lunedì 24 aprile 2017

Battle Beast, Bringer of pain


Un paio d'anni fa mi ero imbattuto in questa band finlandese che con Unholy saviour aveva acceso il mio interesse grazie a diversi elementi: un ottimo bilanciamento tra cazzimma e melodia; il timbro grintoso della vocalist Noora Louhimo e la scelta spregiudicata di inserire un pezzo pop-dance in un disco metal. 
Due anni dopo i Battle Beast tornano, cercando di ripetere abbastanza pedissequamente la formula dell'album precedente: brani dal buon impatto fatti apposta per esaltare le capacità della Louhimo (tra i miei preferiti Straight to the heart, King for a day, Beyond the burning sky, la ballad Far from heaven) e, verso la fine della tracklist, un altro pezzo che si ispira alla dance degli ottanta: Dancing with the beast
Ma se per Unholy saviour a colpire nel segno era stato anche l'elemento sorpresa, qui la band (orfana del chitarrista originario, nonchè leader e principale compositore, Anton Kabanen, che ha lasciato il gruppo prima della registrazione del disco) non può più contare su questo effetto e il risultato finale chiaramente ne risente. 

martedì 18 aprile 2017

Born to run, l'autobiografia di Bruce Springsteen



Pur essendo molto attesa, la prima autobiografia di Bruce Springsteen doveva misurarsi con alcune sfide non semplici.
La prima, superare in qualità l'altra bio del boss, titolata anch'essa Born to run e pubblicata da Dave Marsh nel 1980 (successivamente lo scrittore rilascerà anche Glory Days, a consuntivo degli anni ottanta), vera e propria bibbia dei fan più stagionati.
La seconda, riuscire a coinvolgere nella lettura quanti, da operazioni di questo tipo, si aspettano sempre di trovare quantità industriali di sesso, droga, party selvaggi e devastazioni di camere d'hotel (un pò alla The dirt o La sottile linea bianca) totalmente assenti, com'è noto, nella vita e nella carriera di Springsteen.
A ciò aggiungiamo le grandi aspettative che tutti nutrivamo in merito alla qualità della scrittura del libro: in considerazione delle capacità liriche e della proverbiale onestà intellettuale dell'artista, volevamo ne più ne meno un capolavoro.

Togliamoci subito il dente: Born to run un capolavoro non lo è.
Tuttavia l'autobiografia ci permette di trovare tra le parole, i racconti e i ricordi di Bruce, le impalcature di molte sue canzoni, gli spunti che hanno giustificato un passaggio, una strofa, una melodia.
Più di tutto ci permette di scavare (fin dove è consentito) nella personalità di uno degli artisti più influenti degli ultimi quarant'anni.
O meglio, sarebbe più corretto riferirsi alle diverse personalità dell'artista, perchè l'aspetto della narrazione in cui la figura pubblica dell'uomo instancabile in concerto, che si contrappone alla dimensione intima, privata, dell'essere umano attanagliato da mille dubbi e incertezze, spesso in preda alla depressione e ad un'ansia divorante, è la chiave di lettura dell'intera opera.

Un'opera molto sbilanciata verso l'infanzia e la prima parte di carriera di Bruce (basti pensare che per giungere alla boa degli anni ottanta, segnata dall'uscita di The River, bisogna arrivare ben oltre la metà delle 520 pagine del libro) e che ignora totalmente una parte della carriera del Boss (per fare un solo esempio, di Human touch e Lucky town, i dischi gemelli del 1992, non compaiono nemmeno i titoli).

In compenso sono onnipresenti the ties that binds, i vincoli più importanti delle nostre esistenze: la famiglia, sia quella che ci ha cresciuto che quella che siamo stati in grado di realizzare noi stessi. Molto, molto spazio è perciò concesso al difficile rapporto col padre, all'affetto per la madre e all'amore incondizionato per la moglie Patti e per i figli. 

Oltre a ciò una meno prevedibile ma altrettanto salda riconoscenza nei confronti della psicanalisi e degli antidepressivi, al punto che, con un pò di coraggio in più, Bruce avrebbe potuto pescare in maniera più efficace nel suo repertorio per individuare il giusto titolo del libro: non l'enfatico Born to run, che a ben vedere riguarda solo l'aspetto pubblico della vita springstiniana, ma Two faces, oscura traccia contenuta in Tunnel of love che, alla luce dei contenuti dell'autobiografia, risulterebbe sua perfetta colonna sonora.
 La lettura di Born to run, pur non essendo pratica imprescindibile è altresì caldeggiata a chi Bruce lo ama visceralmente pur riuscendo a conservare la giusta distanza e la doverosa capacità di analisi dei suoi alti e bassi, dei suoi capolavori e dei suoi compitini.
A chi ama l'artista ma non lo tiene sul piedistallo.
A chi si sottrae ai perniciosi dibattiti facebookiani che si trasformano in ottuse liti da ultras.
Dopo aver religiosamente coltivato per decenni l'affetto per l'artista,  Born to run ci consegna ora la possibilità di affiancargli l'empatia per l'uomo e le sue tante debolezze.

giovedì 6 aprile 2017

Tutti gli 80 minuti (so far)

Ho pensato di fare cosa gradita, soprattutto ai lettori occasionali del blog, pubblicando un indice con i link a tutte le playlist fin qui postate. In attesa delle prossime...


01. Volbeat
 
02. Arctic Monkeys
 
03. Arcade Fire
 
04. Eriykah Badu
 
05. Mastodon
 
06. Woven Hand
 
07. Hank III (1/2)
 
08. Hank III (2/2)
 
09. Black Eyed Peas
 
10. Rancid
 
11. The Black Keys
 
12. Kings of Leon
 
13. Nine Inch Nails
 
14. The Killers
 
15. The Gaslight Anthem
 
16. Justin Townes Earle
 
17. Those Poor Bastards
 
18. Il meglio del 2013 (1/2)
 
19. Il meglio del 2013 (2/2)
 
20. Aerosmith dei settanta
 
21. Lucinda Williams
 
22. Hair Metal
 
23. Bruce Springsteen I
 
24. Bruce Springsteen II

25. Bruce Springsteen 2007/2014
 
26. Coldplay
 
27. Zac Brown Band
 
28. Alter Bridge
 
29. Kid Rock
 
30. Foo Fighters (80 + 80)
 
31. Slayer
 
32. Mark Knopfler
 
33. Dave Matthews Band (80+80)
 
34. Dropkick Murphys
 
35. Motley Crue (80 + 80)
 
36. The Strokes
 
37. My favorites eighties pop songs

38. My favorites eighties songs
 
39. Amos Lee
 
40. Black Sabbath, Ozzy years (1/2)
 
41. Black Sabbath, Ozzy years (2/2)
 
42. Black Sabbath, The Dark Years
 
43. Anthrax
 
44. Rage Against The Machine
 
45. Angry Singalong
 
46. The National
 
47. Joe Bonamassa
 
48. Lamb of God
 
49. The Avett Brothers
 
50. Metallica 1983/1989 (1/2)
 
51. Metallica (2/2)
 
52. Christmas Tracks

53. Uno! Dos! Trè! (Green Day)

54. Danko Jones

55. John Mayer

56. The Alarm

57. Ryan Bingham

58. Favorites 90/95 songs (1/3)

59. Favorites 90/95 songs  (2/3)

60. Favorites 90/95 songs  (3/3)

61. Thrash metal

62. Norah Jones

63. AC/DC (80+80)

64. Tom Waits

65. Bob Dylan





giovedì 30 marzo 2017

Marzo Favorite Tunes

ASCOLTI

Thunder, Rip it up
Gang, Calibro 77
Battle Beast, Bringer of pain
Moving Hearts, Platinum collection
Steel Panther, Lower the bar
Marty Stewart and his Fabulus Superlatives, Way out west
The Mavericks, Brand new day
Mastodon, Empire of the sun
Depeche Mode, Spirit
Grand Magus, Hammer of the north
Steve Stevens, Atomic playboys
The Rece Jay Band, Enjoy the ride
The Waterboys, This is the sea
Pallbearer, Heartless

Playlist

Miles Davis, 1981/1991
KISS, 1975/1977
CLUB D.O.G.O.

VISIONI

The Walking Dead, 7/parte due
Rectify, 4
Billions, 2
24: Legacy
Sherlock, 1-3

LETTURE

Kent Haruf, Canto della pianura
Bruce Springsteen, Born to run



lunedì 27 marzo 2017

Waterboys, Modern blues (2015)


Di norma i miei ascolti hanno due precise modalità di pescaggio: o roba nuovissima o materiale molto invecchiato. Non ho vie di mezzo. Fortuna vuole che curiosando tra gli album del 2015 mi sia invece venuta la voglia di ascoltare il disco di una band che ha significato molto per la mia formazione musicale ma che avevo abbandonato da tempo immemore. Per essere precisi, più che di un gruppo sarebbe più opportuno parlare dell'alter ego di un solo uomo, Mike Scott, visto che insieme al fido Steve Wickham, è l'unico superstite di quei Waterboys che negli anni ottanta coniarono per il loro sound il termine di big music e che regalarono al mondo quel pezzo sognante di storia musicale che risponde al nome di Fisherman blues (oltre all'altrettanto valido This is the sea e al buono Room to roam).
Quasi trent'anni e sette album dopo, i Waterboys tornano con un album che ha ancora il blues nel titolo, ma che all'epica della terra di smeraldo lascia solo qualche deliziosa suggestione.
Tuttavia, con Modern blues è ancora grande musica quella che sentiamo, a partire dalla maestosa (non c'è altro modo per definirla) apertura di Destiny entwined, un affare che metterebbe d'accordo The Band, Neil Young e Van Morrison, una composizione così pregnante da riuscire a sollevarti lo spirito tra pastose tastiere vintage e nervose elettriche che accompagnano l'inconfondibile stile vocale di Scott. 
Se non bastasse a certificare il ritrovato stato di forma, i Waterboys infilano due pezzi come November tale e Still a freak che urlano a gran voce e pieno diritto il nome tutelare del Bob Dylan elettrico, per poi giocarsi la carta della delicatezza quasi pop con la sfuggente ed elegante The girl who slept for Scotland.
Insomma, Modern blues si dimostra una piccola perla che ho rischiato di non scorgere, nel marasma delle uscite strombazzate. Una perla che risplende di una luce obliqua tutta sua, e che utilizza un richiamo al quale l'esercito di noi dinosauri musicali non può che rispondere presente!

martedì 21 marzo 2017

Danko Jones, Wild cat


Danko Jones non molla. La band di Toronto festeggia gli oltre vent'anni di carriera (quindici discograficamente parlando) con un ottavo album che racchiude le caratteristiche ormai note del gruppo (vigore, linearità delle composizioni e refrain assassini) completando però l'opera di affrancamento dai modelli di metal anni ottanta (Motley, AC/DC, GNR), che avevano caratterizzato suoi album precedenti come Below the belt e Rock n' roll is black and blue, attraverso un'operazione di ulteriore arretramento della macchina del tempo, fino alla seconda metà dei settanta.
Fermo restando il brand di pezzi che riescono nella non semplice operazione di coniugare immediato impatto e buona longevità, il suono di Wild cat risulta subito essere più asciutto ed essenziale: basso/chitarra/batteria non si perdono in fronzoli e vanno diritto al punto richiamando appunto la stagione del primo hard rock dei settanta e band come Aerosmith, Kiss, Queen, Thin Lizzy (una clamorosa You are my woman) e perfino Hendrix, che si affaccia sulla conclusiva Revolution (but then we make love). 
Il rock, inteso come argomento, e i rapporti con l'altro sesso si prendono la centralità del songwriting, ma anche qui siamo lontani dalle smargiassate misogine di qualche anno fa: la crescita della band si misura anche in questo.
Sebbene risulti evidente che non stiamo parlando di un disco che cambierà le sorti della musica, sarebbe un errore bollare Wild cat dopo un primo e magari frettoloso ascolto come "la solita roba dei Danko". 
Con un pò di fiducia questo lavoro potrebbe viceversa regalare momenti di esaltante intrattenimento rock.

domenica 19 marzo 2017

Bye bye Chuck

Non sono un fanatico dei coccodrilli (in gergo giornalistico i pezzi commemorativi), anzi, se non ricordo male nell'anno horribilis 2016 non ne ho scritto nemmeno uno. Però se mi toccava un'eccezione non poteva che essere per Charles Edward Anderson "Chuck" Berry, scomparso ieri a novant'anni suonati.
Al netto delle accuse di plagio, dell'essere spregevole che sapeva essere, di come sapesse fottersene di tutto ad eccezione dei soldi, sono straconvinto che non saremmo qui a menarla ancora con il rock and roll se non fosse (per buona quota parte) per quello che ha inventato quest'uomo, che, al netto dei suoi pezzi più epocali, all'ingenuo giornalista che gli chiedeva quale fosse la canzone del suo repertorio a cui fosse più legato, rispondeva My ding a ling, il cui testo parla in maniera quasi esplicita dell'...ahemm... pistolino del cantante. 
Nel corso dell'anno uscirà un nuovo album, al quale Chuck aveva lavorato in questi ultimi mesi, che segue di ben trentotto anni l'ultima fatica di studio. Lo ascolteremo con l'attenzione per l'evento e la strafottenza che il personaggio richiede.

Bye bye Chucky. Chucky bye bye.


lunedì 13 marzo 2017

The Tossers, Smash the windows


Dei tanti figli bastardi della grande epoca del combat folk (e/o del celtic punk) e quindi principalmente dei Pogues, i Tossers non sono certo quelli che hanno raccolto i maggiori consensi, nonostante la band abbia emesso i suoi primordiali vagiti qualche anno prima dei più acclamati Dropkick Murphys e Floggin Molly. Il che significa che con Smash the windows il combo di Chicago si appropinqua al suo venticinquesimo anniversario e al suo nono album di studio, senza considerare quindi altri progetti (split, EP, e live recordings).
Un buon risultato, non c'è che dire. Celebrato come si deve, con whiskey, birra e irish pride che scorre a fiumi tra le diciassette tracce di un album che consolida lo stile del gruppo, derivativo finchè volete, ma con una capacità di songwriting non comune, in grado di suonare credibile oltre che dannatamente divertente.
Per buona metà della tracklist il disco è una vera e propria frustata, con una manciata di canzoni (Erin Go Bragh, Smash the windows, la strumentale Humors of Chicago, Drinkin all the day), che, immaginate dal vivo, metterebbero a dura prova la sopravvivenza di chiunque non avvezzo al pogo che è facile prevedere si scateni sotto il palco. La parte centrale dell'album rallenta ad arte le atmosfere con un trittico di ballate che fanno perno sull'enorme traditional Danny Boy, reso in maniera solenne dal leader T. Duggins e dai suoi sodali, e che preparano il terreno ad un altro furioso punk celtico dal titolo programmatico (Whiskey) e dal richiamo più forte ai padri fondatori Pogues.
La parte finale dell'album è un pò meno coesa, ma senza mai perdere la mission aziendale, fino al secondo traditional scelto dai Tossers e deputato a chiudere il lavoro, la chiamata alle armi sotto forma di ballata The foggy dew.

E' da molto tempo che un disco con queste caratteristiche non mi divertiva così.

mercoledì 8 marzo 2017

Via da Nashville

E' uno storia piccola, marginale, per molti insignificante, quella di Lindi Ortega. Tuttavia mi ha molto colpito, forse per il modo più che realistico scelto dall'artista per raccontarla. Originaria di Toronto (da genitori messicano/irlandesi), dove si fa notare nei primi anni zero presso i circuiti indie guadagnandosi l'appellativo di "Toronto's best kept secret", dopo aver esordito con il full lenght Little Red Boots, nel 2011 prova il grande salto trasferendosi a Nashville, patria del country, il genere che la Ortega, seppur in maniera personale e indipendente, interpreta.
Qui la cantautrice comincia ad incidere una serie di album esaltati dalla critica, il primo di essi è Cigaretters and truckstops, poi è la volta di Tin star e infine, nel 2015, Faded Gloryville. I riscontri sono sempre positivi, il nome circola nei salotti buoni, i dischi ricevono diverse nomination per i grammy country, ma tutto ciò non permette a Lindi di vivere della sua arte. Questo aspetto ovviamente emerge solo oggi, grazie alla stessa artista che, nel comunicare la sua decisione di tornare in Canada, ha scelto di andare diritto al punto: “I thought I was done. Having done music since I was 16, it got to the point I couldn’t pay the rent. When you make a carton of eggs last a week, it’s time for a realization that maybe I’m done. I left my former label, management, and just sat. I wasn’t commercial. I’m not making money.”
 
Impossibile non tornare con la memoria all'imperdibile Nashville, di Robert Altman, che pur essendo un film di oltre quarant'anni fa, illuminava con lucidità assolutamente attuale ipocrisie e menzogne di una città che da sempre rappresenta per la musica popolare americana quello che rappresenta Hollywood per il cinema: la meta più ambita per artisti veri, sognatori e cercatori di fortuna senza talento. Nessun dubbio che Lindi Ortega appartenesse alla prima di queste categorie. Staremo a vedere come saprà rialzarsi. Dopotutto, non ha mai permesso ai suoi demoni di prendere il sopravvento.
 


giovedì 2 marzo 2017

MFT, Febbraio 2017

ASCOLTI
 
Thunder, Rip it up
Gang, Calibro 77
Battle Beast, Bringer of pain
Son Volt, Notes of blue
Veronica Grim & The Heavy Hearts, Revelator
David Bowie, The rise and fall of Ziggy Stardust
Bruce Springsteen and The E Street Band, L.A. Sports Arena, California - 1988/04/23
 
Playlist:
 
Eighties (AA/VV)
U2
Bob Dylan
Tool
Van Morrison
 
VISIONI
 
The Walking Dead, stagione 7 / parte 2
Atlanta
Rectify, stagioni 3 e 4
Billions, 2
Le regole del delitto perfetto, 3
Risultati immagini per le regole del delitto perfetto frank

LETTURE
 
Kent Haruf, Benedizione
Bruce Springsteen, Born to run

lunedì 27 febbraio 2017

I miei migliori fumetti (vol 1)

La mia passione per i fumetti è quasi esclusivamente legata al mondo supereroistico della Marvel Comics. Tolta qualche significativa eccezione infatti, la lettura di questa forma d'arte segue abbastanza fedelmente l'evoluzione della cosiddetta Casa delle Idee. Sono poi molto legato ad alcuni artisti in particolare, siano essi scrittori, disegnatori o abbiano ricoperto entrambi i ruoli. Gente che, nel proprio tempo, ha contribuito a portare il genere a livelli di credibilità che hanno alzato l'asticella per tutti quelli che sono venuti dopo di loro. Parlo di personaggi come John Romita, Jack Kirby, John Byrne, Frank Miller, Todd McFarlane, Bob Claremont, Alan Moore, DeMatteis e tanti altri. Solo una parte di loro rientrano in questa prima sezione di favoriti. Spero di avere modo di celebrare in futuro quelli che mancano.



L'apertura è doverosamente riservata ad un albo che mi ha spalancato le porte della meraviglia. Il primo fumetto di super - eroi che abbia mai letto: L'Uomo Ragno Gigante numero 15,  Il vero volto di Goblin. Me lo regalò mia sorella maggiore, su mia precisa richiesta, nel 1977, mentre eravamo in vacanza nel paese d'origine dei nostri genitori. Avevo nove anni ma il ricordo delll'emozione e del pathos di quell'avventura incredibilmente coinvolgente, con un Parker smascherato e alla mercè della sua nemesi, resta tuttora indelebile.  Anche grazie ad un John Romita all'apice della sua forma.




Ancora l'Uomo Ragno, ma stavolta siamo alla fine degli anni ottanta (1987 nell'edizione americana, qualche anno dopo in Italia) ed è tutto un altro scenario. Il fumetto è diventato adulto, si cominciano ad usare linguaggi e dinamiche narrative più ambiziose e realistiche, sull'esempio dei comics independenti. In questa saga si ribaltano molti dei luoghi comuni dei fumetti e molti temi considerati pericolosi per il pubblico di adolescenti, range di rilievo di queste pubblicazioni. Ne L'ultima caccia di Kraven, Kraven, pittoresco e storico nemico del Ragno, stufo delle solite liturgie tra criminale ed eroe, stavolta spara a prima vista, ferendo un sorpreso Uomo Ragno per poi seppellirlo vivo. Il bene trionferà, ma l'accenno all'omosessualità latente di Kraven e il suo suicidio restano una pietra miliare nell'evoluzione dei temi della Casa delle Idee.



La mia personale trilogia di Frank Miller:


Frank Miller è senza dubbio uno degli artisti che più ha contribuito a traghettare nel futuro l'arte dei fumetti. Autore e disegnatore, ha rilanciato big ones come Batman (ne parlo a seguire) e creato capolavori adottati anche dal cinema del calibro di Sin City e 300. Io lo scoprii con il suo primo ciclo(1979/1983 in USA) di storie di Devil,  personaggio che fino a quel momento non rientrava tra i miei favoriti, ma che in mano a Miller rinasceva letteralmente, attraverso il realismo spietato delle sue storie urbane, violente, noir, che culminano con lo scontro tra Bullseye ed Elektra.







Risultato immagine per il ritorno del cavaliere oscuro fumettoSi diceva della poca affinità con il mondo DC. E' chiaro che quando l'universo dei comics impazzisce per un'opera, non si può star lì troppo a fare l'ultrà per una o l'altra casa editrice e bisogna invece accaparrarsela. E' quello che ho fatto con Il ritorno del Cavaliere Oscuro, uscito negli USA nel 1986 e da me comprato in un'edizione della storica fiera di Lucca ai primi dei novanta.Lo spunto di Miller, che ci mostra l'eterno duello tra Batman e Joker, proiettato in un futuro ipotetico con i due personaggi ormai sessantenni e con Bruce Wayne cinico ed esausto è geniale e insuperato. Un must assoluto.


Sin City Hard Goodbye.jpgIl terzo lato della trilogia non può che essere l'imperdibile Sin City, serie di albi usciti per la Dark Horse nel quale Miller ricrea le classiche atmosfere hard boiled alla Hammett; Chandler e Spillane trasportate in una distopica America anni cinquanta dove a regnare sono violenza e corruzione. In un esplosivo bianco e nero passano tra le pagine alcuni personaggi maledetti, condannati e straordinari, come Marv, Nancy e Hartigan. Frank Miller ha coadiuvato Robert Rodríguez e Tarantino alla regia, nell'adattamento cinematografico del 2005.







martedì 21 febbraio 2017

80 minuti di Bob Dylan

La premessa può suonare contraddittoria: non considero Bob Dylan un'artista da greatest hits. 
Quantomeno, è delittuoso iniziare a conoscerlo partendo da una delle tante raccolte che negli anni sono state compilate a suo nome. Non ci può essere approccio alternativo a Dylan che l'ascolto integrale dei suoi album.
Diverso per chi, come me, sebbene in ritardo, ha costruito le sue fondamenta su alcuni lavori che si sono impressi a fuoco nella memoria. In particolare con una manciata di dischi che rispondono ai titoli di Highway 61 Revisited; Blonde on blonde; Blood on the tracks; Desire; Oh mercy e Time out of mind potrei camparci per anni senza bisogno  di altri stimoli.
Tuttavia, se siamo qui è perché l'istinto dello scorpione ha ancora una volta prevalso sulla ragione e non ho voluto resistere all'impellente desiderio di mettere in fila una ventina di pezzi ai quali (noti o meno noti) sono visceralmente legato, consapevole delle molte assenze di rilievo.


01. Political world
02. Highway 61 Revisited
03. Don't think twice, it's alright
04. Jokerman
05. Tangled up in blue
06. I want you
07. All along the watchtower
08. Tweedle Dee & Tweedle Dum
09. Blowin' in the wind
10. One of us must know (Sooner or later)
11. Everything is broken
12. It's all over now baby blue
13. One more cup of coffee
14. Knockin' on heaven's door
15. The times they are a-changin'
16. The mighty Quinn (Quinn the eskimo)
17. Just like a woman
18. Master of war
19. Gotta serve somebody
20. Make you feel my love

giovedì 16 febbraio 2017

80 minuti di my favorite eighties songs (part II)

Dopo il volume uno, i tempi erano maturi per un seguito. Stavolta non mi limito alle pop songs (come nella playlist precedente) e mischio maggiormente i generi alternando alto e basso.
Non finisce qui.

01. David Bowie, Loving the alien
02. Nik Kershaw, The riddle
03. Frankie Goes To Hollywood, Two tribes
04. Spandau Ballet, Through the barricades
05. Tanita Tikaram, Twist in my sobriety
06. Johnny Hates Jazz, Shattered dreams
07. Howard Jones, Things can only get better
08. Christopher Cross, Ride like the wind
09. Housemartins, Caravan of love
10. Taylor Dayne, Tell it to my heart
11. Cindy Lauper, True colors
12. Big Country, Where the rose is sown
13. Brian Ferry, Slave to love
14. Marillion, Kayleigh
15. Sade, Your love is king
16. Alphaville, Forever Young
17. Gazebo, I like Chopin
18. Simply Red, Holding back the years
19. Saxon, Princess of the night

lunedì 13 febbraio 2017

Qui ci scappa la ...ahemm... saga

Accolgo la sfida dell'amico Filo, ma oltre ai primi segni dell'età che avanza rilancio con quelli che, camminando spesso di pari passo, identificano chiaramente l'appropinquarsi dei sintomi della crisi di mezz'età.

1) Acquisti esclusivamente riviste musicali che trattano roba invecchiata minimo trent'anni
2) I ragazzini ti lasciano il posto a sedere sulla metro
3) I ventenni ti danno del lei
4) Strizzi gli occhi sui caratteri più piccoli ma non vuoi arrenderti a inforcare lenti da vicino
5) I bambini che cercano di passarti davanti alla fila del supermercato vengono ripresi dalle mamme al motto "c'è prima il signore!"
6) Stai pensando di farti la spider rossa con foularino a pois viola d'ordinanza al collo (in alternativa la Harley da portare con la barba che arrivi rigorosamente al petto)
7) Hai deciso: rimetti in piedi la tua vecchia band
8) Il colore dei capelli, sul documento di identità è passato da castani a brizzolati.
9) Produci a ciclo continuo compilation con la musica degli anni ottanta, anche quella che all'epoca schifavi
10) L'ipocondria prende il sopravvento. Ogni dolorino è una malattia mortale




lunedì 6 febbraio 2017

J.D. McPherson, Let the good times roll (2015)


Sono un paio d'anni che il nome di J.D. McPherson mi ronza in testa. Onestamente non so perché mi ci sia voluto così tanto per mettere su un suo disco, immagino che dipenda dalla scarsa logica che guida i miei ascolti. Curioso innanzitutto l'accostamento tra copertina e stile musicale. Che genere vi aspettereste voi con una cover del genere? Qualche tipo di indie pop ovviamente hipster e intellettualoide? E invece il buon J.D. è un sopraffino maniaco del suono vintage degli anni cinquanta, quello che predilige la sponda black (Little Richard, Jackie Wilson, Fats Domino) del rock and roll e del ryhythm and blues. Il ragazzone di Broken Arrow, Oklahoma, ha le idee precise riguardo la sua direzione musicale e le ha delineate in due album e un EP. In particolare questo Let the good times roll del 2015 le mette a fuoco in maniera sublime con l'apertura entusiasmante della title track e giù per undici episodi inediti all'insegna della retromania più onesta (non è che con questa roba ci si paghi il mutuo, eh) e convincente possibile ad oltre sessant'anni di distanza dagli originali. Questo disco è una piccola goduria che viaggia al ritmo degli Isley Brothers con It's all over but the shouting, rallenta con Bridgebuilder e chiude pigiando ancora sull'acceleratore con una Everybody's talking about the all-american, che sono certo sia piaciuta ad un certo Boss che conosco.
 
Back to the basics.

giovedì 2 febbraio 2017

MFT, gennaio 2017


ASCOLTI

Bruce Springsteen and the E Street Band, L.A. Sports Arena, California 1988/04/23

Pride of Lions, Fearless

Jake Clemons, Fear and love
Monte Pittman, Inverted grasp of balance

Ryan Adams, Prisoner

Carrie Rodriguez, Lola

Aaron Watson, Vaquero

J.D. McPherson, Let the good times roll; Sign and signifiers



VISIONI

Rectify, stagione tre
The Affair, stagione tre
Atlanta

The night manager

Fortitude, stagione due



 

LETTURE

Bruce Springsteen, Born to run
Kent Haruf, Benedizione

lunedì 30 gennaio 2017

Jake Clemons, Fear and love


Avete presente la voce baritonale di Clarence Clemons, quella che ci mandava in sollucchero ogni volta veniva chiamata in gioco per pronunciare la sua epocale linea di testo "and kid you better get the picture" da Tenth avenue freeze out? Beh, dimenticatela. 
Jake, nipote del mitologico Big Man, che dal 2012 calca le assi dei palcoscenici di tutto il mondo con la E Street Band meritandosi l'immediato affetto del popolo sprinstiniano, dello zio ha sicuramente ereditato la stazza, ma non il timbro vocale, sottile come un filo che sembra sempre in procinto di spezzarsi, ma forse più versatile.
Il musicista arriva a questo suo primo album con una istruzione musicale di tipo jazzistico e con buone esperienze trasversali (oltre a Bruce, ad esempio anche Roger Waters e i Roots) che in qualche modo si riversano tutte in Fear and love, tipico lavoro di formazione che fugge da rigide classificazioni di genere.
Si passa infatti dal pop elegante e d'atmosfera delle prime tracce, tra le quali spiccano Janine e Burning, per poi, superata la boa di metà disco, all'altezza della title track, passare a Sick, broke and broken: un torrido rock blues rafforzato da chitarre sferzanti e ritmiche muscolari. 
Personalmente ho molto apprezzato il non volere, da parte del piccolo Clemons (si fa per dire, vista la taglia), sfruttare la scia della popolarità del suo ruolo da E Streeters affrancandosi dal suono di quella band e seguendo le sue direttrici musicali. Perciò, se volete ascoltarlo suonare il sax, dovete aspettare i due terzi del disco (A little bit sweet; Just stay). Come dire: questa è roba differente, è la mia roba.

Insomma, Fear and love si rivela essere un disco inaspettato e divertente. Un esordio che incuriosisce e fa ben sperare. 

giovedì 26 gennaio 2017

I migliori dischi del 2016

Sono in totale otto gli album che ho estrapolato dai miei ascolti del 2016 per poi suddividerli su un podio dai canonici tre piazzamenti, assecondando la prassi consolidata degli ultimi anni.
 
POSIZIONE NUMERO TRE
 
Volbeat, Seal the deal and let's boogie


Pur con qualche ombra nel meccanismo fin qui perfetto della band di Poulsen, la luce dei Volbeat è comunque ancora forte ed inconfondibile.
 
 
Brian Fallon, Painkillers


Esordio solista del leader dei Gaslight Anthem. Tra richiami del passato e tentativi di affrancamento, il futuro del romanticismo rock potrebbe passare da qui.
 
 
Sturgill Simpson, A sailor's guide to earth


A differenza del vascello immortalato sulla splendida copertina del disco, la nave di Sturgill Simpson ha idee chiarissime sulla rotta musicale da tenere: un porto differente ad ogni approdo.


POSIZIONE NUMERO DUE
 
 
Wayne Hancock, Slingin' rhythm

Wayne "The Train" fa sempre lo stesso album? Speriamo non smetta mai...
 
 
Metallica, Hardwired...To self destruct
 

I migliori Metallica possibili (nell'anno domini 2016, a quasi sette lustri dagli esordi).

 
POSIZIONE NUMERO UNO
 

Gojira, Magma
 
Come nascere nel calderone thrash/death ed evolversi maturando in tecnica, songwriting e autostima, senza smarrire la propria identità.
 
 
Hayes Carll, Lovers and leavers

Mio caro Hayes, ne è passata di acqua sotto i ponti da quando condividevamo salame, taleggio e Valcalepio in una località sperduta della bergamasca. Il tizio scanzonato e irriverente ha lasciato oggi il posto ad un uomo e allo sfoggio delle sue bellissime cicatrici.
 

Afterhours, Folfiri o folfox

Mi ripeto: che ne arrivino altre cento di partecipazioni a talent-show televisivi, se in cambio Agnelli ci restituisce album della profondità di Folfiri o Folfox!