venerdì 10 luglio 2009

Friends in low places


Garth Brooks è un personaggio molto anomalo nel music buisness americano, e lo è ancora di più nella categoria in cui dovrebbe essere collocato, cioè il country.

Per dire, è uno che ha venduto quasi 130 milioni di copie dei suoi album; secondo l'associazione dei discografici americani è insieme a Elvis Presley l'artista che ha venduto più dischi nel XX secolo negli USA; è stato il primo country singer a raggiungere il primo posto delle classifica di vendita generalista americana (con Ropin' the wind, nel 1991), i suoi concerti facevano regolarmente sold-out ovunque, dal Texas a New York City dove, in uno show al Central Park il nostro raccolse un numero di persone non inferiore alle 300 mila unità.

Evidentemente insoddisfatto della sua carriera, oppure non più a suo agio entro i limitati confini del country, Garth comincia, prima timidamente, poi con maggiore decisione, a sperimentare altri stili. Si sposta su un certo pop-soul commerciale (i brani We shall be free e la cover di Shameless di Billy Joel) e sull' hard rock di Hard luck woman dei Kiss.

Nel 1999 si decide al grande passo. Un disco di musica pop/soul. Per farlo s'inventa addirittura una nuova identità: Chris Gaines, e un progetto più globale che doveva culminare in un film su questo artista di fantasia. In realtà esce solo il disco, perchè il resto del progetto naufraga.

Brooks è irrequieto, nel 2000 si ritira dalle scene, ufficialmente per stare con la famiglia. Nel 2001 esce quello che a tutt'oggi resta il suo ultimo disco di inediti (The wind). Per il resto solo apparizioni ad eventi benefici ( L'ultimo in ordine di tempo è stato il concerto per l'insediamento di Obama, dove l'ex countryman, visibilmente ingrassato, ha cantato solo cover di pezzi soul e la sua We shall be free, che di certo country non è). L'uomo da Tulsa è davvero sparito dal music buisness.

Una straordianria testimonianza della sua attività dal vivo è costituita dal doppio ciddì dal vivo Double live (che fantasia, neh?), che mostra in tutta la sua debordante potenza cos'era l'affetto della gente per questo artista. Basterebbe ascoltare l'incredibile boato che si scatena appena il pubblico riconosce l'hit Papa loved mama, o il sing along dalla prima all'ultima parola su Unaswered prayers (che fa un pò Baglioni, ma rende, eccome se rende) o in generale le reazioni dell'audience a qualunque atteggiamento della star, come in Callin Baton Rouge quando saluta la Lousiana o in American Honky-Tonk bar association quando invita tutti a completare il ritornello insieme a lui.

Certo, in release come queste il rischio "agiografia" è concreto, ma considerato l'impressionante carriera di Brooks e l'epocale numero di album venduti, niente di più facile che tutto l'affetto e l'entusiasmo che trasuda dai solchi di questo disco sia autentico.

Artista complesso Garth Brooks. Perchè avrà rinunciato a fama, successo e popolarità? Esaurimento della creatività? Improvvisa allergia a violini e dodici corde? Fulminazione sulla via della Motown? Patto con un diavolo sudista ammantato di stars and bars?

Pubblicamente ha difeso la sua scelta motivandola con la volontà di passare più tempo possibile con la famiglia (la seconda moglie è Trisha Yearwood, anche lei artista country) e programmando il suo comeback sulle scene dopo il compimento dei diciotto anni della figlia Allie.

Siamo in tanti ad aspettarlo.



WRITTEN UNDER THE INFLUENCE OF: GARTH BROOKS...IN THE LIFE OF CHRIS GAINES

Marisa...

Ieri sera ho visto per l'ennesima volta Mio cugino Vincenzo. Non ricordavo che la truzzissima fidanzata di Joe Pesci fosse la Tomei lap dancers di The wrestler. Facendo la somma dei due film ho deciso di eleggere la quarantaquattrenne attrice americana, con le sue imperfezioni fisiche e la sua bellezza da treno per pendolari, mia personalissima icona sexy dell'anno.

Da adesso comincia la ricerca delle altre pellicole della sua filmografia, a partire da Onora il padre e la madre.

giovedì 9 luglio 2009

Summer of 09


Sono giorni un pò particolari questi. In teoria avrei iniziato le ferie da lunedì, in pratica non andando in nessun posto marittimo le sto vivendo un pò alla giornata, organizzando gite fuori porta o giornate in montagna (dai suoceri).

Leggo molto, rispettando la mia personalissima regola che prevede per questa stagione esclusivamente best-seller. Ho iniziato Bambino 44 di Tom Rob Smith ed ho già comprato, complice uno straordinario sconto da supermercato, Uomini che odiano le donne (ebbene sì) di Stieg Larsson.

La musica va solo nella mia testa, perchè spesso non ci sono le condizioni per mettere su Elvis Costello o infilarsi le cuffiette con Garth Brooks o i Low Anthem.

Il periodo è ovviamente propizio per stare più tempo possibile con Stefano. Giochiamo molto a basket, rugby, baseball, tamburello, calcio e rubamazzetto. Il suo preferito credo sia rugby, di certo per i placcaggi a oltranza. Altre regole non esistono, appena ho la palla mi punta e mi santa addosso urlando come un Cheyenne.

Nei rari momenti di calma gli leggo l'adattamenti per bambini, illustrati e con animali al posto delle persone, de L'isola del tesoro e l'Odissea, forse può sembrare un pò pretenzioso, ma sembra appassionarsi.

Al netto di queste attività, tutto scorre tranquillo e a volte un pò noioso. I restanti rapporti personali non è che vadano proprio bene. Alcuni amici in difficoltà, altri persi, questioni di lavoro irrisolte che non vogliono farsi da parte nella testa, un pò di inquietudine e di decadimento fisico.

Passerà.

WRITTEN UNDER THE INFLUES OF: EELS, HOMBRE LOBO

sabato 4 luglio 2009

Dischi per l'estate


Elvis Costello torna a collaborare con T-Bone Burnette, a ventitre anni da King of America e a venti tondi da Spike. A differenza da quei lavori, l'artista londinese si è trasferito armi e bagagli a Nashville, e insieme a quello che nel frattempo è diventato uno dei produttori più richiesti al mondo, e ha inciso il disco in soli tre giorni.

Lo dico subito: Secret,profane and sugarcane è un album riuscito. Concilia e intreccia gli stili roots americani (folk, blues, blugrass) ma rimane fortemente un disco di Elvis Costello, con il suo inconfondibile stile e modo di cantare.

Il trittico iniziale è intrigante, poi arriva I felt the chill before the winter came (featuring Loretta lynn) che potrebbe essere la canzone d'amore (o meglio d'abbandono) dell'anno.

Un solo pezzo con tiro blugrass, lo strepitoso Hidden shame.
She handed me a mirror inizia come una ballata celtica, il blues swingato Sulphur to sugarcane (altra perla) vede la partecipazione alla chitarra di Burnette, così come The crooked line.
Un magnifico ritorno alle radici per l'Elvis inglese.




Avevo parlato dell'uscita del nuovo disco dei Gossip sopratutto per questioni di costume, legate all'opera di liberazione del corpo della donna da parte della Ditto, ma due parole su Music for men vanno dette.

La produzione di Rick Rubin non ha stravolto il sound del gruppo ma di certo ha impresso una svolta al sound dei tre. Facendo un consuntivo probabilmente i Gossip perdono un pò di quell'urgenza comunicativa che li aveva caratterizzati, si danno una ripulita e allargano il loro spettro musicale, riuscendo comunque a conservare la loro originalità.
La voce di Beth è esaltata dalle sapienti mani del santone delle produzioni, svetta inarrivabile su chitarra e batteria dei suoi soci, comanda le danze da vera esperta.

Dimestore diamond mette subito le cose in chiaro, l'atipico single Heavy cross si insinua lentamente sotto pelle e 8th Wonder non si discosta dal mood dei pezzi iniziali. Con Love long distance e Pop goes the world invece l'atmosfera cambia, e si entra tutti in dance floor per dei trascinanti pezzi pop.
Eh sì, Music for men è anche un pò ruffiano, ma ad una fuoriclasse come Beth Ditto si perdona ogni cosa, anche il tentativo di piacere alle masse.

Certo che la vita è strana di brutto. Steve Earle è in pista da quasi trent'anni, ha passato dei brutti momenti a causa delle sue dipendenze, ma è riuscito ad incidere degli ottimi dischi, fotografie fedeli dei posti in cui è cresciuto e di un America lontana dalle pagine dei giornali. Sforna dischi con una certa regolarità e dalla qualità media piuttosto alta, ma è solo con una raccolta di (tristissime, diciamolo) canzoni del suo pessimo maestro di vita, Townes Van Zandt, che riesce a tornare al successo commerciale, raggiungendo il numero 1 della classifica di genere Americana e la miglior posizione di sempre nella chart generlista.

Il disco è Townes, quindici cover del repertorio dell'amico, registrate in poche ore. Ci suonano anche Tom Morello (Lungs), il figlio Justin Townes (Mr. Mudd & Mr. Gold) e la moglie Alyson.

Partendo dalla struttura acustica degli originali, Steve ravviva un pò il repertorio affindandosi a banjo, basso,batteria e in qualche caso addirittura una chitarra distorta.

Da far sedimentare e gustare sapientemente.

venerdì 3 luglio 2009

Muzik

Ebony Bones è la new sensation di quel genere probabilmente lanciato da M.I.A. e da Santogold chiamato boh, world-dance o roba del genere. Il video che posto (il primo singolo Muzik) è stato fatto montando più di trenta filmati girati con il telefonino da venti posti diversi del mondo. Il risultato è sicuramente artigianale, indie (e pertanto trendy) e curioso.


Sign of the times

In un grande negozio di elettronica:
Monty: mi scusi, quella fotocamera compatta della Canon in offerta speciale è il modello base Coolpix?
Commesso fighetto: Beh no. Diciamo che si tratta dell'entry model
Monty: Ma va a cagare. Anzi go shittin'.

giovedì 2 luglio 2009

Green Beatles

I Beatles! Cazzo, un inedito dei Beatles!!!
Ah no, accidenti. E' Last night on earth dei Green Day...

mercoledì 1 luglio 2009

Driven by skeletons

Quello che dovevo dire su Mike Ness e i Social Distortion credo di averlo già detto (qui e qualche post fa nell'ambito della recensione del Rock in Idro), quindi non avrei molto da aggiungere, fatto salvo che dopo averli visti in concerto sono cresciuti ulteriormente stima e ascolti. In pratica si può dire che da un paio di settimane non ascolto altro.
Davvero la definizione per la roba dei Social Distortion non può che essere It's only rock and roll but i like it: il tiro delle canzoni è infatti potente ma abbastanza ripetitivo, la voce di Mike monocorde, la struttura delle canzoni, giri di basso e parti di chitarra inclusi, piuttosto standard.

Eppure funziona. E funziona alla grande.

Story of my life, Ring of fire, Bad luck, Reach for the sky, Another state of mind, Ball and chain, Under my thumb e Prison Bound sono in altissima rotazione in questi giorni, in un'esaltante escalation di air-drumming sul volante della Clio accompagnato da un terrifcante ma liberatorio sing-along.

Dinosauro è bello!

Dubbi

Non passa giorno che sulle pagine degli spettacoli del Corriere o di Repubblica non pubblichino dal trafiletto alla pagina intera su Springsteen (ieri per dire intervista a Little Steven e recensione del concerto a Glastonbury), in arrivo in Italia con il suo tour.
A pensar male verrebbe da scrivere che stanno tentando di creare un evento epocale laddove, visto che Bruce è ormai di stanza in Italia e che la E Street tra lutti e defezioni non è più la leggendaria band che era, l'evento ormai non c'è più.
Faccio l'esempio del Boss, artista a me caro, solo per ribadire il concetto. Troppo spesso gli organi d'informazione, quando parlano di rock o musica pop in generale, più che informare tendono a fare marchette, ad alcuni fortuni artisti (ed è sicuramente il caso di Springsteen) arrivano proprio a portargli l'acqua con le orecchie.
Boh. Ovviamente non è cosa d'importanza capitale, però mi capita di pensare a cosa sarebbe la stampa, l'informazione in generale, se applicasse lo stesso concetto anche alle notizie più importanti.
No, dài. E' impossibile.

martedì 30 giugno 2009

Rope burns: stories from the corner




Fino ad oggi non sapevo molto della boxe. Gli unici ricordi che avevo sono legati ad un periodo, più di vent'anni fa, quando aspettavo l'ora dei porno sulle tv locali guardando gli incontri commentati da Rino Tommasi sul cinque, per cercare di restar sveglio.

Questo per dire che ho approcciato la lettura di questa selezione di racconti di F.X. Toole (ex attore, lustrascarpe, tassista, barista, torero e boxer californiano) con gli occhi ingenui di un bambino.

E proprio come un bambino la narrazione mi ha preso per mano e mi ha condotto in posti meravigliosi e terribili. Palestre scalcagnate dove convivono personaggi tra i più disparati. Veri atleti che si giocano duramente la loro chance di lasciarsi alle spalle tanta merda, allenatori o "cucitagli" (quelli che chiudono le ferite dei pugili durante i combattimenti) che magari la loro chance l'hanno già avuta, drogati in cerca di qualche spicciolo, manager senza scrupoli, mogli, puttane, ragazzini, veri appassionati . Sullo sfondo, ma costante come il rumore dei guantoni sul sacco, la violenza.
Una tensione spesso, ma non necessariamente, razziale che accompagna costantemente le vicende di tutti i protagonisti delle storie di Toole. Una tensione che a volte si scioglie in una risata per una battuta fatta al momento giusto, ed altre invece monta fino a deflagrare in maniera brutale.

E tu sei lì, proprio in mezzo. Tra la puzza di sudore, le imprecazioni, gli abbracci, le bestemmie, le pistole infilate nella cintola, crack , cocaina e serramanici che scattano.

Perchè leggere i racconti di Toole è come guardare i quartieri degradati della citta degli angeli attraverso il finestrino di una Buick scassata che procede a bassissima velocità mentre il rap o la musica messicana esplodono dalle casse.

Toole si è appassionato alla boxe in età avanzata, a quarant'anni. Ma da quel momento in poi non l'ha più lasciata e, come recita la sua biografia, in questo mondo ha fatto di tutto, dal pugile, all'allenatore al secondo a bordo ring.
Poi ha cominciato a raccontarla, per la verità inizialmente un pò ignorato, fino al grandissimo successo cinematografico di Million dollar baby , arrivato però postumo, visto che lo scrittore è venuto a mancare nel 2002.

Il racconto che ha ispirato Eastwood al punto di farci un film è lungo circa quaranta pagine, leggendolo si apprezza ancor più il lavoro del regista americano, che ha saputo ampliare un soggetto breve, seppur intensissimo, senza perdere il significato della storia e l'emozione che si prova leggendola.

Ma è la raccolta nella sua interezza che meriterebbe di essere apprezzata dal grande pubblico. Nel suo stile asciutto ed efficace (si capisce perchè piace tanto a James Ellroy!) Toole racconta di chi ce la fa (L'ebreo nero), di chi prova sempre a fotterti (Un'aria da scimmia), di chi se l'è giocata, ma non è bastato (Combattere a Philly), di chi è fuori posto ( Acqua ghiacciata) e con il racconto finale, Lo sfidante (che sarebbe un altro screenplay fatto e finito), di come, a volte, la tua realtà ti prenda per la caviglia e ti trascini giù con se, proprio quando pensavi di essertela lasciata alle spalle.

Metafore di vita, certo. Beh, da tempo non leggevo un libro che fa di uno sport una metafora dell'esistenza così coinvolgente e straziante che ti viene da piangere e cominciare a lottare allo stesso tempo.


P.S. Il titolo del post è quello in originale di una selezioni di racconti dell'autore.



venerdì 26 giugno 2009

Viva Las Vegas!



Una bella sorpresa, questo Una notte da Leoni ( The Hangover in originale) arrivato nelle sale in punta di piedi e apprezzato in misura sempre crescente grazie al passaparola.

La storia è quella dell’addio al celibato, festeggiato a Las Vegas, di un gruppo di tre amici più uno (il futuro cognato dello sposo). La composizione dei caratteri è da manuale, il bello e sfrontato, il timido e impacciato, il bravo ragazzo e ... l'innocuo sociopatico. Li seguiamo al loro arrivo a Las Vegas, e assistiamo al loro brindisi a base di Jagarmeister in cima al Ceasar Palace, poi siamo testimoni del loro risveglio il mattino dopo, all'interno di una suite devastata, senza alcun ricordo della notte appena trascorsa, con in stanza qualche ospite indesiderato in più e il futuro sposo in meno.

Oltre al gruppo affiatato di attori protagonisti e un contorno di strambi personaggi , da segnalare la partecipazione della mia amata Heather Graham e un cameo di Mike Tyson.

Da una traccia abusatissima dalla cinematografia trash americana, il regista Todd Philips tira fuori e dirige una storia originale e avvincente, un film che gioca con la black comedy e i meccanismi del poliziesco, avendo l’originalità di ricostruire passo passo i misteri della notte trascorsa dai quattro senza ricorrere allo strumento abusato del flashback, come invece sarebbe stato prevedibile aspettarsi (beh in realtà tutto il film è narrato in flashback, quello che intendo dire è che non ne parte uno ogni volta che viene svelato un elemento che va a formare il quadro generale degli eventi nascosti allo spettatore).


Davvero irresistibili e geniali infine i titoli di coda: impossibile alzarsi dalla poltrona fino a quando il nero non si riprende il suo posto sullo schermo.

The answers are blowin' in the wind

Il sempre più leggendario Giuseppe D'Avanzo ha opportunamente aggiornato le dieci domande poste per la prima volta quasi due mesi fa al Cavaliere. A questo giro il gioco si fa più esplicito e pressante, e non potrebbe essere altrimenti, visti gli sviluppi avvenuti e quelli, probabili, in divenire.
Posto a premessa dei nuovi quesiti un lungo ma indispensabile articolo , che riassume i fatti, le versioni e le bugie raccontate da papi a partire da Noemi per arrivare fino alla D'Addario e socie.


Le nuove dieci domande di Repubblica a Berlusconi


1. Quando, signor presidente, ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo d'incontrarla e dove? Ha frequentato e frequenta altre minorenni?

2. Qual è la ragione che l'ha costretta a non dire la verità per due mesi fornendo quattro versioni diverse per la conoscenza di Noemi prima di fare due tardive ammissioni?

3. Non trova grave, per la democrazia italiana e per la sua leadership, che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità politiche le ragazze che la chiamano "papi"?

4. Lei si è intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008 e sono decine le "squillo" che, secondo le indagini della magistratura, sono state condotte nelle sue residenze. Sapeva che fossero prostitute? Se non lo sapeva, è in grado di assicurare che quegli incontri non l'abbiano reso vulnerabile, cioè ricattabile - come le registrazioni di Patrizia D'Addario e le foto di Barbara Montereale dimostrano?

5. E' capitato che "voli di Stato", senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle sue residenze le ospiti delle sue festicciole?

6. Può dirsi certo che le sue frequentazioni non abbiamo compromesso gli affari di Stato? Può rassicurare il Paese e i nostri alleati che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto che ridimensionano la sua autonomia politica, interna e internazionale?

7. Le sue condotte sono in contraddizione con le sue politiche: lei oggi potrebbe ancora partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una prostituta?

8. Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E, se lo esclude, ritiene che una persona che l'opinione comune considera inadatto al Quirinale, possa adempiere alla funzione di presidente del consiglio?

9. Lei ha parlato di un "progetto eversivo" che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?

10. Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?

Lettera

Pubblico una lettera aperta della CGIL Lombardia, in merito alla vicenda ( alle vicende, a questo punto) di Papi Silvio.


L'INDIGNAZIONE DELLE DONNE E DEGLI UOMINI DELLA CGIL LOMBARDA: NON SI TRATTA DI FATTI PRIVATI



Lettera aperta


Siamo indignate/i dalle pratiche del Presidente del Consiglio del nostro Paese; lo siamo per noi stesse/i, per le nostre simili e per tutte e tutti coloro che scommettono su rapporti liberi e rispettosi fra uomini e donne.Berlusconi è un anziano politico che si esibisce come patetico viveur con la complicità di troppi suoi simili.

Questi, con lui, per connivenza o convenienza sul piano del costume e del potere, alimentano un parco divertimenti in cui lecito e illecito, dignità e degenerazione, si confondono e svelano la reale considerazione riservata a una donna, alle donne, di cui si ritengono ”utilizzatori finali”. E con essa la misera considerazione che hanno di sé stessi.L’indignazione che una donna prova non sempre prende parola; di fronte a tanto scempio e offesa, per di più a giovani donne pagate per il loro piacere, le parole muoiono in gola.

Tuttavia in questa vicenda, non si può certo dire che le donne non abbiano parlato. Più voci femminili, a partire da Veronica Lario, hanno denunciato il carattere politico della vicenda di cui è principale protagonista Silvio Berlusconi, e che segna l’intero sistema che ruota intorno a lui. Il problema se mai è di ascolto della parola politica femminile, di quel che una donna pensa e giudica senza che sia interpretato, piegato o lasciato cadere nello spazio dove, al contrario, è troppo spesso la parola maschile ad essere accolta, sostenuta e rilanciata.

La situazione politica del nostro Paese è grave. L’incredulità internazionale oltre che i pesanti giudizi su di essa, sono lì a ricordarcelo. Solamente totale assenza di senso di civiltà, spregio e indifferenza alle sue sorti, a quelle di coloro che lo abitano, possono portare a ridimensionare la gravità di quello che sta succedendo o ridurla o derubricarla come un fatto privato.

Il nostro pensiero va alle migliaia di donne che tutti i giorni si adoperano perché dalle case ai luoghi di lavoro si affermi dignità, libertà e pacifica convivenza.Conflitti e crisi mettono a dura prova le loro vite. Di loro, degli uomini capaci di rapporti rispettosi, del loro lavoro parliamo e vorremmo che si parlasse. Che ci orientassero i loro pensieri e i loro stili di vita, personale e politica.


M.J. , 1958/2009


Probabilmente non fa fico scrivere un post per celebrare la dipartita da questo mondo di Michael Jackson. Un pò perchè era un artista pop commerciale, un pò perchè era suonato come una banda di paese, ma sopratutto per le accuse di pedofilia.

Perchè lo faccio allora?
Gente, io ho amato e tuttora amo la sua musica. Ha scandito diverse fasi della mia vita. Credo che Thriller sia il primo disco "adulto" che io abbia comprato. Avevo quattordici anni. Quell'album tra l'altro ha avuto almeno due vite, avendolo recuperato e capito più a fondo solo in seguito.

Poi c'è stato Bad, nell'ottantasette, a prescindere dall'involuzione musicale, anche lui ascoltato a manetta. Dangerous nel 91 ha accompagnato il mio primo viaggio in America; la parte di inediti di Hystory nel novantacinque un bel periodo della mia vita e infine il recupero di Off the wall goduto appieno a consapevolezza musicale acquisita.

Artisticamente purtoppo Wacko Jacko era morto da tempo, nonostante i debiti e qualche sciacallo tentassero di resucitarlo sventolandogli in faccia mazzette di banconote. Beh, nessuno sano di mente credo potesse pensare seriamente di vederlo salire sul palco della O2 Arena, a Londra, tra qualche mese.

Non so perchè, ma a livello istintivo ho provato sempre una gran pena per lui. So che apparirò come un ingenuo o un supeficiale, visto che probabilmente parliamo di un vizioso miliardario, ma mi sembrava una persona che avesse davvero un gran bisogno di aiuto e che nella sua vita non l'avesse mai trovato.
Ma naturalmente posso sbagliare.



mercoledì 24 giugno 2009

Hollywood jungle


Metacinema inserito nel filone commedia, Tropic thunder è una satira solo a tratti riuscita, del cosmo Hollywoodiano e della sua popolazione di attori, registi, produttori, manager e comparse.

La storia racconta di un gruppo di star viziate che devono girare l'ennesimo film sulla guerra in Vietnam, ma che per un equivoco finiscono in un territorio del Laos controllato una feroce banda che produce eroina.

Il cast è notevole, Ben Stiller (anche regista), Robert Downey jr e Jack Black sono i protagonisti principali, ma appaiono anche Nick Nolte, Matthew McConaughey e Tom Cruise, che molte schede sulla pellicola definiscono irriconoscibile, ma che a mio avviso, nonostante pelata e folta peluria, con la sua recitazione standardizzata non ingannerebbe neanche un bambino. Piccola curiosità a margine: il cast è praticamente privo di personaggi femminili.

Strepitoso il prologo del film, con dei trailer finti, trasmessi come fossero quelli veri che vengono di norma proiettati nelle sale prima dell'inizio dei film. Pochi, geniali secondi nei quali gli autori danno il meglio di se nel mettere alla berlina un intero mondo fatto di messaggi misogini veicolati dal rap e dalla pubblicità, di produzioni cinematografiche seriali e cafone, e di produzioni con trame improbabili. La costruzione e il montaggio dei finti trailer è straordinaria per somiglianza con quelli autentici.

La pellicola, un pò come accadeva ne I perfetti innamorati, prende di mira l'industria del cinema USA, e per questo aspetto risulta godibilissima, sopratutto per i cinefili che possono divertirsi a contare spunti e citazioni, presenti a bizzeffe. Si capisce che sceneggiatori, regista e cast si sono divertiti un mondo a prendere per i fondelli manie e mode dell'ambiente. Robert Downey jr ad esempio, è perfetto nella parte dell'attore di provenienza teatrale, tronfio e pomposo, che si cala nella parte al punto di farsi cambiare colore della pelle e parlare anche fuori dal set come la parodia di un nero . Chissà a quanti attoroni saranno fischiate le orecchie.

Il giochino del film si esaurice però presto, nel momento stesso in cui la pellicola comincia a sua volta a ricalcare i clichè del genere comico demenziale, sviluppo della trama e conclusione comprese.

Si poteva sicuramente osare di più, sfruttando magari meglio il contributo alla sceneggiatura di uno come Ethan Cohen.

Burnout

La sindrome da burnout (o più semplicemente burnout) è l'esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d'aiuto (helping profession), qualora queste non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere.

Il burnout interessa educatori, medici di base, insegnanti, poliziotti, poliziotti penitenziari, vigili del fuoco, carabinieri, sacerdoti e religiosi (in particolare se in missione) , infermieri, operatori assistenziali, psicologi, psichiatri, avvocati, assistenti sociali, fisioterapisti, anestesisti, medici ospedalieri, studenti di medicina, responsabili e addetti a servizi di prevenzione e protezione civile, operatori del volontariato, ecc. Queste figure sono caricate da una duplice fonte di stress: il loro stress personale e quello della persona aiutata.

Ne consegue che, se non opportunamente trattati, questi soggetti cominciano a sviluppare un lento processo di "logoramento" o "decadenza" psicofisica dovuta alla mancanza di energie e di capacità per sostenere e scaricare lo stress accumulato ("burnout" in inglese significa proprio "bruciarsi"). In tali condizioni può anche succedere che queste persone si facciano un carico eccessivo delle problematiche delle persone a cui badano, non riuscendo così più a discernere tra la propria vita e la loro. Caratteristici del burnout sono anche l'esaurimento emozionale, la depersonalizzazione, un atteggiamento spesso improntato al cinismo e un sentimento di ridotta auto-realizzazione. Il soggetto tende a sfuggire l'ambiente lavorativo assentandosi sempre più spesso e lavorando con entusiasmo ed interesse sempre minori, a provare frustrazione e insoddisfazione, nonché una ridotta empatia nei confronti delle persone delle quali dovrebbe occuparsi. L'abuso di alcol, di sostanze psicoattive ed il rischio di suicidio sono elevati nei soggetti affetti da burnout. (...)

Negli operatori sanitari, la sindrome si manifesta generalmente seguendo quattro fasi.
La prima, preparatoria, è quella dell'entusiasmo idealistico che spinge il soggetto a scegliere un lavoro di tipo assistenziale.
Nella seconda (stagnazione) il soggetto, sottoposto a carichi di lavoro e di stress eccessivi, inizia a rendersi conto di come le sue aspettative non coincidano con la realtà lavorativa. L'entusiasmo, l'interesse ed il senso di gratificazione legati alla professione iniziano a diminuire.
Nella terza fase (frustrazione) il soggetto affetto da burnout avverte sentimenti di inutilità, di inadeguatezza, di insoddisfazione, uniti alla percezione di essere sfruttato, oberato di lavoro e poco apprezzato; spesso tende a mettere in atto comportamenti di fuga dall'ambiente lavorativo, ed eventualmente atteggiamenti aggressivi verso gli altri o verso se stesso.
Nel corso della quarta fase (apatia) l'interesse e la passione per il proprio lavoro si spengono completamente e all'empatia subentra l'indifferenza, fino ad una vera e propria "morte professionale".

Lost in translation?

Mi incuriosiva molto Giù al nord, commedia campione di incassi un paio d'anni fa in Francia. La storia è quella di Philippe, direttore delle poste che, per compiacere la moglie perennemente scontenta e depressa, finge una disabilità allo scopo di essere trasferito nell'accogliente Costa Azzurra. Naturalmente viene scoperto, e la punizione consiste in un trasferimento "al nord", zona Lille, a quanto pare considerata dal resto dei francesi fredda e inospitale al pari suoi abitanti.

Il tema dei clichè e dei pregiudizi tra persone geograficamente e culturalmente diverse è uno spunto valido, anche se nel film (essendo una commedia e non un trattato di sociologia) è esposto in maniera eccessivamente semplicistica e buonista. I personaggi ad ogni modo risultano accattivanti, e alcune gag (poche per la verità) riuscite.

Immagino che l'aspetto più divertente del film doveva essere quello dei dialoghi, dato che in quelle zone della Francia al confine con il Belgio si parla un bizzarro dialetto chiamato ch'timi ( nel quale ad esempio, la ‘s' francese suona ‘ch' e il ‘toi' e ‘moi' diventano ‘ti' e ‘mi' ) .

Ovviamente nella versione italiana questa caratteristica si perde nel doppiaggio, e in questo senso, visto il risultato finale e considerate le difficoltà, è difficile decidere se complimentarsi con il team di doppiatori o criticarli per il lavoro fatto.

Detto questo, Giù al nord scorre via gradevole, senza volgarità . Più che sganasciarsi dalle risate si sorride, la critica sociale è appena sfiorata, si ha l'impressione di un prodotto tutto sommato innocuo e il finale è davvero troppo telefonato.


Proprio in questi giorni è stato annunciato il remake italiano che vedrà probabilmente come protagonista Claudio Bisio.

lunedì 22 giugno 2009

Contrordine compagni

Anche se non ho i doveri di una testata giornalistica, tento di applicare nel mio piccolo i princìpi di correttezza minima che mi piacerebbe riscontrare nell'informazione ufficiale.
Sono perciò a riportare, in merito al post su Chirac, Berlusconi, e ahem i bidet di villa Certosa, che l'ex presidente francese avrebbe smentito formalmente le indiscrezioni de L'Express in merito alle frasi da lui attribuite al premier italiano.
Per inciso, a me sembravano verosimili e in linea con lo stile del Cavaliere.
Ad ogni modo...

Ma fatemi il piacere...

Facevano un pò ridere i cronisti della partita Italia-Brasile di ieri sera. Con il punteggio sul tre a zero per i sudamericani, che avevano dominato in lungo e in largo il match, e considerando sopratutto il percorso degli azzurri in questo torneo ufficiale FIFA (una vittoria contro gli USA ridotti in dieci e una sconfitta con l'Egitto), forse non era proprio il caso di sgolarsi per sperare nel gol della bandiera dei nostri.
D'accordo che con quella rete, per la classifica avulsa, avremmo raggiunto comunque le semifinali, ma il comportamento dei commentatori mi è sembrato comunque paradossale e fuori luogo.

Come ho già avuto modo di dire, questa nazionale non riesco proprio a tifarla ma, anche lasciando da parte questo elemento soggettivo, non posso far a meno di notare come i nostri media continuino a predicare bene (ah! All'estero vivono il calcio con meno pressione, c'è più fair play, vuoi mettere la sportività...) e a razzolare male, nel far passare il messaggio che non conta come hai gareggiato, l'importante è portare a casa il risultato o comunque andare avanti nella competizione.

Ecco, almeno risparmiateci le ipocrisie.

WRITTEN UNDER THE INFLUENCE OF: MACACO, PUERTO PRESENTE, 09

sabato 20 giugno 2009

A day in the life, 3 (on writing)


Considerato che la mia attività mi tiene fuori casa quella dozzina di orette al giorno, e che la sera sarebbe delittuoso sottrarre ulteriore tempo alla famiglia per smanettare sul computer, ho scelto da tempo di alzarmi prima del dovuto per leggere i blog degli amici e per aggiornare il mio.

Dunque le cose stanno così. Sveglia alle 6:30 circa, mentre bevo il caffelatte apro uno a uno i miei preferiti, poi a colazione terminata passo a scrivere su BOS.

Quasi mai ho una brutta copia da correggere e pubblicare, a volte ho un argomento in mente e magari anche un incipit, una traccia su come strutturare il pezzo , ma il più delle volte mi alzo e non ho la più pallida idea su cosa scriverò, improvviso dalla lettura dei quotidiani, dai blog degli amici, dalla musica che sto ascoltando o dal mio stato d'animo corrente.

Il mio time limit sono le 7:15, perchè poi devo lavarmi, svegliare il resto della famiglia, e preparare Stefano per l'asilo.
Se riesco a terminare entro quell'ora tutto okay, altrimenti, dato che ho applicato a questo mio spazio personale le teorie Ed Wood (buona la prima e non si butta niente), non rimando la pubblicazione ma accelero il processo di scrittura, a volte senza neanche rileggere, spesso sulla tazza del cesso (è per questo che alcune mie cose fanno cagare!) per le ultime correzioni.

Capita di rileggere i post creati seguendo questo metodo e pensare accidenti, ho dimenticato di scrivere questo, oppure dannazione, avevo in mente anche quello , e ancora, cazzo ma l'hai scritto proprio col culo sto pezzo, ma ho scelto di vivere il mio web log in questo modo e tutto sommato mi piace così, se stessi a soppesare, rileggere e levigare scriverei un articolo a settimana ad andare bene.

Certo, a volte butto via buone intuizioni per la frenesia di postarle, ma di contro sono soddisfatto di essere in grado di scrivere (bene o male, s'intende) di temi che mi appassionano con una certa scioltezza (non nello stile, ma nella formazione del pensiero e di conseguenza dell'azione) e continuità.

Questo mi riesce, da qualche tempo invece sto tentando maldestramente di scrivere altro, ma lì non si può nè bluffare nè improvvisare e quindi arranco vistosamente.

P.S. MI PIACEVA QUANDO ALE, TEMPO FA, CONCLUDEVA I SUOI ARTICOLI SEGNALANDO COSA ASCOLTAVA IN SOTTOFONDO MENTRE SCRIVEVA. DA OGGI OGNI TANTO LO FACCIO ANCH'IO.
Written under the influence of: Social Distortion, Omonimo 1990

venerdì 19 giugno 2009

The bidet international crise

Impegnati a riportare l'ennesimo scandalo che coinvolge Berlusconi e la sua ossessione per la fresh meat, sono stati pochi i quotidiani che hanno riportato una dichiarazione dell'ex presidente francese Chirac che in un altro contesto avrebbe fatto scalpore, e che invece oggi si perde tra le decine di testimonianze delle depravazioni del nostro premier. L'articolo che riporto è copiato da un sito di gossip ma la fonte è la stessa che hanno ripreso i quotidiani nazionali, cioè il giornale francese L'Express.
Immaginatevi la scena: il Berlusca che dà di gomito a Chirac (no, dico Jaques Chirac!) e poi alzandosi in punta di piedi per guardarlo negli occhi, gli dice...


Chirac, Berlusconi e il suo bidet

"Caro Jacques, vedi questo bidet? Tu neanche immagini quante paia di chiappe ha ospitato!". Questo e altri virgolettati sono presenti da ieri sul quotidiano francese L'Express e, come gran parte delle news "scandalo-politiche" degli ultimi mesi, riguardano il nostro premier. Si tratterebbe, di preciso, di uno scambio di battute tra Berlusconi e Chirac avvenuto in alcune delle ville del Cavaliere.

L'ex presidente della Repubblica francese (in carica dal 17 maggio 1995 al 16 maggio 2007), in visita presso una delle residenze di Berlusconi (e senza la propria first-lady, precisa L'Express), avrebbe infatti recentemente confidato a un "visiteur" i suoi "souvenirs" relativi "al nostro chiacchieratissimo". Oltre alla "perla" sul bidet citata in apertura, pare che Chirac sia stato impressionato da un'altra circostanza avvenuta durante un'altra visita in Italia.

Berlusconi, ormai sempre più spesso etichettato dai francesi "Casanova rital" (Casanova non abbisogna di traduzione...rital è un dispregiativo, una distorsione del termine "italiano"), sembra sia stato interrogato da Chirac riguardo ad alcuni giornali osè sparsi per le stanze: "Silvio, ma perchè lasci in giro queste riviste?". "Jacques - pare abbia risposto il nostro premier sfogliandone una a caso dal mucchio - questa ce l'ho, questa pure, questa anche...".


The body


Esce Music for men, il nuovo disco dei Gossip di Beth Ditto. Per l'occasione, oltre al solito tour promozionale e il giro di interviste, la cantante e leader del gruppo (dichiaratamente omosessuale) ha posato per alcuni scatti praticamente nuda.

La Ditto è strepitosa, credo stia facendo più lei nel suo piccolo, per far capire a tante ragazzine insicure che si può essere fighe anche se l'ago della bilancia oscilla intorno ai cento chili, che tanti dottoroni o trasmissioni televisive, dove cinquantenni rifatte spiegano alle adolescenti che bisogna accettarsi così come si è.
Qualcuno ne parla come se fosse un freak, un essere patetico, io credo che, seppur facilitata da essere diventata una star, lei sia un fenomeno estremamente positivo, anche perchè, prima di diventare in qualche modo un'icona, era solo una ragazzina grassoccia dell'Arkansas, con una madre e delle sorelle che provavano imbarazzo nei suoi confronti e che quando andavano al mare le suggerivano di lasciar perdere il bikini e di infilarsi una maglietta.

Come dice Chiara Gambarale in una sua intervista alla frontwoman dei Gossip pubblicata da Vanity Fair: Beth si atteggia e si comporta come se fosse l'essere più arrapante del mondo, e inevitabilmente lo diventa. Credo che in queste parole stia l' essenza reale, quotidiana non patinata e posticcia quindi, dell'essere un sex symbol.

Quasi a fare da contrappeso ad un modello che considero positivo, esce in questi giorni un libro, Appena ho 18 anni mi rifaccio, di Cristina Sivieri Tagliabue che racconta storie per me raccapriccianti di giovanissime che (evidentemente assecondate da premurosi genitori) si rifanno non solo zigomi, naso o seno, ma finanche i piedi (questa davvero mi mancava) arrivando a spendere decine di migliaia di euro. Pare che la percentuale di ragazzi sotto i vent'anni che dichiarino di aver bisogno di un intervento di chirurgia estetica sia del 60%.

Ora, mettiamoci anche l'insicurezza legata al corpo che cambia durante l'adolescenza, e i modelli preconfezionati di strafighe e strafighi che i media ci propinano ad ogni secondo, ma a me sembra un trend davvero folle.

Alla fine Music for men è passato in secondo piano. Allora vi dirò che sono ai primi ascolti, ma che mi sembra più preciso e pulito del precedente, i suoni di batteria e chitarra spaccano al punto giusto e la voce di Beth è meravigliosa. Se proprio vogliamo dire (ma come ripeto, siamo alla fase di prelistening) forse lo stile dei brani è un pò ripetitivo (tappeto ossessivo di chitarra, cantato, irruzione della batteria), e manca un bel ritornellone alla Standing in the way of control, ma datemi tempo e magari anche su questo aspetto maturerò idee diverse.



giovedì 18 giugno 2009

Blog e informazione

Una sentenza inglese introduce uno storico precedente per il mondo del web:

INTERNET E PRIVACY. IL CASO «NIGHTJACK»

Blogger: nessun diritto all'anonimato

Lo ha stabilito un giudice inglese: chi fa informazione non può pretendere di mantenere segreta la propria identità

MILANO - Il diritto all'anonimato in rete subisce un duro colpo nel Regno Unito. Con quella che potrebbe essere una storica sentenza per tutto il web, la Corte Suprema britannica ha rifiutato di proteggere l'identità di un ufficiale di polizia, attivo online come blogger in modo anonimo.

IL CASO – Come spiega il Times Online, il poliziotto 45enne Richard Horton era infatti autore del blog NightJack (ora sospeso), incentrato essenzialmente sulle indagini svolte dalla polizia, di cui Horton rivelava aneddoti e particolari che solo un insider conosce, talvolta anche criticandone aspramente l’attività. Talmente famoso nel Regno Unito (arrivava a collezionare oltre mezzo milione di visite a settimana), da essersi guadagnato, lo scorso aprile, l’Orwell Prize per la scrittura politica. Quando un giornalista del Times ha scoperto la vera identità dell’autore, il blogger ha immediatamente diffidato il giornale dal renderla nota, sottolineando come per lui fosse importante mantenere l’anonimato al fine di non incorrere in sanzioni disciplinari sul lavoro.

IL RIFIUTO – Ma per il giudice che ha seguito il caso “non c'è nessun valido motivo per restare anonimi”, poiché il postare messaggi su un blog è da considerarsi un’attività tutt’altro che privata. E comunque sia – ha spiegato ancora il giudice – la necessità di rivelare le generalità del blogger risponde in questo caso anche al diritto dei cittadini di conoscere l’identità di chi ha scelto di criticare pubblicamente l’attività della polizia. Quindi, in base a quanto stabilito dalla Corte, il semplice fatto che Horton avesse espresso il desiderio di restare nell’anonimità non rappresentava un obbligo per il quotidiano inglese a rispettarne la volontà. Perché in questo caso l’interesse pubblico ha la precedenza.

Silvio on Lower East

Sui muri del Lower East Side di New York è comparso un manifesto di Berlusconi con lo slogan All we go for younger meat!! (a tutti piace la carne fresca) e il simbolo di Forza Italia con la scritta Younger Meat.

Sconosciuti gli autori della burla e le loro motivazioni (il viaggio a Washington per incontrare Obama?), ma è impressionante quanto questi cartelloni somiglino a quelli realmente usati qualche anno fa dal premier in campagna elettorale...


mercoledì 17 giugno 2009

Sunny side of the street


Me l'aveva detto Ale, ma lo stesso è stata enorme la sorpresa nell'ascoltare il nuovo lavoro di Paolo Nutini. Lo scozzese, alla seconda prova dopo l'esordio di These Streets del 2007, spiazza tutti (mi immagino le facce di quelli della major quando hanno ascoltato l'album!), compiendo una completa inversione ad U, per tornare alle radici più genuine della musica.
Cambia tutto: stile, mood, il modo di cantare, e persino la voce appare diversa, più matura.

Il disco si apre con 10/10, un pezzo in cui Nutini canta alla Bob Marley sostenuto però da una base di fiati che mi ha fatto venire in mente alcune cose di Capossela.

Il successivo Coming up easy è inequivocabilmente un tributo a Otis Redding e alla Stax in generale, un pezzo soul tirato che sembra uscire da quegli anni attraverso la macchina del tempo.

Con il lento Growing up beside you si cambia ancora registro, una melodia delicata sostenuta da un coro che nel finale prevale sulla melodia.

Candy è il primo singolo estratto, Pencil full of lead è un old school rock and roll da fare invidia a gente come Brian Setzer che con il revival di questa roba ci campa.

E' di nuovo il soul classico a uscire dai solchi di No other way, Wilson Pickett guarda da lassù certamente approvando, e lo stesso ne sono certo fa Sam Cooke ascoltando la successiva High hopes.

Da questo momento il disco svolta definitivamente, fino alla fine lo stile che prevale è un folk che nello stile strizza l'occhio al folk hillbilly, molto essenziale e ispirato.

Sunny side up è un disco pazzesco, spiazzante come pochi altri, considerando il percorso musicale che il ragazzo ha finora compiuto. Un lavoro coraggioso, personale e, immagino, fortemente voluto.
Non so ancora se entrerà nei migliori dell'anno, ma intanto giù il cappello per Paolo Nutini!

martedì 16 giugno 2009

Non fatelo!

Pare che la federazione tennistica mondiale voglia impedire alle atlete di grantolare ( neologismo coniato per definire gli urletti che molte fanno in campo quando colpiscono la palla, è la fusione delle parole grugnito/rantolo), pena la squalifica, in quanto disturberebbe la concentrazione delle avversarie.
Le tenniste ovviamente si ribellano: "che male c'è?" chiedono.

Sono d'accordo con loro, e anche Daniele Luttazzi credo, visto che se lo facessero non potremmo più seguire il tennis femminile a occhi chiusi, godendoci l'audio.
Qui sotto, alcuni esempi di cosa ci perderemmo.


lunedì 15 giugno 2009

Rock in Idro 2009


Ormai Patrizio non lo aspetto più da anni. Quando il giorno prima ti dice: “dovrei farcela”, sai benissimo che non verrà. Nemmeno se tornano in Italia dopo vent’anni i Pogues. Non sto nemmeno lì a sprecare un sms per chiedergli perché. Ecco cosa si è perso:

Gaslight Anthem


Entro nel palazzetto verso le 16, proprio mentre attaccano i GA, che mi sembra confermino quanto di buono emerse dall’ascolto dell’album. Freschi, diretti, onesti. Saturano tutto il tempo a loro concesso suonando una canzone via l’altra senza mettere del tempo tra un brano e l’altro. Il cantante trova il tempo di dire due parole solo alla fine del set. Devono un po’ crescere, neh, i brani si somigliano un po’ tutti. Se azzeccassero un paio di refrain come dio comanda potrebbero anche farcela.

All American Rejects

Salgono sul palco gli AAR, il cantante è uno spilungone vestito con jeans attillati e camicia bianchi. All’inizio sembra divertente, è tarantolato e già dal primo brano cerca di far cantare il gruppetto di spettatori sotto il palco. Ma il feeling non si accende, e così poco dopo diventa incazzoso, con i soliti fuck di qua fuck di la intercalati ad ogni parola. Qualcuno devi avergli fatto capire che aveva rotto perché chiude mandando a cagare la gente e i Floggin Molly, a cui cede il posto. Da segnalare le buone esecuzioni di Top of the world e Gives you hell.

Flogging Molly


Un boato accoglie i Flogging Molly, e non sto esagerando. Il parterre si è riempito, segno che la fama dei sette cresce. Ottimo. La simpatia del gruppo americano-irlandese è contagiosa, ma quando parte la musica non si scherza più. Paddy’s lament apre le danze (letteralmente intendo), poi Requiem for a dying song, Seven deadly sins, Drunken Lullaby, Tabacco road, What’ s left of the flag, Float. Una gig al calor bianco. Dave King incita al ballo (come se ce ne fosse bisogno…) e il pogo sotto il palco è ininterrotto. Peccato non resti il tempo per un brano come Swagger.
Al momento , senza dubbio, una delle mie band preferite.

Gogol Bordello

Molta gente è qui anche per Gogol Bordello, infatti sotto il palco si registra un bel pienone. E il gruppo di Eugene Hutz regala un ottimo spettacolo, senza fronzoli o atteggiamenti posticci. Not a crime è una bolgia, Start wearing purple una festa interminabile. Hutz lascia spesso i riflettori ai suoi musicisti, il gigantesco violinista, il piccolo tastierista/ rapper/ intrattenitore colombiano (in un pezzo si esibisce con una maschera caratteristica della lucha libre Messicana), le danzatrici.
A fine set la band si ferma a lungo a salutare il pubblico, si capisce che avevano appena iniziato a scaldarsi.

Social Distortion


Mike Ness è proprio un tipo figo. Cool, per rendere meglio l’idea. Tatuaggi a parte sembra un tizio d’altri tempi, da noir americano degli anni trenta. Ha stile, uno sguardo impenetrabile, non si scompone mai. Passa metà concerto a litigare con l’uomo del mixer, ma lo fa senza sbracare. Al massimo alza un sopracciglio e quello capisce che proprio non ci siamo.
Finalmente, dopo una mezza dozzina di pezzi, sulla cover di Ring of fire tutto va a posto e Mike si rilassa. Erano già passate tra le altre The creeps (il brano d’apertura, introdotto da Strange Fruit di Billie Holiday) Mommy’s little monster ed Another state of mind. Per inciso, la gente se ne batteva il cazzo che il sound fosse imperfetto e ci dava dentro lo stesso alla grande.
Arriveranno anche Higway 101, Reach for the sky, Nickels and dime, Bad luck,Ball and chain prima degli encores (i Social Distorion sono il primo gruppo della giornata a permetterselo) nei quali Mike finalmente dice due parole (“come va gente? Ma che cazzo è successo, pensavo di suonare in un parco!”) e regala un inedito dall’attesissimo nuovo album (“so che deve uscire da un pezzo, ma ci stiamo ancora lavorando su”), il brano si chiama Still alive. Chiude lo show The story of my life. Ottime vibrazioni.

Babyshambles

Cazzo, al bar una coda pazzesca per prendere il caffè peggiore della storia della ristorazione (e pagarlo un euro e cinquanta, perdipiù). E vogliamo parlare delle bottigliette d’acqua da mezzo litro a due euro? Eh?
All’esterno hanno montato un palchetto sopra un pullman, e sopra ci sta suonando una band italiana di rockabilly, i Dragons.

C’è anche uno stand coperto dove vendono ciddì, magliette, pizze, panini con la salamella e Heineken. Tra il merchandising ufficiale della manifestazione mancano le t-shirts dei Pogues, come mai domando, arriveranno più tardi, mi rispondono. Ma loro saranno arrivati? Dense nubi nere si addensano sulla ragione principale della mia presenza al Rock in Idro. Ad ogni modo compro una T-Shirt dei Gaslight Anthem, che la maglietta con la quale sono arrivato è un sudario.

P.S. Puoi anche mettere una band che deve esclusivamente al gossip la sua fama subito prima degli headliner, ma il bluff dura poco. Pete Doherty e i suoi salgono sul palco, la gente esce.
I Babyshambles suonano di fronte a due-trecento persone, che dopo un po’ cominciano ad invitarli ad andare a zappare la terra.


The Pogues


Si fanno aspettare, ma lo immaginavo. Sistemare tutti i suoni degli strumenti degli Irlandesi richiede sempre un po’ di tempo. Sotto il palco un gruppo di ragazzi intona in loop The wild rover. Si stringono alleanze in vista del pogo che da li a poco spazzerà il pit come un vento torrido.

Alle 23:30 circa si spengono le luci e sulle note di Straight to hell dei Clash arrivano sul palco gli inventori del Combat folk. Rispetto al concerto di quasi tre anni fa a Brixton li vedo da vicino e a parte Spider, li trovo molto invecchiati. Phil Chevron non è uscito indenne dal brutto male che l’ha costretto ad uno stop due anni fa, appare dimagrito e affaticato.
Per Shane valgono le considerazioni fatte per il
concerto di Londra, però in compenso mi è sembrato sereno, molto easy, quasi a suo agio a calcare le assi del Palasharp ( vi sembra poco?!?).
Partono come prevedibile con Streams of whiskey, poi arriva
If i should fall from grace with god.
Come consuetudine dopo due-tre pezzi Mac Gowan torna in camerino e lascia la band a suonare un brano senza di lui ( alla fine saranno tre le canzoni eseguite senza il frontman:Repeal of the t
he licensing laws, Thousands are sailing e Thusday morning) .

A differenza degli altri gruppi che hanno scelto di sfruttare il tempo limitato a loro disposizione per suonare la parte più veloce del loro repertorio, i Pogues sembrano quasi fare la scelta opposta, piazzando in poco più di un ora un discreto numero di pezzi lenti, The broad majestic Shannon, Kitty, Dirty old town, Rainy night in Soho, Thousands are sailing oltre a Sayonara e Sunny side of the street che insomma non sono esattamente le canzoni che danno luogo al consueto pandemonio. Rimangono purtroppo fuori pezzi importanti come Fairytale of New York, The old main drag, Pair of brown eyes, le mie amatissime Irish Rover e Boys from county hell.
Chiude il set The sick bed of Cuchulainn. Apre gli encores Sally Mac Lennanne e dopo Fiesta si va tutti a casa.
I Pogues non sono giudicabili attraverso i normali metri di giudizio. Sono una cosa a parte, altrimenti uno non si dovrebbe neanche prendere il disturbo di andare a vedere una band il cui cantante non si regge letteralmente in piedi. Loro sono così, e finchè dura prendere o lasciare.

La prima giornata del Rock in Idro ha portato al PalaSharp punte di circa due-tremila persone, non esattamente un tripudio, ma diciamo che oggettivamente mancava tra i gruppi presenti, quello capace di trascinare le masse. Gli organizzatori dovranno fare una valutazione complessiva dopo la giornata del 14 giugno, che vede tra gli altri la presenza dei Faith No More. Per quanto mi riguarda mi sono divertito, lo dico soprattutto per quel sola di Patrizio. Alla fine sono persino riuscito a trovare una T-shirt dei Pogues…


TUTTE LE FOTO DEL POST SONO COPIATE DA QUESTO SITO

domenica 14 giugno 2009

L'Italia s'è assopita

Ma, esattamente, quand'è che cominceremo tutti a preoccuparci sul serio?


Milano, arrivano le ronde nere

Il Pd: "Fermiamo questo delirio"


MILANO - Dicono di essere più di 2.000 in tutta Italia, pronti ad indossare una divisa per "collaborare con le autorità contro la delinquenza". Sono le "ronde nere": camicia kaki, basco con aquila imperiale romana, una fascia nera al braccio con impressa la "ruota solare" e pantaloni grigi. Sono i volontari della Guardia nazionale italiana, pronti a pattugliare le strade 24 ore su 24, affiancando le ronde padane, non appena sarà approvato dal Senato il disegno di legge sulla sicurezza. Sponsor l'Msi. L'iniziativa è stata presentata oggi a Milano, durante il primo convegno nazionale del Movimento sociale italiano-Destra italiana, che fornisce supporto logistico e finanziario e mette a disposizione le risorse per il progetto.

sabato 13 giugno 2009

The voice


Il 13 giugno del 79 moriva in un ospedale di New York Demetrio Stratos, da tempo ricoverato per una rara malattia.

Il cantante italiano di origini greche fa parte di quello stuolo di artisti che ammiro in maniera assoluta per lo spessore artistico, la determinazione, la ricerca, l'impegno politico, ma che ahimè, nonostante tutto il mio impegno e l'investimento fatto sui dischi degli Area, non è mai riuscito a farmi appassionare alla sua musica.

Troppo ostica la sua arte o troppo poppettaro e superficiale io?
Non so. Ad ogni modo mi sembrava giusto ricordarlo.

Penso che se oggi, 13 giugno 2009, un gruppo proponesse per la prima volta una canzone come Luglio, Agosto, Settembre(nero) (brano di apertura di Arbeit macht frei degli Area) si scontrerebbe con l'ostracismo di tutto il panorama politico-culturale e passerebbe dei seri guai con la giustizia.

Beh, certo. A meno che non si chiami Gheddafi e faccia di mestiere il dittatore di uno stato ricco di petrolio. In quel caso potrebbe tranquillamente parlare ai nostri governanti della giustezza delle ragioni del terrorismo e cavarsela con una pacca sulle spalle.

Ups, ho divagato.

Only the strong survive



Sono pronto!


THE POGUES 23.00

BABYSHAMBLES 21.30 (ma chi li raccomanda questi ?!?)

SOCIAL DISTORTION 20.10

GOGOL BORDELLO 18.50

FLOGGING MOLLY 17.45

THE ALL AMERICAN REJECTS 16.45

THE GASLIGHT ANTHEM 15.50

THE SUBWAYS 15.00
ANDEAD 14.15
THE NOISE GUYS 13.40

venerdì 12 giugno 2009

I migliori della vita, 8



Fleetwood Mac - Tango in the night, 1987


Mi è quasi preso un colpo quando ho scoperto, molti anni dopo la release di questo disco, che i Fleetwood Mac nascono come blues band, agli ordini di Peter Green, John McVie e Mick Fleetwood, fuoriusciti dai seminali Bluesbreakers di John Mayall.

Tango in the night rappresentava per me, all'epoca, l'eccellenza del pop: colto ma delicato, elegante e virtuoso, capace di grandissime canzoni, che si stagliava una spanna sopra al resto della roba che passava normalmente alla radio. Che i componenti della band avessero un passato da oscuri suonatori della musica del diavolo mi sembrava quasi un ossimoro (e in effetti un pò era così, visto che quella di Green e quella della Nicks erano in pratica due band differenti).

Colloco questo album all'inizio del 1988, periodo per me molto felice, l'ultimo anno delle superiori, il primo lavoro, la patente (la macchina di papà!) e, ehm, la fidanzatina. Che raggiungevo ascoltando i Def Leppard di Hysteria, Tunnel of love di Brius e i Fleetwood Mac, appunto.

Il tempo di togliere il celofan dall'ellepì e calare la puntina sul vinile e la band si gioca subito l'asso. Non so se tatticamente è sia una buona mossa piazzare la canzone capolavoro nei primi quattro minuti dell'album, ma poco conta. Big love vince per distacco sul resto delle (pur ottime) composizioni.E' l'unico brano di tutto l'ellepì cantato per intero da Lindsey Buckingham, raggiunto solo nel finale dal controcanto della Nicks. Se esiste una canzone che somiglia ad un'armonioso atto d'amore, credo sia questa. Con classe, si capisce. Ma terribilmente eccitante. Segnalo l'esistenza di una versione acustica dal vivo di questo brano che supera quella in studio, grazie ad una sublime ed interminabile introduzione di chitarra classica. è contenuto in The dance, live dei FM del 1997 .

Con le successive Seven Wonders ed Everywhere la Nicks si riprende il posto da lead singer e sospira nel microfono le sue melodie accattivanti e leggiadre. Dietro a queste semplici e perfette composizioni pop c'è il lavoro mai banale di Buckingham alla chitarra e di McVie al basso, senza dimenticare le tastiere di Mick Fleetwood.

Caroline ha una lunga introduzione vagamente etnica, con la sezione ritmica che si prende il suo tempo, prima di lasciare spazio al cantato della Stevie. Ci si allontana un pò dal pop radiofonico, e lo stesso accade con la title-track, che oscura le solari atmosfere iniziali con arrangiamenti più coraggiosi e un'assolo di chitarra che porta il brano alla conclusione, rimettendo in discussione il mood dell'album.

La dolcissima Mistify, nenia rassicurante, riporta la nave in porto, in acque tranquille. Little Lies è il singolo di maggior successo dell'album, per cui non sto a spenderci sopra molte parole. Credo la conosciate tutti. Sarà anche troppo furbetta, ma io la trovo ancora accattivante, oltre ad essere il pezzo che maggiormente mi smuove i ricordi di quell'ultima porzione di anno.

Altro pezzo, altro singolo, altro cambiamento di stile: Family man è cantato ancora dalla voce femminile della band, con un controcanto maschile "alla Barry White".

Welcome to the room, Sara ha un suono che trovo molto west coast rock, da un momento all'altro ti aspetti che a cantarlo spunti Nicolette Larson, e non la Nicks. Invece.

Il trittico che porta il lavoro alla sua conclusione è aperto dai power chords di Isn't midnight, dalla straziante ballata acustica When i see you again e si conclude dallo spiazzante ritmo tropicale di You and i, part II.

Le discografie ragionate tendono ad orientarsi più su Rumors o Then play on, come titoli selezionati del gruppo, e io non ho certo l'autorità per confutare questa scelta. Tango in the night è probabilmente quel tot di commerciale di troppo, per la stampa specializzata e magari anche per i fans della band. Però è proprio quel tot che consente agli artisti di fare il botto, allargare il proprio pubblico, riuscendo a conciliare la propria storia, la mission aziendale e il brand personale con i dischi di platino come se piovesse.

Quando si creano queste condizioni per me, che aborro gli integralisti e/o i puristi ad ogni costo di una cosa popolare come la musica popolare, si creano le condizioni, se non di un capolavoro, di un disco che resiste al tempo. E miglior definizione conclusiva di Tango in the night non mi viene.

giovedì 11 giugno 2009

Far West Italia


E così il parlamento,pardon il governo, attraverso lo strumento del voto di fiducia (già usato quindici volte in un anno, nonostante la prepotente maggioranza ), ha avviato l'iter per la legge sulle intercettazioni. Per moltissimi reati non sarà più possibile usare questo mezzo investigativo da parte degli inquirenti, e per la stampa si arriva fino al carcere in caso di pubblicazioni di atti giudiziari riservati. I magistrati dicono che per moltissimi reati anche gravi non si riuscirà più ad individuare alcun colpevole. Ma d'altro canto per questo Governo la sicurezza significa qualche notizia di stupro in più o in meno ai tiggì, le ronde e l'esercito nelle strade. Dài, s'è capito tutti.

Facendo un consuntivo superficiale e per difetto delle iniziative di Berlusconi nel corso dei suoi mandati, emerge come, in tutti gli ambiti legali con i quali si è scontrato (falso in bilancio, processi pendenti, intercettazioni, etc etc) è riuscito a promuovere provvedimenti che non permetteranno il ripetersi di attacchi alla sua persona, incurante ovviamente delle ripercussioni per tutto il resto del sistema giuridico, penale, investigativo e pe ril paese. Capito lo statista?

Beh, c'è da augurarsi che presto prenda qualche multa per divieto di sosta, così magari fanno una legge (votata con la fiducia) che eliminerà questa odiosa pratica dei Comuni.

Poi se lo beccassero a rubare un pezzo di Parmigiano in un supermercato, la legge che approverebbero da lì a poco permetterebbe finalmente ai pensionati indigenti di uscire dall'Esselunga con il cappotto gonfio tipo Beningni ne Il mostro senza timore di essere fermati e denunciati.

E magari se la polizia postale lo beccasse a scaricarsi l'ultimo album di D'Alessio dal mulo, anche la questione del p2p sarebbe finalmente risolta...

Dall'altra parte speriamo che non commetta mai reati più seri e odiosi come stupri, pedofilia, rapimenti, associazione mafiosa, omicidi, lesioni, rapine a mano armata...Altrimenti l'Italia precipiterebbe immediatamente in una bolla temporale che la porterebbe ai tempi del Far West, con tutto il corredo di Sceriffi, legge del più forte e only the strong survive.

Tanto troverebbero di certo un modo accattivante per annunciarlo ai vari TG1, TG2, TG4, TG5 e Studio Aperto. Gli italiani ne sarebbero persuasi in un attimo.

MFT, giugno 09


ALBUM

Abe Vigoda, Skeleton
Akron Family, Set’em wild, set’em free
Ben Harper and the Relentless 7, White lies for dark times
Chickenfoot, omonimo
Club Dogo, Dogocrazia
The Gang, Dalla polvere al cielo
Depeche Mode, The sound of universe
Garth Brooks, Double live
Green Day, 21st Century breakdown
Greg Phillinganes, Pulse
Huey Lewis, Live at 25
Rancid, Let the dominoes fall
Raul Malo, Lucky one
Elvis Costello, Secret, profane and sugarcane
Steve Earle, Townes
AA/VV, Touch my heart: a Johnny Paycheck tribute
Gogol Bordello, Gipsy punk
Social Distortion, A collection
Pogues, A collection
Flogging Molly, A collection

TRACKS

Zombie slam, Pain
We’re not here for a long time, Huey Lewis
Baby i’m a fool, Melody Gardot
River , Akron Family
That’s what you get, Paramore
The kids are sick again, Maximo Park
Good to be alive, Slash's Snakepit
Mama told me not to come, Eric Burdon
Arma-goddamn-motherfucker, Marilyn Manson
Iron Man, Garbage
Runaway, Yeah Yeah Yeahs
I’m the only hell mama ever raised, Hank III
Spellbound, Lacuna Coil
Colpa del whiskey, Vasco Rossi
Time bomb, Dave Matthews
Already free, Derek Trucks Band
She thinks my tractor’s sexy, Kenny Chesney
We’re an american band, Poison
Catreless whisper, Seether
Blind man, Little Milton


VISIONI

Lost, quinta stagione
Prison break, quarta stagione

LETTURE

Domani nella battaglia pensa a me, di Marìas Javier
Million dollar baby (raccolta di racconti), di F.X. Toole

mercoledì 10 giugno 2009

Piccole città crescono (insieme ai loro scrittori)


Voglio segnalare una bella iniziativa dell'università IULM e del Comune di Milano, che io ho scoperto ieri, ma che per quanto ne so potrebbe anche essere attiva da tempo.

Nelle stazioni della metropolitana milanese sono a disposizione gratutita dei viaggiatori una serie di racconti brevi di giovanissimi scrittori esordienti, contenuti in quaderni fatti con carta riciclata di piccole dimensioni ( si vedono nella foto ) .

Le storie escono per la Subway Letteratura e sono catalogate sommariamente per genere / tempo di lettura, contestualizzato al numero di fermate della metro necessarie per completare il racconto. Ad esempio: Autore, Titolo, Racconto da 11 fermate. Esiste naturalmente anche un sito di riferimento.

Ieri me ne andavo in giro sui mezzi pubblici con questo malloppetto di albi di carta ruvida, sbirciando o leggendo integralmente queste opere tutte elaborate da ragazzi sotto i diciannove anni e pensavo, ma guarda un pò, anche Milano è riuscita a fare qualcosa di piccolo ma significativo per tentare di somigliare ad una capitale culturale europea.

Ormai avevo perso le speranze.

martedì 9 giugno 2009

In the country

Insomma, tutta sta fatica a sdoganare il country anche agli scettici, a dimostrare che questa musica ha una dignità, che non è solo per bifolchi, che l'outlaw è quanto di più vicino al punk per sfrontatezza, che ci sono artisti di spessore e intelligenza, che non è solo spensieratezza ma anche sofferenza, e poi arriva il recupero di una canzone di Kenny Chesney, She thinks my tractor sexy, assolutamente irresistibile ma che fa il pieno di luoghi comuni su questo genere: la fattoria, il lavoro nei campi, il vero uomo di campagna, e tutto il mio impegno va a puttane.
Ah! Naturalmente c'è anche un video che nemmeno i Casadei.

HiiHiiiiii!!!! Amici. HiHiiiii.


Il p2p al potere

Svezia, i 'pirati' entrano in Parlamento

Il partito politico che fa capo alla celebre piattaforma di file sharing "Pirate Bay" avrà un proprio delegato al Parlamento Europeo: regolarmente presentatasi alle elezioni in Svezia, la formazione politica - forte di circa il sette per cento di preferenze espresse dai votanti - si è conquistata un seggio al parlamento di Strasburgo. Il rappresentante della lista sarà un "hacktivist", ovvero un incrocio tra un hacker e un attivista, che si interessi soprattutto di tematiche connesse alla Rete, alle nuove tecnologie e alla libertà di informazione.

lunedì 8 giugno 2009

Mario and the cowards

Poi magari qualcuno fa il perbenista e si chiede perchè Mario Balotelli abbia sempre la cazzimma:

Balotelli vittima di un nuovo episodio di razzismo


Fischi e lanci di banane contro Mario Balotelli. L'attaccante dell'Inter e della nazionale Under 21 è stato ancora una volta vittima di un brutto episodio di razzismo a Roma, dove il giocatore è in ritiro prima di partire per la Danimarca, sede degli Europei di categoria. Poco prima delle 18, Balotelli, in libera uscita con alcuni compagni di squadra, è stato avvicinato da alcuni tifosi giallorossi che lo hanno preso di mira con cori e il lancio di due banane prima di scappare messi in fuga dall'arrivo dei Carabinieri. Il calciatore non ha reagito alle provocazioni e ai militari ha spiegato che si è trattato di un "episodio da nulla" decidendo di non sporgere denuncia. "Mario ha avuto un comportamento egregio", ha detto l'allenatore dell'Under 21 Pierluigi Casiraghi.

Europee

Pare che :

Il PDL non raggiunga l'obiettivo dichiarato del 40%
Il PD sia distante da quello del 28%
La Lega continui ad andare forte
E così anche l'IDV
Casini si sia preso i suoi soliti voti
La coalizione che ho votato, com'era prevedibile, non abbia raggiunto il 4%

Tutti felici e scontenti?

domenica 7 giugno 2009

E' sempre tempo di Mele...

Domanada retorica: ve lo ricordate il leggendario Cosimo Mele? Quello del festino a zoccole e coca? Quello che era nel partito tutto Dio e Famiglia? Ecco, proprio lui. Pianopiano, sottovoce, come piace a loro, è tornato a candidarsi. Per ora alle provinciali di Brindisi, ma mai porre limiti alla provvidenza...
Di seguito un divertente articolo/intervista di Stella, dal Corriere di venerdì.


Il ritorno di Cosimo Mele «Dopo la notte brava riparto dalla mia terra»

Candidato a Brindisi: io triste senza politica

Ma ne gira di droga, a Montecitorio? «Euh!» Vuol dire sì? «Euh!» Sì o no? «Pure in bagno. Una volta ne ho trovata anch' io. Una striscia lunga lunga che ho pulito con un asciugamano». E sesso? «Euh!» Vuol dire sì? «Di più! Di più!» Colleghi? «Colleghi, colleghe... Appena eletto c' è sempre chi ti indirizza a quelli che sono lì da qualche legislatura e hanno l' agendina piena di numeri. C' è tutto un giro di signorine...»

Lui no, assicura. Basta: «Uno spavento vale cento. Ho sbagliato, ho pagato. Mai più». Giura? «Giuro». Con la politica, invece, il leggendario Cosimo Mele, che un paio di anni fa finì su tutte le prime pagine per una notte brava passata all' hotel Flora di via Veneto con due squillo, una delle quali si era poi sentita male, ha deciso di riprovarci.(...)

sabato 6 giugno 2009

Gli ottanta, questi sconosciuti


Nel novero dei miei oscuri e minori eroi musicali, Greg Phillinganes ha una posizione di prestigio assoluto. In effetti Greg è talmente oscuro e minore che si potrebbe pensare ad un esercizio di snobismo dedicargli un post. E boh, magari è anche vero.

Conosciuto attraverso un piccolo cameo nel già citato film (ma non è finita qui...) Streets of fire di Walter Hill, nel quale cantava il delizioso doo woop Countdown to love, Phillinganes, tastierista e cantante, ha costruito la sua fama nel music biz attraverso prestigiosissime collaborazioni con alcuni tra i maggiori big del soul, del pop e del blues.

Basterebbe ricordare la presenza di Greg in tre masterpiece a cavallo tra i settanta e gli ottanta, per capire la statura di questo dotato session man.
Phillinganes ha infatti lavorato in Song in the key of life, di Stevie Wonder ( suo padrino musicale); The nightfly di Donald Fagen e Thriller di Michael Jackson.

A suo nome ha pubblicato due dischi all'inizio degli anni ottanta: Significant Gaines (1981) e Pulse (1984), improntati ad un gradevole soul/funk molto eighties, che in qualche parte risentono dell'influenza di Wonder ( I have dreamed) e di Fagen ( Lazy Nina ).

Entrambi gli album (oggi molto rari) non ottengono grande riscontro, e il nostro ritorna al suo più soddisfacente lavoro di collaboratore. Suona in tournè con artisti del calibro di Bee Gees, Anita Baker, Eric Clapton, Donald Fagen, Aretha Franklin, Michael Jackson e Paul McCartney. Dal 2007 è con i Toto.

Se vi sconquiffera prestargli un pò di attenzione, consiglio la sua opera seconda, Pulse (contiene anche countdown to love): nove pezzi e una magnifica copertina vintage.

venerdì 5 giugno 2009

I migliori della vita, 7


The Grateful Dead - Live/Dead, 1969


Sono consapevole che ascoltare Live/Dead dei Grateful Dead senza l’ausilio di acidi o LSD sia un po’ come guardare al cinema un film in 3D senza gli appositi occhialetti: si percepisce l’insieme e la grandiosità dell’opera, ma non si riesce a coglierla appieno.

Non è dato sapere se il disco sia stato registrato nel corso dei leggendari acid tests che la band teneva insieme al pubblico giù a Frisco, dalle parti di Haight Ashbury, comunque il lisergico risultato finale non cambia.
Contestuale anche l’approccio del pubblico allo show, visto che per più della metà del disco la platea in pratica non si sente. Sembra di vederli, strafatti e sudati con le mani a tirare indietro i lunghi capelli appiccicati sulla fronte, di tanto in tanto a passarsi una canna. Tutte attività che si svolgono in relativo silenzio.

I Grateful Dead erano dei veri perfezionisti del suono dal vivo. Agli inizi della loro carriera hanno ostinatamente cercato un loro wall of sound, poi, per dire, sono stati anche dei precursori delle registrazioni dei concerti, da un certo momento in poi si sono messi ad incidere tutti i loro show.

Live/Dead (il quinto disco della band in soli due anni, dal 1967 al 69) è un assemblaggio delle tracce migliori scaturite dalla loro intensa attività live. La band era in quella che in molti considerano la loro formazione migliore. Oltre ai senatori Garcia, Lesh, Weir, Hart e Kreutzmann (questi ultimi entrambi batteristi,visto che i Deads usavano la doppia batteria) è infatti presente all’organo il compianto Roy “Pigpen” McKernan.

L’album si apre con Dark star , una canzone che originariamente durava circa tre minuti e che qui si dilata fino a superarne i ventitre. Il cantato attacca quando stanno per scoccare i sette minuti. Le intonazioni delle chitarre sono a tratti dissonanti, quasi fastidiose, si attorcigliano e si inseguono, eppure non si può fare a meno di alzare il volume di un’altra tacca, e un'altra, e un’altra ancora. Gli amplificatori di casa o dell’auto ancora oggi, a quarant’anni secchi dalla release dell’album sudano tossine di LSD.

Le successive Saint Stephen (qualcosa che una volta poteva anche essere stata una marcia celtica) e The Eleven ( nella quale sembra di vedere le chitarre sciogliersi come in quel quadro di Dalì) seguono senza soluzione di continuità l’open track, trascinando l’ascoltatore in una spirale di cui non si intravede la conclusione. Si capisce l’utilità del vinile, che almeno imponeva una pausa tra Dark Star (che occupava per intero il lato A) e queste altre due tracce. Sentite così di seguito i sensi accusano un certo intorpidimento.

Con i sedici minuti di Turn your love light si cambia improvvisamente registro, passando ad un blues elettrico nel quale finalmente si sente anche il pubblico scuotersi e gridare e sembra di stare in un concerto normale.

A seguire lo standard Death don’t have no mercy, poi diventato un grande classico per Jorma Kaukonen, con o senza i suoi Hot Tuna. Il pezzo è un blues letteralmente sanguinante, di quelli che sarebbero perfetti per il cinema, magari ad accompagnare l’eroe che si avvia solitario verso un’impresa giusta, ma disperata, proprio mentre tutta la vita gli passa davanti in pochi istanti. Breathless.

Feedback è quello che dice nel titolo. Qui davvero servirebbe l’ausilio di qualunque cosa avessero in corpo i Deads e i loro (s)fortunati spettatori. Nove minuti di distorsioni, riverberi, feedbacks, che tentano di trovare una strada armonica tra i fischi degli amplificatori, ma che ahimè, non ci riescono.

Il saluto della band è lasciato alla manciata di secondi di And we bid you goodnight, traditional cantato a-cappella, una dolce nenia che fa da opportuno contrappunto allo stridore del brano che l’ha preceduto.

I Grateful Dead fanno parte di quel novero di artisti che io definisco “sottovalutati/sopravvalutati”, cioè hanno avuto indubbiamente dei meriti, ma probabilmente il culto (in Italia di pochi, negli States di molti) che tutt’oggi, a quindici anni dalla morte di Garcia, li accompagna ha abbondandemente superato il reale valore della band.

Non so se questo sia un disco da avere a tutti i costi. Per i miei gusti è una grande eccezione, perché normalmente io fatico ad appassionarmi a musica con così poco “cantato” , con così tanto “disordine” e dove tra l'altro la canzone più corta dura sette minuti.
Magari è proprio per la sua distanza dai miei generi canonici che Live/Dead mi affascina tanto.
Oppure perchè subisco il fascino della musica, della sperimentazione di quegli anni.
Chi lo sa?
E comunque, perchè poi mi affanno tanto a trovare una spiegazione, alla fine è solo rock and roll.
Beh. Più o meno.

giovedì 4 giugno 2009

Aguzzando l'ingegno...

In questi ultimi giorni di campagna elettorale il PdL, in modo arrogante ed in misura prevalente, ma anche il PD, si stanno divorando tutto lo spazio televisivo che conta, lasciando agli altri le briciole.
I Radicali per questo sopruso stanno protestando da giorni (vabbeh, lo so che non fa notizia). Ma non c'era la par condicio?

Personalmente non sono mai riuscito a vedere in televisione, da nessuna parte, gli esponenti di una coalizione che seguo con interesse: Sinistra e Libertà.

Pazienza. Dove non arrivano i soldi o il potere , arriva la fantasia degli elettori.
Oggi su soulseek ho ricevuto il seguente messaggio, da un utente che non conosco, e che comunque non citerò:

"buonasera...mi scuso se vi disturbo,ma se non avete idea di chi votare al parlamento europeo...pacatamente,serenamente,garbatamente...suggerisco SINISTRA E LIBERTA'...Nichi Vendola, Claudio Fava, Bianca Pitzorno...Grazie per l'attenzione"

Trovo ci sia qualcosa di terribilmente romantico e ribelle nel fare campagna elettorale su di una piattaforma di p2p, ipocritamente illegale, e lasciare la tv perbenista a pagamento a quanti hanno praticato l'illegalità sottraendosi al giudizio del popolo.

mercoledì 3 giugno 2009

Lost, 5a stagione (no spoiler)


All'inizio di ogni nuova stagione di Lost ti prendono sconforto e apatia. Sembra che non ne puoi più di questo telefilm, che sei pronto a mollare,che la verve della storia è bella che andata. Come sempre invece, bastano poche puntate (in genere 4 o 5) e sei già lì ad aspettare con impazienza quella successiva.

Lost è davvero un prodotto anomalo nell'ambito dei serial. E' mainstream, ma è dannatamente complicato da seguire, fidelizza lo spettatore ma continua a spiazzarlo, risolvendo qualcuno dei suoi numerosi misteri, ma aggiungendone sempre di nuovi. Porta a spasso come bambini i suoi spettatori da ormai più di cinque anni miscelando elementi tipici delle soap ad altri dell'avventura e del mistero, continuando ad aggiungere elementi e sub-plot.

Sono solo a metà della quinta stagione, ma mi sembra di poter dire che se nelle prime serie l'elemento caratterizzante del telefilm sembrava essere il sovrannaturale (erano in molti a pensare che i protagonisti fossero morti e che l'isola fosse una specie di purgatorio), adesso la serie ha virato decisamente sulla science fiction, con annessi salti nel tempo e complessi intrighi spazio-temporali dei personaggi.

Lost ha fatto dei flashback la sua caratteristica strutturale fin dall'inizio. Poi, ad un certo punto poi ha cominciato ad usare i flash forward (senza dirlo, lasciando allo spettatore il tempo per capirlo da solo), adesso si è tornati ai FB, che si incastrano perfettamente ai FF passati riempiendo molti dei buchi narrativi della serie precedente. Un affascinante matassa, che a questo punto dubito si dipanerà del tutto con la prossima, annunciata come ultima, stagione.

Giù il cappello.

Partiamo dall'abiccì


Amore bugie e calcetto è una piacevole scoperta.
Una commedia divertente e leggera che, pur avendo nel DNA , da una parte il rischio di scivolare nello stile televisivo da fiction (in effetti un paio di interpreti arrivano da lì, e altri sembrano uscire da uno spot del Carte D’or Algida), e dall’altra di essere strozzata dalla presenza di Bisio ( spesso fuori registro nelle sue prove cinematografiche), riesce invece a restare sul filo di questo rasoio senza cadere mai.
Non so quanto del merito sia del regista Lucini, della sceneggiatura o dell’affiatamento del cast, ma insomma chissenefrega. Il film funziona.

La trama è piuttosto elementare: l’intreccio delle storie personali di un gruppo di amici che condivide la passione per il calcetto, e che gioca insieme da anni.
Ognuno dei protagonisti occupa un ruolo nella società, dall’imprenditore di successo, al consulente fighetto, all’operaio, allo studente.
Ultimo il giornalista Battiston, caffeinomane e tabagista, divorziato e, suo malgrado, saggio del gruppo, con un passato da calciatore semiprofessionista, che però, data la stazza e la condizione atletica, entra in campo solo pochi secondi a partita, per tirare le punizioni (in tutto il campionato gioca tre minuti e fa 18 gol): è Il Mina (soprannome dato ovviamente per via della potenza dei suoi tiri) il vero perno attorno al quale ruotano tutti i personaggi e la storia stessa.
A Bisio fanno fare il bauscia, e quindi probabilmente non deve nemmeno sforzarsi di recitare, mentre per Angela Finocchiaro c’è un simpatico ruolo da non protagonista, anche questo costruito sulle sue corde.

In alcuni momenti delle partite è impossibile non tracciare similitudini e paralleli con i caratteri dei propri, reali e scalcagnati, compagni di squadra (fenomenale in questo senso il personaggio de “il Venezia”), lo stesso dicasi per il cameratismo da spogliatoio, nel quale emergono tutti i luoghi comuni legati a questo contesto.
Poi ci sono i rapporti con l’altra metà del cielo…Fidanzate, amiche, amanti, mogli, ex-mogli. Si passa con disinvoltura a momenti di ilarità o di analisi banalotte, ad altri di malinconia (merito quasi sempre di Battiston) .
Così come accade nella vita reale, probabilmente.

Il campetto di erba sintetica come metafora della vita, o per dirla come Nereo Rocco, citato alla fine dal Mina: “in campo ti comporti come nella vita”.
In pratica, se vuoi capire il vero carattere di una persona, guarda come gioca a calcio.
In effetti, più penso a tutte le persone che ho conosciuto sui campi di calcio e fuori e più mi convinco della giustezza scientifica di questa massima.

lunedì 1 giugno 2009

Yaaawn

Anche se non possiedo un i-Pod, ma un comunissimo lettore mp3, tempo fa ho comunque installato il programma i-Tunes, avendo da utilizzare un buono per un download che qualcuno mi ha regalato . Consumato il valore della scheda, ho scoperto quanto sia divertente inserire nel motore di ricerca titoli di canzone, e guardare il risultato con tutte le versioni in catalogo di quel brano.

Prendiamo ad esempio la canzone probabilmente più coverizzata di ogni tempo: Knocking on heaven's door dei Guns 'n' Roses (dài, scherzavo! Vi siete spaventati, eh?) : 146 versioni diverse. Oltre a quelle più note dei Guns stessi, di Clapton e di Brian Ferry, troviamo una sfilza interminabile di autori noti (Avril Lavigne, Wyclef Jean, Television) e meno noti (Bronco Bob, Minority Militia, Duck Gang) presenti.

Anche Hank Williams se la cava bene, la sua epocale I'm so lonesome i could cry conta 139 versioni, eseguiti da artisti country, ma non solo ( Johnny Cash, Al Green, Elvis Presley, Cowboy Junkies )

Ben piazzata anche Hey Joe (di tale Bily Roberts) con 147 versioni, dalla più nota di Jimy Hendrix a Robert Plant, Willy Deville, Deep Purple, il nostro Roberto Ciotti, Yardbirds, Cher, Seal, Bodycount, Popa Chubby e numerosi altri.

Il classico che ha incrociato trasversalmente il maggior numero di sensibilità musicali è probabilmente What a wonderful world di Louis Amstrong,: 147 versioni di Joey Ramone, Katie Melua, Rod Steward, Bryan Ferry, Sarah Brightman, Fausto Papetti , Eva Cassidy, Celin Dion, Art Garfunkel, Diana Ross, Michael Bolton.

Se proprio non avete un cazzo da fare...

venerdì 29 maggio 2009

Gotcha!

A proposito di fannulloni...

This time is for real


Mi scuseranno gli amici se rompo i maroni anche qui, ma la notizia è da dare a reti unificate. Hank Williams III giunge infine in Europa!
Non solo le due complicatissime date all'interno di due megafestival, ma un vero e proprio tour che non toccherà l'Italia ma arriverà a sfiorarla.


Il 4 settembre infatti il mio country hero preferito sarà a Lucerna.
Guarda caso il 4 settembre è la vigilia del mio compleanno.
Guarda caso avevo programmato una settimana di ferie.
E pensa un pò. E' un pezzo che volevamo farci un giretto in Svizzera...

giovedì 28 maggio 2009

Anche Franceschini, nel suo piccolo...

Bene hanno fatto gli amici a consigliarmi la visione di Ballarò, recuperata ieri grazie alla replica su Raisat (prima o poi dovremmo parlare dell'importanza delle repliche).
Trasmissione epocale, con il centrodestra che schierava Bondi, quasi commovente nella sua accorata difesa al cavaliere (descritto come una persona buona, onesta e generosa con tutti), Belpietro, con il suo sorriso da ufficiale nazista stampato in faccia e Lombardo, quello del MPA in Sicilia.

Dall'altra parte il solito Franceschini, uno spettrale Pannella ed Ezio Mauro di Repubblica.
Momenti clou della serata: Bondi che definisce il rapporto tra Silvietto e Noemi "improntato alla purezza", con il conseguente mormorio divertito del pubblico e il leader PD che dopo aver assistito alle bordate di Belpietro a Mauro, si scoccia e gli fa:- si vabbeh, sei bravo, ma ricordiamoci che ti paga Berlusconi-.
Il direttore di Panorama ha perso la sua compostezza glaciale, e si è incazzato, ma si è così incazzato che non la smetteva più di gridare come un ossesso mentre Franceschini rispondeva sornione: - beh, perchè t'incazzi, mica ti ho offeso, neh -

Vi ricordate Nanni Moretti in (mi sembra) Aprile quando davanti a D'Alema che balbettava in una tribuna elettorale in tv si comportava come un ultras ? Anch'io l'altra sera ho esultato come per un gol dell'Inter, quando il segretario del PD ha messo al suo posto l'ex direttore de Il Giornale.
Che ci volete fa, ormai mi rimane solo questo, nella consapevolezza matematica che tanto queste trasmissioni non spostano nemmeno mezzo voto.

martedì 26 maggio 2009

Back in time


Ho sempre nutrito una grande simpatia per Hugh Anthony Cregg III al secolo Huey Lewis. Considerato da molti, a torto o a ragione, un'artista minore, poco più che un one hit wonder, il buon Hugh Anthony è come un'entusiasta operaio del rock, ci mette impegno e dedizione, lavora duro con il suo gruppo di affezionati colleghi, e il prodotto che sforna con moderazione da quasi sei lustri è come un modello sicuro e affidabile di auto, prodotta da una piccola casa fuori dai giri dei grandi marchi.

Come molti della mia generazione ho cominciato a conoscere Huey e i News all'epoca del primo Ritorno al futuro, grazie, all'eccezionale pop rock di The power of love, anche se già in precedenza, con I wanna a new drug (in odore di plagio a Ghostbusters, il brano) il nostro aveva fatto parlare di se. I due album che contengono queste hit, Sports e Fore, sono ottimi esempi di rock'n'soul'n'pop, con un esaltante (per il sottoscritto) utilizzo di fiati e tastiere che impastano in maniera old fashion il sound della band.

Nel 1988, dopo la botta di successo di Fore!, Huey e i suoi cambiano registro. Si tolgono jeans e stivali e si infilano shorts, hawaiane e infradito. L'album Small world aggiunge il calipso e i ritmi tropicali al sound classico della band. Old Antone e Bobo tempo spezzano con allegria la continuity con la storia musicale del gruppo, la deliziosa Stuck with you la riprende, rinfrescandola. Pur vendendo meno dei precedenti, anche Small world è un successo. L'ultimo. Con il successivo Hard at play la parabola discendente è iniziata. Four chords and several years ago segue la tendenza del precedente. Il nostro prova anche nel cinema, con risultati incerti, e solo nel 2001 torna ad incidere un album, il confortante Plan B.

L'occasione di parlare di questo mio eroe minore è l'ascolto del divertente Live at 25, uscito quattro anni fa (anche in dvd) ma recuperato solo ora.
Un disco "necessario", visto la bravura della band dal vivo, molto divertente e coinvolgente, anche se, volendo trovargli un difetto, avrebbe potuto contenere qualche pezzo in più.

Splendida la jam di quasi nove minuti di I want a new drug/Small world, il resto è praticamente un best of, con il pubblico in visibilio su Power of love, Hip to be square, Doing it all for my babe e Back in time.
Mascella squadrata e sorriso a trentadue denti, Huey è un pò il prototipo simpatico e un pò giuggiolone dell'americano in vacanza, la sua musica è onesta e senza tempo, probabilmente non è mai stata trendy. E' stata la moda musicale che, facendo il suo giro, l'ha resa attuale per qualche stagione. A lui non sembre importare un granchè (o forse sì, chi lo sa?), con cinque dischi di inediti dischi negli ottanta, due nei novanta, uno dal duemila, Huey Lewis se la prende comoda. Lui è sempre in tempo.

domenica 24 maggio 2009

Ma vah?

Ma Studio Aperto e il TG5 non ci avevano fracassato le palle per tutta l'ultima campagna elettorale?
Ma la Lega non tirava fuori di continuo dati angoscianti?
E anche il Beppe Grillo non ci faceva del populismo?
Invece pare proprio che...

"Troppe menzogne, l'indulto funziona"
In tanti sono usciti dai giri criminali

Uno studio accurato dimostra il netto calo di detenuti recidivi
In alcuni casi 9 su 10 dei beneficiari non sono rientrati in carcere

L'indulto funziona, ma nessuno ci crede. Il tasso di recidiva, dei detenuti ceh sono ricaduti nei reati, è sceso al 27 per cento contro il 68 per cento dell'epoca precedente: è il dato emerso al convegno di studi sulle politiche di prevenzione svoltosi al carcere "Due palazzi" di Padova organizzato dall'associazione Ristretti Orizzonti, che ha visto coinvolte oltre 600 persone tra operatori, studiosi e volontari del mondo carcerario. Un convegno che in alcuni momenti ha avuto come sottofondo il rumore della "battitura" delle celle fatto dai detenuti per protestare contro il sovraffollamento e che arrivava fino alla palestra del carcere.