuscito a vederli dal vivo. 

Come spesso accade nei gruppi a conduzione familiare, gli split sono da attribuirsi alle tensioni tra fratelli e questa è stata, nel 1986, anche la ragione della fine dei Blasters. Successivamente, sebbene ci siano stati occasionali riavvicinamenti sfociati in occasionali tour celebrativi, i due non si sono più trovati nello stesso studio a registrare un intero album. Solo oggi, dopo che le rispettive carriere soliste hanno decisamente premiato Dave (una dozzina di lavori) più che Phil (due soli dischi a proprio nome) gli Alvin si sono ritrovati con questo Common Ground, assemblato per celebrare la musica di Big Bill Bronzy, bluesman  della prima metà del novecento che tanto ha influenzato la scena americana e inglese.
Anche se potrei non fare testo, l'esito è esaltante. Le due voci tornano ad inseguirsi ed alternarsi in una miscela di rock and roll, blues, pub rock e roots che dà il capogiro. Il suono è asciutto, il piano costituisce l'ossatura del sound, i riff di chitarra, prima nervosi poi saturati di quella pigrizia tipica del stati del sud, annientano ogni resistenza di chi, come me, si sente un pò orfano di quello che sapevano tirare fuori gli Alvin, coadiuvati dal leggendario e rimpianto Lee Allen al sax e da Gene Taylor al pianoforte.

La chiosa della recensione è scontata ma inevitabile: che questo riavvicinamento ci possa portare ad un ritorno (magari con materiale nuovo) dei Blasters? La speranza, da sempre segretamente coltivata, torna a prendere coraggio.