giovedì 23 aprile 2020

The dirt (2019)

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Da fan della prima ora di questo "mucchio di pagliacci" (traduzione approssimativa del monicker Motley Crue), e avendo già letto l'autobiografia collettiva all'origine della trasposizione, non nascondo avessi una certa curiosità di vedere come le vicende dei quattro Crue potessero essere tradotte in linguaggio cinematografico. 
Il progetto del film su The Dirt, dato il successo dell'autobiografia, dopo aver girato per anni di scrivania in scrivania delle diverse major cinematografiche, ha trovato la sua realizzazione grazie a Netflix, che ne ha prodotto la trasposizione.
L'apprezzamento del film da parte degli utenti della piattaforma di streaming è stato tale da "convincere" Vince, Nikki, Mick e Tommy, che da tempo si detestano cordialmente, a strappare il contratto stipulato solo qualche anno fa, dove si impegnavano solennemente a chiudere per sempre la carriera del gruppo, e tornare per un mega tour estivo (coronavirus permettendo) negli stadi americani in compagnia di Def Leppard, Poison e Joan Jett.

Ma torniamo a bomba. Com'è il film? Beh, si parte bene, con le adrenaliniche ed irriverentissime sequenze iniziali (pronti via un torrenziale squirting, in questo caso indotto da Tommy Lee) sottolineate dall'ottima Red hot, e una prima parte che, alternando un montaggio veloce a fermi immagine, vuole dare, riuscendoci, la percezione della folle velocità alla quale girava, nei primi anni, l'universo Motley Crue.
Tuttavia il film, nel proseguo della narrazione, perde la sua "sporcizia" non riuscendo più a distaccarsi dal canonico racconto "a fasi" di quasi tutti i biopic musicali, oltre ad far prevalere, anche oltre il consentito, la realtà romanzata rispetto ai fatti accaduti, con un finale da overdose, ma di melassa.
La seconda parte della carriera della band (post 1989, anno della pubblicazione di Dr Feelgood) è stata davvero edulcorata in maniera insopportabile (almeno per chi un pò la conosce), oltre ad essere completamente tagliata di una dozzina di anni di storia (1995/2007 , periodo in cui sono usciti due album con formazioni a...geometria variabile).
Si vuole inoltre far credere che la riappacificazione (che ha portato nel 2008 alla pubblicazione dell'ottimo album Saints of Los Angeles)  sia avvenuta  grazie ad un banale colloquio chiarificatore tra amici al bar, molto alla "volemose bene", quando invece, per ammissione degli stessi protagonisti, la riunione si fece, ma si trattò di un incontro complesso, litigioso e affollato dai rispettivi legali.

Nessuna annotazione particolare sulla prova dei quattro attori che hanno impersonato i Crue. Fa sempre un certo effetto vedere il sadico aguzzino "Ramsey Bolton" (l'attore Iwan Rheon) in un ruolo diverso da quello che l'ha consacrato ne Il trono di spade, nello specifico nei malaticci panni di Mick Mars, tuttavia ci si fa l'occhio (oddio, quei parrucconi sono davvero inguardabili). Tra l'altro, scorrendo la pagina wikipedia dell'attore si scopre che il buon "Ramsey" nel 2015 ha anche inciso un disco (non di genere glam metal, ma folk).
Per quanto riguarda il resto della ciurma l'altro viso noto è quello del rapper/attore Machine Gun Kelly nelle ciondolanti vesti di Tommy Lee, mentre non mi fanno suonare nessuna campana Douglas Booth (Nikki Sixx) e Daniel Webber (Vince Neil).

In conclusione, dovessi esprimere un giudizio andrei dall'8 della prima parte al 5 della seconda. Ne uscirebbe pertanto un decoroso 6,5, che a mio avviso bene esprime il valore del film.

lunedì 20 aprile 2020

James Taylor, American standard

American Standard: James Taylor, James Taylor: Amazon.it: Musica

Nonostante la mia  fascinazione per la musica del passato, James Taylor non è mai stato la mia tazza di tè. C'è da dire che il settantaduenne cantautore americano (di Boston), a dispetto dell'enorme notorietà e del successo commerciale (si stima che i suoi dischi abbiano venduto cento milioni di copie), non sia in generale artista molto citato o dichiarato come fonte d'ispirazione, dai tanti nu folkers in giro, forse perchè giudicato poco cool (vuoi mettere, ad esempio, col "maledetto" Nick Drake?), troppo agè o mainstream, vallo a capire.

Ad ogni modo, dopo il ritorno ad un lavoro di inediti del 2015 (mancava dal 2002), molto ben accolto da critica e pubblico, Taylor torna rinvigorito con un disco di cover, American Standard, appunto. A differenza degli altri suoi lavori di questo tipo (Covers, del 2008 e l'EP Other covers, del 2009) l'operazione, come suggerisce il titolo,  abbraccia quell'immenso bacino di musica americana che va dallo swing, al jazz, al dixieland al musical, ricordando in questa filosofia, l'analoga operazione compiuta da Bob Dylan per i suoi ultimi tre lavori (Shadows in the night; Fallen angels; Triplicate).
Il tutto con il suo inconfondibile stile, che emerge nitido "nonostante" il frequente accompagnamento di una band al completo.
Si va da pezzi notissimi, come My blue heaven o Moon River, posti in apertura, Pennies from heaven, Ol'man river, a brani meno conosciuti, ma pieni di swing, come Sit down, you rockin' the boat (dal musical Bulli e pupe), o composizioni che rilanciano il noto impegno sociale del democratico James (You've got to be carefully taught).

Il risultato finale, nel farci riscoprire classici magari non così conosciuti dalle nostre parti, affascina e cattura, per colpa di quel dolceamaro effetto nostalgia di cui il buon James è uno dei più titolati cantori.

giovedì 16 aprile 2020

Gli uomini d'oro (2019)

Gli uomini d'oro - Film (2019) - MYmovies.it

Mi ero ripromesso di celebrare i progetti italiani che in qualche modo tentassero di uscire dai soliti soggetti nei quali la nostra industria cinematografica è precipitata da anni, e lo faccio volentieri con questo Gli uomini d'oro.
Il film di Vincenzo Alfieri (regia, co-sceneggiatura, co-soggetto), liberamente ispirato ad una vicenda realmente accaduta (un furto avvenuto a Torino nell'estate del 1996), ci racconta la storia di due uomini, portavalori delle poste, e dei loro complici, diversissimi tra loro, che per necessità assortite decidono, in maniera astuta e non violenta, di sottrarre tutto il denaro contenuto nel furgone blindato che quotidianamente guidano.

Alfieri mette in scena il film dedicando ai tre protagonisti principali (Morelli, De Luigi, Leo) un capitolo ciascuno ( "Il playboy";"Il cacciatore";"Il lupo") disallineati su tre linee temporali che alla fine si intrecciano, alla Tarantino, per intenderci (e ancora prima alla Rapina a mano armata di Kubrick). Scelta che a mio avviso fa fare uno scatto in avanti alla pellicola, dandogli spessore internazionale e personalità. Molto buono a mio avviso anche lo spunto che origina ognuna delle singole storie, cioè il terrificante (per i tifosi granata) cinque a zero che la Juventus di Vialli e Ravanelli inflisse al Torino nel dicembre del 1995. Il tema degli sfottò tra i tifosi delle due squadre, anche sfociando nei più ignobili cori, resterà sottotraccia per tutto il film, deflagrando nel finale.
Dal punto di vista attoriale non c'è partita. Fabio De Luigi fornisce un interpretazione "all'americana" di un personaggio schivo, frustrato e deluso dalla vita, che controlla a fatica la sua enorme rabbia repressa. Un interpretazione lontana dai canoni classici dell'attore comico, che potrebbe aprire una seconda fase della sua carriera, o almeno, concedergli maggiori possibilità di alternare i suoi canoni (un pò come successe con Abatantuono).

Quello che invece non funziona, a mio avviso, è parte del finale - spoilero - , cioè l'assolutamente inverosimile ritrovamento dei soldi (la prima cosa che la polizia mette a soqquadro in questi casa è l'abitazione) e poi il personaggio dello strozzino interpretato da Gian Marco Tognazzi, troppo abbozzato e caricaturale, con un epilogo che boh, sembra messo lì tanto per tirare le somme.

Il mio personale giudizio finale è comunque positivo, alimentato anche dalla sensazione che il film possa cresce con più visioni.

lunedì 13 aprile 2020

Fulci, Tropical sun (2019)

Fulci - Tropical Sun (2019, CD) | Discogs

E' impossibile, almeno per me, non amare una band che trae il proprio monicker dal nome del mitologico regista romano Lucio Fulci. 
Amarla a prescindere, mi spingo a dire, dal genere musicale proposto. 
Se poi il genere è dell'ottimo e professionale death-metal di scuola americana, la cosa mi viene ancora più facile.
Dopo l'esordio di Opening the hell gates (ne ho scritto qui), ispirato dal film del Maestro Paura nella città dei morti viventi, i casertani Fulci "si occupano" del capolavoro horror del Lucione, quello Zombie 2 vero e proprio cult del genere per una moltitudine di appassionati.
Se da un lato assistiamo ad una conferma, quella della proposta di un death di matrice slam e passaggi doom (come nella reinterpetazione dello strumentale March of the living dead, originariamente composta da Fabio Frizzi per il film), dall'altra non si può che evidenziare i passi in avanti che la band ha fatto in merito a pulizia del suono, produzione e tiro.
Più ancora che nel debutto emergono efficacemente gli inserti (in lingua inglese) della pellicola tributata dal disco, con un intreccio musica-dialoghi che, in una marea di proposte death, rende riconoscibilissimo il marchio dei nostri.

Divertimento assicurato per metallari horror-cinefili, che, come sappiamo, sono davvero tanti.

giovedì 9 aprile 2020

Noi e lo stramaledetto coronavirus

Questa è la quarta settimana di fila che sto a casa (in cassa integrazione dalla mia azienda e in smart working per il sindacato). Prima di questo periodo ho avuto la fortuna di lavorare ininterrottamente per trentadue anni. Ci riflettevo oggi. 
Cioè su come sia dalle vacanze estive della quarta superiore (visto che nell'estate della quinta già lavoravo), a.d. 1987, che non mi fosse capitato di restare tra quattro mura domestiche per un periodo così lungo (che peraltro è verosimile possa proseguire).
E' una sensazione inedita e straniante.
Una delle tante.
Basti pensare a tutte le limitazioni a cui siamo obbligati per la salute nostra e della collettività.
Se solo un paio di mesi fa, a contagio cinese già noto, ci avessero prospettato la condizione in cui oggi ci troviamo, ci saremmo fatti una risata.
E' inquietante il video del 2015  in cui Bill Gates individuava non nelle guerre nucleari, ma nelle pandemie la vera minaccia per l'umanità negli anni a venire, giustificando la propria previsione con gli investimenti pressochè nulli che i Governi avevano stanziato per prevenire questo tipo di eventi rispetto a quelli per gli armamenti.

Non mi sono mai schierato per nessuno dei due partiti che per un pò si sono confrontati sul tema Coronavirus, registro che c'è stato un periodo in cui gli stessi virologi si spaccavano su come il Covid fosse un'influenza un pò più tenace e, al contrario, l'apocalisse.
Ricordo bene ancora oggi quando, il conduttore di una delle più seguite trasmissioni radiofoniche italiane, presente sul palinsesto della radio di Confindustria, si scagliasse ferocemente (come sua abitudine) contro il governo che, nella prima fase, aveva prodotto minime restrizioni alle attività commerciali, tacciandolo, chissà se per spirito di squadra o verve polemica, di aver causato inestimabili danni all'economia per un nonnulla. Ecco, era da tempo che quella trasmissione non mi divertiva più, ma da allora ho smesso definitivamente di seguirla. 
E ricordo come la Lega Calcio, nel pieno dell'incertezza sulla salute pubblica, non avesse trovato di meglio che proporre di disputare un'importante partita di calcio totalmente aperta al pubblico, solo spostandola di lunedì, invece che la domenica.
La partita era Juventus - Inter e se non si è disputata è stato solo per il fermo rifiuto della Società di Milano. Non lo dico da tifoso, mi limito a fotografare un dato di fatto. Quando si è disputata, a porte chiuse, la Juve ha vinto meritatamente (e più d'un giocatore delle due squadre è stato contagiato).

La verità è che nessuno ha mai dovuto fronteggiare un nemico di questa natura, non esiste un manuale a cui affidarsi che ci dica cosa fare a garanzia di pieno successo. Non ancora almeno. E quando l'esibizionismo di taluni scienziati e il cinismo politico si mettono di mezzo, tutto diventa ancora più complicato.
Ci vorrà del tempo per capire se, come e dove abbiamo sbagliato, ma, permettetemi, molto sommessamente di affermare come, stavolta, mi sembra che l'Italia abbia agito meno peggio degli altri stati europei (Inghilterra, Germania) o mondiali (USA) che hanno l'ulteriore aggravante di aver continuato a sottovalutare il contagio anche quando esso si era chiaramente irradiato fuori dalla Cina e stava flagellando il nostro Paese.
Insomma, per una volta non sono i nostri governanti ad aver banalmente parlato di "immunità di gregge" (Boris Johnson, in questi giorni colpito in forma grave dal virus) o di come come il COVID sia stato "praticamente sconfitto" (Trump,a febbraio).
Ho l'impressione che ci sia stata una prima fase (keep calm) nella quale il nostro governo ed enti locali volessero allertare la popolazione senza seminare il panico (da qui l'orribile #milanononsiferma che Sala vorrebbe poter cancellare dalla memoria collettiva) seguita da uno step successivo (ok, panico) nel quale si è presa coscienza dei rischi e si sono attuate, decreto dopo decreto, le norme necessarie (e, speriamo, efficaci).

Ma come al solito ho iniziato parlando della mia situazione per poi divagare. Torniamo a bomba. Con il post del 14 marzo mi lamentavo della nuova condizione di clausura imposta. In realtà, settimana dopo settimana, per quanto le difficoltà ci siano (non abito in un castello e a volte trovare una stanza tranquilla per lavorare è un'impresa) rischio di abituarmi a questa nuova modalità lavorativa. Intendiamoci, continuo a preferire l'ufficio, ma tutto sommato, chi mi conosce lo sa, io sono tipo piuttosto pantofolaio, e quindi stare in casa non è che mi sconvolga la vita. 

E poi, diciamoci la verità, che salvata ci ha dato 'sto virus, rispetto alle terrificanti, temutissime e fantozziane proposte di "gite fuori porta" per Pasquetta?

Siamo gli unici in strada", rider a Milano prendono possesso della ...

lunedì 6 aprile 2020

Albert Cummings, Believe

Believe: Cummings Albert: Amazon.it: Musica

Ogni tanto mi prende la voglia di blues. Non sempre in quelle occasioni trovo musica inedita che mi soddisfi e mi tocca ripiegare sui classici. Stavolta invece a grattarmi con immensa soddisfazione il prurito ci ha pensato Albert Cummings con la sua nuova release, Believe.
Cummings (classe 1968) ha una produzione discografica non vastissima (sette titoli in studio in vent'anni), ma suona la "musica del diavolo" da sempre e ha messo il suo talento al servizio di alcuni tra i migliori bluesman americani (B.B. King; Johnny Winter; Buddy Guy) sviluppando, col tempo, un tocco magari non personalissimo, ma davvero inconfondibile.

Believe consta di undici pezzi, suddivisi in maniera sostanzialmente equa tra cover (cinque) e inediti (sei). L'opener è un classicone, quella Hold on scritta Isaac Hayes e portata al successo da Sam & Dave. Un pezzo trascinante ed irresistibile che ci proietta immediatamente nel mood dell'album: un impasto di soul e blues che, personalmente, mi riporta con la memoria ai primi lavori di Robert Cray (peraltro anche lui fresco di nuova relase).
Rimanendo in ambito cover, non manca la celebrazione di Willie Dixon, tributato con ben due pezzi, l'epocale Little red rooster, con quel pattern capace di spostare le montagne, e My babe. Ci sono poi una Crazy love molto buona, ma che non può rivaleggiare con l'originale di Van Morrison, per il semplice fatto che nessuna cover può farlo, e infine Me and my guitar, nota per la versione di Freddie King.
La coerenza del disco è dimostrata dalla perfetta continuità tra cover e composizioni inedite (tutte firmate da Cummings), che permettono di passare agevolmente da una rodata Hold on alle nuove Queen of mean; Do what mama says o Call me crazy.

In conclusione Believe è un disco se vogliamo anche ruffiano, ma capace di infondere felicità e regalare grandi soddisfazioni. 
Nel caso dovesse prendervi quella voglia di blues, sapete cosa fare.

lunedì 30 marzo 2020

Ozzy Osbourne, Ordinary man

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Probabilmente per molti è un'osservazione superflua, ma vorrei rivolgermi a quanti stanno criticando il nuovo disco di Ozzy solo perchè poco "heavy".
Ordinary man potrà essere buono o pessimo, ma non per la sua grammatura metallica, giacchè Ozzy, da un pezzo, non è più l'icona hard&heavy degli ottimi esordi da solista.
Da tempo produce infatti lavori mainstream rock, coadiuvato da una squadra di session man, produttori e manager che servono ad assicurarsi che il "prodotto" finale sia abbastanza commerciale. Nel farlo, a volte riescono a riannodare gli esilissimi fili della storia artistica di Ozzy, e a volte no.
Mai come in questo caso la premessa è doverosa, per affermare che il ritorno sulle scene, da solista, del primo cantante dei Black Sabbath, dieci anni dopo il (lo possiamo dire) pessimo Scream, non è da buttare.

L'incipit di Straight to hell cerca di coniugare il nuovo e il vecchio Ozzy, come accennavo, con un testo blandamente maledetto, steso sopra un hard rock ruffiano, che funziona (così come l'inconfondibile "alright now" in apertura).
Ad aprire l'interminabile lista di ospiti illustri e musicisti da studio che corroborano il lavoro dell'artista inglese, nel pezzo d'apertura suona metà formazione dei migliori Guns 'n' Roses (Slash e Duff McKagan), oltre a Chad Smith (RHCP).
Smith e McKagan sono presenti per quasi tutto l'album, mentre Slash torna con uno dei suoi classici solo, nella riuscita ballata che dà il titolo al disco, interpretata da Ozzy assieme a sir Elton John (ospitata che in altri tempi sarebbe stata "blasfema" e che qui invece risulta funzionale).
Così come stonerebbe un'altra ospitata piazzata per ragioni commerciali, quella di Post Malone, che si prende la scena nella coda del disco, con due brani consecutivi: It's a raid (dove troviamo anche Tom Morello) e Take what you want,  ballad con influenze nu soul, in questo caso davvero evitabile, perchè completamente fuori contesto e perchè la traccia era comunque già inclusa nell'ultimo album di Post Malone, Hollywood's bleeding

Non sempre un prodotto nato e costruito per vendere, prima che per afflati artistici, con una lista di collaboratori lunga una pagina (leggere per credere), riesce a mantenere un filo conduttore, una coerente omogeneità. Ordinary man, che di certo non è il disco dell'anno, riesce invece a suonare come un album coeso, toccando qualche picco di rilievo (All my life; Goodbye; Straight to hell; Eat me) e regalando qualche testo che lascia il segno (Under the graveyard). 
Tutto sommato è un bell'accontentarsi, anche in considerazione delle precarie condizioni di salute di quest'uomo qui.

lunedì 23 marzo 2020

Huey Lewis and The News, Weather

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Con il mio consueto tempismo, arrivo a marzo inoltrato per postare le prime recensioni del 2020.
Dopo gli Anvil, qui sotto, parlo con grande entusiasmo di un artista che non è certo un big irrinunciabile, ma verso il quale nutro affetto e simpatia.
Un artista che non pubblica un album con materiale inedito da quasi vent'anni (Plan B è del 2001) per ragioni che ho scoperto solo cercando in questi giorni in rete informazioni sul suo nuovo lavoro.
Sto parlando, lo si è capito dall'immagine sopra, di Huey Lewis e dei suoi fidati The News, che per anni hanno rappresentato la faccia spensierata del rock radiofonico americano, una faccia che fotografa in maniera immediata il decennio degli ottanta (cinque album su otto sono stati rilasciati in quel periodo) anche per il collegamento che tutti facciamo con la colonna sonora del film culto Ritorno al futuro (tuttavia altrettanto degno di nota è il meno celebre, ma strategico nella narrazione, utilizzo di un brano, Hip to be square, sia nel romanzo che nella trasposizione cinematografica del capolavoro di Bret Easton Ellis American pshyco).

Dopo il successo degli ottanta e il calo dei novanta Huey ha fatto anche un pò di cinema e televisione, in genere in parti secondarie (forse il suo film più noto è Duets, con Gwyneth Paltrow), ma in linea di massima sembrava essere definitivamente uscito dai radar.

Scopro oggi, e così mi ricollego alla premessa, che il buon Lewis ha sviluppato negli anni una grave patologia che gli ha danneggiato quasi irrimediabilmente l'udito, con conseguenze devastanti anche dal punto di vista psicologico.
Non è un fenomeno raro nel mondo del rock, il precedente più noto è quello di Pete Townsend degli Who.

Ad ogni modo, nonostante le oggettive difficoltà, Hugh Anthony Cregg III (vero nome del nostro), è riuscito a riunire i sodali storici e a rilasciare questo Weather, lavoro più lungo di un EP e più breve di un full lenght. 
Sette brani per ventisei minuti di, lo dico subito, one hundred percent Huey Lewis and the News classic sound.
L'album è aperto da While we're young,il brano forse più cool e rilassato della tracklist, che rimanda alle atmosfere vagamente tropicali di Small World (il mio album preferito della produzione lewisiana).
Poi si parte con la nota (ma quanto ci era mancata!) alternanza tra modalità pub rock (Her love is killin' me); soul (Hurry back baby); rock and roll (Pretty girls everywhere) e, a sto giro, dell'ottimo country (One of the boys), della celebrata ditta.
I testi viaggiano leggeri tra love songs, relaxin; liriche esistenziali e perle per uomini in crisi di rapporto con la propria metà. Da questo punto di vista Remind me why I love you again, chiudendo un occhio sul messaggio tipicamente maschilista, da marito in libera uscita, è un vero e proprio inno irresistibile.

Weather è per me un lavoro atteso, che, anche se dà ai fans esattamente quello che si aspettano, grazie alla qualità delle composizioni non può essere accusato di manierismo. 
Se non si fosse ancora capito, siamo di fronte al primo disco emozionale dell'anno, per Bottle of Smoke.

lunedì 16 marzo 2020

Anvil, Legal at last

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C'è poco da fare, non fosse stato quel capolavoro di brutale e condivisa autoanalisi del documentario The story of Anvil, il gruppo canadese sarebbe rimasto nell'oblio in cui era precipitato, pur continuando, sostanzialmente, a rilasciare album.
Quel documentario invece ce li ha fatti amare, così come si ama un amico che continua a provarci no matter what e ha fatto riscoprire a molti il piacere di andare ai loro concerti.
E' nata insomma una profonda empatia anche con chi, è il mio caso, non aveva mai incluso gli Anvil nel proprio radar.

Legal at last (il riferimento è alla marijuana che il governo canadese ha legalizzato - entro certi termini - dal 2018) è il diciannovesimo album in studio della band in una discografia che, dal 1981, si dipana con regolarità in un orizzonte temporale di quarant'anni.
La formazione attuale è un trio, composto, oltre che dai leader Steve "Lips" Kudlow (voce e chitarre) e Robb "Robbo" Reiner (batteria) dal basso (ruolo che cambia quasi ad ogni disco/tour) di Chris Robertson.
L'album è il solito divertente compendio di musica hard & heavy di stampo classico, con brani in tipico stile Anvil, come l'opener che riprende il titolo del lavoro, impreziosita da coretti country&western, assieme a tracce che, in un continuo rimando tra la band e le altre più importanti formazioni coetanee, riprendono atmosfere alla AC/DC (Nabbed in Nebraska); Accept (I'm alive) o contesti doom (Gasoline).
Chiude un altro mid tempo di stampo doom: Said and done, che bene riassume il senso del disco. Tutto, nella proposta della band è già stato detto e fatto, ma ciò nonostante fa piacere riascoltarlo. 
In particolar modo dagli Anvil.

sabato 14 marzo 2020

Quarantena e lavoro poco agile

Da noi hanno trovato un caso positività allo stramaledetto coronavirus, pertanto da qualche giorno sono in quarantena.
Tutto bene dunque? Relax tra libri film e musica?
Al contrario. Lavoro da casa tra skype, telefono bollente e insofferenze familiari.
Insomma, lo smart work è una merda.

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lunedì 9 marzo 2020

Eclipse, Paradiigm (2019)

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L'hard rock melodico (sembra un ossimoro) è vivo è lotta con noi. 
Lo stesso si può dire per la Svezia, terra musicalmente meravigliosa e floridissima di band che si applicano in tutte le declinazioni del metal.
L'ennesima dimostrazione arriva dall'ultimo lavoro degli Eclipse, formazione perlappunto svedese, nel music biz da vent'anni, cadenzati un'estrema regolarità nelle uscite, se è vero che Paradigm è il nono disco rilasciato.
E niente, sto album potrebbe essere preso a riferimento su come si fa glam/aor nel terzo millennio, o, a scelta, su come si naviga in acque arcinote riuscendo comunque a risultare freschissimi e giustificare così la propria esistenza (capito, Airbourne?).
Tra l'altro nelle undici tracce dell'edizione standard del CD, contrariamente alle abitudini delle band hair metal, specializzate nelle classiche ballate strappamutande, non compare nemmeno un lento, al massimo qualche breve incipit acustico o sporadici midtempoes. Il pezzo che viaggia meno veloce è il conclusivo Take me home (forse, non a caso il più debole).
Disco senza filler, pezzi ariosi, ritornelli killer, qualche incursione nel power metal perfettamente funzionale all'obiettivo.
Una quarantina di minuti che passano festosamente a ritmo di pezzi come Viva la victoria, Shelter me, When the winter ends o The masquerade e che ravvivano la migliore tradizione glam/hair/hard rock.

Avanti tutta.

lunedì 2 marzo 2020

MFT gennaio - febbraio 2020

ASCOLTI

Green Day, Father of all
Stone Temple Pilots, Perdida
The Cadillac Three, Country fuzz
Possessed by Paul James, As we go wandering
Myles Goodwyn, and friends
Marc Anthony, Sigo siendo yo
Dirty Shriley, ST
Huey Lewis and the News, Weather
Anvil, Legal at last
Eclipse, Paradigm
Sepultura, Quadra
Albert Cummings, Believe
Ozzy Osbourne, Ordinary man
Biff Byford, School of hard knocks
H.E.A.T., II
Smoke Fairies, Darkness brings the wonders
The Night Flight Orchestra, Aeromantic
The Mahones, 25 years of irish punk
Fabri Fibra, Il tempo vola
Cattle Decapitation, Death atlas
Fever 333, Strenght in numb333rs
Asomvel, World shaker
The Score, Atlas

Playlist

Justice, 2007/2016
Iced Earth, 1990/1998
The Black Crowes, 1990/1995
Swallow the Sun, 2003/2015

VISIONI

Tolo tolo (2,5/5)
Creed II (2/5)
La truffa perfetta (2,5/5)
Sorry, we missed you (3,5/5)
The dirt (3/5)
Finding Steve McQueen (3/5)
Bohemian Rhapsody (2/5)
Il primo re (4/5)
Peppermint, L'angelo della vendetta (1/5)
Bentornato Presidente (3,5/5)
Parasite (4,5/5)
Everly (3/5)
Rocketman (3,5/5)
City of crimes (2,5/5)
Michael Clayton (3,5/5)
Overlord (3/5)
Odio l'estate (3/5)
Irrational man (3,5/5)
Il diritto di opporsi (2,5/5)
Birds of prey (2/5)
Regression (3,5/5)
Upgrade (3,5/5)
Widows - Eredità criminale (3/5)
I morti non muoiono (3,5/5)
Le paludi della morte (3/5)

Visioni seriali

Farina
American Gods
Zero zero zero

LETTURE

Vladimir Nabokov, Lolita

giovedì 27 febbraio 2020

COVID-19

Italia: paese di santi, poeti, navigatori, allenatori di calcio. 
E virologi.

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martedì 25 febbraio 2020

Airbourne, Boneshaker (2019)

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Questa è una recensione che si scrive da sola.
Quinto album in dodici anni per la band australiana guidata dai fratelli Joel (Voce e chitarra) e Ryan (batteria) O'Keffe.
Nulla cambia rispetto al brand già noto e consolidato, vale a dire che gli Airbourne continuano imperterriti a clonare il sound AC/DC, componendo materiale inedito che potrebbe benissimo configurarsi come una discreta mole di outtakes di Young and company (non sono certo sia un complimento).
Dieci brani per mezz'ora di heavy boogie, tematiche che toccano sesso e spacconate. 
Forza anthemica a profusione. Brani trascinanti dal singalong assicurato (Boneshaker; Burnout the nitro; Sex to go; Rock and roll for life) che però vivono e muoiono nel tempo di qualche ascolto.

lunedì 17 febbraio 2020

The Boys

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Ho la bozza di un post conservata nell'archivio del blog, nel quale dichiaro non senza un moto d'orgoglio "luddista" di essere uscito dalla spirale delle serie tv e dello streaming, in favore di un ritorno pieno al Cinema.
Non l'ho mai pubblicata perchè mi conosco e so quanto possono essere umorali queste mie "scelte".
Però in linea di massima qualcosa è realmente accaduto nei miei gusti. Raramente le serie riescono ancora ad appassionarmi, credo sia proprio un tema di modalità di racconto, dei tempi morti che, inevitabilmente, si prendono i serial per arrivare al punto, dell'esasperante serialità che spesso svilisce anche le migliori idee, insomma di tutto quello che fa la differenza tra un'opera di un paio d'ore e un prodotto che può trascinarsi per anni.
Ne ho provate diverse, in questo periodo, spesso non sono andato oltre ai primi episodi, raramente concludendo la prima stagione (salvo giusto Fleabag in quanto geniale ed irripetibile). Dopo aver scritto per anni che le serie avevano raggiunto il cinema non sto affermando il contrario, solo ero forse un pò saturo e contestualmente avevo trascurato troppo la settima arte.

Lunga premessa per dire che The Boys rappresenta una gran bella eccezione. Una serie che, pur rispettando tutti i canoni della serialità, e non potrebbe essere altrimenti, visto che è tratta da un fumetto del 2006 tutt'ora in fase di pubblicazione (autore Garth Ennis), innova con irriverenza il genere, andando oltre Watchmen (fumetto che resta un capolavoro inarrivabile, rivoluzionario per l'epoca).
Ma laddove la serie di Alan Moore, pur dentro un'aspra critica sociale politica, continuava a riconoscere una morale, un'etica (magari distorta, in qualche caso fascista) ai suoi super-eroi, per The Boys la storia è completamente diversa.
I Super sono esseri idolatrati dalle masse, recitano sè stessi in mega produzioni cinematografiche, e, solo i migliori di loro, i "Sette, sono gestiti in toto (dall'aspetto social fino al loro affitto a peso d'oro a stati americani i cui capi sono magari in calo di consensi) da una multinazionale, la Vaught.
Ma i Super sono anche esseri lascivi, che frequentano club esclusivi dove si misurano in performance erotiche impensabili per gli umani, nonchè, cosa ben più grave, spregevoli, nel loro totale disprezzo per i "normali" che in realtà non hanno nessun interesse a proteggere. Proprio a causa di queste loro caratteristiche causano innumerevoli "danni collaterali" tra le persone. Danni che vengono accuratamente occultati da media e politica connivente. 

Hugh Campbell (Jack Quaid, figlio di Meg Ryan e Dennis Quaid), ultimo di una serie di umani ad aver subito una tragedia tremenda per colpa di un "super", viene contattato da Billy Butcher, un tizio strambo e misterioso che gli propone un obiettivo impossibile: vendicarsi. Attorno a loro si coagulano altri personaggi, a formare una squadra che più improbabile non si può. Questo è il team di sfigati (fino a un certo punto...) che si contrapporrà alla più potente squadra di super eroi esistente: i Sette.

Componente essenziale nella riuscita della prima stagione è senza dubbio il cast, dal quale emergono con personalità Karl Urban (Billy Butcher, il capo dei Boys); Elisabeth Shue (Madelyne Stillwell, ceo della Vaught); Antony Starr (il protagonista di Banshee è Homelander, il più forte dei super eroi, misto tra Superman e Capitan America) e la scoperta Tomen Kapon (Frenchie, hacker/tuttofare dei Boys), senza dimenticare il cameo del sempre apprezzabile Simon Pegg (padre del protagonista Hughie).

The Boys, come detto, non ha la potenza di Watchmen (il fumetto, intendiamoci!), ma in quanto a ritmo, divertimento, gag, tensione e critica sociale si afferma come prodotto d'eccellenza.
La seconda stagione è stata ultimata e dovrebbe uscire nei primi mesi dell'anno.


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lunedì 10 febbraio 2020

Swallow The Sun, When a shadow is forced into the light (2019)

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Sebbene io cerchi di tenermi al passo coi tempi, seguendo diverse tendenze di ambito metal, nella realtà sono ben pochi gli album dei generi più estremi che riesca veramente ad approfondire. Lo voglio premettere perchè quello che per me è un gran bel disco, per altri, più avvezzi a queste latitudini musicali, magari è un'opera come tante.

Gli Swallow the sun sono un gruppo finlandese attivo da una ventina d'anni, con sette album all'attivo, indicativamente posti sulla mensola del death/melodic-death metal.
Ecco, per quanto riguarda quest'ultimo When a shadow is forced into the light giustappunto di indicazione di massima si tratta, perchè le suggestioni che nascono dal suo ascolto si irradiano davvero in più direzioni, ma sempre all'insegna di una costante, struggente tristezza derivante dalla morte dopo lunga malattia di Aleah Stanbridge, compagna del leader (nonchè chitarrista e compositore di testi e musiche) degli STS, Juha Raivio.
A lei è implicitamente dedicata l'opera, le cui composizioni utilizzano perlopiù linee vocali  clean, con qualche eccezione congrua e opportunamente inserita, come per la title track che apre il disco. Un pezzo dall'impatto emotivo sconvolgente dal ritornello cantato proprio in screaming, a legare assieme dramma e teatralità della composizione.
Lo ammetto, è praticamente bastata questa canzone a farmi innamorare dell'album, tuttavia proseguendo con l'ascolto ho avuto modo di immergermi completamente in atmosfere gotiche, nebbiose, dark, che mi hanno fatto viaggiare con la mente conducendomi a  suggestioni estranee al metal, come Nick Cave, Bauhaus, certa new wave, addirittura retrogusti opachi di synth pop.
Ma la forza di When a shadow is forced into the light è la forza dei grandi album di musica di nicchia che trovano il linguaggio universale per uscire dal proprio recinto e rivolgersi a tutti, indistintamente, grazie ad un prezioso equilibrio tra complessità delle trame ed accessibilità delle melodie, che fanno di tracce come Firelights; Upon the water; Stone wings, Clouds on your side (l'unica canzone della tracklist composta assieme ad Aleah Stanbridge) o la conclusiva Never left, preziose gemme che straziano il cuore e al tempo stesso lo curano. 

No, non avevo sbagliato ad inserire questo disco, last minute, nei migliori del 2019.

lunedì 3 febbraio 2020

Sorry, we missed you

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Si torna di nuovo a scuola di cinema impegnato per farci spiegare da Ken Loach, l'unico che riesce (o forse l'unico a cui lo fanno fare) ad accendere i riflettori sulle condizioni del lavoro, anche del nuovo lavoro, in queste nuove metropoli ipermoderne, liquide, tecnologiche, "smart", ma che quando si tratta di sfruttare i lavoratori continuano imperterrite a copiare i modelli di cento anni fa.
Il titolo del film dice già molto, riportando la frase che compare sugli avvisi che i corrieri lasciano per avvisarci che sono passati con il nostro pacco quando non ci trovano a casa, e quindi lasciando intendere che si parla del nuovo lavoro del "driver", cioè di quel lavoratore incastrato in un ruolo tra subordinato (perchè lavoro per conto terzi) ed autonomo (perchè proprietario del mezzo), così da riuscire nel capolavoro capitalista di accumulare tutti gli svantaggi di entrambe le condizioni.

Ma, siccome quando si parla di Ken Loach, le cose non sono mai solo ed esclusivamente come sembrano, ecco allora che dentro la famiglia proletaria di Newcastle del "driver" Rick Turner (Kris Hitchen), oltre alla moglie Abbie (Debbie Honeywood), non meno sfruttata del marito nel suo lavoro di badante/infermiera a ore, emerge la storia del "problematico" figlio adolescente Seb (Rhys Stone, bravissimo).
E così ci vuole un ottuagenario (e lo storico sceneggiatore Paul Laverty) per spiegare a tanti genitori che si trovano nella condizione di Rick cosa passa per la testa di un quindicenne, gli sbalzi d'umore, l'indifferenza che diventa improvvisamente allegria, l'incomunicabilità che, a volte, si scioglie in un attimo. Oltre a questo il fallimento dell'istituzione scolastica, coi ragazzi che sembrano davvero privi di qualunque rete di protezione, mostrati attraverso il fato dell'amica di Seb.

Davanti ad un (ennesimo) film così, si perdona a Loach anche qualche eccessivo ricorso alla commozione facile dello spettatore (presente! colpito e affondato), che distoglie dall'implacabile lucida analisi della società. 
Analisi che, come sempre, è inglese nella location, ma universale nella sostanza (e nel messaggio).

lunedì 27 gennaio 2020

Rocketman (2019)

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Aprivo la recensione di Bohemian rhapsody affermando come il canovaccio dei biopic fosse sempre lo stesso e che stava dunque alla produzione, alla regia e agli attori trovare un modo per sollevarlo dallo scontato.
Se portavo il film sui Queen ad esempio negativo, indico convintamente Rocketman, il film biografico su Elton John, come benchmark d'eccellenza.
Qui infatti la regia di Dexter Fletcher (che guarda caso, seppur non accreditato, aveva portato a compimento proprio Bohemian rhapsody dopo il licenziamento di Bryan Singer), il montaggio di Chris Dickens (tra gli altri L'alba dei morti dementi; Hot fuzz; The millionare; Solo: A Star Wars story) e la prova attoriale di Taron Egerton (Elton John) sono strepitose.

Devo premettere che Elton John mi piace "il giusto", nel senso che credo che sia impossibile per un amante della musica tutta non incappare in buona parte del suo incredibile songbook, anche se l'artista ha probabilmente smesso di essere significativo dopo i settanta.
Viceversa, di norma, non sopporto i musical.
Capirete bene che un film su una rockstar non certo in cima ai miei gusti, che viene messo in scena attraverso il genere musical non partiva esattamente con i migliori auspici.
E invece grande è stata la sorpresa nell'assistere ad un film dal ritmo eccezionale; colorato, onirico, emozionante e credibile, nella sua rappresentazione eccessiva.

Di Rocketman ti innamori già dalle prime sequenze, con Egerton/Elton, che percorre, inizialmente fuori fuoco, il corridoio di un centro di riabilitazione con un vistoso costume rosso di scena da diavolo alato, per poi irrompere in una sala, dove si sta tenendo una classica seduta di gruppo, e cominciare il suo racconto.
Da quel momento non ci si ferma più. Elton, durante la seduta, si spoglia progressivamente dell'abito di scena, e nel farlo, si toglie metaforicamente di dosso anche tutti i suoi fardelli emotivi, mentre assistiamo alle tappe della sua vita contrassegnate da coreografie meravigliose e musicate dai suoi pezzi.
E' qui che regia e montaggio danno il meglio di sè, come su Saturday night's alright for fighting suonata al pub, in cui c'è il passaggio dalla fanciullezza all'età adulta, oppure sul frenetico montaggio del periodo di maggior esposizione di Elton John, che viene mostrato attraverso un vorticare della camera e dei diversi costumi di scena del rocketman.
Ovviamente grande spazio è lasciato al rapporto fraterno tra l'artista e il suo paroliere Bernie Taupin (Jamie "Billy Elliot" Bell), così come la relazione con il suo cinico manager/amante John Reid (Richard "Robb Stark" Madden) e con i suoi anaffettivi genitori.

Le mie aspettative stavano a zero, ma questo è davvero un film da non perdere.

giovedì 23 gennaio 2020

Bohemian rhapsody (2018)

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Le biografie dei musicisti, specialmente quelli rock, seguono quasi tutte uno schema a tappe ben definito: 1. infanzia problematica/anaffettiva/conflittuale con la famiglia della futura rockstar; 2. formazione artistica; 3. successo; 4. abuso di qualunque sostanza;  5. crisi artistica, in genere coincidente con l'arrivo di un disturbatore esterno (manager cattivo o amante perfido, i più gettonati);  6. redenzione umana/spirituale; 7. ritorno al successo.

Quindi, cosa differenzia un biopic dall'altro?
Molto banalmente direi sceneggiatura, messa in scena, performance attoriali, capacità di suggestionare lo spettatore.
Se è davvero così, a mio modesto parere Bohemian rhapsody toppa clamorosamente in tutto.

Chiariamo subito che io, a differenza di molti appassionati di rock verace, non disprezzo i Queen. Senza addentrarmi in disquisizioni critiche li ritengo rilevanti per la scena, di loro ho apprezzato una manciata di dischi (Sheer heart attack; A night at the opera; A day at the races; News of the world; Innuendo) e credo sia una delle formazioni che più ha subito eccessi di sopravvalutazione e, allo stesso tempo, sottovalutazione.

Il film tuttavia mi è arrivato posticcio già a partire dalla tanto celebrata interpretazione di Rami Malek/Freddie Mercury, che ho trovato inguardabile. 
Il resumè di Mercury e della band, sebbene in un contesto chiaramente celebrativo, eccede poi in maniera ipercalorica nell'agiografico, alcune sequenze sono talmente poco credibili da sfociare nel parodistico (Freddy sotto la pioggia, verso la fine della pellicola) e, davvero, la scelta di riproporre tutto il set del Live Aid rifatto da questi cosplay  è una delle scene più irritanti ed insopportabili che abbia mai visto (e doveva essere il climax del film!).

Capisco che possa essere piaciuto magari alle nuove generazioni che hanno così scoperto i Queen, ma che abbia fatto incetta di premi (4 Oscar, tra cui il miglior attore per Malek che, tra gli altri, ha battuto Christian Bale e Viggo Mortensen... mica Bombolo e Jimmy il Fenomeno) per me è l'ennesima dimostrazione di quanto quei premi ormai non rispondano più ad un criterio seriamente meritocratico.

Ma se ve piace così...

lunedì 20 gennaio 2020

I miei migliori film del 2019

Quest'anno, in maniera imprevedibile ed anche un pò incredibile, sono riuscito a vedere un buon numero di film nuovi (circa venticinque), molti dei quali in sala.
E siccome, a differenza della lista dei migliori dischi, diversi di essi non sono riuscito a recensirli, ne approfitto per descriverli brevemente ed assecondare la mia passione per le classifiche, stabilendo i cinque che mi sono piaciuti maggiormente.
Vale il discorso fatto per ogni lista che compilo: non ho competenze critiche di nessun tipo, solo un'incontenibile passione. Ergo, classifica soggettivissima.

Prima di passare alla lista, lasciatemi esprimere tutta la mia delusione per non essere riuscito a "cogliere l'attimo" (tre sere di programmazione in pochissime sale) e vedere The Irishman al cinema. 
Grazie Netflix, per aver permesso a Scorsese di realizzare il suo film.
Fanculo Netflix per avere poi imposto il sostanziale esilio dalle sale. 
Resisto alla tentazione di vederlo su piccolo schermo e spero in un Oscar e in una re-distribuzione, come accadde per Roma di Cuaròn.
Purtroppo oggi la settima arte sopravvive su queste contraddizioni.

I miei preferiti del 2019, in graduatoria dal quinto al primo:


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Il film ha spaccato in due la critica, personalmente avevo espresso più d'una perplessità sulle ultime produzioni Marvel, ma questa saga (aperta da Avengers Infinity War) mi ha letteralmente deliziato.

4) Joker

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Altro film di ambito supereroistico, ma tutt'altra "tazza di tè". Facendo lo snob con gli amici, affermavo la mia allergia ai film di cui tutti, dal pizzicarolo alla fanatica di Un posto al sole, parlano bene. Però c'è poco da fare. La divisione cinematografica della DC Comics per la prima volta dopo i Batman di Burton e i primi due di Nolan, raggiunge e supera quella della Marvel.
Phoenix qui è all'ennesima interpretazione epocale (non che in Her, Vizio di forma o The master non fosse già stato maestoso). Il suo Arthur Fleck pre-trasfigurazione in Joker, che ha attacchi isterici di riso con gli occhi che restano tristi, è fenomenale. Il corpo (realmente) sgraziato dell'attore ha qui la sua sublimazione.


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Nell'anno del grande successo dei biopic musicali, tra lo stucchevole Bohemian Rhapsody sui Queen (lo so, è della fine 2018 ma non interrompetemi), il sorpendente Rocket Man su Elton John, il pulitino The Dirt sui Motley Crue, premio convintamente questo film, che non ha raggiunto le sale italiane ed è stato contestatissimo dalla fanbase del black metal. 
Siccome nella recensione sono stato sanguinosamente prolisso, non aggiungo altro e, se proprio vi volete male, vi rimando a quella.



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Vi avverto, questo è un film per il quale torno fanboy passando alle vie di fatto contro i suoi detrattori, soprattutto se esordiscono con l'affermazione: "mah, è un film minore di Tarantino...". 
Il resto l'ho scritto in recensione.


FILM DELL'ANNO PER BOTTLE OF SMOKE

1) Parasite

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Chissà se, grazie a questo ennesimo capolavoro di Bong Joon-ho, il pubblico comincerà finalmente a riconoscere al cinema coreano (e asiatico tutto) l'attenzione che, almeno da un quarto di secolo, merita in ogni genere cinematografico: action, commedia, dramma, critica sociale, noir e horror. Generi che, guarda caso, ritroviamo tutti in Parasite, dentro una storia incredibile e geniale che temo solo sarà brutalizzata da qualche remake hollywoodiano dalla scontata morale americana.


P.S. : Un grazie ad Alessandro, senza il quale questa classifica non sarebbe stata la stessa.

lunedì 13 gennaio 2020

I miei migliori dischi del 2019

Quest'anno la faccio davvero breve, risparmiandovi le consuete considerazioni (èunaclassificasoggettova; ormaiascoltopiùrobavecchiachenuova; iverimiglioridell'annolitrovatealtrove; lamusicamodernanonabitaqui; leuscitedel2019probabilmentefiniròdiascoltarlenel2029)e, come Ron Jeremy, vado immediatamente al sodo.
Il duemiladiciannove non è stato affatto male, tant'è che dall'enorme ed umanamente ingestibile turbo-produzione discografica sono riuscito a selezionare un numero di titoli minimamente sufficiente a giustificare una rubrica su cui campeggia l'ambizioso titolo che vedete in cima al post.
I titoli selezionati sono otto (più uno), con un album che si staglia sugli altri e non poteva essere altrimenti, vista la frequenza d'ascolto decisamente d'altri tempi con la quale l'ho fatto girare.
Per gli amanti delle curiosità, è la prima volta da quando c'è il blog che le nuove uscite di Volbeat e Hayes Carll (entrambe buone, anche se con diverse sfumature) non finiscono nei tips dell'anno.



I miei migliori del 2019 (in ordine rigorosamente alfabetico; cliccando sul titolo dell'album sarete indirizzati alla mia recensione; cliccando sulla canzone...alla canzone)





(una canzone: You look good in neon)





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Steve Earle, Guy  (una canzone: Desperados waiting for a train)



più uno:

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Swallow the sun, When a shadow is forced into the light (una canzone: When a shadow is forced into the light)
Questo è un album che, nonostante sia uscito a gennaio 2019, ho scoperto solo nelle ultime settimane, e che quindi non ha il requisito di un giudizio basato sulla longevità dell'ascolto. Però mi ha letteralmente ammaliato e quindi me la rischio e lo inserisco come aggiunta dell'ultimo momento. Spero a breve di riuscire anche a recensirlo.


Album dell'anno

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E anche quest'anno ce lo semo levato dalle palle.


giovedì 9 gennaio 2020

MFT, novembre / dicembre 2019

ASCOLTI

Who, The Who
Fontaines D.C. , Dogrel
Cody Jinks, After the fire
Black Star Riders, Another state of grace
Big Thief, UFOF/Two hands
Purple Mountains, ST
Avatarium, The fire I long for
Marracash, Persona
Hazemaze, Hymns of the damned
AA.VV., Note di viaggio
Tony Iommi, Iommi
Wives, So removed
Badflower, Ok, I'm sick
IAM, L'ècole du micro d'argent
Wilderun, Veil of imagination
3teeth, Metawar
Alcest, Spiritual instinct
Massimo Priviero, Sulla strada
Reba McEntire, Stronger than the truth
Moon Tooth, Crux
Northlane, Alien
Cattle Decapitation, Death alias
Asomvel, World shaker
Mike and the Moonpies, Cheap silver and solid country gold
Swallow the sun, When a shadow is forced into the light
Marilyn Manson, Portrait of an american family
Eurythmics, Greatest hits (1991)

VISIONI

Spider-man, Un nuovo universo (4/5)
La bambola assassina 2 (3/5)
La bambola assassina 3 (2/5)
The crew (UK) (3,5/5)
Vampires (Carpenter) (3,5/5)
A casa tutti bene (2/5)
Dolceroma (3,5/5)
La banda di Eddie (3/5)
L'uomo che uccise Hitler e poi il Bigfoot (3,5/5)
Capricorn one (3,5/5)
Terminator - Destino oscuro (3/5)
Rampart (3,5/5)
Cuore selvaggio (4/5)
Quarto potere (5/5)
Cop car (3/5)
10 giorni senza mamma (2/5)
Cocaine - La vera storia di White Boy Rick (3/5)
Red (2010 - 3/5)
Molly's game (2,5/5)
Cena con delitto - Knives out (4/5)
L'immortale (1,5/5)
Molly's game (2,5/5)
The party (3,5/5)
Cleaner (2/5)
Sud (2,5/5)
Non sono un assassino (1/5)
31 (3/5)
Old man and the gun (3,5/5)
La versione di Barney (3/5)
Vitelloni allo sbaraglio (1,5/5)
Punisher, War zone (2,5/5)
Atmosfera zero (3,5/5)
I tre volti della paura (4,5/5)

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VISIONI SERIALI

The Boys
Peaky Blinders (1)

LETTURE

Graham Greene, Un americano tranquillo
Vladimir Nabokov, Lolita


lunedì 6 gennaio 2020

Mike and the Moonpies, Cheap silver and solid country gold

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La prima sensazione, immediata, violenta, che mi ha assalito già dalle prime note di Cheap silver and solid country gold è stata quella di Billy Joel che si era messo a fare country. E come sapete io adoro Billy Joel. Ma era solo l'inizio, perchè intensificando gli ascolti, gli accostamenti illustri sarebbero decisamente aumentati.

Un passo indietro. I texani Mike and the Moonpies (il Mike del monicker  fa di cognome Harmeier) esordiscono discograficamente nel 2010, e quindi con Cheap silver and solid country gold concludono una fitta prima decade di carriera con cinque album di studio e un live.
Con questo disco la band, indiscutibilmente country, irradia il proprio stile verso un croonering di classe, un'invidiabile ed irresistibile coolness, un implacabile gusto per la melodia.
Billy Joel si diceva, ma scorrendo i titoli ti accorgi che questi usano i violini alla maniera di Frank Sinatra (London homesick blues) e non è l'unica situazione in cui sovviene The Voice (vedi alla traccia Young in love), per poi, con Fast as lightning, l'unico brano veloce della raccolta, fare country & western alla maniera di Elvis.
Un disco incantevole che vola in un attimo, e non solo per la tracklist breve di soli otto pezzi, ma per l'elevata qualità media delle composizioni e l'assoluta assenza di filler.
Un disco dal quale è difficile eleggere un titolo sugli altri.
Io ci provo lo stesso e dico You look good in neon, ma probabilmente se me lo chiedeste tra qualche settimana potrei cambiare opinione.

E anche per quest'anno Bottle of smoke ha il suo disco country preferito.