giovedì 16 febbraio 2017

80 minuti di my favorite eighties songs (part II)

Dopo il volume uno, i tempi erano maturi per un seguito. Stavolta non mi limito alle pop songs (come nella playlist precedente) e mischio maggiormente i generi alternando alto e basso.
Non finisce qui.

01. David Bowie, Loving the alien
02. Nik Kershaw, The riddle
03. Frankie Goes To Hollywood, Two tribes
04. Spandau Ballet, Through the barricades
05. Tanita Tikaram, Twist in my sobriety
06. Johnny Hates Jazz, Shattered dreams
07. Howard Jones, Things can only get better
08. Christopher Cross, Ride like the wind
09. Housemartins, Caravan of love
10. Taylor Dayne, Tell it to my heart
11. Cindy Lauper, True colors
12. Big Country, Where the rose is sown
13. Brian Ferry, Slave to love
14. Marillion, Kayleigh
15. Sade, Your love is king
16. Alphaville, Forever Young
17. Gazebo, I like Chopin
18. Simply Red, Holding back the years
19. Saxon, Princess of the night

lunedì 13 febbraio 2017

Qui ci scappa la ...ahemm... saga

Accolgo la sfida dell'amico Filo, ma oltre ai primi segni dell'età che avanza rilancio con quelli che, camminando spesso di pari passo, identificano chiaramente l'appropinquarsi dei sintomi della crisi di mezz'età.

1) Acquisti esclusivamente riviste musicali che trattano roba invecchiata minimo trent'anni
2) I ragazzini ti lasciano il posto a sedere sulla metro
3) I ventenni ti danno del lei
4) Strizzi gli occhi sui caratteri più piccoli ma non vuoi arrenderti a inforcare lenti da vicino
5) I bambini che cercano di passarti davanti alla fila del supermercato vengono ripresi dalle mamme al motto "c'è prima il signore!"
6) Stai pensando di farti la spider rossa con foularino a pois viola d'ordinanza al collo (in alternativa la Harley da portare con la barba che arrivi rigorosamente al petto)
7) Hai deciso: rimetti in piedi la tua vecchia band
8) Il colore dei capelli, sul documento di identità è passato da castani a brizzolati.
9) Produci a ciclo continuo compilation con la musica degli anni ottanta, anche quella che all'epoca schifavi
10) L'ipocondria prende il sopravvento. Ogni dolorino è una malattia mortale




lunedì 6 febbraio 2017

J.D. McPherson, Let the good times roll (2015)


Sono un paio d'anni che il nome di J.D. McPherson mi ronza in testa. Onestamente non so perché mi ci sia voluto così tanto per mettere su un suo disco, immagino che dipenda dalla scarsa logica che guida i miei ascolti. Curioso innanzitutto l'accostamento tra copertina e stile musicale. Che genere vi aspettereste voi con una cover del genere? Qualche tipo di indie pop ovviamente hipster e intellettualoide? E invece il buon J.D. è un sopraffino maniaco del suono vintage degli anni cinquanta, quello che predilige la sponda black (Little Richard, Jackie Wilson, Fats Domino) del rock and roll e del ryhythm and blues. Il ragazzone di Broken Arrow, Oklahoma, ha le idee precise riguardo la sua direzione musicale e le ha delineate in due album e un EP. In particolare questo Let the good times roll del 2015 le mette a fuoco in maniera sublime con l'apertura entusiasmante della title track e giù per undici episodi inediti all'insegna della retromania più onesta (non è che con questa roba ci si paghi il mutuo, eh) e convincente possibile ad oltre sessant'anni di distanza dagli originali. Questo disco è una piccola goduria che viaggia al ritmo degli Isley Brothers con It's all over but the shouting, rallenta con Bridgebuilder e chiude pigiando ancora sull'acceleratore con una Everybody's talking about the all-american, che sono certo sia piaciuta ad un certo Boss che conosco.
 
Back to the basics.

giovedì 2 febbraio 2017

MFT, gennaio 2017


ASCOLTI

Bruce Springsteen and the E Street Band, L.A. Sports Arena, California 1988/04/23

Pride of Lions, Fearless

Jake Clemons, Fear and love
Monte Pittman, Inverted grasp of balance

Ryan Adams, Prisoner

Carrie Rodriguez, Lola

Aaron Watson, Vaquero

J.D. McPherson, Let the good times roll; Sign and signifiers



VISIONI

Rectify, stagione tre
The Affair, stagione tre
Atlanta

The night manager

Fortitude, stagione due



 

LETTURE

Bruce Springsteen, Born to run
Kent Haruf, Benedizione

lunedì 30 gennaio 2017

Jake Clemons, Fear and love


Avete presente la voce baritonale di Clarence Clemons, quella che ci mandava in sollucchero ogni volta veniva chiamata in gioco per pronunciare la sua epocale linea di testo "and kid you better get the picture" da Tenth avenue freeze out? Beh, dimenticatela. 
Jake, nipote del mitologico Big Man, che dal 2012 calca le assi dei palcoscenici di tutto il mondo con la E Street Band meritandosi l'immediato affetto del popolo sprinstiniano, dello zio ha sicuramente ereditato la stazza, ma non il timbro vocale, sottile come un filo che sembra sempre in procinto di spezzarsi, ma forse più versatile.
Il musicista arriva a questo suo primo album con una istruzione musicale di tipo jazzistico e con buone esperienze trasversali (oltre a Bruce, ad esempio anche Roger Waters e i Roots) che in qualche modo si riversano tutte in Fear and love, tipico lavoro di formazione che fugge da rigide classificazioni di genere.
Si passa infatti dal pop elegante e d'atmosfera delle prime tracce, tra le quali spiccano Janine e Burning, per poi, superata la boa di metà disco, all'altezza della title track, passare a Sick, broke and broken: un torrido rock blues rafforzato da chitarre sferzanti e ritmiche muscolari. 
Personalmente ho molto apprezzato il non volere, da parte del piccolo Clemons (si fa per dire, vista la taglia), sfruttare la scia della popolarità del suo ruolo da E Streeters affrancandosi dal suono di quella band e seguendo le sue direttrici musicali. Perciò, se volete ascoltarlo suonare il sax, dovete aspettare i due terzi del disco (A little bit sweet; Just stay). Come dire: questa è roba differente, è la mia roba.

Insomma, Fear and love si rivela essere un disco inaspettato e divertente. Un esordio che incuriosisce e fa ben sperare. 

giovedì 26 gennaio 2017

I migliori dischi del 2016

Sono in totale otto gli album che ho estrapolato dai miei ascolti del 2016 per poi suddividerli su un podio dai canonici tre piazzamenti, assecondando la prassi consolidata degli ultimi anni.
 
POSIZIONE NUMERO TRE
 
Volbeat, Seal the deal and let's boogie


Pur con qualche ombra nel meccanismo fin qui perfetto della band di Poulsen, la luce dei Volbeat è comunque ancora forte ed inconfondibile.
 
 
Brian Fallon, Painkillers


Esordio solista del leader dei Gaslight Anthem. Tra richiami del passato e tentativi di affrancamento, il futuro del romanticismo rock potrebbe passare da qui.
 
 
Sturgill Simpson, A sailor's guide to earth


A differenza del vascello immortalato sulla splendida copertina del disco, la nave di Sturgill Simpson ha idee chiarissime sulla rotta musicale da tenere: un porto differente ad ogni approdo.


POSIZIONE NUMERO DUE
 
 
Wayne Hancock, Slingin' rhythm

Wayne "The Train" fa sempre lo stesso album? Speriamo non smetta mai...
 
 
Metallica, Hardwired...To self destruct
 

I migliori Metallica possibili (nell'anno domini 2016, a quasi sette lustri dagli esordi).

 
POSIZIONE NUMERO UNO
 

Gojira, Magma
 
Come nascere nel calderone thrash/death ed evolversi maturando in tecnica, songwriting e autostima, senza smarrire la propria identità.
 
 
Hayes Carll, Lovers and leavers

Mio caro Hayes, ne è passata di acqua sotto i ponti da quando condividevamo salame, taleggio e Valcalepio in una località sperduta della bergamasca. Il tizio scanzonato e irriverente ha lasciato oggi il posto ad un uomo e allo sfoggio delle sue bellissime cicatrici.
 

Afterhours, Folfiri o folfox

Mi ripeto: che ne arrivino altre cento di partecipazioni a talent-show televisivi, se in cambio Agnelli ci restituisce album della profondità di Folfiri o Folfox!

martedì 24 gennaio 2017

La nuova Resistenza Americana

Lo so, crescendo siamo diventati più aridi e cinici. Valori e ideologie sono andati a carte quarantotto. Ne consegue che sopportiamo a fatica tutti questi artisti milionari che prendono posizione in politica, nelle guerre, nei temi enormi e irrisolvibili come fame e carestia di oltre metà globo, che arrivano a fare gli ambasciatori dell'O.N.U.. Non ci fidiamo. 
Cosa mi rappresenta esporsi pubblicamente, quando si è ricchi sfondati e affermati se non l'ennesima ricerca di ribalta e riflettori?
Beh, insomma dipende. Spesso l'autenticità dell'impegno è conseguenza inevitabile della storia personale di chi lo propugna. Lo capisci dall'intensità di uno sguardo. Dall'onestà intellettuale. Dalle parole usate. E quando un artista come Bruce Springsteen parla di sè stesso e della sua Band come parte della nuova Resistenza Americana contro Trump, beh, sarò anche doppiamente schierato (sia per Springsteen che contro Trump), ma non posso che mettere da parte tutta la normale diffidenza (anche per un artista che qualche sbandamento dopo l'undici settembre forse l'aveva avuto) e avere un moto d'orgoglio per quest'uomo che usa una parola forte, forse spropositata visto che si riferisce comunque ad una grande democrazia qual è quella USA, come inequivocabile dichiarazione d'intenti: perchè non ci siano dubbi su quale sia la parte per la quale lui parteggia
"Con i miei musicisti siamo qui to witness and to testify" (a testimoniare e documentare) afferma Bruce. Questo è il ruolo che ci consegna la storia, è il sottotesto. Questo possiamo fare, e questo faremo, non certo candidarci in politica (offerta com'è noto più volte avanzata a Springsteen dai democratici e sempre rifiutata) o perpetrare inutili sfilate a favore di camera.
L'assidua frequentazione del catalogo di Woody Guthrie, Pete Seeger e Bob Dylan, ne sono certo, tornerà di nuovo utile.



lunedì 23 gennaio 2017

Aspettando la classifica di fine 2016

Con il consueto ritardo che mi ha contraddistinto negli ultimi anni, sono pronto per la classifica del migliori dischi del 2016. Arrivo lungo a fine gennaio non per un capriccio o per distinguermi dalla massa (quando mai!), ma semplicemente perchè dicembre mi coglie puntualmente impreparato sulla tabella di marcia e immancabilmente resto indietro di qualche recensione di valore che devo assolutamente scrivere prima di archiviare l'anno.
Che anno è stato, il 2016, da un punto di vista delle release musicali? Buono direi: molti dischi sopra la media, ma senza l'album killer che si staglia nettamente sugli altri. E' stato un anno nel quale, pur ascoltando i "soliti" sessanta/settanta dischi nuovi, sono riuscito a recensirne meno della metà. Quasi sempre i dischi non recensiti avrebbero comunque ricevuto critiche negative, per cui dovendo fare i conti con la sempre scarsa risorsa del tempo, non mi ci sono nemmeno messo.
Nel 2016 sono tornati molti dei miei vecchi e nuovi beniamini, curiosamente tutti dell'ambito country-folk-roots. Hanno infatti timbrato il cartellino Austin Lucas, Steve Earle, Hayes Carll, Wayne Hancock e Matt Woods: per tutti loro pollice in su.
E' stato forse il primo anno nel quale le nuove uscite metal hanno sorpassato nei miei ascolti quelle vintage. Megadeth, Death Angel, Metallica, Gojira, Brujeria, Volbeat, Sixx:A.M. hanno tutti pubblicato lavori in un range che va dalla ampia sufficienza all'eccellenza e avranno una loro dignitosa rappresentanza nel lotto dei migliori. Come da tradizione, ho continuato imperterrito ad ascoltare le cose che piacciono a me, spesso lontano dai riferimenti più citati dalle altre classifiche di riviste, siti e blog amici. Anche qui: non si tratta di atteggiamento aristocratico, semmai il contrario, e cioè di una sorta di limitatezza musicale alla quale ormai ho preso gusto a rassegnarmi.

Per dire di come tutto sia ancora da organizzare, al momento di scrivere questo post non so ancora di quante posizioni sarà composta la classifica (meno di dieci credo) e quando riuscirò a pubblicarla, se in settimana o lunedì prossimo.
Vabè. Tanto non c'è il rischio che quei pochi che seguono il blog trattengano il respiro nell'attesa...


giovedì 19 gennaio 2017

Cody Jinks, I'm not the devil


Nel corso del 2016 ho recensito diversi dischi che in qualche modo avevano a che fare con il country (vado a memoria: Hayes Carll, Steven Tyler, Matt Woods, Sturgill Simpson) senza che questo genere fosse però davvero predominate rispetto alla cifra stilistica complessiva di quei lavori. Ecco, se cercate un album hundred per cent country, senza prefissi aggiuntivi che non siano i rigorosi "pure" o "traditional", dovete necessariamente orientarvi verso I'm not the devil di Cody Jinks.
Questo artista texano, che, tra la fine dei novanta e i primi anni zero, musicalmente nasce metal-thrasher (con una band chiamata Unchecked Aggression) è diventato una delle più luminose speranze per tutti gli appassionati di country che non sopportano le derive pop ormai assunte da questo genere e che, al contrario, sono sempre alla ricerca di opere nuove ma ben piantate nel terreno della tradizione.

Ci arriva bello carico, il signor Jinks, all'appuntamento con il suo quinto lavoro di studio, lanciando già dall'artwork di copertina un chiarissimo il messaggio riguardo la natura revivalista della sua musica. La voce calda, tipicamente sudista, la steel guitar, le atmosfere confidenziali sono il baricentro attorno al quale si dipana, allargandosi in cerchi concentrici, I'm not the devil. Che si parli della dolorosa fine di una relazione (The same), di religione (No guarantees), di vita matrimoniale (No words), si riprenda un classico di Merle Haggard (The way I am) o si acceleri improvvisamente nell'honky tonk (Chase that song), per l'intero elenco di titoli della tracklist a prevalere è quella spietata sincerità che fa tutta la differenza del mondo tra un'opera autentica e una prodotta in serie, concetto questo distillato in tutta la sua essenza nella toccante title track.

Non è un caso se negli ultimi anni gli artisti più interessanti e genuini del country arrivino da fuori Nashville, Tennessee e da quell'omologazione che sta svuotando di valori e significato questo genere musicale. Il Texas sta giocando un ruolo fondamentale in questa ridistribuzione del talento sudista, anche grazie a personaggi come Cody Jinks, che continuano imperterriti a fare una musica orgogliosamente tenace e resistente, dotata di un fascino pericoloso, e per questo non accessibile a tutti. 
Questo è I'm not the devil. Disco country dell'anno (scorso).

lunedì 16 gennaio 2017

Afterhours, Folfiri o folfox


L'interesse per una nuova uscita discografica risente molto del desiderio che ho, in quel preciso momento, di ascoltare materiale nuovo di quel determinato artista. Perciò, se nel corso del 2016 sono stato forse più magnanimo del dovuto con le release di Ben Harper e Metallica è solo perché quei dischi mi hanno fatto i grattini proprio dove musicalmente mi prudeva.
Al contrario, quando a giugno è uscito Folfiri o folfox, l'ultimo lavoro degli Afterhours, non avevo alcuna voglia di immergermi nelle insidiose atmosfere di Manuel Agnelli, nonostante il mio affetto sconfinato e la mia imperitura gratitudine nei confronti di questa band.
Non ha aiutato di certo venire a sapere che l'album sia stato ispirato dalla morte del padre di Agnelli e che il titolo dello stesso riprendesse il nome di alcune tipologie di trattamento chemioterapico. Non ha aiutato infine l'ascolto della traccia d'apertura, Grande, che, tra liriche traboccanti e struggente interpretazione vocale, ho trovato troppo dolorosa per proseguire anche solo con la canzone successiva.
Se ho superato questo blocco quasi psicologico e da oltre un mese mi sono immerso nelle note di questo doppio CD , bisogna ringraziare (è proprio il caso di dirlo) le indirette insistenze del mio blogger di riferimento Jumbolo, nonchè di altri amici con i quali da anni ormai scambio via web impressioni e suggerimenti musicali.

Ebbene sì. Folfiri e folfox vale tutta l'attenzione richiesta per entrare in un opera non torrenziale dal punto di vista della durata (per essere un doppio, si attesta comunque sotto i settanta minuti), ma sicuramente impegnativa per i diversi mood dai quali è attraversata. Il lavoro non è solo l'elaborazione di un lutto atteso ma non meno destabilizzante, comunicato in maniera quasi epidermica da composizioni come Grande o L'odore della giacca di mio padre. Gli Afterhours riescono infatti nell'impresa di tornare a realizzare inni generazionali sghembi, così come gli riusciva negli anni di maggiore creatività, ma con la lucida consapevolezza della raggiunta maggiore età, come avviene magistralmente per Il mio popolo si fa.
Ma dicevamo dei diversi umori stilistici che attraversano il disco. Attraverso le diciotto tracce assistiamo come ad un excursus dell'intera carriera della band, che passa agevolmente da suoni acidi, a pezzi quasi improvvisati, a brani in linea con la tradizione cantautoriale italiana, alle tipiche pop songs di casa fino a rimandi ai settanta più sperimentali che richiamano l'ultimo Padania
Più di ogni altra cosa, Folfiri o folfox contiene Le Canzoni. Oltre a quelli già citati, pezzi come Non voglio ritrovare il tuo nome, Qualche tipo di grandezza, Fa male solo la prima volta o Se io fossi il giudice, a differenza degli ultimi lavori in studio (mi riferisco in particolare a I milanesi ammazzano il sabato e Padania), hanno tutte le carte in regola per acquisire la longevità dei pezzi storici della band.

Credo che tra i gruppi italiani protagonisti di una decade (quella dei novanta), irripetibile per intraprendenza, coraggio e trasversalità della proposta artistica (Marlene Kuntz, Subsonica, Mau Mau, Modena City Ramblers, 99 Posse solo per citare i primi che mi sovvengono), gli Afterhours siano probabilmente gli unici ad essere ancora in grado di competere con la qualità delle composizioni di quegli anni. Al netto di tutte le polemiche (che considero insincere e ipocrite) per le scelte mainstream di Agnelli. 

In fin dei conti la risposta migliore a quanti hanno puntato il dito contro l'ultima partecipazione di Manuel a X-Factor in qualità di giudice, è proprio un disco totalmente indipendente e senza compromessi come Folfiri o Folfox.

lunedì 9 gennaio 2017

Wayne Hancock, Slingin' rhythm


Partiamo per una volta dalla coda. Dalla conclusiva traccia numero dodici per la precisione, che si intitola Slingin' rhythm intro. Per quale ragione una intro è piazzata negli ultimi istanti di un disco e non nei primi? Semplice e per certi versi geniale. Perchè questa traccia di pochi secondi altro non è che l'improvvisazione della title track che apre il lavoro, nella quale Wayne Hancock dà le ultime disposizioni alla band prima dell'incisione definitiva della canzone. Se il vostro lettore CD, come il mio, al termine dell'ultima traccia suonata riparte dalla prima ecco che si realizza un effetto "circolare" che permetterebbe di tenere per ore in loop questo album.
Intendiamoci, non è solo per questa divertente intuizione che l'ultimo lavoro di Wayne "The Train" Hancock gira ininterrottamente da giorni sui miei vari devices, ma perchè gli album dell'artista texano sono diventati col tempo un piacere irrinunciabile, accresciuto dall'attesa sempre significativa tra un titolo e l'altro (The ride era del 2013).
Divorzio (rievocato in Divorce me C.O.D. di Merle Travis) e grave incidente in moto non hanno fermato l'irresistibile, languido juke joint swing marchio di fabbrica di Wayne, che viene ancora una volta esplicato in dodici episodi in bilico tra texas swing e rockabilly dentro i quali, a differenza di altri singer che si muovono su coordinate analoghe, non c'è solo spensieratezza retrò, ma anche testi che potrebbero essere presi dal songbook di Johnny Cash, come Killed them both, sulla quale punterei i pochi centesimi che ho in tasca in merito ad una reinterpretazione di Hank III (che di Wayne è un estimatore della prima ora, avendo già ripreso 87 Southbound e Thunderstorms and neon lights), semmai dovesse mai uscire dal suo lungo iato artistico.
E a proposito di famiglia Williams, se l'immenso Hank Williams senior fosse ancora in giro di sicuro celebrerebbe (o denuncerebbe per plagio...) Hancock per una Thy burdens are greater than mine che commuove per quanto rievochi lo stile del più grande cantante country di tutti i tempi.

The Train keep rollin'.

lunedì 2 gennaio 2017

Matt Woods, How to survive


Siccome sono un tipo sentimentale, non posso dimenticare come With love from Brushy Mountain di Matt Woods mi abbia risollevato nel periodo forse più drammatico, dal punto di vista del mestiere che mi sono scelto, degli ultimi anni. In questi tempi tecnologicamente avanzati esprimo la mia gratitudine taggando idealmente questo artista a vita e cercando di stare dietro alle sue produzioni, visto che non sono esattamente dischi di cui si parla nei talk show italiani. Solo in questo modo mi sono potuto avvedere di questa sua nuova produzione, che arriva a due anni di distanza da quella vera propria folgorazione.
How to survive riprende già dal titolo le linee guida delle composizioni di Woods, che incorniciano una filosofia di vita outlaw priva di enfasi e iperbole a uso e consumo dei clichè del sotto genere musicale. Non si raggiungono i picchi del suo predecessore (dimenticavo: disco dell'anno 2014), ma solo perchè ripetersi su quei livelli di ispirazione è impresa quasi impossibile per qualunque artista.
In compenso questo lavoro mette in fila dodici episodi di un folk-country dall'autenticità cristallina e dal mood malinconico, che fotografano con un focus asciutto la parabola discendente della provincia americana, tra fallimenti personali (Bound to lose, scritta ed eseguita insieme a Jeff Shepherd) e amnesie della società (The american way).
L'album, interamente scritto e prodotto dallo stesso Woods, si avvale del contributo di una squadra coesa di musicisti, tra i quali spiccano ex componenti di Lucero, Whitey Morgan and the 78's, oltre ai cameo di Shepherd e dell'emergente singer Adam Lee (su Love in the nuclear age).

Chiunque fosse interessato a seguire le tracce della più genuina musica del sud degli states, che si muove su coordinate folk,country,americana e roots deve necessariamente fare tappa qui, perchè, citando un commento giornalistico: America hurts and Matt Woods howl for her.

venerdì 30 dicembre 2016

Metallica, Hardwired...to Self-Destruct


I Metallica sono uno degli ultimi gruppi al mondo in grado di scatenare tempeste di opinioni contrastanti ogni qual volta si riaffacciano al mercato discografico. 
Sarà perchè ormai le loro uscite sono estremamente cadenzate (otto anni trascorsi dal precedente Death magnetic, se non si conta Lulu, con Lou Reed, del 2011) o a causa del loro ruolo seminale nella rifondazione del metal negli anni ottanta, ma è bastata l'anticipazione del primo singolo di questo nuovo album (la title track) a far scoppiare il pandemonio in rete, con una predominanza di commenti negativi in merito: alla pochezza del brano, alle rullate stantie di Ulrich, all'abuso di wah wah di Hammeth, alla voce di Hetfield, etc. etc.. Sembra quasi che il pubblico metal veda i Metallica come i ragazzi vedevano i Led Zeppelin nella seconda metà dei settanta: vecchie scoregge superate dai tempi. Stupisce tanto accanimento per questi dinosauri rock, a fronte del fatto che per altri gruppi storici, come ad esempio AC/DC , Iron Maiden o Motorhead, nonostante l'oggettiva ripetitività delle proposte, ci sia molta più accondiscendenza e rispetto.
Per Bottle of Smoke, ad oltre un mese dalla sua uscita, Hardwired...to Self-Destruct è un buon album, se contestualizzato a questa band e a questo tempo, probabilmente il migliore dopo il black album, ad un'incollatura da Load (che tentava un approccio diverso) e Death Magnetic.

E' un tributo, non è dato sapere quanto consapevole, all'heavy metal tutto, gli episodi propriamente thrash sono infatti limitati, mentre quelli più legati allo stile classico di questo genere emergono nettamente. Dei due CD che compongono il lavoro (qui la critica ci sta, visto che il timing complessivo avrebbe permesso di utilizzare tranquillamente  un solo supporto, con relativo prezzo di vendita inferiore) i trentasette minuti del primo filano via che è una goduria, trainati dalla title-track, da una Atlas, rise! davvero ispirata, da una Moth to the flame che è già un instant classic e da un pezzo, Halo on fire, che da mediocre si trasforma in emozionante a due terzi della sua durata. Sul secondo disco si arranca un pò di più, abusando forse un pò troppo dei mid-tempo, ma almeno mezza tracklist resta su buoni livelli (Confusion, ManUNkind e Here comes revenge), in compenso la traccia conclusiva, Spit out the bone è brutale e devastante in maniera totalmente insperata e inaspettata.
Non dico niente di particolarmente originale, se affermo che con una paio di brani in meno l'opera sarebbe stata più coesa, anche se devo ammettere che questa critica valeva forse di più nei primi giorni di ascolto, ora che Hardiwerd...to self-destruct è sedimentato, i quasi ottanta minuti di durata pesano molto meno.
Dietro all'uscita dell'album, un abnorme lavoro di marketing, con video realizzati per ogni singola canzone e rilasciati progressivamente, e con i singoli componenti dei 'Tallica in giro per tutto il globo a promuovere il disco, a ulteriore testimonianza di come, superato a fatica il passo falso dell'affaire Napster, questa band sappia ora maneggiare i media come pochi altri.

Altro che self-destruct, questi sono ancora perfettamente programmati per una minacciosa auto-conservazione.

giovedì 29 dicembre 2016

MFT, novembre e dicembre 2016

In attesa di definire la lista dei migliori album dell'anno, operazione per la quale bisognerà attendere ancora qualche settimana, chiudo il 2016 recuperando in un'unica lista le mie dritte relative ai mesi di novembre e dicembre.

ASCOLTI

Matt Woods, How to survive
Metallica, Hardwired to self destruct
Wayne Hancock, Slingin' rhythm
Sixx: A.M., Prayers for the blessed
Alejandro Escovedo, Burn something beautiful
Cody Jinks, I'm not the devil
ABC, The lexicon of love II
Airbourne, Breakin outta hell
Rolling Stones, Blue and lonesome
Garth Brooks, Gunslinger
The Mavericks, All live long, volume 1
Brujeria, Pocho Aztlan
Dee Snider, We are the ones

Compilazioni estemporanee, ovvero: raschiando il fondo del barile della nostalgia

Queen
Billy Idol
Duran Duran
The Cure

Wayne Hancock


VISIONI

Terminate rispettivamente la terza stagione di Power, The night ofWestworld e la seconda di Daredevil, sono su The affair (terza), The Young Pope, Treme (terza) e Quarry.

LETTURE

Con mio grande apprezzamento, più di una persona mi ha regalato libri, per Natale. Conto pertanto di uscire dal mio ciclico stallo grazie a Born to run, l'autobiografia di Bruce, e alla Trilogia di Holt, di Kent Haruf
Stay tuned!

lunedì 26 dicembre 2016

ABC, Lexicon of love II



Il pop elegante degli ABC non ricorre abitualmente nei miei ascolti, anche se rappresenta bene un periodo spensierato della mia vita, nel quale, oltre ai dischi baricentrati essenzialmente sulle varie sfumature del rock, si ascoltava anche molta radio che mandava generi musicali più diversificati.
Oggi della band che ci ha regalato grandi singoli come Poison arrow, (How to be a) Millionaire, Be near me, S.O.S. e When Smokey sings è rimasto il solo Martin Frey, stilosissimo vocalist storico, che si gioca una carta alla quale normalmente sono allergico: quella di titolare un disco nuovo come parte due del proprio lavoro di maggior successo. Così, se The lexicon of love nel 1982 aveva acceso un faro su una nuova band rientrante nella new wave inglese, forzare un link quasi trentacinque anni dopo, oltre ad apparire come la carta della disperazione, poteva finire per contaminare anche l'innocente ricordo dei fasti passati.
Fortunatamente non è andata così, perchè The lexicon of love II si muove in punta di piedi ma con efficacia su di un brand stilistico all'epoca riconoscibilissimo, rilanciandolo con classe. Già a partire dall'opener The flames of desire e dal successivo Viva love, il primo singolo estratto, per buona parte della tracklist (fatto salvo qualche inevitabile filler), ci si muove infatti sulle stesse coordinate che ci avevano fatto scoprire e apprezzare gli ABC, conducendo così in porto un operazione solo apparentemente semplice,

Un modo elegante per restare aggrappati alla gloria del passato.


lunedì 19 dicembre 2016

Airbourne, Breakin' outta hell


Con una buona percentuale del rock moderno che si misura su elementi fortemente derivativi, quello che fa la differenza tra una band e l'altra è la qualità delle canzoni. Nessun rimprovero pertanto agli australiani Airbourne se hanno scelto di suonare come i conterranei AC/DC, piuttosto qualche critica se dopo due album convincenti come Runnin' wild e No guts no glory, con Black dog barkin' la loro formula ha cominciato a mostrare la corda.
Opportuno dunque qualche anno di assestamento prima di tornare in sala di registrazione per i lavori che hanno prodotto questo Breakin' outta hell, che ci regala una band in risalita e che già dalla copertina svela la passionaccia per l'hard rock e l'heavy metal degli anni ottanta.
L'ispirazione per la band di Angus Young continua a dominare lo stile dei fratelli Joel e Ryan O'Keeffe (rispettivamente chitarra solista/voce e batteria degli Airbourne), come testimonia la title track che apre il lavoro, ma già con la successiva Rivalry, sebbene si resti nella classica coerenza stilistica del combo, si affacciano sonorità immediatamente riconducibili alla prima metà degli ottanta, che tanto hanno dato all'heavy.
Il manifesto It's never too loud for me è un'altra frustata che promette di diventare un discreto anthem dal vivo, in ottima compagnia con le altre tracce del mazzo che non abbassano mai la tensione. In sostanza, se cercate una ballata strappamutande, guardate altrove perchè questi ragazzi non conoscono nemmeno il significato del termine.

Defenders of the faith.




lunedì 12 dicembre 2016

Garth Brooks, Gunslinger


Con Gunslinger Garth Brooks si scrolla di dosso la ruggine di tanti anni di inattività e i rancori verso il music business che avevano caratterizzato il buono ma un po' farraginoso  comeback del 2014, .
Qui invece, già a partire dalla copertina, che riprende lo stile fotografico dei grandi successi dell'artista di Tulsa, siamo in piena Garth Brooks's comfort zone.
E infatti Honky-Tonk somewhere, la traccia che apre il lavoro,  è finalmente un sontuoso honky tonk, materia nella quale il nostro ha sempre avuto pochissimi rivali, creato scientemente per infuocare i grill bar preferiti da tutti i redneck americani.
Ogni cosa è al suo posto, in questo lavoro: il timing che varia dai trentacinque ai quarantadue minuti a seconda delle versioni del disco, il numero delle tracce (dieci/dodici), il bilanciamento tra le diverse anime country dei pezzi, che viaggiano tra sentimento (Ask me how I know; Whiskey to wine - l'immancabile duetto con la moglie Trisha Yearwood - ), honky tonk (Baby let's lay down and dance, oltre alla già citata opener), ma anche prove muscolari (BANG! BANG!) e una riuscita incursione nello stile classico di John Mellencamp (Sugar cane).
Nella versione deluxe, inoltre, il rifacimento di uno dei pezzi più noti di Brooks, Friends in low places, verniciato di nuovo grazie al lussuoso contributo di George Strait, Keith Urban ed altre star country.
 
La quasi contemporanea uscita del doveroso (in ambito country) album natalizio, il quarto in carriera, in duetto con la gentile consorte, certificano che Garth Brooks ha ripreso il giusto ritmo discografico.
La cosa ci fa un enorme piacere.

martedì 6 dicembre 2016

The Mavericks, All live long - Volume 1



Anche se si tratta di un disco dal vivo, questo All night live - volume 1 è un'altra dimostrazione che il ritorno dei Mavericks (al terzo album in quattro anni) è cosa seria e che la band, superata la boa dei venticinque anni, vuole dare assidua continuità alla propria carriera.
La particolarità di questo live, il terzo nella discografia del gruppo, è quella di fotografare la produzione più recente di Raul Malo e soci, prendendo in considerazione in pratica solo composizioni dagli ultimi In time e Mono.
Non trovano spazio pertanto, ne l'ottimo country degli esordi e nemmeno l'unica hit del combo, quella Dance the night away contenuta nel capolavoro Trampoline del 1998.
Ormai la dimensione della band è quella old fashioned delle grandi orchestre anni cinquanta, con una sezione fiati a sostenere le strutture melodiche sempre splendidamente in bilico tra le due americhe: lo swing e il rock and roll da una parte, i ritmi latini: la salsa, la rumba, la cumbia dall'altra, con risultati che regalano immancabilmente fascino e nostalgia.
Le sedici tracce che compongono l'album restano fedeli alle versioni originali, con qualche eccezione, come il crescendo finale dei fiati su As long as there's loving tonight o la versione interminabile di Come unto me che farebbe venire voglia di scendere in pista anche ad un tocco di legno (quindi a me).
Unico difetto di un live che fotografa perfettamente lo straordinario stato di forma della band, la qualità audio non impeccabile che pialla un po' i suoni, non facendo emergere a dovere l'inimitabile voce di Malo.
Peccato veniale, quello che conta è la musica e qui dentro c'è il meglio immaginabile in questo ambito artistico.

 

lunedì 28 novembre 2016

Brujeria, Pocho Aztlan


Chiunque abbia amato quei pazzoidi scatenati dei Brujeria, quest'anno ha avuto un regalo totalmente inaspettato con il ritorno della mitologica band anglo-messicana, assente dal mercato discografico da ben sedici anni.
Più che un gruppo, il combo è sempre stato un vero e proprio ensamble che, attorno alla presenza costante del leader, il cantante di origine messicane, ma cittadino U.S.A., John Lepe (aka Juan Brujo), ha visto avvicendarsi tanti musicisti membri dei più importanti gruppi di musica dura degli ultimi anni. Jeffrey Walker (aka El Cynico) dei Carcass, presente anche in questo ultimo album, è il più fedele di essi, ma ci sono stati anche Billy Gould (Faith No More) e Jello Biafra (Dead Kennedys), oltre a componenti di Arch Enemy, Fear Factory, Cradle of Filth e numerosi altri.
Lo stile dei Brujeria è noto. Un grind/death/groove originale e riconoscibilissimo, sul quale sono adagiate liriche impregnate della violenza che bagna le strade di Juárez e delle periferie messicane in mano ai narcos, ma che toccano anche temi sociali, politici e di emigrazione, con soventi incursioni nella politica americana (in passato se la sono presa con Pito Wilson, governatore repubblicano della California, per la sua Proposition 187, e di recente non potevano ignorare le posizioni anti messicane di Trump, al quale hanno dedicato una composizione che purtroppo è rimasta fuori dall'album).
Più che dalle parti del genere musicale narco corrido (band messicane agiografiche rispetto alla delinquenza dei narco trafficanti, spesso a loro asservite) i Brujeria riprendono la tradizione di divertimento macabro caratteristica del Messico, non si prendono sul serio e di certo non hanno niente a che vedere con i terribili cartelli della droga locali.
Pocho Atzlan è la nuova sintesi del Brujeria-pensiero, che parte con uno dei loro caratteristici "skit" (il termine è di norma usato per gli intermezzi rap/hip-hop, ma non me ne viene in mente uno più calzante) parlati, con un dialogo che stavolta è recitato in una lingua sconosciuta (sovviene l'atzeco) che accompagna alla title track. Petto in fuori e tanto outspken per No aceptan imitaciones, sull'indiscussa unicità della band. Per Plata o plomo, traccia che riprende l'ormai tristemente noto motto dei narcotrafficanti, rilanciato di recente dalla serie tv Narcos, viene utilizzato come prologo uno stralcio di telegiornale che riporta uno dei frequenti fatti di violenza di quelle terre. C'è spazio anche per Mèxico Campeòn, divertente tributo alla nazionale di calcio messicana, che riprende il caratteristico coro dei supporter locali "Mèxico! Mèxico! Ra-ra-ra!", per concludere con una cover parafrasata di California uber alles dei Dead Kennedys, che qui diventa California uber Aztlan (laddove Aztlan è un luogo immaginario, sorta di terra promessa per tutti i messicani).
Dopo tutto questo tempo i rischi di uno scivolone c'erano tutti, e invece Pocho Aztlan si rivela un ritorno coi cazzi che non scalfisce di un graffio la reputaciòn di questo incredibile gruppo.


lunedì 21 novembre 2016

Dee Snider, We are the ones

Dee snider we are the ones

Dee Snider. Gente, io amo quest'uomo (lo so, è un incipit che comincio ad abusare). 
La mia passione per i Twisted Sister risale all'adolescenza e in particolare ad una cassetta da novanta minuti sulla quale l'amico metallaro di seconda superiore mi registrò, su un lato Shout at the devil dei Motley Crue e sull'altro Stay hungry proprio de La Sorella Svitata. Con tutti i limiti artistici del caso, i Twisted Sister ebbero un ruolo di primo piano nella diffusione della musica dura tra la fine dei settanta e i primi ottanta, la loro miscela coniugava travestitismo alla New York Dolls, riff pesanti in odore di Black Sabbath e pezzi vigliaccamente orecchiabili, chiaramente glam. Ora, se vi dicessi che ogni cosa che hanno inciso fosse oro, mentirei spudoratamente. Ma diciamo che la triade Under the blade (1982); You can't stop rock 'n' roll (1983) e Stay hungry (1984) merita tutto il rispetto dovuto a chi ha inventato una forma di comunicazione rock, attraverso un ispirato taglia e cuci di chi li ha preceduti.
Dee tra l'altro, a livello personale, è riuscito a travalicare la notorietà della sua band grazie all'esposizione garantita da MTV e dal mitologico programma Headbangers ball, il format maggiormente responsabile della diffusione dell'heavy metal nell'intero globo, di cui il capellone frontman era conduttore.

Proprio qualche giorno fa (il 12 novembre, in Messico) i Twisted Sister, con l'ultimo concerto della loro esistenza, hanno chiuso la lunga storia della band (lasciandomi l'enorme rimpianto di non averli mai visti dal vivo) e Snider, a sessantuno anni, si è concentrato sulla propria carriera solistica,battezzata ufficialmente da We are the ones.
Il cantante del Queens aveva messo le mani avanti: "questo sarà un disco che si discosta totalmente dal mio sound abituale". Nessuno spiazzamento dunque se i nuovi pezzi non suonano come Destroyer o Burn in hell, piuttosto qualche imbarazzo nell'ascoltare pesantissime influenze (plagi?) di band attualmente affermate.
Partiamo dai Foo Fighters, enorme fonte di ispirazione su pezzi come Over again o Crazy for nothing, per passare al sound pulito, perfettino e trendy delle tante band nu nu metal assemblate per i passaggi sui moderni canali musicali (Close to you, Rule the world, Believe) e una Head like a hole che sembra una buona outtake di Pretty hate machine dei Nine Inch Nails.
Tutto da buttare quindi? Non solo per l'affetto e la riconoscenza che nutro nei confronti di questo personaggio, devo dire di no. Intanto perchè l'album scorre bene, è prodotto in maniera impeccabile, dura il giusto e si fa riascoltare, e poi in ragione del fatto che qualche picco d'ispirazione si trova. E guarda caso risponde a quei titoli che maggiormente richiamano la vecchia e gloriosa tradizione dei TS, come la title track, piazzata in apertura, e So what, a chiudere il lavoro. Giusto nel mezzo invece, una versione solo voce e piano dell'anthem We're not gonna take it che vorresti con la parte razionale del cervello bollare come irrimediabilmente kitsch, ma che invece ti trovi ad apprezzare.

A new life for an old rocker.

giovedì 17 novembre 2016

80 minuti di Tom Waits

Ognuno ha il proprio mazzo di canzoni preferite di Tom Waits. C'è chi preferisce il periodo più cantautorale (1973/1980) e chi quello rumorista (dal 1983). Personalmente, se dovessi scegliere un solo album per ciascuna delle due fasi della corposa discografia dell'artista californiano, voterei per Foreign affairs (1977) e Rain dogs (1985). Scelta completamente soggettiva, visto che questo artista, più di altri, incide in maniera del tutto differente sulle preferenze dei suoi fan.
Tuttavia, come dicevo, ognuno ha il suo mazzo di canzoni preferite di Tom Waits.
Con qualche sanguinosa rinuncia, quelle che seguono sono le mie.


01. New coat of paint
02. The piano has benn drinkin'
03. A sight for sore eyes
04. Singapore
05. In the neighborhood
06. Jersey girl
07. I hope that I don't fall in love with you
08. San Diego Serenade
09. Burma shave
10. Diamonds on my windshield
11. Ol' 55
12. Martha
13. I never talk to strangers
14. Clap hands
15. Tom Traubert's blues
16. Underground
17. The heart of saturday night
18. Downtown train
19. Innocent when you dream
20. Picture in a frame



lunedì 14 novembre 2016

Six Feet Under, Graveyard Classics 1-4 (2000-2016)


Il mio primo approccio con il death metal è stato del tutto grottesco e surreale. Ricordo qualcosa più di vent'anni fa, con gli amici, uno dei tanti sabato sera spesi in provincia, una festa della birra dalle parti di Crema, dove un gruppo di ragazzotti suonava appunto death. Il repertorio era perlopiù di cover, e ricordo l'effetto straniante che faceva il growling del singer nel vuoto del sotto palco e nel disinteresse generale tipico di queste situazioni. Verso la fine la band attacca una versione death della sigla del cartone animato giapponese Jeeg  (Jeeg vah! Cuore e acciaio...) che strappa più di un sorriso ma almeno raggiunge l'obiettivo di far alzare la testa dal panino con la porchetta ai distratti presenti.
Ecco, i primi ascolti della saga Graveyard Classics dei Six Feet Under (niente a che vedere, ovviamente, con l'omonima serie tv) mi hanno fatto tornare in mente quella sera. La band, attiva dal 1995 ed oggi ormai di esclusiva proprietà del singer Chris Barnes, unico superstite della formazione originaria, da una quindicina d'anni alterna la zuppa (commercialmente parlando) di album composti da materiale inedito al pan bagnato di cover di classici hard rock & heavy metal, che probabilmente gli permettono di pagare qualche rata della macchina.
Il primo tributo è del 2000 ed è una celebrazione dei riferimenti musicali d'infanzia della band. Il growling di Barnes è di quelli perfettamente ascoltabili (a differenza di chi predilige uno stile tipo gorgoglio del caffè quando sale nella moka) e le canzoni originali sono chiaramente riconoscibili. Per cui, superato lo spiazzamento iniziale nell'ascoltare un pezzo giocherellone come T.N.T. degli AC/DC interpretato con le accordature basse, le atmosfere low-fi e il caratteristico vocione di Barnes, ci si comincia a divertire. Di conseguenza le successive (vado in modalità random) Sweet leaf (Black Sabbath), Smoke on the water (Deep Purple), Blackout (Scorpions) e finanche Purple haze (Jimi Hendrix) filano via piacevolissimamente.
Visto il buon interesse suscitato, nel 2004 esce il volume due e stavolta i SFU cambiano il tiro, proponendo cover non di una manciata di canzoni di artisti vari, ma di un album per intero. Non un album a caso, ma la pietra miliare Back in black degli AC/DC, riproposto nella sua interezza, canzone per canzone, nella tracklist originale. Ormai l'orecchio dell'ascoltatore si è assuefatto allo stravolgimento dei pezzi (nella forma, non nella sostanza) in salsa death e il disco, nel suo piccolo, riceve anche buoni riscontri.
Nel 2010, durante lo iato discografico più lungo del gruppo (quattro anni) esce Graveyard Classics 3, che riprende la formula dell'esordio, dieci pezzi per dieci differenti band. Ad essere omaggiati questa volta, sono, tra gli altri, Mercyful Faith, Twisted Sister, Prong, Anvil, Metallica e Van Halen. L'interpretazione vocale di Chris diventa più cupa, orientandosi allo stile più estremo di cui alla moka sopra citata.
L'ultimo episodio è storia recente. A giugno esce infatti il quarto capitolo dei classici da cimitero e stavolta il "privilegio" del tributo, come si intuisce dal sottotitolo (The number of the priest) se lo spartiscono quasi equamente Iron Maiden e Judas Priest, i primi con sei canzoni e i secondi con cinque. Le scelte questa volta, pur cadendo su brani importanti delle band inglesi, evitano quelli di maggior successo. Non troviamo quindi materiale tipo Run to the hills o Living after midnight ma roba più da die hard fans come Nightcrawler o Genocide per i Priest o Prowler e Stranger in the strange land per i Maiden.

Per chi fosse incuriosito dall'approfondimento di questo particolare sotto genere metal ma non avesse voglia di misurarsi con opere a volte inaccessibili (ai neofiti), la serie Graveyard Classics può rappresentare un'ottima iniziazione.

giovedì 10 novembre 2016

Doctor Strange

 
Ecco, non si può dire che sia mai stato un grande fan de il Dottor Strange (detto all'italiana), al contrario le sue storie mi hanno sempre piuttosto annoiato, non essendo occultismo e magia campi da gioco nei quali mi piaceva cimentarmi.
Certo, le sue prime storie a fumetti, anche grazie alle matite, prima del suo creatore Steve Dikto poi di Bill Everett fino a Gene Colan, esplodevano le pagine degli albi in una tavolozza di colori e immagini lisergiche, psichedeliche che probabilmente ben si sposavano con la sotto cultura degli anni 60/70.
Ma la passione, quella che mi faceva stazionare davanti all'edicola in attesa dell'uscita dei nuovi numeri de L'Uomo Ragno o Capitan America, quella non si è mai accesa.
Storia diversa per la trasposizione cinematografica del personaggio. I Marvel Studios stanno cominciando a terminare i characters nuovi da lanciare al grande pubblico, e allora ben venga il turno del mago dei maghi, che in fin dei conti è pur sempre uno degli eroi dotato di maggior potere in tutto l'universo fumettistico.
Senza stare ad entrare nel merito della storia, mi limito a sintetizzare che non siamo sui livelli delle migliori produzioni supereroistiche degli ultimi anni (I Guardiani della Galassia su tutte, e anche Deadpool), ma che se il film si lascia vedere è soprattutto merito delle convincenti prove attoriali del britannico Benedict Cumberbatch (Dr. Strange), di un Mads Mikkelsen ormai abbonatissimo ai ruoli da villains (oltre a Hannibal Lecter pensate anche all'ultimo, innovativo, spot della Ford) e Tilda Swinton. Di rilievo anche gli effetti speciali, che al posto delle canoniche sequenze di distruzione propongono una sorta di accartocciamento della realtà, attraverso un movimento "a meccanismo d' orologio" di strade e palazzi.
Già previsto il sequel, così come il link con gli Avengers.
 
Per il ragazzino dentro di noi che non vuole saperne di andarsene.

lunedì 7 novembre 2016

Motorhead, Bad magic (2015)

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"(...) non ho paura di morire, ne tantomeno mi preoccupo del dopo, ma di certo ho compreso meglio due cose: che ho dei limiti ma che non mi voglio nemmeno arrendere. Insomma, ho capito che anch'io morirò, ma non voglio certo passare gli ultimi anni in un ricovero. (...) Per concludere, 'Till the end' sostanzialmente dice che farò questa vita per sempre."

Queste le parole di una delle ultime interviste rilasciate da Lemmy Kilmister durante la promozione di Bad Magic, nell'estate dell'anno scorso. Pronunciate da chiunque altro, queste frasi sarebbero apparse ai più come l'ennesima smargiassata dell'attempata rockstar di turno, che gonfia il petto davanti ai taccuini per poi riprendere la propria dieta salutista a base di centrifughe sedano e carote. Nessuno ha invece osato contraddire la coerenza di mister Kilmister, che negli ultimi mesi, nonostante condizioni di salute terrificanti, ha continuato a calcare i palchi di mezzo mondo (certo, con risultati spesso disastrosi) riuscendo anche a comporre il proprio testamento artistico: Bad Magic, l'ultimo album dei Motorhead.
La band ha spesso giocato, nei suoi testi, con la vita e la morte, l'orgoglio e la forza, il clangore della resistenza ai compromessi contrapposto  alla musica da ascensore di un'esistenza incanalata su binari ordinari.
Non sfugge alla regola nemmeno Bad magic, le cui prime note riservate all'ascoltatore sono quelle della voce catrame e schegge di vetro di Lemmy che, prima ancora che entrino chitarra di Phil Campbell e batteria di Mikkey Dee, esclama  Victory or die!. Ironia della sorte, stavolta a prevalere sarà l'opzione due della dicotomia del titolo.
La considerazione della critica riguardo i Motorhead ricalca quella riservata a tante altre band gloriose, frettolosamente accantonate negli anni novanta e assunte a ruolo di mito nella seconda metà degli anni zero. C'era fretta e superficialità nelle stroncature preventive degli album di due decadi fa, così come oggi avverto eccessiva accondiscendenza nell'incensare a prescindere lavori buoni, ma non certo fenomenali se opportunamente contestualizzati.
Bad magic rientra appieno in questa categoria, potendo giocarsi ottimi jolly, come Thunder and lightning, The devil (Brian May alla chitarra); Fire storm hotel; When the sky comes looking for you e, a guardare tutti dall'alto, l'introspezione di quella Till the end citata in premessa al post, che assume chiaramente un'intensità ancora più straziante con la dipartita di Lemmy.

Insomma, la santificazione di Lemmy è inarrestabile, ma chi come noi segue la band dalla notte dei tempi sa bene come reagirebbe il buon Kilmster davanti a questo tardivo clamore.
Esatto. Manderebbe tutti affanculo.