sabato 28 novembre 2009

Into the void


Quante volte avrò visto Zoolander? Ho davvero perso il conto. Resta per me un mistero come questa geniale parodia del mondo della moda (ma anche di molti clichè cinematografici) non sia universalmente considerata come uno dei titoli di genere più imperdibili della storia. Ben Stiller, regista ed attore protagonista, è irresistibile nei panni di Dereck Zoolander, modello di successo planetario "strabello", ma vuoto e stupido come pochi altri al mondo. Straordinariamente nella parte anche l'amico Owen Wilson, anch'egli modello, prima antagonista, poi alleato di Dereck. Nel cast anche Will Ferrell, Milla Jovovich, David Duchovny, Jon Voight e diversi vip che interpretano loro stessi.

Il film contiene tante di quelle scene memorabili che sarebbe impossibile ricordarne solo qualcuna . Tra citazioni alla musica eighties (Wham!, Frankie Goes To Hollywood), gare di sfilata, espressioni facciali cool, ignoranze monumentali, la pellicola è un irresistibile crescendo comico.

Probabilmente l'avete abbondantemente visto e rivisto anche voi. Non posso però esimermi dal segnalare almeno un momento topico. Quello in cui Zoolander/Stiller e Hansel/Wilson penetrano nella base del diabolico stilista Mugatu (un grande Will Ferrel), e , in contatto radio con un'amica giornalista cercano dei files compromettenti. "Sono nel computer" dice lei. In questa scena i due cercano di impossesarsene, senza avere la benchè minima idea di cosa sia un computer. Non sto neanche a dirvi di indovinare la citazione cinematografica, so di avere dei lettori a modino, io.



P.S. Purtroppo pare stiano girando il seguito...

giovedì 26 novembre 2009

Gentlemen


Assecondo il volere dell'autore di questa lettera, contribuendo, nel mio piccolo, alla sua diffusione sul web.
A mio avviso comunque, Ignazio se ne frega del Governo, ma guai a gufargli l'Inter...


LA LETTERA
"Se La Russa mi augura il cancro"

Salve,
sono un ragazzo di 31 anni che da due anni lavora e vive a Barcellona.

Premetto che purtroppo non abbiamo filmati ne' una documentazione audio circa l'accaduto, perciò posso solo limitarmi a raccontarlo.

Erano circa le 17 di martedì: io e i miei colleghi di lavoro ci godevamo gli ultimi minuti di pausa prima di tornare al lavoro. Improvvisamente qualcuno riconosce una nota fisionomia, la figura di un signore seduto al tavolino di un bar di Plaza Catalunya...

"E' La Russa!"

E che cosa faceva il nostro ministro li', a pochi metri a godersi la mite temperatura catalana?

Ma, chiaro, era venuto a vedere la "sua" Inter, impegnata nella partita di Champions contro il Barcellona (solo un'ipotesi, inizialmente, poi praticamente confermata da lui stesso).

Bene, per farla breve, qualcuno di noi non ha resistito, vista la ghiotta occasione, e si è così avvicinato al Sor Ignazio...

Questa la sua frase (ovviamente una provocazione, legittima, anzi, dovuta):

"Salve Ministro (stringendogli la mano), spero che la partita le vada male, così come sta andando male il nostro Paese guidato dal suo Governo..."

Una provocazione, certo, ma, garbata, mi pare...
Ed ecco l'incredibile risposta del signor Ignazio La Russa, ricordo MINISTRO DELLA DIFESA DELLA REPUBBLICA ITALIANA:

"Ed io spero che LE VENGA UN CANCRO..."

UN CANCRO.

Questa la vergognosa risposta di un MINISTRO alla provocazione di un cittadino italiano, un ragazzo di 26 anni.

"SPERO CHE LE VENGA UN CANCRO".

Bè, lo so che non c'è nessuna prova o documento ma noi qui siamo in molti a poterlo testimoniare (eravamo un poco lontani ma eravamo li').

Credo che si debba cmq sapere (anzi, forse meglio dire "ribadire") quale sia la caratura e il livello di chi in questo momento ci sta governando, l'arroganza, la maleducazione, la "violenza" verbale che questi signori si permettono di utilizzare nei confronti dei propri cittadini (di parte avversa, s'intende, ma pur sempre cittadini...)

Fine della storia, spero che venga diffusa il più possibile, almeno sul web.

Marco Pidalà
Davide Sellari
Barcellona

martedì 24 novembre 2009

NME: i migliori degli anni zero

Allora, sì. Ci sono due scuole di pensiero. Quelli che vanno di fretta, e considerano come decade il periodo che va dal duemila al duemilanove, e quelli che invece aspettano più coerentemente il prossimo anno, per tirare le somme del decennio.
Fa parte della prima categoria la popolare rivista inglese New Musical Express (NME).
Rispetto alle classifiche fin qui postate, bisogna riconoscere all'NME l'originalità di qualche inserimento che si discosta dai soliti titoli (P.J. Harvey, The Streets, The Shins, At the drive-in, Yeah Yeah Yeahs) e un'attitudine a non cercare il gruppo snob a tutti i costi. Certo, prevalgono gli artisti britannici, ma conoscendo le abitudine del giornale, e degli inglesi in generale, a pompare in modo inverosimile i propri prodotti, è un scoop clamoroso il fatto che al primo posto non ci sia una band della terra d'Albione...


20 Blur - Think Tank
19 The White Stripes - White Blood Cells
18 The White Stripes - Elephant
17 Sufjan Stevens - Illinois
16 The Streets - A Grand Don't Come For Free
15 Queens Of The Stone Age - Songs For The Deaf
14 Radiohead - Kid A
13 The Shins - Wincing The Night Away
12 LCD Soundsystem - Sound Of Silver
11 At The Drive In - Relationship Of Command
10 Radiohead - In Rainbows
09 The Streets - Original Pirate Material
08 Interpol - Turn On The Bright Lights
07 Arcade Fire - Funeral
06 PJ Harvey - Stories From the City, Stories From the Sea

05 Yeah Yeah Yeahs - Fever To Tell
04 Arctic Monkeys - Whatever People Say I Am, That's What I'm Not
03 Primal Scream - XTRMNTR
02 The Libertines - Up The Bracket
01 The Strokes - Is This It

lunedì 23 novembre 2009

15 minuti

Nessuno fino a qualche giorno fa conosceva Donatella Papi. Se questa signora, che di professione fa la giornalista, sta rimbalzando come una pallina nel flipper tra un media e l’altro, è perché ha deciso di comunicare al mondo una decisione che in genere fa parte della sfera privata delle persone. Ha deciso infatti di congolare a nozze con uno dei criminali più psicopatici e violenti delle patrie galere, Angelo Izzo, uno dei mostri del Circeo.

Il cosidetto massacro del Circeo è una delle più sconvogenti pagine di cronaca nera della storia d’Italia. Talmente raccapricciante che non riusciamo a chiuderci i conti, dalla quale non riusciamo ad allontanarci per sempre.
Da quel tremendo fatto di bestiale, inaudita e inspiegabile violenza, perpetrato da tre ragazzi della Roma bene, molto vicini agli ambienti di estrema destra della città, sono passati 34 anni, ma non passa quasi giorno senza che qualche elemento che ricolleghi a quei giorni torni ad emergere, quasi sempre per motivazioni tragiche. Una lunga scia di sangue e dolore che non si interrompe.
Non voglio entrare nei particolari di quella terribile notte, il solo scrivere questo post mi fa star male, se ci fosse qualcuno al mondo che ancora non sa cosa successe può aprire
questo link di wikipedia.

Di certo è anomalo e incredibile il corso che ha preso la giustizia per i tre colpevoli di quella mattanza. Tra fughe all’estero o dal carcere, morti presunte, permessi premio (ma dico, vi rendete conto?!?) durante i quali sono tornati a massacrare innocenti, sconti di pena che li hanno visti uscire dalla galera in anticipo sui tempi, fortissimi sono sempre stati i sospetti di potenti coperture politiche .
Provate a pensare per quanta gente che si è macchiata di crimini meno raccapriccianti lo Stato ha buttato via la chiave. Per loro no. Si sono riabilitati, dicono.
Non ho parole, non mi raccapezzo. Resto attonito. Ma come è possibile?

Torniamo alla Papi.
“-Per me è un angelo-“ dice di lei Izzo.
Ieri pomeriggio (quanto mai l’ho fatto!), durante il tipico zapping da noia domenicale mi sono imbattuto nella signorina ospite alla trasmissione pomeridiana di canale cinque. Le hanno fatto il servizio completo, non si sono fatti mancare niente. Dalla ricostruzione dei fatti del 75, al confronto con i parenti delle ragazze, alla gogna del pubblico presente in studio.

Cristo santo, ma cosa non farebbe la gente al giorno d’oggi per avere quindici minuti di notorietà?
Ma non poteva entrare nella casa del Grande Fratello come tutti gli altri, invece di andarsene per salotti televisivi a raccontare a tutti che sposa un killer psicopatico?
Non sarebbe più dignitoso darsi fuoco?

Alla signora, che i conti li sa fare, e sa benissimo che non passerà mai più di un ora a fianco dell’uomo che ama al punto di voler sposare (immagino con rito religioso) non posso che augurare il meglio.
Ad esempio che Izzo benefici di un altro sconto di pena in modo da poterci vivere insieme, giorno e notte, nella buona e nella cattiva di sorte. Di giorno e di notte. Possibilmente in una casa isolata, lontana da occhi indiscreti. In modo che lui possa dare il meglio di se.

Fanculo.

sabato 21 novembre 2009

When the walls come tumbling down


Sapevo di questa cosa del nuovo disco dei Rammstein. Cioè che in Germania avevano vietato di esporre Liebe ist fur alle da, l'album della band, in tutti i luoghi frequentati da minori di 18 anni. Quindi, a parte i sexy shop (che non mi risulta vendano ancora dischi)il nuovo cd finisce per decreto sotto il bancone delle rivendite ufficiali. Lo compra solo chi sa che esiste, per gli altri puppa.
La cosa sorprendente è che la censura giunge da un paese piuttosto tollerante in tema di sconfinamenti in ambito sessuale dell'arte. La copertina dell'ultimo lavoro della band tedesca raffigura il leader del gruppo nell'atto di intervenire con una mannaia da macellaio su una giovane donna distesa su di un tavolo, e i censori germanici hanno pensato che la cosa potesse turbare le giovani menti locali.

Ho scoperto un'altra cosa, grazie ad un collega. Il primo singolo estratto dall'album (Pussy) è veicolato da un video (ed un testo, questa volta in inglese) molto esplicito. All'inizio non mi sono nemmeno dato il disturbo di guardarlo, pensavo alla solita operazione di culone e tettone alla moda dell'hip hop, materiale pruriginoso per quindicenni allupati.

Invece no, mi dice accaldato il collega di cui sopra, hanno fatto un video hard, con falli, vagine e penetrazioni incluse! E non è tutto, gli attori protagonisti della performance sono proprio loro, i Rammstein!

A questo punto sì che mi scatta la curiosità. Grazie ad un amico del forum, recupero la versione uncensored, e appuro che è proprio così. Gli ultimi secondi della clip sono a tutti gli effetti flash di un film hard core (cumshot finale incluso). Prima, tutti i clichè del genere, le "situazioni" che servono ad introdurre maldestramente le scene di sesso nella consuetudine di queste produzioni.

I Rammstein sono l'unico gruppo metal tedesco a cantare nella lingua madre, ad aver anche raggiunto un successo planetario. Li hanno sempre accompagnati le polemiche. Le accuse di filonazismo (mai argomentate, per la verità, come se bastasse essere tedeschi e fare musica violenta...), di misoginia, di istigazione alla violenza sono sempre state all'ordine del giorno. Non ho mai capito una cippa di merlo dei loro testi, non posso dire di essere un loro fan, ma sicuramente gli riconosco una forte ragion d'essere, a differenza di decine di altre band prescindibili.

Ecco, allora mi sono chiesto, perchè fare un'operazione di questo genere?
Certo, la prima risposta è il marketing d'assalto, la pubblicità. E qui bisognerebbe capire se hanno raggiunto lo scopo. Non ho elementi per valutarlo. Il rischio effetto boomerang in questi casi è sicuramente enorme, ad ogni modo.

Ho l'impressione che quella della promozione non sia l'unica giustificazione a sostenere un'iniziativa di rottura come questa.
Il coinvolgimento personale, la banalizzazione del rapporto sessuale, la riproposizione degli schemi dei film porno...

E se invece i tedeschi abbiano voluto fare da precursori e infrangere una barriera tra due forme d'intrattenimento (arte?) popolare che hanno sempre copulato tra loro, ma che (ipocritamente?) si sono sempre fermate un passo prima di espicitare il loro connubio?

Si saranno guardati in faccia a lungo e poi qualcuno avrà infine detto: - è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur cominciare a farlo, ya?-

Ma anche no, non lo so.
Magari sono solo un manipolo di crucchi filonazi, misogini e violenti.
Ai posteri l'ardua sentenza.


giovedì 19 novembre 2009

Talk to me

Sto facendo un corso di formazione sulla negoziazione. Si respira un'aria, buona, pulita, ottime vibrazioni.
I due docenti, davvero bravi, insegnano il valore civile della negoziazione e soprattutto quali sono gli elementi principali che la compongono.
L'ascolto, l'immedesimazione nella controparte. Il rispetto e il riconoscimento delle diversità. Un atteggiamento proposivo. La ricerca di una mediazione anche attraverso la socializzazione delle rispettive informazioni. Il rispetto, gente. Il rispetto di chi è li a discutere con te e ha lo stesso tuo diritto a farlo.

Caaaspita. Mi sono fermato a pensare a cosa sono normalmente le mie riunioni sindacali. Tra tiri sporchi, colpi sotto la cintola, urla, prevaricazioni, spesso nessun risultato apprezzabile.

Ho pensato anche alle tribune televisive. Momenti di approfondimento trasformati in ring di wrestling dove il copione è già scritto. Si distrugge la posizione dell'avversario, invece di argomentarne una propria. Non si permette all'avversario di esprimersi. Se proprio butta male si si applica la legge Sgarbi. Si urla cioè una frase a ripetizione, fino a che quell'altro non si arrende e smette di parlare. A certa gente probabilmente fanno corsi al contrario: come NON negoziare con gli altri.

In effetti, chi è che ascolta veramente quello che hai da dire, se dissente da te?
Chi è che si immedesima nella tua posizione, per facilitare la comunicazione?
Chi è che, trovandosi in una posizione di potere, media con te?
Chi è che si sforza di davvero capire?

C'è da dire che è una faticaccia, eh. Io stesso, passata la fascinazione di queste lezione me ne dimenticherò già alla prima occasione in cui dovrei invece metterle in pratica.
E' per questo che ho scritto il post.
Come promemoria.

martedì 17 novembre 2009

Un'ottima annata

I Cheap Wine sono il classico esempio di gruppo italiano per il quale il commento più abusato dalla critica è che ha la sfortuna di "essere nato nel posto sbagliato".

Marchigiani di Pesaro, i ragazzi, attivi ormai dal 1997, fanno infatti un rock molto americano, legato all'inizio al cosiddetto Paisley Sound che ha visto nei Dream Syndicate e nei Green on Red (la ragione sociale della band deriva proprio da una traccia contenuta nel loro, seminale, Gravity Talks) gli esponenti di maggior peso del movimento. Poi però allargano i loro orizzonti abbracciando tutto il sound classico dei grandi d'oltreoceano. Riferimenti d'obbligo Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen (non nello stile, ma piuttosto in certe magniloquenze).

Come da solida tradizione anglosassone, l'ossatura della band è formata da dua fratelli, Marco (voce e chitarra) e Michele (straordinario talento chitarristico) Diamantini, che nel corso degli anni sono stati coadiuvati sempre dagli stessi collaboratori, fino alla recente rinuncia dello storico drummer e disegnatore di tutti i loro artwork, Francesco Zanotti, sostituito nel 2008 da Alan Giannini.

Al commento iniziale ci sarebbe da aggiungere probabilmente che, oltre ad essere nati nel posto sbagliato per il rock and roll, sono anche nati nel momento sbagliato per suonarlo.

La loro musica è infatti meravigliosamente fuori da ogni moda, non sono, per dire, i Lacuna Coil, che, bravi e scaltri, si sono saputi ritagliare uno spazio nel gothic/pop metal, questi qui davvero suonano cose e temi da dinosauri. Il che, se per me è splendido, non si può dire che lo sia anche per il music buisness. Ma loro giustamente se ne fregano e vanno avanti per la loro strada. Questa è la loro musica, è questo sangue che scorre nelle loro vene. In più di un decennio hanno macinato chilometri e concerti, fino a raggiungere una maturità e un modo di stare sul palco invidiabili per moltissime band italiane.

Personalmente li avevo persi di vista dopo quell'eccellente lavoro (esaurito, di recente in ristampa) che risponde al nome di Ruby Shade, li ritrovo oggi con il nuovo Spirits.

In questa ultima release li ritrovo meno elettrici e meno orientati a veloci fughe chitarristiche e pezzi nervosi, ma più concentrati sulle chitarre acustiche, sul basso usato come contrabbasso, su di una musica che si lancia senza timore verso grandi spazi aperti.

Un sound che vedrei bene come soundtrack di un film ambientato nelle periferie degli stati del sud degli USA, lunghe strade che si percorrono solo per viaggiare, non per giungere a destino.

Affascinanti ballate acustiche suonate sul filo della voce di Marco (Just like animals), nervosi blues (Leave me a drain; The sea is down), brevi strumentali (Alice).
Nella traccia sei (La buveuse) trova collocazione, in maniera spontanea e in giusta misura, anche una tromba.

Spirits contiene inoltre due cover, una di Bob Dylan, Man in a long black coat e Pancho and Lefty, il pezzo più noto (oggetto di attenzione anche da parte di Steve Earle, quest'anno) del compianto Townes Van Zandt, entrambi i brani sono proposti con rispetto, ma in pieno stile Cheap Wine.

Avendo perso degli episodi della discografia del combo, non so se è lecito parlare o meno di disco della maturità. Di certo è una prova ampiamente positiva. E' bello sapere che c'è gente dalle nostre parti che non molla, non si svende e continua a fare ciò che più gli aggrada, in campo artistico. Dell'ottimo folk/rock/blues nel caso specifico dei fratelli Diamantini.



lunedì 16 novembre 2009

MFT, novembre 2009


ALBUM


Foo Fighters, Greatest hits
Il Teatro degli Orrori, A sangue freddo
Cheap Wine, Spirits
Steve Earle, Townes
Mr Big, Back to Budokan
Eels, Hombre Lobo
Bruce Springsteen, Hammersmith Odeon - London 75
Pearl Jam, Backspacer
Spandau Ballet, Once More
The Gossip, Music for men
Them crooked vultures, omonimo
Cò Sang, Vita bona
Rammstein, Liebe ist fur alle da
Paradise Lost, Draconian Time







PLAYLIST

A selection of the greatest 100 hard rock songs

LETTURE


Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta
Giorgio Scebranenco, Racconti neri



VISIONI


Flashforward, stagione uno
Dexter, Stagione tre
The Shield, stagione sette

domenica 15 novembre 2009

I migliori della vita: Miles Davis, A kind of blue



Miles Davis, A Kind of Blue, 1959





Merda. Come si recensice un disco jazz? Come si descrivono le note che escono dalle casse dello stereo, le figure geometrice formate dalla coesione degli strumenti, le mille sfumature del genere? Figuriamoci, già annaspo con le definizioni per le canzonette. Tra l'altro qui sono di fronte ad un masterpiece assoluto. Non si può fare, non ne sono capace. Però non posso nemmeno deletare dalla lista dei migliori della vita Kind of blue per manifesta incapacità. Vabbeh, come viene viene. Questa, più che una recensione classica sarà una serie di considerazioni, impressioni, di ricordi, di emozioni e percezioni legate al Disco e al suo leggendario autore, Miles Davis.

Provo a partire dall'inizio. Mi ha sempre affascinato la figura di Miles. Ancor prima ancora di aver ascoltato una sola nota uscire dalla sua tromba, intendo. Non lo so, lo vedevo raffigurato in immagini d'epoca e mi sembrava un dio. Bello, fiero e potente, mai un'incertezza nello sguardo. Poi i racconti di qualche amico su di lui, le sue imprese, le sue bravate, il suo orgoglio, la sua superiorità.
Bene, sono ancora a digiuno della sua musica quando mi immergo nella sua autobiografia (minimum fax, 500 pagine, consigliata) e la divoro. Prima ancora di terminarla però compro A kind of blue.

Ora, io credo di essere una delle persone al mondo meno predisposte al jazz, alla musica non cantata in generale. Al netto di qualche autorevole eccezione sono fatto per i brani dalla struttura classica " strofa ritornello ponte ritornello", e possibilmente dotati di una buona cantabilità, per cui la sola idea di mettermi lì con una roba pesa mi provocava psoriasi diffusa su tutto il corpo.
Con A kind of blue invece...Beh è come aver avuto come ideale di donna solo quello di bionde maggiorate, e innamorarsi, di colpo e perdutamente di un'esile mora.

Un disco fantastico, realmente magnetico, ipnotico. Non cosa sia che ti prende e non ti molla in queste note, se la scala musicale modale adottata dal gruppo, la successione degli accordi o il mood, cazzo, davvero non lo so. Ma ricordo chiaramente le sere d'inverno in cui tornavo tardi dal lavoro a turni e restavo sotto casa ad ascoltarlo perchè proprio non ce la facevo a spegnere l'autoradio. O le volte in cui, ascoltando la traccia numero uno, So what, sono caduto in una sorta di stato catatonico, perso dietro al riff iniziale, smarrito e poi riacciuffato non si sa come per tutti gli oltre nove minuti di durata della composizione, da parte della band.
Oh, la mia condizione era indotta solo dalla musica, senza l'ausilio di sostanze stupefacenti, è bene sottolinearlo.

Merito del genio di Davis e della sua tromba, certo. Ma è difficile prescindere dal personnel che si muoveva al suo fianco, a partire da John Coltrane al sax tenore: monumentale, colossale, eroico. Per passare ad un altro genio del sax alto, Julian "Cannonball" Adderley. Poi Bill Evans al piano, Paul Chambers al basso, Jimmy Cobb alla batteria e Wynton Kelly al piano.

Solo cinque pezzi nell'edizione originale, oltre alla già citata open track, Freddie Freeloader, Blue in green, All blues e Flamenco Sketches. Solo cinque composizioni ma tanta, tanta roba.
Una roba che rasserena, riappacifica tutti i conflitti interiori, rimette al mondo. Un disco che migliora le persone. Fa progredire le civiltà.

A kind of blue detiene per me anche un altro record. Oltre ad averne acquistato l'edizione in vinile dopo quella in cd, è senza dubbio il ciddì più regalato in assoluto nella mia esistenza. Ricordo che di recente una grossa catena di elettronica l'aveva messo in vendita ad una cifra irrispettosa, e io, beh, credo di averne prese 4-5 copie, che nel frattempo ho piazzato tutte agli amici.

C'è anche da dire che, dopo aver mandato praticamente a memoria quest'opera superiore, pensavo di essere "culturalmente" pronto per il jazz, e perciò ho provato a buttarmi su decine di titoli, incredulo e estasiato per aver trovato dopo tanti anni un nuovo pozzo di San Patrizio da saccheggiare.

Con mio sommo dispiacere (vuoi mettere vendersi come appassionato e conoscitore di jazz invece che degli Spands?!?), devo invece riconoscere che, tolto qualche altro esito positivo grazie a gente come Charlie Parker, John Coltrane, Charle Mingus, Duke Ellington e una manciata di lavori, fondamentali all'umanità al pari della pennicillina, quali A love Supreme, My favorite things, Mingus Ah-Um, April in Paris, e ulteriori pilastri della musica di Miles, come Birth of the cool, In a silent way, Bitches Brew e On the corner, il jazz non è riuscito a fare breccia definitiva nel mio cuore di buzzurro musicale.
Non ho rinunciato definitivamente, così come non ho rinunciato a capire Frank Zappa, ma per ora me ne sono fatto una ragione.

So già cosa direbbe a proposito Miles, seduto serafico sul suo sgabello a lucidare amorevolmente la tromba. Non alzerebbe nemmeno lo sguardo, si limiterebbe a muovere impercettibilmente le labbra, sentenziando: -"Take it easy man, less is more"-.




giovedì 12 novembre 2009

Everybody needs a good P.R.




Hancock (Will Smith) è uno dei tanti reietti della metropoli losangelina. Vive quasi da homeless, beve, e tira a campare. Già, ma Hancock è anche dotato di incredibili poteri che lo rendono industruttibile a qualunque impatto o arma da fuoco, che gli permettono di volare e gli conferiscono una forza sovrumana.
Per fortuna di tutti ha scelto la strada del bene e non quella del crimine, però il suo servizio all'umanità il più delle volte, a causa del suo costante stato di ebrezza, causa più danni che benefici. Per questo l'eroe è detestato da tutta la comunità, e il suo arrivo sulle scene dei crimini è sempre accolto da fischi e urla di disapprovazione. Almeno fino a quando si imbatte, salvandogli la vita a modo suo, in Ray Embray(Jason Bateman), pierre romantico e sognatore, che gli insegnerà letteralmente a stare al mondo, e in sua moglie Mary (Charlize Theron).

Produzione anomala nel panorama supereroistico americano, Hancock nasce da un buono spunto, non originalissimo per i comic book, ma abbastanza innovativo per il cinema. Will Smith si cala bene nel personaggio e sopratutto la prima parte del film è abbastanza divertente. Poi però a mio avviso la sceneggiatura non riesce a dare un canone preciso alla storia. Si passa infatti da quelle che potrebbe essere quasi una parodia dei super-eroi, ad una vicenda in stile highlander a sviluppi eccessivamente drammatici della storia.

Se la produzione avesse optato per un genere più definito, a mio avviso il film ne avrebbe guadagnato, rispetto ad un tentativo di tenere in equilibrio toni tra loro opposti che in questo ambito non riescono ad armonizzarsi. Soprattutto io avrei utilizzato il taglio dato al personaggio per sviluppare aspetti del genere supereroistico non permessi per ovvie ragioni ai personaggi ufficiali dei fumetti, ma che sarebbe stato divertente approfondire con un character così particolare.

La sufficienza ad ogni modo la raggiunge, ma nel filone "intrattenimento con la spina del cervello staccata" .


P.S. Segnalo una battuta, forse l'unica davvero azzeccata del film, Ray viene presentato al consiglio d'amministrazione di una grande azienda come il Bono dei pierre, lui sorridendo replica che: - in realtà Bono è il Bono dei pierre...-


Get on the (piedi)bus

Oggi, approfittando dell'influenza che fino a domani mi terrà a casa, per la prima volta ho accompagnato Stefano all'asilo con il Piedibus.

Per chi non sapesse cos'è, si tratta di un "servizio" organizzato dal comune e gestito o dai genitori o da volontari (in genere pensionati) in cui si raccolgono i bambini di uno stesso quartiere che frequentano elementari e/o asilo e tutti insieme si raggiunge, a piedi, l'istituto scolastico.

Nel nostro caso venivano consegnate ai bambini anche delle bellissime pettorine colorate, che i bimbi indossavano con orgoglio.
E' stata un'esperienza piuttosto semplice, ma divertente e di coinvolgimento.

Utile sopratutto in previsione di quando Stefano sarà più grande, e in grado di prendere questo colorato e vociante "mezzo di trasporto" da solo.

mercoledì 11 novembre 2009

Paste Magazine: i migliori venti degli zero

Non conosco Paste Magazine, però anche loro hanno fatto una bella lista del meglio della decade. Una domanda di metodo: ma la decade si chiude nell'anno nove o in quello zero? Mah. Intanto beccatevi anche questa (ma anche no, ovviamente).

20. The National, Boxer
19. Beck, Sea change
18. Amy Winehouse, Back to blak
17. Kanye West, The college dropout
16. Rufus Wainwright, Want one
15. Patti Griffin, 1000 kisses
14. The strokes, This is it
13. Josh Ritter, The animal years
12. Spoon, Kill the moonlight
11. The Hold Steady, Boys and girls in America
10. M.I.A. , Arular
9. The Avett Brothers, I and love and you
8. OutKast, StanKonia
7. Gillian Welch, Time
6. The White Stripes, Elephant

5. Bright Eyes, I'm awake, It's morning
4. Radiohead, Kid A
3. Arcade Fire, Funeral
2. Wilco, Yankee Hotel Foxtrot
1. Sufjan Stevens, Illinois

lunedì 9 novembre 2009

Lucerna, Tennesse / parte due di due

qui la prima parte


Parlando di abbigliamento, impossibile non notare la “divisa” da concerto di Hank, dato che sembra un residuato bellico di una battaglia agli inferi, composta com’è da consunti pantaloni tipo militare e gilet lacero, il tutto tenuto letteralmente insieme da toppe e da grosse spille da balia. Vorrei vederlo, Williams III, a smadonnare mentre si infila e si sfila quei pants, ogni dannata sera, in camerino.





Esaurita questa disquisizione estetica torno a bomba alla musica. Ebbene, per restare in ambito country e usare un'opportuna metafora, la prima parte dello show sfrigola via facile come il burro su una padella rovente. Grande spazio all’inizio dello spettacolo ai brani di Straight to hell, che alla fine sarà il disco più rappresentato del concerto, stracciando per nove canzoni a quattro l’ultimo (che in teoria avrebbe dovuto essere ancora in promozione) Damn right rebel proud.

Non c’è un attimo di respiro, brevi presentazioni introducono i pezzi, che per il resto filano via senza soluzioni di continuità. Thrown out of the bar, I don’t know, Pills i took, Crazy country rebel colpiscono diretto in faccia, solo che invece di farti sanguinare ti caricano di adrenalina. All’inizio non oso nemmeno scattare foto, troppo è il timore di perdere anche un solo momento dello spettacolo. Arriva l’epica My country heroes e finalmente il ritmo si abbassa un po’. Si respira, cercando aria fresca alzandosi sulle punte dei piedi, ma senza mai smettere di cantare.

Va tutto magnificamente anche se l’uomo di Nashville (solo per nascita, non per scelta) non sta bene, una dannata influenza ed un fastidioso mal di gola lo stanno tormentando da giorni, tant’è che, a discapito del tema droga/alcool, elemento principe delle sue canzoni, lo vedo bere solo acqua, tè caldo e spruzzarsi in gola una spray (immagino) lenitivo. Si scuote un po’ solo quando accetta l’insistente offerta di una suadente mora in prima fila di fare un tiro dal suo joint. Come nella famosa foto in bianco e nero che gira in rete, Hank si avvicina e aspira a pieni polmoni. Più per scena che per desiderio, secondo me. Ma tant’è.

Dopo una decina di pezzi arriva il momento, inaspettato ma esaltante, in cui sale sul palco come co-vocal, l’amico nonchè singer degli Hellbilly e degli Assjack, Gary Lindsey.
E’ in iniziative artistiche come questa che sta principalmente il cambiamento che Williams terzo sta portando nel business della country music, una piccola rivoluzione che infiamma e indigna allo stesso tempo critica e pubblico: la contaminazione tra il metal e un genere come il country , sopravvissuto più o meno indenne da decenni in cui invece gli altri canoni si sono intrecciati, innestati, accoppiati tra loro, conferendo longevità e nuova linfa a quel calderone popolare che chiamiamo per semplicità rock and roll.

Gary è dotato di una voce cavernosa che all’occorrenza apre al growling, ed è incredibile quanto il suo utilizzo faccia bene al sound complessivo della band, soprattutto nei pezzi più oscuri.
Three shades of grey, brano dell’ultimo album che consideravo minore, diventa grandioso, con le sottolineature death di Lindsey.
Così come la cover The rebel within, assolutamente fantastica e la spettrale Long hauls & close calls. Ma è con Punch Fight Fuck che si rischia di buttare giù il locale. Il tributo della band alla controversa figura di GG Allin è torrenziale e straripante, non c’è uno spettatore che non alzi i pugni mimando la lotta, quando si arriva dalle parti del ritornello.


Al termine di questo mini-set, non senza dispiacere, salutiamo Lindsey, ma non abbiamo il tempo di struggerci perché lo spettacolo torna subito nel vivo. L’ultima parte riserva ancora molti motivi di soddisfazione, a partire dall’esecuzione di Six pack of beer, per passare ad alcune cover straordinarie, come If you don’t like Hank Williams (del papà H.W. Jr), Good hearted woman (di Willie Nelson), la sempre emozionante I’ll never get out of this world alive (del nonno) e soprattutto la canzone con la quale Johnny Cash abbatteva metaforicamente i muri delle prigioni,giù a Folsom e a San Quintino. Sto parlando naturalmente di Cocaine Blues, suonata e cantata a una velocità pazzesca, tanto che, pur conoscendola a memoria, fatico a stargli dietro. Che canzone, dio mio. E’ un delitto che sia così poco nota e apprezzata fuori dagli stati del sud degli USA. E’ una sorte di manifesto dell’autodistruzione, una discesa agli inferi, un’inarrestabile spirale in basso, che riesce però ad essere al contempo anche ironica . Era una vita che aspettavo di poterla sentire (e cantare) in un concerto. Anche per questo, grazie mr. Williams third (e grazie mr. Cash, ovviamente).

Sono letteralmente senza fiato, per il caldo, il singalong e quel poco di pogo che si è fatto. Però non mollo, tengo la posizione. Non arretro di un centimetro.
Hank annuncia l’ultimo pezzo della parte country del concerto: non può che essere il manifesto del suo pensiero, della sua arte. Il perfetto cumshot della serata : Dick in dixie. Quel poco che resta da dare lo si dà senza risparmiarsi. Non si canta più ormai, le corde vocali sono surriscaldate, si apre la bocca per articolare le parole, ma non si è certi del risultato.
Stasera, per un ora e mezza siamo tutti reietti del pop country nashvilliano,e lo urliamo all’unisono: …cause I’m here to put the dick in dixie/ and the cunt back in country / cause the kind of country i here nowadays / it’s a bunch of fucking shit to me / they say that i’m ill mannered / that i’m gonna self destruct / but if you know what i’m thinking / you know that the pop country really sucks.

Il pezzo (alla fine la setlist sarà composta da non meno di trenta brani) finisce nel delirio collettivo, Hank ringrazia e attacca la seconda parte del concerto senza nemmeno scendere dal palco. Si toglie il cappello da cowboy, si rinfresca la testa, si infila un anonimo berretto da camionista, cambia la Guld con una Gibson e riparte. Torna sul palco anche Gary Lindsey, che si mette in mezzo alla formazione, mentre Hank si sposta a destra, lasciando all’amico il centro della scena.

Il resto degli strumenti resta inalterato. La Damn Band che accompagnava Williams 3 nel set country si è trasformata negli Hellbilly, che fanno heavy metal con le stesse armi (banjo e violino inclusi) con le quali suonavano la musica dei redneck americani.

Lentamente, come un esercito di zombie attirati non dal sangue ma dalle note grevi della band, vedo che si avvicinano al palco alcuni gruppi di metallari che si erano fino a quel momento tenuti in disparte, in fondo alla sala. E ‘ il loro momento. Per me invece è tempo di dare refrigerio alla mia arsura. Mi allontano, scendo al bar giusto il tempo di farmi spiegare da una barista locale con accento tipo Sturmtruppen come si pronuncia correttamente mojito e di vedere Bob Wayne, l’opener act, che vende personalmente i suoi cd ( masterizzati!). La t-shirt che indosso (quella dei Pogues) è fradicia, perciò mi convinco della necessità di acquistarne una. La scelta cade su di un modello celebrativo del tour europeo, che davanti ha solo il simbolo III su campo nero. Perfetto.

Un pessimo mojito e una minerale più tardi, torno al concerto proprio quando il set degli Hellbilly sta terminando. Questa volta dopo i saluti i ragazzi si prendono un paio di minuti di pausa, prima di tornare sul palco come Assjack. E stavolta cambia anche l’assetto della band che asseconda le necessità canoniche del sound da rock band. Cambia fisicamente anche il tizio dietro alle pelli, la formazione è la classica basso/chitarra/batteria (Linsdey non suona alcuno strumento), e si parte subito a picchiare duro.

Il repertorio proposto è quello dell’omonimo disco del debutto. Linsdey si è scaldato e ha preso saldamente in mano il controllo del concerto. Provoca il pubblico, accenna un paio di volte allo stage diving, durante Cocaine the white devil mima in maniera teatrale pippate e stonature conseguenti, si colpisce ripetutamente in testa con quello che capita ( microfono e vassoio di metallo, soprattutto), mi tornano giustappunto alla mente alcune immagini scovate sul web in cui il nostro fa bella mostra con la testa orgogliosamente insanguinata.
Tennesse driver fa la sua porca figura, così come la versione metal di P.F.F. , quasi irriconoscibile all’inizio, ma straripante e coinvolgente poi.

Ecco, stavolta è davvero finita. Dopo quasi tre ore di emozioni travolgenti, di passione, di un live-act interminabile e inarrestabile, Hank appoggia la Gibson. Nemmeno saluta, si infila una pesante felpa nera e pensi, cribbio, deve stare proprio male per mollarci in questo modo. Non è così infatti, perché in realtà, una volta copertosi, si avvicina ai bordi del palco, si siede, e comincia a scambiare due parole, a firmare autografi e a scattare foto con i fans.

Avevo letto che fosse un tipo piuttosto rude ed intrattabile, ed invece lo vedo mentre si fa tirare di qua e di la da un paio di tizie attempate che lo sbaciucchiano, mentre firma qualunque cosa gli passino e si fa fotografare senza soluzione di continuità. Penso: ma guarda un po’, non sempre la verità sta nel web ... Per la cronaca, riesco a farmi firmare la T-shirt che ho da poco comprato, ed Hank è così gentile da ringraziare lui me, fissandomi dritto negli occhi. Ah, questi gentiluomini degli stati del sud!



Mi stacco a fatica dal capannello di gente che lo circonda, non saprei dire quanto per quanto tempo ancora Hank si sia fermato con i suoi sostenitori, già così si è concesso in misura superiore a chiunque altro io abbia mai visto finora. Rifletto su quanto sia stato grandioso l’evento a cui ho assistito, così vicino alla perfezione da poterla quasi toccare ( la distanza che manca sarebbe stata coperta da almeno un paio di pezzi mancanti: The grand ole opry e Candidate for suicide, ma è pura pignoleria). Mi sento inebriato di felicità. Esco.

L’aria fuori dallo Schuur è fresca, è un bel contrasto con la cappa di afa che si era creata sotto il palco, mi giro il biglietto da visita del taxi tra le dita, indeciso sul da farsi. Un chilometro circa mi divide dall’albergo e so con certezza di essere la persona con meno senso dell’orientamento dell’intero sistema solare, ma l’adrenalina è ancora forte ed è una bellissima notte. Fanculo al taxi, basta una volta, nella vita. Mi incammino da solo nella zona industriale e verso il centro città con un’incoscente sorriso da ebete stampato in viso.

Intanto è passata mezzanotte e siamo al cinque settembre. Per un curioso scherzo del fato in questi minuti compio quarantuno anni. In una situazione diversa sarebbe stato malinconico passare una parte del proprio compleanno camminando da solo, di notte, in una città sconosciuta, con i marciapiedi umidi di pioggia che riflettono opacamente i lampioni e un paio di mignotte sorridenti che cercano di adescarti con discrezione, ma nel mio caso non è stato affatto così. Mi sento a posto, quasi privo di peso, leggiadro nella mia contentezza primordiale.
Lucerna after midnight brulica ancora, incredibilmente rispetto ai nostri canoni, di giovani per strada e locali (e negozi) ancora aperti, con la musica dei guns and roses che esce dalle birrerie, riversandosi esausta sui marciapiedi.

Nonostante la tentazione (e la sete), non mi fermo per una birra e tiro invece dritto verso "casa". Incredibilmente riesco a non perdermi e in pochi minuti trovo la strada giusta. L’ho detto no, che era una notte magica?

fine

per i feticisti , qui ci sono anche tutte le altre mie foto del concerto

domenica 8 novembre 2009

Doh!

Alla fine anche Marge ha ceduto. Si sa, i soldi in casa non bastano mai, e tre bambini da crescere sono tanti. Con un marito che spende una fortuna in televendite poi...
In fin dei conti Plaboy è un giornale radicato nella vita e nella cultura americana, mica un giornalaccio da camionisti, no?



venerdì 6 novembre 2009

Prison break

Posto il link ad uno spietato articolo di Adriano Sofri sull'ipocrisia generale quando si parla di detenzione, di giusta pena, di indulto e di diritti umani in galera. Perdeteci cinque minuti...

Carceri: quando la punizione diventa un inferno

Da R2 di ieri.

mercoledì 4 novembre 2009

Sesso, droga & quarto potere

Scusate, ma davanti alla vicenda Marrazzo mi scopro moralista.

Un uomo politico che ha responsabilità istituzionali di un certo peso deve avere anche una condotta morale irreprensibile. Non esiste più il pubblico e il privato. Senza distinguo alcuno. Macchè privacy, macchè "a casa mia sono libero di fare ciò che voglio". No, mi spiace. Non sono d'accordo.Troppo comodo.

Il governatore del Lazio faceva parte di una coalizione che storicamente (almeno per la componente di sinistra) ha fatto della moralità un cavallo di battaglia, un punto d’onore, un elemento imprescindibile che si può prestare (e si è prestato ) ad accuse di ipocrisia politica, ma che per chi si riconosce nel suo valore ha un significato inestimabile. Ho visto con i miei occhi qualche anno fa un esponente della destra, che oggi ricopre un importante incarico di governo, nel privè di un locale a Milano, ciucco tradito e circondato da bodyguard e signorine discinte. Ecco lasciamole fare agli altri certe cose.

Mi sono indignato per Berlusconi, che già parte svantaggiato, visto che lo reputo una persona senza scrupoli, né ideali, né morale, figuriamoci per uno che come politico conosco poco, ma che rappresenta il centrosinistra nella regione della capitale d’Italia e che si fa beccare con transessuali e piste di coca sul tavolo. Non solo, cede a presunti ricatti per paura delle conseguenze personali e politiche. Maddai.

Qualcuno parla di trappolone dei poteri deviati. Può anche darsi. Ma intanto appare più un gol a porta vuota propiziato da un clamoroso passaggio agli avversari.
Già che ci siamo parliamo anche di loro. Degli avversari politici e dei loro manganelli mediatici. Ricordate? Televisioni e giornali sono quelli che, quando il 73enne premier si intratteneva con ragazzine (a detta della moglie) e le escort, bisognava considerali comportamenti collocati nella sfera della privacy, e di conseguenza i giornali che ne riportavano la cronaca erano volgari gossippari (ricordate le
mirabolanti arrampicate libere sugli specchi di Minzolini, direttore di Rai 1?).

Beh, con un concetto così garantista della libertà individuale di un politico, avranno rispettato la privacy del povero Marrazzo, sprofondato nel frattempo in una tremenda crisi personale e familiare?

Sicuramente non avranno rovistato nel torbido, non avranno fatto dell’ironia, non avranno tentato la delegittimazione politica, non avranno ucciso un uomo morto, no? Tra l'altro almeno lui si è dimesso dal suo importante incarico, avrà un peso questa decisione nella valutazione del suo caso?
La risposta non tarda ad arrivare. E ancora martedì, con il garbo, la sensibilità e il rispetto della privacy che da sempre li contraddistingue, Libero e de Il Giornale titolavano:

"Marrazzo Pippava" e "Cocaina: Marrazzo confessa"




Quando si dice la coerenza.

martedì 3 novembre 2009

A sangue freddo, per organi caldi


Se prima di parlare di A sangue freddo, il nuovo disco del Teatro degli Orrori, devo recitare il mea culpa per non aver ascoltato a dovere Dell'impero delle tenebre, il loro debutto di un paio d'anni fa, lo faccio subito, così mi tolgo il pensiero. Di quell'album mi era piaciuta molto l'originalità e il tiro delle composizioni, ma faticavo a digerire l'impostazione molto teatrale della voce di Pierpaolo Capovilla, vero marchio di fabbrica del progetto.

Ora, visto che in molti, tra quelli che avevano adorato Dell'impero delle tenebre, sostengono che questa seconda opera sia inferiore alla prima, mentre io l'apprezzo in misura superiore, sono portato a pensare che A) il disco è più commerciale e quindi più fruibile alla massa, nella quale mi identifico appieno B) che il sound, e sopratutto lo stile di Pierpaolo ha finito di decantare nelle mie botti dandomi infine la possibilità di cominciare a gustarlo.

Comunque sia, A sangue freddo è per me una splendida rivelazione. Già a partire dalla traccia apertura mi fa vibrare le corde più emotive e intime. Io ti aspetto è una nenia notturna, alcolica, disperata. Sospesa tra Buscaglione e Milano Circonvallazione Esterna, il pezzo degli Afterhours. E' un amante in solitaria e vana attesa, il protagonista del pezzo. La narrazione è collocata nel cuore della notte, quando è difficile distinguere tra realtà e sogno: " l'amore è una cosa così bella una cosa così grande / una notte d'angoscia non può che diventare una carezza / su quel dolce profilo di persona per bene che sei".

E' raro trovare un'attenzione così accurata alla qualità dei testi, del linguaggio, alla scelte delle parole da usare, alla poesia in un disco di tostissimo hard rock. Già, perchè se ci si perde nella lisergica open track, lasciandosi andare alla struggente malinconia del pezzo, ci pensa Due , la traccia successiva a ricordarci che razza di bocca di fuoco siano in grado di springionare Il Teatro degli Orrori. Non mi viene in mente nessun'altra band italiana che abbia un tiro di rock duro così internazionale. Davvero poco da invidiare a chiunque. In questa traccia emerge anche una bella cantabilità, che comunque non sacrifica la poesia: "I love you baby / com'era bello fare all'amore con te / come son belle le illusioni ed i pensieri tristi / e le canzoni degli anni settanta e quella voglia di andare via / e il desiderio di restare / e il così nobile orizzonte del mare Ionio che se ne va viaverso l'Africa / è così ogni santo giorno".

Ma questo album è anche politico, a modo suo. Spara a ripetizione contro i luoghi comuni, i vizi, l'indifferenza della società moderna. Ricorda eroi dimenticati. La magnifica title track, ad esempio, celebra Ken Saro Wiwa: "io non mi arrendo, mi avrete soltanto con un colpo alle spalle / io non dimentico, e non mi arrendo. Io non mi arrendo / è nell'indifferenza che un uomo un uomo vero, muore davvero", e fa avanzare di un nuovo step la canzone di protesta italiana. Niente chitarre acustiche e fisarmoniche, ma chitarre/basso/batteria e ampli a massimo volume.

Restano da segnalare Majakowskij, non lontana dal Teatro Canzone di Gaber, la disperata preghiera Padre Nostro, e quella che nel suo incedere potrebbe a buon titolo essere la Walk (Pantera) italica, cioè Alt! , uno dei pezzi che più trascinanti e che immagino più spaccheranno in concerto.

In conclusione, se dovrò recuperare il primo disco del Teatro lo farò di certo, ma intanto mi godo questo, che magari ha dei cali di tensione, ma che contiene almeno 7-8 canzoni davvero notevoli, rispetto, non solo al panorama nazionale, ma in senso assoluto.
Con ogni probabilità nella top ten dell'anno.



domenica 1 novembre 2009

Ready or not, here they come...

E così, preceduto dai soliti clichè dell'industria di settore, che prevodono una politica di marketing fatta di annunci di ritrovata intesa artistica e personale tra individui che faticavano anche solo a salutarsi se s'incontravano per strada, è uscito il nuovo disco degli Spandau Ballet.

I cinque cavalieri inglesi del new romantic degli anni ottanta erano rimasti tra i pochi a non raschiare il fondo del barile della reunion, e la ragione a quanto pare era proprio il sedimentare di rancori e risentimenti mai sopiti dalla fine del 1989, anno in cui uscì, non su tutto il mercato mondiale, l'ultimo disco della band, Heart like a sky. Da allora ognuno per la sua strada . L'unico che ha insistito con la musica (e con le cattive abitudini alimentari, a giudicare dalla forma fisica) è stato il cantante Tony Hadley. Che, per dire, anche se avesse smesso non se ne sarebbe accorto nessuno.

Dopo anni di complicate trattative diplomatiche che nemmeno i negoziati in Palestina, eccoli qui dunque gli eroi della mia adolescenza (dovrei vergognarmi un pò, ma ho le spalle larghe: Parade è uno dei dischi che più ho consumato quando avevo 16 anni, e forse anche un pò dopo).
Album e turnè alla fine della prima decade degli anni zero. Chi l'avrebbe mai detto?

Come già annunciato, Once More, il disco del ritorno, non è composto da pezzi nuovi, ma da successi rielaborati. Contiene solo due inediti messi lì come parentesi: la title track posta all'inizio e Love is all, piazzata in chiusura.

La raccolta appare costruita perlopiù sulle doti vocali di Hadley e su di un sound caldo, vicino all' unplugged. I pezzi sono tutti abbastanza rallentati, molto spazio alle acustiche di Gary Kemp, basso e batteria il minimo indispensabile, il sax di Steve Norman, che costituiva un elemento cardine nell'economia dei pezzi del gruppo, passa in subordine, viene spesso estromesso, se usato è nel tentativo di creare l'effetto di nervose improvvisazioni, di norma all'interno del bridge.

Alcune canzoni suonano molto vicine all'originale. Data la loro forza melodica, è difficile inventare chissachè per True, Gold o Lifeline, mentre alcuni pezzi che in originale erano movimentati, come ad esempio Only when you leave o With the pride, diventano delicate ballate, molto in linea con le robe da crooner modaioli alla Bublè.

I'll fly for you, una delle mie preferite di sempre, è privata del suo intro di sax e nel cambio secondo me non ci guadagna, mentre, in un classico strappamutande (nonostante il testo a sfondo sociale) come Through the barricades, Hadley tenta di scalare una o due posizioni nella parte bassa della classifica dei cantanti di musica leggera, e forse forse ce la fa .

Abbastanza prevedibili gli inediti, mezzo voto in più va comunque a Love is all, che cerca di reinventare il sound Spandau Ballet mantendosi in qualche modo collegato all'impianto classico che ha fatto la fortuna della band, mentre Once More sa tanto di inedito rimasto nel cassetto di Tony Hadley e tirato fuori per l'occasione.

Tutto fa brodo per rimettersi in piedi e uscire per strada. Il difficile sarà restarci.







They are the robots



Da qualche giorno in famiglia non guardiamo altro.

Nonostante l'insuccesso al botteghino ho trovato in Robots un ottimo film d'animazione. Contiene tutti gli elementi di un immaginario fantastico, molto fanciullesco, legato all'aspetto più ingenuo della fantascienza. I personaggi robotici sono talmente curiosi e colorati che sembrano uscire dalla matita e dalla infinita fantasia dei ragazzini stessi, così come gli inverosimili mezzi di trasporto, i palazzi, le città di questo ipotetico mondo futuro.

La trama non è certo innovativa, il solito follow your dream con happy ending molto ammerigano, ma nell'ambito del contesto generale non è poi così importante.

C'è poi un ulteriore premio per i genitori.
O perlomeno per quelli che ascoltano la musica giusta. I robots cattivi, che vivono sottoterra e ambiscono a ditruggere tutti i robots vecchi per nutrirsi dei loro rottami, sono introdotti per la prima volta, in un perfetto connubio musica/immagini, da quel popò di brano che è Underground di Tom Waits.

Allora, vi ho convinto?