mercoledì 30 aprile 2014

MFT, aprile 2014

MUSICA

Dopo "l'impaludamento sentimentale" dell'ultima lista, torno ad occuparmi di musica nuova (nel senso di data d'uscita) mantenendomi sempre su un alto livello di stagionatura (nello stile). Sono diverse le uscite degne di nota, molte delle quali in ambito metal tradizionale, all'insegna di una buona primavera musicale.


Bob Wayne, Back to the camper

Red Dragon Cartel, self-titled
Eels, The cautionary tales of Mark Oliver Everett
Bryan Sutton, Into my own
The Birds of Satan, self-titled
Kacey Musgraves, Same trailer different park
Nada, Occupo poco spazio
The Chuck Norris Experiment, Right between the eyes
Paolo Nutini, Caustic love
Caparezza, Museica
Steel Panthers, All you can eat
Wilko Johnson & Roger Daltrey, Going back home
Sebastian Bach, Give 'em hell
Nick Waterhouse, Holly
Marah, Presents mountain ministresly of Pennsylvania

SERIAL

E' ripartito Games of Thrones, e questo dovrebbe bastare. In realtà, nei tempo morti tra un episodio e il successivo mi trastullo con Banshee.

LETTURE

A cento pagine dalla conclusione de La verità sul caso Harry Quebert.

lunedì 28 aprile 2014

Red Dragon Cartel, omonimo 2014



Jake E. Lee è un totem della musica heavy. Certo, un totem un po' logoro che attrae sempre meno turisti, visto che il suo momento di massimo splendore l'ha avuto giusto giusto trent'anni fa con Ozzy Osbourne (periodo 1983/86) per poi rifugiarsi nelle backstreets di questo genere musicale, a coltivare progetti anche apprezzabili (su tutti, i Badlands) ma che non lo hanno mai elevato dal suo status di artista minore.
 
Temo che nemmeno quest'ultimo lavoro, realizzato insieme ad un altro outsider di lungo corso, quel Darren James Smith già con Harem Scarem e Helix , sposterà gli equilibri della carriera di Jake. E sarà un peccato, perché l'esordio self-titled dei Red Dragon Cartel è un ottimo disco di mainstream hard rock, con tutte le carte in regola per fare breccia nei cuori degli appassionati del genere, in virtù di un adeguato songwriting; refrain assassini; una partenza potente (Decevied, Shout it out); squisite ballate elettriche (Fall from the sky) ed ospiti in linea con il progetto vintage, che rispondono ai nomi di Robin Zander dei Cheal Trick; Paul Di Anno; Maria Brink dei In this Moment e Sass Jordan, splendida sul pezzo dotato di maggior airplay: Redeem me.
Certo, l'album non rivoluziona l'architettura della musica pesante e non sperimenta ardite innovazioni stilistiche. Si tratta del classico monolite perfetto per i viaggi in macchina, che alterna virtuosismi canori e chitarristici senza mai perdere di vista il delicato equilibrio che in un disco decreta la differenza tra un insieme di buone canzoni e prolissi narcisismi.
 
Il plauso finale va alla Frontiers Records, etichetta italiana specializzata nel cosiddetto soft-rock, che negli anni ha saputo costruirsi una fama mondiale, passando dalla distribuzione alla produzione di un numero impressionante di bands storiche (se volete, qui c'è un elenco esaustivo dei combo sotto contatto dell'etichetta napoletana), e che, a breve, celebrerà la sua scuderia attraverso un festival di tre giorni al Live Club a Trezzo.

mercoledì 23 aprile 2014

True Detective


Non c'è da meravigliarsi che True Detective sia la serie più seguita dai cinefili normalmente non avvezzi al fascino delle serie televisive. Tutti gli indizi portano  tutti a questa inevitabile conclusione: intanto la struttura della fiction, breve e autoconclusiva, è costruita come fosse un film di sei ore, più che una soap interminabile, poi l'ampio respiro del racconto e gli straordinari attori coinvolti nel progetto (elemento questo in realtà ormai all'ordine del giorno nel vasto universo delle tv via cavo americane) ha fatto sì che anche quanti di norma si ostinino a considerare i telefilm come arte di serie B rispetto al cinema, si siano dovuti ricredere.

Molto del merito, è inutile girarci intorno, va riconosciuto a Matthew McConaughey, artista catturato in uno stato di grazia strabordante, che ci regala un'interpretazione di Rusty Cohle, il personaggio più affascinante e tormentato della storia, a dir poco epocale. Aggiungo però che McConaughey non poteva trovare spalla migliore di Woody Harrelson, eccezionale nel rendere il ruolo ordinario di Martin Hart, character almeno all'inizio pervaso dall'ipocrisia del classico all american boy, tutto casa e chiesa, amico di tutti e fedigrafo compulsivo.

True Detective non rivoluziona la struttura delle classiche crime story, ma si impone in virtù di un'autorevolezza complessiva (cast, regia, fotografia, soundtrack) che stabilisce un nuovo standard d'eccellenza che sarà difficile da eguagliare per i "competitors", ma anche per il proseguo stesso del serial (che ad ogni stagione si rinnoverà negli interpreti e nella struttura).
La storia si dipana, sfruttando inizialmente il meccanismo narrativo del flash-back, sullo sfondo di una Lousiana  non dissimile al terzo mondo, in mezzo alla popolazione più povera e disperata,  agli edifici fatiscenti, alle baracche di lamiere adibite ad abitazione, tra adulti e bambini che riducono in fretta la distanza tra indigenza e sopraffazione attraverso una violenza ottusa e brutale che diventa ordinaria, sullo sfondo costante di una religione autoreferenziale, non così lontana dal fondamentalismo cristiano.

Negli anni novanta, i detective Hart, affabile e solare e Cohle (nuovo arrivato con un passato undercover nella narcotici), cupo e nichilista, indagano sull'omicidio di una prostituta, avvenuto con modalità legate a culti religiosi e strada facendo incappano in una serie di sparizioni di bambini, apparentemente inghiottiti nel nulla della desolazione di quei posti. Cohle è meticoloso e gira con una cartella nera, guadagnandosi subito l'appellativo di taxman, mentre Hart fatica a sopportarlo e si limita a fare il suo. Le vicende ci vengono mostrate a ritroso nel corso di un interrogatorio in tempo reale al quale i due, nel frattempo fuoriusciti dalla polizia, sono sottoposti . La vicenda vive così in due fasi separate da un lungo iato, la prima, coperta dal flashback, nel corso degli anni novanta, la seconda a seguire l'interrogatorio e il nuovo incontro tra Rust e Martin.

Il serial vive di momenti altissimi, sia dal punto di vista tecnico (su tutti un piano sequenza di oltre sei minuti al termine dell'episodio quattro), che attoriale (highlights assoluti i monologhi filosofici di Cohle/McConaughey, talmente giganteschi in originale che vederli doppiati meriterebbe pesanti pene corporali).
Di fronte a tanta bellezza, col senno di poi, mi sento un po' coglione ad aver criticato, nei commenti a caldo, la conclusione della vicenda. E' vero, l'agghiacciante realismo (dalle parti di Ellroy o di Lansdale) usato per la narrazione, induceva a pensare ad un epilogo diverso e alcuni indizi disseminati nel corso delle puntate sono stati inspiegabilmente abbandonati dagli sceneggiatori, ma a mente fredda realizzi che in realtà tutta la storia ruotava intorno alla ricerca di una redenzione personale dei due protagonisti. Redenzione infine raggiunta attraverso una catarsi violenta e dolorosa sia sul piano fisico che spirituale (insisto: anche questo è elemento fortemente ellroyano) dalla quale entrambi escono trasformati.

Per questo, e non solo per questo, nonostante il livello di eccellenza raggiunto in media dai serial americani, True Detective è già storia della televisione.

sabato 19 aprile 2014

The Pogues with Joe Strummer, Live in London


E così, a forza di grattare il fondo del barile, qualcosa di plausibile dal repertorio dei Pogues è venuto fuori. Dopo anni di pubblicazioni, ad andare bene onanistiche e più generalmente inutili (si salva solo l'ottimo box Just look them straight in the eye and say: ...Poguemahone!), la band si è decisa a pubblicare ufficialmente una registrazione live del 1991, catturata durante il tour di Hell's ditch.
Cos'hanno di particolare quei concerti, rispetto alle tante gig già rilasciate a nome Pogues? Semplice, in quei mesi la band aveva estromesso Shane MacGowan, ormai inaffidabile a causa delle sue dipendenze da alcol ed eroina, sostituendolo sul palco con Joe Strummer. Il leg di quel tour passò anche in Italia, al cospetto di fans increduli nel trovarsi davanti l'ex leader dei Clash in vece dello sdentato artista, irlandese d'adozione.
Di bootleg di quegli show ne giravano tanti, ma bene ha fatto il gruppo a dire la sua in maniera ufficiale.

Addentrandosi nell'ascolto, si può notare come la band abbia facilitato quanto più possibile l'inserimento di Strummer, limitando al minimo indispensabile il suo contributo vocale sul repertorio dei Pogues, attraverso l'inserimento in scaletta dell'intero lotto di brani strumentali del repertorio e dando ampio spazio alle interpretazioni canore degli altri componenti (schema questo che tornerà utile con il reintegro di un MacGowan ancora un po' incerto, per i tour natalizi della band dell'ultimo decennio), oltre a dare la possibilità a Joe di interpretare canzoni dei Clash (London calling, I fought the law e Straight to hell).
Il risultato è un po' straniante, ma apprezzabile. Joe ci mette abnegazione ma è innegabile che su quelle tracce sentire una voce diversa da quella di Shane, anche se si tratta di una voce dal peso enorme, fa un po' specie. La setlist non propone sorprese particolari, se si eccettua l'apprezzabilissima  riproposizione del medley "da battaglia" The recruiting sergeant/The rocky road to Dublin/The Galway races (da If I should fall from grace with God).

The Pogues with Joe Strummer Live in London è un documento storico che va dall'interessante all'indispensabile a seconda si relazioni a die hard fan o semplici curiosi. Certo, c'è dell'amara ironia nel constatare come, all'epoca, tutti noi non avremmo scommesso una lira sulle aspettative di vita di Shane, mentre non avevamo particolari apprensioni su quella di Joe, e oggi invece ci ritroviamo a non avere ancora completamente elaborato il lutto per uno degli artisti più influenti della cultura rock e con un MacGowan che ancora canta, respirando il suo fetido alito in faccia alla morte, alla faccia di tutti i gufi.

P.S. La copertina che ho postato è quella dell'edizione in vinile dell'album, pubblicato espressamente per il Record Store Day 2014, mentre originariamente l'album è incluso nel box The Pogues 30, che raccoglie tutti e sette i cd del collettivo irlandese.

lunedì 14 aprile 2014

Jo Nesbo, Il Pettirosso



Da appassionato lettore di romanzi polizieschi (o thriller, noir, gialli) mi sono imposto delle regole nella scelta dei titoli a cui dedicare il poco tempo che ho a disposizione per la lettura. La principale, e può sembrare un paradosso visto che ad affermarlo è un drogato di serie tv, prevede di lasciare perdere le saghe e concentrarsi invece sulle opere autoconclusive che, di norma, lasciano maggiore libertà d'azione all'autore e più spazio ai colpi di scena, rispetto ad una dinamica che, a causa della serialità, gira sempre un pò zavorrata. Naturalmente faccio delle eccezioni, come per lo straordinario Joe R. Lansdale, per Ellroy (che meriterebbe un approfondimento a parte, perchè, ad esempio, nella sua Underworld Trilogy la continuità è data dallo scenario più che dai personaggi), e, motivo per il quale mi sto affannando su questo post, per approcciarmi a Jo Nesbo.
Nesbo, norvegese, 54 anni, si è affermato negli ultimi anni come uno degli scrittori di punta di questa ondata di autori venuti dal freddo, a seguito del successo planetario (e ahilui, postumo) ottenuto da Stieg Larsson e dalla sua millennium trilogy.

Come il collega svedese, anche Jo inserisce con perizia la sua storia di fantasia dentro il tessuto sociale norvegese, scandagliando nel passato di quella terra per suggerire risposte alla pericolosa deriva nazionalista che va affermandosi nel Paese. La trama de Il Pettirosso nasce proprio da questo incipit, e il libro per una buona parte rimbalza, a disseminare indizi, tra due piani temporali: il 1944 in mezzo ai soldati norvegesi alleati di Hitler e la fine dei novanta/inizi duemila con le indagini di Harry Hole, ufficiale di polizia che nel prologo della storia viene promosso/rimosso nell'anti terrorismo a seguito di un incidente causato nel corso della visita di Clinton per i colloqui di pace tra Israele e Palestina, realmente avvenuti ad Oslo quindici anni orsono.

Non è certo colpa dell'indiscussa bravura di Nesbo se Il Pettirosso non mi ha del tutto convinto. Il libro infatti scorre fluido e l'intreccio è ben strutturato (serve giusto una buona dose di attenzione per collegare i nomi ostici ai tanti personaggi, in particolar modo quelli dei flash-back nella seconda guerra mondiale) ed avvincente quanto basta, ma per contro il profilo di Hole risponde purtroppo a tutti i clichè abusati del poliziotto solo, burbero ed incompreso e nella narrazione è assente un colpo da autentico fuoriclasse, di quelli che ti scaraventano giù dalla sedia.

Il Pettirosso è il primo libro della serie Harry Hole pubblicato in Italia (nella cronologia originale è il capitolo tre, solo quest'anno è stato pubblicato da Einaudi il primo e nel computo totale siamo arrivati a dieci). 
Con tutto il rispetto, per ora penso di fermarmi qui. 


venerdì 11 aprile 2014

80 minuti di Hair - Metal

Non pubblico playlist da un po' di tempo, ma in compenso la mia attività di compilatore compulsivo viaggia spedita e inarrestabile. Oggi dunque riprendo a farmi vivo con una tracklist truzza che più truzza non si può, visto che mi occupo di un genere disprezzato dai più e amato alla follia da pochi: sto parlando del cosiddetto hair-metal (più nobilmente chiamato glam metal), nelle sue diverse sfumature che vanno dall'AOR allo sleaze .
E già qui in molti alzeranno gli occhi al cielo. Ma visto che il coraggio non mi manca, rilancio: non è l'hair metal delle band di prima fascia (indicativamente Motley Crue, Poison, Cinderella, Ratt, Poison e i primi Bon Jovi) quello su cui voglio focalizzarmi, ma quello più ottuso ed effimero delle band che, al di là dei loro eventuali meriti (alcuni dei combo che seguono avrebbero meritato ben altre fortune, uno su tutti gli Hanoi Rocks) hanno ballato una sola estate, e magari oggi, con trent'anni di più e molti capelli in meno, qualche dollaro riescono ancora ad alzarlo.
 
In memoria di Randy "The Ram" Robinson.


1.       KEEL, The right to rock
2.       LA GUNS, Sex action
3.       AUTOGRAPH, Turn up the radio
4.       FIREHOUSE, Love of a lifetime
5.       QUIET RIOT, Cum on feel the noize
6.       BRITNY FOX, Girlschool
7.       NIGHT RANGER, (You can still) Rock in America
8.       HANOI ROCKS, Up around the bend
9.       WARRANT, Heaven
10.    GREAT WHITE, Once bitten twice shy
11.    KIX, Cold blood
12.    JUNKYARD, Hollywood
13.    STRYPER, Free
14.    WHITE LION, Wait
15.    WINGER, Seventeen
16.    DOKKEN, Just got lucky
17.    LYNCH MOB, River of love
18.    SKID ROW, I remeber you

mercoledì 9 aprile 2014

Inter - Udinese, trent'anni dopo

Era l'8 di maggio del 1983, l'Inter disputava l'ultima di campionato al Meazza contro l'Udinese (il torneo si sarebbe definitivamente concluso la domenica successiva, con la trasferta di Catanzaro). L'anno succedeva all'epocale vittoria azzurra al Mundial di Spagna ma il contrappasso per i tifosi della Beneamata era stato una delle tante stagioni anonime della squadra nerazzurra: con lo spogliatoio lacerato dai clan interni, già in inverno eravamo fuori da corsa scudetto e coppa UEFA.
La società, in occasione della conclusione della serie A e vista la disaffezione dei tifosi, decide allora di aprire i cancelli ai ragazzi entro i quattordici anni (al prezzo simbolico di cento lire) per provare a riempire gli spalti e fidelizzare i supporters del futuro. Tra loro, non senza un po' di timore reverenziale, debuttavo anch'io insieme all'amico d'infanzia Giorgio.
Per dire delle piccole magie di questo sport, ancora oggi, a distanza di tre decenni, i ricordi di quella giornata restano indelebili, nonostante l'irrilevanza dell'incontro e la pochezza tecnica della squadra.
Quel giorno, in totale disprezzo alla primavera inoltrata, il pomeriggio era buio e pioveva a dirotto, ed essendo San Siro ancora privo della copertura (e del terzo anello), si assisteva alle partite completamente esposti alle intemperie. Ricordo distintamente che mentre tenevo il braccio all'insù per reggere l'ombrello, quello del mio vicino di posto gocciolava tenacemente, per tutta la durata della partita, all'interno della mia manica, lasciandomi alla fine dei novanta minuti una busta di pioggia condensata all'interno del gomito del giubbetto.
Per quello che riguarda il campo, l'Udinese passò subito in vantaggio con Gerolin, mentre i nostri erano inconcludenti e di norma tendevano a non passarla mai a Juary, il piccolo brasiliano che festeggiava i gol con un balletto attorno alla bandierina del corner, nonostante l'elegante e reiterato invito dagli spalti ("daghela al negheeer!!!") li invitasse a farlo. Così, quando all'inizio del secondo tempo fu proprio lui ad insaccare il pareggio, fummo in molti a pensare si trattasse della giusta punizione all'arroganza di quel manipolo di debosciati. Da lì in avanti le squadre si accontentarono del risultato e il match si trascinò stancamente alla conclusione. Nonostante tutti gli elementi della giornata avrebbero portato una persona normale ad abbandonare questo sport per dedicarsi a qualcosa di più sensato, per un ragazzino di quattordici anni, alla sua prima esperienza alla Scala del calcio , il danno era invece irrimediabilmente fatto e avrebbe prodotto guasti per gli anni a venire.


Non ho potuto evitare di ripensare a quel giorno quando, un paio di settimane fa,  il solito amico intrallazzone mi ha regalato due biglietti ("così vai con tuo figlio") per Inter - Udinese di giovedì 27 marzo, posticipo serale del 31esimo turno infrasettimanale di campionato.
Premesso che a Stefano il calcio interessa quanto potrebbe interessargli una rassegna sul cinema sovietico, al punto che non ha mai seguito una partita per più di tre secondi di fila nemmeno alla televisione, pensavo che rimbalzasse con sdegno la mia proposta, e invece, non solo ha l'ha accettata al volo, ma si è progressivamente caricato d'entusiasmo mano a mano che la data si appropinquava.
Così, verso le 18 di giovedì, con lo zaino pieno di cibarie che nemmeno dovessimo fare la gita di pasquetta fuori porta, eravamo sulla circonvallazione interna di Milano, dopo un tempo biblico bloccati nel traffico stavamo parcheggiando ad una distanza siderale dal Meazza e giusto sull'annuncio delle formazioni prendevamo posto e cominciavamo ad addentare i nostri panini con un occhio alle squadre che entravano sul terreno di gioco.
Dopo pochi minuti è parso evidente che la partita, analogamente a quel giorno di trentuno anni fa, avrebbe oscillato tra l'ammorbante e l'irritante, con l'ulteriore aggravante di non aver prodotto nemmeno un gol (il risultato finale sarà infatti di 0-0), ma Stefano si è comunque appassionato al contesto: la grandiosità dello stadio, il prato verdissimo, i giocatori a pochi metri (eravamo al primo anello sotto i Boys); l'hot dog dei baracchini, i tifosi dell'Inter che a seconda dei momenti passavano dal disfattismo più totale all'esaltazione più inspiegabile. Ad ogni parolaccia che volava poi (e, come potete immaginare non ne volavano poche) mio figlio realizzava non senza soddisfazione che quel luogo era una sorta di zona franca dell'epiteto e questa consapevolezza gli stampava sul viso un sorriso di soddisfatta, sorniona complicità. Non sono mancati scambi con gli altri tifosi: il migliore di tutti se l'è aggiudicato il mio vicino di posto quando, di rimando al mio tentativo di spiegare alla prole che le partite di calcio non erano tutte così noiose, replicava sardonico "Quelle dell'Inter sì".

Avrei voluto che il debutto da interista di Stefano facesse da miccia ad una passione travolgente per il calcio, un pò come per il giovanissimo alter-ego di Hornby in Febbre a 90, che avvenisse al cospetto di una partita esaltante, una vittoria impetuosa, gol a raffica e campioni indimenticabili, ma in fondo il mestiere di interista è quello di avere spesso davanti una squadra mediocre, farcita di giocatori sopravvalutati, che fa soffrire tanto e che porta a lamentarsi in continuazione. 
E allora, che diventi un ultras da stadio o un appassionato di danza classica, è bene che cominci presto ad abituarsi al pane duro che di norma rappresenta il mestiere di tifoso dell'Inter ed inizi a fare scorta di Maalox.

lunedì 7 aprile 2014

Scorpions, MTV Unplugged in Athens


Visto che da tempo non ho più una dignità da difendere, lo confesso candidamente: gli Scorpions rappresentano uno dei miei tanti guilty pleasures. E non mi riferisco al primo periodo della band (1972/1977), che quelli con la puzza sotto il naso sostengono essere il migliore, ma quello successivo, dei riffoni, dei refrain irresistibili, delle ballate e del mainstream metal. Quello, per intenderci, che va da Lovedrive (1979) a Crazy world (1990) passando per World wide live.
A ciò aggiungiamo l'altrettanto intensa passione per i dischi acustici e converrete con me che proprio non potevo esimermi dall'ascolto di questo MTV Unplugged in Athens, uscito a novembre dell'anno scorso in formato video e cd, che ci consegna un'eccellente performance degli arzilli tedeschi, a loro agio con spazzole e chitarre acustiche tanto quanto lo erano quando formavano la piramide umana all'acme dei loro show elettrici. Tra le altre cose, alla faccia della coerenza (avevano dichiarato che Sting in the tail sarebbe stato il loro ultimo album con materiale nuovo), nella tracklist sono presenti ben cinque brani inediti (dai quali emerge con vigore  Rock and roll band ).
Per il resto sfila autocelebrativo il carosello dei loro pezzi più acclamati, in versioni riarrangiate per l'occasione ma sempre estremamente riconoscibili.  I lenti si coniugano più facilmente con le atmosfere ovattate (Send me an angel; Still loving you; In trance), ma anche le tracce più toste beneficiano del trattamento a spina staccata: Sting in the tail;Passion rules the game; Hit between the eyes; Blackout e l'immancabile Rock you like a hurricane suonano infatti credibili e rinvigorite. Peccato non aver trovato un piccolo slot per Bad boys running wild, uno dei miei anthem preferiti del combo teutonico.
 
Simbolica infine la scelta della location. Dare visibilità al Paese vittima per antonomasia della spietatezza delle politiche dell'Unione Europea, è un gesto che difficilmente può passare per casuale, soprattutto se arriva da una band proveniente dalla stessa terra della Merkel.


venerdì 4 aprile 2014

The Walking Dead, season 4


The Walking Dead se ne frega. Delle critiche sulla qualità della serie, delle ironie sui dialoghi, delle perplessità sugli sviluppi della storia; delle accuse di inconcludenza cronica.
Tira dritto per la sua strada e, come spesso accade, più la critica lo stronca, più il successo di pubblico aumenta. In questo caso fino a fare di questa fiction un vero e proprio fenomeno televisivo, con picchi di ascolto che, negli USA, raggiungono sovente i quindici milioni di spettatori.
E allora almeno un merito ai produttori di questa serie dobbiamo riconoscerlo: quello di aver azzardato il rilancio del filone "morti viventi", che sembrava avere ormai da tempo dato tutto quello che aveva da dare e che invece non solo ha pagato, ma è arrivato anche ad alimentare un nuovo, imprevedibile, volano multimediale (cinema, gaming, comics) sul tema zombies.

Poi certo, lo show non è avulso da intoppi: la trama si avvita spesso su se stessa (come ho già avuto modo di commentare in altri luoghi, la dinamica standard prevede: separa il gruppo/riunisci il gruppo/fagli trovare un luogo sicuro/scacciali dal luogo sicuro/ammazza qualche protagonista/fai tornare qualche personaggio creduto morto) ed è evidente che gli accadimenti spalmati nei sedici episodi potrebbero tranquillamente essere condensati nella metà del tempo, ma in fondo questo è un difetto attribuibile a quasi tutti i serial e comunque non tutti i fill-in (gli episodi cioè che potrebbero anche essere rimossi senza perdere lo sviluppo della trama) sono una noiosa perdita di tempo, come invece si sostiene quasi ovunque. A volte l'introspezione dei personaggi diventa l'elemento di fidelizzazione vincente con i characters, e questo le menti dietro a The Walking Dead l'hanno capito bene.

Entrando sinteticamente nel dettaglio della stagione: si chiudono le storyline del Governatore (non senza il rammarico per la rinuncia ad un villain controverso e riuscito) e dell'esperienza di vita all'interno delle mura sicure della prigione; come accennavo in precedenza si torna poi a sparigliare il gruppo con il leader Rick Grames ferito nel fisico e fiaccato nello spirito, che cerca un rifugio per se stesso e per il figlio; si introducono superstiti umani sempre più spietati che cercano di trarre vantaggio attraverso violenza e sopraffazione  dall'anarchia totale che si è scatenata nel mondo.
Il cliffhanger conclusivo è di quelli bastardi,  di quelli, anche se saranno in pochi ad ammetterlo pubblicamente, che ti fanno trattenere il fiato fino alla stagione successiva.
Che guarderemo tutti per poi lamentarcene puntualmente sulle bacheche virtuali della rete.
Tanto alla fine The Walking Dead se ne frega e tira dritto per la sua strada.

giovedì 3 aprile 2014

MFT, marzo 2014

ALBUM

Musicalmente sto attraversando un periodo di retromania talmente intenso che, per dire, sul lettore mp3 ho creato tre giga di cartella denominata classix, nella quale ho infilato una trentina di album "della vita" che assecondano un unico requisito: contengono tutti pezzi che sono in grado di cantare dalla prima all'ultima strofa.
Davanti a tali premesse, la lista di marzo che segue, ad eccezione dell'ascoltatissima soundtrack di A proposito di Davis, è più che altro una traccia, dalla quale ho spesso derogato.
Grande attesa, in compenso, per l'uscita (prevista per il 21 aprile) di Back to the camper, il nuovo album di Bob Wayne.



Johnny Cash, Out among the stars
Eric Church, The outsiders
Riccardo Sinigallia, Per tutti
Slackeye Slim, El santo grial: la pistola piadosa
Level 42, Sirens
Aloe Blacc, Lift your spirit
Hellbound glory, Old highs new lows
Robert Cray Band, In my soul
AA/VV, Inside Llewyn Davis (soundtrack)




SERIAL
 
Ho terminato giusto l'altro giorno la quarta stagione di The Walking Dead;  dopo una maratona di due stagioni consecutive sono in dirittura di arrivo per House of cards, e infine mi sto gustando il magico equilibrio tra dramma e commedia di Orange is the new black. Inutile sottolineare che l'attesa per la quarta stagione di Game of thrones, che partirà in USA tra pochi giorni, si fa insostenibile.
 
LIBRI
 
La buona notizia è che, dopo un lungo periodo di inattività, sono finalmente riuscito ad re-ingranare con la lettura e addirittura viaggio anche spedito. Dopo la bio di Johnny Cash e Il pettirosso di Nesbo, ho ripreso La verità sul caso di Henry Quebert, con la massima determinazione a portarlo a termine. 


martedì 1 aprile 2014

Captain America: The Winter Soldier

Locandina italiana Captain America - The Winter Soldier

Noi matusa abbiamo dovuto farcene una ragione: qualcuno ha deciso che le denominazioni italiane dei super-eroi Marvel non andavano più bene. Dovendo già subire lo scherno di mio figlio di nove anni quando m'incisto a chiamare Spider-Man l'Uomo Ragno, speravo, almeno con Capitan America, vista la quasi totale analogia con la denominazione originale, di andare sul sicuro e invece niente, anche qui interviene la globalizzazione: il vendicatore a stelle e strisce pure da noi si appella Keptain. E vabè, me ne farò una ragione. 
Digressione linguistica a parte, sono abbastanza soddisfatto dal sequel della saga di Cap (qui la recensione del film precedente), soprattutto per quanto concerne le parti d'azione nelle quali emerge la capacità della produzione di ricalcare i movimenti e le strategie di combattimento che erano la caratteristica delle strisce del Capitano. Da questo punto di vista la sequenza nella quale Steve Rogers abbatte, da solo, un futuristico aereo da guerra che tenta di bloccargli il cammino sono da standing ovation. Apprezzabile anche l'idea di inserire Falcon, pard fumettistico del Capitan America degli anni settanta, quando la casa delle idee (la Marvel) cominciava a recepire i cambiamenti in atto nella società USA orientandosi ad inserire quote di negritudine tra i buoni dei propri albi, effettivamente fino a quel momento piuttosto biancheggianti. Per quanto concerne la storia, bene il ritorno di Bucky, bene l'Hydra infiltrata ai massimi livelli delle istituzioni e il "ritorno" di Zola, bene persino un Redford con il pilota automatico che porta comunque a casa la pagnotta. Non basta invece tutta la sospensione dell'incredulità del mondo per farsi piacere Vedova Nera/Scarlett Johansson, ma ormai si tratta di un problema noto.

Recensione al volo di Stefano, durante la proiezione: 
- Questo è il film del mese!
io: - Solamente?-
- Va bè, film dell'anno! -
io: - Guarda che il mese prossimo esce Spider-Man 2, eh
- Allora film dell'anno...Fino ad oggi!