domenica 1 marzo 2015

MFT, febbraio 2015

ASCOLTI

Poco, anzi nulla, da aggiungere all'elenco di titoli che segue. Periodo d'ascolti favoloso, illuministico.

Battle Beast, Unholy savior
Battle Beast, self titled
Aaron Watson, The underdog
Blackberry Smoke, Holding all the roses
Blind Guardian, Beyond the red mirror
Scorpions, Return to forever
Steve Earle, Terraplane
The Mavericks, Mono
Thunder, Wonder days
Hellyeah, Blood for blood
Pet Shop Boys, Pop art
Bob Dylan, Shadows in the night

MONOGRAFIA: Buckcherry

VISIONI

La lista è davvero lunga, ma molte delle serie indicate sono seguite distrattamente se/quando capita e potrebbero essere mollate in qualunque momento.

Justified, stagione due
Lilyhammer, due
Better call Saul, uno
Banshee, tre
The Walking Dead, cinque/parte due
Fortitude, uno
Le regole del delitto perfetto, uno

LETTURE

Albert Mudrian, Choosing death



mercoledì 25 febbraio 2015

Blind Guardian, Beyond the red mirror


Il power è uno dei pochi sotto generi del metal che non mi ha mai appassionato. I tentativi di avvicinamento operati in passato si sono sempre conclusi per abbandono causa insostenibile noia. Poi, sapete come vanno queste cose: il tempo passa, i pregiudizi si attenuano, leggi qualche articolo che ti intriga su metallus.it e arriva un giorno in cui da MediaWorld compri l'ultimo disco dei Blind Guardian.
E peraltro il primo il primo impatto della prova d'ascolto ti si rivela anche positivo, merito della complessità degli arrangiamenti di un concept che, dal punto di vista delle liriche, prosegue la narrazione delle gesta del protagonista di Imaginations from the other side, album licenziato dal combo tedesco nel 1995.
L'utilizzo di un coro di duecento elementi (messo insieme attraverso l'unione di tre distinti cori, Praga, Budapest e Boston) nell'avvolgente opening The ninth wave è infatti suggestivo e d'impatto, così come la presenza di un'orchestra (di Budapest) di novanta elementi indubbiamente conferisce all'opera una accattivante allure sinfonica, mentre gli arrangiamenti e l'uso delle voci spostano frequentemente l'indicatore dello stile verso il progressive e, a mio avviso, anche verso una certo retrogusto da musical.
Detto dunque che il disco è tutt'altro che banale e improvvisato, resta da capire quanto la complessità del lavoro avvicini o allontani l'ascoltatore medio, al quale sono richieste dedizione e impegno per familiarizzare con le tracce (tra le quali emerge per accessibilità Twilight of the gods, non a caso primo singolo estratto).
Il mio giudizio conclusivo di Beyond the red mirror è dunque una mediazione tra il discreto entusiasmo iniziale  e la successiva scarsa tenuta sul breve/medio periodo.
Insomma, bene l'esperienza in un campo da gioco avverso, ma per un po' anche basta.

lunedì 23 febbraio 2015

Hayseed Dixie, Hair down to my grass


Dal 2001, con quattordici album in quattordici anni, gli Hayseed Dixie portano avanti il proprio piano di conquista del mondo attraverso un tamarrissimo contagio tra rock e country blugrass. Nel corso degli anni hanno coverizzato il vasto universo hard and heavy, dedicando interi album monografici ad AC/DC e Kiss e occupandosi negli altri lavori delle canzoni di Led Zeppelin, Metallica, Who, Aerosmith, Black Sabbath, Queen, ma anche Franz Ferdinand, Prodigy e....Mozart, accontentandosi di infilare ogni tanto una composizione originale. Hair down to my grass prosegue fedelmente nel solco fin qui tracciato, concentrandosi, con qualche eccezione come Comfortabily numb dei Pink Floyd, su una manciata di canzoni riconducibili al cosiddetto hair metal degli ottanta. Risultato come sempre divertente per i fan del genere, ma dall'efficacia altalenante a seconda della validità dei singoli arrangiamenti. Molto buone a mio avviso Don't stop belivin dei Journey, Eye of the tiger dei Survivor (al cui interno è richiamata Ghost rider in the sky), Summer of 69 di Bryan Adams (probabilmente la migliore del lotto), We are the road crew dei Motorhead e Don't fear the reaper dei Blue Oyster Cult. Meno ispirate invece tracce come Pour some sugar on me, Living on a prayer o Dude (looks like a lady). Kitsch nel kitsch Wind der veranderund, la versione di Wind of change degli Scorpions tradotta in tedesco per omaggiare uno dei mercati più favorevoli agli Hayseed Dixie. Al di là del paradosso di una band americana che traduce in tedesco un pezzo scritto in inglese da una band germanica, il pezzo sembra proprio troppo buttato lì.
Niente di male. Chi, come il sottoscritto, ama questi cafoni degli Appalachian Mountains prende il buono da ogni loro lavoro e perdona loro qualunque passo falso, nella consapevolezza che se non esistessero, bisognerebbe inventarli, gli Hayseed Dixie.

venerdì 20 febbraio 2015

Battle Beast, Unholy savior


Non traggano in inganno copertina, etichetta discografica (Nuclear Blast) e monicker della band (Battle Beast). Unholy savior, terzo album del gruppo, il secondo dopo l'arrivo della nuova vocalist Noora Louhimo, è tutt'altro che un ottuso mattone power metal in stile Manowar: niente testi fantasy e sfoggio di testosterone quindi, ma un viaggio che parte dall'heavy metal classico per riservare più di una sorpresa.
La formazione finlandese dimostra infatti una consumata scaltrezza, collezionando un eleven tracks in gran parte potente e rassicurante, che muove dagli stilemi classici della nwobhm, attraverso gli inconfondibili intro di chitarra degli Iron Maiden (Lionheart), l'impronta dei Judas Priest (I want the world...and everything in it) e il tiro dei Saxon (Far far away), contaminati in salsa soft epic.
Ma guai a dare per scontata l'impronta musicale del disco. Da metà tracklist alla fine infatti, il combo infila ben tre ballate (Sea of dreams, The black swordsman, Angel cry), uno strumentale (Hero's quest) e un pezzo, Touch in the night, messo lì come un maiale in una macelleria islamica, al preciso scopo di suscitare un vespaio di polemiche per la cifra stilistica, che, incredibilmente, oscilla tra il synth pop e la dance italiana degli ottanta. Addirittura il brano è stato scelto come singolo che ha anticipato l'uscita dell'album, spiazzando fans e critica, per una strategia commerciale spericolata ma efficace.
Disco dall'indiscutibile sapore retrò, con una grande attenzione alle melodie ruffiane che mette in mostra il dinamismo vocale della brava Noora Louhimo, Unholy savior, senza essere un capolavoro, è una delle sorprese più piacevoli di inizio anno.
P.S. Consiglio di recuperare l'edizione speciale comprendente come bonus track la cover di Wild child degli W.A.S.P., pezzo che annovero tra i miei preferiti di sempre e che i Battle Beast interpretano in maniera convincente.

venerdì 13 febbraio 2015

Chronicles 44

Quando il medico mi ha annunciato che mi avrebbe segnato tutta la settimana di malattia mi sembrava esagerato. Pensavo che due tre giorni potessero bastare per mitigare gli effetti del virus influenzale che mi ha colto domenica scorsa. Lei però ha insistito e per fortuna io ho desistito, visto che oggi è il quinto giorno da "allettato" e ancora sono in condizioni pietose. C'è da dire che questa è la quarta volta in meno di due mesi che mi becco l'influenza, e probabilmente se avessi evitato per le prime tre di imbottirmi di medicinali e continuare a lavorare (quasi) come niente fosse, adesso non sarei conciato così. Cose che capitano a chi pensa di essere tosto e invece ha la resistenza fisica di una fighetta.

martedì 3 febbraio 2015

MFT, gennaio 2015

MUSICA
 
Lo so, non è il massimo aggiornare il blog a botte di liste e classifiche, ma il tempo (e la terza influenza stagionale) è tornato a reclamare il suo pesante tributo e quindi, dopo il consuntivo di fine anno, è già tempo di sintesi degli ascolti del mese. Come ricordavo nell'ultimo MFT, febbraio sarà un mese pirotecnico per la qualità delle uscite previste. Per due che sono già state rilasciate (Bob Dylan e Steve Earle), una è una sorpresa assoluta. A meno di due anni da In time, tornano infatti i Mavericks con Mono, atteso per la metà di febbraio. Va da sé che questo, insieme a Holding all the roses dei Blackberry Smoke, vince facile la palma di disco più attesissimo dell'anno (so far).
 
Blackberry Smoke, New honky tonk bootlegs
Blackberry Smoke, The Whippoorwill
Howlin' Rain, Live rain
Howlin' Rain, Mansion songs
Lucinda Williams, Down where the spirit meets the bone
Blind Guardian, Beyond the red mirror
Steve Earle, Terraplane
Bob Dylan, Shadows in the night
Cannibal Corpse, Tomb of the mutilated
Death, Thought patterns
Pat Boone, In a metal mood
Marracash, Status
 
VISIONI
 
Non mantenuto il proposito di chiudere con le ultime stagioni dei Soprano e The Wire, però ho rallentato la dose di serie tv, quello sì. Al momento, con molta flemma, sono sullo spassosissimo Lilyhammer (con Little Steven) e sulla terza, cazzutissima, stagione di Banshee.
 
LETTURE
 
Ho ripreso La sottile linea bianca, autobio di Lemmy Kilmster (devo dirlo? Il frontman dei Motorhead). Stavolta sembra essere la volta buona per portarlo a termine.
 

martedì 27 gennaio 2015

I MIGLIORI DISCHI DEL 2014

POSIZIONE NUMERO TRE - VOTO 7

Foo Fighters, Sonic Highways
La pesantissima eredità dell'hard rock americano pesa come un fuscello sulle spalle della gang di Dave Grohl.
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Gaslight Anthem, Get Hurt
Songwriting di spessore, riff, cori killer ed introspezione. The Gaslight Anthem, who else?

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Old Crow Medicine Show, Remedy
Musica per il perfetto all night long redneck party.

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POSIZIONE NUMERO DUE - VOTO 7,5

Sturgill Simpson, Metamodern Sounds in Country Music
Il country del terzo millennio, tra tradizione e echi lisergici.
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Bob Wayne, Back to the camper
Anche gli outlaw più irriducibili hanno un cuore. Quello di Bob Wayne batte, a sorpresa, qui.
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POSIZIONE NUMERO UNO - VOTO 8

Blackberry Smoke, Leave a scar - Live in North Carolina
Anche se si tratta di un live senza inediti, Leave a scar si merita presenza in graduatoria e primo posto del podio oltre che per la sua qualità, per avermi aperto lo scrigno dei tesori dei Blackberry Smoke.
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Matt Woods, With Love From Brushy Mountain
La grande bellezza del country/folk.
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MENZIONE SPECIALE

Inside Llewyn Davis, Soundtrack
Grande merito ai Cohen per averci fatto (ri)scoprire Dave Van Ronk e la sua musica sofferente ed empatica.
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lunedì 26 gennaio 2015

ASPETTANDO LA LISTA DEI MIGLIORI DISCHI DEL 2014

Il gioco è sempre lo stesso ma le regole sono cambiate. 
Lo so, sembra il lancio di una serie tv arrivata spompata alla dodicesima stagione, però sintetizza bene i contenuti di quello che, almeno per me, è da sempre uno dei post più attesi e divertenti dell'anno.
Tutti gli eventi che hanno (s)coinvolto il mio 2014, primo fra essi il fallimento della mia azienda e l'aumento di responsabilità in ambito di attività sindacale, mi hanno sottratto non tanto il tempo impiegato per l'ascolto dei dischi (che essendo perlopiù legato ai viaggi in auto resta costante), quanto piuttosto le energie mentali da radunare per elaborare dei pensieri di senso compiuto da mettere su carta on line. Come conseguenza diretta il numero complessivo di post è diminuito, passando dalla media di tre a quella di uno a settimana  e, a ruota, lo stesso è accaduto per le recensioni.
Ho mollato un po', è vero, ma ho anche rinunciato a qualunque velleità da "critico professionista", prendendomela comoda con la sedimentazione degli album ed esprimendo le mie considerazioni anche a diversi mesi di distanza dall'uscita dei dischi. Mi sono dedicato solo a ciò che mi andava di ascoltare nel dato momento, non assecondando necessariamente i miei gusti canonici (per fare un esempio ho ascoltato pochissima americana, riuscendo a trovare l'ispirazione per mettere sotto il nuovo di Lucinda Williams, universalmente riconosciuto come capolavoro, solo in questi giorni), nella consapevolezza che per le cose di valore il tempo prima o poi si trova.
Volendo puntualizzare, la lista di dischi che seguirà non è nemmeno specchio fedele dei miei orientamenti musicali dell'anno, visto che il 2014 ha visto il prepotente ritorno dell' hard rock/heavy metal, ma quasi sempre invecchiato di almeno vent'anni e quindi non candidabile per la competizione.

Quindi, ecco come mi sono organizzato: una volta identificati i miei dischi preferiti, a differenza degli anni precedenti, non ho operato "forzature" per raggiungere il numero prefissato di dieci (o addirittura quindici) titoli e ho chiuso i giochi. Non avendo un disco che si staglia sugli altri, ho distribuito gli album per fasce contraddistinte da un giudizio espresso in voti da zero a dieci. Tutto qui.
So di ripetermi ma voglio ribadirlo: questa non è la classifica dei must have  del 2014, ma semplicemente la lista dei cd che ho più amato nel corso degli ultimi dodici mesi. I titoli che finiranno degli annuali per essere tramandati ai posteri sono ben altri. Questi, al massimo potrebbero trovare spazio nella mia personalissima capsula del tempo.
A domani.





venerdì 23 gennaio 2015

Anarchy Inc.: Sons of Anarchy 6 e 7


Nonostante per me restino una grande passione, ultimamente non sto scrivendo più di serie TV. Non posso però esimermi dall' esprimere qualche considerazione sulla conclusione di Sons of Anarchy, saga che ha sempre trovato spazio su queste pagine e che nel tempo è significativamente cresciuta in budget, audience, riscontri sulla pop culture e ...riflessi nella vendita di Harley.
Sputo subito il rospo: pur rendendomi conto che non sia facile, nemmeno per un fuoriclasse come Kurt Sutter, riempire i tredici episodi di ogni stagione avendo tra le mani un canovaccio abbastanza statico basato sulle gesta di una gang di criminali in motocicletta, è tanta la delusione per la qualità dello script delle ultime due stagioni del serial.
 
Molto si è detto sulla svolta negativa assunta da SoA con la dipartita di Opie, (Ryan Hurst) personaggio cardine per l'equilibrio psicologico di Jax (Charlie Hunnam), ma a mio avviso tutta l'impalcatura della storia ha subito un durissimo contraccolpo anche con le uscite di scena di Clay,  (Ron Perlman) che riempiva le inquadrature con la sola presenza fisica e, in misura minore, di Otto (interpretato dallo stesso Sutter), memoria storica del club e sorta di parafulmine per tutte le malefatte dei suoi soci.
Privata di questi personaggi, la sceneggiatura ha cominciato a farsi ripetitiva, a girare intorno a se stessa, e anche la sconvolgente conclusione della sesta stagione non è bastata per risollevare le sorti di una annata con troppo fumo attorno all'esiguo arrosto costituito del conflitto Tara / Gemma.
Troppi episodi, troppi filler, troppe sottotrame inconcludenti, troppa violenza non realmente necessaria allo sviluppo della storia.
Insomma di due stagioni se ne poteva tranquillamente produrre una e forse sarebbero comunque avanzati una manciata di episodi.
Nemmeno l'inevitabile scontro finale tra l'ape regina Gemma e il figlio Jackson regala particolari sorprese, così come la sorte di Jax stesso è troppo accondiscendente verso il personaggio, oltre ad essere realizzata tecnicamente in maniera imbarazzante.
Che abisso da The Shield, la precedente opera di Sutter. Anche in quel caso, nel corso delle sette stagioni, abbiamo assistito ad alti e bassi d'ispirazione, ma la media si è sempre mantenuta a livelli d'eccellenza e la stagione finale si è dimostrata lucidissima nel perseguire il proprio obiettivo che prevedeva la sistematica distruzione dei personaggi cardine della storia.
 
Ciò non toglie la bontà dell'intuizione dietro a Sons of Anarchy e la sua commistione vincente tra modern cowboy life, noir e intrecci shakespiriani, oltre alla creazione di una manciata di characters che, ne sono certo, rimarranno a lungo nell'immaginario collettivo degli amanti di questo genere di serial.
So long, SAMCRO.
Ora non resta che attendere cos'altro diavolo saprà inventarsi il buon Kurt.

lunedì 19 gennaio 2015

Pierpaolo Capovilla, Obtorto collo


Partiamo dall'apparenza. Dai colori. Le copertine dei tre album del Teatro degli Orrori avevano tutte una forte componente di tonalità scure, con una prevalenza di nero a rappresentarne inequivocabilmente i contenuti. Per questo la cover di Obtorto collo, il cd dell'esordio solista di Pierpaolo Capovilla, mi ha totalmente spiazzato. Dal buio siamo passati ad una deflagrazione di luce bianca talmente abbacinante e intensa da consumare i contorni della sagoma del cantante.
Sulle prime trovo la cifra stilistica dell'artwork molto fighetta e temo lo stesso per la direzione artistica dell'opera. Per fortuna mi sbaglio.

Invitami, la traccia di apertura del lavoro, è infatti incisa nella più solida tradizione degli opening del Teatro degli Orrori. Un pezzo minimale, notturno, recitato più che cantato. La musica è confidenziale ma le parole del testo sono sferzanti (La metropoli comincia a starmi stretta / In campagna la gente è troppo ignorante /  Io non mi riconosco più / In questi luoghi e in queste circostanze). 
Nel complesso la prima parte dell'album riesce nell'impresa di portare l'esperienza dei TdO ad uno step successivo, concedendo qualcosa ad una più ampia fruibilità delle canzoni ma senza rinunciare ad una forte connotazione identitaria. Non a caso nel primo gruppo di tracce si trovano i due singoli estratti dall'album: Dove vai e Come ti vorrei.
Stilisticamente l'impronta capovilliana è inconfondibile, anche se priva dell'aggressività della sezione ritmica dei TdO o della cazzimma post rock dei One Dimensional Man. Qui ci si muove su terreni più algidi, improvvisamente incendiati dalle asprezze di alcuni passaggi delle liriche e puntellati da raccordi di sax tenore che esplodono senza preavviso come autobombe nella notte silenziosa.
Nell'economia della distribuzione dei pezzi, Irene, la composizione più debole, è piazzata a metà tracklist, come fosse una camera di decompressione che precede un trittico di canzoni claustrofobiche, dalle quali emergono Quando, con l'autore che torna ad interpretare, stavolta in maniera inequivocabile, un personaggio femminile messo alla prova da una relazione degradante e Ottantadue ore, sviluppata sulla figura di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare e anarchico, deceduto in circostanze mai chiarite. Il pezzo che dà titolo all'album è anche, con la sua melodia sghemba e dissonante ed un'interpretazione alla Nick Cave, uno uno dei picchi dell'opera.
La chiusura di Arrivederci è un altro tributo, stavolta dedicato al poeta Andrea Zanzotto.

Obtorto collo è un'opera sicuramente imperfetta, a tratti ridondante e non sempre efficace a livello di songwriting. Sarebbe però ingeneroso non riconoscere l'eccellenza di una manciata di brani come, ad esempio,  Invitami, Come ti vorrei, Quando e Obtorto collo rispetto al contesto del panorama musicale italiano e alla storia stessa del suo autore. E' inutile continuare a porre l'accento sull'arroganza artistica, croce e delizia della cifra stilistica di Pierpaolo Capovilla: questo tratto caratteriale è senza dubbio componente essenziale del suo talento. A volte può tracimare e rovinare il raccolto ma quando coglie nel segno è capace di scuotere ed emozionare come pochi altri. E quest'album, seppure in misura altalenante e discontinua, ne è l'ennesima dimostrazione. 


giovedì 15 gennaio 2015

Rolling Stones, Brussels affair Live 1973 (2011)


Da tempo non ascoltavo un disco dal vivo del Rolling Stones, probabilmente dall'acquisto di Stripped quasi vent'anni fa. A dirla tutta, è moltissimo che in assoluto non ascolto la band di Richards e Jagger. Durante il periodo natalizio mi è tornata la voglia di farlo e sfrucugliando un po' in rete mi sono imbattuto nella recensione entusiastica di Brussels affair,  official bootleg del 1973, pubblicato solo in versione digital download nel 2011.
Effettivamente non posso che confermare il giudizio estremamente positivo per una registrazione che cattura il momento del tutto particolare della formazione, reduce dall'auto esilio in Francia e dalla pubblicazione del seminale Exile on main street prima e dall'ottimo Goats head soup poi.
Jagger, perfettamente a suo agio nel rivolgersi al pubblico in francese, appare in forma strepitosa così come la band (ricordiamo, oltre a Richards Taylor, Watts e Wyman, senza dimenticare lo Stones aggiunto Billy Preston e un'ottima sezione fiati), che ha un tiro pazzesco.
Gli Stones accantonano per un attimo la propria componente blues (la recupereranno con gli interessi qualche anno dopo, in Love You Live del 1977)  concentrandosi su un groove dai forti connotati soul, errebì e rock and roll e rovesciando sull'audience un'esibizione incendiaria.

La scaletta, oltre agli immancabili pezzi da greatest hits, ma vivaddio senza Satisfaction, è suonata con un vigore lontano dal consumato mestiere, ed è impreziosita da una manciata di canzoni meno consuete che la rendono ancora più accattivante. La tripletta Starfucker (pubblicata su Goats head soup come Star star), Dancing with Mister D e Doo doo doo doo doo (Heartbreaker) spingono il motore a pieno regime e fanno accogliere come un balsamo lenitivo la successiva Angie, così come, più in là nella tracklist, l'uno-due All down the line e Rip this joint, eccita la folla prima del cumshot finale saldato attorno a Jumpin' Jack flash e Street fighting man.
Non potete vedermi ma sto facendo la linguaccia.

lunedì 12 gennaio 2015

Ian Christie, Sound of the beast




Se provate a chiedere a dieci metallari quali siano i loro dischi preferiti del 2014, sarete fortunati se nelle diverse liste troverete due-tre titoli in comune. Questo perchè il metal, più che qualunque altro genere, possiede una forte componente soggettiva,  nella quale percezione e sensibilità dell'ascoltatore spesso prevalgono sul (presunto o reale) valore oggettivo dell'opera. Caratteristica questa che si sposa frequentemente con la ricerca spasmodica da parte dei cosiddetti metalheads dei fenomeni underground più reconditi, da custodire gelosamente come una reliquia o, all'opposto,  da esibire come un vanto personale.

Ecco, partiamo proprio da questo aspetto per recensire Sound of the beast di Ian Christie, visto che lo scrittore svizzero usa il fenomeno dei tape traders come perno centrale della narrazione, ricordando come già dalla fine dei settanta eserciti di ragazzi di mezzo mondo alimentavano un sottobosco culturale estremamente ramificato attraverso il frenetico scambio di cassette duplicate, costituendo così, inconsapevolmente, le fondamenta per l'esplosione della musica metal e forgiando il tratto distintivo e fortemente identitario dell'essere metal kid.  Infatti, non solo gli adolescenti potevano ascoltare musica che faceva inorridire i propri genitori, ma questa musica era anche celata ai più e, almeno fino all'emersione pubblica delle band (dinamica che non sempre si verificava), introvabile nei negozi di dischi. In pratica un eccitante linguaggio segreto patrimonio di una tribù variegata e trasversale.

Gli artisti e le formazioni citate da Christie sono innumerevoli, ma un ruolo centrale nella sua visione d'insieme lo rivestono Black Sabbath prima e Metallica poi. Al gruppo di Lars Ulrich, dagli esordi all'imborghesimento, è concesso lo spazio più ampio del libro e qualche indulgenza di troppo relativamente al periodo successivo alla pubblicazione del black album.

Nelle quattrocento pagine che compongono l'opera c'è spazio per tutte le tappe cruciali di questo genere musicale, dai suoi inizi fino all'alba del nuovo secolo. Lo start up dall'Inghilterra con Sabbath prima e NWOBHM poi, lo sbarco negli USA, le fanzine, le prime compilation, il ruolo di MTV, la bigotta offensiva del Parent's Music Resource Center (PMRC), l'espansione mondiale del metal, i dischi di platino, le formazioni metal provenienti praticamente dall'intero pianeta.
Più di tutto emerge chiara la mission dell'heavy metal: suonare più forte, più veloce, più aggressivo, più tecnico, più oltraggioso, più blasfemo, più esplicito, più offensivo di qualunque altra musica esistente. Per fare questo, nel corso degli anni, migliaia di bands (composte spesso da giovanissimi: si pensi ad esempio ai Possessed o ai Death Angel che hanno realizzato pietre miliari del movimento alternando l'attività musicale alla frequentazione del liceo) hanno caricato strumenti e, idealmente, aspirazioni dentro un furgone scassato per raggiungere i posti dove, in quel preciso momento, se si suonava un determinato sottogenere, bisognava stare: la Bay Area di San Francisco per il thrash, la Florida per il death, Hollywood per il glam, Seattle per il grunge o ancora la Norvegia per il black, la Svezia per il melodic death o la Germania per lo speed.

Gli effetti causati dall'ascolto del metal, ovviamente contestualizzati ai costumi delle diverse epoche, non erano così dissimili da quelli che si erano registrati negli anni precedenti con l'avvento di be-bop, blues elettrico e rock and roll. Tutti questi generi avevano una tremenda, scatenante forza innovativa rispetto alla quale l'audience spesso perdeva i freni inibitori. Solo che al posto di isteria, balli convulsivi e movenze provocanti, il pubblico heavy-metal celebra il proprio coinvolgimento attraverso spettacolari esibizioni di stage diving, headbangin' o mosh pit. E ancora, come la musica metal, anche i precedenti generi di rottura dovettero affrontare le reazioni di una società impreparata, chiusa e bigotta che temeva che Charlie Parker, Elvis o Muddy Waters portassero alla dannazione le anime dei propri figli.
Chistie si sofferma anche su questi aspetti, sulle "persecuzioni" (termine che uso nella sua accezione più elastica) dei metallari, che in alcuni momenti e non solo nei paesi in cui erano presenti dittature religiose o politiche, hanno dovuto affrontare le conseguenze di quella che a conti fatti era solo una passione musicale, trovandosi spesso emarginati nei piccoli centri di periferia, obbligati a trattamenti sanitari in istituti psichiatrici e, in alcuni casi, coinvolti di agghiaccianti ingiustizie (il celebre caso dei tre di West Memphis).
 
Il libro è infine arricchito da numerose schede contenenti i titoli dei migliori album divisi per sotto genere e, come chiosa, dei migliori venticinque album in assoluto (ovviamente secondo il giudizio dell'autore).
 
 
Avendo vissuto, seppure in fasi alterne, l'epoca d'oro del metal ho sviluppato abbastanza giudizio critico per non condividere in toto le considerazione espresse da Ian Christie all'interno della narrazione. Al contrario, in più di un'occasione mi sono trovato a dissentire su come venivano illustrati alcuni argomenti (un esempio su tutti il trattamento riservato al glam, liquidato sostanzialmente come stile untrue). Nonostante ciò riconosco il valore dell'opera, una delle poche (almeno tra quelle disponibili in italiano) ad offrire una panoramica ampia e documentale di una scena che continua a rappresentare, anche e soprattutto dal punto di vista delle vendite, una componente essenziale della musica rock.
Se proprio vogliamo, il limite di Sound of the beast sta nei dieci anni trascorsi dalla sua pubblicazione, elemento questo che impedisce al libro di analizzare accuratamente il fenomeno dell'esplosione di internet, del file sharing (solo accennato per la controversia Metallica - Napster) e dei numerosi spazi che il web dedica all'heavy metal.
Ecco, un'appendice all'opera sarebbe quanto mai opportuna e gradita.
 

venerdì 9 gennaio 2015

Shaman's Harvest, Smokin' hearts & broken guns



Ci sono album che rimangono impressi nella memoria e che idealmente vanno a costituire la discoteca di una vita e poi ce ne sono altri che ti fanno trascorrere alcuni momenti piacevoli senza avere nessuna pretesa di lasciare tracce nella tua esistenza.
Come potete immaginare Smokin' hearts and broken guns degli Shaman's Harvest si colloca nella seconda categoria.
Il gruppo del Missouri, attivo sulla scena hard rock/nu metal da poco meno di dieci anni, in passato è riuscito a mettere la testa fuori dall'anonimato grazie ad un singolo di successo (Dragonfly, qui inserito come bonus track in versione acustica) e alcuni pezzi prestati al wrestling (Broken dreams, End of days), a testimoniare la vocazione musicale tutt'altro che omeopatica della band. Discograficamente fermi dal 2009 (anche a causa dei problemi di salute del singer Nathan Hunt), gli Shaman's Harvest hanno ricevuto nuovi impulsi e motivazioni a tornare in studio grazie all'interesse attivo manifestato nei riguardi della loro musica da Chad Kroeger dei Nickelback, che li ha aiutati a produrre questo Smokin' heart and broken guns.
L' album si apre con il possente e irresistibile Dangerous, pezzo ignorante quanto basta per raggiungere la nostra parte più buzzurra, e poi mette in fila disciplinatamente undici pezzi tra midtempo alla P.O.D. (Here it comes); immancabili ballate introspettive (The end of me; In the end); assalti da sfrenato headbangin' (Country as fuck); cover dalle quali era forse lecito aspettarsi una maggiore badass attitude (Dirty Diana di Michael Jackson).
Classico album con una manciata di pezzi buoni e altrettanti filler, divertente senza l'intenzione di essere memorabile.

mercoledì 7 gennaio 2015

Sturgill Simpson, Metamodern sounds in country music

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Quando la situazione in casa lo consente, il bagno in vasca diventa uno dei momenti di massimo relax della giornata. Me la prendo comoda preparando accuratamente l'acqua, spegnendo le luci e accendendo magari delle candele, comunque mettendo sempre della musica di sottofondo.
La prima volta che ho ascoltato Metamodern sounds in country music mi trovavo in questo stato, completamente immerso nell'acqua profumata e bollente, con la mente che vagava libera. Avvertivo la musica come provenire da un luogo lontano, imprecisato. In quel limbo tra coscienza e incoscienza, non mi sono accorto subito che la delicata melodia acustica di Just let go era già da qualche istante confluita in un impasto acido psichedelico fatto di riverberi, distorsioni e sovrastrati sonori non dissimili a quelli usati dai Led Zeppelin in Whole lotta love. Ero precipitato nella traccia numero nove della tracklist: It ain't all flowers. Un'esperienza quasi mistica, anche se non esattamente quello che ti aspetti da un album di traditional country.

D'altro canto la copertina dell'album (che in qualcosa richiama Red headed stranger di Willie Nelson) avrebbe dovuto instradarmi. Quello sfondo cosmico ad incorniciare l'immagine seppiata di Sturgill non poteva essere buttato lì ad minchiam.
E infatti Simpson, dall'alto di una voce perfettamente coerente con il genere honky tonk ma capace di spaziare praticamente in ogni stile, dopo aver fatto intravedere le sue potenzialità nell'esordio dell'anno scorso (o meglio del 2013), ha fatto emergere più pienamente la sua personalità e le sue sfaccettate influenze con un disco che appena sotto la patina di ottimi pezzi country nasconde tutto un universo allargato di mondi oscillanti e dissonanze.
L'ottimo attacco di Turtles on the way down e il successivo outlaw style Life of sin (Quality of life has got me down / Well sex is cheap and talk is overrated / And the boys and me still working on the sound) mettono subito in chiaro la disinvoltura con cui l'artista del Kentucky si muove nel campo da gioco del country tradizionale (che molto deve a Haggard e Jennings) e la sua ottima capacità di songwriting.
Come una formidabile sirena Simpson dipana le sue straordinarie melodie attirando l'ascoltatore in mare aperto grazie al fascino di pezzi come Living the dream (a dispetto del titolo una corrosiva critica sul vivere americano con versi come I don't have to do a goddamn thing / except sit around and wait to die), la cover di The promise della band inglese When in Rome interpretata con piglio da cantante confidenziale, il pure honky tonk di Long white line, il delizioso country gospel di A little light fino all'introspettiva Just let go di cui parlavo in premessa. A quel punto, l'incauto marinaio/ascoltatore non può più sottrarsi alle spire soniche che lo spingono giù, nel vortice psichedelico nei quasi sette minuti di It ain't all flowers. E se non proprio dolce, il naufragar in questo mare, è sicuramente molto sciamanico.

Ci sono vari modi di immettere linfa vitale nel country sottraendolo alla mercificazione spicciola propria di uno dei pochi generi rimasti (insieme al metal) a reggere le sorti del mercato discografico. Di certo è maledettamente complicato coniugare l'amore per questa musica con la spinta innovativa necessaria a tirarla fuori dai rassicuranti schemi moderni. Si rischia l'isolamento (come gli outsider Bob Wayne o Matt Woods) o di perdere la brocca (come purtroppo a volte capita a Hank III). Sturgill Simpson sta cercando la sua via al country percorrendo una strada che, sebbene sia solo agli inizi, già ha detto molto. La curiosità sulle scelte future di un così dotato artista è tanta: continuerà a produrre musica al tempo stesso confortevole e spiazzante o accetterà un produttore di successo e si consegnerà alla corazzata CMT
Probabilmente lo scopriremo presto. Intanto Metamodern sounds in country music è uno dei dischi più significativi dell'anno appena terminato.

lunedì 5 gennaio 2015

Ben Vaughn, Texas road trip


Ben Vaughn è in giro da un po'. Se non lo conoscete o il suo nome vi dice qualcosa ma non riuscite bene a metterlo a fuoco, è perché, pur avendo oltre trent'anni di discografia sulle spalle, l'indie americana suo marchio di fabbrica (presente, oltre che nei suoi album anche nelle diverse collaborazioni con cinema e tv), è sempre stata a margine del music business che conta. Perciò, per scelta o rassegnazione, l'artista di Philadelphia ha cominciato ad affezionarsi al suo isolamento e alla sua indipendenza,  smettendo di curarsi anche delle dinamiche promozionali che, in ogni caso, ormai esistono solo per i "top player". E' anche per questo che il ritorno dopo otto anni di assenza di Ben, celebrato con due dischi nuovi di zecca che rispecchiano le sue diverse anime, non viene celebrato nemmeno sul sito personale dell'artista. Una scelta, in un epoca in cui le notizie corrono sui social network alla velocità della luce, da beautiful loser.
Di Desert trailer sessions, registrato all'interno di una vecchia roulotte Silver Streak solo con l'accompagnamento della chitarra,  parleremo in seguito. In questa sede rivolgiamo la nostra attenzione allo scoppiettante Texas road trip, un fulminante ten tracks da trentuno minuti imbevuto della passione per quel melting pot musicale che agita il territorio tra gli USA e il Messico.
Tejano o se preferite Tex mex sugli scudi quindi, con i santini di Ry Cooder, Sir Douglas Quintet e Flaco Jimenez a sorridere sornioni già sull'attacco di Boomerang e a ridere di gusto davanti alle fisarmoniche, ai violini e alle vihuela che incendiano Miss me when I'm gone e Fox in the hole.
Texas rain rallenta i giri del motore attraverso un mood neanche a dirlo da highway polverosa e deserta, mentre le scarne ma poderose contaminazioni rockabilly di Sleepless nights, Seven days without love e Six by six tornano ad attivare la modalità più caciarona dell'album.
Un discorso a parte merita Heavy machinery, affasciante, spettrale e notturna, per la quale credo di non farla fuori dalla tazza nell'evocare lo stile notturno di Stan Ridgway con o senza i Wall of Voodoo.
Se amate il genere o volete avvicinarvici attraverso una nuova release (a seguire sarebbe doveroso il recupero dei classici), Texas road trip è il bignami perfetto: divertimento, atmosfera e rispetto della tradizione vanno festosamente a braccetto con una manciata di inediti nati dall'ispirazione di un artista schivo e appassionato che, speriamo, da oggi cominci a restarvi più presente.

venerdì 2 gennaio 2015

Chronicles 43

In casa siamo tutti amanti dei gatti. Niente di strano, non fosse che l'intera famiglia soffre di allergia specifica a questo animale. Dovessimo stilare una graduatoria dell'intensità della patologia, io mi stabilirei saldamente alla prima posizione con un'allergia all inclusive (un crescendo rossiniano di reazione epidermica, raffreddore, tosse e asma), la mia sweet half al secondo posto e Stefano al terzo. Col tempo dunque ci siamo rassegnati a non gratificare i gattari che albergano in noi. Poi qualche settimana fa qualcosa è cambiato. Mio figlio apprende da un programma televisivo su questi piccoli felini, che una specie precisa di gatto, il siberiano, a fronte della scarsa produzione della proteina Fel D1 (elemento presente nella saliva e a quanto pare causa scatenante dei sintomi allergici), sarebbe addirittura considerato anallergico.
La notizia è di quelle dirompenti e subito ci mettiamo in cerca di un allevamento selezionato di siberiani. Ne troviamo uno disponibile al test (cioè il contatto con gli animali) in provincia di Parma e così una domenica ci mettiamo in macchina carichi di aspettative e partiamo.
Giunti a destinazione mi si presenta una scena che normalmente mi farebbe scappare a gambe levate: in una stanza di meno di venti metri quadrati riposano pigramente una mezza dozzina di mici, che, probabilmente abituati al viavai di visitatori, si dimostrano subito molto affabili e disponibili alle carezze. Mentre scambiamo pareri e informazioni con i proprietari dell'allevamento, sfoghiamo speranzosi la nostra smania repressa di possedere uno di quei felini, accarezzandoli senza soluzione di continuità.
E più registriamo l'assenza di reazioni allergiche e più palpiamo e accarezziamo gatti come se non ci fosse un domani. La cosa va avanti per una decina di minuti, tempo che comunque per me è di tutto rispetto. Poi, come un orgasmo al contrario, sento arrivare da lontano i primi sintomi della reazione allergica che subito si traducono in starnuti e prurito alla gola, e la dura realtà irrompe spazzando via ogni illusione.
Fuori, andando verso l'auto, anche la sweet half comincia a pagare il prezzo di questa full immersion, mentre Stefano sembra l'unico ad essere uscito indenne da quella titanica prova di forza.
Le considerazioni finali dei proprietari dell'allevamento ("qui l'ambiente è saturo, bisognerebbe provare con un singolo gatto in un contesto neutro") mitigano solo parzialmente la delusione e per farci coraggio decidiamo di fare un secondo tentativo prima di rassegnarci definitivamente all'ingiusto destino.
Vabeh, come spesso ci capita, per consolarci abbiamo trovato una trattoria del posto e pranzato con tagliolini al tartufo e polenta e cinghiale che hanno affogato a dovere l'amarezza del sogno infranto.
Tutto sommato, in attesa di alzare il morale delle truppe e organizzare un secondo assalto ai siberiani, la giornata non è stata completamente sprecata.

mercoledì 31 dicembre 2014

MFT, dicembre 2014

MUSICA

Ultimo giorno dell'anno, tempo di bilanci. Mi soffermerò più in là, nel post sui migliori dischi dell'anno, sulle ragioni che mi hanno portato ad ascoltare, nel corso del 2014, un numero di album nettamente inferiore alla media degli ultimi anni. Oggi mi limito alla consueta lista di ascolti del mese, segnalando l'interessante elenco di uscite annunciate per le prime settimane del 2015, che vedono tra gli altri: Gang, Sangue e cenere (nuovo full lenght di inediti dopo quattordici anni); Blackberry Smoke, Holding all the roses; Steve Earle, Terraplane; Waterboys, Modern blues; Decemberist, What a terrible world, what a beautiful world; Bob Dylan, Shadows of the night (composto da cover di Frank Sinatra!); Thunder, Wonder days.
Insomma dài. Ci sarà di che fremere ed appassionarsi.

Blackberry Smoke, New honky tonk bootlegs
Blackberry Smoke, The Whippoorwill
AC/DC, Rock or bust
Ben Vaughn, Road trip
Garth Brooks, Man against machine
Mariachi el Bronx, III
John Mellencamp, Plain Spoken
Pierpaolo Capovilla, Obtorto collo
Lucinda Williams, Down where the spirit meets the bone

VISIONI

Dopo la conclusione della saga Sons of Anarchy e della prima di Les Revenants ho tirato un po' il freno dei serial, accantonando la quarta di Homeland e la terza di Mad men. Mi piacerebbe recuperare e chiudere con I Soprano e The Wire, autentici masterpiece dei quali mi mancano solo le stagioni conclusive. Avrei voluto tenerle da parte ancora un po' e gustarmele nei periodi di magra, ma è troppa la preoccupazione di incappare in spoiler.

LETTURE

Grandi soddisfazioni dall'ottimo The sound of the beast, di Ian Christie che traccia la parabola dell'heavy metal dagli esordi dei sessanta ai giorni nostri.



lunedì 29 dicembre 2014

Garth Brooks, Man against machine


Stavo per tediarvi con una breve cronistoria di vita e carriera di Garth Brooks, poi per fortuna mia e vostra mi sono reso conto che l'avevo già scritta qui, perciò se vi va andate a leggerla e una volta tanto saltiamo i convenevoli. 
Diciamo soltanto che in un periodo, gli anni novanta, in cui i miei gusti erano agli antipodi rispetto al country, Brooks mi ci ha fatto avvicinare e ancora oggi che di redneck music ne ascolto invece a vagonate, resta lui l'unico artista mainstream che seguo. Attendevo dunque con una certa eccitazione il suo ritorno sulle scene, dopo il lungo esilio volontario (l'ultimo disco è del 2001) per stemperare le tensioni con il music business e godersi seconda moglie (la collega Trisha Yearwood) e figli.
Le cicatrici delle sue battaglie contro major e file sharing si prendono comunque la scena con l'apertura di Man against the machine, titolo dell'album e della prima omonima traccia, deputata ad introdurre l'opera. Brooks sceglie non a caso di ripresentarsi sulle scene attraverso un brano non country ma venato di soul bianco, corredato da un lirismo drammatico e avvalendosi di un arrangiamento che, nonostante danzi in pericoloso equilibrio con il farsesco per l'uso di campionamenti di soldati in marcia, risulta convincente.
Sono necessari invece più ascolti per convivere con la scelta dell'artista di mettere da parte i pezzi più tirati e concentrarsi sulle atmosfere maggiormente introspettive e sulle ballate, nelle quali comunque la classe superiore di Garth emerge cristallina, come in She's tired of boys (interpretata in coppia con la Yearwood), nella spettacolare Cold like that o in Mom, l'immancabile (in ambito country) dedica alla madre. Il disco va su di giri unicamente con Rodeo and Juliet, honky tonk che riporta ai bei tempi di Ropin' the wind, per poi tornare a farsi riflessivo con Cowboys forever, Send'em down the road, You wreck me o il country-blues Tacoma.
L'album, uscito a novembre,  non ha spaccato le classifiche americane come erano solito fare le precedenti produzioni di Garth Brooks, di acqua sotto i ponti, musicalmente parlando, ne è passata tanta in quasi tre lustri, ma le canzoni di Man against the machine hanno dalla loro le caratteristiche giuste per diventare dei classici moderni e l'album un buon long seller.

L'elemento più importante è che Garth sia tornato. Certo, non ha sfornato un capolavoro, ma solo una raccolta di canzoni pregiate, suonate ed interpretata con passione. E con tutta la roba usa e getta che gira a Nashville di questi tempi, va benone così. 
Speriamo solo di non dover attendere altri tredici anni per il prossimo episodio (il numero dieci) della sua discografia.

giovedì 25 dicembre 2014

I miei guilty pleasures di Natale

Quello dei dischi natalizi è un rito irrinunciabile negli Stati Uniti, dove, tradizionalmente, già settimane prima delle feste, si assiste ad una vera e propria eruzione di album a tema. Da noi la cosa è ancora considerata abbastanza kistch e solo ultimamente artisti di varia levatura (a memoria mi sovvengono Irene Grandi, Baglioni e... Valerio Scanu) hanno provato a cimentarsi con questa prova.
Devo confessare che lo sconfinato amore che nutro per la musica e il fascino un pò infantile che ancora subisco per il Natale mi ha fatto, nel tempo, apprezzare qualcuna di queste opere. Da qui l'idea di dedicare il post natalizio ad una succinta playlist di quei dischi a tema (suddivisi per genere) un pò guilty pleasures ma tutto sommato anche no.

Country
Il country è probabilmente il genere che più di ogni altro "ha dato" al fenomeno christmas records. La lista di artisti che hanno sfornato dischi natalizi è pressochè infinita, e contiene i massimi esponenti del genere (incluso Johnny Cash), gli outsiders e i cantanti più commerciali.
La mia preferenza va a Martina McBride, il cui White Christmas, uscito per la prima volta nel 1998, è stato più volte ristampato con tracks aggiuntive (l'ultima re-release è dell'anno scorso).


Soul
Phil Spector, A Christmas gift for you from Phil Spector. Grande groove nelle versioni  degli standards stagionali ad opera di Ronettes, Crystals e Darlene Love

Album A Christmas Gift For You From Philles Records cover.jpg


Boogie woogie/Rock and Roll/Big Orchestra sound
Brian Setzer, Christmas rocks! The best of collection. Eccone un altro che sul tema ha detto molto (almeno tre dischi). Questa dovrebbe comunque essere l'opera definitiva: venti tracce che sferzano i classici con la verve rockabilly che ci si aspetta da Setzer, ma anche con suite orchestrali di pezzi di musica classica, come lo Schiaccianoci, o jazz, come My favorite things.



Heavy Metal
Twisted Sister, A twisted Christmas. Non poteva mancare, in questo sunto natalizio dei miei generi di riferimento, l'hard rock. E allora sotto con l'imprevedibile lavoro della band di Dee Snider, uscito nel 2006. Irriverenza e divertimento garantiti.

E buon Natale in musica ai lettori di Bottle of Smoke.

mercoledì 24 dicembre 2014

John Mellencamp, Plain spoken


A pochi mesi dalla pubblicazione del suo primo disco dal vivo (l'eccellente Live at Town Hall) arriva nei negozi (perlopiù quelli online, purtroppo) Plain spoken, il ventesimo album di John Mellencamp. E a confermare la trance agonistica degli ultimi tempi e l'ottimo stato di ispirazione del nostro, anche questa volta si tratta di un eccellente prodotto. Ostico se vogliamo, perchè a fronte di una manciata di melodie dalla presa immediata ne contiene altre che pretendono la giusta sedimentazione, ma eccellente.
In ogni caso, dopo la recente esperienza di No better than this, album frettolosamente accantonato per poi essere incondizionatamente amato, il sottoscritto non si fa più fregare e concede al vecchio Coguaro tutto il tempo che necessita per imporre stile e pezzi nuovi. Tanto lo avete capito da tempo che non è su questo blog che dovete cercare le recensioni agli album appena usciti o addirittura che ancora devono farlo.

L'inizio di Plain spoken è perfetto nel suo presentarsi rassicurante e confortevole, al pari di una casa riscaldata da un grande camino nella quale si viene invitati dopo aver trascorso una giornata al gelo. Troubled man, Sometimes there's God e The isolation of Mister ci mostrano un Mellencamp al suo apice di scrittura e, sopratutto, di interpretazione, grazie ad una voce sempre più dolente e ferita, ma più che mai evocativa. Il pattern è quello rurale degli ultimi anni, cioè l'essenzialità fatta melodia: violini e chitarre acustiche a competere con delicatezza con il cantato.
Con The company of cowards siamo invece in presenza di un reggae sui generis che viene, come il blues dell'album Trouble no more, reinventato attraverso la strumentazione della band, che lo suona come se appartenesse non ai rasta jamaicani ma alla provincia rurale americana di inizio secolo.

Le tematiche affrontate nell'album, oltre a coinvolgere gli aspetti sociali tradizionalmente cari all'artista, si inoltrano per una volta dentro i sentimenti più intimi e personali di Mellencamp. Così Tears in vain riflette le emozioni del cantante in merito alla fine, dopo vent'anni, del matrimonio con la prima moglie, accusata velatamente ma non troppo di tradimento. Le considerazioni sui pessimi tempi che viviamo deflagrano invece rumorosamente nel New Orleans blues di Lawless time, che chiude come meglio non potrebbe il lavoro.

La critica illuminata può dire quello che vuole di John Mellencamp: che è diventato autoreferenziale, retorico, paternalistico o prevedibile, ma se vi interessa la mia opinione è esattamente in questo modo che dovrebbe invecchiare uno che al genere americana o heartland ha dato così tanto. Scavando nelle radici di quella musica, portandola a nuovi ascoltatori, traghettandola nel futuro. Facendolo peraltro attraverso composizioni inedite quasi sempre coerenti col proprio ingombrante passato, a dimostrazione che quando l'ispirazione scorre fluida non servono arrangiamenti ridondati o produzioni sofisticate per far emergere le Canzoni. 
Un esempio, una scelta di vita artistica che farebbe bene, ne sono sicuro, anche a un certo Bruce Springsteen.


lunedì 22 dicembre 2014

AC/DC, Rock or bust


Le premesse alla recensione vera e propria di un nuovo album degli AC/DC rischiano sempre di diventare la parte più corposa del pezzo. Ma come si può sorvolare sull'unicità di questo gruppo, che dal 1974 è riuscito nella solo apparentemente semplice impresa di fendere prog, disco, punk, new wave, metal, glam, grunge ed ogni altro genere e sottogenere abbia monopolizzato l'attenzione degli ultimi otto lustri di storia musicale americana, armato solo di un sound che nel tempo ha oscillato dal blues all'heavy metal e dagli inconfondibili ricami di boogie rock generati dalla Gibson di Angus Young?
Facile sostenere che suonino sempre gli stessi due-tre pezzi, se fosse così banale sopravvivere al tempo, agli acciacchi, alle sciagure e ai cali di ispirazione, riuscendo quasi sempre a fornire prodotti all'altezza della propria storia, la band di Young e Johnson oggi sarebbe in buona compagnia, invece di godersi la propria mitologica solitudine.

E comunque in Rock or bust gli AC/DC non si limitano a confezionare la "solita" manciata di canzoni trascinanti ma prevedibili (rientrano appieno in questa categoria sicuramente la title track e Play ball), ma tornano in maniera convincente alle origini con l'incipit in pieno mood jump blues di un pezzo come Baptism by fire, flirtano addirittura con Dazed and confused dei Led Zeppelin con l'ottima Rock the house, ci regalano un midtempo (sottovalutata specialità della casa) memorabile che risponde al titolo di Dogs of war. Insomma, quello che, anche per le recenti defezioni del membro fondatore nonchè fratello di Angus Malcom Young (per gravi motivi di salute) e Phil Rudd (guai grossi con la giustizia), potrebbe essere l'ultimo disco degli AC/DC si presenta senza nessuna malinconia ma con gli stessi, consueti, fuochi d'artificio sparati a cannonate nei concerti durante la festa finale di For those about to rock
Un disco che stupisce. Anche se ti dà esattamente quello che ti aspettavi.

lunedì 15 dicembre 2014

Foo Fighters, Sonic Highways


In tutta onestà, sulle prime, dopo aver letto le recensioni degli amici blogger Ale e Filo ed essendomi del tutto riconosciuto nelle loro considerazioni, mi è parso inutile sforzarmi di dire qualcosa di mio in relazione a Sonic highways dei Foo Fighters. 
Se ho successivamente cambiato idea è solo perchè mi sembrava giusto segnalare anche da queste pagine un disco tra i più importanti ed attesi dell'anno, le cui canzoni non s'impongono istantaneamente ma richiedono tempo e pazienza per emergere. 
Proprio come i veri classici.
Proprio come i Foo Fighters, che sono cresciuti esponenzialmente album dopo album, divenendo, verrebbe da dire loro malgrado, uno dei più importanti punti di riferimento della musica rock americana. A differenza di altre band però, quella di Dave Grohl appare totalmente consapevole del ruolo ereditato e nel caricarsi il pesante onere sulle spalle non perde la bussola ma compie un'operazione ambiziosa (senza apparire pretenziosa o megalomane) tracciando una traettoria che collega otto città degli states ad altrettanti storie, raccontate attraverso documentari da un'ora ciascuno diretti dallo stesso Grohl e dalle otto tracce che compongono la release.
Purtroppo al momento di scrivere sono riuscito a vedere solo tre dei documentari (sono trasmessi dalla HBO con cadenza settimanale) che accompagnano i pezzi, ma mi sembra di poter affermare che il rischio agiografia è stato elegantemente superato e che l'attenzione del regista si concentra su territori e artisti determinanti per la crescita musicale americana e su come essi abbiano influenzato se stesso e la sua band.
Tornando al disco, anche qui si percepisce un respiro più ampio, un affrancarsi dal rock più diretto e stadaiolo del passato, senza però rinunciare all'empatia e alla tradizionale, contagiosa energia  del gruppo.
Something for nothing, che apre il lavoro, in virtù di un inizio lento e della deflagrazione del ritornello solo nella parte conclusiva, coniuga efficacemente vecchi e nuovi Foo Fighters, che comunque poco più avanti si riappropriano della loro piena identità in Congregation (ospite Zac Brown), all'interno della quale fa bella mostra un break strumentale alla Deep Purple mark II. 
I miei pezzi preferiti una volta tanto sono anche quelli più lunghi, ed arrivano in coda all'album: i quasi quindici minuti di melodia e accelerazioni di Subterranean e I am a river condensano in maniera emozionante vent'anni di passione in musica, ponendo il sigillo a quello che di certo è un punto d'arrivo e ripartenza importante per una band rigorosa che ha sempre dato l'impressione di raggiungere i suoi enormi traguardi con naturalezza e senza sforzo. 
Di certo non è così, ma anche questa è una caratteristica dei grandi.


sabato 6 dicembre 2014

MFT, novembre 2014

MUSICA

Blackberry Smoke, Leave a scar: live North Carolina
Blackberry Smoke, The Whippoorwill
AC/DC, Rock or bust
Ben Vaughn, Road trip
Garth Brooks, Man against machine
Foo Fighters, Sonic highways
Deep Purple, Perfect strangers live
Angel City, Face to face
Mariachi el Bronx, III
John Mellencamp, Plain Spoken
Pierpaolo Capovilla, Obtorto collo
Taimi Nailson, Dynamite!

VISIONI

Sons of Anarchy, stagione conclusiva
Homeland, quarta
Mad Men, terza
Les Revenants, prima

LETTURE

Sound of the beast, Ian Christe



lunedì 1 dicembre 2014

Blackberry Smoke, Leave a scar: live North Carolina


Normalmente non mi piace cominciare ad approcciare band che non conosco attraverso dischi dal vivo, preferisco costruire prima una certa conoscenza dei lavori in studio per arrivare preparato al fatidico momento del live album. Quella dei Blackberry Smoke è la classica eccezione che conferma la regola. Li ho scoperti proprio grazie a questo Leave a scar: live North Carolina per poi andare all'indietro, ripercorrendo gli album che ne hanno costituito l'ossatura. 
La band nasce ad Atlanta nei primi anni zero e subito si contraddistingue per l'intensa attività concertistica. Propone un southern rock legato alla solida tradizione di quelle parti, ma ha dalla sua la capacità di tramandarlo attraverso un valido songwriting e pezzi che sembrano già nascere con il marchio dei classici. 
Dal 2004 ad oggi pubblicano tre soli album ma suonano dal vivo qualcosa come duecentocinquanta giorni l'anno, consolidando un buono zoccolo di fans, tra i quali figura anche Zac Brown. 
Era giunto dunque il momento di elaborare un documento che testimoniasse i chilometri e il pubblico accumulato in tutti questi anni e la band lo fa in grande stile, con un doppio cd (accompagnato da un dvd) da ventidue tracce, nel quale l'alchimia tra southern e country, specialità della casa, emerge in tutta la sua scintillante meridionalità.
Grande spazio è concesso all'ultimo disco pubblicato, quel The wippoorwill, con il quale il combo ha annusato per la prima volta le charts americane. A partire da Shakin' hands with the holy ghosts che apre la tracklist, passando per Six ways to sundays, One horse town, Lucky seven, Pretty little lie la più recente opera dei BBS è rappresentata nella sua sostanziale interezza. Con Son of the bourbon e Lesson in a bottle trova buono spazio anche l'EP country New honky tonk bootlegs che i cinque georgiani hanno pubblicato nel 2008 a ribadire la stretta vicinanza con l'altro genere imperante da quelle parti degli States. 
Se vogliamo identificare attinenze e differenze con la band di riferimento di ogni southern rocker che si rispetti, vale a dire i Lynyrd Skynyrd, laddove ad esempio la matrice dei pezzi è molto identificabile con quella dei fratelli Van Zant, lo è molto meno il fattore jam band che porta a dilatare i pezzi dal vivo ben oltre il consentito. In questo Leave a scar solo una traccia, Sleeping dog, lascia andare la briglia dell'improvvisazione oltre i dieci minuti di timing, per il resto è quasi tutto dentro i limiti dei quattro-cinque minuti. 

Nonostante il southern rientri solo saltuariamente tra i miei generi preferiti, devo ammettere che ho preso una bella sbandata per i Blackberry Smoke, i cui dischi resistono in buona rotazione sui miei impianti al punto che la band si candida ad essere la miglior (mia) scoperta del 2014. 
Tra l'altro, per i primi mesi del 2015 è prevista l'uscita di Holding all the roses, nuova release dei BBS prodotta da niente di meno che da Brendan O' Brien. 
Sperando che il noto produttore non condizioni troppo il sound della band, attesa e curiosità sono già a livelli adolescenziali. 
Buon segno.