lunedì 26 luglio 2021

Downtown Boys; Full communism (LP, 2017) e L'internationale (EP, 2020)


I Downtown Boys sono una punk band americana di Providence, Rhode Island, attiva da una decina d'anni. Nonostante una certa notorietà conquistata a metà anni dieci, personalmente li ho scoperti grazie alla colonna sonora di Miss Marx  della nostra Susanna Nicchiarelli (film consigliatissimo, al pari del precedente Nico, 1988). 
Dietro la produzione del nome tutelare Guy Picciotto dei Fugazi, il leader e fondatore Joey DeFrancesco, attivista sindacale (qui potete vedere il video delle sue geniali dimissioni da un hotel che trattava crudelmente i propri dipendenti,  consegnate con l'accompagnamento di un'intera brass band) e militante convinto per le cause ambientaliste, sociali e anti-sistema, rilancia il genere angry protest songs  dentro la sua cornice più naturale, che, a mio avviso, assieme al folk, resta quella punk. 
La band oltre agli strumenti tradizionali del genere utilizza strutturalmente il sax, e si avvale della grinta vocale della singer Victoria Ruiz (ex collega di Joey nello stesso hotel di cui sopra) su testi che, oltre all'inglese, utilizzano disinvoltamente lo spagnolo. 

Il titolo del loro primo full-lenght, oggetto di questo post, esprime inequivocabilmente l'orientamento politico del gruppo, oltre a rappresentare una provocazione, magari banale per il nostro Paese, ma sempre pericolosa per l'establishment USA, al punto che non mi stupirebbe se qualche agenzia federale avesse già aperto un dossier sui cinque. Tuttavia, pur crogiolandomi nella vicinanza politica alle idee di questi ragazzi, per "start a fire" (citazione non casuale, come vedremo) serve la scintilla del connubio con l'espressione artistica della band. Per fortuna, anche qui, bingo. I dieci pezzi (più una bonus track) per venticinque minuti di durata che compongono Full comunism sono il classico tuffo agostiano dagli scogli nell'acqua gelida: trattieni il fiato, vai sotto, e quando emergi ti senti da dio. Si parte con Wave of history (commento sonoro ad una sequenza indimenticabile di Miss Marx), che mette subito in chiaro le cose e poi giù a rotta di collo con 100% Inheritance tax; Tall boys; Break a few eggs; Monstro; Future police, fino a raggiungere appunto la bonus track, cover di un brano che nasce originariamente come riflessione malinconica sull'emarginazione ma che poi diventa una mega-hit pop. Qui la commiserazione lascia il campo alla ribellione ad una condizione di subalternità sociale ed esplode in tutta la sua grezza rabbia. La canzone è Dancing in the dark di Bruce Springsteen. 

Ma Joey e i ragazzi devono avere una certa vocazione ai guai. Infatti, non contenti di aver dato cotanto titolo ad un disco americano, realizzano, nel 2020 un EP contenente tre versioni dell'epocale inno socialista (in Italia usato anche dal P.C.I.) L'internationale. L'operazione sembra quasi goliardica, infatti il tema viene proposto nelle versioni disco mix; punk mix e ambient mix, intanto però questa composizione, questo inno dei lavoratori di tutto il mondo, che a me commuoverebbe anche se fosse suonata facendo le pernacchie con la mano sotto l'ascella, torna centocinquanta anni dopo la sua prima esecuzione. 

Sarà che ormai mi accontento di poco, ma tanto mi basta, in una fase storica nella quale sono sopiti gli idealismi del novecento, a favore di un capitalismo che gode di una salute di ferro.







venerdì 23 luglio 2021

Lola Darling (1986)

Lola Darling è una donna libera e indipendente. Vive sola in un loft e lavora come artista presso un'agenzia pubblicitaria, anche se la sua caratteristica principale va cercata nell'assoluta disinvoltura delle sue relazioni sentimentali e sessuali, infatti ne intrattiene tre contemporanee, pur nella totale lealtà nei confronti dei partners: ogni suo amante infatti è a conoscenza dell'esistenza degli altri due.

Vero debutto cinematografico di Spike Lee, Lola Darling (l'originale She's gotta have it è molto più coerente con il film, sfiorando quasi la tipologia di titolo dei porno) fu realizzato in pochissimi giorni e con quattro spicci, al punto da costringere il regista a ricorrere non solo ai consueti prestiti da parte della nonna, ma anche a scritturare "pro bono" alcuni familiari (il padre jazzista Bill suona le musiche e recita un cameo, la sorella Joie fa una piccola parte) e sè stesso (nella parte di Mars, uno dei tre uomini di Lola) per completare il cast senza incidere sulle finanze.

Il film, influenzato tra gli altri da Stranger than paradise dell'amico di corsi di cinema Jim Jarmush, mette in scene la vita, libera da ogni convenzione sociale, di Lola (in originale Nola, interpretata da Tracy Camilla Johns), e nel preparare soggetto e sceneggiatura Spike si documenta attraverso le esperienze di coetanee della sua protagonista, sondate attraverso un questionario con domande anche esplicite rivolto ad un gruppo di universitarie. Sebbene la modalità di racconto rimandi non poco alla grammatica cinematografica di Woody Allen, Lola Darling contiene in nuce molte delle forme espressive che caratterizzeranno lo stile del newyorkese nelle opere a venire, a partire dalla fotografia, con l'inizio del sodalizio con Ernest Dickerson, e dalle carrellate su volti di persone comuni.
Il titolo fu molto apprezzato (a fronte di un budget di poche migliaia di dollari guadagnò oltre sette milioni di bigliettoni), soprattutto dalla comunità delle donne nere americane, che, a testimonianza dell'efficacia del preliminare lavoro di indagine di Lee, si riconobbero nella protagonista. 
L'opera nel complesso può apparire acerba in qualche passaggio e con una scena proprio infelice (quella del semi stupro, della quale Spike Lee in seguito si pentì) ma è sicuramente ricca di fascino e pertanto da vedere, per i pochi della mia generazione che ancora non l'abbiano fatto. 

Il film è attualmente disponibile su Netflix e, per i completisti, Lee ha curato anche una serie ad esso ispirata (sulla medesima piattaforma).

martedì 20 luglio 2021

Billie Joe Armstrong, No fun mondays (2020)


Tra i vari danni prodotti dalla pandemia, ci sono anche quelli collaterali dei vari artisti che si sono messi a commercializzare comuni sessioni casalinghe nelle quali hanno interpretato brani ai quali, evidentemente, sono legati. Si tratta di dischi perlopiù prescindibili, che nulla aggiungono alla carriera dei musicisti o alle versioni originali dei pezzi, se non la curiosità di scoprire passioni e a volte guilty pleasure del musicista in questione. 

Non fa eccezione questo Fun mondays, registrato da Billy Joe Armstrong nei mesi dei lockdown assieme ad un manipolo di amici che rispondono ai nomi di Jason White (chitarrista tour member dei Green Day); Chris Dugan (batterista/produttore/ingegnere del suono) e Bill Schneider (bassista/collaboratore dei GD/co-proprietario assieme ad Armstrong di un negozio di strumenti a Oakland), coi quali ha buttato giù quattordici pezzi che spaziano, a volte devo ammettere anche in modo sorprendente, tra stili e generi. 
Per farvi capire meglio cosa intendo la traccia numero uno è I think we're alone now, brano che dall'anno "di nascita", nel 1967, ha avuto diverse interpretazioni, di cui la più recente è quella di Tiffany, mentre l'ultima, all'opposto è di Billy Bragg (A new England). In mezzo si passa ancora ancora dal pop anni ottanta con le Bangles (Manic mondsay) o Kim Wilde (Kids in America) ai semi-sconosciuti irlandesi del nord The Starjets (War stories); mainstream rock con Eric Carmen (That's rock and roll) e anthem dimenticati, come Gimme some truth di John Lennon o la seminale You can't put your arms around a memory di Johnny Thunders. Ma è inutile menare il can per l'aia, il pezzo in assouto più imprevedibile, a detta dell'autore inserito in omaggio ai fans italiani, è un'incredibile Amico di Don Backy (!!!), la cui interpretazione in italiano, con pronuncia da americano in vacanza a Roma, lascia sgomenti (nel bene o nel male decidete voi).

Insomma, non che No fun mondays sia un disco noioso. Solo semplicemente superfluo.

giovedì 15 luglio 2021

La notte del giudizio per sempre (2021)


Otto anni dopo la sconfitta alle presidenziali, i Nuovi Padri Fondatori tornano a vincere le elezioni ed immediatamente ristabiliscono la "giornata nazionale dello sfogo", nell'ambito della quale, per dodici ore, dalle 7 p.m. alle 7 a.m. è possibile compiere qualunque atto criminale, omicidio incluso, senza essere perseguiti dalla legge. Stavolta il riflettore della carneficina legalizzata è concentrato nel Texas del sud, dove molti migranti messicani lavorano per facoltose famiglie americane e dove l'odio razziale è diventato letteralmente incontenibile. Al punto che le dodici ore di sfogo non bastano più.

Probabilmente il franchise targato Blumhouse de PurgeLa notte del giudizio (qui le recensioni dei capitoli uno e due) è, attualmente, la produzione che più riesce a tenere vivo il binomio intrattenimento/sottotesto politico tipico del miglior cinema di genere americano (quello nato tra i settanta e gli ottanta). 
Arrivati al quinto capitolo (di cui un prequel) ed essendo il film sempre stato caratterizzato da dinamiche western, cosa di meglio che spostarsi nei luoghi del vecchio west, con il noto assortimento di magnifiche bellezze e terribili storture? Su soggetto e sceneggiatura del deus ex machina James DeMonaco il regista Everardo Gout, fin qui una solida carriera per le serie tv, mette in scena un film che dubito piacerà ai tanti fans di Trump sparsi per gli States. 
Dentro un plot tutt'altro che privo di difetti, si consuma infatti la rivincita degli sfruttati di sempre, nativi americani e messicani, che fanno il culo a rozzi suprematisti bianchi e nazistoidi vari intenzionati a "restituire l'America agli americani". Dannatamente realistiche molte delle sequenze che mostrano le città prima dello scoccare dell'ora dello sfogo (lo sconto del 40% su tutte le armi), i dibattiti televisivi, i luoghi comuni sugli immigrati, meno efficaci alcune dinamiche relazionali tra i protagonisti (il razzista light si capisce subito che si ravvedrà) e poco coraggio nel gestire i personaggi principali (con il boss dei villain che arriva troppo tardi e dura troppo poco). 

SPOILER 
Carica di sottotesti anche la conclusione, con il Messico che apre le sue frontiere accogliendo caritatevolmente migliaia di texani in fuga dai massacri e il figlio di uno dei protagonisti americani che nasce in terra messicana, libero dal retaggio di morte e massacri dei suoi antenati.
Vista la conclusione distopica del film e in previsione del decennale del primo capitolo della saga, chissà che DeMonaco non accarezzi l'ennesimo sequel sul modello di 1997 Fuga da New York...

lunedì 12 luglio 2021

Helloween, Helloween

Gli Helloween, e il power metal in generale, non sono mai stati la mia tazze di tè. Nemmeno quando (ere geologiche fa) ascoltavo solo hard & heavy. Poi, siccome sono rimasto un tipo curioso e, se congruamente stimolato, aperto ad ogni esperienza musicale, qualcosa col passare degli anni ho recuperato anche di loro (e del power), senza particolare esaltazione ma con qualche contenuto apprezzamento random. 

Ora, al gruppo tedesco è universalmente riconosciuto il merito di aver inventato uno stile e di aver prodotto, tra la metà e la fine degli ottanta tre album seminali per quello specifico sotto genere metal (i titoli sono noti: Walls of Jericho e le due parti di Keeper of the seventh keys). Dopo quella fase la crisi, album pasticciati, il tentativo di tornare alla comfort zone stilistica e, soprattutto, tra l'inizio e la fine degli ottanta e l'inizio del primo lustro dei novanta, gli addii "pesanti" di Michael Kiske, il cantante dei due Keeper, e di Kai Hansen, chitarra e voce co-fondatore della band. Un allontanamento che è durato circa un quarto di secolo e che si è interrotto qualche anno fa con una reunion certificata da un tour di successo e dalla consapevolezza che, in una fase di solida retromania, forse era il caso di accantonare i dissapori e passare all'incasso. Perciò, incoraggiati dall'esito del Pumpkin United Tour, il passo successivo non poteva che essere la pubblicazione di un nuovo disco che mettesse assieme il nucleo superstite della band (che conta i soli Maichel Weikath -  chitarra - e Marcus Grosskopf - basso - quali membri fondatori) assieme ai due transfughi.

Insomma il combo germanico punta tutto sull'effetto nostalgia, e c'è da dire che a sprazzi l'operazione funziona grazie in particolare ad alcune tracce che, pur carezzando subdolamente la pancia dei vecchi fans, risultano decisamente convincenti (Out for the glory; Fear of the fallen; Best time; Down in the dumps), così come sono comunque efficaci i passaggi più orientati all'heavy classico (Mass pollution; Robot king), giù giù fino all'attesa suite finale, unico brano composto da Hansen (Skyfall) che oscilla tra luci ed ombre. Un'operazione che, per quanto studiata a tavolino, risulta abbastanza riuscita considerando come non sia mai semplice autocitarsi restando credibili.

giovedì 8 luglio 2021

Appunti di un venditore di donne (2021)

Milano, 1978. Bravo è un magnaccia che procura donne all'alta società. Ha con le sue ragazze un rapporto di rispetto, lasciandole di libere di accettare o meno un lavoro, così come di smettere quando lo desiderino di prostituirsi. Nasconde a tutti, anche all'amico Daytona e al sodale barman del suo night di appoggio, il proprio passato tragico ed una terribile menomazione subita. Una notte, su richiesta di Daytona che gliela indica, convince una ragazza qualsiasi (Carla) a fare sesso con l'amico in cambio di soldi. Da quel momento inizierà un'escalation di eventi che, nella Milano del 1978, farà convergere sulla strada di Bravo terrorismo, corruzione politica, mafia e il suo passato.

Cerchiamo di riprendere faticosamente possesso del genere, ed in particolare di quello noir attraverso la trasposizione di un romanzo di Giorgio Faletti che passa direttamente sul piccolo schermo. L'operazione (a me) fa sicuramente piacere, ma ciò non basta purtroppo a giustificare moti di esagerato entusiasmo. Sì perchè se Appunti di un venditore di donne si fa ricordare è, a mio sommesso avviso, solo per una ragione, vale a dire la stupefacente interpretazione (molto poco italiana) del misconosciuto Mario Sgueglia nei panni del protagonista Bravo. Sgueglia, che non conoscevo e che, nonostante la non verdissima età (classe 1979),  ha una filmografia, tra cinema e televisione, abbastanza contenuta, fornisce probabilmente la prova della vita grazie alla sua capacità di dare vita ad un personaggio tragico e affascinante, che trasforma un mestiere ripugnante (il protettore) quasi in un'arte virtuosa. 

Purtroppo devo fermarmi qui con gli aspetti positivi della pellicola che, pur godendo di una storia atipica e, teoricamente, di una buona mano in regia (Fabio Resinaro, dietro alla mdp per l'interessante Mine e l'ottimo Dolceroma), non fornisce altri spunti di rilievo. 
Il resto del cast non si avvicina nemmeno al livello del protagonista: Paolo Rossi (Daytona) è impalpabile, a Francesco Montanari viene affidato un ruolo (il barman cieco) totalmente inverosimile, Miriam Dalmazio (Carla) fa del suo meglio senza però convincere appieno e Michele Placido (il politico) è talmente spaesato da sembrare passi di lì per caso. Si salva forse Antonio Gerardi (il boss) ma solo perchè con un ruolo così, dopo aver fatto il Sardo in Romanzo Criminale, inserisce il pilota automatico. 
Da rivedere anche i dialoghi (calligrafici), i costumi (siamo nei settanta!), e le scene d'azione, con l'apice di un inseguimento in auto involontariamente comico, nel quale manca solo che i due protagonisti, tallonati dalla pula, si mettano d'accordo su cosa mangiare a cena. Non fosse già morto, Enzo G. Castellari, ci sarebbe restato secco. 
Comunque sia, meglio un film imperfetto che scommette sulla rinascita del genere in Italia (ma per cortesia, non bestemmiamo paragonandolo a quel gioiello di Soavi che risponde al titolo di Arrivederci amore ciao) piuttosto che l'ennesimo drammone esistenziale con protagonisti i soliti quaranta/cinquant'enni. 
E poi, grazie a questo film, potremmo aver guadagnato un insperato nuovo protagonista del poliziesco nostrano: Mario Sgueglia. Fatelo lavorare!


Il film è in programmazione su Sky

lunedì 5 luglio 2021

Re-Animator (1985)

Il dottor West, a seguito di alcuni esperimenti disapprovati dalla comunità scientifica svizzera, si trasferisce da Zurigo ad una clinica negli Stati Uniti, dove riprende la propria ossessione: mettere a punto un siero in grado di risvegliare i morti. Qui troverà una forte avversione da parte del professor Hill, che aveva tentato, senza riuscirci, di seguire gli insegnamenti del visionario dottor Gruber, già fonte di ispirazione per lo stesso West.

Cult assoluto di quell'intreccio di generi che ha trovato negli anni ottanta la sua stagione più fulgida, e che metteva assieme horror, gotico, commedia, grottesco, pulsioni sessuali e voyerismo, Re - Animator, inarrivabile debutto di Stuart Gordon, coadiuvato dall'amico Brian Yuzna (titolare dell'altrettanto imperdibile Society - The horror) , cattura tutte le coordinate del contorto immaginario dei due registi. Attraverso la scelta di una fotografia che esalta i colori accesi, retaggio delle opere di Mario Bava, e di effetti speciali rigorosamente analogici, Gordon intrattiene, diverte e spaventa con un prodotto che nell'affollato panorama degli ottanta poteva essere definito di serie B, ma che alla luce della povertà dello scenario attuale, che registra la pressochè totale assenza di un convincente connubio infra-generi,  assurge a vero e proprio capolavoro, definizione che è possibile assegnargli alla luce dell'orizzonte temporale trascorso (trentasette anni) dalla sua uscita, che non ha minimamente scalfito, anzi accresciuto, il valore dell'opera.
Il cast principale (Jeffrey Combs; Bruce Abbott e Barbara Crampton) è composto da attori e caratteristi che, al netto di qualche eccezione, ha costruito la propria carriera su film di genere a basso costo, tuttavia in questo film, tratto da un racconto di Lovecraft, l'aderenza al progetto è pressochè totale, con un risultato finale totalmente convincente. 

Re-Animator ha avuto due sequel, Re-Animator 2, del 1991 (dvd già acquistato e in lista d'attesa) e Beyond Re-Animator, del 2003, girati dal sodale Yuzna . 

Segnalo infine che su Amazon è in vendita ad una decina di euro l'edizione a tiratura limitata (tre dvd) della Midnight Factory. Sotto, la mia copia.



giovedì 1 luglio 2021

MFT, maggio giugno 2021

ASCOLTI

Angel, Risen
Billy Gibson, Hardware
Blackberry Smoke, You hear Georgia
Bob Wayne, Rogue
Burial, Untrue
Caparezza, Exuvia
Fear Factory, Aggression continuum
Garbage, Absolute
Helloween, ST 2021
John Hiatt, Leftover feelings
L7, The Slash years
Portal, Arrow
Rise Against, Nowhere generation
Ryan Adams, Big colors
The Band, Rock of ages
Gojira, Fortitude
Oscar Peterson Trio, Night train
Maneskin, Teatro d'ira
Thunder, All the right noises
Def Leppard, Rock of ages
Davide Van De Sfroos, The best of


VISIONI

Kung-fu Jungle ( 3,5/5)
Il regno (SPA, 2018) (3,75/5)
Sweet Virginia ( 3,25/5)
Cold war (HGK, 2012) ( 3,25/5)
Cold eyes (3,5/5)
Confession of pain (3,5/5)
Rifkin's festival (3,5/5)
A dirty carnival (3,75/5)
Fino all'ultimo indizio (3/5)
Captain Marvel (3/5)
Dark night (3/5)
Ferro 3 - La casa vuota (4/5)
The devil's path (JPN, 2014) (3,75/5)
Honest thief (1/5)
Greenland (2/5)
Si vive una volta sola (3/5)
I predatori (3/5)
Jo Pil-ho: L'alba della vendetta (3,75/5)
Galveston (3,75/5)
Bloodshot (2,5/5)
Il selvaggio (4,5/5)
Governance - Il prezzo del potere (3/5)
Un altro giro (3/5)
Fire of conscience  (3,5/5)
La donna alla finestra (3/5)
I figli del fiume giallo (3,75/5)
Shield of straw - Proteggi l'assassino (2/5)
Roubaix - Una luce nell'ombra (3,75/5)
Joint Security Area (3,5/5)
QT8 - Quentin Tarantino (3/5)
Il divin Codino (2/5)
Star Wars - Gli ultimi Jedi (4/5)
Star Wars - L'ascesa di Skywalker (2,5/5)
Prospect (3,5/5)
Facciamola finita (3,25/5)
Wander (2/5)
Rogue One: a Star Wars story (3,75/5)
Shorta (3,5/5)
Il sospetto (2012) (4/5)
Security (2021) (2/5)
Morgan (3,5/5)
Shadows (3,5/5)
Take shelter (3,75/4)
Comedians (3,5/5)
Re-Animator (4,25/5)
Oldboy 4K (4,5/5)
He got game (3,75/5)
Oldboy (USA, 2013) (2,75/5)
In trance (2,75/5)
Rampage (2009) (3,5/5)
Mandibules - Due uomini e una mosca (3/5)
Gorky Park (3/5)
Giustizia privata (2/5)
Il dubbio - Un caso di coscienza (3,75/5)
Una donna promettente (3,25/5)
Rampage - Giustizia capitale (3,25/5)
L'allievo (3,75/5)
20/20 Target criminale (3/5)
Colossal (3,5/5)



P.S. in grassetto i film visti al cinema

Visioni seriali

Speravo de morì prima (2,75/5)
The man in the high castle, 1 (3/5)
Rocco Schiavone, 4 (3/5)
The preacher, 1 (3,75/5)

LETTURE

Spike Lee con Kaleem Aftab, Questa è la mia storia e non ne cambio una virgola

martedì 22 giugno 2021

Thunder, All the right noises


Strabilianti Thunder. La band londinese battezza il trentaduesimo anno di attività con un album che attesta uno stato di forma impressionante. La carriera discografica dei nostri si può sostanzialmente dividere in due sezioni: la prima, dagli esordi (con Backstreet symphony, del 1989), quando proponeva un ottimo melodic hard rock tutto sommato in linea con il mainstream hard & heavy imperante, accompagnato però da una non comune autenticità nelle esibizioni dal vivo (probabilmente l'ho già raccontato: li ho visti aprire per gli Extreme nel 1992 e mi entusiasmarono in maniera nettamente superiore rispetto agli allora lanciatissimi americani), fase questa che si interruppe nel 2008 con la band in quella che sembrava essere una definitiva traiettoria calante. 
Invece, dopo una iato di circa sette anni, nella quale i due leader, Bowes alla voce e Morley all'ascia, hanno continuato in coppia a registrare dischi e fare concerti, il grande ritorno con Wonder days e, in soli sei anni, una serie complessiva di quattro album in studio (tutti recensiti sul blog sotto il tag "Thunder"e svariati dal vivo, nonchè, elemento più importante, un'inarrestabile crescita qualitativa che probabilmente trova il suo apice proprio con questo All the right noises.

Oramai l'autostima e la consapevolezza acquisita dal gruppo gli permette una tale libertà compositiva da, pur muovendo dall'hard rock di stampo britannico, non porsi steccati stilistici dentro al proprio agire artistico. 
E' così che le sontuose cornici dei cori femminili di matrice soul, le tastiere, le atmosfere squisitamente acustiche, abbinate all'ugola di Danny Bowes che, sembra una frase fatta, ma davvero migliora col tempo, ci consegnano un disco di musica "vecchia" di una bellezza abbacinante. 
Cosa non è, per scendere nella declinazione dei brani, Last one out turn off the lights, opener del disco? Una goduriosa restaurazione dei riff del Led Zeppelin che tramortisce in abbinata ad una sezione cori che avrebbe fatto godere Wilson Pickett. Un vero e proprio insperato portento musicale che, stilisticamente, in qualche modo fa scopa con la conclusiva She's a millionairess
In mezzo altre nove canzoni (per una tracklist totale di undici pezzi, per quarantotto minuti) che spaziano armoniosamente dall'evocativa Destruction (contenente la linea di testo del titolo: They're making all the right noises / But they don't really know), da lasciar sedimentare e crescere di ascolto in ascolto, alla classica Thunder-ballad I'll be the one, al rock and roll party You're gonna be my girl giù giù fino alla "motivazionale" Don't forget to live before you die
Come di consueto, dentro un disco che non vuole certo essere politico, i Thunder perseverano nel non trascurare i temi sociali, che qui regalano cittadinanza e parole a chi si è trovato (improvvisamente?) ai margini della società e non capisce nemmeno chi incolpare, attraverso la magnifica The smoking gun
Di Bowes ho detto, cosa aggiungere della chitarra di Morley? Precisa, scientifica, emozionante e mai "sborona", vera e propria architrave del sound della band.

Capisco bene che oggi la musica vada da un'altra parte, ma chi dice di amare il rock classico e non si fionda su questo lavoro dovrebbe far pace con sè stesso.

giovedì 17 giugno 2021

Comedians (2021)

Un gruppo di sei persone, aspiranti comici, si prepara ad affrontare un'audizione dopo aver frequentato un corso serale con Eddie Barni, ex comico di successo dalle idee molto controcorrente rispetto al tipo di comicità mainstream e televisiva. Le convinzioni del gruppo, che Barni ha plasmato sulle sue, vacillano nel momento in cui arriva Celli, anche lui ex comico, ma "inserito nel sistema", in aperto conflitto con le posizioni di Barni.

Girato nel pieno della scorsa pandemia, sostanzialmente in un ambiente e mezzo (l'aula di una scuola e un piccolo club) a Trieste, Comedians è il ritorno al cinema di Gabriele Salvatores che porta in scena, attualizzandola, una piece teatrale di Trevor Griffiths
Il film, completato in meno di un mese, mantiene l'impostazione teatrale, con i monologhi mediamente lunghi degli attori e il frequente ricorso ai piani sequenza, ma riesce ad ottenere un crescendo e una tensione tipici dello strumento cinematografico. 
Un plauso quindi al regista, non solo per l'indiscussa abilità nella messa in scena ma anche per la scelta del cast, e in particolar modo per le prove di Natalino Balasso (Eddie Barni), Marco "Nick Cave" Bonadei (Sam) e, soprattutto, Giulio Pranno (Giulio Zappa). La prova di questo giovane (22 anni) attore, già con Salvatores in Tutto il mio folle amore,  è stata da qualche parte criticata in quanto eccessivamente carica e sopra le righe, a mio avviso invece è proprio il personaggio (anarchico e anticonformista) a ricercare costantemente la provocazione e l'eccesso e pertanto, in questo, la recitazione di Pranno è perfettamente consona al contesto. 
Adeguate, ma non superlative, anche le prove del duo Ale e Franz (i fratelli Marri) e di Cristian De Sica (Celli), che ogni qual volta si esprime in un ruolo serio sembra alla prova della vita, ma che a me è sembrato in parte ma senza gridare al miracolo.

Quanto mai attuale ed opportuna infine, nonostante il testo originale sia dei primi anni settanta, la riflessione su cosa debba essere la comicità, che rapporto debba costruire col pubblico e la funzione sociale che debba esercitare. In un periodo nel quale anche in Italia si è scoperta l'arte dello stand up comedy, con risultati spesso sconsolanti e battute che girano sempre attorno al solito tema (i rapporti tra i due sessi), Comedians spicca in maniera intellettuale, divertente (anche se non è un film "da ride"), provocatoria e stimolante. 

E poi, un film italiano che inizia (Rain dogs) e finisce (Downtown train) con due pezzi di Tom Waits è promosso a prescindere.


lunedì 14 giugno 2021

Maneskin, Teatro d'ira vol I



Lo strano caso dei Maneskin. Uno dei fenomeni musicali che più genera paranoie nella critica, al punto da sembrare colta dalla sindrome morettiana (Ecce bombo), per cui, parafrasando: "mi si noterà di più se ne parlo bene o se ne parlo male"? Comunque, mai come in questo caso l'importante è parlarne. 
Strano caso, anche perchè raramente si è visto l'armamentario di tutto quello che è convenzionalmente considerato rock in Italia (da Vasco ad Agnelli passando per Pelù) prodursi in endorsement così sfacciati a favore di questi quattro ragazzi, contrapponendosi ai salotti buoni, e a quelli dei social, che invece, tendenzialmente, li stroncano.

Chi invece li attendeva senza pregiudizi alla prova del secondo lavoro, dopo il botto di Sanremo e dell'Eurofestival grazie al brano Zitti e buoni, probabilmente dovrà attendere ancora un pò. Questo Teatro d'ira vol.1 infatti non scioglie i dubbi sul reale valore del gruppo, che, quando scende dal palco (la dimensione dove evidentemente è più a suo agio dimostrando effettivamente un'attitudine e una maturità "molto poco italiana" che va ben oltre la giovane età dei componenti, in particolar modo per il frontman, Damiano) ha evidenti problemi di scrittura e creazione complessiva delle composizioni. Infatti, tolto il singolo trionfatore delle manifestazioni di cui sopra, un ottimo pezzo glam-rock, ruffiano ma ruvido, e poco altro (Coraline), il livello cala paurosamente, tra pezzi che magari vorrebbero essere punk ma appaiono scolastici (I wanna be your slave) e pattern vocali che flirtano in maniera poco convincente con il rap (Lividi sui gomiti), con un utilizzo forzato, insincero (almeno per un matusa come me) di epiteti e slang giovanilistici vari. Certo, ci sono i chitarroni e, soprattutto a queste latitudini, di questi tempi, i chitarroni fanno sempre piacere (soprattutto in ambito mainstream), nella speranza che tornino a fare "tendenza", però, ecco, senza voler fare gli snob a tutti i costi che si scandalizzano perchè i Maneskin arrivano dai talent e non si sono "sudati" la ribalta, consiglierei alla band di trovarsi songwriter e produttori artistici che gli consentano il definitivo salto di qualità.

giovedì 10 giugno 2021

Un altro giro (2020)

Gentofte, Danimarca. Quattro amici, colleghi insegnanti delle superiori, diversi tra loro, ma tutti disillusi e resi cinici dalla vita sia dal punto vita personale/sociale che da quello professionale, vengono affascinati dalla teoria di uno psicologo relativa al presunto deficit alcolico dello 0,05% dell'organismo umano, deficit che inficerebbe prestazioni e umore di ciascuno e che, pertanto, andrebbe compensato. I quattro decidono di sperimentare su sè stessi la teoria, cominciando ad assumere dosi minime quotidiane di alcol, con risultati, almeno inizialmente, estremamente efficaci.

Un altro giro, di Thomas Vinterberg (co-firmatario, assieme a Von Trier del progetto Dogma 95 e autore di alcune opere rilevanti, come Festen e Il sospetto) è un film che ha creato una vasta hype, e non solo per la vittoria ai recenti Oscar. Molto ho letto e quasi sempre in termini positivi su quest'opera, al punto che, essendo invece io uscito dalla sala (sì, dalla sala!) un pò perplesso, a posteriori ho maturato la convinzione che forse dovrei rivederlo per farmi un'idea più compiuta. Nondimeno provo a scrivere la mia impressione.
Il tema toccato, quello dell'uso e dell'abuso di alcol, è estremamente delicato e, anche se leggo in giro che in realtà si tratta di una metafora o che l'argomento è trattato senza ipocrisia o buonismo (non sia mai essere buonisti in questa fase storica, un virus peggio del covid!), a me qualche dubbio sovviene, a partire dalle sequenze che fanno da prologo al film, con una folle gara alcolica che a quanto pare i giovani del luogo sono soliti compiere, fino all'atto prefinale dell'esame del ragazzo insicuro che viene superato brillantemente - piccolo spoiler - grazie a generosi sorsi di vodka. 
Insomma, in una società nella quale si abbassa sempre più l'età in cui i giovani cominciano a trangugiare superalcolici, forse (e sottolineo forse) non proprio l'esempio da trasmettere. 
Anticipo la replica che potrei ricevere per questa critica: l'arte non deve (necessariamente) essere educativa, altrimenti cancelleremmo dalla storia tante espressioni artistiche radicali, trasgressive e anarchiche. L'argomento è sicuramente un punto a favore degli estimatori de Un altro giro, anche se, ne sono sicuro, i loro entusiasmi sono molto condizionati  dall'immancabile grande interpretazione di Mads Mikkelsen e dalla straordinaria forza del connubio musica/immagini della sequenza finale, che resta, quella sì, impressa a fuoco nella memoria.

lunedì 7 giugno 2021

Loretta Lynn, Still woman enough

 


Mi soffermo doverosamente, non avendolo mai fatto in precedenza, su una delle ultime leggende del country popolare (l'altra è Willie Nelson) ancora in vita. Loretta Lynn, classe 1932, ha avuto un'esistenza avventurosa, al punto da essere portata sul grande schermo con un film del 1980 (La ragazza di Nashville) che fece vincere un Oscar a Sissy Spacek proprio per l'interpretazione della Lynn.

La cantante nativa del Kentucky, caratterizzata nell'outfit con onnipresenti abiti colorati modello vecchio West, arriva alla soglia dei novant'anni con il suo quarantaseiesimo album ed è sempre grande l'attenzione che le riserva lo stardom nashvilliano.Infatti, come accade regolarmente almeno negli ultimi vent'anni (Van Lear Rose del 2004 fu prodotto da Jack White) anche quest'ultimo Still woman enough è infarcito di ospitate.

Lo schema dell'album riprende la formula "a geometria variabile" ormai consolidata, presentando un mix di brani di repertorio assieme a tracce inedite. Il titolo stesso dell'opera, che è anche la canzone che apre la tracklist, featuring Reba McEntire e Carrie Underwood,  è una sorta di replica a You ain't woman enough, canzone (anch'essa ripresa in coda a questo disco) e album che Loretta pubblicò nel 1966. Non credo serva mi dilunghi più di tanto sullo stile del disco: country classico, immortale, suonato da una lista di tre pagine dei migliori session men di Nashville. Tra le sette canzoni ripescate e reinterpretate dal repertorio della Lynn (il lotto di tredici pezzi si completa con un traditional e quattro inediti) spicca una versione totalmente spoken di Coal miner's daughter, forse il pezzo più identificativo della storia di questa vera e propria leggenda americana.

lunedì 31 maggio 2021

Preacher, stagione uno (2016)

 


Jesse Custer è il pastore demotivato, depresso, alcolizzato, rassegnato all'assenza di fedeli e tormentato da un passato tragico, di una scalcagnata parrocchia di Annville, Texas.  Una serie di eventi più o meno razionali (il ritorno dal passato di Tulip, la sua pericolosissima donna; l'arrivo di Cassidy, un vampiro centenario di origini irlandesi; la sua...ehm... possessione da parte di una misteriosa entità) stravolgeranno la sua routine. Tutto attorno Annville, una città non meno folle di un girone dell'inferno.

Violento, grottesco, ripugnante, comico, surreale, disturbante, blasfemo, sovrannaturale, geniale, intelligente come ogni parto della mente del mitologico Garth Ennis, Preacher, trasporta in maniera quanto più fedele possibile le atmosfere del fumetto da cui è tratto, regalandoci una serie memorabile (almeno la stagione uno, vedremo le successive). 
Sono diverse le ragioni della riuscita di questa produzione, a partire, certo, dal materiale originale a disposizione (una serie durata sessantasei numeri dal 1995 al 2000), ma anche il coinvolgimento di Seth Rogen, un cast azzeccato e soprattutto un lotto di personaggi, tra principali e secondari, "buoni" e "villains" (le virgolette sono d'obbligo, credetemi), straordinario. E quando in un prodotto audiovisivo si azzeccano i characters si è già a metà dell'opera. 
Dominic Cooper è il protagonista principale e, sebbene se la cavi egregiamente, paradossalmente non è quello che più resta in mente, superato da Joe Gilgun (il vampiro Cassidy), da Ruth Negga (Tulip), dall'indimenticabile coppia di "agenti del governo" Deblanc e Fiore (interpretati da Anatol Yusef e Tom Brooke), dall'antagonista Odin Quincannon (Jackie Earle Haley) e infine dal dolcissimo ma inguardabile, Eugene "arsface" Root (Ian Colletti), un adolescente con al centro della faccia, in pratica un buco del culo. 

Ci vuole abilità ad usare tutti gli strumenti più estremi del genere per far passare messaggi forti di critica sociale, politica e religiosa, ma qui la coppia Ennis/Rogen compie davvero un lavoro superbo, tenendo per le palle lo spettatore tra ettolitri di sangue e un politicamente scorretto mai fine a sè stesso. La serie credo si sia conclusa, come scritto, dopo quattro stagioni. Nella speranza che non cali vorrei proprio gustarle centellinandole.

lunedì 24 maggio 2021

Captain Marvel (2019)

Vers è una agente altamente addestrata delle forze intergalattiche dell'impero Kree. A seguito di una battaglia nello spazio con gli acerrimi nemici, i mutaforma Skrull, Vers precipita sulla terra nel periodo storico dei primi anni novanta, dove attira l'interesse del neoformato Shield e dei giovani agenti Fury e Coulson. Attraverso l'esperienza terrestre, Vers conoscerà il suo passato e capirà il potenziale pressochè illimitato del suo potere.

Torno a vedere un film del Marvel cinematic universe dopo la conclusione della saga Infinity war/Endgame (anche se cronologicamente andrebbe inserito esattamente nel mezzo tra i due capitoli) e torno moderatamente a divertirmi, dopo le delusioni di Black Panther (che però ai più è piaciuto) e Venom. La coppia di registi Anna Boden/Ryan Fleck cerca di ricreare la formula vincente action/comedy dei Guardiani della galassia di Gunn, onestamente non riuscendo a raggiungere quelle vette. Tuttavia il ritmo è buono, Brie Larson nei panni dell'eroina è efficace, il ringiovanimento al computer di Samuel L. Jackson (Fury) convincente, l'intreccio tra leggerezza e tensione ben bilanciato almeno per tre quarti del film (che nel finale sbraca nell'ovvio). Non banale nemmeno il messaggio "politico" veicolato, con i terroristi designati che forse sono vittime e gli eroi in realtà crudeli imperialisti. 
Resta la considerazione che questo personaggio sarà difficile da gestire in maniera interessante, visto il suo bagaglio di di super-poteri,  forse superiore persino a Superman. 

lunedì 17 maggio 2021

Steve Earle, J.T.

Dopo Townes (Van Zandt) e Guy (Clark) , Steve Earle giunge al terzo disco di di cover monografiche, celebrative di artisti importanti per la sua crescita di songwriter e di uomo. Stavolta purtroppo il soggetto a cui Steve "ruba" il repertorio è il figlio Justin Townes e la ragione dell'operazione la più tragica si possa immaginare, vale a dire la sua morte. Non torno sul tormentato rapporto padre figlio che ha caratterizzato la relazione tra i due (ne avevo scritto qui) e non oso dare interpretazioni psicoanalitiche sul senso di colpa di Earle Sr rispetto a questa tragedia, mi limito a prendere atto, oltre alle motivazioni emotive, di quelle sia pragmatiche (sostenere attraverso i proventi delle vendite del disco la vedova e la figlia di JT) che artistiche (una sincera ammirazione per il lavoro del figlio) che hanno portato Steve, in tempi rapidissimi, solo quattro mesi dalla dipartita, a dare alle stampe questo lavoro. 

L'album è composto da undici tracce, dieci delle quali provenienti dal repertorio di Justin Townes e una originale, scritta per l'occasione. Delle dieci reinterpretazioni, ben quattro provengono da The good life, l'esordio full-lenght del 2008 di Earle Jr (si tratta di Lone Pine hill; Turn out my lights; Ain't glad I'm leaving; Far away in another town), mentre le rimanenti sei sono scelte singole da altri album, a partire dall'EP di debutto (Yuma, 2007) fino a The saint of lost causes, ultima opera pubblicata da JT.
Steve approccia il lavoro con lo stesso metodo dei precedenti album tributo, lascia cioè intatta la struttura delle singole canzoni (dopotutto, come nel caso di Van Zandt e di Clark, la tazza stilistica di tè è la medesima) "limitandosi" a farle diventare sue, attraverso arrangiamenti che le impreziosiscono e che sono affini al suo mood rurale degli ultimi quindici anni circa. Il perfetto esempio a questo approccio arriva già con la traccia d'apertura, laddove infatti I don't care era una perfetta hillbilly busker song, ci si trova per le mani un purissimo blugrass degli Appalachi, senza che il nuovo arrangiamento renda nemmeno per un istante irriconoscibile il pezzo originario. D'altro canto il materiale selezionato da Steve dal (numeroso) repertorio del figlio è tutto di ottima qualità e sposa, come due parti di una stessa mela, il lavoro paterno. Possiamo sostenere che, mentre Justin Townes aveva creato delle pietre grezze di cui si intuiva il valore, il padre le ha lavorate, sgrezzandole e facendo venire alla luce tutte le loro sfumature attraverso arrangiamenti più elaborati. Diventano così Earle's instant classics la ballata da drifter di Far away in another town, l'orgoglio operaio di They killed John Henry e l'hillbilly rock and roll di Champagne corolla
The saint of lost causes, rispetto alla versione originale, sprofonda ulteriormente nella malinconia e nella disperazione e, ad ascoltarlo così, il testo sembra scritto su misura per Steve.

Chiude la forse un pò retorica ma comunque sincera , struggente e dolorosa Last words, esplicitamente dedicata al figlio e alla sua dipartita.

giovedì 13 maggio 2021

Rifkin's Festival


La coppia americana composta dall'anziano critico cinematografico ed ex insegnante di settima arte, Mort Rifkin, e la più giovane moglie, manager cinematografica, Sue, è a San Sebastian, in Spagna, per seguire il locale festival cinematografico. Sue è lì per lavoro in quanto rappresenta un regista francese in forte ascesa, mentre Mort, che non esercita più l'attività di critico, segue la moglie per il sospetto che lei abbia una tresca proprio con il regista francese.

Sono particolarmente felice che Woody Allen sia riuscito, nonostante il feroce e bieco ostracismo del cinema americano (sulle cui cause mi sono sufficientemente espresso qui), e grazie all'imperituro affetto dell'Europa, a portare a termine il suo cinquantesimo film da regista (in cinquantacinque anni). Lo sono poi doppiamente perchè sono riuscito a vederlo in sala.

Rifkin's Festival è un film che, anche ad occhi chiusi, limitandosi ai dialoghi (ma anche al contrario, senza audio e limitandosi alle immagini), rientra inequivocabilmente nell'ambito della cifra stilistica e filosofica di Allen. Questa volta le caratteristiche tipiche di Woody (eccentricità, nevrosi, insicurezza, cinismo) sono impersonate efficacemente dal noto caratterista Wallace Shawn (Mort), mentre la controparte solare, giovane, intraprendente, passionale della moglie è affidata a Gina Gershon. La narrazione, mostrata attraverso le suggestive immagini della cittadina basca ed enfatizzate dalla fotografia di Vittorio Storaro, prende spunto dal matrimonio ormai logoro dei due, ma in realtà, tra le altre cose, posiziona in maniera netta il pensiero del regista su taluni "fenomeni" del cinema moderno e, per antitesi, sul suo amore verso i classici di quest'arte. Allen compie la scelta di manifestare la sua passione per la grande epopea del cinema del passato, in particolar modo quello europeo, attraverso i sogni (in bianco e nero) del suo alter-ego Mort, che, a volte in tono ironico, altre didascalico, si trova proiettato in prima persona dentro capolavori come Quarto potere, Jules e Jim, Il settimo sigillo, 8 1/2 , Fino all'ultimo respiro ed altri (qui la lista completa delle pellicole rievocate).

Non il migliore film di Allen, ma una pellicola deliziosa che ancora una volta fa riflettere con leggerezza su grandi temi esistenziali, sul valore del cinema e su "stronzate tipo la famiglia a cui ci affidiamo per dare un senso alla nostra esistenza", con il valore aggiunto di un breve ma indimenticabile cameo di Chistoph Waltz, cui va riconosciuto il coraggio e la scelta controcorrente di fare ciò che terrorizza gli altri grandi nomi di Hollywood: partecipare ad un film di Woody Allen nel 2020.

lunedì 10 maggio 2021

Saxon, Inspirations

Siamo a maggio e non avevo ancora recensito un disco del 2021. So di dare un dispiacere alle mie folte legioni di lettori, ma è altamente improbabile che con il ritardo accumulato possa uscire, a fine anno, il consueto consuntivo sui migliori dischi. Va beh, ce ne faremo una ragione.

Ma torniamo a noi e a questo focus sul ventitreesimo album dei miei amati Saxon, che, a quarantadue anni dal loro esordio, offrono al proprio pubblico la prima  raccolta interamente composta di cover. Ecco, la recensione rischia di essere davvero sintetica e mi brucio subito il giudizio finale: siamo di fronte probabilmente al prodotto più sciatto e svogliato della carriera degli inglesi. 
Perchè Biff, realizzare un disco così? D'accordo la pretesa di tributare un riconoscimento agli eroi di gioventù, ma non si potevano compiere scelte diverse a partire dalla selezione delle canzoni, evitando di mettere in fila con piglio scolastico una serie di "greatest hits" al pari di una cover band alle prime armi, con risultati tra il superfluo e l'imbarazzante (Immigrant song dei Led Zeppelin, Hold the line dei Toto)? Perchè non sforzarsi di individuare nel repertorio dei Deep Purple o dei Rolling Stones qualche pezzo meno sputtanato di Speed king e di Paint it black da far conoscere ai propri fan più giovani? 
Perchè pubblicare una performance come questa, senza guizzi e con versioni che richiamano quelle originali, ma suonate peggio?
A fine ottanta i Saxon avevano avuto l'ultimo scampolo di notorietà fuori dalla platea metal con la cover di Ride like the wind di Christopher Cross, ecco, l'esempio di quella intelligente intuizione è stato completamente dimenticato da Byford e soci, che si sono andati ad impelagare in un'operazione priva di ispirazione (altro che "inspirations"), senza alcun contenuto artistico e che, ovviamente, non ha raggiunto alcun risultato commerciale.

Se volete conoscere le canzoni delle altre band tributate nel disco cercate su wikipedia, per quanto mi riguarda ho dedicato già troppe parole a questa ciofeca.

giovedì 6 maggio 2021

Ritorno al cinema, parte 3 (+ Nomadland)

Se c'è un argomento, dopo tanti tentativi di lanciare rubriche seriali presto abortiti, che mai avrei voluto diventasse oggetto di post seriali è proprio questo. E invece siamo arrivati alla terza volta in dieci mesi cui mi trovo a celebrare il mio ritorno alla sala (qui e qui i primi due "capitoli") dopo un lockdown. Tra l'altro, a differenza delle riaperture estive, questa volta non tutti i cinema hanno deciso di tornare ad accogliere gli spettatori il 26 aprile, primo giorno di zona gialla, a causa della reticenza dei distributori che, non riponendo fiducia negli spettatori, preferiscono il più rassicurante guadagno garantito dallo streaming. Non ha riaperto per esempio il meraviglioso Arcadia di Melzo (al momento di scrivere ancora chiuso) mentre, per mia fortuna, ha fatto la scelta opposta la catena Anteo, che ha un multisala anche nella mia città e che è ripartito riempiendo tutte le sue sale tra film di repertorio e novità, con i fiori all'occhiello Minari e Nomadland, freschi di Oscar.  Ovviamente non mi sono fatto scappare l'occasione di vedere su grande schermo il film della Zhao, che attendevo con trepidazione sin dal suo passaggio a Venezia 2020.

Empire, Nevada è una cittadina che sopravviveva in simbiosi con la locale fabbrica. Con la chiusura dello stabilimento, anche la località si è spenta e progressivamente svuotata. Fern resiste con il marito finchè può, ma, quando anche lui muore, prende una decisione radicale: vivere su di un furgone attrezzato da casa mobile, spostandosi per gli Stati e passando da un lavoro all'altro per avere di che vivere. La donna scoprirà un diverso livello di libertà e, assieme ad esso, un complesso universo di persone che hanno fatto la medesima scelta.

Adattamento cinematografico del libro omonimo di Jessica Bruder, Nomadland è un'opera molto particolare che tocca temi drammatici quali la solitudine, la povertà, l'emarginazione e la deriva sociale, restituendoceli però dentro uno scenario di grande umanità, aiuto solidaristico e dignità, che si intreccia con la scelta consapevole che questa comunità ha compiuto. Simbolo di questa scelta di vita è Fern (Frances McDormand), sempre pronta a dare una mano e a condividere il poco che ha, ma al tempo stesso orgogliosamente aggrappata al suo status di loner che le impedirà di accettare offerte di vita stanziali e finanche la ricostruzione di un percorso sentimentale. 

Il film è girato in stile quasi documentaristico, con molto utilizzo della macchina a mano e sicuramente la sensazione di assistere ad un reportage è enfatizzata dalla scelta neorealistica della regista Chloè Zhao di utilizzare, tra gli attori, alcuni reali "nomadi" (Swankie, Linda May, Bob Wells), persone cioè che vivono davvero, quotidianamente, il percorso di fantasia di Fern. La comunità errante qui rappresentata si muove con traiettorie disomogenee ma che seguono sempre la mutevole geografia da Stato a Stato dei lavori stagionali, che si tratti dei picchi natalizi di Amazon (contesto che apre il film), la raccolta delle patate o il lavoro nei fast food. E' dentro i parcheggi, spesso messi a disposizioni dalle multinazionali, nei tempi morti tra un turno e l'altro, che questa popolazione ciclicamente si trova, cementando i rapporti, le amicizie, i momenti conviviali, le feste, ricorrendo finanche al baratto. 

Il grande merito di quest'opera e dello sguardo analitico, ma mai moralistico, della regista, è l'intuizione di svelare al mondo una modalità alternativa di un'american way of life figlia tanto dell'ultima crisi economica quanto erede del nomadismo dei primi pionieri del XIX secolo, con la differenza sostanziale che per i pionieri il nomadismo era una condizione transitoria in attesa di una prospettiva stanziale, mentre per i nuovi itineranti  la scelta, dettata da condizioni disperate, progressivamente diventa, per molti, irrinunciabile. 
Un messaggio autenticamente anti-consumista e anti-capitalista lanciato contro l'America trumpiana che speriamo di esserci lasciati alle spalle.

lunedì 3 maggio 2021

MFT, marzo aprile 2021

ASCOLTI

Ryan Adams, Wednesdays
Hatebreed, Weight of the false self
Steve Earle, J.T.
Bob Dylan, Rough and rowdy ways
Billie Joe Armstrong, No fun mondays
Mariachi El Bronx, Musica muerta vol. 1
Garland Jeffreys, Escape artist
Great Big Sea, XX
Maneskin, Teatro D'ira
Vinnie Vincent Invasion, ST 1986
Joe Strummer, Assembly
Cathal Coughlan, Song of co-Aklan
Rob Leines, Blood, sweat and beers
Sister, Stand up, forward, march!
Shane MacGowan, The snake e Crock of gold
Saxon, Inspirations
Thunder, All the right noises
Atrocity, Werk 80
Riot City, Burn the night
Eyehategod, A history of nomadic behavior
Alice Cooper, Detroit stories
Helloween, Keeper of the seventh keys, part 2
Cannibal Corpse, Violence Unimagined
Nick Waterhouse, Promenade blues
Reo Speedwagon, The hits
Rob Leines, Blood sweat and beers
Dropkick Murphys, Turn up that dial
Royal Blood, Typhoons
Gojira, Fortitude
Liquid Tension Experiment, 3
Downtown Boys, Full communism
Offspring, Let the bad times roll
Greta Van Fleet, The battle at the garden's gate
Smith Kotzen, S/T
Hope Dunbar, Sweetheartland
Cheap Trick, In another world
Eric Church, Heart
Eric Church, &
Eric Church, Soul


Playlist/Monografie

The Pogues
Metal 80/89
Accept 80/86

VISIONI

La spirale della vendetta (2,5/5)
Nancy (3,25/5)
The General (4/5)
La mia banda suona il pop (1,5/5)
The Lincoln lawyer (2/5)
Capone (2,75/5)
State of play (2,75/5)
Man on fire - Il fuoco della vendetta (2,75/5)
La meccanica delle ombre (3/5)
Bastardi a mano armata (2,5/5)
True story (3/5)
The signal (3,25/5)
I bambini di Cold Rock (3,5/5)
Anna (2,25/5)
The void (3,5/5)
Nico, 1988 (4/5)
Night hunter (2/5)
Zack Snyder's Justice League (2,75/5)
Eva (3,5/5)
Bronx (Rogue City) (4/5)
The foreigner (3,25/5)
13 peccati (3,25/5)
Asher (2,75/5)
Delitti perfetti (The legend of Barney Thompon) 3,75/5
L'uomo invisibile (3/5)
Firestorm (3,75/5)
Star Wars: Il risveglio della forza (3/5)
Calibro 9 (3/5)
Election 2 (4/5)
Shin Godzilla (3,5/5)
Bushwick (3,5/5)
Bubba Ho-Tep (3,5/5)
Inheritance (2,25/5)
Antebellum (3,75/5)
Detroit (4/5)
Starred up - Il ribelle ( 3,75/5)
L'uomo dai mille volti (3,5/5)
Transsiberian (3,5/5)
Miss Marx (3,75/5)
La resistenza dell'aria (3,5/5)
Tutti i soldi del mondo (3/5)
Oscar insanguinato (3,5/5)
Into the ashes (3/5)
Foxcatcher (3,5/5)
Star Trek (2009) (3,5/5)
Star Trek - Into darkness (3,75/5)
The head hunter (3,5/5)
Lady Vendetta (4/5)
La cura dal benessere (3,75/5)
Siberia (2018) (2/5)
Suspiria (2018) ( 3,75/5)
L'occhio che uccide (1960) (4,5/5)
Night in paradise (3,5/5)
Senza rimorso (2/5)
Nomadland (3,75/5)

Visioni seriali

Better call Saul: 4 (3/5); 5 (3,5/5)
Peaky Blinders: 2 (2,75); 3 (2,5/5); 4 (2,5/5)
Ozark: 2 (3,25/5); 3 (3,25/5)

LETTURE

James Fearnley, Here comes everybody: The story of the Pogues

giovedì 29 aprile 2021

SeriaLmente parlando

Dopo un periodo di sostanziale alienazione dalle serie TV, con giusto qualche toccata e fuga ad una manciata di titoli, ma sempre e solo limitatamente alle prime stagioni (nell'arco temporale di due anni Strange things; Absentia; Broadchurch; Black Mirror; American gods; Farina; Sneaky Pete; Goliath), ho deciso di togliermi lo sfizio di andare a fondo di qualche produzione che da tempo amici e colleghi mi segnalavano. Le riassumo tutte qui, visto che non ho di che dilungarmi.


Suburra (tre stagioni 2017/2020 - conclusa). Una produzione che, dopo le eccellenze Romanzo criminale e Gomorra, segna un fragoroso passo indietro qualitativo nella serialità crime italiana, infatti nonostante il cast importante (Alessandro Borghi è indubbiamente uno degli attori migliori che abbiamo, Francesco Acquaroli si sta reinventando in maniera convincente, Nigro è bravo e la Gerini è in una fase di carriera sorprendente) il tessuto narrativo arranca costantemente, con l'apoteosi di inverosimiglianza dell'ultima stagione. Peccato.


Peaky Blinders (cinque stagioni 2013/2019 - sesta in attesa di conferma). La saga della famiglia criminale degli Shelby, ambientata a Birmingham nel dopoguerra del primo conflitto mondiale, è probabilmente la serie che più mi è stata caldeggiata da colleghi e conoscenti e che più si è rivelata una delusione, sotto ogni punto di vista. 
A partire dalla messa in scena, totalmente asservita al protagonista Cillian Murphy e al florilegio di primi piano a lui dedicati , nonchè resa ridondante dalla vana ricerca di un'epicità che si traduce unicamente nell'abuso dell'effetto slow motion (quante camminate dei blinders che procedono allineati coi cappotti neri svolazzanti ci siamo dovuti sorbire in cinque stagioni?) e, quindi, mai trovata. Il tutto insomma appare troppo precisino e fighetto per il contesto di sporcizia narrato, senza considerare che molti dei plot sono inverosimili, con situazioni disperate che vengono risolte in uno schiocco di dita in virtù di intuizioni che girano ben al largo dalla sospensione dell'incredulità. Salvo il tentativo di portare a conoscenza del grande pubblico la tragedia dei giovani che tornavano devastati dalle trincee, ma, nel complesso, non fosse stato per i cammeo del gangster ebreo interpretato da Tom Hardy non so se avrei resistito fino alla fine (della quarta stagione, perchè alla quinta ho rinunciato). 
Una roba da onanisti che ha l'unico merito (?) di aver in qualche modo condizionato i costumi (li vedete no, tutti quei tamarri coi tagli di capelli alla Shelbys e tutte quelle coppole da Peaky "fucking" Blinders in giro per le città?) e sdoganato Nick Cave (sua la Red right hand main motive della serie)  alla massa. Per i fan resta da capire se il recente evento drammatico della prematura dipartita di Helen McCory, che nella serie interpretava Polly, la tosta sorella del protagonista Thomas (e che nella vita reale era spostata con il collega Damien Lewis), condizionerà la realizzazione di una ulteriore stagione (che in ogni caso lascerei a voi).

Ozark (tre stagioni 2017/2020 - confermata la quarta). La vicenda della famiglia Byrde, il cui capofamiglia (Jason Bateman) è un genio della finanza che "lava" i soldi sporchi del cartello messicano della droga ha indubbiamente elementi di interesse non banali, tra i quali il costante stimolo al dibattito tra "bene" e "male", il pieno e consapevole coinvolgimento dei figli minorenni dei Byrde negli affari di famiglia ed infine, caratteristica poco evidenziata ma davvero rivoluzionaria, il taglio femminista della serie che, nonostante veda in Bateman il suo volto ufficiale, è decisamente virata sul woman-power, con una manciata di personaggi femminili intelligenti, spietati, indifesi, disperati e amorali, interpretati convincentemente da Laura Linney (Mrs Byrde); Lisa Emery (Darlene Snell); Janet McTeer (l'avvocata Helen Pierce) e la mia preferita Julia Garner (Ruth Langmore). E' quest'ultimo un aspetto che riesce a mettere in secondo piano alcune discutibili scelte di trama, qualche buco di sceneggiatura e story lines secondarie poco verosimili (vedi la vicenda Wyatt/Darlene della terza stagione). Non capirò mai la ragione per cui si debba insistere sull'ora di durata di ogni episodio quando le idee a disposizione suggerirebbero una maggiore sintesi. 


Better call Saul (cinque stagioni - sesta ed ultima in produzione). Il noto spin-off/prequel di Breaking bad, superata l'incredulità di vedere attori più vecchi di dieci anni interpretare sè stessi da giovani, è sicuramente un buon prodotto di intrattenimento, che ha i suoi punti di forza nell'appagare la nostalgia della conclusione della serie madre (nella top five delle migliori serie tv mai realizzate, a mio parere) riproponendo molti dei personaggi storici (oltre al mattatore Bob Odenkirk/Saul Goodman troviamo Mike Ehrmantraut/Jonathan Banks, Gus Fring/Giancarlo Esposito, Hector Salamanca/Mark Margolis) e nel ricreare "l'universo" BB. Non tutto fila liscio, le contraddizioni non mancano, ma, tutto sommato, il livello si mantiene medio-alto anche grazie al valore aggiunto di alcuni nuovi characters, come Kim Wexler (interpretata da Rhea Seehorn), Chuck McGill (Michael McKean), Nacho Varga (Michael Mando) o l'ultimo arrivato Lalo Salamanca (Tony Dalton). Personalmente mi piacerebbe si desse una definizione anche al fato di Saul Goodman nel tempo presente, durante la sua latitanza. I pochi minuti in bianco e nero che fanno da prologo ad ogni primo episodio stagionale rappresentano quel quid artistico in più della serie. Perchè non pensare ad un film sulla scia di El camino?

lunedì 26 aprile 2021

Ryan Adams, Wednesdays (2020)


Quando la parte di critica e pubblico più attenta ai fenomeni emergenti in ambito folk-rock  si è accorta di Ryan Adams, eravamo tra la fine degli anni novanta e i primi anni zero, in molti  pensavamo che questo ragazzo poco più che ventenne del North Carolina forse non avrebbe venduto vagonate di dischi, ma sarebbe potuto diventare un solido punto di riferimento per il genere americana. E, nonostante qualche ironia sull'assonanza quasi totale del nome con il rocker canadese Bryan Adams, per un pò così fu. Il buon Ryan per un ampio periodo di tempo si è dimostrato una penna instancabile e un artista prolificissimo, con tredici album in undici anni (dal 2000 al 2011), senza considerare i tre registrati con i Whiskeytown, prima della carriera solista. Al primo decennio ne è seguito un secondo decisamente più morigerato, con solo tre dischi di inediti (intervallati da un buon live e dalla bizzarra operazione con la quale Adams ha reinciso integralmente "1989" di Taylor Swift), di cui questo Wednesdays è l'ultimo, in ordine di tempo.

Purtroppo è successo anche dell'altro, molto più grave del fisiologico saliscendi dell'ispirazione artistica. Adams è stato infatti accusato da diverse donne, tra cui la ex moglie e, purtroppo, anche una ragazza minorenne, di aver usato un linguaggio sessualmente esplicito ed offensivo attraverso messaggi e post sui social e di aver ostacolato la carriera di alcune di queste donne dopo essere stato da loro rifiutato. Per quello che conta, l'FBI, che aveva aperto un'inchiesta, ha fatto cadere le accuse e Adams, che aveva negato gli addebiti, si è infine scusato per le sue azioni. 

Deve essere necessariamente stato questo l'ambito emotivo nel quale è maturato Wednesdays, album intimista nel quale l'artista si mette a nudo come raramente ha fatto in precedenza (e parliamo di uno che, con Love is hell, qualcosina di molto introspettivo ce l'aveva già consegnata) grazie a quella particolare forma di ispirazione che emerge solo dalla sofferenza e, presumo, dalla solitudine. I'm sorry and I love you in questo senso è pedagogica. La canzone, dentro un mood che rimanda direttamente alle cose acustiche di Neil Young nei primi settanta, è un'operazione a cuore aperto e una delle più belle composizioni di sempre sul tema: amante abbandonato che implora perdono. 

Il clima del lavoro è quasi esclusivamente acustico, con qualche rara eccezione (Birmingham; Dreaming you backwards) e la struttura è proprio quella classica d'altri tempi, quando la chitarra stendeva tappeti sonori minimali sopra i quali la voce del cantautore srotolava liriche pregnanti senza peraltro mai rinunciare a refrain incisivi (Neil Young, James Taylor, Bob Dylan, Paul Simon, Jackson Brown). Per mettere in piedi un'operazione di questa natura, solo in apparenza semplice, servono però canzoni di livello, e, dentro Wednesdays, questo aspetto non è mai in discussione, grazie a tracce che arricchiscono l'anima, come Poison & pain (forse la testimonianza più forte delle recenti controverse di Adams); Mamma; la title-track; Who is going to love me now if not you. 

Un disco connotato dalla struggente malinconia di un uomo, un artista, che, alla soglia dei cinquant'anni, forse qualche consuntivo ha cominciato prima a tracciarlo e poi a metterlo in musica, esponendosi ad una sorta di terapia pubblica dove, da una parte c'è lui, e dall'altra chi ha voglia di ascoltarlo. 

Non sono moltissimi purtroppo, e questo è un vero peccato.


P.S. Il disco è uscito solo in formato mp3 a dicembre 2020, per poi essere pubblicato anche sui supporti fisici a marzo 2021. Ecco spiegata la ragione delle due diverse cover.