lunedì 17 giugno 2019

Steve Earle, Guy

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L'ho citato nell'ultima recensione di Josh Ritter, e allora eccoci qui a scrivere di Steve Earle, che per dieci album, dal 2000 (Trascendental blues) fino ad oggi, non ha sostanzialmente mai abbandonato la regola di un disco nuovo un anno sì e uno no.
Questo però è sicuramente un disco speciale, visto che il buon Steve chiude il cerchio delle sue ingombranti influenze giovanili.
Se nel 2009 aveva omaggiato il "cattivo maestro" (per i comportamenti autodistruttivi) Townes Van Zandt (comunque tributato già nel 1982 con una cosetta tipo dare al figlio - anch'egli oggi affermato artista -  il suo nome) con Townes, un disco di cover che fece conoscere alla massa l'enorme talento di Van Zandt, oggi è la volta del secondo pilastro delle fondamenta sulle quali Earle ha edificato la sua carriera e plasmato il suo indiscusso talento.

Tocca infatti a Guy Clark, che ci ha lasciato tre anni fa e che tutti ricordano per quella doppietta clamorosa di più di quarant'anni fa (Old no. 1 e Texas cookin') con la quale si era affacciato al music business.
Ci fosse qualcuno che non avesse mai ascoltato Clark e si approcciasse all'ascolto di questo album avrebbe tutti i legittimi motivi per pensare ad un opera originale di Earle, tanto, in un totale cortocircuito tra insegnante e allievo, liriche e stile sono aderenti alla consolidata cifra stilistica dell'autore di Guitar Town.
La poetica malinconica di Guy, le sue polaroid  di luoghi e persone ai margini delle storie normalmente raccontate sono le stesse che Steve (e Townes) ha sempre interpretato, perciò non c'è niente di strano se composizioni come L.A. Freeway; Desperados waiting for the train; Rita Ballou; The Randall knife; The last gunfighter ballad; She ain't going nowhere o Out in the parking lot risultino così familiari al primo ascolto, al fan medio di Earle.

Il sessantaquattrenne artista della Virginia mette in fila sedici brani del maestro Clark, dividendoli quasi equamente tra quelli estratti dai due seminali lavori di debutto e il resto della produzione, andando a pescare anche composizioni meno note, per un risultato niente di meno che imperdibile, per tutti quelli che sostengono di amare la musica d'autore a cavallo tra country e folk.

lunedì 10 giugno 2019

Josh Ritter, Fever breaks

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Quello che per le mie nozioni era un debuttante, ha in realtà oltre vent'anni di marciapiede nel music business, dieci album già pubblicati, una manciata di EP e live.
Viene da chiedersi come mai i miei radar non abbiano mai intercettato Josh Ritter, ma tant'è.
Fever breaks è dunque il decimo album del quarantenne nato a Mosca (Idaho, non Russia), ed è uno sferzante esempio di come si possa stare dentro perimetri stilistici definiti - folk,country,americana - senza privarsi della libertà di rimbalzare da un canone all'altro.
Per farlo ovviamente serve una capacità interpretativa, tecnica, empatica e di scrittura che non si compra all'eurospin, ma che ti viene concessa in dote e che tu devi avere la decenza di non sprecare.

E' anche così che si realizza un lavoro come Fever breaks. E' così che si butta lì un grandioso e strafottente contry rock qual'è Ground don't want me, in bilico tra una melodia irresitibile, un testo che sarebbe piaciuto all'Uomo in Nero e un mood per il quale Springsteen farebbe carte false.
E' così che, dopo aver afferrato per le palle l'ascoltatore, lo si porta dove si vuole, disturbando il prematuro riposo di Tom Petty (Old black magic), dando lezione ai nuovi idoli country capeggiati da Stapleton (I stilll love you), così come navigando in sicurezza verso gli approdi dei Waterboys (The torch committee), riuscendo tuttavia sempre ad essere leggero come nuvole bianche nel cielo estivo (All some kind of dream) e venendo fuori con classe da un semi plagio di Steve Earle (quanto Blazing highway home richiama Goodbye?).

Insomma, in un anno saturo di uscite di artisti della "mia scuderia"(Austin Lucas, Steve Earle, Little Steven, Hayes Carll, Son Volt) , Josh Ritter ha messo la freccia pretendendo priorità di ascolto. 
Con un album così, non ho potuto fare a meno di concedergliela.


giovedì 6 giugno 2019

Passione cofanetti/1

Nell'era d'oro del mercato discografico le major pubblicavano questi cofanetti lussuosissimi, a prezzi (almeno per me) insostenibili, che normalmente i negozi di dischi esponevano in una teca chiusa, per cui si potevano solo ammirare ma, a differenza degli altri dischi, non toccare, ad aumentare ulteriormente la sensazione di inavvicinabilità del prodotto.
Oggi, nel camposanto dei supporti fisici, si continuano a realizzare queste produzioni monografiche (per genere o per artista), con confezioni meno sfarzose, ma comunque dignitose, e soprattutto a prezzi davvero accattivanti.
In questo spazio posterò qualche cofanetto acquistato nel corso degli ultimi tempi, dal rapporto qualità prezzo particolarmente competitivo.

Inizio subito con un'opera che rientra un pò a forza nel "concetto cofanetto" (essendo, in versione compact disc,"solo" un doppio), ma che per filosofia dell'operazione, finalità del progetto e artisti che ne hanno curato l'uscita, merita i riflettori.

Mi riferisco al bellissimo e curatissimo Confessin' the blues, antologia blues curata e compilata dai Rolling Stones, che, tra mammasantissima del genere, ma non solo, contiene quarantadue tra le più seminali tracce della storia, interpretate, nelle versioni originali, con un suono incredibile, da Muddy Waters, Howlin Wolf, Chuck Berry, John Lee Hooker, Little Walter, Elmore James e una vagonata di altri artisti la cui vita è indissolubilmente legata alla musica che suonavano.
Libretto ricchissimo di foto e annotazioni e, elemento di ulteriore valore, il 10% del ricavato dalla vendita viene devoluto alla Blues Heaven Foundation, di Willie Dixon.

Si trova sui normali siti di e-commerce a una quindicina di euro.


lunedì 3 giugno 2019

The devil's candy (2015)

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Il genere horror e l'heavy metal sono sempre stati collegati da un legame strettissimo. Vuoi per l'ampio utilizzo di tematiche gore da parte di una molteplicità di band estreme, per la passione che molti metalhead dividono equamente tra lo stile musicale pesante e le pellicole sanguinolente, o semplicemente perchè entrambe queste forme d'arte sono sempre state considerate, dall'elite dei critici, espressioni minori dei reciproci perimetri comunicativi (salvo poi ricredersi fuori tempo massimo).
Tuttavia il matrimonio tra metal e horror raramente si è consumato appieno. Certo, molti registi di genere hanno utilizzato l'HM come colonna sonora di squartamenti e mostruosità assortite, ma, se escludiamo il cult minore Morte a 33 giri, la combinazione dei due elementi ha raramente prodotto un autentico unicum.
Anche per questo probabilmente The devil's candy ha raggiunto in fretta lo status di cult tra gli appassionati di rock estremo.
Chiariamoci, The devil's candy non è un film sul metal, in questo senso l'esempio di Morte a 33 giri può essere fuorviante, ma la musica forgiata quasi cinquant'anni fa dai Black Sabbath ne è tuttavia il fulcro, con i suoi simboli e simbolismi, i suoi dogmi, le sue distorsioni.
Lo spunto narrativo della storia segue uno dei clichè più abusati dei film di genere: la famiglia che va ad abitare la casa maledetta, dovendo per questo affrontare terribili sfide, che metteranno in discussione la solidità della famiglia stessa.

Gli Hellman (nomen omen), papà Jesse (Ethan Embry), di professione pittore, la moglie Astrid (Shiri Appleby), che si intuisce essere quella che porta avanti la baracca, tra gli alti e bassi economici del marito, assieme alla figlia adolescente Zoey (Kiara Glasco), si indebitano fino all'ultimo cent per acquistare una grande casa isolata, informati dal loro agente immobiliare di alcune morti che lì sono avvenute (e che noi abbiamo visto nel prologo del film).
Padre e figlia sono  fanatici di heavy-metal e questa passione, nelle parti leggere, regala perle di saggezza (una su tutte: mentre i due fanno headbangin in auto sulle note sparate a tutto volume di Killing inside dei Cavalera Conspiracy, alla madre, rassegnata al frastuono, che chiede se possono mettere qualcosa di più morbido, Zoey risponde "tipo i Metallica?").
Con il passare del tempo Jesse viene colto da un'oscura ispirazione che gli fa trasformare i suoi innocui dipinti in oscuri e terrificanti lavori, tra i quali una spaventosa rappresentazione di bambini e della figlia Zoey, avvolta dalle fiamme. 
Il villain del film è Ray Smile (il navigato caratterista Pruitt Taylor Vince), un'improbabile omone sovrappeso in tuta rosso fuoco che, per sovrastare le voci che gli chiedono di compiere atti agghiaccianti, è costretto ad imbracciare una chitarra Flying V e lasciare reverberare un MI scordato con gli ampli a palla.

La trama, tutto sommata di prassi, è però ben bilanciata dall'ottima regia di Sean Byrne, che padroneggia la scena con mano sicura e che, grazie ad uno strepitoso montaggio alternato (si veda la sequenza in cui Ray colpisce il bambino sull'altalena, con il dinamismo che sfocia nelle pennellate che un Jesse quasi trasfigurato imprime sulla tela), trasforma un plot scontato in una degnissima opera originale.
Ultima ma non ultima, la colonna sonora, curata, e mi viene da dire non potrebbe essere altrimenti, visto il costante suono drone metal che aleggia cupo, dai Sunn O))), coadiuvati da altri artisti metal (Slayer, Machine Head) e non (PJ Harvey e Spiderbait). 
Da segnalare il ruolo centrale, in uno dei twist della storia, del poster dei Ghost nella stanza di Zoey. 
Assolutamente rock, infine, la modalità con la quale Jesse si libera (definitivamente?) di Ray.
Se ancora ce ne fosse bisogno, la prova del nove del legame tra film e metal arriva dopo l'ultima sequenza, quando parte, perfettamente integrato con il  montaggio, For whom the bells toll dei Metallica e vi ritroverete a saltare sul divano facendo headbangin come se fossero passati cinque minuti e non venticinque anni dall'uscita di Ride the lightning.

Se questo pistolotto che ho scritto ha un qualche senso per te che lo leggi, non puoi perdere The devil's candy.

A seguire (non so quando) un altro tributo cinematografico al metal estremo: Deathgasm.


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giovedì 30 maggio 2019

John Wick 3

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John Wick tre. 
Ovvero, come "l'obbligo" del franchise ti rovina un buon prodotto d'intrattenimento
Del terzo capitolo salvo solo le coreografie dei combattimenti, assoluto valore aggiunto del film, questa volta dotate anche di un certo humor nonostante il contesto noir serissimo (da questo punto di vista il regista Chad Stahelski, ex stuntman, è ormai una garanzia). 
Il resto è da buttare, con una sceneggiatura che vuole trasformare Wick in un incrocio tra l'agente 007 (per le location visitate) e Bruce Wayne di Batman Begin (per il percorso doloroso al quale è sottoposto), con il risultato di farlo diventare un supereroe praticamente immortale (che infatti gira con Halle Berry in versione Tempesta degli X-Men).
Il finale aperto poi casca come una grattugiata di parmigiano su un piatto di spaghetti alle vongole.

Fermatevi, vi prego.

lunedì 27 maggio 2019

Until the light takes us (2009)

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La recente uscita del film Lord of chaos ha acceso di nuovo i riflettori su un genere musicale, il black metal, che comunque proprio privo di attenzione mediatica non è mai stato.
Prima di Lord of chaos a tenere un riflettore acceso sui fatti, ormai noti, accaduti in Norvegia tra la fine degli ottanta e la prima metà dei novanta, nell'ambito del cosiddetto black metal inner circle, era stata la divulgazione di Until the light takes us (tradizione in inglese del titolo del seminale album di Burzum Hvis lyset tar oss), un documentario di Aaron Aites (nel frattempo purtroppo deceduto) e Audrey Ewell che, attraverso interviste ai principali attori del periodo, ricostruiva quegli avvenimenti musicalmente straordinari e umanamente tragici.

Protagonisti principali delle interviste sono Gylve "Fenriz" Nagell dei Darkthrone (vedendolo senza il caratteristico trucco facciale corpse painting si nota un'inquietante somiglianza con il calciatore tedesco Mesut Ozil) e il mefistolico Varg Vikernes aka Burzum aka Count Grishnackh, che stava finendo di scontare il periodo di detenzione per l'omicidio di Øystein Aarseth, aka Euronymous,anche lui come, se non più dei due altri intervistati, inventore del black metal norvegese.
Non sto qui a ripercorre i fatti nel dettaglio (l'incendio di chiese, l'omicidio di un presunto omosessuale, il suicidio di Dead, cantante di quei seminali Mayhem nei quali suonavano assieme Varg e Euronymous, fino al terribile omicidio dello stesso Aarseth da parte di Vikernes), il documentario a mio modo di giudicare va assolutamente visto, non solo per approfondire la personalità dei musicisti intervistati, ma anche per capire in quale contesto sociale nasce un genere così alienante (le immagini di città come Oslo o Bergen sempre cupe, nella penombra, lerce, non appaiono certo come un inno alla vita), disturbante, per molti molesto e quanto un modo di vivere la propria esistenza combaciasse, per qualcuno, fino alle estreme conseguenze con il genere musicale estremo inventato.

Dalle interviste traspaiono tratti caratteriali e personalità dei protagonisti del movimento. Così, per un Fenriz che appare molto low profile, sempre rilassato, quasi rassegnato al ruolo che i media gli hanno affibbiato, ecco il contraltare di Vikernes, sguardo orgoglioso e ghigno beffardo, che, dalla prigione dove sta scontando i suoi ventuno anni di carcere (massimo della pena in Norvegia) ricostruisce senza lesinare dovizie di particolari splatter l'omicidio di Euronymous. Ancora più agghiaccianti sono però le sue idee politiche reazionarie, purtroppo veicolate con una modalità comunicativa ed una capacità persuasiva che nell'attuale situazione socio politica potrebbero anche fare enorme presa, se Burzum "scendesse in campo".
Tralascio ogni commento su Abbath e Demonaz degli Immortal, tronfi e banali, e mi concentro invece sull'incredibile figura di Kjetil "Frost" Haraldstad dei Satyricon, altra band cardine del movimento black.
A Frost è dedicata la conclusione del documentario, con le immagini più sconvolgenti di tutto il girato. Il batterista dei Satyricon infatti, viene immortalato in una "performance artistica", tra l'altro eseguita a Roma, dove il musicista non suona alcuno strumento, ma si esibisce in una serie di azioni distruttive, in cui a farne le spese sono alcuni mobili, nonchè, ed è la parte più terribile, autolesioniste, nelle quali si provoca profondi tagli sul corpo per mezzo di un coltellaccio, per poi adagiarsi, esausto.

In qualche modo dentro questa performance c'è tanto dello spirito del movimento black norvegese, una malsana valvola di sfogo che si irradia in più direzioni: ambiente, politica, morte, dolore, violenza, e che poi ogni singolo individuo coinvolto nel suo sviluppo ha fatto propria, incanalandola secondo personalità ed orientamenti personali. 
Insomma, se esiste una modalità principale per suonare il black metal (o almeno, c'era all'epoca), ed è quella che Euronymous ha inventato, mutuandola dall'embrione sonoro creato dai Bathory, ci sono decine di modi diversi con cui diversi soggetti hanno vissuto sulla propria pelle quel canone.
Quei ragazzi (non dimentichiamo che erano tutti giovanissimi) sono stati tutti artisti innovatori.
Alcuni di essi erano anche dei criminali.

giovedì 23 maggio 2019

Fulci, Opening the hell gates (2015 - 2019)

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Lo ammetto: sono sempre stato prevenuto rispetto alla musica metal fatta in Italia. So che sbaglio e che ci sono e ci sono state tante, tantissime band nostrane (il metallo è uno dei generi più suonati, anche da noi) di valore, a volte persino superiore ai colleghi americani o europei. 
A volte per andare oltre questi preconcetti mi serve uno stimolo, una scintilla, una suggestione.
In questo caso la suggestione arriva dal monicker di questa band italiana, che ha scelto di chiamarsi come il regista italiano di culto Lucio Fulci, cineasta dalla produzione sterminata, ma di cui ovviamente tutti nel mondo ricordano e celebrano gli horror.
Per la formazione campana (di Caserta) il riferimento al regista è un'ispirazione a tutto tondo, se è vero che i temi sviluppati nei suoi dischi (un EP prima di questo full-lenght, aggiunto in coda alla title track dell'album) si ispirano alle pellicole più famose di Fulci.
Infatti, Opening the hell gates altro non è che un tributo musicale a Paura nella città dei morti viventi, film del 1980, primo titolo della Trilogia della morte, comprendente anche L'aldilà e Quella villa accanto al cimitero.

Vista l'ispirazione, lo stile musicale proposto non può che essere un death-metal con tendenze slam, dentro al quale confluiscono anche parti di dialoghi dai film fulciani, ben amalgamati con l'assalto brutale dei pezzi. Il disco, sebbene debitore dei nomi tutelari del settore, è ottimamente suonato e prodotto, l'impatto dei pezzi è inquietante e devastante esattamente come deve essere, ma il lavoro, probabilmente anche per la sua brevità (le tracce non superano mai i tre minuti, per un timing totale sotto i venticinque minuti di musica), coinvolge ed appassiona, spronandoci a rimetterlo ogni volta da capo per godere delle sue atmosfere malsane, i suoi riff, anche rallentati in odore di doom, i suoi midtempos, la sua autenticità artistica.
L'album è stato ultimato nel 2015 ma si è reso disponibile solo nelle scorse settimane, tant'è che i Fulci, nel frattempo cresciuti come impatto ed impegnati in un tour negli States, hanno già pronto un nuovo lavoro, Tropical sun, in uscita a giorni ed ispirato dal lavoro più fortunato del Maestro: Zombi 2.

Che dire? Ricredersi non è mai stato così divertente.

lunedì 20 maggio 2019

Cats in Space, Daytrip to Narnia

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Insistere a scrivere su uno strumento ormai vetusto come ormai è, a tutti gli effetti, un blog, a volte porta a postare un pò con inerzia o mestiere, dimenticando l'entusiasmo che ti aveva portato a cliccare "pubblica" sul primo post.
A volte però capita ancora di avvertire davvero l'urgenza comunicativa di parlare di una nuova band, un artista, un film, un libro, che "spinge" per venire fuori ed essere irradiato.
E' il caso dei Cats in Space, combo inglese di sette elementi, con una media di età sui cinquanta abbondanti, con esperienze in ambito rock hard-rock prog, in formazioni dalle quali spiccano Arena (il cantante Paul Manzi); T'Pau, Bad Company, Ian Gillan Band (il chitarrista Dean Howard) oltre a svariate altre di non primissima notorietà.
I CIS esordiscono discograficamente nel 2015 con Tooo many gods, e , nel giro di meno di quattro anni, rilasciano tre full lenght e un disco dal vivo, riscontrando un buon successo in patria.
L'ultima fatica è l'oggetto di questa recensione, Daytrip to Narnia viene pubblicato infatti lo scorso primo marzo.

In un'epoca nella quale il bacino di band che si buttano sul retro rock è sostanzialmente saturo, i Cats in Space scelgono di stare nella tazza di tè a loro più congeniale, un grande patchwork dentro il quale conflusicono pop-prog, AOR e FM rock.
Niente di trascendentale dunque, in termini di innovazione. 
Non fosse per un piccolo particolare: il combo, sia in termini di scrittura che di tecnica, caga sul petto a tutti.
Il disco, un concept suppongo basato sui romanzi di C.S. Lewis (ma questo per me conta davvero zero), muove, sin dall'apertura di Narnia, in piena sintonia con gruppi storici che rispondono alle ben note ragioni sociali di ELO, Supertramp, Yes, ma anche Journey, Foreigner, Boston, Survivor e Queen, ma non si ferma lì, sfidando l'apertura mentale dell'ascoltatore a spingersi oltre.
Grandissimi ganci melodici, ritornelli da sturbo, aperture di voce e tastiere da paradiso dell'AOR, canzoni con la cazzo di C maiuscola.
Il disco è suddiviso in due parti, come fossero i lati A e B del vecchio vinile: la prima, che suddivide le tracce dalla uno alla sette, con Hologram man, She talks too much e Unicorn sugli scudi. La seconda, se possibile ancora meglio, è una suite divisa in sette parti titolata The story of Johnny Rocket.

Ora, normalmente quando sento la parola suite collegata ad una tracklist mi viene subito la psoriasi, ma in questo caso l'elemento a fattore comune è rappresentato solo dalla storia narrata (di Johnny Rocket), per il resto i sette brani sono totalmente indipendenti uno dall'altro, sia come struttura che, elemento più importante, come stile.
Infatti, se la parte II della suite (Johnny Rocket) continua a battere in maniera deliziosa i terreni dell'AOR di classe, con la successiva parte III (Thunder in the night) ci si impomata i capelli e si raggiunge la pista, per un incredibile pezzo discomusic anni settanta. Il brano è senza dubbio uno degli highlights del disco, e infatti viene scelto, per il suo irresistibile ritornello, come singolo, ma che dire della parte IV (One small step), che parte con un delizioso doo wop, dell'orchestrazione della V (Twilight) della ballatona alla Boston della parte VI (Yesterday's news) o, per chiudere, del soave pop alla Michael McDonald della VII (Destination unknown), che chiude suggestivamente il viaggio? 
Per il sottoscritto assolutamente nulla, se non levarsi il cappello e fare un inchino a questi mostri, che da due mesi si sono presi il controllo di tutti i miei devices musicali e non hanno intenzione di mollarlo. 
Va da sè, che è già partita l'operazione di recupero del materiale precedente così come è perfettamente scontato indicare già da oggi Daytrip in Narnia nel gruppo dei migliori del 2019.

Chapeau! 

O se preferite: mecojoni!

giovedì 16 maggio 2019

Backyard Babies, Sliver and gold

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Pur essendo storicamente appassionato di quel genere debosciato di metal che attraversa varie definizioni, dallo sleaze al glam all'hair fino all'AOR, sono ancora tante le band che, pur bazzicando in giro da anni, non ho mai ascoltato.
Una di queste risponde sicuramente al monicker Backyard Babies, svedesi di Nässjö che debuttano nel mondo discografico nel 1994 e in venticinque anni licenziano otto lavori, ultimo dei quali è appunto Sliver and gold (laddove il termine "argento" è sostituito con "scheggia").

Il disco è indubbiamente energico e ben suonato, saldamente collocato dentro quell'ampio perimetro stilistico che descrivevo brevemente in premessa, ci si può divertire coi riferimenti, dai primi Bon Jovi ai Poison (Shovin' rocks) da semi plagi dei Blue Oyster Cult (quanto Yes to all no ricorda Don't fear the reaper?), nonchè coi richiami al punk californiano e ai Green Day di Dookie (Simple being sold).
La seconda parte dell'album prevale a mio avviso sulla prima, con un paio di poderose kickass (44 Undead e A day late in my dolla shorts).
Dieci canzoni, come ai vecchi tempi, la ballata inserita al termine della tracklist, come ai vecchi tempi, un buon, corroborante lavoro, come ai (vecchi) tempi che furono e che, grazie a band come i Backyard Babies ancora un pò sono.

lunedì 13 maggio 2019

Bokassa, Ghost e Metallica: Milano, 8 maggio 2019


Dopo la disastrosa esperienza del Sonisphere, mi ero ripromesso di non assistere più ad un concerto dei Metallica (e ad un qualunque altro concerto di massa ad eccezione di Springsteen) se ospitato da strutture inconciliabili con eventi di natura musicale.
Visto che la data italiana del nuovo tour dei Metallica avrebbe toccato l'ippodromo di Milano, ho tentato di tenere salda la mia decisione. 
A farmi capitolare è stata l'inclusione nel bill di due band che aspettavo alla prova del live: i Bokassa e i Ghost. Sono loro l'unica ragione per la quale ho speso la modica cifra di novanta euro per il mio posticino su un prato spelacchiato.

Un paio di considerazioni. La prima di natura metereologica: sebbene il tempo non fosse dei migliori, nella settimana del concerto non era prevista pioggia. Ad eccezione di un giorno, ovviamente proprio quello dello show, l'8 di maggio. 
Non il 7, ne il 9, e nemmeno il 6 o il 10. 
No. Solo l'8.
La seconda considerazione è di natura organizzativa, e mi viene dal cuore. Sta cosa del "pit" riservato ha stracciato i coglioni. Grazie al recinto limitato, venduto ovviamente a prezzo maggiorato, le due band di supporto hanno suonato con un antipatico spazio vuoto tra il pubblico del pit (mezzo vuoto fino all'arrivo degli headliner) e quello delle seconde transenne, e al tempo stesso il pubblico con biglietto normale (che comunque non era esattamente regalato) non ha potuto avvicinarsi maggiormente al palco.

Detto questo passiamo alla recensione del concerto.
Aprono i Bokassa, che confermano tutte le buone vibrazioni che emanano da disco, anche se è sembrato evidente a tutti come i tre norvegesi fossero un pò spaesati in quel palco enorme e come invece il loro stoner-hardcore-punk-metal avrebbe spaccato allegramente i culi in un locale di infime dimensioni. 
Sei i pezzi proposti in tutto, tra i quali Impending doom, Last night (was a real massacre), Walker Texas danger e l'inedita (sarà sul prossimo album in uscita a giugno) Mouthbreakers Inc. .
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Che dire dei Ghost? Assieme ai Cats on Space (ne parlerò), la mia band preferita al momento. 
Nonostante lo spettacolo degli svedesi necessiterebbe del favore delle tenebre, la formazione del leader/frontman/one man band Tobias Forge ha lasciato il segno, in virtù di un repertorio già solidissimo e di un gusto melodico unico, che li porta a spaziare in ogni ambito, come ampiamente dimostrato dall'ultimo lavoro, Prequelle
Spiace essermi trovato solo, nel mio spicchio di prato, a fare singalong sui cori (ma come si fa a non ululare su Rats???) o sui ritornelli (Dance macabre; From the pinnacle to the pit;Ritual; Faith), nella quasi totale indifferenza del resto dei presenti.
Il look della band, abbandonati i costumi ecclesiastici (Forge indossa l'abito papale esclusivamente durante il solo di sax, sulla conclusione di quella meraviglia strumentale che risponde al titolo di Miasma) vede i componenti vestiti completamente di nero, con maschere scintillanti color argento, raffiguranti demoni o fiere.
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Tobias Forge, col viso truccato di bianco e gli occhi cerchiati di nero, sembra invece lo zombie di un dandy, elegantissimo, con tanto di coccarda sul petto all'altezza del cuore, si muove da consumato e impeccabile maestro di cerimonie. 
Ironico, istrionico, in pieno controllo sulla situazione. Uno straripante talento inversamente proporzionale alla modesta altezza.
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La setlist dei Ghost sfiora l'ora di durata, e si chiude con Square hammer, altro gioiellino, incluso, quale unico inedito, sull'EP di cover Popestar del 2016.
Da rivedere in condizioni adeguate as soon as possible. 
Purtroppo, al momento, il loro tour non prevede date in Italia.

Alle 20:50 circa (unico ritardo nell'altrimenti precisissimo schedulato) parte il consueto filmato de Il buono il brutto e il cattivo di Sergio Leone, con le musiche (Ecstasy of gold) di Morricone, ed entrano in scena i Metallica
Hardwire apre la loro gig, in una modalità che non mi arriva con l'impeto della versione registrata, ma più compassata.
James, al solito, interagisce molto col pubblico tirando in ballo come da prassi la fidelizzazione dei fan con la Metallica family, ma ho l'impressione che la reazione dei presenti sia un pò freddina. 
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Purtroppo la sfiga che contraddistingue la mia partecipazione ai concerti dei Four Horsmen prosegue, perchè, a differenza delle date precedenti a questa, dove ad esempio avevano rispolverato la meravigliosa Disposable heroes, a Milano ci propinano due terzi di concerto (prima dei bis) con solo un brano estratto dai primi tre, seminali, dischi (trattasi di Ride the lightning), soffermandosi più sul recente Hardwired to self destruct e sui dischi post ...And justice for all.
Perciò mi sorbisco The memory remains, The unforgiven, Sad but true, e persino quella ciofeca di St. Anger.

Ora, è chiaro che la band si sia stufata del vecchio materiale e voglia suonare altro, infatti anche stavolta, come la precedente, James Hetfield, sollecita ripetutamente il pubblico a mostrare apprezzamento per le canzoni più recenti, ma così come per Salvini sarebbe contro natura partecipare al corteo del 25 aprile, alla stesso modo St. Anger (per dirne una) non diventa un classico solo perchè sono trascorsi sedici anni dalla sua release. 
Ma il problema più generale della serata è che i Metallica propongono i loro pezzi, anche quelli che nascono spinti, in una velocità midtempo che sa di stanco, fiacco, quasi annoiato.
Insomma, il concerto non decolla. 
E di certo non aiutano le tante pause tra un pezzo e l'altro, spudoratamente necessarie a James e Lars per riprendere fiato. 
Nella più lunga di queste prosegue la nuova, tristissima abitudine di far suonate a Trujillo e Hammett un pezzo della tradizione "rock" del Paese ospitante. Dopo la terrificante versione di C'è di chi dice no del Blasco, è toccato a El diablo dei Litfiba. 
Giuro, un'esibizione così raffazzonata da rappresentare una delle cose più brutte che abbia mai visto in un concerto di professionisti. Una sciatteria che equivale ad un autentico insulto al pubblico pagante. 

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Penso a quanto potrebbe aver avuto più senso, anche in termini di aiuto concreto e di riscoperta per un'audience enorme, realizzare un tributo alle tante band sconosciute ai più del punk-metal italiano degli ottanta. Quanto sarebbe  stato coerente suonare un pezzo dei Negazione, di Strana Officina, Sabotage, Steel Crown o RAF, solo per citarne qualcuno?
Purtroppo anche questo è il segnale incontrovertibile della vascorossizzazione di una band (che è stata) meravigliosa.

La pioggia, che contro ogni previsione, aveva dato fino a quel momento tregua, si scatena senza più ritegno durante gli assoli di basso successivi a El diablo (e non può essere un caso), esattamente prima del momento in cui arriva la parte più attesa dello show, quella coi classiconi. 
Acqua a secchiate dunque proprio durante One, Master of puppets, For whom the bell tolls, Creeping death e Seek & destroy. Tra l'altro il palco è completamente privo di copertura (ad eccezione della batteria) e i musicisti sono del tutto esposti all'acquazzone, che genera due dita d'acqua sulla pedana.
Io ne ho abbastanza. Mi perderò senza troppe menate dei bis irritanti (Lords of summer, Nothing else matters, Enter sandman), risparmiandomi una ventina di minuti di diluvio.
A mai più, cari James, Lars, Kirk e Robert. 

A prestissimo Bokassa e Ghost.




Non ho postato mie foto in quanto posizionato a distanza siderale, come si può vedere

Quindi:
Le foto dei Bokassa sono del sito metalhammer.it
Le foto dei Ghost, come indicato, sono del sito francesco-castaldo.it
Le foto dei Metallica sono del sito onstageweb.com

giovedì 9 maggio 2019

Motley Crue, The dirt Soundtrack

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In attesa di riuscire a vedere la trasposizione cinematografica (sarebbe forse più corretto chiamarla televisiva, visto che non è uscita in sala, ma su Netflix) dell'autobiografia The dirt, mi balocco con questa ennesima compilation dei Motley Crue, uscita in qualità di soundtrack, tralasciando ovviamente i brani storici e concentrandomi sui quattro inediti.

Non spreco nemmeno una riga per ricordare l'impegno siglato dai quattro debosciati con tanto di carte bollate di non fare più nulla assieme, saltato come un tappo di spumante a capodanno solo qualche anno dopo, piuttosto, molto sommessamente, rimarco un altro piccolo problema derivante dall'ascolto del disco: questi qua proprio non ne hanno più.
Dei tre brani  originali (il quarto è una cover) si salva solo il primo, quel The dirt posto in apertura, che si avvale del featuring del rapper Machine Gun Kelly (che nel biopic interpreta Tommy Lee) a conferire un pò di aggressività ad un pattern altrimenti scontato.
Gli altri due, che seguono un songwriting (se così vogliamo chiamarlo) sempre autobiografico, non solo, ed è banale sottolinearlo, sfigurerebbero con qualunque brano (anche minore) del passato dei Crue, ma escono con le ossa rotte persino se paragonati alle ultime cose incise dalla band, le tutto sommato dignitose Sex e All the bad things must end,  che accompagnavano il farewell tour del 2015.
Ma è la quarta traccia a confermare il vuoto cosmico d'ispirazione dei quattro debosciati, che hanno scelto di seguire la moda, già vecchia, di metallizzare brani pop. La vittima scelta è Like a virgin di Madonna, l'esito: pateticamente soporifero.

Quando si ha la spia del carburante in riserva fissa sparata sarebbe il caso di lasciare la gloriosa macchina chiusa in garage, o al museo dei reperti storici.

lunedì 6 maggio 2019

Avengers, Endgame CON SPOILER

Locandina italiana Avengers: Endgame

Avevo messo a nudo tutto il mio entusiasmo da nerd nel recensire Avengers Infinity War, la prima delle due parti di questa saga cinematografica (mutuata dal fumetto), nella quale i super eroi di terra e spazio cercavano, invano, di impedire al tiranno Thanos di avere il potere di mille dei attraverso il possesso delle sei gemme dell'infinito.
Successivamente ho letto in rete molte critiche al film, che potevano anche essere comprensibili, soprattutto se espresse da chi non ha mai letto un albo Marvel, ma che comunque, a mio avviso, non vedevano la maestosità del progetto degli studios, e soprattutto, non tenevano in alcun conto di un finale di pellicola straordinario, che lasciava letteralmente ammutoliti gli spettatori in sala.

Il difficile doveva venire. Perchè tutti sapevamo che gli eroi sarebbero tornati dalla morte, e la sfida del team creativo era proprio quella di rendere credibile, e non banale, questo comeback. 
Dico subito che la missione è compiuta appieno, anche oltre le più rosee previsioni, non tanto per l'espediente dei viaggi nel tempo, quello sì un pò scontato, ma per tutta la costruzione della storia che si dipana per tre ore piene di un film che bilancia magistralmente dramma, azione, commedia ed epicità.
La prima ora di narrazione scorre volutamente lenta, con l'unica eccezione del blitz attraverso il quale Thor prima amputa il braccio guantato di Thanos e poi lo decapita  (in implicita risposta a quanti sostenevano andasse fatto nel primo film: quei Vendicatori, pieni di virtù e dotati di un codice morale cavelleresco, non potevano macchiarsi di un gesto così brutale; questi Vendicatori invece, umiliati e divorati dai sensi di colpa per la morte dei compagni, non esitano un attimo a farlo). 
In ogni caso, l'atto è purtroppo inutile, in quanto Thanos, prima di morire, sostiene di aver distrutto le gemme per evitare che le stesse distruggessero lui. 
Salto temporale di cinque anni in avanti.
Ant-Man riesce a tornare dal regno quantico, dove era rimasto intrappolato nell'epilogo di Ant-Man and the wasp, e, appresi i fatti che hanno sconvolto la terra, propone agli Avengers superstiti di usare proprio quella dimensione sub atomica per viaggiare nel tempo e recuperare le gemme nelle epoche antecedenti all'arrivo di Thanos.

Gli autori si giocano bene questa carta, consapevoli della debolezza dello spunto, con una buona dose di ironia, laddove tutto quello che i protagonisti sanno dei viaggi nel tempo deriva dalla visione di una serie di film, a partire da Ritorno al futuro, che vengono snocciolati uno a uno per discutere degli effetti che viaggiare nel passato può avere sul presente.
A quel punto, con i protagonisti sul grande schermo che si pongono le medesime domande dello spettatore medio, la sospensione dell'incredulità è pienamente raggiunta.
Ma la parte centrale, quella del recupero delle gemme con relativi conflitti, che normalmente dovrebbe essere quella per cui lo spettatore paga il biglietto, passa quasi in secondo piano rispetto allo splendido lavoro di ricostruzione dei personaggi operata dagli sceneggiatori. 
Partendo da un assunto in cui i personaggi preposti al lato comedy della storia avrebbero dovuto essere Ant-Man (Paul Rudd) e il "procione" Rocket (doppiato da Bradley Cooper), gli screenplayers mettono in scena un vero colpo di genio, alternandoli ad un irresistibile Thor (Chris Hemsworth) ingrassato, depresso, alcolizzato ed incline alla lacrima facile e ad un Hulk verde pastello che, assieme alla forza bruta del mostro, conserva l'intelligenza e l'umorismo di Bruce Banner (Mark Ruffalo). Grazie a questa intuizione, i due personaggi, che rischiavano di inaridirsi dal punto di vista delle possibilità di sfruttamento, rinascono letteralmente.

Infine, le parti drammatiche. Sebbene un pò telefonato, il fato di Tony Stark/Iron Man (Robert Downey Junior) è comunque reso in maniera epica, come se si trattasse di un eroe da peplum anni cinquanta e lo stesso si può dire (in quanto a prevedibilità) del destino di Vedova Nera (Scarlett Johansson), accoppiata nella ricerca di una gemma, a Hawkeye (Jeremy Renner). E' viceversa meraviglioso l'epilogo pensato per Captain America (Chris Evans), il quale, a missione ultimata, sceglie di recuperare gli anni del suo tempo e l'amata perduta nel 1945. Un finale davvero dolcissimo e coinvolgente per un personaggio che ha sempre sofferto l'aver vissuto fuori dal suo tempo.

Con Endgame i Marvel Studios ribadiscono, attraverso una straordinaria, prepotente dimostrazione di forza, la propria leadership nel genere cinematografico. E lo fanno imponendo le nuove regole del gioco, riuscendo a conciliare in maniera armonica un numero impressionate di super eroi dentro la stessa storia, rinunciando in prospettiva ai suoi attori feticcio (Downey jr, Evans, Johansson), chiudendo un ciclo durato dieci anni e ventidue film con un epilogo maestoso, coinvolgente, divertente, commovente, bellissimo. 
Persino rinunciando ad un trend che non aveva inventato la Marvel, ma che certamente essa aveva consolidato, cioè quello delle sequenze "nascoste" dopo i titoli di coda, che in Endgame non ci sono.

Le ultime pellicole della Casa delle Idee mi avevano lasciato indifferente (Ant-Man and the Wasp, Black Panther, Venom), ma qui, dentro il genere supereroistico di massa e anche oltre, siamo a livelli difficilmente replicabili. 
E allora tocca ripetermi: davvero ci voleva la Marvel e un approccio alla storia che, raccordandosi con la complessa continuity dell'universo fumettistico, parla anche di letteratura epica, di cavalieri e di creature demoniache, dell'eterno scontro tra bene e male. 
Insomma di tutto quel mondo fantastico con il quale la nostra generazione ha avuto la fortuna di crescere.
Migliore modo di dire addio a Stan Lee, l'uomo che ha dato vita a questo incredibile universo (e che "compare" ancora una volta in un cameo) non ci poteva essere.

giovedì 2 maggio 2019

MFT, marzo aprile 2019

ASCOLTI

Rival Sons, Feral roots
Thunder, Please remain seated
Tyla's Dogs D'amour, In vino veritas
Tesla, Shock
LA Guns, The devil you know
Garth Brooks, The ultimate hits
John Mellencamp, Other people's stuff
Guy Clark, This land
Cats in space, Narnia
Morbid Angel, Altar of madness
Slayer, playlist 1983/1990
Devin Townsend, Empath
Backyard Babies, Sliver and gold
Steve Earle and the Dukes, Guy
Children of Bodom, Hexed
Adriano Celentano, La mezza luna (1958/1964)
Bus, Never decide
Battle Beast, No more Hollywood endings
Fulci, Opening the gates
Periphery IV, Hail Stan
Spidergawd, V
Reese Williams & Friends,Sweet release
Son Volt, Union
Hate Eternal, Upon desolate sands
Yola, Walks through fire
Hayes Carll, What it is
Molly Tuttle, When you're ready
Charlie Parker, with strings
Finntroll, Jaktens tid
Le Butcherettes, Bi Mental 
Motley Crue, The dirt soundtrack

VISIONI

Il cinico l'infame il violento
Una pura formalità
Chi più spende più guadagna
Nessuna verità
I segreti di wind river
Gomorra
Safe house
Tonya
Escobar, il fascino del male
Onora il padre e la madre
Jungle
Doppia personalità
Ammore e malavita
Blow out
Manhunter - frammenti di un omicidio
Until the light takes us
Moschettieri del re, la penultima missione
The devil's candy
Attenti al gorilla
Morte a 33 giri
Toro
Drug war
La polizia incrimina, la legge assolve
Le due verità
La conversazione

Gomorra, 4
Trono di Spade, final season

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lunedì 29 aprile 2019

Ammore e malavita (2017)

Locandina italiana Ammore e malavita


Sopravvissuto all'agguato di un clan rivale, Don Vincenzo Strozzalone (Carlo Buccirosso) si lascia convincere dalla moglie Maria (Claudia Gerini), a fingersi morto per cambiare identità e vita, lontano, in qualche paese esotico.
Le cose si complicano quando l'infermiera Fatima (Serena Rossi) scopre casualmente che in realtà il boss è vivo e in convalescenza presso l'ospedale in cui lei lavora.
L'infermiera è condannata a morte dal boss, che manda ad ucciderla il suo uomo più fidato, Ciro (Giampaolo Morelli), che però, al momento di premere il grilletto, realizza che Fatima altri non è che il suo grande amore di gioventù, abbandonato per intraprendere la carriera criminale dopo l'uccisione del padre.

Come spesso amano fare, i Manetti mischiano le carte dei generi cinematografici lasciando lo spettatore senza punti di riferimento confortevoli. 
Cominciamo col dire che Ammore e malavita è un musical, imperniato perlopiù sul genere melodico napoletano. Ma se, come me, detestate questo genere (il musical, non la canzone napoletana), dategli comunque una chance, perchè, per una volta, le canzoni e le coreografie che interrompono il flusso degli eventi si armonizzano magnificamente con il contesto.
Tolta quest'unica definizione stilistica, il film si muove tra diversi canoni: inizia come una commedia del paradosso, letteralmente geniali in questo senso le scene in cui il sosia di Don Vincenzo, ucciso solo per essere sostituito a lui nelle funzioni funebri, comincia a cantare dall'interno della bara mentre viene portato a spalla fuori dalla chiesa, oppure l'idea del tour guidato, organizzato per turisti americani, a Scampia nei luoghi "dove è stato girato Gomorra".
Ma Ammore e malavita è anche altro. E' un drammone sentimentale, ma anche un omaggio ai poliziotteschi nostrani. E' una "crime story" ed è anche un "action" non banale (vedi i rallenty delle pallottole modello Matrix), grazie alla tecnica  eccelsa dei registi italiani, che emerge in maniera chiara.
Gli attori e i caratteristi fanno la loro porca figura. Sugli scudi una fantastica Gerini, un sempre affidabile Buccirosso, ma, soprattutto, ottime prove sono fornite da Raiz degli Almamegretta (Rosario, il partner di Ciro) e il cantante Franco Ricciardi (Gennaro, il "luogotenente" del boss), le cui parti cantate sono, anche per pathos, le più convincenti.

Un film intelligente, stratificato e divertente che ancora una volta mette in luce il talento e la creatività dei Manetti nel reinventare la tradizione cinematografica italiana, donandogli freschezza, colore e dinamicità.

martedì 23 aprile 2019

Tesla, Shock

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Parafrasando quello spot di una banca, i Tesla erano una band differente.
A partire dal nome. Infatti, nel periodo d'oro del glam metal (seconda metà degli ottanta) con i nomi delle band infarciti di X e Z, questi cinque ragazzi di Sacramento, California scelsero, sconsigliatissimi, il cognome dell'inventore serbo/americano Nikola Tesla.
E poi perchè, ed è l'aspetto che più conta, nella distanza con quel metal leggero ed effimero preceduto dal prefisso "hair" si misurava tutto lo stile musicale del combo. Tecnico eppure mainstream, accattivante ma profondo. 
Da non dimenticare tra l'altro che i Tesla avviarono (inconsapevolmente?) la moda degli show unplugged su MTV con il loro, leggendario, Five man acoustical jam del 1990.

Come stanno i Tesla nel 2019? Benino, grazie.
Hanno perso a mio avviso quell'unicità degli anni d'oro (dal 1986 al 1991 l'inarrivabile trittico Mechanical resonance, The great radio controversy, Psychotic supper), ma, con questo Shock, sono ancora in grado di farsi riconoscere, grazie soprattutto al timbro vocale di Jeff Keith e le linee di chitarra di Frank Hannon, nonostante la produzione affidata al chitarrista dei Def Leppard Phil Collen, com'è facilmente prevedibile, conferisca al lavoro una patina estremamente easy listening.
E' in questo senso assolutamente spiazzante la title track, un tuffo nelle sonorità più pop metal di "quegli anni", nella quale il trademark defleppardiano emerge in maniera prepotente. Il resto della tracklist non è tuttavia così compromesso, nel sound. 
Certo, emergono reminiscenze degli Aerosmith (You won't take me alive; Love is a fire), dei "Van Hagar" (Taste like) o di nuovo dei Def Leppard (The mission), ma senza mai cancellare del tutto l'identità dei Tesla che alla fine comunque viene fuori, inconfondibile, in un pezzo come Tied to the tracks.

Un album divertente che raggiunge la sufficienza piena, d'altro canto è dura per tutti mantenere trent'anni dopo la qualità di quando si era giovani e innovativi.

giovedì 18 aprile 2019

Fitness da fifties

La sera stessa in cui mollavo il calcetto, dopo un quarto di secolo passato a calcare i terreni sintetici, assumevo la perentoria decisione di iscrivermi subitissimamente, la mattina successiva, in palestra.
Con giusto un pelino di ritardo, un anno dopo, eccomi varcare il tornello della palestra vicino casa.
L'ultima volta che avevo sollevato un manubrio circondato da gente sudata e sbuffante ricordo che ascoltavo in cuffia, ovviamente con il Walkman Sony, un disco appena uscito di un gruppo emergente:erano i Nirvana di Nevermind. Per dire.

Tutto sommato l'ambiente della palestra in quasi tre decenni  non è poi così cambiato. I soliti fanatici/fanatiche, persone comuni, outfit rivedibili assieme a roba pro, giovani, giovanissimi, falsi giovani e qualche cariatide di ambo i sessi.
Se proprio vogliamo, rispetto a trent'anni fa, la novità ovvia è rappresentata dallo smartphone, che ho visto molti tenere sullo "schermo" della cyclette o del tapis roulant per guardare i video durante l'attività fisica.
La prima sessione è stata molto soft (il tizio che mi ha preparato la prima scheda ha subito avuto pietà del mio stato fisico), ma nonostante ciò, al termine dell'oretta di fitness, avevo braccia, gambe e addominali anestetizzati. 
In pratica mi sono sentito come Neo, in Matrix, quando scopre di avere muscoli talmente inutilizzati da non conoscerne nemmeno l'esistenza.

Però dai, si tiene duro.

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lunedì 15 aprile 2019

Deicide, Overtures of blasphemy

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Quanto mi faceva paura Glen Benton quando ero un ragazzetto! 
In un periodo in cui il metal estremo (death-black) era circondato da un'aurea satanica davvero oscura e spaventosa, questo tizio che si era tatuato una croce rovesciata sulla fronte mi appariva come un autentico fanatico del demonio.
Trent'anni dopo, ora che il death metal non spaventa più nessuno, i suoi interpreti storici fanno tenerezza e il buon Glen si è pagato un'operazione di chirurgia plastica per rimuovere quell'obrobrio inciso sulla fronte, possiamo tranquillamente concentrarci solo sull'aspetto musicale dei Deicide.
Overtures of blasphemy è il dodicesimo album della band di Tampa, Florida. Esce a cinque anni di distanza dal precedente In the minds of evil e, come spesso accade quando membri storici escono polemicamente da una band per formarne un'altra (parliamo dei fratelli Hoffman), i superstiti (oltre a Benton il batterista Asheim) vanno al recupero di una confort zone musicale che coincide con un ritorno ad un mood aggressivo e ad una rinnovata cazzimma.
Overtures of blasphemy rientra perfettamente nello schema. Death metal classico e godibilissimo da sparare al massimo quando hai le balle in giostra, testi rigorosamente anti cristiani e, musicalmente parlando, evidenti influenze dal doom (l'attacco dell'opener One with Satan) e dal thrash (su tutte, Excommunicated).
Fin qui, il lavoro death più divertente dell'anno.



lunedì 8 aprile 2019

John Mellencamp, Other peolple's stuff (2018)

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A metà degli ottanta, anche se era una disputa tutta americana e tuttalpiù riservata a nerd italiani appassionati di blue collar rock (come chi vi scrive), la contesa per il trono di true rocker era tra Springsteen e Mellencamp. Poi entrambi hanno virato. Bruce prima sull'introspezione di Tunnel of love e poi smarrendosi e ritrovandosi, John in maniera più salda anche se meno redditizia, sulle radici popolari della musica a stelle e strisce. 
Negli anni l'ex coguaro ha continuato su questa sua personale ricerca, assumendo il ruolo, pressochè incontrastato, di traghettatore delle tradizioni, che propone amalgamandole al suo inconfondibile sound.
Così i violini e la fisarmonica si armonizzano con le sue ritmiche, i suoi refrain ancora irresistibili, la sua meravigliosa voce che il tempo ha reso ancora più roca e struggente.
Al volgere del 2018, dopo aver pubblicato il non meno che ottimo Sad clowns and hillbillies, Little Bastard licenzia un secondo lavoro, oggetto della presente recensione.
A dirla tutta Other people's stuff non è un disco di canzoni nuove, bensì un patchwork con brani altrui (da qui il titolo) pubblicati nel corso degli anni da Mellencamp sui propri lavori o su vari tribute album.
A differenza dello strepitoso Rough Harvest (1999), le tracce non sono nemmeno re-incise, ma solo selezionate e messe in fila una dietro l'altra.

Con queste premesse, in teoria nemmeno il più accanito fan potrebbe trovare motivi di interesse nell'ascolto di questo lavoro. 
E invece il disco suona come se fosse un'uscita a sè stante, e non una raccolta, in qualche caso ci riporta alla memoria grandi canzoni del passato, come To the river, da Human wheels, Teardrops will fall (di Wilson Pickett) o Stones in my passway (di Robert Johnson) da Trouble no more; in altre si pesca dal nuovo Sad clowns and hillbillies (Mobile blue) o dal già citato Rough harvest, come per il traditional In my time of dying, tuttavia è indubbio che, per quanti conoscono a memoria il repertorio dell'ex Cougar, gli spunti interessanti arrivino dai brani regalati negli anni alle varie compilazioni di tributo, come Dark as a dungeon (resa celebre da Johnny Cash), Wreck of the old 97 (interpretata da Guthrie, Seeger e lo stesso Cash), Eyes on the prize (traditional ripreso anche da Springsteen) e I don't know why I love you di Stevie Wonder.
Stupisce, visto il profilo del lavoro, l'assenza di Wild night di Van Morrison, la cover più famosa di Mellencamp contenuta in Dance naked.

In conclusione Other people's stuff sarà anche un disco prescindibile, ma sfido chiunque ad ascoltarlo restando indifferente.


lunedì 1 aprile 2019

Thunder, Please remain seated

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Ecco un altro disco convenzionale, banale nella sua idea, ma che tuttavia si è rivelato longevo ed emozionante.
I Thunder, di recente tornati alla ribalta con una doppietta di ottimi lavori (Wonder days e Rip it up), celebrano i trent'anni dalla loro nascita con un disco acustico, nel quale rivisitano una dozzina di proprie composizioni, opportunamente scelte anche dal repertorio dei pezzi meno famosi.
Non una novità per i Thunder (ed in particolare per il frontman Danny Bowes) proporre musica con la spina degli ampli staccata, ma Please remain seated è la prima occasione per dare finalmente a questa forma di presentazione dei brani una visibilità propria. 

D'altro canto alla band non mancano certo i mezzi tecnici per performance di alto livello qualunque modalità espressiva decida di utilizzare e Bigger than both of us , che apre l'album, lo dimostra, prima di tutto perchè recupera un ottimo brano che, per le precedenti modalità di pubblicazione era passato in sordina (la canzone era inserita nel bonus cd della riedizione del masterpiece Laughing on judgement day, uscita nel 2009), e poi perchè la canzone, in questa versione, è ricca di swing e di sfumature old time.
La bravura dei musicisti sta nel riuscire a trasfigurare completamente il mood delle composizioni originali, come avviene per esempio per Girl's going out of their head, che da anthem rock si trasforma in un delicato smooth jazz con un ruolo trainante di contrabbasso e piano.
Che gli vuoi dire a questi? Cosa vuoi dire a due ballate "anema e core" come I'm dreaming again e, soprattutto, Loser oppure all'immancabile Low life in high places, proposta con l'arricchimento del fraseggio di una tromba e di un possente coro di voci di natura classica?

L'album è rilasciato in versione cd singolo, con dodici tracce, e in versione de luxe, con un disco aggiuntivo contenente altre sette canzoni, tra le quali il manifesto della band, Higher ground, Like a satellite e lo struggente blues acustico Robert Johnson's tombstone.
Chiaramente la versione estesa del lavoro è la più completa, ma il mio personalissimo consiglio è quella di approcciare a prescindere questo lavoro, sia che già conosciate i Thunder, sia che li approcciaste per la prima volta. 
Sarebbe lo stimolo migliore per andare a riscoprire una grande band di hard rock di stampo britannico.

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lunedì 25 marzo 2019

Tyla's Dogs D'amour, In vino veritas

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Non è che il mondo si fermi e suonino le fanfare quando esce un nuovo disco dei Dogs D'amour, però questi debosciati riescono sempre a catturare l'attenzione di un manipolo di nostalgici dotati di pazienza da monaco tibetano, che non si scoraggiano quindi a dover attendere lustri su lustri per ascoltare materiale nuovo.
E di pazienza qui ce n'è voluta davvero tanta, se l'ultimo full lenght della band è datato 2005 (Let sleeping dogs...) e l'unico cenno di vita in questo orizzonte temporale è stato contrassegnato dal pur ottimo EP Cyber recordings del 2013.
E' da tempo ormai che il gruppo, inteso in senso letterale, non c'è più, con il solo il buon Tyla (al secolo Timothy Taylor) a tirare la baracca.
Perciò, per la release di In vino veritas il frontman deve aver deciso di rendere ancora più evidente la cosa, abbinando il proprio nome allo storico monicker.
Cambia poco: prima di abbandonarsi agli epici midtempos che hanno fatto la fortuna dei DDA, l'album parte con "111" una traccia che è una frustata da cattedra universitaria dello sleaze-metal.
Poi ci si assesta nella confort zone di Tyla, con una serie di pezzi che non si vergognano (per fortuna!) di rallentare il ritmo, flirtare con il pop (Empire; Everything to me) o di abusare magnificamente del contributo del sax (Black confetti; Bottle of red; In vino veritas), per poi tornare al blues (Fuck off devil; Monster) e quindi chiudere il cerchio tornando al glam (Chicago Typewrter; Movie star).
Insomma, una festa per quei pochi che hanno amato i Dogs D'amour e, a quanto pare, niente di che per tutto il resto del mondo.

Perchè è dannatamente vera la massima che cantava il buon Hank 3: "Not everybody's likes us, but we drive some folks wild".

P.S. La release è stata accompagnata da un album di cover a tiratura limitata intitolato In musica veritas.

lunedì 18 marzo 2019

Rival Sons, Feral roots

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Rival Sons...Rival Sons... 
Quante volte gli amici blogger Ale e Filippo mi hanno decantato le lodi di questa band...
Ma io niente! Qualche ascolto distratto e controvoglia, che aveva la stessa possibilità di accendere una scintilla di quella che si otterrebbe sfregando due legnetti sotto il diluvio.
Questa volta invece, chi lo sa, forse era semplicemente arrivato il momento. 
Fatto sta che appena licenziato Feral roots (si parla di fine gennaio) l'ho messo sotto e ancora oggi resta tra i miei ascolti top.
La band californiana (Long Beach) si inserisce indubbiamente nel filone retro rock che tanto ci piace e che tanto ci fa storcere il naso, ma lo fa con una consapevolezza dei propri mezzi ed una cassetta degli attrezzi (sound + songwriting) per i quali ogni polemica sta a zero.
E' vero, come molti hanno fatto notare, che Feral roots parte a razzo con un pezzo ruffiano ed irresistibile (Do your worst), ma è altrettanto vero che il bello arriva scorrendo la tracklist, con l'apice massimo che a mio modestissimo parere ti si schianta contro nella tripletta delineata dalle traccie numero quattro, Look away, cinque, Feral roots, e sei, Too bad.
Dentro il mood sfrontato e arrogante dei RS ci sento tanto rock del passato, magari non necessariamente nei pattern copia carbone, ma sicuramente a livello dell'impatto emotivo di gruppi quali Rolling Stones, Led Zeppelin, Black Crowes, Bad Company, ma anche Black Keys di El Camino (Sugar on the bone è in questo senso inequivocabile).

Uno dei dischi del 2019? 
Pur essendo solo a Marzo, io azzardo un sì convinto.