venerdì 30 settembre 2011

Atto di fede





Concepito come un vero e proprio saggio che si pone l'obiettivo di scandagliare e tradurre ai curiosi che ignorano il mondo metal, ma anche come testo di riferimento per adepti, L'estetica del metallaro di Luca Signorelli (omonimo del pittore ed ex redattore dell'edizione italiana di Metal Hammer) non colpisce il centro del bersaglio, ma risulta comunque una lettura originale e fitta di citazioni che coniugano felicemente cultura alta e bassa.


Il libro è strutturato per argomenti/sezioni che affrontano diversi aspetti della musica metal. Il difetto principale del volumetto (149 pagine) è senza'altro quello di risentire molto dell'orizzonte temporale trascorso tra la sua pubblicazione (1996) e il panorama attuale, e di come questo inevitabilmente influisca sulle valutazioni storiche in seno agli esperti del genere. Chiaramente questo elemento non si può imputare al suo autore, ma, per fare un esempio, dovessimo oggi parlare dei 25 album metal più rilevanti degli ottanta e dei novanta, difficilmente parleremmo degli GWAR, degli Accept o dei Raven come invece Signorelli fa nella lista in coda al libro. Lo dico da un punto di vista oggettivo, al netto dei gusti personali che ovviamente sono sacri. Un altro aspetto che è presente ma che avrebbe potuto essere ampliato è quello delle missive che i lettori inviavano a Metal Hammer. Chi ha letto per un pò le riviste metal sa che spesso le mail erano la parte migliore di quel tipo di stampa e dare maggiore spazio all'idea di utilizzarle avrebbe forse giovato alla scorrevolezza della lettura.



Poi c'è il fatto che in qualche occasione l'autore (non so quanto provocatoriamente e quanto invece per convincimento) si spinga in giudizi netti quantomeno discutibili, come quello sui Clash, definiti sostanzialmente un gruppo di merda o sulla deriva dei Metallica il cui black album viene liquidato come un'opera che qualunque garage band avrebbe potuto incidere. In compenso, e in questo rilevo un certo snobismo, si pontifica sulla musica degli Anal Cunt o sull'impatto pop-culturale di band come i GWAR. Fa un pò parte del kit del critico massacrare fenomeni di massa e celebrare band inascoltabili, ma insomma alla lunga il gioco risulta stucchevole.


Per cui alcuni capitoli del libro provocano noia per eccesso di nozionismo cerebrale (la parte sui cartoni animati giapponesi o "We are the roadcrew") o irritazione per palese contrasto con le opinioni espresse (ad esempio il capitolo sui Metallica o i giudizi reiterati sui Clash), ma in altri la lettura è realmente appassionante e "istruttiva" ( segnalo "40 motivi per odiare il metallo"; "Le mutande di peluche" o "Death Metal parte 2").


Al netto delle critiche che ho qui sommariamente elencato, L'estetica del metallaro è comunque una lettura consigliata a quanti vogliano approfondire i temi correlati alle moderne musiche popolari, anche attraverso un testo tranciante, provocatorio e un pò verboso. Sarebbe interessante, questo sì, un suo seguito aggiornato all'era internettiana.

mercoledì 28 settembre 2011

Of gods and hammer

Il Thor che Stan Lee e Jack Kirby presero a prestito dalle tradizioni nordiche per le colorate tavole degli albi Marvel dei sessanta, venne mandato in esilio sulla terra per scontare la sua arroganza ed imparare, è proprio il caso di dirlo, a stare al mondo. Nel farlo, suo padre Odino racchiuse il potente fisico del figlio nel gracile corpo di un mortale, il medico zoppo Donald Blake. Blake poteva trasformarsi in Thor battendo a terra il bastone che di norma usava per sorreggersi. Un lampo e l'eroe con il martello era pronto a tuffarsi in ogni perigliosa avventura. In questo modo il duo di autori più prolifici di fumetti mainstream USA ha tentato di applicare anche al personaggio divino il suo schema classico: "super-eroi con super problemi". La storia di Donald Blake/Thor andò avanti un bel pò. Fino alla fine degli ottanta se non ricordo male.




Poi arrivò un bel restyling dell'immagine del dio del tuono, i grandiosi Walt Simonson e John Buscema jr alle matite e l'identità mortale del figlio di Odino venne definitivamente accantonata lasciando tutta la scena al biondo vichingo. Thor è stato a lungo tra i miei comics preferiti, il reame di Asgard, il ponte dell'arcobaleno, la minaccia di Ragnarock (l’apocalissi), i complotti di Loki, ma anche il ruolo del divino tra le fila dei Vendicatori, l’epica del suo linguaggio,l'accuratezza maniacale delle tavole di Kirby: questo personaggio aveva tutto per appagare la fantasia di un ragazzino con la testa perennemente tra le nuvole.




La trasposizione sul grande schermo, dopo più di un progetto accantonato, è stata affidata a Kenneth Branagh, che da un certo punto di vista rappresenta un'ottima scelta. Certo, non è uno specialista di film d'azione (tanto di azione in questo film, per esser un prodotto con super-eroi, c'è il minimo sindacale) ma si muove a suo agio tra complotti di corte, lotte intestine, tradimenti e fratelli coltelli, data la sua lunga esperienza teatrale e cinematografica, davanti e dietro la macchina da presa, con le opere di Shakespeare.

Il god of thunder è interpretato dal poco noto ma opportunamente bello e muscoloso Chris Hemsworth, mentre tra i comprimari spiccano Anthony Hopkins (Odino), Natalie Portman (Jane Foster), Stellan Skarsgard (un collega della Portman) e Rene Russo (moglie di Odino), oltre all'ormai immancabile apparizione finale di Samuel L. Jackson nei panni di Nick Fury.




L'incipit del film segue a quello dei comics, Thor viene esiliato sulla terra per punizione, a differenza delle tavole di Kirby e Lee (che come consuetudine si ritaglia un minuscolo cameo) però non viene utilizzato alcun alter-ego mortale (anche se il nome di Donald Blake ciccia comunque fuori). Il possente dio arriva in New Mexico privato del suo martello e della sua divina forza, ma in tutta la sua prestanza fisica. In breve ovviamente imparerà l'umiltà e conoscerà l'amore, giusto in tempo per affrontare la terribile minaccia del Distruttore, una sorta di golem inarrestabile inviato a fare danni sulla terra da Loki, fratellatro malvagio del biondo, e per tornare ad Asgard che sta per fare una brutta fine sempre a causa di Loki (che purtroppo non indossa il meraviglioso costume gialloverde dei fumetti).

Il giudizio finale è positivo, è chiaro che ormai gli studios hanno preso la mano con i profili degli eroi Marvel, se proprio vogliamo, come già accennato, la spiegazione dei personaggi e lo sviluppo della storia si mangia un pò di azione (non dimentichiamo che si tratta di un prodotto d'evasione!) in compenso non manca una buona dose d'ironia e di leggerezza nei dialoghi (almeno in quelli che avvengono su Midgard...). Io l'ho sicuramente apprezzato, anche perchè con questo recupero ho chiuso il cerchio dei personaggi che faranno parte dei Vendicatori, nell'omonimo film in uscita in primavera-estate prossima, Stefano credo meno, per via del fatto che mi sono comportato da perfetto matusa, sfinendolo di spiegazioni.

lunedì 26 settembre 2011

Try again, dude!



Jeff Bridges
Omonimo, 2011 (Blue Note/EMI)





Non ho mai nascosto la mia grande ammirazione per Jeff Bridges, che considero uno degli attori più versatili, longevi e convincenti della sua generazione, oltre ad essere un tipo spontaneamente cool. Però nè questa mia fascinazione e neanche il voler puntualizzare da parte sua che l'uscita del secondo album solista (dopo l'esordio del 2000) non voleva sfruttare la fortunata scia di Crazy Heart (film del 2009 nel quale il nostro interpretava appunto un cantante country) riescono a convincermi della buona fede, in quanto a tempismo, dell'operazione discografica. Operazione condotta, ed è un secondo indizio, da T-Bone Burnette, il Rick Rubin dell'americana, produttore anche della pellicola di cui sopra. E' pur vero che Bridges da sempre si diletta con la chitarra, ma insomma...



Metto su il disco e la partenza sembra spazzare via in un attimo dubbi e perplessità, What a little bit of love can do è un pezzo stupendo, arioso e coinvolgente, nel mood ricorda le cose migliori di Tom Petty & Heartbreakers. Un inizio coi fiocchi. La vera natura dell'opera è però un'altra: quella dei pezzi lenti, acustici e introspettivi. Lo si mette a fuoco con Falling short, il primo di essi, mentre Everything but love ha di buono che fa apprezzare la voce calda e baritonale di Bridges ma poco altro. Si prosegue così, senza grandi brividi, al punto che ritrovi a pensare "dài, non è male da tenere in sottofondo mentre fai altro", frase che per me è sempre stata applicata a dischi prescindibili.



Di questo sofferto passo bastano il semplice giro di chitarra di Blue car o Maybe i missed the point, aggraziata ballata country rock alla Lucinda Williams, che di per se non sarebbero niente di trascendentale, a far alzare il sopracciglio.
Un ultimo gioiellino comunque l'album lo regala, si tratta della conclusiva The quest, semplice ma efficace ballata che spicca sulle altre, forse per merito di un ritornello di quelli che si ficcano in testa.




Sì insomma. Bridges è un grande attore e un personaggio notevole, ma questo forse non basta per fare di lui anche un cantante di livello. La personalità che lo contraddistingue sul grande schermo qui affiora poco e in misura discontinua, nonostante il grande dispendio di risorse nella produzione (oltre al già citato T-Bone compaiono in vesti di vocalist Ryan Bingham e Rosanne Cash) e nella promozione dell'album.


Senza rancore, eh Jeff?







domenica 25 settembre 2011

Prestigio internazionale

"Il premier italiano Silvio Berlusconi è qui a New York. Auguri, se cercate una prostituta!"


David Letterman ad un suo recente show.

sabato 24 settembre 2011

Album o' the week / Hank Williams, 40 Greatest Hits (1978)




Non si può amare la musica e non possedere almeno un disco di Hank Williams. Per colmare l'eventuale lacuna, questa raccolta di quaranta pezzi, pubblicata nel 1978 in occasione dei venticinque anni della sua morte, è un ottimo inizio. Raccoglie i suoi successi dal dopoguerra al 1953, anno della sua tragica dipartita a soli ventinove anni per una polmonite non curata. Alla faccia di chi considera Hank unicamente come artista country le tracce contenute nel greatest hits raccontano un'altra storia, quella di un genio assoluto che si muoveva a suo agio anche tra proto-rock and roll; hillbilly, folk e attraversando un labirinto di emozioni quali ironia, solitudine, divertimento, disperazione. Diversi brani sono diventati icone della musica popolare americana, più volte riprese da molte generazioni di artisti. La lista di quelli che hanno rifatto, tra le altre, Cold, cold heart; Hey good lookin'; Your cheating heart; I'm so lonesome i could cry; I'll never get out of this world alive, è infatti pressochè infinita.

venerdì 23 settembre 2011

Puffate al cinema





Mancava giusto il loro, di approdo sul grande schermo. Chissà quanto si sentiva la necessità di trasferirli dalle tavole di Peyo (e anche dai cartoni) ai moderni multisala mondiali. Il risultato finale, per ciò che riguarda la versione computerizzata degli omini blu è positivo e a tratti sorprendente, la storia invece, essendo destinata a bambini in età di scuola d'infanzia è quel che è. Ma onestamente non era nemmeno lecito aspettarsi di più.

giovedì 22 settembre 2011

Informami questo!

Avete notato? Sui telegiornali di Rai 1 e Canale 5 le estorsioni subite da Berlusconi sono sempre presunte, mentre le tangenti di cui è accusato Penati non hanno condizionale alcuno (sarà anche colpevole ma non c'è stato ancora nessun processo). Ah! La libera informazione...

mercoledì 21 settembre 2011

MFT, settembre 2011

ASCOLTI

Hank III, Ghost to a ghost / Guttertown
Red Hot Chili Peppers, I'm with you
Incubus, Monuments and melodies
Counting Crows, August and everything after live at Town Hall
Black Sabbath, Vol. 4
Ozzy Osbourne, Randy Rhoads tribute
Giorgio Canali, Rojo
Primus, Green naugahye
Ry Cooder, Pulll up some dust and sit down

LETTURE

Ozzy Osbourne, Io sono Ozzy
Luca Signorelli, L'estetica del metallaro

lunedì 19 settembre 2011

Bitter pill


Red Hot Chili Peppers
I'm with you (Warner Bros, 2011)



Si può anche far finta che sia come la prima volta. Si può fare come le donne che si concedono ai loro partner, gli stessi da vent'anni, immaginando, per farsi forza, di essere lì con, chessò Viggo Mortensen, invece che con un tizio che ha più i peli sulla schiena che capelli in testa e che ansima come un furgone scassato che arranca in salita.


Ecco, l'approccio con il nuovo dei Red Hot è stato un pò così. Eccitazione iniziale da lunga astinenza (per il sottoscritto è stata superiore ai cinque anni che hanno separato I'm with you da Stadium Arcadium del 2006, visto che mi sono tenuto talmente alla larga da quel disco che non l'avrei toccato nemmeno con un bastone di due metri), ulteriormente amplificata da qualche primo articolo favorevole(probabilmente marchette) di giornale, e poi dopo qualche ascolto il ritorno alla dura realtà: della band che abbiamo adorato è rimasto purtroppo solo tanto mestiere.



Intendiamoci, l'album non è brutto, però risulta innocuo, inoffensivo. Il che da un certo punto di vista è pure peggio: se ci sono voluti cinque anni per pubblicare un disco così, significa proprio che per i Red Hot Chili Peppers la notte ancora addà passà.



Perso per la seconda (definitiva?) volta Frusciante e assunto tale Josh Klinghoffer alla chitarra, il gruppo ha molto astutamente consegnato le chiavi della macchina a Flea. Il lavoro con il basso del piccolo pepperone dà inizialmente la sensazione di essere tornati indietro nel tempo, ma quando ci si rende conto che Rubin (alla produzione) si è limitato ad alzare il volume dello strumento una spanna sopra quello degli altri per cercare di far fare un figurone anche a normalissime progressioni , il bluff è svelato, ed è come svegliarsi dal torpore e tornare a fissare la schiena pelosa di cui sopra. In aggiunta a ciò, contrariamente a quanto mi è capitato di leggere in giro, non ho notato neanche grosse evoluzioni nella voce o nel modo di interpretare i brani di Anthony Kiedis e francamente Josh Klinghoffer e la sua chitarra mi sembra giochino un pò a nascondino nella struttura dei levigatissimi brani.



Tutto da buttare dunque? Beh, mettendo da parte le grandi aspettative andate deluse, un pezzo che avrebbe potuto stare senza sfigurare nei grandi album dei peppers forse si trova e si chiama Brendan's death song.

Poi, volendo, forse avrebbero potute essere delle oneste B-side dei periodi migliori Factory of faith; Annie wants a baby, Look around , Did i let you know (non fosse altro per il break di tromba) e Happiness loves company.

Un pò pochino per un lavoro di quattordici tracce, ma liberissimi di pensare che il tempo sia tornato a Mother's milk.





sabato 17 settembre 2011

Album o' the week / Black Sabbath, Master of reality (1971)





Un doveroso avvertimento: questo potrebbe non essere l'ultimo disco dei Black Sabbath che, con una scusa o un'altra, vi propinerò. E' già qualche settimana infatti che sono ragionevolmente in fissa con la band di Iommi e Osbourne, al punto che sto anche leggendo l'autobio del folle singer inglese.


Ma torniamo a Master of reality, al quale mi sto dedicando dopo che il debut album della band e il successivo Paranoid sono entrati a far parte della mia ipotetica lista di album da isola deserta. Ebbene, il terzo capitolo dell'oscura avventura sabbatiana prevede almeno quattro pezzoni: Sweat leaf, After forever, ma soprattutto Children of the grave e la conclusiva Into the void. Sarà anche vero, come sostengono i detrattori dell'arte di Iommi, che il chitarrista (ricordiamo che a causa di un indiente giovanile in fabbrica ha solo tre dita e mezzo della mano che usa sul manico della chitarra) ripete sempre lo stesso riff, ma, cazzo, a-v-e-r-c-e-n-e!

venerdì 16 settembre 2011

Atlantic City, Italia?






Atlantic City, anni venti. Il proibizionismo è alle porte, ma nella città del divertimento della costa est sembrano non preoccuparsene troppo. Enoch Thompson, il tesoriere del posto, sta tenendo un discorso in un'assemblea di morigerate donne di chiesa ovviamente favorevoli all’embargo agli alcoolici. L’uomo politico le blandisce raccontando una storia sui danni dell’alcolismo e sulla forza di volontà. Le femmine presenti pendono letteralmente dalle sue labbra. Uscendo dal convegno risponde alla sua guardia del corpo (Jimmy Darmody) che lo schernisce sulla veridicità dell’aneddoto che: - la verità non può rovinare una bella storia - . Poi estrae una fiaschetta dal cappotto, si fa un goccetto e sale in macchina diretto ad un casinò a far baldoria.



Atlantic City, la Las Vegas della East Coast, triste e fredda cattedrale del divertimento , raccontata splendidamente da Springsteen e da Luis Malle, rispettivamente nella canzone su Nebraska e nel film con la Sarandon, viene riportata ai suoi fasti di inizio secolo, quando era una sorta di oasi di illegalità a poche miglia da New York, nella quale corruzione, prostituzione, gioco d’azzardo, alcol e droghe si trovavano in misura maggiore che sale nel mare e venivano consumate al ritmo del più scatenato e sensuale ragtime.



La storia ruota attorno al ruolo di factotum di Enoch "Nucky" Thompson (un portentoso Steve Buscemi) che ricopre la carica di tesoriere ma che in realtà controlla tutto e tutti, polizia, sindaco e consiglio cittadino. E’ amato e rispettato dalla popolazione, fa molta beneficenza e al tempo stesso gestisce i casinò e traffica nel commercio illegale di whiskey anche attraverso rapporti con la mafia (interlocutori un imberbe Al Capone, Lucky Luciano e il boss Arnold Rothstein). Attorno a lui il tormentato reduce dalla grande guerra Jimmy Darmody come guardia del corpo, il fratello Elias Thompson a capo della polizia. Alle sue costole agente FBI Nelson Van Alden, fanatico religioso. Al suo fianco la dolce ma enigmatica Margaret Shroeder.



Ci fosse qualcuno che ancora nutre dubbi sulla dignità sempre crescente che i serial stanno sviluppando rispetto al grande schermo, beh con questa produzione si toglierebbe le ultime remore. A partire dal cast, su tutti un grandioso Steve Buscemi che finalmente ha la possibilità di esprimersi in un ruolo diverso dal quello che di sfigato/maldestro/incapace che gli avevano cucito addosso, Michael Pitt inquietante e statuario; una Kelly MacDonald dalla grande espressività, Shea Wigham che lavora per sottrazione e uno diabolico Michael Shannon. La produzione è di Martin Scorsese (che ha anche diretto il pilota) e Mark Wahlberg. La sceneggiatura è di Terence Winter, già dietro alla macchina da scrivere per i Soprano. Un grande dispendio di mezzi per la ricostruzione delle location e per la fotografia.



Alla base della storia ci sono il doppiogiochismo, i vizi privati e le pubbliche virtù, il prezzo che evidentemente secondo Winter ognuno dei protagonisti della storia, a seconda delle situazioni, ha o deve pagare. Una nemmeno tanto velata metafora della politica di oggi. Oltretutto, per noi italiani disgustati dalle vicende politiche e personali del premier è difficile non tracciare un parallelo tra il personagio di Buscemi che tiene in equilibrio aspetto pubblico (cattolico, sempre sorridente nei bagni di folla, un dollaro di mancia per tutti e una storiella alla bisogna) e affari privati (stravizi, complotti, malaffare, ) con quello di Berlusconi.

giovedì 15 settembre 2011

Everything in it's right place

Sono giorni nei quali sono avvelenato con i miei... oddio amici non sono, compagni neanche... facciamo "colleghi" vah, ecco, con i miei "colleghi" degli altri sindacati. Con il loro immobilismo, il loro benaltrismo, il loro perdigiornismo. Ma santa madonna, allora non c'è bisogno di tirare in ballo i parlamentari per agitare la vergogna del distacco dalla vita reale da parte di chi dovrebbe rappresentare i cittadini. Già nel microcosmo delle aziende, per quella che è la mia esperienza, si può avere una bella fotografia nitida a dodicimila pixels. Brutta gente, credetemi. Persone che non solo non assumono mai un'iniziativa politica, di coinvolgimento collettivo, di tutela complessiva, ma che addirittura ostacolano le tue. Che si muovono nell'ombra prendendo a braccetto i lavoratori alla macchinetta del caffè o in spogliatoio, sempre bisbigliando e promettendo, mai esponendosi pubblicamente o in situazioni di limpidezza.



Che differenza c'è con i vari scilipoti? Lì (in parlamento) la gente li ha votati (non loro, il simbolo del partito, grazie al porcellum), qui si sono iscritti spontaneamente (o "spintaneamente"?) all'organizzazione. Da un certo punto di vista dunque peggio per chi li ha scelti. Da un altro con tutta sta zavorra sulle spalle non ci tiriamo fuori più dalla palude in cui stiamo affondando.


L'avvelenamento odierno scaturisce anche dal fatto che ho collegato una tessera in più del mosaico e che il quadro d'insieme presenta così una sconcertante coincidenza: tutti e dico tutti questi pseudosindacalisti aziendali di cisl, uil, ugl e compagnia cantante sono politicamente schierati con il pidielle. Questo elemento alla fine è illuminate. Non solo immobilismo quale strategia sindacale nazionale, ma anche accondiscendenza individuale allo scempio in atto.


Ma allora aridateci i sindacalisti da camera cafè, almeno loro facevano ridere, mentre questi solo incazzare.

mercoledì 14 settembre 2011

Catalogami questo! / 19

Lo swamp rock è una forma distinta di roots rock originario del sud degli Stati Uniti. Ebbe tra i suoi ispiratori Dale Hawkins. I Creedence Clearwater Revival sono definiti da molti il primo gruppo swamp rock, ma il genere è associato anche ad autori come Tony Joe White e altri musicisti come Larry Jon Wilson, Jim Dickinson, Travis Wammack, J.J. Cale, Bobbie Gentry, Lynyrd Skynyrd, e più recentemente i Deadboy and the Elephantmen contribuirono a definire le sonorità swamp rock. Diventò popolare nel rock americano dei primi anni settanta. Lo stile musicale è caratterizzata da vari generi come blues, soul, rock and roll e testi sono tipici del southern rock.




lunedì 12 settembre 2011

Nessuna paura







Anvil

Juggernaut of justice (The End Records, 2011)





Una volta tanto non mi devo sbattere a cercare definizioni barocche al genere musicale oggetto della recensione: questo è heavy-metal. Un solido, colossale, monolitico blocco di heavy-metal. A partire dai riff da headbeangin' passando per i testi epici per finire con la struttura dei brani, il nuovo full-lenght degli Anvil trasuda metallo da ogni microsolco.

Lips e Robb, colonna vertebrale,muscoli e sangue del corpo Anvil hanno fatto compiere alla loro creatura un altro passo in avanti. Bene ha fatto probabilmente l'impietosa autoanalisi dell'imperdibile documentario biografico di due anni fa, visto che questo Juggernaut of justice risulta maggiormente convincente rispetto a This is thirteen, la cui tormentata gestazione è raccontata nel film.


Con questo album infatti, sembra che Lips abbia completato l'operazione di recupero di autostima in se stesso e nella band, dando alla luce una feroce cavalcata di pezzi già classici, ispirati e poderosi, che vedono nella title-track, in When hell breaks loose, On fire, Turn it up, Running, Not afraid i suoi episodi migliori.


Velocità, riff e solo non hanno un attimo di pausa per tutta la durata del disco, fino alla penultima traccia, l'oscura Paranormal e a Swing thing, un imprevedibile e strepitoso strumentale in odore di jazz-metal che chiude il lavoro (in realtà il cd si trova anche in edizione limitata con tre bonus tracks).


Juggernaut of justice è in sintesi un disco di genere, classico e convincente. Niente di nuovo o rivoluzionario, solo robusto e ottuso metallo che ti fa maledire i pochi capelli in testa perchè ostano ad un headbangin come si deve.















domenica 11 settembre 2011

11 settembre

Ricorre oggi l'anniversario di una tragedia che ha coinvolto il popolo di un intero paese, segnando a cascata la politica internazionale per molti anni a venire. Una tragedia drammaticamente annunciata dalla seguente dichiarazione:

« Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell'irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli. »
(Il segretario di stato americano Henry Kissinger a proposito dell'elezione di Salvador Allende in Cile nel 1970)

L'11 settembre 1973 il generale Pinochet, alla guida dell'esercito cileno, prese il potere con un colpo di Stato cingendo d'assedio il Palazzo Presidenziale, attaccandolo via terra e bombardandolo con dei caccia Hawker Hunter di fabbricazione britannica. Allende morì nel corso dell'attacco, per suicidio secondo la tesi ufficiale.


Pinochet si mosse subito per consolidare il suo controllo contro ogni opposizione. Il 13 settembre, la giunta militare sciolse il Congresso. Nel frattempo, progettando l'eliminazione di tutte le forze di opposizione lo Stadio Nazionale venne temporaneamente converito in una immenso campo di concentramento.


All'interno dello stadio, in quei mesi, avvenivano torture e interrogatori violentissimi, moltissime donne vennero stuprate dai militari addetti al "campo". Approssimativamente 130.000 individui vennero arrestati nei seguenti tre anni, con il numero di "scomparsi" (desparecidos) che raggiunse le migliaia nel giro di pochi mesi. Moltissime di queste persone sono state uccise, alcune lanciate dagli aerei in stato semicomatoso, spesso accompagnati da sacerdoti che "benedicevano"(...).

la scheda completa su wikipedia

sabato 10 settembre 2011

Album o' the week / Louis Prima, Collectors series (1991)




Lo adorate anche voi Louis Prima, solo che può darsi non lo sappiate. L'italo-americano è uno degli artisti più saccheggiati dal cinema, dal cabaret, dai jingle quando occorre lo swing più allegro e spensierato. Sue per esempio Just a gigolo/Ain't got nobody, Sing sing sing e Jump, jive an' wail, anche se l'aspetto che più l'ha caratterizzato fu la trasposizione di pezzi italiani o del dialetto siciliano (terra d'origine del padre) dentro lo swing. Nascono così quei capolavori che rispondono al nome di Oh Marie, Buonasera, Angelina/Zooma zooma.


Elettrizzante.

venerdì 9 settembre 2011

Green is the color



Non è stato facile convincere Stefano a vedere questo film e non perchè non gli garbasse il genere, anzi. Il fatto è che negli ultimi tempi il suo interesse per i supereroi mi è un pò scappatao di mano, raggiungendo livelli di fanatismo imprevisti. Da tempo lui pesca a caso nei miei vecchi fumetti, e una volta ha estratto una miniserie nella quale i principali eroi Marvel si scontrano con i colleghi DC. Ovviamente mi ha chiesto delle due case editrici e quando gli ho spiegato che la prima ha creato Spider-Man, Capitan America,Iron-Man, Wolverine,Hulk e Thor (suoi idoli) e la seconda Superman, Batman e Lanterna Verde (mai considerati) è diventato un ultras della Marvel, contrapponendola, manco fosse una squadra di calcio, all'altra. Perciò, quando gli ho proposto la prima volta di andare al cinema per Lanterna Verde la sua risposta è stata perentoria: - ma sei matto? E' uno della diccì! -

Per fortuna mi sono venuti in soccorso i trailer del film, visti prima di Kung-Fu Panda 2, che gli hanno fatto cambiare idea anche se: -solo per stavolta, eh!-


Alla fine ci siamo divertiti, Lanterna Verde è un buon prodotto, la classica lotta tra bene e male (coraggio e paura) scritta in stampatello, il buono mascellone, la bella da salvare, il cattivo mostruoso.

Giudizio finale di Stefano: strabello ma con pochi combattimenti e troppo brevi.

mercoledì 7 settembre 2011

Catalogami questo! / 18

Il raga rock è un genere musicale in voga per qualche tempo negli anni sessanta che coniugava le sonorità orientali prodotte dal sitar (simulate spesso con una chitarra elettrificata a sei o a dodici corde) con quelle tipicamente rock.
A lanciare questo tipo di musica fu, secondo i critici dell'epoca, il complesso californiano dei Byrds che su tale sonorità basò quasi completamente gli album Fifth Dimension del 1966 e Notorious Byrd Brothers del 1968. La prima composizione pop in assoluto ad utilizzare lo strumento indiano fu Norwegian Wood (This Bird Has Flown), dei Beatles, inserita nell'album Rubber Soul, pubblicato il 3 dicembre del 1965.
Altri esempi di raga rock sono ravvisabili in alcuni brani dei Beatles quali Rain e Paperback Writer ed anche in molte canzoni dell'album Revolver del 1966, nel quale venne usato in maniera massiccia appunto il sitar. Più di recente il genere è stato ripreso dai Cornershop.

wikipedia

martedì 6 settembre 2011

There's a riot going on

L'art. 8 della manovra finanziaria prevede che a livello locale si possa operare in deroga ai contratti e alle leggi nazionali sul lavoro. In precedenza ogni patto contrario alla legge era nullo. Venisse approvata questa norma qualunque sindacato giallo, prezzolato,disonesto o ricattato potrebbe modificare una legge dello Stato italiano. La questione mi sembra di una gravità abnorme già a partire da questo semplice concetto. Naturalmente passando alle sue possibilità applicative, subito tutti abbiamo immediatamente pensato al pericolo più evidente, all'ossessione di qualche ministro: la possibilità di licenziare senza il vincolo della giusta causa, di colpire quindi l'ultima sacca di lavoratori che hanno condizioni e diritti pieni, visto che invece a tutti gli altri, tra cooperative, agenzie di lavoro somministrato, co.co.pro. , periodi a tempo determinato, stagionale, lavoro a chiamata e chi più ne ha più ne metta, la condizione di moderni schiavi gliel'abbiamo già costruita addosso da tempo.



La cosa surreale è che il provvedimento sia inserito in un contesto di norme per "rilanciare l'occupazione giovanile", che non porti un euro alla manovra finanziaria, che non è prioritario per Confindustria e che vede invece d'accordo i sindacati confederali con l'eccezione della CGIL (addirittura la UIL per bocca del suo segretario ha dichiarato che l'art. 8 dà più potere alla contrattazione locale). Nessuno dice che se si volesse fare un ragionamento serio sull'abolizione dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori (che prevede appunto per i dipendenti delle aziende oltre i quindici dipendenti il reintegro sul posto di lavoro in caso di licenziamento per giusta causa e per le altre solo un indennizzo tra i 2,5 e i 6 mesi di retribuzione) bisognerebbe intervenire su tutto la struttura del lavoro in Italia. In diversi stati europei in cui questa norma di salvaguardia non c'è sono potenziate le politiche attive, vale a dire ad esempio corsi pubblici professionali di formazione/reinserimento rapido al mondo del lavoro e indennità di disoccupazione più elevate. Qui invece si pretende di far andare più veloce una seicento impiantadogli il motore di una Ferrari. Cosa volete che succeda, se non che collassi dopo pochi metri?





Tutto questo per dire che oggi sarebbe bello ci vedessimo tutti in piazza per lo sciopero generale (il quinto in solitudine) della CGIL.

lunedì 5 settembre 2011

This one's for you, LSP!






Il percorso che porta alla scoperta della propria vera natura e di conseguenza all'autentica libertà della mente, può condurre in luoghi impensabili e dolorosi. Chi ha accettato per convenienza o debolezza i compromessi che la società impone non lo comprende, giudicando morboso o perverso ciò che è diverso, senza capire che rappresenta il frutto di una ricerca che loro non hanno nemmeno mai avuto il coraggio di cominciare ad intraprendere.

Lee Holloway (Maggie Gyllenhaal) è una giovane donna profondamente infelice, che sin da ragazza ha trovato nella pratica di infliggersi dolore fisico (attraverso tagli, abrasioni,ferite) il rimedio per soffocare il ben più grande dolore di vivere. Uscita da un lungo periodo di degenza in un istituto, trova lavoro come segretaria presso uno studio legale composto da un solo avvocato, l'affascinante ed eccentrico Edward Grey (James Spader).
Tra i due si crea da subito un legame morboso, in una spirale che porta Grey ad assumere la posizione di dominatore assoluto della vita non solo lavorativa della segretaria, e Lee che attraverso questo vincolo di totale sottomissione, paradossalmente si libera dai suoi lacci psicologici, scopre la sessualità, l'indipendenza e l'amore.

Nonostante le apparenze, Secretary è un film sull'amore nella sua forma più pura. E' un patchwork di generi: ha un tema di fondo esistenziale, possiede senza dubbio risvolti drammatici ma anche momenti di irresistibile comicità (cito su tutti la delusione nella risposta negativa di Lee alla classica domanda "ti ho fatto male?" posta dal suo ragazzo sfigato, dopo aver fatto l'amore per la prima volta). Ha chiaramente una forte componente erotica e ribalta in un gioco di specchi la concezione di "normale" (la famiglia di Lee) e "diverso" (il rapporto tra Lee e Mr Grey).

La Gyllenhaal dà una prova di recitazione spettacolare, nei panni della ragazzina complessata proietta, nella camminata, nello sguardo, nella postura, l'impaccio della condizione in cui è intrappolata. Raggiunta la consapevolezza della sua natura invece ammiriamo una donna forte, fiera, che, pur non rispondente ai classici canoni della bellezza, emana un fortissimo sex appeal. James Spader sembra invece essersi specializzato in ruoli che hanno a che fare con il lato più estremo della sessualità, visti i precedenti Sesso, bugie e videotape e Crash . E' forse per questo che l'eccentrico Edward Grey sembra cucito addosso a lui.

Secretary è uno di quei film che si insinua dentro di te e al quale ti ritrovi quasi inconsciamente a pensare durante la giornata attraverso improvvisi flash mentali di un fotogramma, una scena, un gioco di sguardi.
Un film che tocca corde profonde e risveglia sopite inquetudini.

Quarantatrè

Frammenti di pensieri per questo compleanno: la pancia ha raggiunto un'inquietante, benchè non priva di fascino, forma semisferica. Sembra farsi beffe della mia ripresa delle attività di corsa e calcio a cinque. Piccoli lividi stanno formandosi sotto i polpastrelli, le corde della Fender hanno reagito male al mio tentativo di riallacciare un rapporto dopo l'ultimo lungo stop. Guccini è seduto in cucina davanti a me e sta cantando la versione blues di Via Paolo Fabbri 43, giusto perchè sa che adoro il modo che ha di marcare la dizione del numero civico alla fine del ritornello.
Oggi dunque sono quavrantatvrè.

sabato 3 settembre 2011

Album o' the week / Dr Feelgood, Stupidity (1976)



Basterebbe dire che il genere è definito pub rock, e forse in questo caso non serve nemmeno un post di spiegazione. I Dr Feelgood primeggiano da sempre in questa categoria, con il loro marchio di fabbrica di rock-blues veloce e scacciapensieri. Il live Stupidity è il loro disco più noto. Una bicchierata con i loro primi successi e qualche cover esplicativa dell'indirizzo di casa dei nostri (I'm a man, Johnny be goode, Riot in a cell block #9). Trascinante.

venerdì 2 settembre 2011

Nostalgia canaglia




Oh, io ho davvero adorato Raul Malo e i suoi Mavericks. A cavallo dei novanta hanno pubblicato tre fantastici album traboccanti di ogni tipo di influenza di musica popolare che un fanatico di roots possa desiderare. Partiti come country band si sono lasciati contaminare da croonering, tex-mex, musica latino americana,rock and roll,swing, rhythm and blues grazie soprattutto all'incredibile versatilità della voce di Malo, che purtroppo non ha poi avuto la stessa fortuna nella sua carriera solista.

Qualcuno ha pensato bene di "spiegare" le decine di influenze della band compilando un'opportuna lista di brani coverizzati dai Mavericks nel corso della loro carriera. Le tracce, in parte edite nei dischi del gruppo, in parte sparse tra b-sides, colonne sonore e inediti, rappresentano il giusto compendio alle radici dei nostri. Si va dunque da Frank Sinatra (Something stupid; New York New York) ai Creedence (una pirotecnica Willy and the poor boys) allo Springsteen innamorato di All that heaven will allow, ai Lynyrd Skynyrd di Call me the breeze riproposta però alla Louis Prima, a Dylan, ad Hank Williams, Van Morrison,Elvis Presley al tradizionale cubano (patria di origine di Raul) Guantanamera.
Molte tracce sono note ai fans, altre rappresentano invece deliziose sorprese che non fanno altro che enfatizzare la nostalgia per una grande band che non rimpiangeremo mai abbastanza.

mercoledì 31 agosto 2011

Super-Po





Il sequel di Kung Fu Panda entra di merito nel ristretto club di film per i quali il sequel supera in qualità il primo capitolo. In un riuscito mix di azione, emotività, divertimento ed effetti speciali scopriamo le origini del protagonista, perchè si ritrova un oca come padre, assistiamo alla nascita di una nuova, terribile minaccia, conosciamo nuovi alleati per i Cinque Cicloni, restiamo col fiato sospeso per un colpo di scena all'ultimo fotogramma.


Ancora di più si saranno probabilmente divertiti gli spettatori americani, che hanno potuto potuto godere di un esaltante cast di doppiatori: Jack Black, Dustin Hoffman, Gary Oldman, Angelina Jolie, Jackie Chan, Lucy Liù e Jean-Claude Van Damme.


Se aveste problemi ad andare al cinema per vedere un cartone, trovate una scusa per farlo, accompagnate chessò un lontano nipote o il figlio pestifero di un vicino. Ne vale la pena.





martedì 30 agosto 2011

MFT, agosto 2011


ASCOLTI

One Dimensional Man, A better man
Red Hot Chili Peppers, I'm with you
Hank III, Ghost to a ghost
Morbid Angel, Illud divinum insanus
AC/DC, Let there be rock
Beyoncè, 4
Gang, Una volta per sempre
Marshall Tucker Band, Searching for a raimbow
Tedeschi Trucks Band, Revelator

VISIONI

I Soprano, quarta stagione
Weeds, prima stagione



lunedì 29 agosto 2011

Two hearts



Capovilla ha due cuori. In principio (1997) a battere fu quello dei One Dimensional Man. Critica e pubblico tra le più attenti alle novità indie italiane drizzarono le antenne.Poi improvvisamente il progetto si arenò (2004) e a battere forte fu il secondo cuore, quello del side-project Teatro Degli Orrori (2007), che fece registrare un'impennata di stima tra media e fan, al punto che tutti si convinsero che la nuova creatura avesse ucciso la prima. Ma dopo due eccezionali album del TDO, inaspettatamente, l'Uomo Ad Una Dimensione torna a vivere.


Pierpaolo Capovilla è un altro che non ama stare fermo ed essere prevedibile. Dopo tutti gli onori e gli scappellamenti ricevuti per A sangue freddo, invece di dare un seguito a quell'opera, resuscita la sua prima band. Qualche scoria del Teatro comunque resta, se è vero che la doppietta iniziale di A better man ricorda nella dinamica l'ultimo lavoro dei TDO: la titletrack è infatti un pezzo notturno, rarefatto, nel quale PP canta "doppiato" da una voce femminile che dona ulteriore suggestione al brano, tessuto sopra un testo davvero bello e suggestivo che consente a Fly, la seconda traccia, di godere di maggiore enfasi e fragore di quello che già avrebbe per struttura. Un pò come succedeva ne A sangue freddo con Io ti aspetto e Due.


Ecco, saranno anche più adulti, ma non rinunciano al frastuono, i ODM. Lo dimostra il post-punk di pezzi come A measure of my breath o This crazy, ne dà sfoggio il quasi industrial di This angry beast o il rumorismo acustico alla Tom Waits per Face on a breast. Ever sad è invece una sorta di seconda parte/versione con liriche alternative della traccia di apertura che dà il titolo all'album.
Qua e la si colgono riferimenti anche Bowie, a Lou Reed, forse persino ai NIN. E' un attimo però, perchè proseguendo con l'ascolto, le proprie convinzioni vacillano a fronte del mood complessivo del lavoro, che pure alla lunga ha qualche calo, ma che comunque possiede una sua personalità.



Viene il mal di testa a cercare di capire quale sia il progetto parallelo e quale il principale tra le due realtà anime di Capovilla. C'è da sperare che le dichiarazioni che il singer ha fatto alla stampa in merito ad un presunto cattivo stato di salute del Teatro degli Orrori siano dettate unicamente alla promozione del nuovo One Dimensional Man, perchè mi sembra che comunque band come i TDO in Italia non ce ne siano molte. Detto questo, A better man è comunque un disco che merita attenzione, gonfio di urgenza comunicativa, carico di tensione, oscurità, ossessioni, elettricità. Un lavoro molto poco italiano. Ed è un complimento eh.



sabato 27 agosto 2011

Album o' the week / The very best of Hall and Oates (2001)





Hall and Oates sono gli artisti ideali da raccolta di successi. La loro formula musicale, originata da soul e rhythm and blues e in seguito approdata al pop fino a sfiorare l'AOR, si fa sempre ascoltare piacevolmente, attraverso lunghe sfilate di singoli di successo.


Sono certo che i più giovani conosceranno quasi tutte le canzoni che compongono la raccolta (I can't go for that, Private eyes, Maneater, Adult education, Out of touch) senza magari sapere che ad interpretarle ci fosse questo versatile duo.


Non erano al centro dei miei gusti musicali, ma hanno attraversato con discrezione i miei ottanta.




P.S. Impredibile è invece il loro Live at Apollo. Ma questa è un'altra storia.

venerdì 26 agosto 2011

Back in black

Di norma, al cospetto di certa gente, la cosa migliore da fare è ignorarla per non concedergli nemmeno quel poco di visibilità che deriva da una chiaccherata con gli amici o da un post in rete. Il problema è che le cronache delle gesta di questi qui sembra ti perseguitino.
"Questi qui" sono il partito nazionalista del popolo italiano, il più recente tentativo di far rinascere il partito fascista in barba alla costituzione e alla legge 645/52 (legge Scelba). Tentativo, badate bene, favorito dal clima generale del paese e dai numerosi atti preparatori, alla luce del sole o a fari spenti, orientati ad abolire le norme di cui sopra (ci sono siti, gruppi su facebook, colpi di mano in parlamento: l'ultimo in ordine di tempo è del senatore De Eccher, ad aprile) e magari la festività della Liberazione.

Ma dicevo della volontà di ignorarli. Uno ci prova, eh. Ci prova davvero. Poi però compra il giornale e legge che a settembre questi qui vogliono fare una marcia su Genova con le camicie nere, apre le edizioni on line dei quotidiani e scopre che insultano e minacciano di morte un giornalista di Repubblica, ascolta il loro portavoce (alla trasmissione di radio24 La Zanzara) annunciare la candidatura alle elezioni con tanto di programma elettorale (perseguire gli omosessuali, "allontanare coattivamente" fuori dal territorio nazionale e confiscare i beni a tutti i "non italiani") e affermare che il partito è nato su diretta richiesta di Berlusconi (probabilmente una baggianata che però non è stata nè ripresa nè smentita da nessuno).

Capite bene che diventa impossibile non porsi delle domande (ma, esattamente, quand'è che interverranno magistratura e forze dell'ordine?) e, pur riconoscendo la demenzialità della cosa, scacciare uno strisciante senso di inquietudine...

giovedì 25 agosto 2011

Catalogami questo! / 17



Il power pop è un sottogenere del pop rock, che si caratterizza per l'utilizzo di melodie semplici ed essenziali ispirate ai gruppi anni '60, combinate con riff di chitarra abbastanza potenti e da una struttura ritmica tipiche dell'hard rock. Gli assoli di chitarra non sono molto comuni e le modalità delle canzoni tendono ad essere minime.

Il power pop è il punto di incontro tra l'hard rock dei the Who e le melodie dei Beatles e Beach Boys, spesso con l'introduzioni di chitarre squillanti tipiche dei the Byrds. Il termine power pop venne utilizzato per la prima volta nel 1967 da Pete Townshend, chitarrista dei The Who, per definire la musica del proprio gruppo, che è spesso citato come un predecessore del genere insieme ad altri gruppi come The Beatles, The Byrds, The Beach Boys, The Hollies, The Zombies o The Easybeats.

Benché diverse band dei primi anni settanta - tra cui the Raspberries, Big Star, e Badfinger - avessero stabilito il sound tipico del power pop, il genere non si affermò definitivamente fino ai tardi anni del decennio. Gran parte di questi gruppi presero ispirazione dai the Raspberries (che furono l'unico gruppo power-pop della loro epoca a pubblicare delle hit), o basarono le proprie sonorità direttamente sui vecchi gruppi della corrente
British Invasion. Ciò che accomunava tutte queste band era la loro ammirazione per i classici singoli pop da tre minuti. Le band power-pop iniziarono ad emergere in contemporanea con il periodo di esplosione del punk rock (seconda metà dei settanta), così vennero notati assieme ai gruppi new wave grazie ai loro brani brevi e orecchiabili che trovarono affinità con il successivo post-punk. Oltre alle band precedentemente citate, i Cheap Trick, the Knack, the Romantics, e Dwight Twilley ottennero il maggior successo con delle hit, ma the Shoes, the Records, the Nerves, e 20/20, assieme a molti altri, divennero tra i favoriti tra gli appassionati.


wikipedia

mercoledì 24 agosto 2011

Genitori imperfetti





Non so ancora se sono riuscito a trasmettere a Stefano il mio amore per la musica e il tifo per la mia stessa quadra di calcio (sempre in maniera non invasiva, per interagire nuovamente con questo opportuno post di Filo) ma la passione per il cinema invece a quanto pare ha già attecchito (forse perchè più immediata e meno impegnativa). Per cui adesso, ogni volta che gli capita di vedere dei trailer che gli interessano, il tormentone (di rimando alla spiegazione della nostra negazione più frequente) è: "papà, possiamo vederlo? E' adatto a me?".



Dopo più di un no alle proposte che mi ha rivolto Stefano, non senza perplessità, ho finito per capitolare in un boccheggiante e ozioso pomeriggio agostiano, in merito alla visione di Tekken, coproduzione Cina/Giappone/USA, che porta sul big screen il celebre picchiaduro per Playstation della Namco (al quale Stefano ha giocato qualche volta da un cugino).


Alla fine abbiamo assistito alla proiezione in una sala letteralmente deserta, togliendoci lo sfizio di commentare le scene a voce alta, come se fossimo sul divano di casa.


Il film da un punto di vista artistico è ovviamente del tutto trascurabile, anche se va apprezzato lo sforzo di costruire un minimo di storia dietro ad un "soggetto" per piattaforma di videogame la cui trama prevede esclusivamente botte da orbi. Se vi interessa saperlo la risposta al tormentone di cui in premessa è probabilmente che il film non è adatto ad un bambino di sette anni, ma, rispetto alle mie preoccupazioni, poteva andare peggio.




P.S. Il titolo del post coglie due riferimenti. Il primo è relativo alla mia decisione di far vedere Tekken a Stefano, nonostante sia chiaramente diseducativo in rapporto all'età. Il secondo è insito nella storia del film, che parla di lotte sanguinarie tra tre generazioni di padri e figli...

martedì 23 agosto 2011

Of goats and men





Conoscete no, quella sensazione che si prova guardando un film che ha delle potenzialità ma le sciupa, rimanendo troppo in bilico tra diversi canoni senza riuscire a sceglierne uno? Dovendo sintetizzare è un pò questa l'impressione che ho avvertito dopo la visione de L'uomo che fissa le capre. Cast da botti di fine anno (George Clooney, Ewan McGregor, Jeff Bridges, Kevin Spacey) ma direzione un pò troppo ondivaga, tra la denuncia del business degli appalti alle ditte USA in Iraq, la critica antimilitarista, l'ironia sui reparti segreti dello U.S. Army, l'ambientalismo, le torture nelle prigioni americane su suolo nemico, il tono tra la commedia e il dramma.




Detto questo il film vive comunque di momenti godibili, penso ai duetti surreali tra McGregor e Clooney sulle strade di sabbia dell'Iraq (soprattutto per merito di George, che invece Ewan gira un pò al minimo) e all'addestramento in flashack dei corpi speciali "Jedi".


Sembra un film dei Coen e invece non lo è (il regista è Grant Heslov, in pratica esordiente). Sarà questo ad aver dato luogo ad un'opera interessante ma incompiuta? Non lo so. Di buono c'è che quando Clooney si scusa con il civile iracheno per il trattamento a suon di pallottole che gli hanno risevato esercito e mercenari USA, dichiarando che non tutti gli americani sono così, viene da abbracciarlo forte.

lunedì 22 agosto 2011

Best thing





Nell'anno di grazia 2011 mi mancava il disco nu soul che mi distogliesse dai miei ascolti canonici e mi conquistasse con dolcezza e grinta. Quanto mai opportuno dunque è arrivato "4", l'ultima release di Beyoncè, di cui peraltro non sono mai stato particolare fan (puntualizzo per i maschietti che stanno scuotendo la testa: intendo dal punto di vista artistico), anche perchè di norma bazzico poco il genere e mi ci vuole una sberla ben piazzata per prestargli la dovuta attenzione. L'anno scorso a tirarmela forte sulla faccia è stato The fame monster di Lady GaGa (nel quale guarda un pò era presente Beyoncè per il noto featuring su Telephone), quest'anno è proprio "4" a candidarsi prepotentemente quale guastatore nella mia top ten di fine anno da dinosauro.



L'album sarà anche iper levigato, sarà stato curato nei minimi dettagli dai produttori più cool del momento, l'avranno pure cucito adosso alla star come una seconda pelle, ma diamine che classe! Una voce straordinaria che ti solleva da terra già sulle note di 1+1, il lento che inaugura l'album. I battiti aumentano leggeremente per la successiva I care, che ha un fascino retrò per i suoi coretti alla Supremes, ma sempre dalle parti della ballata siamo. Il primo singolo del disco è Best thing i never had, che pur avendo sonorità tutto sommato sentite già decine volte in questo ambito, non riesce proprio a lasciare indifferenti. I featuring di Kayne West e Andre 3000 degli Outkast fanno una trasfusione di hip hop a Party, la traccia numero cinque, ma lasciano pressochè invariariati il numero di battute che è fin qui impostato su ritmi da candele, essenze profumate e lenzuola di seta. Il disco è infatti tarato su un sound lento/midtempo, che se non fosse banale definirei sexy, sinuoso, languido.


Proseguendo nell'ascolto, Start over e Love on top sono altre concrete dimostrazioni di forza della Knowles che sale e scende le scale musicali senza sforzo apparente, manco avesse le ali. Countdown riesce ad evocare il fascino del doo-wop coniugandolo con il ragamuffin e l'hip hop. Più incasinato a dirsi che (evidentemente, visto che funziona) a farsi. Il pezzo più movimentato, quello da "everibbodi on the dance floor now!" arriva in chiusura di tracklist ed è anche il nuovo singolo, Run the world (Girls).


Che dire? La prima sensazione forte è che "4" non sia costruito per sfornare singoli su singoli che spaccano le charts, ma che abbia una sua precisa forza nella coesione dei brani. La seconda impressione nitida è che Beyoncè abbia raccolto il guanto di sfida delle varie competitors spuntate come funghi negli ultimi anni rilanciandolo là, dove solo chi ha talento osa avventurarsi. La terza elacubrazione è che per "4" si possa finalmente usare la definizione musica soul senza che i grandi del passato di rivoltino nella tomba, diano di vomito nei rehab o gli vada di traverso il goccetto della sera, ovunque essi siano.

venerdì 19 agosto 2011

Album o' the week / Marshall Tucker Band, Searching for a raimbow (1975)



La conoscevo solo di nome, la Marshall Tucker Band. Grave lacuna la mia. Il combo è inserito nel genere southern rock, però in Searching for a raimbow l'apertura di Fire on the mountain è country (con un inconsueto break di flauto) così come la title track che paga qualcosa agli Eagles di Peaceful easy feeling. Walkin' and talkin' ha un tiro swing alla New Orleans anni trenta. Quello che si avvicina di più al southern è il rock-blues di Virginia, ma la successiva Bob away my blies spiazza di nuovo l'ascoltatore, visto si tratta di un pezzo che non sfigurerebbe sull'album Strangers in the night di Sinatra. Un intro di sax in modalità Dexter Gordon apre invece Bound and determined e siamo dalle parti del soul anni cinquanta.

Searching for a raimbow è in definitiva un mosaico imprevedibile, un intreccio di stili ed influenze pazzesco, un disco fantastico.

mercoledì 17 agosto 2011

A Cornaredo la lotta continua





Persino ad uno negato per l'orientamento stradale come il sottoscritto, dopo quaranta chilometri percorsi senza vedere la meta e a fronte di una distanza prevista da google maps di sedici, sovviene il dubbio di aver sbagliato rotta. Ma è proprio quando la voglia di telefonare e coprire di insulti il collega che ti ha spiegato con sicumera che Cornaredo è sulla Milano-Meda si fa pressante, quando sei senza navigatore e non hai carte stradali, alle 21 passate, con la fame che morde lo stomaco, quando tutto ti indurrebbe a mollare il colpo e tornare a casa, quando insomma il gioco si fa duro, ecco, è proprio lì che viene fuori il combattente che non t'aspetti, l'intuizione risolutrice che alfin ti conduce all'area dei Comunisti in Festa a Cornaredo dove suoneranno i Gang.

Mollo l'auto parcheggiandola in piena modalità festival dell'Unità (non so perchè ma è l'unico contesto nel quale puoi lasciarla anche davanti casa del comandante dei vigili e passarla liscia) e dopo un rapido sopralluogo del posto, constatato che la zona concerti è ancora avvolta nel buio, tento la carta panino + birra, mi metto quindi pazientemente in coda,pago la mia consumazione ma alla fine desisto perchè 1) sono quasi le 22, ho il numero novanta e rotti e stanno servendo tipo il cinquantatre 2) ci sono solo due piastre che lavorano al ritmo di un panino ogni cinque minuti 3) le condizioni igieniche lì dentro ti fanno preferire di essere in una cucina da campo a Calcutta 4) i suddetti panini hanno un aspetto raccapricciante.
La birra cruda (prodotta in un'azienda locale) è invece è molto buona. Con la pancia che brontola e la bottiglia in mano mi appropinquo dunque allo spazio concerti giusto nel mentre partono le note inconfondibili di Socialdemocrazia.






Rieccomi dunque al cospetto dei Gang, un paio di anni dopo l'ultima volta e a ruota di un nuovo disco, che, nonostante non contenga materiale inedito, ho trovato comunque ispirato e opportuno. La band attacca La corte dei miracoli ed è sempre un bel sentire, con in canna il colpo del sing-along finale sui versi che il vento tristo/se la porti viaaaa.






Con i pezzi classici del repertorio cominciano anche le interazioni di Marino, che da comunicatore nato qual'è, non perde occasione di rivolgersi al pubblico. E' questo, nonostante i temi che si ripetono e i toni a volte un pò da sermone (laico, per carità), lo spettacolo nello spettacolo in un concerto dei Gang. Severini senior che parla a manetta, si appassiona, che cerca una scintilla negli occhi dei presenti, che sa di predicare ai convertiti e per questo non lesina le provocazioni. Una celebrazione delle canzoni della resistenza introduce La pianura dei sette fratelli (una canzone che dovrebbe essere patrimonio nazionale) e una favola (così la definisce lui) dei tempi lontani nei quali esisteva una classe operaia rispetto a quelli moderni nei quali c'è solo l'operaio, presta il fianco all'interpretazione di Sesto San Giovanni.






Resta un pò a bocca asciutta chi, come me, sperava di sentire qualche pezzo in più dall'ultimo album La rossa primavera, gli unici brani proposti sono Su in collina e Fischia il vento, non contando Dante Di Nanni che è nelle setilist della band da tempo immemore. Anche questo è il bello dei Gang, se ne fottono di promuovere i loro dischi appena usciti. Prendere o lasciare.Noi ovviamente prendiamo, perchè l'incanto di Bandito senza tempo, che non perde una briciola del suo fascino nemmeno dopo centinaia di ascolti o la suggestione di Prima della guerra o ancora la delicata potenza di Giorni, puntualmente ci disarmano. Lo show si chiude con la macchina Gang a tavoletta, Kowalski, Il bandito Trovarelli e Comandante viaggiano veloci, i bis con I fought the law dei Clash e La lotta continua, cantata a pieni polmoni dal pubblico che nel frattempo ha affollato l'area intorno al palco, infiammano gli spiriti, speriamo un pò tutti che la fiamma continui a bruciare per un pò.






Non si risparmia e non tradisce le attese la Severini's band, grazie ad una passione che, nonostante tutto, appare immutata nel tempo. Un pò di malinconia mi prende semmai per i contesti nei quali si esibisce. I Gang non sono, a mio avviso, un gruppo che vive solo grazie ad una appartenenza politica, ad un apparentamento di partito. Per altri basta mettere su una base ska o irish e sparare qualche slogan per avere visibilità assicurata e immancabile presenza al concertone del primo maggio. La componente idealista dei Gang è senza dubbio il cemento della loro casa ma loro, a differenza di altri, hanno hanno un patrimonio di dischi e canzoni di valore, con pochi pari in Italia. E loro, a differenza degli altri la propria diversità l'hanno davvero pagata, con l'ostracismo dell'establishment tutto, major e media in testa (dopo il concertone del primo maggio del 1991 nel quale in diretta nazionale invitarono allo sciopero generale contro il governo Craxi, furono banditi dalla RAI) che evidentemente non gradiscono, a prescindere dal colore politico, l'ostinata indipendenza. Non si merita, una band così, ubriachi molesti che da sotto il palco gli chiedono di suonare Albachiara, storditi che salgono sul palco a ballare, debosciati che gli versano il vino sui fili degli ampli provocando inevitabili black-out.






E' per il rispetto che si meritano che esprimo questi pensieri, non certo per una presunta seriosità dei loro act, visto che in realtà le loro esibizioni sono delle vere e proprie feste collettive, nelle quali i fans che arrivano da più lontano sono spesso invitati dividere palco e microfono (a Cornaredo è successo su Sesto San Giovanni e Comandante) e ai quali Marino si concede puntualmente per una chiaccherata a fine concerto.






Per quanto concerne l'aspetto discografico, anche a causa del durissimo scontro con la WEA a seguito della pubblicazione di Controverso (a seguito del quale alla band sono state chiuse le porta dell'industria discografica nazionale con una dinamica che è difficile non definire mafiosa), è dal 2000 che i Gang non pubblicano un disco di inediti. Possibile che un artista (anche della comunicazione) come Marino abbia finito le parole?

P.S. le foto del concerto non sono granchè, ma con il telefonino di meglio non mi riesce

sabato 13 agosto 2011

Album o' the week / Grown ups, OST (2010)





Il film (in italiano Un weekend da bamboccioni) è chiaramente prescindibile, trattandosi della solita deriva pecoreccia da Il grande freddo con la variante figli a seguito, ma la colonna sonora è costituita da cafonissimo AOR che, come costume del genere, spazia dal pop-rock, al light-prog, all'hard-rock. Interpreti di prima fascia come Journey, Reo Speedwagon, Cheap Trick, Triumph, Aerosmith, Fleetwood Mac; ma anche di seconda o terza come J. Geils Band, Eddie Money, Bad Company, Bob Welch. Per nostalgici.

venerdì 12 agosto 2011

Catalogami questo! / 16



Il noise rock è un'attitudine stilistica musicale caratterizzata da una sostanziale disintegrazione del suono armonico.Se esso ha rappresentato nei primi anni della sua comparsa più un genere popolare a sé stante, caratterizzato dal massiccio uso di dissonanze e di atonalità che risultano in un gettito sonoro profondamente aggressivo, col tempo (attraverso gli anni novanta e l'improvvisa ribalta di gruppi musicali underground) si è evoluto in un'attitudine più estesa, diventando quasi una cifra trasversale di diversi generi musicali: un attributo stilistico utilizzabile con gradazioni e radicalità differenti, adottato anche in revisione critica di fenomeni musicali più datati. Pertanto, sia come "noise" che come "rumorismo", l'oggetto attraversa una moltitudine di generi musicali, dal jazz all'ambient, alla musica elettronica.







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