mercoledì 25 settembre 2013

Max Stèfani, Wild Thing


Dopo essermi dilungato sui retroscena che mi hanno portato a diventare possessore di una copia del libro Wild Thing di Max Stèfani e dopo averlo finito di leggere da tempo, rubo qualche minuto per un breve commento. 
Commento e non recensione, perché non mi viene molto da scrivere se non che considero Wild Thing un'enorme occasione sprecata. "L'avventura intellettuale di Mucchio Selvaggio attraverso la biografia del suo fondatore e direttore", come recita la breve sinossi sulla copertina, poteva essere qualcosa di speciale, di importante per la stampa di settore italiana, quel Mystery Train di Greil Marcus o più prosaicamente quell'Alta Fedeltà di Hornby che ancora oggi manca nel panorama dell'editoria musicale nostrana (anche se L'ultimo disco dei mohicani di Blatto ha provato a colmare la lacuna): poteva essere per Stèfani il romanzo di una vita, la conclusione di una traettoria che l'ha visto protagonista di quasi mezzo secolo di cultura pop italiana.
E invece. Invece Wild Thing dà l'impressione di essere stato allestito in fretta e furia, con il conseguente florilegio di errori di battitura, con uno stile letterario che vorrebbe essere discorsivo e che invece risulta semplicistico e poco efficace, con tanto, troppo veleno in coda, nei confronti di ex-collaboratori e responsabili della defenestrazione di Stèfani dalla conduzione del Mucchio e con affermazioni incredibilmente controproducenti in merito alla gestione allegra delle (tante) risorse finanziarie che lo stato erogava (eroga?) alla rivista, a fronte della costituzione di una cooperativa editoriale.
Certo, non nego che in alcuni passaggi, soprattutto quando l'attenzione è rivolta ai periodi pionieristici della stampa musicale e quando l'accento è posto sull'arretratezza del nostro Paese nei confronti del fenomeno rock a cavallo tra i sessanta e i settanta, tra pretese di musica gratis per tutti, scontri di piazza, processi a cantautori e molotov nei palazzetti, la suggestione che esce dalle pagine sia forte, ma, insomma, probabilmente più per la rievocazione di una stagione che per come questa stagione venga narrata.

Come dicevo, un'occasione sprecata. Peccato.

lunedì 23 settembre 2013

Hank 3 / David Allan Coe, The outlaw ways (singolo)

The Outlaw Ways

Proprio mentre l'attesa per le nuove release di Hank 3, previste per il primo ottobre, comincia a farsi pressante, ho scoperto casualmente che qualche mese fa è stato pubblicato, a fari spenti, un singolo tra il nipote del re del country e David Allan Coe (per gli amici DAC), artista che ha da poco compiuto i settantaquattro anni e che insieme ai più noti Merle Haggard, Willie Nelson e Waylon Jennings ha praticamente inventato il sottogenere Outlaw. E anche l'unico artista di questa levatura che, oltre ad un solido songbook classico (The mysterious rhinestone cowboy, Longhaired redneck e Texas moon i suoi album più noti; You never even call me by my name, Willy Waylon and me, Take this job and shove it,Jack Daniels if you please, Mona Lisa lost his smile le sue hit di maggior successo), può anche permettersi un solido archivio di canzoni sconcie (robe del tipo Pussy whipped again, Little Susie shallow throat, Masturbation blues o Fuckin in the butt, tutte raccolte nell'imperdibile 18 X - Rated hits), nonchè un album di hard rock (Rebel meets rebel) concepito in embrione insieme ai membri dei Pantera e concluso nel 2006 con i soli Vinnie Paul e Rex Brown, dopo la tragedia che ha colpito Dimebag e l'insanabile frattura con Anselmo.

Poteva una sagoma di questo tipo non essere l'archetipo dell'eroe di Hank? Certo che no. Ecco perché ritroviamo DAC tra i Country Heroes cantati nel pezzo omonimo incluso in Straight to hell ("Im drinking some George Jones / and a little bit of Coe") ed ecco perché da tempo circolava la voce di un progetto tra i due, e anche se in molti speravano in un più compiuto full-lenght, questo singolo da oltre sette minuti riesce comunque a non deludere le aspettative.

Vista la propensione dei due ad eccedere con alcol e stupefacenti non è difficile immaginare che The outlaw ways sia il frutto di uno o più giorni passati a consumare le rispettive riserve di moonshine  parlando dei vecchi tempi, del country e di come questa musica abbia perso la propria anima (citazione dovuta per Thrown out of the bar, sempre dalla pietra miliare Straight to hell). Di questo parla il pezzo. Che inizia con i reciproci complimenti in un'atmosfera talmente rilassata da apparire svogliata, talmente rilassata e svogliata che il ritornello arriva solo dopo due minuti, un'eternità in questa epoca di ascolti fugaci con il dito nervoso sul tasto skip come se fosse il grilletto di una colt prima di un duello.
Già, tutto considerato questa canzone non poteva che uscire in condizioni di quasi assoluto anonimato, senza clamore e lontano dalle bright lights della fabbrica di musicisti che è diventata Nashville. Cosa c'azzecca uno degli ultimi grandi outlaw viventi e il suo erede più fulgido con tutta quella roba prefabbricata che esce dalla ex music city con la stessa spontaneità (e la medesima qualità) di un Big Mac da un fast food? Qui si canta dei Williams senior e junior, di Waylon Jennings, della gloriosa stazione radio Lousiana Heyride, di come The ride (di Coe) abbia cambiato la vita a Hank 3 e di come Dick in dixie (di Hank 3) abbia colpito il vecchio countryman. Si parla di coerenza, di integrità, di passione per una musica e uno stile di vita controversi e pieni di contraddizioni, ma,  forse proprio per questo, vissuti fino in fondo in maniera orgogliosa, ostile e, va da sè, autodistruttiva. 
Se capite cosa intendo.


CHORUS
Together: It’s The Outlaw Ways, living day by day,
                   it’s in the songs that we play, it’s in the things that we say.
Hank3: Might smoke a little, might drink a lot.
DAC: Brothers of the road with broken hearts
Hank3: If you think you might understand our crazy ways
DAC: You might be living The Outlaw Ways
 

domenica 22 settembre 2013

Chronicles 30

A proposito di abitudini nocive e poco giustificabili. Da sempre preferisco l'orrendo caffè delle macchinette a quello del bar. E vi garantisco che non è per tirchieria. Più probabilmente è perchè con il bicchierino di plastica bianca posso allontanarmi per cinque minuti dal casino, uscire fuori, infilarmi le cuffiette del lettore mp3, accendermi una lucky e, mentre i Carcass mi sfondano, pensare che tutto sommato non va così male. 
Cazzate, ovviamente.


venerdì 20 settembre 2013

80 minuti di Kid Rock

Non fosse per la propensione alla vita sregolata, con tanto di parolacce tirate giù come se piovesse, Kid Rock, a partire dal monicker che s'è attribuito, potrebbe essere un pò il Jovanotti americano. Partito con il rap, l'artista del Michigan, ha infatti progressivamente allargato il suo campo d'azione ai generi più radicati nella cultura americana: il country e l'hard rock, senza farsi mancare incursioni nel new errebì più commerciale e nel pop. Esordisce nemmeno diciannovenne nel 1990 e da allora non si ferma più: undici album sfornati a cadenza regolare, milioni di copie vendute e centinaia di collaborazioni a trecentosessanta gradi che gli conferiscono l'attributo di prezzemolino del rock USA. 
Intriso di cultura americana fino al midollo, con molta probabilità repubblicano convinto ("I'm so proud to be livin' in the USA", canta in You never met a motherfucker quite like me), per un bel pò questo tamarrone mi è stato pesantemente sui maroni (così come ad Hank III, che gli ha dedicato la strofa "Just so you know / So it's set in stone / Kid Rock don't come where I come from" in Not everybody likes us), il mio atteggiamento è leggermente mutato quando ho letto un paio di sue interviste nelle quali emerge la sua vena prevalentemente cazzona e dove è arrivato ad assolvere i ragazzi che scaricano illegalmente i suoi album perché tanto lui ha raggiunto una posizione economica talmente agiata che non gli servono altri dollari. Lo so, sembra una banalità, ma guarda caso, non l'ho mai sentita pronunciare da altri miliardari della musica. 
E poi, alla fine, ad uno che canta "I like Johnny Cash and Grandmaster Flash" (in American Badass) non si può non volere un pò di bene.

P.S. Nella composizione della playlist mi sono dovuto districare in una mole di materiale impressionante, la mia bussola è stata quella di selezionare almeno una traccia da ogni disco pubblicato di Kid Rock: se ne avrò la voglia e il tempo mi dedicherò ad un volume due.


1. Yo-da-lin in the valley
2. Bawitdaba
3. You never met a motherfucker quite like me
4. Cold and empty
5. Rock 'n' roll Jesus
6. Redneck paradise
7. Three sheets to the wind
8. Devil without a cause
9. American badass
10. Picture
11. So hott
12. Rock bottom blues
13. Cowboy
14. Forever
15. Celebrate
16. Only God knows why
17. All summer long


mercoledì 18 settembre 2013

Turbo

Locandina italiana Turbo

Stavolta ho rischiato grosso. Partiti da casa con (mia) mestizia, in direzione cinema per guardare il film sui One Direction, sono stato letteralmente salvato dall'allergia di Stefano al 3D. Il film sugli idoli dei teen agers era infatti proposto solo in quel formato, e pertanto abbiamo dirottato la nostra attenzione sull'ultimo cartoon Dreamworks.

Il pomeriggio ne ha indubbiamente beneficiato. Turbo è infatti una produzione che segue un canovaccio tutt'altro che originale (l'outsider che corona il suo sogno impossibile) ma lo fa in maniera divertente e senza particolari ambizioni intellettuali, "accontentandosi" si svolgere il suo servizio di intrattenimento per i bambini entro i dieci anni. Nel fitto campionario di animali utilizzati nella storia dei film d'animazione mancavano giusto le lumache. Gli autori Dreaworks sono riusciti a colmare questo vuoto creando dei personaggi efficacissimi che, nonostante siano obbligati a concentrare sulle espressioni del viso tutto il loro modo di comunicare, suscitano simpatia e affetto.

Chi volesse vedere la versione originale, potrebbe godere dei doppiaggi di Paul Giamatti, Samuel L. Jackson e Snoop Dogg. 


lunedì 16 settembre 2013

The Winery Dogs, self titled


C'è chi dice che la grande stagione dell'AOR americano sia stata spazzata via dal grunge, nei primi anni novanta. In realtà credo che sua formula avesse cominciato a mostrare la corda anche prima che raggiunsero il successo Soundgarden, Nirvana, Pearl Jam and co. Dentro l'Adult Oriented Rock (o Album Oriented Rock, che dir si voglia) convivevano decine di stili ed influenze, ma in campo hard rock due erano i filoni principali: quello che si rifaceva ad uno stile patinato, non lontano dal pop, con molte tastiere e cori a profusione, e quello più tecnico/muscolare, che riusciva a coniugare una certa durezza dei suoni con una perfetta fungibilità radiofonica.

I Winery Dogs appartengono senza discussione a questa seconda branchia stilistica. La band, formatasi a New York l'anno scorso, è quello che si definisce un supergruppo, visto che il trio annovera al suo interno il chitarrista/cantante Richie Kotzen (una lunga carriera da session man ed ex membro di Poison e Mr. Big); Mike Portnoy (batterista dei Dream Theater e per un paio di album degli Avenged Sevenfold, con molte partecipazione collaterali al suo attivo) e, soprattutto, Billy Sheehan, bassista che adoro, e che in passato ha suonato con David Lee Roth, i Mr Big, lo stesso Kotzen e diversi altri.

Nelle parole dei suoi componenti, l'album è un raccordo tra i grandi gruppi dei settanta come i Grand Funk Railroad, gli Zeppelin, i Cream e quelli dei novanta, come i Soundgarden, i Black Crowes o gli Alice in Chains. In tutta onestà,pur apprezzando il lavoro, mi trovo d'accordo solo parzialmente con questa sinossi. La  riscontro sicuramente nella perizia tecnica, ma meno nelle composizioni, laddove a prevalere è invece un hard-rock potente ma arioso e sempre radio friendly, con l'equalizzatore dei singoli strumenti tarato bello alto e tanti pezzi che avrebbero sicuramente proiettato il lavoro nelle parti altissime della classifica. Se fossimo nel 1989.

Il self titled si apre con Elevate, che subito definisce le regole del gioco: un rock poderoso, con una grande attenzione alle parti vocali e con un interpretazione al microfono da parte di Kotzen che mi stupisce due volte, perchè non sapevo che l'axeman cantasse e che lo facesse in maniera così convincente, poi. A seguire Desire un massiccio funk-rock che, posso dirlo?, mi riporta alla mente i trascurati Dan Reed Network. Tutta la prima parte dell'opera è un fiume in piena che fa la felicità degli adepti del genere, non ci sono flessioni o momenti di calo, la ballad di rigore (I'm no angel) è piazzata alla posizione numero quattro della tracklist, dopo l'eccellente We are one e prima della doppietta Other side, forse la mia preferita del lotto, e You saved me che richiama i meno virtuosi ma sempre ottimi Whitesnake. Un altro gruppo che amo alla follia e che non è mai riuscito ad emergere in tutto il suo valore sono gli inglesi Thunder, a mio avviso clamorosamente omaggiati dai tre con One more time.
Le pirotecniche montagne russe rappresentate dai pezzi più scatenati dell'album si prendono una pausa solo verso la parte conclusiva del disco, con pezzi tendenti al lento o al midtempo, come l'ulteriore richiamo al Serpente Bianco di Coverdale rappresentato da Criminal,  Dying (la traccia maggiormente seventies dell'intera raccolta) o Regret, preposta al commiato dell'opera.

Non sappiamo quanto i rapporti e i rispettivi impegni personali di Sheehan, Portnoy e Kotzen lascino spazio alla continuità di quest'avventura, potrebbe seguire il fulgido esempio dell'altra all-star band Black Country Communion, oppure,viceversa, dissolversi all'orizzonte. Il risultato non cambierebbe la sostanza. Sebbene derivativo (ma non dimentichiamo che uno come Billy Sheehan ha contribuito a scriverla, la storia dell'AOR), The Winery Dogs resta un ottimo lavoro che non mancherà di infiammare i cuori dei fan di monicker come Mr. Big, Bad English, Van Halen, Whitesnake e tutto il resto di quella ciurma. Ecco, se nel leggere questi nomi vi viene la psoriasi passate oltre, in caso contrario questo album fa per voi.

7,5/10

mercoledì 11 settembre 2013

I Soprano, stagione 5


Dopo anni di resistenza dovuta perlopiù a pigrizia, sono ormai quasi del tutto convertito alla visione dei serial in lingua originale (sottotitolati in italiano). Davvero, non c'è paragone tra il gusto di ascoltare le versioni originali rispetto a quelle confezionate per il nostro mercato. Ecco, coi Soprano questa mia decisione è stata messa duramente alla prova, perché, dopo tanti anni, la mia fidelizzazione al doppiaggio dei protagonisti aveva raggiunto livelli quasi patologici. E' stato difficile passare dalla voce piena, autorevole e un pò roca di Stefano De Sando (Tony Soprano) a quella originale di Gandolfini, che, al contrario, è nasale e, a tratti, un pò da Paolino Paperino. Ma anche Paulie, Christopher, la Melfi e "Zio Junior" per me erano indissolubilmente legati ai nostri doppiatori e inizialmente m'è parso quasi contro natura ascoltarli con una voce differente. Nonostante questo, a partire dalla quarta stagione, ho cominciato la graduale conversione italiano/americano e, ovviamente, col tempo, ne ho ricavato piena soddisfazione. Anche perché se avessi continuato a seguire il serial in italiano mi sarei perso, nell'episodio dodici, una fulminante battuta di Multisanti, il quale, chiamato a giustificare il suo ritardo ad una riunione di famiglia, con la faccia seria dei giorni peggiori ha affermato: "You know, the highways was jammed with broken hero on a last chance powerdrive", che altro non è che un'inconfondibile strofa della canzone-manifesto Born to run di Bruce Springsteen. E tanto per completare il concetto: sapete come è stato tradotto l'omaggio al Boss? "Sono stato rapito dagli alieni". No, per dire.

In questa quinta stagione succedono un sacco di cose. Tony e Carmela sono separati e lui ne approfitta per darci dentro duro con alcol e scopate ("Beh, cos'è cambiato rispetto a quando eri sposato?", gli fa caustico Silvio/Little Steven), mentre dal punto di vista degli affari l'improvvisa morte per infarto del boss newyorkese Carmine Lupertazzi scatena l'ascesa al trono dell'ambizioso Johnny Sack, e i rapporti tra le cosche ai due lati del fiume Hudson cominciano ad incrinarsi. Escono di prigione dopo diversi anni di detenzione Feech La Manna (Robert Loggia), ex compare di Giovanni Soprano e, sopratutto, Tony Blundetto (interpretato da Steve Buscemi), grande amico di Tony e considerato da tutti come suo cugino. Quest'ultimo personaggio, considerata la bravura di Buscemi, è poco utilizzato dagli sceneggiatori, nonostante abbia un'evoluzione non scontata e svolga un ruolo importante ai fini della storia. Carmela (che appare, complice la separazione, più attraente che in passato), scomparso Furio, si toglie uno sfizio con un professore del figlio A.J. mentre Tony cerca di corteggiare la dottoressa Melfi, ma viene respinto. Giunge a conclusione anche la vicenda Adriana/F.B.I., non prima di aver regalato alla sua interprete, Drea De Matteo, una stagione da protagonista. Nelle varie digressioni che come di consueto fanno da sfondo alla storia principale trovano spazio la rivelazione della omosessualità del luogotenente Vito Spatafore; la rievocazione dell'amante storica del padre di Tony, una corrosiva satira sui premi Emmy, di cui nella realtà I Soprano ha fatto incetta (un tossico indebitato con Chris cerca di rivenderli ma lo strozzino non ne vuole sapere: "non è mica un Oscar", gli dice),  e quasi un intero episodio dedicato ad un sogno premonitore di Tony. Da segnalare inoltre, per l'episodio 6, un gradito cameo alla regia di Pete Bogdanovich.

Tutte le divagazioni che tengono lo spettatore lontano dalla storia principale (ammesso che le vicende della mafia lo siano) sarebbero, in un altro serial, dei banali riempitivi, dei fill-in, come li chiamano gli anglosassoni, preposti a nascondere lacune della sceneggiatura e/o ad allungare il brodo fino al numero di episodi concordati. Ne I Soprano invece rappresentano una virtù, una caratteristica primaria della serie, un elemento divenuto, col tempo, irrinunciabile. Come si potrebbe considerare, ad esempio, una puntata minore quella in cui Tony fa la conoscenza della comare (l'amante fissa) di suo padre? Vedere il boss grande grosso e irascibile tornare improvvisamente bambino ed assecondare un'anziana (di gran classe) rimasta ormai sola con i suoi ricordi è un tassello fondamentale per capire la psicologia del personaggio, anche se è un elemento destinato a rimanere isolato nella narrazione principale.

Ecco, giunto alla vigilia dell'ultima stagione di questa meravigliosa serie mi prende quella malinconia da distacco, tipica di quando stai per terminare un libro che ti ha coinvolto emotivamente e che vorresti non finisse mai. Sensazione amplificata dalla scomparsa di James Gandolfini che ha messo, nel modo più triste e definitivo, la parola fine su tutti i rumors riguardanti una nuova, ulteriore, stagione o addirittura di un film su The Sopranos.
Questa è la ragione per la quale mi prenderò una bella pausa prima di regalarmi le ultime gesta di Tony e sodali: prolungare quel piacere più a lungo possibile.






lunedì 9 settembre 2013

The Dogs D'Amour, Cyber recordings 2013


Il bang bang, la scintilla, l'imprinting primordiale, la ragione che ci ha fatto diventare music-alchoolic, è principalmente, quella che ascoltare rock (inteso nel senso ampio del termine) ci faceva stare bene, ci regalava momenti di benessere, per non dire di felicità. No, lo dico perchè col passare del tempo ci si dimentica il motivo di questa compulsione (quasi patologica) che ci porta, nonostante la non più tenera età, a bruciare dischi, canzoni ed artisti senza soluzione di continuità, avvicinandoci in qualche modo alla dinamica che sollecita l'eroinomane a continuare a bucarsi anche se non riuscirà mai a ritrovare appieno l'effetto del primo trip.
Occasionalmente però la magia si ripete, proiettandoti ai tempi delle medie o delle superiori quando, durante le lezioni, un brano cominciava ad insinuarsi nei tuoi pensieri e non vedevi l'ora di andare a casa a premere play sullo scassato mangiacassette di cui disponevi per godere appieno di quella meraviglia.
 
Qualche giorno fa ho vissuto questa bella sensazione con il nuovo four-tracks EP dei gloriosi Dogs D'Amour, ed in particolar modo con la ballata Walk away, nel quale la leggendaria voce di Tyla segue un fraseggio di chitarra  di Jo Dog tanto semplice quanto efficace per condurci nel paradiso delle canzoni per i cuori infranti, laddove albergano le migliori love songs di sempre. "How can you just walk away when you say i'm the one you love", canta il leader della band, e a leggerlo suona banalotto, ma il punto tante volte non è il cosa ma il come lo si fa. E i Dogs D'Amour, uno dei gruppi di punta dello sleaze (sottogenere che racchiude le branchie dell'hard rock glam-metal, hair-metal, pop-metal), nati per caso in Inghilterra ma più californiani di molti gruppi d'oltreoceano, lo fanno, da sempre, alla grande.
 
La band era assente dalle scene da otto anni, e molti la davano ormai per defunta, vista l'intensa attività solistica del singer Tyla (Timothy Taylor), che infatti ha pubblicato un nuovo album proprio quest'anno. E invece, a sorpresa e solo per i cosiddetti negozi digitali, i Dogs hanno dato alle stampe questo EP, praticamente senza promozione e senza indicazioni su un eventuale seguito a full-lenght. Beh, poco importa alla fine, anzi, vi dirò che discograficamente parlando il formato breve sta cominciando a soddisfarmi sempre più: riesco ad ascoltarlo per intero, è privo di riempitivi e non ti sazia, lasciandoti il desiderio di volerne ancora. Nel caso specifico, Cyber recordings 2013 ti lascia letteralmente affamato di Dogs D'Amour, e della loro speciale abilità di scrivere ballate, come la sopra citata Walk Away o come Hotel Daze, che in quanto a bellezza gli sta a fianco, anche se poi il combo ha optato per la più vivace opener Flameboy quale video destinato a rappresentare il disco.
 
Se non si fosse capito, quello dei Dogs D'Amour è un ritorno che, per quanto parziale, non ha tradito di un grammo le aspettative che tutti gli amanti del genere ripongono nella band.  
Che sia l'antipasto di un ritorno in grande stile o un definitivo canto del cigno, Cyber Recordings 2013 è comunque una raccolta di canzoni perfette.
Da non perdere.

8/10

domenica 8 settembre 2013

Chronicles 29

Prima di partire temevo fortemente di dover iniziare i miei commenti post-vacanzieri con la citazione del noto verso di Hey Hey My My di Neil Young "You pay for this/But they give you that", e invece Formentera si è rivelata esattamente come me l'avevano descritta: mare immacolato, spiagge bianche e vegetazione intensa. Alla riuscita della vacanza ha contribuito anche il tempo, caldo ma non afoso, con le nuvole e il vento a fare,spesso e opportunamente, capolino. Non ho seguito la pratica comune di affittare lo scooter e girare l'isola, l'alibi è che non mi fidavo a farlo sulle strette stradine dell'isola con mio figlio seduto dietro, la realtà è che avevo proprio bisogno di un periodo di quel tipo di relax che i villaggi concedono. 
Beh, se vogliamo chiamare relax sei ore di acqua al giorno (tra mare e piscina) alle prese con ogni tipo di sport acquatico potesse passare per la testa di Stefano, che,per inciso, di fantasia ne ha tanta (in effetti da questo punto di vista avrei bisogno di una settimana di vacanza per riprendermi dalla vacanza).
Il tempo di tirare fuori la digitale dalle valigie e magari posto qualche scatto.

mercoledì 4 settembre 2013

The Following


Al di là delle solenni stroncature da parte dell'elite (termine usato senza sarcasmo o disprezzo) della critica televisiva italiana, la miglior definizione per The Following ce la fornisce il New York Times, quando inquadra il programma come "hard to turn off and even harder to watch it (difficile da spegnere e ancora più difficile da guardare)". Ecco, questa è la sintesi perfetta di un serial nato con enormi aspettative, visto l'esordio per un format televisivo di Kevin Bacon, e che, forse proprio per questo, è andato incontro a riscontri critici pesantemente negativi. Che in buona parte ci stanno, lo chiarisco subito, ma che ad un certo punto si sono trasformati in accanimento un pò gratuito, laddove facevano leva su meccanismi narrativi che in altri contesti l'hanno sempre fatta franca.

Lo spunto per The Following è dato principalmente dalla morbosa curiosità degli americani verso i serial killer. Nella storia Joe Carrol (interpretato da un buon James Purefoy), è un ex professore di lettere con la fissa per Edgar Allan Poe, che viene scoperto e arrestato a seguito di una catena di efferati omicidi. Il pilot si apre nove anni dopo il suo arresto con la sua fuga dalla prigione, evento che costringe l'ex agente dell'FBI Ryan Hardy (Kevin Bacon) a mettersi sulle sue tracce. Ryan è rimasto ferito nel fisico e nello spirito dalla cattura di Carrol, a causa di una pugnalata il suo cuore funziona solo grazie ad un by-pass, moralmente è distrutto ed è diventato alcolista. Il pilot ha una conclusione inaspettata, il serial killer si fa infatti catturare volontariamente, non prima però di aver ucciso una donna che era riuscita a scampargli al momento del suo arresto da parte di Ryan. La vicenda sembra giunta a conclusione e invece è appena iniziata, perché si scopre che l'assassino ha costruito nel tempo, attraverso le numerose visite ricevute in carcere e l'utilizzo, all'insaputa dei secondini, della rete internet della biblioteca della prigione, una base di accoliti disposti a tutto per lui e che per lui si sono infiltrati da anni in luoghi strategici, utili al contorto piano di Joe.

Dovrebbero bastare queste poche righe per mettere insieme una bella sequenza di cliché della produzione cinematografica/letteraria/televisiva di polizieschi. Sarebbe sufficiente il tema del super-eroe con super-problemi (Bacon/Hardy), uscito dalle forze dell'ordine, distrutto e alcolizzato, che è costretto a tornare in servizio e ad intrattenere inquietanti colloqui con il serial killer colto, affabile e affascinante (doppia citazione per Thomas Harris e le sue creature Hannibl Lecter e Clarice Starling). Aggiungiamone pure altri, come ad esempio la regola per cui non importa quanti agenti entrino in una casa dell'orrore, alla fine il protagonista si troverà sempre da solo, faccia a faccia con il pericolo, oppure la consuetudine che prevede sempre un commento di musica metal quando ci sono di mezzo i cattivi, o anche quella per cui le forze dell'ordine risultano regolarmente inette rispetto all'arguzia  dell'eroe che arriva sempre prima sulle dinamiche dell'assassino.

Eppure The Following è "hard to turn off". Perchè? Beh, innanzitutto, nonostante tutte le contraddizioni, i clichè e, ahimè, i momenti di comicità involontaria, è innegabile che il serial abbia dei bei momenti di tensione, che James Purefoy,per quanto reciti sempre sopra le righe, spaventa e affascina il giusto e che alcuni colpi di scena lasciano il segno, sovrastando la recitazione perlopiù monocorde di Kevin Bacon, davvero al minimo sindacale del ruolo.

Ammetto che se di questa fiction avessi dovuto seguire i normali tempi della programmazione televisiva, avrei probabilmente mollato il colpo prima degli oltre tre mesi necessari a giungere alla quindicesima puntata, ma come divagazione di un paio di settimane agostiane è andata più che bene. E non solo a me evidentemente. La seconda stagione è infatti in fase di realizzazione e vedrà la luce l'anno prossimo.

lunedì 2 settembre 2013

Phil H. Anselmo, Walk through exits only


Al mondo vi sono pochi artisti controversi come Philip Hansen Anselmo. Letteralmente adorato da migliaia di fans che si rispecchiano nella coerenza del suo percorso musicale (la dream-band dei Pantera, i Down, i Superjoint Ritual, gli Arson Anthem, anche se con compiti da chitarrista e non da lead vocal) e altrettanto ferocemente detestato dagli ex-sodali dei Pantera, coi quali ha vissuto gli ultimi anni da separato in casa, a causa di enormi problemi con l'eroina (culminati con un overdose quasi letale), al punto che gli fu impedito di partecipare alle esequie di Dimebag Darrell, chitarrista della band, ucciso dalla pistola di un folle durante un concerto in Ohio. Le divergenze, all'epoca (fine anni novanta), oltre ad essere caratteriali erano anche di natura artistica. Gli altri del gruppo rimproveravano a Phil di voler spostare il suono della band verso orizzonti musicali sempre più violenti ed intransigenti, lontano dal brand del combo. Mi ha sempre incuriosito questa cosa, perchè, in realtà, quando Anselmo ha definitivamente lasciato i Pantera per dedicarsi ai Down, il sound che espresse fu più orientato a rallentare, attraverso contaminazioni (sempre metal) con il southern, il blues e lo stoner, piuttosto che verso la ferocia dello sludge.

Oggi che il singer debutta, quarantacinquenne, con il primo disco inciso a proprio nome, quella devastante violenza temuta dagli altri ex-sodali emerge in tutta la sua provocazione. Walk through exits only va infatti ben oltre la brutalità sonora che ti aspetteresti da uno come Phil Anselmo. L'album non è una release casuale o dovuta. E' un vero e proprio manifesto d'intenti fortemente voluto dal cantante di New Orleans, un atto d'accusa contro tutto e tutti, società, politica e soprattutto industria musicale (Music media is my whore è il titolo dell'open track) e settore (colleghi compresi) in generale. Su un tappeto sonoro pesantissimo, Anselmo più che cantare si fa esplodere le vene del collo, quasi come se recitasse un reading infernale che passa dalla destrutturazione della forma-canzone canonica. L'andamento del disco è pianificato per depistare l'ascoltatore, l'inizio è tosto ma sostenibile, addirittura con la traccia numero tre, Betrayed, si potrebbe tracciare una traiettoria che collega il brano a The great southern trendkill dei Pantera, ma poi, come accade ad un peschereccio che una volta giunto in mare aperto viene sorpreso da una tempesta, così veniamo assaliti dalla violenza di pezzi come Usurper bastard's rant o la title track, e così, fino alla lunga, acida, conclusione di Irrelevant walls and computer screens non c'è spazio per indecisioni o tentennamenti, la furia iconoclasta e (auto)distruttiva di Phil Hansen Anselmo spazza via ogni cosa e non è semplice resistergli e resistere fino all'ultima nota. Ma, per anticipare un concetto che riprenderò tra qualche giorni per il serial The Following, la particolare alchimia di Walk through exits only sta nel fatto che sebbene il suo assalto sonoro ti spaventi e ti metta in fuga, non riesci proprio ad evitare di tornare a farti flagellare. Ancora ed ancora. 

Dopo tanti anni, la metafora rappresentata dal pugno in faccia che campeggiava sulla copertina di Vulgar display of power è tornata a far male.

8/10

sabato 31 agosto 2013

Chronicles 28

E così, sul finire dell'estate, è finalmente arrivato anche per me il momento di andare in vacanza. Il volo che mi porterà a Formentera (via Ibiza) dovrebbe partire proprio alle sei, cioè all'ora in cui ho programmato questo post. Mi è necessario uno sforzo intenso per ricordare l'ultima volta che ho fatto un'intera settimana di villeggiatura, a occhio e croce dovrei andare indietro con la memoria di almeno cinque/sei anni, che in effetti cominciavano a diventare troppi. 
Nei prossimi giorni starò rigorosamente senza connessione internet, ma per non farvi sentire troppo la mia mancanza ho già provveduto ad occultare la mia assenza programmando qualche post. In particolare, non potevo far passare inosservata la data del 5 settembre.

A presto.


venerdì 30 agosto 2013

MFT, agosto 2013

MUSICA

In controtendenza rispetto al trend degli ultimi mesi, agosto è stato propizio al revival. Pochi dischi nuovi (Enforcer, la Friedberger, Anselmo, Seasick Steve, i Winery Dogs e i Carcass) e molti ripescaggi, principalmente scelti dal metal d'annata (Death Angel, Neurosis, Dark Angel, Foo Fighters, Warrior Soul). Questa a grandi linee la playlist che mi porterò al mare tra qualche giorno:

The Warrior Soul, The space age playboys
Bruce Springsteen, Magic
Enforcer, Death by fire
Eleanor Friedberger, Personal record
Death Angel, The ultra - violence
Bob Wayne, Outlaw Carnie
Foo Fighters, The colours and the shape
Phil H. Anselmo and the Illegals, Walk through exits only
Jason Isbell, Southeastern
Dark Angel, Decade of chaos
Carcass, Surgical steel
Neurosis, Through silver in blood
The Winery Dogs, self titled
Rachel Brooke, A killer's dream
Seasick Steve, Hubcap music

Seasick Steve

VISIONI

Finalmente è partita l'ultima parte della stagione finale di Breaking Bad! Dopo la visione di tre episodi (5x9,10,11) il mio cuore è così colmo di gratitudine verso gli autori di questo serial che rischia seriamente di traboccare. Vista anche l'intera,prima stagione di The Following. A settembre riparte Sons of anarchy

LETTURE

Ho iniziato La verità sul caso Henry Quebert, di Joel Dicker, uscito vincente dal terzetto di titoli che mi ballavano in testa nell'ultimo MFT.

mercoledì 28 agosto 2013

Monsters University


Sono serviti dodici anni alla Disney/Pixar per confezionare il seguito di uno titoli più riusciti e di successo nella storia della collaborazione tra le due società. Invece di raccontare come è cambiata la vita a Mostropoli dopo la scoperta che le risate sono un combustibile molto più potente delle urla di paura però, la scelta degli sceneggiatori si è orientata verso la realizzazione di un prequel, che copre il periodo nel quale il mostricciattolo verde Mike Wazowski e il suo pard blu a pois viola, James Sullivan hanno frequentato il collage per laurearsi in spaventologia.

Scopriamo così che Mike cresce sin da piccolo con il mito degli spaventatori, cercando di seguirne le orme compensando il suo poco terrorizzante aspetto con lo studio e l'abnegazione totale della materia, mentre Sulley viene introdotto come il classico "figlio di", viziato e svogliato, che campa di rendita sul suo aspetto e sulla tradizione di famiglia ( il padre è stato un noto spaventatore). Rivediamo alcuni personaggi del primo capitolo, su tutti il "geco" Randall Boggs, qui alle prima armi ma con già in nuce gli elementi che lo porteranno a diventare un ottimo villain,  e facciamo la conoscenza di nuovi protagonisti, come la congrega di nerds Oozma Kappa e l'autoritaria rettore Tritamarmo, doppiata in originale da da Helen Mirren. Ricordo a questo proposito il resto del cast di all star che presta le voci ai personaggi per gli spettatori americani: Billy Crystal (Mike), John Goodman (Sulley); Steve Buscemi (Randall) e Alfred Molina (il prof. Knight).

A differenza dell'ultimo Toy Story, arrivato analogamente a Monster and co a seguito di un lungo iato, che riuscì perfettamente nell'intento di divertire, emozionare e commuovere sul tema della passaggio tra l'infanzia e l'età adulta, mi sembra che in questo caso quelli della Disney/Pixar non siano riusciti ad individuare una chiave di lettura efficace per valorizzare gli straordinari personaggi da loro creati dodici anni fa. Certo, mi rendo conto che dare un seguito alla storia originaria, perfetta nel suo sviluppo e nella sua conclusione, fosse un'impresa complessa, ma onestamente mi aspettavo che in tutto questo tempo gli sceneggiatori riuscissero a trovare un bandolo della matassa più coerente rispetto ad un prodotto che desta il sospetto di essere stato realizzato in buona parte solo per alimentare l'enorme business (leggi merchandising) che accompagna questo brand, e che alla fine convince solo a sprazzi.

Poi è ovvio che la produzione sia sempre di alto livello e che non ci si annoi (anche se si ride poco) ma, come per Cars 2, l'impressione forte è quella di un'occasione sprecata. Anche i corti Pixar, che come di consuetudine fanno da prologo al film, cominciano a mostrare, nella loro ricerca di elegante poeticità nel contesto urbano di tutti i giorni, segni di stanchezza e prevedibilità.

Oh, poi magari sono io che sto andando in saturazione coi film d'animazione, eh!

lunedì 26 agosto 2013

Enforcer, Death by fire


Se come me frequentante i reparti musicali dei negozi di elettronica, vi sarete da tempo avveduti di come, nel tempo, la repentina crisi dell'industria discografica abbia ridotto ad un paio di scaffali,nemmeno tanto grandi, l'offerta di compact disc. Là, dove prima ogni titolo era catalogato sotto il suo genere specifico, oggi, tolto jazz e classica, è tutto smarmellato assieme. Solo uno stile ha conservato la sua orgogliosa nicchia: il metal, che si è conquistato questo onore grazie al fatto che, rispetto al naufragio del settore, continua a vendere i suoi dischi.
Mi sono chiesto la ragione di questa resistenza metallica, e, tra le altre, penso che una motivazione sia che l'heavy metal è rassicurante. Sai esattamente cosa aspettarti quando compri un disco dei Krokus, piuttosto che degli Hypocrisy, e raramente vieni deluso. Innovazione in giro ce n'è poca. Analogamente al rock, tutto quello che doveva essere inventato lo è stato: qui, ora, la partita si gioca sulla deriva derivativa dei suoni del passato e su chi li riproduce in maniera più convincente.

Prendiamo gli Enforcer, ad esempio. Il gruppo svedese, giunto al terzo full-lenght, si esprime attraverso un sound collocabile ai primi anni ottanta, tra strappi speed-metal e richiami alle maggiori band di riferimento di quel periodo (Iron Maiden, Ronnie James Dio). Lo mettono in chiaro subito i ragazzi, con la traccia d'apertura (in realtà è la numero due, preceduta da un breve intro strumentale) Death rides this night, uno dei brani migliori del lotto insieme a Take me out of this nightmare (che non disdegna una strizzatina d'occhio al glam) e allo strumentale Crystal Suite, che se lo piazzate come bonus track dentro Powerslave delle Vergini di Ferro nessuno nota l'intrusione. A chiudere degnamente il revivial eighties, non può mancare lo zampino del signore degli inferi. Ecco dunque che preposta a concludere l'album è l'inequivocabile Satan.

Chi ha vissuto quegli anni con borchie, jeans e chiodo, se chiude per un attimo gli occhi, potrebbe anche divertirsi.

7/10

domenica 25 agosto 2013

Chronicles 27

Sottotitolo: The Legacy.

Vi ricordate quando, da ragazzini, incontravate parenti che vedevate di rado? Sicuramente anche i vostri, come i miei, soprattutto se di sesso femminile, sottolineavano la sorpresa di vederci più grandi con un verso in falsetto su frequenze altissime tipo "Uuuuhhhh!!!" accompagnato dal classico "Ma come sei cresciutoooo" e dall'immancabile,letale, pizzicotto sulla guancia.
Io, tra il 1991 e il 95, ho tenuto in braccio tre dei miei quattro nipoti che oggi, fate un pò voi i conti, sono tutti adulti. Ultimamente la frequenza con la quale li vedo si è molto diradata, principalmente perchè non frequentano più le cene di famiglia, presi come sono a stare tra fidanzati e coetanei. L'altra sera l'ultimo dei tre ha festeggiato i diciotto anni e, data la ricorrenza, proprio non ha potuto esimersi dallo stare con noi matusa. Questo qui credo si nutra esclusivamente di pertiche, perchè, nonostante entrambi i genitori siano di statura medio-bassa ha già superato di slancio il metro e ottanta. E allora ho ceduto. Dopo una vita nella quale mi sono impegnato a fare lo zio moderno, evitando tutte quelle abitudine che da bambino subivo, detestandole, d'improvviso tutto il peso della tradizione meridionale di famiglia mi ha investito. Con in testa l'oliatissima tattica di mia zia Antonietta, ho allenato le dita alla presa, mi sono avvicinato furtivo alla preda, ho afferrato saldamente le guance del malcapitato e ho lasciato che partisse il grido di guerra: " Uuuuhhhh!!!!..."

venerdì 23 agosto 2013

It's never too late to mend: Bruce Springsteen - Magic


Per quanto questa occasionalissima rubrica sia preposta alla rivalutazione di dischi sottovalutati, nel caso di Magic, album rilasciato nel 2007 da Springsteen, non possiamo parlare di vera e propria illuminazione postuma, ma piuttosto di parziale revisione del giudizio iniziale. 
Una volta scemate infatti le spaventose aspettative che nutrivo fino a quel periodo per ogni uscita di Bruce e riascoltato con maggior tranquillità l'album, mi sento di affermare che in qualche modo anche questo lavoro ha un suo dignitoso perchè. 

Innanzitutto c'è da premettere che Magic arriva a coronamento di un triennio che ha visto l'artista del New Jersey molto impegnato a diversificare le sue opere, caratterizzate inizialmente dalle pennellate intimiste di Devils and dust nel 2005 e dalla meravigliosa caciara irlandese delle reinterpretazioni della musica di Pete Seeger, che giungono qui ad approdi decisamente pop oriented.
Nonostante l'album si apra con un rock chitarristico, ruvido, tirato e scarno dove rivive idealmente il disperato protagonista di Open all night (su Nebraska) che cerca una via d'uscita dalla sua alienazione, infatti, il mood dell'album si sposta poi decisamente su territori più soft e ariosi che impongono ganci melodici accattivanti e testi perlopiù disimpegnati, oltre ad un recupero, che allora trovai forzato e irritante, di alcuni classici passaggi del sound che è diventato, col tempo, un brand della E Street Band.

Così Living in the future sembra (musicalmente parlando) una 10th avenue freeze out 2.0 e I'll work for your love esordisce con quell'inconfondibile pattern pianistico marchio di fabbrica del primo periodo (1973/75) della E Street (Incident on 57th street, Jungleland su tutte).
Quello che scopa nel culo da die hard fan e delusione per un prodotto sicuramente derivativo mi impediva di apprezzare sei anni fa e che invece oggi mi si rivela limpidamente, è la leggerezza dell'album, la sua freschezza quasi sixties, la nostalgia che pervade alcune tracce, come nel caso della suggestiva Girls in their summer clothes (che omaggia Roy Orbison)  e la voglia, per una volta, di non comporre canzoni con un messaggio forte ed un attitudine da opinion leader, ma solo per il gusto di farlo, accontentadosi, per modo di dire, di darti una bella melodia da fischiettare sotto la doccia. In questo Bruce è un maestro e Magic riuscitissimo.

Le mie preferenze vanno alla parte che si sviluppa a partire da metà album, con la già citata I'll work for your love, che illustra in modo molto delicato e romantico una storia d'amore in età matura ("Versami da bere Teresa, in uno di quei bicchieri che hai spolverato / E osserverò le costole sulla tua schiena come stazioni della via crucis"), il gioiellino acustico della track-list, le ruvidezze di The last to dieunica canzone con esplicito contenuto politico (di recente imprevedibilmente ripresa dai Pet Shop Boys), e la cavalcata di The long way home

Insomma, a culmine di un periodo, iniziato con The rising e in parte proseguito con Devils and dust, nel quale molti americani arrivarono addirittura a chiedere a Springsteen un ruolo politico, reclamandone  a gran voce la "discesa in campo", sembra quasi che Bruce abbia voluto mandare un messaggio forte e chiaro: "slow down people, i'm just a musician and it's only rock and roll. Have fun!!!"
Pirla io a non averlo capito.


mercoledì 21 agosto 2013

The Lone Ranger


La squadra formata da Gore Verbinsky (regista), Jerry Bruckheimer (produttore) e Johnny Depp, sotto l'autorevole guida della Disney, ci ha riprovato. Dopo aver fatto centro sfruttando una delle figure più forti dell'immaginario collettivo fanciullesco (cioè il pirata) si saranno detti, perché non affondare il colpo con un'altra icona dei ragazzini (beh, quelli di una volta), cioè il mito del far west? E perché a tal scopo non riesumare Lone Ranger (in Italia Il Cavaliere Solitario), antichissimo personaggio popolare americano, nato dai fumetti e poi proposto come storia radiofonica ed infine come telefilm agli arbori della televisione (suo il celebre grido di battaglia "hi-ho Silver!")? L'idea dev'essere apparsa vincente, ma, evidentemente, non tutte le ciambelle riescono col buco, se è vero che in USA il film è stato un fiasco così solenne da mettere addirittura a rischio le successive produzioni dei Disney Studios.
E' dunque così inguardabile The Lone Ranger? A mio avviso no. A differenza della saga dei Pirati dei Caraibi però il problema più evidente è la mancata amalgama tra i generi comico e avventuroso, oltre ad ed esserci un tema di eccessive violenza (in considerazione della fascia di pubblico a cui è rivolto il film, ovviamente) e fasi drammatiche. Poi a me non sono piaciuti i personaggi femminili,  Ruth Wilson nei panni della classica donzella in pericolo su tutte, ma anche la Bonham Carter, insomma, l'ho vista fare di meglio.
Per quanto concerne il main cast maschile, Johnny Depp è ormai, nel bene e nel male, una maschera, mentre Armie Hammer è perfetto per la parte del protagonista, così come il caratterista di lungo corso William Fichtner, magnificamente calato nel ruolo del crudele fuorilegge Butch Cavendish.
Al netto del flop al botteghino americano, The Lone Ranger resta un ottimo film d'intrattenimento, a tratti scoppiettante, ricco di azione ed effetti speciali. Dal punto di vista della morale inoltre, non guasta mai, proprio perché si tratta di un prodotto dal profilo molto popolare, continuare ad evidenziare l'avidità, le sopraffazioni, gli inganni e l'assenza di scrupoli perpetrate dagli uomini d'affari e dai soldati bianchi ai danni comunità di nativi americani.
Ad ogni modo, i detrattori di questo tipo di produzione, che già tremavano temendo l'inizio di una nuova, interminabile, saga possono dormire sonni tranquilli.

lunedì 19 agosto 2013

Eleanor Friedberger, Personal record


Non è la mia tazza di tè, il mio campo da gioco, il mio genere preferito. Mi è capitato svariate volte si esprimere questo concetto scrivendo di musica e di artisti lontani dai miei usuali ascolti. Faccio mio l'assioma anche per l'opera di Eleanor Friedberger, trentasettenne voce della band indie dei The Fiery Furnaces, qui al suo secondo lavoro solista. Assecondando la piega soggettiva che sta prendendo la recensione mi spingo a raccontare anche come sono inciampato su Personal record. Molto semplicemente ho ripreso una pratica che non esercitavo veramente da un sacco di tempo, mi sono cioè rimesso ad ascoltare musica in cuffia prima di addormentarmi e subito ho trovato in questo disco un compagno di viaggio perfetto per quei momenti limbo in cui scarichi gli stress della giornata cercando di scivolare dolcemente nell'oblio.

La Friedberger è riuscita infatti a coniugare il suono indie-rock della sua band di provenienza (nella quale milita anche il fratello Matthew) con un pop che riesce ad essere al tempo stesso personale, lontano dal mainstream, ma anche generosamente catchy, dotato di grandiosi ganci melodici e riecheggiante delle opere e del sound di grandi artisti del passato, come Joni Mitchell, Carly Simon ma anche Tom Petty, forse i Rem e magari un pò anche Carol King e Annie Lennox. 
Confusi? Non dovreste, perchè alla fine ciò che conta davvero è che in Personal Record ci sono Le Canzoni e che esse funzionano in maniera sublime: a partire dalla traccia d'apertura I don't want to bother you, all'ingannevole folk-rock di My own world, all'introspezione di I'll never be happy again all'apparentemente spensierato pop di Stare at the sun fino al profumo di capolavoro che pervade She's a mirror e Other boys ci troviamo di fronte ad un album delizioso ed appagante, che, parafrasando Jannacci, sarebbe interessante vedere l'effetto che potrebbe fare se fosse un minimo pompato sulle televisioni musicali più influenti o su quelle radio che determinano i gusti del popolino.

D'altro canto però, diciamo la verità, se Eleanor facesse il botto perderemmo il gusto, che tanto apprezziamo, di accarezzare in solitudine questi gioielli nascosti inaccessibili alla moltitudine. Dopotutto parliamo di un disco personale, no?

7,5/10

domenica 18 agosto 2013

Chronicles 26

Ieri, tornando in una struttura Uci Cinemas dopo anni in cui non lo facevo, improvvisamente mi è tornata in mente la ragione per la quale mi ero solennemente ripromesso di non metterci più piede: quaranta minuti di ritardo rispetto all'inizio schedulato del film infarciti di pubblicità e trailers, più altri dieci minuti di pausa a metà proiezione (hai visto mai che con tutta quell'attesa gli spettatori avessero terminato i pop-corn?). In pratica una permanenza in sala da un paio d'ore te la fanno durare quasi tre. Dopodichè puoi anche assistere ad un capolavoro, ma tanto non riesci a pensare ad altro che ad una pioggia di napalm.

venerdì 16 agosto 2013

80 minuti di Mark Knopfler

C'è stato un album uscito l'anno scorso che, pur essendo stato da me molto apprezzato, è sfuggito ai miei deliri da recensore. Si tratta di Privateering di Mark Knopfler, doppio cd che per le sue caratteristiche è un pò un consuntivo della carriera solista dell'ex leader dei Dire Straits. Un disco molto riuscito a mio avviso, nel quale sono coniugati tutti gli amori musicali del chitarrista scozzese: dal folk intimista, al blues alla tradizione irish. Riascoltandolo in questi giorni ho realizzato che mentre per la band di Making Movies e Brothers in arms abbiamo assistito ad un florilegio di raccolte, nulla è ancora stato fatto, cioè compilato, per Knopfler. Mi sono dunque messo al lavoro scavando in una discografia che conta, tra colonne sonore, album realizzati in duetto con altri artisti e dischi a proprio nome, più di quindici lavori dai quali ho estratto una quarantina di pezzi. Le sedici tracce che seguono sono dunque un'ulteriore selezione da quel lotto, ma niente di più probabile che,data la mole di materiale raccolto, questa playlist possa avere, presto, un seguito. 

1.What it is
2. Cornered beef city
3. Done with Bonaparte
4. I dug up a diamond 
5. True will never fade
6. Song for Sonny Liston
7. Privateering
8. Marbletown
9. Border reiver
10. Boom, like that
11. Sailing to Philadelphia
12. Why aye man
13. Haul away
14. All the roadrunning
15. Gator blood
16. Going home (theme from Local hero)



mercoledì 14 agosto 2013

Fire and ice: Il torno di spade stagione tre

Avevo tralasciato di scrivere la recensione della terza stagione di Game of thrones. Inizialmente per farlo decantare un pò, ma successivamente, lo confesso, per dimenticanza. Poi giusto ieri mi è capitato di leggere su una rivista di cinema (Best Movie) che in America uno dei nomi più utilizzati dalle neo mamme è quello di Khaleesi (in realtà non si tratta di un vero e proprio nome ma di un "titolo" assegnato a Daeneris Targryen) e allora ho pensato di poter usare questa silly news come gancio per buttare giù queste due righe. 

Già, è incredibile come questa serie tv sia passata in un batter d'occhio dall'essere un'intuizione ardita, una scommessa ambiziosa a forte rischio default (per il costo della produzione di un'opera in costume) al raggiungimento di una notorietà  planetaria, propria dei prodotti televisivi che lasciano un segno sulla storia e sulla cultura popolare. 

E il bello è che, essendo il soggetto tratto da una serie di romanzi, abbiamo la ragionevole certezza che, a differenza di altra fiction partita alla grande e poi collassata, non assisteremo a cali di creatività o di tensione nello sviluppo delle stagioni. Mentre il lato negativo di quest'aspetto è che bisogna attendere che George R.R. Martin, autore dei romanzi, noto per la lentezza con la quale compone le sue opere, concluda la saga, al momento sospesa al quinto su sette volumi previsti. Noi spettatori del serial siamo comunque tranquilli, visto che il materiale a disposizione dovrebbe coprire come minimo altre tre-quattro annate televisive.

La terza stagione dunque. Si ricomincia con la sonora bastonata presa da Stannis Baratheon, legittimo erede al trono usurpato dai Lannister, nella battaglia delle acque nere. Nonostante l'artefice della vittoria della casata al potere sia Tyrion il nano, non c'è gloria per lui, prima confinato ai margini del castello, e poi destituito dalla carica di primo cavaliere dal padre Tywin. Gli Stark continuano invece ad essere divisi per i sette regni: Catelyn insieme a Robb sui campi di battaglia; Arya alla ricerca della via di casa; Jon Snow arruolato suo malgrado nell'esercito di Mance Rayder e Bran con il fratellino da qualche parte a nord. Mentre il potere di Daenerys Targaryen cresce contestualmente allo svezzamento dei suoi draghi e Theon Grevjoy paga un prezzo tremendo per le atrocità commesse nella stagione precedente, la parte migliore del telefilm è unanimamente considerata quella di Jaime Lannister, per il quale la penna di Martin ha creato un evoluzione impensabile ed emozionante.

Come da abitudini ormai consolidate, il picco di stagione, il momento più autenticamente sconvolgente dei dieci episodi che trasportano sullo schermo la prima parte del terzo libro de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, è quello racchiuso nella puntata numero nove, ormai universalmente nota come The red wedding. In quelle immagini è racchiusa tutta la subdola maestria di cui è capace Martin, la sua abilità nel gestire in maniera spietata i characters considerati più moralmente virtuosi, che è l'altra faccia della medaglia di come lo scrittore gioca con i presunti villain, mostrati prima nella loro natura più brutale e perfida, e poi spogliati di ogni arroganza, fino al punto di trasformarsi nei prediletti del pubblico. E' il caso ovviamente di Jamie Lannister, la cui catarsi, il cui tormento, la cui metamorfosi è magnificamente interpretata da Nikolaj Coster Waldau (nell'immagine in alto).

Naturalmente quando un serial raggiunge la notorietà e l'impatto culturale di GoT, espone il fianco anche alle critiche più feroci. Personalmente ne ho lette di tutti i tipi, e devo dire che sebbene qualcuna muovesse da un fondo di ragione, le trovate tutte alquanto pretenziose, un pò da nerd che dibattono furiosamente in compagnia di Comic Book Guy nel Sotterraneo dell'Androide.
Che posso dire? Sarò anche acritico, ma io me la sono semplicemente goduta, questa terza stagione di Game of thrones, e anche alla grande. 
L'unico problema in effetti è la scimmia dell'attesa per la quarta stagione, che già mi ha preso e che non mi mollerà ancora per molti mesi.



lunedì 12 agosto 2013

Elio e le storie tese, L'album biango


Col passare del tempo le nuove uscite discografiche degli Elii sono diventate sempre più rare (per dire, solo due releases negli anni zero) e forse anche per questo più attese. Normalmente il geniale gruppo milanese si faceva perdonare la tempistica con album dai testi geniali, suonati sempre più in maniera magistrale. Oggi che la band,tra vari spot e presenze televisive, è diventata sempre più mainstream, e che il suo leader Stefano Belisari ha consolidato la sua notorietà mediatica, erano in molti, tra i fan della prima ora (ed io tra essi) a chiedersi come questo avrebbe inciso sul nuovo disco, L'album biango appunto, uscito qualche mese fa.

Dal punto di vista musicale niente da dire, anzi tanto di cappello a Faso, Cesareo, Tanica e compagnia per la conferma della maestria tecnica raggiunta, pezzi come La canzone mononota (presentata a Sanremo) o Come gli Area, solo per fare due esempi, dimostrano quanto questo gruppo continui a rappresentare un'eccellenza italiana. 
I lati negativi a mio avviso sono invece rappresentati da un indebolimento di quell'imprevedibilità, di quell'irriverenza che ha contribuito a fare degli Eelst ciò che abbiamo imparato ad amare. L'esempio per me più evidente di questo elemento è rappresentato da Lampo, un pezzo per certi versi anche riuscito, nel quale il feroce sarcasmo di Elio si scaglia però contro i fans, rei di importunarlo continuamente con richieste di fotografie. Ora, d'accordo l'ironia sopraffina, ma io ho sempre pensato che la satira debba andare (socialmente) verso l'alto, non verso il basso. Dopo tutto se i membri della band avessero fatto gli scaricatori al Verziere, nessuno oggi gli romperebbe il cazzo (per citare il brano) con richieste continue di foto e/o autografi. 

In buona sostanza il solo pezzo nel quale ho risentito gli Elio e le storie tese che ricordavo è il conclusivo A piazza San Giovanni/Il complesso del primo maggio, vero highlight dell'album, che vede la partecipazione di Eugenio Finardi. 
Per il resto ci canzoni molto buone (La canzone mononota, Il ritmo della sala prove, Enlarge you penis, Amore amorissimo) accompagnate ad altre meno convincenti (fate voi la tara rispetto al resto della tracklist). Anche gli skit (termine usato nell'hip hop per identificare le pause parlate tra una traccia e la successiva) funzionano a corrente alternata: eccellenti quelle che riprendono gag storiche (come l'epocale "c'hai figu" o quella dell'aspirante concorrente di "Amici" della DeFilippi), mentre ho trovato molto svogliata e buttata lì la partecipazione di Fiorello.

Che poi magari il problema sono le mie aspettative troppo elevate, ma insomma, anche per l'affetto che mi lega a questa band non posso negare la delusione per una release che arriva dopo gli invece ottimi Studentessi e Gattini (che era una raccolta di successi re-incisi ma che suonava come un disco nuovo) L'impressione più sgradevole al palato è che gli Eelst si siano un pò ammorbiditi, istituzionalizzati...imborghesiti. Ecco, l'ho detto.

6/10

giovedì 8 agosto 2013

24, stagione uno


Per uno come me, amante dei serial televisivi (soprattutto) americani, e con una spiccata inclinazione verso il genere d'azione (che racchiude gangster movie, polizieschi, thriller, spionaggio), non essere mai riuscito a vedere un singolo episodio di "24" è un po' una macchia, una lacuna che ciclicamente torna ad angosciarmi.
Certo, avvicinarsi a questa produzione non è uno scherzo, visto che parliamo di un colosso da ventiquattro episodi per stagione, che moltiplicati per otto stagioni, dà un totale di centonovantadue puntate. Alle quali va poi aggiunto un film per il grande schermo, parte integrante della storyline, tra la sesta e la settima annata. Se poi ci mettiamo il carico delle nuove uscite televisive, tutte potenzialmente interessanti, e delle serie che mi hanno fidelizzato, prenotando il mio tempo futuro chissà fino a quando, trovare spazio per recuperare un telefilm ormai concluso diventa un'autentica impresa.

Tutto questo nonostante "24" sia, nel tempo, diventato un ampio fenomeno di pop culture, pietra di paragone per moltissime opere di fiction che hanno come soggetto il terrorismo e i servizi segreti USA, non ultimo il capolavoro Homeland che molti critici hanno definito "the other side of 24".

Per farla breve insomma, a un certo punto ho accantonato  la playlist televisiva che avevo programmato e mi sono persuaso a dare una chance al super agente Keifer Sutherland/Jack Bauer e alle vicende legate al Counter Terrorist Unit (CTU), immaginaria sezione anti-terrorismo di cui è responsabile.
Innanzitutto un po' di storia. La prima stagione di 24 esordisce sugli schermi americani il 6 novembre 2001, a due mesi dal famigerato undici settembre. Non so quanto ci sia stato di casuale e quanto invece di studiato nel proporre ad un pubblico statunitense ancora profondamente scosso dall'attacco alle torri gemelle una serie nella quale viene mostrata un'America perennemente sotto minaccia di potenze straniere che annidano infiltrati ai piani più alti delle strutture militari e di intelligence,  ma di certo la tremenda tempistica rispetto agli eventi di New York hanno rappresentato per questo telefilm un incredibile volano verso successo e longevità, oltre ovviamente ad alimentare negli spettatori un clima di sfiducia e sospetto non certo di ostacolo alle iniziative di guerra che aveva in cantiere Bush.

Lo schema della serie è noto, ogni episodio racconta la singola ora di un'unica giornata: ne deriva quindi che ventiquattro ore corrispondono a ventiquattro episodi complessivi. L'ora narrata nell'episodio, nella realtà, è "compressa" entro quaranta minuti medi di durata del telefilm, con solo i primi e gli ultimi dieci ad essere trasmessi "in tempo reale". L'intuizione è senza dubbio originale ed interessante anche se poi, all'atto pratico, quando sei arrivato magari al terzo mese di visione (seguendo la programmazione originale dei palinsesti) fai un pò fatica a realizzare che gli eventi narrati sono sempre inerenti al day one.

La prima stagione è idealmente divisa in due parti, la prima si conclude con l'episodio 1x13 e copre la prima fase del complotto ai danni del candidato democratico alla presidenza degli States David Palmer (un nero), messo in atto attraverso il rapimento di moglie e figlia di Bauer, che ha ovviamente un ruolo determinante sia nel piano per l'attentato al senatore che nelle motivazioni all'origine dello stesso, mentre nella seconda i villain salgono di livello e cominciano ad intravedersi connivenze con l'establishment americano e infiltrazioni a livello di servizi segreti.

Nel cast, oltre a Sutherland trovano spazio diversi "volti noti" delle fiction USA: tra gli altri Eric Balfour (visto in Six Feet Under); Xander Berkeley (C.S.I., Nikita); Zach Grenier (Law and order, CSI, Numb3rs); Richard Burgi (The sentinel, Desperate Housewifes), oltre a qualche cameo di peso come quello di Lou Diamonds Philips e, soprattutto, di Dennis Hopper.

Si tratta di una produzione che, nonostante il tema trattato voglia essere realistico, vive di dinamiche altamente inverosimili ed improbabili. Vi faccio un esempio tarato sulla mia scala di mancato raggiungimento della sospensione dell'incredulità: nella mia graduatoria di espedienti stantii (ab)usati nel cinema e in televisione, perdita della memoria e miracoloso salvataggio del buono di turno che emerge dal burrone nel quale è precipitata la sua macchina (poi esplosa), sono piazzati in prima e seconda posizione. Ebbene, manco a dirlo, entrambi trovano spazio nella prima stagione di "24". Roba da mandare l'Anne Wilkes di Misery non deve morire a casa degli sceneggiatori a divertirsi un po'.

Scherzi a parte, è chiaro che ventiquattro episodi sono davvero molti da riempire con sceneggiature e dialoghi sempre all'altezza, e infatti, soprattutto nella parte successiva alla tredicesima puntata, il serial vive momenti di evidente stanchezza nei quali sembra di stare paro paro dentro ad una soap (avete presente no, i primi piani sui volti attoniti, tanto perculati da Boris?). Vengono aggiunti personaggi su personaggi totalmente inutili ai fini della narrazione, ed alcuni tra i protagonisti principali sono così fuori registro (su tutti moglie e figlia di Bauer, simpatiche come una colonscopia) da risultare irritanti.

Detto questo, al netto di riempitivi che messi insieme avrebbero potuto portare ad una sforbiciata di almeno cinque-sei episodi, il prodotto offre un buon intrattenimento, con alcuni cliffhanger efficaci ed un colpo di scena conclusivo (la rivelazione dell'identità della talpa) davvero sorprendente. Basta questo a farmi fidelizzare con il serial? Mah, non ne sono convinto. Per il momento, soddisfatta la curiosità e colmata, sebbene parzialmente, la lacuna, accantono Jack Bauer e compagnia bella. Più avanti si vedrà.