Video allegati ai titoli.
02. Deftones, My mind is a mountain (Private music)
03. Architets, Blackhole (The sky, the earth and all between)
Jake è il proprietario di un ristorante alla moda di New York che, grazie alla bravura della sua chef, sta per entrare nell'olimpo dei locali della città. Nello stesso momento suo fratello Vince, sommerso dai debiti di gioco, deve scappare da Reno dove ha accidentalmente ucciso un uomo, e torna a NY. La rimpatriata dei due provocherà un effetto domino devastante per entrambi.
Come sicuramente saprai se mi leggi da un pò, questo è il periodo dell'anno in cui mi ubriaco di classifiche di fine anno. Dischi, film, serie tv, mi incuriosisce molto di più il giudizio a consuntivo rispetto a quello a ridosso dell'uscita, sia perchè a freddo si evita l'inevitabile (e più o meno onesto) hype delle novità, sia per quel minimo di storicizzazione che serve per vedere le cose ad una più giusta distanza. Ebbene, mi sono stupito di non trovare praticamente su nessuna top 2025 la serie tv (Netflix) Black Rabbit, che invece a me è piaciuta molto. Probabilmente è uno di quei casi in cui l'apprezzamento è esclusivamente soggettivo.
Eppure questo crime/noir un pò atipico, sospeso tra business della ristorazione, sogni di rock and roll, fallimenti personali e legami famigliari sbrindellati è costruito bene e i personaggi principali, interpretati da Jude Law (l'imprenditore newyorkese sempre sul filo del fallimento) e il fratello Jason Bateman (che invece del fallimento ha attraversato tutte le fasi) duettano bene. Così come tutti i villain (Chris Coy e Forrest Weber), che hanno le facce giuste, e l'attore sordomuto Troy Kotsur, forse quello che più si stampa nella memoria, nei panni del boss mafioso che comunica con la lingua dei segni.
Non lo faccio mai, ma voglio segnalarti la recensione di Luca Aloi per Nocturno che traccia un parallelo tra le vicende dei due protagonisti e la scena musicale new wave della Grande Mela dei primi anni duemila. Avrei voluto pensarci io.
Netflix
Doriano e Carlobianchi (tutt'attaccato) sono due ultracinquantenni sostanzialmente perdigiorno, uniti da un'amicizia trentennale. Il terzo sodale storico è Genio, che sta per tornare dall'Argentina, Paese dove si è rifugiato sin da giovane. Di bicchiere in bicchiere, di bar in bar, i due incontrano, ad una festa di laurea in cui si imbucano, Giulio, ragazzo napoletano serio ed introverso, e lo imbarcano in un tour alcolico, sgangherato, goliardico e malinconico.
Il sostanziale esordio alla regia di Francesco Sossai (sostanziale perchè il precedente lungometraggio, Altri cannibali, a detta dello stesso regista è stato una via crucis produttiva e distributiva) è di una bellezza abbagliante. E per una volta se n'è accorto anche il pubblico che, contestualizzando la dimensione indipendente della pellicola, l'ha premiato. Questo road movie per le strade della periferia veneta, attraverso paesi di finzione e reali, ma comunque sempre verosimili, che chiama in causa un numero impressionante di registi padri putativi nel modello narrativo o nello stile espresso (Risi, Monicelli, Kaurismaki, Mazzacurati, Jarmusch, solo per citarne qualcuno) incanta e ammalia per tutta una serie di ragioni. Il dialetto cantilenante usato dai personaggi, la musica indie folk blues sperimentale che accompagna le immagini, la fotografia illuminata da luci sporche e pallidi bagliori (di semafori, strobo, illuminazioni stradali, neon), o, semplicemente, per l'autenticità che riesce a trasmettere.
Di certo al di là del confezionamento dell'opera, della fotografia, delle location e della messa in scena, il lavoro fatto nella scelta del cast è formidabile, a partire dai protagonisti, sui quali tornerò a breve, ma, mi verrebbe da dire, soprattutto, per i personaggi di contorno: il tedesco fuori dall'american pub, il pensionato Sossai, la promessa sposa dell'addio al celibato, il conte, la laureata, i genitori del Carlobianchi e potrei continuare a lungo.
Ma l'autentica magia che si è sviluppata tra il mio amato Pierpaolo Capovilla, cantante noise rock italiano frontman dei One Dimensional Man prima e del Teatro degli Orrori poi (ma anche solista), attore per caso, e Sergio Romano (Il campione, La scuola cattolica, Delta, Il nibbio, La valle dei sorrisi) è una sintonia che fa tutta la differenza del mondo nella riuscita di un'opera artistica audiovisiva. Loro due come Gassman ne Il sorpasso (ma meno stronzi) o Jack Nicholson ne L'ultima corvè, con un bravo Filippo Scotti (E' stata la mano di dio, L'orto americano) nei panni di Trintignant o di Quaid, danno vita ad una storia di formazione tutto sommato da canovaccio (se devo fare una critica, la parte con la prostituta l'avrei evitata), ma che appare autentica, soprattutto grazie alla recitazione "neorealista" degli interpreti (vale anche per il piccolo ruolo di Citran e le poche ma estremamente significative scene di Andrea Pennacchi).
Ma, tornando a Capovilla, è vero che non incarna l'immagine dell'idolo pop patinato, ma anche nel suo ruolo indie, è comunque una figura di riferimento per un vasto movimento di persone, e mostrarsi così in male arnese, sfatto, la pancia da birra e i denti guasti nei primissimi piani, richiede una buona dosa di coraggio. O strafottenza. Che in effetti è molto hardcore-punk.
A fine 1998, forse un pelo fuori tempo massimo, usciva la raccolta di inediti e outtakes più attesa nella storia del rock. Finalmente Springsteen apriva i suoi profondissimi archivi e "regalava" ai suoi fans sessantasei tracce inedite che fino a quel momento, ma solo in piccola parte, gli accoliti erano riusciti a recuperare comprando tutti i 45 giri, le colonne sonore (anche le più infami) e i boolteg in cui erano presenti pezzi mai pubblicati su dischi eponimi del Boss. La raccolta in quattro CD si chiamava Tracks e senza dubbio alcuno esprimeva la meticolosa pazzia di Springsteen che gli faceva lasciare fuori dagli album pubblicati una serie di canzoni che spesso poco o nulla avevano da invidiare al livello medio alto della sua produzione ufficiale. Difatti il tour che ne seguì, con la reunion della E Street Band, fu forse il migliore dopo la leggendaria epoca 73-85. Ma questo è un altro discorso.
Quasi trent'anni dopo, nel 2025, Bruce riapre gli archivi con un volume secondo di quell'operazione, composto addirittura da sette CD (per quelli a cui ancora interessa la dimensione fisica della musica). In maniera secondo me seria e intelligente, l'artista si occupa quasi esclusivamente di periodi successivi a quelli coperti da Tracks, che andavano dal 1972 al 1991. Altra sostanziale differenza dal volume precedente è rappresentata dal fatto che sei dei sette dischi di Tracks II sono album fatti e finiti, che Bruce decise volta per volta di non pubblicare.
Unica eccezione alle due regole, L.A. garage sessions '83, il primo disco in ordine cronologico che ci viene proposto, che copre un periodo già presente nel primo Tracks (il 1983, appunto) e non è un album finito, ma una serie di session temporalmente collocate tra Nebraska e Born in the USA registrate dal Boss in solitudine ma con, diciamo, un'attitudine più roccheroll rispetto a quelle del disco raccontato da Deliver me from nowhere, libro di Zanes e biopic di Scott Cooper.
Il disco si apre, oserei dire finalmente!, con il santo Graal di tutti i fans del Boss, quella Follow that dream goduta sui bootleg e sofferta dal vivo (a causa dell'avarizia di Springsteen nel proporla). Il brano fa parte del repertorio "minore" di Elvis Presley, ma nelle mani di Bruce rinasce dalle sue ceneri, con un'intensità completamente diversa e parte del testo modificato. Un pezzo autenticamente imperdibile, anche se arcinoto, per chi, ahilui, segue il Jersey Devil da decenni.
Altri brani qui presentati in versioni rough, ma già pubblicati come B-sides di singoli o inediti dentro raccolte sono Shut out the light, Johnny bye bye e County fair, mentre My hometown (che chiudeva la tracklist di Born in the USA e faceva parte delle sessions di Nebraska) emerge nella sua ruvida e scarna bellezza primordiale, con uno straniante cantato ai limiti del falsetto.
Volendo evitare una recensione track by track, mi soffermo ancora su alcuni titoli meritevoli, dentro un disco che raccoglie diciotto canzoni dalla qualità altalenante. Il rockabilly di Don't back down on our love o di Don't back down e gli abbozzi pop seventies di Little girl like you o Seven tears sono illuminanti su come Bruce, a condizioni di isolamento analoghe a quelle che lo portarono a concepire e realizzare Nebraska, fosse decisamente uscito da quel periodo artisticamente irripetibile ma umanamente oscuro, dal quale in quest'opera di recupero resistono come testimonianze artistiche le sole Richard Whistle e Fugitive dreams (proposta in due versioni). Sugarland è invece un altro pezzo molto amato e presente su diversi bootleg, in qualche modo, per l'assonanza delle tematiche, fratello minore della leggendaria This hard land , mentre in ambito ballate d'amore e d'abbandono emerge il pop autoriale e malinconico di Unsatisfied heart.
Jud, un giovane prete dal passato turbolento, viene inviato per punizione in una parrocchia dello Stato di New York, per cercare di fermare l'emorragia di credenti che la frequenta. Jud ricoprirà l'incarico di vice parroco in aiuto al monsignore Wicks, un prelato che incarna la visione più autoritaria, tradizionalista e contraria al cambiamento della Chiesa. Egli ha un gruppo ristrettissimo di fedeli che lo venera, mentre fa di tutto per allontanare chiunque (omosessuali, divorziati, genitori single) non risponda ai requisiti più rigidi della dottrina. Un giorno, subito dopo una delle sue omelie più violente, monsignor Wicks viene trovato morto, assassinato. A questo punto entra in campo il detective privato Benoit Blanc.
L'ambientazione della chiesa e dei diversi personaggi della comunità chiusa all'esterno, tutti con un motivo diverso per nutrire risentimento e desiderio di ritorsione verso il mondo, che trovano il loro leader in un uomo che dovrebbe guidarli verso una rappacificazione spirituale e che invece agisce sulla loro rabbia, cercando di portarla alla deflagrazione, è messa in scena in maniera ficcante, anche a dispetto del tono leggero che si alterna al mistery della pellicola.
L'intrigo è, come al solito, un whodunnit affascinante che intrattiene lo spettatore obbligandolo a congetture su congetture, che, al dipanarsi del film, è costretto puntualmente a modificare e rimodellare. E' forse questo l'unico aspetto positivo del fatto che il film sia stato dato solo in streaming (al netto di una due giorni nelle sale), vederlo in famiglia comporta un dibattito ed un confronto di tesi che al cinema sarebbe impossibile (scherzo, ovviamente e quelli di Netflix sono dei pulciari ad impedire ai film di uscire in sala).