lunedì 30 marzo 2026

24 Hour party people (2002)


Manchester nel decennio che origina alla fine dei settanta e si conclude all'alba del novanta, nelle gesta del leggendario Tony Wilson e della sua Factory Records. Attorno a lui una scena che improvvisamente esplode con l'avvento dei Joy Division (fine settanta) fino all'affermazione degli Happy Mondays (1990). Nel  percorso di mutazione di un movimento, che da musicale diventa sociale, la città si guadagna l'appellativo di "madchester" (1988/1991) per effetto del combinato club e droga. Merda, quanta droga.


24 Hour people è un mockumentary, girato da Michael Winterbotton, regista inglese discontinuo ma dalla ormai corposa carriera, su uno dei movimenti musicale/sociale/di costume più folle della storia, il "madchester". Nato e sviluppatosi a Manchester, città proletaria e industriale, fino a quel momento fuori dalle mappe dei luoghi che contavano e di richiamo solo per la squadra di calcio dello United, il movimento madchester vede come deus ex machina il giornalista televisivo Tony Wilson (qui interpretato da Steve Coogan), che alterna i suoi impegni da anchorman a quelli di scopritore - con un ottimo fiuto - di nuove band. Il suo intuito ha portato ad incidere i seminali Joy Division, i successivi New Order, nonchè i meno noti ma filologicamente importanti A Certan Ratio e Durutti Column. 

Anche se la band non più importante ma legata a doppio filo a quel movimento, alla club culture, alle pasticche, allo sballo senza controllo era incontrovertibilmente quella degli Happy Mondays (suo il brano che dà titolo al film), gruppo totalmente fuori controllo che manderà in bancarotta la Factory Records di Wilson e con essa i due locali simbolo del movimento, il Factory e l'Hacienda. 

Gli Happy Mondays giravano attorno ai due fratelli Ryder: Shaun (voce) e Paul (basso), due personaggi che, se non avessero avuto un briciolo di creatività, sarebbero senza dubbio finiti tra pub, microcriminalità e curve hooligans per il resto della loro vita. La band è talmente costantemente strafatta che l'entourage di Wilson individua l'unico luogo sul pianeta privo di eroina dove mandarli a registrare il nuovo album (Yes please! del 1992, seguito del fortunato Pills 'n' thrills and bellyaches del 1990), ovvero le Barbados. Vero, niente eroina. Ma tanto tanto crack, di cui ovviamente Shaun diventa dipendente al punto da dissipare tutte le centocinquantamila sterline stanziate per la registrazione del disco. E senza neppure riuscire a registrarlo, il disco! 

Il film gira necessariamente attorno a queste figure: Tony Wilson, Ian Curtis (di cui va recuperato lo struggente biopic Control, di Corbijn) e Shaun Ryder (per chiudere il cerchio del rinascimento musicale della città andrebbero necessariamente citati gli Stone Roses, di un'altra scuderia) ed è un'efficace, incredibile istantanea di un movimento che, pur durando meno di un lustro tra gli ottanta e i novanta, ha lasciato una traccia indelebile, nella società, che, come un pifferaio lisergico, fece convergere su Manchester migliaia di giovani desiderosi di sballarsi e ballare senza freni, e nella musica, grazie alla messa in comunicazione di due filosofie che prima di allora si tenevano a debita distanza: rock e club culture. I germogli di questo innesto saranno propedeutici a quel decennio di grandissima contaminazione che è stato quello dei novanta, confluendo nel genere cosiddetto Big Beat (Chemical Brothers, Prodigy, etc.) da lì a qualche anno a venire. 

Winterbottom questo lo cattura bene, realizzando un film magari imperfetto ma con un buon cast (oltre a Coogan cito Paddy Considine e Sean Harris), diversi cameo dei veri protagonisti della scena (beh, quelli ancora in vita durante la lavorazione), ma soprattutto pieno di ritmo, dannatamente divertente e tutto da scoprire, per chi ignora i folli fatti di quel tempo e quel luogo.

lunedì 23 marzo 2026

Rob Sheffield, Love is a mix tape (2007)

La creazione dei mix tape, le compilation, la "cassettina", per quelli della mia generazione e della mia provenienza geografica, sono stati per la nostra giovinezza, estesa fino oltre i trenta, un'arte e un piacere sconfinato. Nell'era pre internettiana ci si arrangiava come si poteva, soprattutto quando non si poteva magari contare sulla collezione di dischi di fratelli maggiori e la propria era ancora sullo scarno andante. Si contava sui prestiti di album dagli amici, ma anche sulla registrazione dei programmi radiofonici, maledicendo il DJ che finiva di parlare poco prima dell'inizio del cantato e riprendeva immediatamente dopo la sua fine. Ma, per dire, io registravo anche dalla tv, con il registratore a cassette accanto all'apparecchio, imponendo il silenzio alla famiglia (un'operazione tutt'altro che semplice). 

Poi nel 1995 è arrivato Nick Hornby a trasformare un rito privato in movimento generazionale, col suo, imperdibile, Alta Fedeltà, un paio di lustri prima che Spotify e compagnia cantante sfornassero, attraverso l'intelligenza artificiale, playlist preconfezionate e pronte all'uso con un click. Ad ogni modo l'argomento sembra aver esaurito tutto ciò che aveva da dire, considerata la platea ristretta a cui si rivolgeva. 

E' forse per questo che un libro come Love is a mix tape sembra essere un pò fuori tempo massimo, anche se c'è da sottolineare come la prima edizione sia uscita in America quasi vent'anni fa, nel 2007. Ci sono elementi in comune con l'opera di Hornby ma anche differenze sostanziali. Tra le prime, il romanzo è prima di tutto una storia d'amore. Per la musica, certo, ma anche convenzionale, per una donna. Tra le seconde, l'opera di Hornby "mixava" meglio i due aspetti, mantenendo sempre un tono leggero, mentre quella di Sheffield è più sbilanciata sul rapporto di coppia e, inevitabilmente, visto che quella dell'americano è anche una storia con un risvolto tragico, è maggiormente virata sul malinconico.

Nel proseguire coi raffronti tra i due testi, uno dei punti di forza di Alta fedeltà erano le classifiche che Rob, il protagonista, si ostinava a realizzare su qualunque argomento, non solo musicale. Sheffield invece - dimenticavo di riportare che il romanzo è autobiografico - inizia ognuno dei ventidue capitoli con una playlist riportata graficamente come la copertina di una cassetta, cioè com lato A e B, connessa al periodo temporale descritto nel racconto nonchè legata ad una specifica attività (dormire, oziare con una birra sulla veranda, lavare i piatti, post trasloco...). 
Un'intuizione che fa felice tutti i fan delle compilation di una volta, oltre che a fornire spunti per un numero di playlist pari al numero dei capitoli del libro. Questo ancoraggio dei mix tape con i diversi periodi storici e quindi coi mutamenti della crescita e degli ascolti mi ha fatto rammaricare di non aver conservato alcune cassettine particolarmente riuscite e particolarmente vincolate a periodi della mia vita (d'altro canto l'unica cosa che fa capitolare un accumulatore compulsivo come me sono i traslochi, e nell'ultimo quarto di secolo ne ho messi assieme tre). 

Rob Sheffield e la moglie Renèe erano dei bulimici musicali e, sebbene, fossero ben piantati nel meraviglioso periodo musicale della loro giovinezza (i novanta, quindi sì i Nirvana ma, per dire, anche Marshall Crenshaw e Notorious B.I.G., posto che la band preferita della coppia erano i Pavement), come tutti i musicofili allargavano i propri orizzonti al passato ripescando perle più o meno conosciute assieme a irresistibili guilty pleasure.

Ecco, forse l'aspetto più significativo del romanzo è proprio la sua collocazione temporale. I novanta sono stati il decennio della speranza, dell'illusione che ci fossimo messi guerre e ingiustizie finalmente alle spalle, un'epoca di grande partecipazione e trasporto per il futuro, oltre che di grande respiro per la musica tutta, per non parlare del cinema. E' durata poco, ancora una volta gli "adulti nella stanza" hanno mandato tutto a puttane, noi siamo cresciuti, ci siamo incarogniti e siamo finiti a votare Trump, Milei, Orban e Meloni. Ancora oggi mi chiedo come sia possibile, ma sempre con meno sgomento e indignazione.

Si respira questa aria di cambiamento (forse più che di cambiamento di felice stabilità) nel libro di Sheffield? Sì, tra le righe. Poi è come se il fato che ha colpito la vita di coppia dell'autore - sebbene sia autenticamente accaduto - sia in qualche modo metafora di ciò che è accaduto al mondo che, mentre Rob, diventava un importante riferimento della critica musicale (Rolling Stone, Spin) continuando altresì la sua attività di scrittore (con altri sette libri), ha semplicemente continuato a girare, con la brutale rivincita del capitalismo e in un'inarrestabile deriva di imbarbarimento, cospirazionismo, violenza e sopraffazione. 

Tutti noi avremmo voluto vivere una storia d'amore totalmente simbiotica e sinergica come quella raccontata da Rob per sua moglie Renèe. Pochi, credo pochissimi ci sono riusciti. 
In questo, le ultime righe del libro arrivano a rappresentare appieno il significato più profondo, il manifesto di chi, sovente nottetempo, compilava cassettine con la speranza di comunicare ad un altro essere umano ciò che a parole non riusciva ad esprimere.

lunedì 16 marzo 2026

Vivere e morire a Los Angeles (1985)

 


Chance e Vukovich, due agenti dei servizi segreti americani del nucleo anticontraffazione, sono sulle tracce di un importante falsario di dollari. Il soggetto, tale Masters, è paranoico e senza scrupoli anche quando si tratta di uccidere agenti federali. Infatti succede esattamente questo, con un anziano collega di Chance, freddato brutalmente. L'omicidio priva Chance dei già pochi vincoli etici che aveva, trasformando l'indagine in un fatto personale e trascinando l'agente in una spirale senza ritorno.


Recupero finalmente un film importantissimo, uno dei pochissimi che negli anni ottanta ha tenuto viva la tradizione del noir americano, e che avevo visto - male e in maniera incompleta - in seconda serata ai tempi della scuola superiore (chi ha la mia età si ricorda "I bellissimi di Rete4"), quando, per disciplina scolastica ma quasi sempre per imposizione genitoriale, a un certo punto la televisione dovevi inderogabilmente spegnarla. 
Un film, Vivere e morire a Los Angeles, che, potrei sbagliarmi, da tempo è un pò scomparso non solo dalla programmazione televisiva o dalle piattaforme streaming ma anche dai cataloghi "fisici". Sicchè, appena è tornato disponibile in dvd l'ho acquistato. 
E poterlo vedere come cristo comanda, senza interruzioni e in lingua originale, è stato un vero e proprio godimento. 

La pellicola è illuminata da quella luce particolare riservata ai capolavori, è quasi un miracolo che negli ottanta del ritorno al modello USA del consumismo, delle americanate tronfie, reazionarie e ipertrofiche che sbancavano i botteghini (Rambo 2Rocky IV, Invasion USA e Commando da noi escono lo stesso anno), insomma dell'"edonismo reganiano", si sia potuto produrre un film così brutale sulla degenerazione del capitalismo (eloquente da questo punto di vista l'incipit con le famose banconote verdi che passano di mano in mano) e sull'assenza di controllo della macchina federale americana. 

I protagonisti, un onesto ma privo di senso etico e morale William Petersen e un pavido John Pankow, fanno della cattura del noto falsario William Dafoe, perfetto e luciferino come solo lui sa essere,  una vendetta personale, prima ancora che un'operazione legata ad ordini di servizio. 
All'inizio è il solo Petersen (Chance), moderno cowboy, ad avanzare come un rullo compressore sopra regole e persone e Pankow (Vukovich) a cercare di bilanciare la sua attitudine, ma nel finale Pankow subisce una metamorfosi completa, trasformandosi, sia nei modi che nell'aspetto, nel suo collega, e la sua ultima entrata in scena, davanti alla giovane informatrice - interpretata da Debra Feuer - già sfruttata da Chance, è tragicamente perfetta. Del cast fa parte anche John Turturro, partner di Dafoe, in una parte minore ma al quale Friedkin regala una scena (quella dell'ospedale) che entra nel novero dei (tanti, per la verità) highlights della pellicola.

La storia dietro al film potrebbe a sua volta diventare un film. Il regista William Friedkin accettò di girare con un budget risicatissimo, che si fece bastare con tutta una serie di decisioni rischiose, come ad esempio l'utilizzo di attori all'epoca poco noti e di conseguenza privi di richieste di compenso esose; riducendo al massimo i tempi con il classico "buona la prima!", e infine non chiedendo i permessi formali (un pò come accadeva coi nostri poliziotteschi) per le esterne. Già. La lunga sequenza dell'inseguimento automobilistico, probabilmente assieme a quella de Il braccio violento della legge tra le più memorabili della storia del cinema, realizzata anche su strade in contromano, fu girata senza autorizzazione. Una follia che ci ha regalato incredulità, eccitazione e adrenalina, ma che mise a rischio l'incolumità di troupe e attori.

Il dvd in mio possesso è ricco di extra interessanti tanto quanto il film, per un appassionato di tutto ciò che ruota attorno alla realizzazione di una pellicola. Interviste, ma soprattutto scene tagliate, tra le quali un finale alternativo demenziale (nel vero senso della parola) che per fortuna Friedkin è riuscito ad impedire, con cui Vivere e morire a Los Angeles avrebbe perso tutta la sua oscurità, diventando una pessima commedia buddy movie. E' incredibile le stronzate che possono fare i produttori esecutivi sbagliati.

E invece questo è un enorme noir che collochiamo negli anni ottanta esclusivamente per la colonna sonora dei Wang Chung e il loro sound gonfio di batteria gated reverb che lo zavorra a quel decennio. Per ogni altro aspetto, To live and die in L.A. è un titolo imperdibile, e, come tale, trasversale al tempo, ai generi e alle mode.


lunedì 9 marzo 2026

Pandora's Box, Original sin (1989)


E insomma, c'ho messo i miei quarant'anni abbondanti, ma alla fine ho imparato come si chiama il sotto sotto genere musicale che mi ha dato imprinting e passione per il rock, come avevo raccontato qui. Si tratta nientepopodimeno del "wagnerian-rock", uno stile in bilico tra symphonic rock e pop che sostanzialmente ha un unico riferimento: Jim Steinman. 

Produttore e pianista dalla personalità eccentrica, Jim Steinman caratterizzava le sue opere da una meticolosità patologica, che comportava costi proibitivi anche per l'epoca d'oro delle major, ma soprattutto arrangiamenti sfarzosi, opulenti e per più d'un ascoltatore pacchiani. Da qui il soprannome di Wagner (o Phil Spector) del soft rock. La sua collaborazione più nota è quella con Meat Loaf per il quale scrisse e compose per intero Bat out of hell (1977), il suo più grande successo oltre che uno dei dieci album più venduti di tutti i tempi.
Dopo un disco solista di buon successo (Bad for good, 1981), che avrebbe dovuto anch'esso uscire a nome Meat Loaf, ma che per vincoli contrattuali e impedimenti fisici di buonanima "Polpettone" fu rilasciato a nome proprio, Steinman rimpolpò il conto in banca grazie alla collaborazione con Bonnie Tyler (Total eclipse of the heart, Holding out for a hero), e a diversi musical, oltre al contributo del suo gruppo di session men (con Bittan e Weinberg della E Street Band) Fire Inc. alla colonna sonora del film di Walter Hill Streets of fire, che ho linkato in apertura.

Nel 1989 Steinman mette in piedi il progetto Pandora's Box, che vede alla voce la presenza di cinque coriste e cantanti: Elaine Caswell, Holly Sherwood (singer per i due pezzi portanti di Streets of fire), Ellen Foley, Gina Taylor e Deliria Wilde (lo so, sembra il nome di una pornostar) che si danno il cambio dietro il microfono, egli stesso e Roy Bittan alle tastiere e Max Weinberg alla batteria. 
Il progetto è definito un concept, ma non ho capito, ascoltandolo, ne ho trovato in rete, riferimenti al tema conduttore, qualcuno dice il sesso. Va beh, andando oltre, e concentrandosi sulla musica, l'album Original sin è il massimo compendio delle influenze steinmaniane, quindi iper-arrangiamenti, fascinazioni da musical, colonne sonore, musica classica, grande rilevanza al pianoforte, interpretazioni vocali struggenti e drammatiche, pezzi rock radiofonici.

Ben presente l'elemento kistch, anch'esso cifra stilistica identitaria del buon Jim, che si manifesta ad esempio in qualche "skit" parlata (I've been dreaming up a storm lately, The want ad) oppure nei due brani strumentali di musica tra il classico e le orchestrazioni per soundtrack  (Requiem metal, The opening of the box), per tacere di Twentieth Century Fox, cover dei Doors che si apre in maniera maestosamente trash con la celebre musichetta dell'omonima casa cinematografica.

Tuttavia, se escludiamo i passaggi megalomani e ci concentriamo sui brani compiuti ci avventuriamo in un altro disco, affascinante, per gli amanti di queste sonorità. Original sin, che apre la tracklist dopo una breve intro, è una power ballad evocativa, Safe sex non gli è da meno, l'FM rock di Good girls go to heaven (Bad girls go everywhere) nasce con le stimmate del classicone. Con It's all coming back to me now si torna alla ballata spacca-cuori sostenuta da un pattern pianistico tanto elementare quanto funzionale. Lo stesso dicasi per il tipico AOR It's just won't quit.

In tutti i casi la capacità di Steinman di creare melodie e refrain irresistibili, che si impiantano nella corteccia cerebrale e lì albergano a lungo, emerge prepotentemente come sua caratteristica cromosomica.

Original sin ebbe una gestazione infinita, con una lievitazione dei costi che quasi decuplicarono il budget iniziale, ma il disco fu un flop totale, al punto che inizialmente in USA non fu neanche distribuito. Nemmeno in Giappone, che quando si trattava di generi musicali di questa natura c'era gloria per chiunque, ebbe riscontri significativi. In maniera incomprensibile fu un successo in Sudafrica. Il che portò, ovviamente, al naufragio del progetto, che non ebbe alcun seguito.

Per Steinman la vittoria arrivò comunque, anche se postuma. Molti brani dell'album infatti, reincisi da altri artisti, raggiunsero il successo fallito da Original sin. In particolare Celine Dion e Meat Loaf fecero, rispettivamente, di It's all coming back to me now Good girls go to heaven (Bad girls go everywhere) delle hit da million seller.

E, sì, lo so che ho dei gusti discutibili, ma a me il disco è garbato.


giovedì 5 marzo 2026

Recensioni capate: Fulci talks (2021)


Se ami Fulci, ma, meglio ancora, se non lo conosci, non perdere questo documentario, che si discosta dalle modalità ormai dominanti del format che prevede l'alternanza di testimonianze di amici e collaboratori vicini al soggetto dell'opera (come ad esempio il comunque ottimo Fulci for fake), ma è semplicemente un dialogo di quasi un'ora e mezzo in cui il Maestro parla a ruota libera dei suoi film, del cinema italiano, della critica, della società, della politica, del suo essere un "mite anarchico". Chi è avvezzo alla modalità caratteristica delle interviste di Fulci, nonchè degli argomenti che gli stanno più a cuore (su tutti la mancanza di riconoscimenti e gratificazione per la sua opera e per alcuni suoi film) esposti in modalità flusso di coscienza, ritroverà temi già sentiti anche in questo dialogo che si avvicina al monologo (il rapporto durata delle domande rispetto alle risposte è cento a uno). Tuttavia, o forse proprio per questo, Fulci Talks, che è un'estensione di un altro documentario che la regista Antonietta De Lillo aveva presentato qualche anno fa (La notte americana del dottor Fulci), costituisce un prezioso Bignami di un'ottantina di minuti del personaggio Lucio Fulci al tramonto, solitario e dimenticato, della sua vita. L'intervista è stata infatti registrata nel 1993, tre anni prima della sua morte. 

lunedì 2 marzo 2026

Recensioni capate: Paradise

Nel maremagnum delle uscite seriali, dentro il quale è arduo orientarsi e scindere la farina dalla crusca, ogni tanto emergono, inaspettati, dei gioiellini che non hanno la pretesa di fare hype, che sono imperfetti, ma che, vivaddio, parlano con una voce propria. E' il caso di Paradise, serie USA la cui prima stagione è uscita l'anno scorso e che proprio in questi giorni vede la messa in onda della seconda. Una serie che immagina (è uno spoiler, ma minimo, perchè l'elemento viene svelato al termine del primo episodio) un'elite di persone, presidente degli Stati Uniti in testa, che si è salvata da un non specificato cataclisma mondiale avendo creato in largo anticipo una cittadina nascosta tra le montagne e protetta da una cupola che l'ha nascosta agli occhi del mondo esterno. Lo svelamento dei fatti, tra tempo reale e flashback è eccellente, così come le prove fornite dal cast (Sterling K. Brown, Julianne Nicholson, James Mardsen)  e, con tutti i limiti delle classiche regole di una serie mainstream (lo sappiamo no, cosa succede al tipico personaggio che dice "domani mattina ti svelerò tutti i segreti"?), anche la tensione ha una sufficiente struttura. Ci sono i buoni e i villain, ma l'approfondimento psicologico, lo struggimento di chi alla fine ammetterà di essere "un mostro" avvicina lo spettatore alle scelte più disumane compiute non solo per preservare l'elite politico-economica del mondo, che comunque resta come forte, attualissima, metafora classista, ma anche per proteggere ciò che resta della propria famiglia, ad ogni costo. Aggiungiamoci un utilizzo emozionalmente subdolo di brani anni 80/90 (il tormentone, ovviamente, è Another day in paradise, sia nella versione originale di Phil Collins che in un'altra solo voce e piano) e otterremo un risultato piacevole, sorprendente, che in qualche modo richiama la serialità ante Netflix.


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