giovedì 6 agosto 2020

The collector (2009)

The Collector (2009) - Film - Movieplayer.it

Un operaio, brav'uomo ma strozzato dai debiti, decide di rapinare la cassaforte di una casa borghese da lui appena ristrutturata, approfittando del fatto che i ricchi possessori sono partiti per le vacanze. Mai idea si rivelerà più sbagliata, visto quello che troverà all'interno dell'abitazione.

The collector è un film che vorresti mollare già ai titoli di testa, che sembrano quelli di un telefilm tipo CSI, o quando è chiaro che, complessivamente, la messa in scena lascia a desiderare. 
Resistendo alla visione, pur tra incongruenze ed illogicità tipiche degli slasher, emerge un onestissimo B movie, sadico e crudele, con un villain azzeccato e ovviamente inarrestabile, ettolitri di sangue e un finale magari già visto, ma cattivissimo.
Nonostante le apparenze da prodotto direct-to-video, il film è uscito nelle sale americane ed ha avuto anche un seguito (The collection), forse perchè il regista, Marcus Dunstan, si "è fatto un nome" girando gli ultimi capitoli di Saw, franchise di cui questo The collector avrebbe potuto essere il prequel, se la produzione non avesse accantonato l'idea.

Per una serata a pop corn e jumpscare.

lunedì 3 agosto 2020

Liberato, Liberato (2019)

Liberato : CD album di Liberato | LaFeltrinelli

Ha creato e sta tutt'ora creando molto hype l'elemento mistero attorno al progetto Liberato, visto che non è nota l'identità della persona che si cela dietro il nome dell'artista. Per quanto mi riguarda, la cosa non mi tange minimamente, come direbbe il buon Danny Glover in Arma letale: sono troppo vecchio per queste stronzate, e ne ho viste troppe per trattenere il respiro di fronte ad un'operazione di marketing studiata a tavolino.
Non è questo ciò che conta, così come la modalità di rilascio delle tracce, anche questa in linea con un'attenta strategia moderna, che ha visto pubblicare su youtube i singoli pezzi a partire dal febbraio del 2019, con interesse e successo sempre più crescenti.

La cosa importante è sempre e solo la proposta musicale, e in questo senso Liberato fa centro, grazie ad un elegante confezione musicale in ambito modern errebì, con sconfinamenti dichiarati nel dance floor o nel reggaeton, se non nella canzone napoletana. Da un punto di vista lessicale, Liberato fa sua, enfatizzandola, la commistione tra dialetto e lingua inglese lanciata dalla posse di Pino Daniele più di quarant'anni fa, aggiungendo occasionalmente anche qualche sconfinamento in America Latina. 

Le liriche abbracciano esclusivamente temi legati a relazioni sentimentali, sia che si soffermino su idilli amorosi che, viceversa, su abbandoni. La forma canzone si prende tutte le libertà del caso, fuori dai recinti di strofe e ritornelli il cantato viaggia in libertà su beat quasi sempre rilassati, ripetendo ossessivamente alcuni mantra lirici, quasi delle nenie che subdolamente ti si inchiodano in testa.
Succede così che ti trovi come un pirla a canticchiare in continuazione Nove maggio; Tu me faje ascì pazz'; Intostreet o Tu t'è scurdat' 'e me.
Produzione e arrangiamenti molto trendy e contestualizzati ai mood d'oltreoceano, il che fa pensare a tutto meno che ad un parvenu.

Indubbiamente degno di attenzione.

giovedì 30 luglio 2020

Noi (2019)

NOI: trailer, trama e data del thriller di Jordan Peele

Era attesissimo alla seconda prova cinematografica Jordan Peele, dopo il botto dello straordinario Scappa - Get out.
E l'ex comico e nuovo, pare già influentissimo, cineasta americano non si è fatto prendere dall'ansia da prestazione sfornando un altro gioiellino, ancora una volta curandone sceneggiatura e regia (oltre che, in parte, produzione).

La storia inizia nel 1986, in un luna park su un lungo litorale. Una bambina, approfittando di un momento di distrazione dei genitori, si allontana da loro finendo in un'attrazione tipo "casa degli specchi" dove vede un'altra bambina, del tutto identica a lei.
Salto in avanti, ai giorni nostri, la bambina è cresciuta, è diventata madre, ed ha una famiglia composta, oltre che dal marito, da due figli (maschio / femmina) con i quali si sta recando nella stessa località marittima dell'antefatto, dove, inevitabilmente il passato tornerà a tormentarla.

Se con Scappa - Get out Peele aveva ripreso la solida tradizione del cinema di genere usato per lanciare messaggi politici, qui torna a farlo con ancora più forza, usando il suo film come una clava per parlare dell'iniqua distribuzione delle risorse in America e di quella vasta parte della popolazione senza accesso alla minima possibilità di crescita sociale, come in un gioco a somma zero, dove qualcuno vince tutto ed altri, di riflesso, perdono ogni cosa.
Tuttavia, anche per chi non cerca sottotesti e vuole semplicemente essere intrattenuto da una produzione di ottima qualità, Noi funziona a prescindere, in virtù di messa in scena, recitazione suspance non banali. 
E anche se i più navigati sgameranno in anticipo il colpo di scena finale, a mio parere non è questo l'elemento che guasta la visione perchè, sempre a mio modestissimo parere, il genere è solo un pretesto per parlare di ben altro.

lunedì 27 luglio 2020

Green Day, Father of all motherfuckers

Father Of All Motherfuckers : CD album di Green Day | LaFeltrinelli

Prima di iniziare a scrivere questa recensione sono andato a controllare la discografia dei Green Day perchè, onestamente, non ricordavo quale fosse l'ultimo disco della band che avessi ascoltato.
Ebbene, al netto di un ascolto distratto del trittico Uno, Dos, Tre, ero fermo al 2009 con 21Century breakdown. E, convinto che i Green Day avessero già dato il loro meglio, avrei continuato ad ignorare Billy Armstrong e soci, non fosse stato per la recensione di Father of all motherfuckers dell'amico blogger Ale/Jumbolo che ha avuto la capacità di incuriosirmi.
Grazie a lui quindi, che mi ha fatto accendere un riflettore su questo album, che, lo dico in premessa, ho trovato sorprendente e divertentissimo.

I Green Day infatti, dopo oltre tre decenni di attività riescono in un'operazione che rinfresca il loro sound come un'inaspettata secchiata d'acqua gelata, abbandonando il loro pop punk per buttarsi in una eccitante rivisitazione di un sound che definirei figlio di un certo tipo di musica americana anni 60/70, imbastardita dal rhythm and blues come dal pop nero mainstream e dal garage rock.
Dimenticate quindi la stentorea ed inconfondibile attitudine al canto di Armstrong, che rendeva immediatamente riconoscibile qualunque pezzo dei Green Day, e tuffatevi in una tracklist composta da dieci pezzi (per meno di mezz'ora di durata), carichi di attitudine e farciti di urletti, battimano, voci in falsetto e ritmo, al punto che ad un primo ascolto l'opera sembra partorita dalla mente di Dan Auerbach, tanto il patchwork musicale conduce ai Black Keys post El camino.
Un grande dimostrazione di coraggio quindi, da parte della band, che cancella il proprio brand stilistico per buttarsi, e gettare l'ascoltatore, in un turbinio di musica che sfido chiunque ascolti l'album al buio a ricondurre ai Green Day.
Dieci tracce, dicevamo, aperte dalla title track, che ricevono un'incredibile forza propulsiva da pezzi come Fire, ready, aim, da Oh yeah, che inizia come un pezzo delle Ronettes, o da I was a teenage teenager che celebra senza formalismi i Ramones o ancora dallo sfrenato rock and roll Stab you in the heart.
I richiami ad una certa stagione radiofonica americana sono ricorrenti anche in alcuni riferimenti dei testi, come quel Meet me on the roof, che potreste trovare in molte canzoni dei sessanta, o la classica invocazione soul "can I get a witness" , immancabile nelle esibizioni degli artisti soul (qui richiamata in Take the money and crawl).
E il timbro classico Green Day? E' diluito in qualche canzone, come vaniglia nel caffè freddo: un approccio al ritornello, un break di batteria, qualche riff, mentre emerge più forte in un paio di pezzi più classici, non a caso inseriti in coda alla tracklist (Junkies on a high e Graffitia).

Insomma, Father of all motherfuckers è un disco festoso ed audace, non mi sovvengono molti altri gruppi di primo piano che, dopo aver creato in trent'anni di successi e riconoscibilità un marchio sonoro immediatamente identificabile, invece di persistere con l'ispirazione in riserva sparata (qualcuno ha detto Pearl Jam?) abbiano archiviato orgoglio e confort zone per cambiare ogni cosa .
Che si tratti di un episodio, per tornare poi alle origini, o un cambiamento più strutturale, nulla potrà minare una rinnovata credibilità che i Green Day, almeno per il sottoscritto, hanno riconquistato in ventisette minuti di musica. 
Grandi.

giovedì 23 luglio 2020

El camino (2019)

El Camino - Il film di Breaking Bad - Film (2019) - MYmovies.it

Sembra passato un secolo da quando seguivo con fanatismo alcune serie televisive. Sembra un secolo, eppure sono solo pochi anni.
Breaking Bad  è senza dubbio una di quelle con la qualità maggiore e che più mi ha appassionato tenendomi col fiato sospeso, episodio dopo episodio, stagione dopo stagione.
Non ho seguito lo spin-off/prequel di Better call Saul (che mi dicono comunque essere molto buono) perchè, come già detto, non mi sconquiffera più "impegnarmi" a lungo con una serie, e però, per il motivo esattamente opposto, non avevo grosse scuse per non vedere 
il definitivo (?) epilogo di Breaking Bad, vale a dire El Camino, proposto in un unico film da due ore, nel quale ci viene svelato il destino di Jesse, dal momento esatto in cui fugge dalla sua prigionia, grazie al piano congegnato da Walt. 
Attraverso diversi flashback (che si prendono la metà del film) andiamo ulteriormente a scoprire le agghiaccianti condizioni psicofisiche e le continue umiliazioni a cui era sottoposto Jesse durante la sua prigionia, con particolare attenzione al suo rapporto con lo psicopatico carceriere Todd.

Che dire, fa un certo effetto rituffarsi nelle atmosfere di Breaking Bad e rivedere parte dei characters che ci hanno allietato per tanto tempo. Qualcuno immutato nonostante i sei anni trascorsi, come Badger (interpretato da Matt Jones), Skinny Pete (Charles Baker) o lo stesso, strabiliante, Walter White (Bryan Cranston), altri leggermente gonfi quando, per il ruolo, avrebbero dovuto essere emanciati (Jesse/Aaron Paul), qualcuno proprio inquartato (Todd/Jesse Plemons).
El camino è senza dubbio un prodotto televisivo, ma non è privo di alcune anomalie, rispetto alla norma di riferimento, come ad esempio l'utilizzo dei classici campi larghi marchio di fabbrica della serie (le sequenze nel deserto) o la pressochè totale assenza di personaggi femminili.
Per quanto concerne la costruzione della storia, il film si prende il suo tempo (scelta apprezzabile), assecondando la pigrizia degli scenari sullo sfondo e conducendoci passo passo nel disperato tentativo di Jesse di fuggire dalla polizia e da un destino che sembra ineluttabile. 
Insomma, un epilogo coerente e decoroso (non era scontato fosse così).

Il film segna anche l'ultima interpretazione di Robert Forster, storico attore americano rilanciato da Tarantino con Jackie Brown, deceduto purtroppo proprio qualche giorno prima del lancio del film.

lunedì 20 luglio 2020

L.A. Guns, The devil you know (2019)

L.A. GUNS - The Devil You Know

Sarà che il ferro va battuto finchè è caldo oppure che c'è un nuovo contratto (con la Frontiers) da onorare, ma i ritrovati LA Guns, a soli diciotto mesi di distanza dal comeback album The missing peace, l'anno scorso sfornano un nuovo lavoro: The devil you know.
E se il disco della riappacificazione Tracii Guns/Phil Lewis aveva dato importanti segnali di vitalità, quest'ultimo pezzo della storia (travagliata) della band deflagra in modo ancora più forte, presentandosi come una vera e propria fucilata.
Infatti, dalla partenza lanciata The rage, per tutte le dieci tracce dell'edizione standard dell'album, le Pistole di Los Angeles non concedono un attimo di respiro all'ascoltatore, con il loro sleaze sempre molto  più orientato all'heavy (impattato pienamente nella title track, con un break spezza colli) piuttosto che al melodic rock stile Aerosmith o all'AOR.
Posto che i confronti con le altre band più o meno "coetanee" di pari genere sono inevitabili, il benchmark con gli ultimi Motley Crue sarebbe così ingeneroso da far male a chi con quella band è cresciuto, tuttavia non si può evitare di rimarcare come, quando gli LA Guns, con Loaded bomb, invadono il campo da gioco di Sixx e soci  gli impartiscono una lezione esemplare su come si potrebbe ancora scrivere una eccitante Crue song nel XXI secolo.
Insomma, The devil you know è un disco stradaiolo, rumoroso, sporco, senza pezzi ruffiani e senza rallentamenti, fino alla conclusiva Another season in hell, una stupenda ballata elettrica e nervosa che ricorda così da vicino un certo tipo di composizioni metal degli anni ottanta da far piangere di commozione.

Mi guardo in giro ma non vedo competitors in grado di spostare questi LA Guns dal trono di sovrani dello sleaze metal. 

giovedì 16 luglio 2020

Chernobyl


Chernobyl - Serie TV (2019)

Ospito eccezionalmente una recensione non mia, ma dell'amica blogger ellepì, titolare, tra l'altro, de Le Sirene di Titano, blog di letteratura attualmente in pausa di riflessione.
L'eccezionalità è anche data dal soggetto, in considerazione del fatto che di norma lei non si occupi di serie tv. 
Evidentemente Chernobyl (che, colpevolmente, non ho ancora visto) meritava l'approfondimento che trovate di seguito.
Solo una piccola nota a margine: la serie ha debuttato a maggio 2019, ma è arrivata in chiaro, grazie a La7, solo qualche settimana fa, in pieno lockdown.


Trasmettere questa serie in un momento come l'attuale è stata probabilmente una scelta non facile, audace. Alcune caratteristiche della vicenda del Covid 19 richiamano inevitabilmente le conseguenze a breve termine che ebbe l'incidente sulla popolazione ucraina e mondiale: l'inconsapevolezza del pericolo favorita da una comunicazione omertosa, il panico che scaturisce sempre in situazioni di malattia di fronte a qualcosa di sconosciuto e inarrestabile, il fatto che i cari sparivano nelle corsie degli ospedali e non tornavano indietro. Altrettante sono le differenze: il fatto che Chernobyl fu un terrificante errore di valutazione i cui segni saranno portati dalla Terra e dalla popolazione per millenni (mentre la speranza è di battere il Covid 19 con un vaccino molto molto prima) e il fatto che l'incidente di fatto non sia veramente concluso, dato che il nocciolo della centrale continua a bruciare ancora oggi e così per migliaia di anni, e il famoso “sarcofago” che ora lo copre dovrebbe reggere per soli 100 anni, dopo di che bisognerà provvedere nuovamente.

“Chernobyl” è probabilmente il viaggio più realistico che possiamo fare in quella vicenda, anche per chi, come me, era ragazzino in quei giorni e ha vissuto in famiglia gli effetti della nube radioattiva che invase i cieli d'Europa, guardava i telegiornali ma era troppo giovane e troppo lontano da Chernobyl, per capire qualcosa che neanche gli adulti erano in grado di spiegarci, racconta senza retorica e consolazione gli eventi e come coloro che furono esposti direttamente alle radiazioni (sia subito dopo, durante le prime operazioni di soccorso, le indagini per comprendere l'accaduto e i lavori per evitare una fusione totale del nocciolo) non avessero alcuno scampo. Questo lo aveva ben presente  Valery Legasov, il chimico che si batté perché il pericolo fosse riconosciuto e affrontato dalle autorità e che denunciò l'omertà degli apparati di potere (che minimizzavano anche in presenza del capo di Stato, Gorbaciov) e l'inadeguatezza delle tecnologie nucleari sovietiche. La consapevolezza della condanna accompagna lo spettatore mentre segue gli operai della centrale, Legasov, il politico Boris Shcherbina, la scienziata Ulana Khomyuk e tutti gli altri personaggi impegnati nello sforzo di contenere le conseguenze dell'esplosione o che le subiscono, fantasmi in un mondo che non si vuole credere vero, in cui la carne è divorata dall'esterno e dall'interno e in cui non c'è una via di fuga, una salvezza.
“Abbiamo a che fare con qualcosa che non è mai accaduto prima su questo pianeta” dice Legasov a Shcherbina, è impossibile immaginare come si sentirono i politici, gli scienziati che erano consapevoli di quello che era accaduto, mentre la popolazione si muoveva senza riferimenti in una notte infinita. Tra loro vi era Lyudmilla Ignatenko, moglie di uno dei pompieri che per primi arrivarono alla centrale dopo l'esplosione (e tutt'ora in vita, nonostante tutto), seguì suo marito, trasportato in un ospedale a Mosca fino alla fine, orribile, in uno strazio che resta tra i ricordi indelebili di questa serie.

La realizzazione di questo progetto deve essere stata indubbiamente molto complessa, sia per la vastità dell'argomento, sia perché si tratta di un avvenimento realmente accaduto e, nonostante l'Unione Sovietica non esista più, il rischio che la serie si trasformasse in uno spot pro-democrazie occidentali o (peggio) in un colossal epico all'americana, una specie di Jurassic Park con la centrale nucleare nei panni del tirannosauro, era reale.
Gli autori hanno quindi scelto la strada giusta adottando uno stile documentaristico e ispirandosi alle atmosfere “Stalker”, prediligendo colori freddi e lunghe azioni senza dialogo, pur mantenendo un ritmo narrativo comprensibile a un pubblico occidentale. Questo equilibrio nella rappresentazione di una vicenda sovietica da parte di sceneggiatori, registi e attori occidentali non è scontato, perché se da una parte era necessario soddisfare il pubblico di HBO, altrettanto attraente era la prospettiva di superare il dato narrativo e storico, cosa che in parte avviene, soprattutto nella ricostruzione dei primi minuti successivi all'esplosione, nelle carrellate sui paesaggi che conservano  un'apparente, disturbante normalità. Solo talvolta, impercettibilmente quasi, l'equilibrio si spezza, qualcosa non torna in una situazione o in un tempo, un'inquadratura. Sono momenti, particolari, in generale tutto tiene alla perfezione, grazie a un lavoro di regia, scrittura, fotografia e montaggio fenomenali e alla bravura degli attori, tra cui i tre protagonisti Jared Harris (Legasov), Stellan Skarsgard (Shcherbina) che tra l'altro si candida come possibile interprete di  Boris Ieltsin in un futuro film, e la magnifica Emily Watson (Khomyuk).

I punti deboli della serie vengono a galla nell'ultimo episodio, in cui si ricostruisce il processo che consegnò tre colpevoli (pur colpevoli) alla storia assolvendo tuttavia lo Stato Sovietico. Nella puntata che vuole essere la vera chiave di lettura dell'accaduto, l'azione avrebbe potuto essere dilatata dando una lettura soggettiva e globale (filosofica?) alla vicenda e alle sue conseguenze, ma  viene compressa e si resta davvero un po' delusi da una conclusione tutto sommato frettolosa. Gli eventi della notte del 26 aprile 1986, prima di quel momento solo frammenti quasi sconnessi, vengono ordinati e -come in un telefilm poliziesco- finalmente collegati tra loro. Cosa e perché è successo, chi siano i responsabili: il racconto di Legasov è una sequenza costruita con un montaggio magnifico e la sua esposizione dei fatti ai giudici un brillante esempio di come si possa rendere comprensibile un argomento complicato all'interno di una narrazione. Ma quando Legasov arriva a denunciare le mancanze del  governo Sovietico, forse il pragmatismo prende il sopravvento. Sarebbe stato quello, a mio parere, il momento per osare e far partecipare completamente lo spettatore al dramma di Legasov, consapevole delle conseguenze della sua denuncia pubblica.         Si è scelta invece una conclusione abbastanza rapida, lasciando il discorso sulla Verità di Legasov come un aforisma quasi retorico (e non lo era).
Nella conclusione, quasi a completamento di questo finale, vengono raccontate con foto e didascalie le sorti dei protagonisti e scopriamo che Ulana Khomyuk è in realtà un personaggio creato per rappresentare tutti gli scienziati che lavorarono con Legasov e cercarono la verità sull'esplosione del reattore di Chernobyl. Saperlo a posteriori è un'ulteriore delusione, perché se fosse stato esplicitato, il personaggio avrebbe potuto assumere a pieno titolo la funzione di Coro Greco.


“Chernobyl” è comunque un capolavoro e un successo per chi l'ha creata , riuscendo a imporre temi, personaggi e ritmi decisamente non consueti nella televisione contemporanea, con una produzione capace davvero di suscitare forti sentimenti nel pubblico.

LP

lunedì 13 luglio 2020

Hot Country Knights, The K is silent

Hot Country Knights - The K Is Silent - Amazon.com Music

Disco di debutto per gli Hot Country Knights, nuova creatura del navigato countryman Dierks Bentley che bazzica con buoni risultati il genere da una ventina d'anni e nove lavori a proprio nome. 
Questa volta il buon Dierks mette assieme un progetto finalizzato all'aspetto più danzereccio del genere, con un disco di esplosivo e irresistibile honky-tonk.
La copertina e le note relative a questo progetto danno molto spazio all'aspetto parodistico della nuova incarnazione musicale, in realtà dentro le dieci tracce che compongono il disco c'è solo dell'ottimo country, e l'unica traccia inconsapevolmente grottesca è l'ultima, ma ne parleremo più avanti.
Prima occupiamoci di quanto di buono (ed è parecchio) c'è nell'album, contraddistinto da alcune tracce honky tonk devastanti, a partire da una Pick her up (featuring Travis Tritt) che farebbe cantare anche un muto, per poi passare all'altrettanto notevole Moose knuckle shuffle, alla tamarrissima Wrangler danger, a Mull it over e Kings of neon. Anche il lato ballate non scherza con Asphalt e Then it rained.
Tutta roba di alto livello dentro il genere, peccato per lo scivolone finale, uno di quei pezzi che provocano psoriasi immediata a chiunque non sia americano del sud. 
Si tratta di The USA begin with Us, un pezzo dal vivo (ammesso che sia davvero così, perchè suona farlocco anche in questo senso), nel quale Bentley invece di cantare si produce in un sermone al pubblico su quanto sia bello essere americano e di come, tra le altre cose, abbia nostalgia di quando le sue mutande erano made in USA invece che made in China, il tutto con lo stage che gli risponde al suono di U-S-A-! U-S-A-! . 
Una roba imbarazzante a livelli patologici, senza ombra di ironia volontaria, che risulta totalmente comica.
Non vorrei però che uno scivolone (almeno ai miei occhi) come questo metta in secondo piano un lavoro che per il 90% rappresenta forse il migliore e spensierato honky tonk che mi sia passato per le orecchie da molto, molto tempo.

giovedì 9 luglio 2020

Black tide - Un caso di scomparsa (2018)

Black Tide - Film (2018) - MYmovies.it

Abbiamo fatto tristemente il callo allo stravolgimento dei titoli originali dei film stranieri nella distribuzione italiana, ma il cambio del titolo di un film francese, con un titolo... in inglese è la novità che mancava. E' la seconda volta in poco tempo che mi capita, il precedente era Frères ennemies tradotto con l'inglese Fratelli nemici, ora è la volta di Fleuve noir (fiume nero), tradotto appunto con Black tide (marea nera). Forse gli autori di queste genialate non sanno della solida tradizione di noir / polar francese e pensano che il pubblico sia più attratto da un film se pensa sia americano. Chi lo sa. 

Dopo questa lunga e nerdissima premessa, vado al dunque.
A prescindere dal titolo, questo è un film (tratto dal romanzo Un caso di scomparsa dello scrittore israeliano Dror Mishani) davvero valido, come solo certi europei (o i non-americani, vista la nazionalità dello scrittore del romanzo) sanno fare, affrancandosi con autorevolezza dai modelli d'oltreoceano.
Seguiamo la vicenda di Francois Visconti (Vincent Cassel), comandante di polizia che viene incaricato delle indagini sulla scomparsa di un sedicenne, Dany. Visconti è un poliziotto totalmente allo sbando, alcolista patologico, lasciato dalla moglie, con un figlio coetaneo dello scomparso implicato in piccoli traffici di droga.
Scritta così è una trama già vista tante volte, ma in questo caso a fare la differenza è una trama ad orologeria, la progressione della storia, una sceneggiatura solidissima, un finale sconvolgente, amaro, ma al tempo stesso realistico. A fare la differenza è anche l'interpretazione di Cassel che, con il suo caracollare da sbandato, la faccia sfatta, i capelli sporchi incollati alla fronte, e i vestiti di due misure in più, al netto di qualche passaggio sopra le righe, fornisce un interpretazione indimenticabile. Non gli sono da meno Romain Duris, nel ruolo del sospettato principale e Sandrine Kiberlain, nella parte della madre di Dany.
Dei punti di forza del film ho detto, aggiungo che anche il fato dei due adolescenti, lo scomparso e il figlio di Visconti, che sarebbe stato trattato in maniera ben diversa e paternalistica in altre latitudini, qui trova un epilogo di grande efficacia.

Una perla per appassionati del vero noir.

lunedì 6 luglio 2020

MFT, maggio-giugno 2020

ASCOLTI

Body CountCarnivore
Brian FallonLocal honey
Buju Banton, 'Til Shiloh
Cirith UngolForever black
Code Orange, Underneath
CruachanA celtic legacy
Dead KennedysMilking the sacred cow
DissectionStorm of the light's bane
Hayseed DixieBlast from the grassed
Heaven Shall Burn, Of truth and sacrifice
Hot Country KnightsThe K is silent
Judas PriestPainkiller
Kingdom ComeST, 1989
Lady GagaChromatica
Lucinda WilliamsGood souls better angels
Mark LaneganStraight songs of sorrow
Matt WoodsNatural disasters
Ritmo TribaleLa rivoluzione del giorno prima
Steve Earle and The DukesGhosts of West Virginia
WolfmotherRock 'n' roll baby
Avatarium, The fire I long for
Black FlagDamaged

On the Road With Black Flag: Henry Rollins' 1986 Essay | SPIN


VISIONI

Il promontorio della paura (1962) (4/5)
Un milione di modi per morire nel west (2,5/5)
The irishman (4/5)
The aviator (3,5/5)
Titanium (3/5)
Hell or high water (3,5/5)
The rover (3,5/5)
Deathgasm (3,5/5)
La notte non aspetta (2,5/5)
Bright (2,5/5)
Runner runner (2,5/5)
Ready player one (3,75/5)
Sogno di una notte di mezz'età (2/5)
Il colpo del cane (3/5)
Confessioni di una mente pericolosa (3/5)
Agents secrets (1/5)
Blue ruin (4/5)
Green room (3,5/5)
Smetto quando voglio - Ad honorem (3,5/5)
Re per una notte (4/5)
Ultras (2020) (2,5/5)
Return to sender (2015) (1/5)
The Post (3,5/5)
Un figlio all'improvviso (1,5/5)
In Bruges (3,75/5)
Red (2008) (3,5/5)
La mia vita da vampiro (3,75/5)
These final hours (3,75/5)
Soldado (3,5/5)
La terra dell'abbastanza (3,75/5)
Spenser Confidential (1,5/5)
The road (3,5/5)
Hold the dark (3,5/5)
Cell block 99 - Nessuno può fermarmi (4/5)
Thermae Romae (3,5/5)
Undisputed (3/5)
Run all night - Una notte per sopravvivere (2,75/3)
Kill the irishman (3/5)
The raid 2 (4/5)
44 inch chest (2,75/3)
Time to hunt (3,75/5)
Il tunnel dell'orrore (1981) (3/5)
Fast & Furious - Hobbs & Shaw (2,25/5)
Un uomo qualunque - He was a quiet man (2/5)
Alita - Angelo della vendetta (3,5/5)
Gemini man (2/5)
The vanishing - Il mistero del faro (3/5)
Una sull'altra (3/5)
Triple frontier (2,5/5)
Fratelli nemici - Close enemies (3,5/5)
Q&A - Terzo grado (4/5)
Ubriachi d'amore (2019) (1/5)
I peggiori (3/5)
Promise land (2012) (3,5/5)
C'eravamo tanto amati (5/5)
Rapinatori (3/5)
Da 5 Bloods (2/5)
Black tide - Un caso di scomparsa (4/5)
The factory (2012) (3/5)
Il grande salto (2019) (3/5)
La prima pietra (3/5)
Le verità sospese (2/5)
Un maledetto imbroglio (4/5)
Niente da nascondere (4/5)
Caos (2005) (1,5/5)
I miserabili (3,5/5)
Timecrimes (4/5)
Ormai è fatta! (3/5)
Le mani sulla città (5/5)

Francesco Rosi - Le mani sulla città 1963 | Documentari, Cinematografia,  Città

Visioni seriali

Mindhunter, st. 1 e 2 (3,5/5)

LETTURE

Joseph Heller, Comma 22
Filippo Pagani, Dr Feelgood

giovedì 2 luglio 2020

Ritorno al cinema! (+ I miserabili)

Qualche tempo fa avevo mestamente pubblicato un post nel quale lamentavo la chiusura del bel multisala della mia città. Per pigrizia o semplice dimenticanza non ho più aggiornato il blog su questa vicenda, che è finita bene, dato che la struttura cinematografica è stata poi rilevata da uno dei marchi più autorevoli e seri in questo ambito (quindi non UCI...), che l'ha rilanciata.
Di conseguenza ho ripreso con una certa regolarità a frequentare il cinema, finchè non è arrivato lo stramaledetto coronavirus a fermare tutto.
La novità è che da qualche giorno sono accessibili le arene estive, e da noi c'è uno spazio davvero suggestivo per vedere i film sotto le stelle (come potete vedere qui sotto), e così, ad oltre quattro mesi dall'ultima volta (nella quale se le mie liste non mentono avevo visto il pessimo Birds of prey), sono tornato a sognare su grande schermo.



L'occasione era imperdibile non solo per un aspetto affettivo ma soprattutto perchè il film in programmazione era ben evidenziato nella mia lista di titoli da vedere.
Si tratta de I miserabili, che non è l'ennesima trasposizione del romanzo di Hugo, ma che con quell'opera ha volutamente punti di contatto, non solo per la location in cui si svolge la storia (Montfermeil), ma anche per l'afflato sociale e lo sguardo disincantato sui bambini di strada, trasportato dal XIX al XXI secolo, che la contraddistingue.

La macchina da presa (molto spesso a mano) sta costantemente addosso ai protagonisti di questa storia, da una parte tre poliziotti della BAC (Brigata Anti Criminalità) che pattugliano le strade delle periferie più pericolose di Parigi, quelle della Banlieu 93, dall'altra l'umanità varia, soprattutto ragazzini, che popolano quegli alveari abitativi. Della squadra di agenti fanno parte Chris, poliziotto "cattivo", violento e senza scrupoli; Gwada, storico partner di Chris, di origini africane e di religione musulmana, che cerca di mediare gli eccessi del collega, e Ruiz (interpretato da Damien Bonnard, Dunkirk e L'Ufficiale e la spia)  l'ultimo arrivato, la parte "buona" del gruppo.
Il punto di svolta della storia avviene quando un ragazzino, Issa (interpretato con straordinaria espressività dal piccolo attore Issa Perica) che vive più per strada che in famiglia, ruba un cucciolo di leone da un circo, i cui proprietari minacciano azioni violente contro tutta la comunità nel caso l'animale non fosse ricondotto da loro.
Da qui un'esacaltion di avvenimenti che segneranno per sempre la vita di Issa e di tutti i protagonisti della vicenda, fino al claustrofobico finale.

Film pluripremiato in Francia e candidato all'Oscar, questo I miserabili è sicuramente una produzione valida, che punta i riflettori su un pezzo di società francese con le sue infinite problematiche e le tante contraddizioni, riuscendo (in questo il regista e co-sceneggiatore di origini maliane Ladj Ly è molto efficace) a non prendere quasi mai le parti di una o l'altra fazione. Certo, le denunce sui metodi della polizia sono esplicite (molto bravo in questo senso il poliziotto Chris, interpretato da Alexis Manenti), ma anche l'ipocrisia di chi dovrebbe tutelare la comunità della banlieu e invece tenta di trarne guadagno è resa bene. Chi ne esce meglio è la comunità islamica, Imam ed ex delinquenti che cercano, attraverso gli insegnamenti del Corano, di togliere i ragazzini dalla cattiva strada. 

Insomma, I miserabili di Ly dà l'impressione di voler intrecciare il romanzo di Hugo con I 400 colpi di Truffaut e, inevitabilmente,con L'odio di Kassovitz, riuscendo in qualche modo nella suggestione, ma, per quanto mi riguarda, almeno dopo una singola visione, senza l'esaltazione critica che ho letto in giro.

I Miserabili - Film (2019) - MYmovies.it

lunedì 29 giugno 2020

Avatarium, The fire I long for (2019)

AVATARIUM - The Fire I Long For

Tra le tante formazioni che si rifanno al classic metal, gli svedesi Avatarium sono forse tra quelle che sono riuscite maggiormente ad imporre un sound riconoscibilissimo e sufficientemente personale. La band, che nasce su impulso del bassista Leif Edling, ex Candlemass, che rimarrà negli Avatarium lo spazio dell'album di debutto, pur mantenendo l'impronta stilistica doom, anche grazie all'inconfondibile contributo della singer Jennie-Ann Smith è riuscita a muovere su territori meno rigidi del genere coniato dai Black Sabbath (sempre presenti comunque, nei fraseggi di chitarra di Marcus Jidell).

The fire I long for (titolo poetico e suggestivo) è il quarto frutto in sei anni del combo, che non cade troppo lontano dal robusto albero del mood che ha contraddistinto i precedenti lavori (soprattutto Hurricanes and halos, del 2017), una costante tensione drammatica, testi molto evocativi, viaggi anche lisergici cuciti tra le chitarre di Jidell e le tastiere di Rickard Nillson. 
Mancano forse i pezzi più lunghi e blues oriented del disco precedente (mi sovvengono Medusa, The sky at the bottom of the sea; When breath turns to air), "compensati" da una maggiore fruibilità dei pezzi, alcuni dotati di potenziale mainstream, come Rubicon; Lay me down; Shake that demon, mentre la title track è forse il brano dotato di maggiore pathos e componente onirica.
Un buon album, che ha forse il limite di non aggiungere molto alla carriera del gruppo, non gli fa compiere un salto commerciale ne è coraggioso a sufficienza per stravolgere quanto fatto finora. Tuttavia, come scritto in premessa, la band ha un suo stile definito ed immediato. 
E di questi tempi non è davvero poco.

giovedì 25 giugno 2020

Da 5 Bloods

Da 5 Bloods dal 12 Giugno su Netflix il film di Spike Lee

Raramente mi sono trovato così in disaccordo con la critica cinematografica in merito al giudizio di un film. Mi è successo con Da 5 Bloods, il nuovo Spike Lee, uscito da poco per Netflix, indiscriminatamente incensato dai recensori e per me al limiti dell'inguardabile.
Il dito del regista americano è rivolto verso la più grande ossessione americana, il Viet Nam, ma indica, questo è evidente, la luna della questione razziale e discriminatoria dei neri americani. Il plus sta sicuramente nell'aver inserito elementi di contrasto alla consueta narrazione della comunità nera, come ad esempio un protagonista afroamericano (Paul/Delroy Lindo) a sua volta trumpiano e intollerante (verso messicani ed asiatici), a far riflettere su come il seme del razzismo continui a germogliare ovunque, analogamente a quello del rancore dei vietnamiti per le crudeltà commesse dall'esercito USA. Se vogliamo parlare degli elementi positivi della pellicola dobbiamo però fermarci qui, perchè per il resto l'impianto filmico è di una bruttezza talmente rara da pensare che l'abbia girata il criceto di Spike, mentre regista faceva trekking nella foresta.

D'accordo, la trama (cinque veterani della guerra in Viet Nam tornano nel Paese asiatico per recuperare una cassa di lingotti d'oro - sic!- e trovare le spoglie del loro amico e leader morto in battaglia) è solo una scusa, un gigantesco MacGuffin, per parlare delle tensioni odierne, però si sarebbe potuta fare la stessa operazione con una storia e una messa in scena degne di tale nome e della storia di Lee.
Evidentemente la verosomiglianza con la realtà non interessava il regista che (SPOILER)  manda cinque settantenni nella giungla, li fa inciampare in centinaia di lingotti d'oro "sepolti" da cinquant'anni sotto due centimetri due di terriccio e lo stesso fa con i resti dell'amico, ritrovati nelle medesime modalità, con ancora la piastrina col nome al collo. Poi li fa saltare su mine inesplose, li piazza in un conflitto a fuoco che è un massacro di americani, vietnamiti e francesi dai quali i superstiti non subiscono conseguenze penali e se ne tornano sorridenti e miliardari in America. 
Le cinque o sei persone che leggono questo blog sanno benissimo il mio posizionamento politico, quindi non devo stare qui ad affermare quanto concordi con lo Spike pensiero, ma, davvero, qualche anno fa il Maestro avrebbe scelto forse metafore più colte di un berretto con lo slogan di Trump ("make America great again", in realtà rubata da un discorso di Reagan) gettato sul cadavere di un nero, per fare denuncia sociale.

Film dal messaggio politico forte e totalmente condivisibile che però si mangia tutto il resto. Peccato.

lunedì 22 giugno 2020

Body Count, Carnivore

BODY COUNT - Carnivore

Da quando, nel 2014, Ice-T, assieme al fido chitarrista Ernie C, ha definitivamente riattaccato la spina al progetto Body Count, sono ben tre gli album usciti in sei anni. D'altro canto Ice-T è un uomo impegnato. Non tanto dalla sua carriera di rapper, sostanzialmente interrotta dal 2006, ma da quella di attore, ben più intensa, nella quale l'artista del New Jersey ha già partecipato a un centinaio tra film e serie TV, dal 1984.
Ma noi ai Body Count siamo particolarmente affezionati, da quel debutto cattivissimo e sboccato scolpito a fuoco nella memoria (io l'ho scoperto un pò in ritardo...) a questo Carnivore, qualcosa è cambiato, ma l'attitudine è sempre quella, si pesta giù sempre duro, nella commistione tra rap e metal più autorevole (e resistente) che c'è in giro.
Si preme play e la title track attacca i vegani come nell'immagine della copertina di Vulgar display of power dei Pantera, cioè con un metaforico pugno in faccia. Il pezzo non è tra i puoi veloci, qualche urlo in growling e tanto spazio ad Ernie C, alla chitarra, ma insomma, Ice-T, come da costume non le manda a dire.
La tracklist di undici pezzi è messa assieme con diverse collaborazioni, una cover ed alcuni recuperi di vecchie tracce del periodo rap. 
Capitolo ospitate: per Point the finger troviamo Riley Gale dei grandi Power Trip e dentro Another level il duetto è con Jamey Jasta degli Hatebreed. 
C'è poi la cover di Ace of spades dei Motorhead, aperta da un breve spoken di ricordo per Lemmy, suonata alla grande con tutti i Motorhead superstiti. L'iniziativa è più che apprezzabile, ma se Ice-T avesse scelto un pezzo meno sputtanato e stra-noto? 
Nei recuperi del periodo rap, sottoposti alla cura Body Count, ci sono l'indimenticabile Colors, pezzo portante del film omonimo del 1988 di Dennis Hopper con Sean Penn e Robert Duvall che per la prima volta portò al grande pubblico la "guerra" di L.A. tra le gang dei Crips e dei Bloods, e addirittura il primo successo di Ice-T, quel 6 in tha morning del 1987 sempre gentilmente dedicato ai ragazzi della LAPD.
I pezzi da headbanging selvaggio (pericoloso per rocker della mia età...) sono sicuramente Another level e  Bum rush.
Tra influenze hardcore-punk, thrash, doom, sludge e passaggi alla Rage Against The Machine, mi sembra che anche questa volta ci sia tutto.
Non il disco dell'anno, ma restate indifferenti, se potete.

giovedì 18 giugno 2020

Vita da vampiro (2014)

Vita da vampiro (2014) - Streaming | FilmTV.it

Dopo Deathgasm, un altro film neozelandese che è già diventato un piccolo grande culto.
Vita da vampiro (in originale What we do in the shadows, con questo titolo è stata lanciato anche uno spin-off sotto forma di serie tv) esce nel 2014, ma da noi arriva direttamente in home video solo quattro anni dopo e, attraverso lo stile mockumentary, racconta la storia di un gruppo di vampiri molto diversi tra loro per età (sarebbe più corretto dire epoche), abitudini, stili di vita e cultura, che condividono una casa a Wellington e che, per un certo periodo di tempo, vengono "seguiti" costantemente da una troupe cinematografica.
La macchina da presa li tallona nel quotidiano (che comprende ovviamente i loro "pasti"), nei loro spostamenti, nelle trasformazioni e nei (difficili) rapporti sociali.
Il film è una delle cose più divertenti viste negli ultimi anni. 
Se dovessi segnalare le sequenze più spassose non basterebbe lo spazio che di norma riservo a questi post, tuttavia cito, per sommi capi: il rapporto con l'umano tuttofare Stu; l'iniziazione ad internet; la masturbazione di Viago dentro la bara; il rapporto di odio/amore con i licantropi e con le altre creature del male; l'incredibile festa tra freaks. 
Ma è davvero l'intera messa in scena a risultare irresistibile, a partire dai racconti autobiografici di presentazione dei vampiri.
I protagonisti principali, Viago e Vladislav (interpretati dai due registi Taika Waititi e Jemaine Clement) sono caratteri che difficilmente dimenticherete nel loro essere al tempo stesso naif, ingenui e, quando serve, spietati, ma sempre nel modo più infantile, spontaneo, aristocratico e naturale possibile.

Imperdibile.

lunedì 15 giugno 2020

Matt Woods, Natural disasters (2019)

Natural Disasters by Matt Woods on Amazon Music - Amazon.com

Doveroso recupero sull'anno appena passato, quello del quarto disco del countryman Matt Woods (lo specifico perchè con lo stesso inflazionato nome esistono almeno un DJ e un bluesman), artista al quale sono legato per motivi che non ricorderò più per evitare di essere inutilmente ripetitivo (ma se proprio volete, trovate tutto qui).
Con Natural disasters Matt Woods prosegue orgoglioso a dipingere sulla sua tela paesaggi di un'America affollata di personaggi alla deriva, intrappolati in una vita che, come nei più realistici film noir, è segnata e senza sbocchi, incastrata dentro lavori di fatica malpagati o impigliata dentro quella piccola criminalità che conduce inevitabilmente al carcere. 
In sintesi Woods è il cantore del sogno spezzato, come racconta lui stesso senza troppi giri di parole in una The dream, la cui strofa, per un particolare corto circuito tra maestro e alunno, è modellata esattamente sul pattern di Johnny 99 di Springsteen, un'altra canzone di disperazione quotidiana nelle provincia USA.

In questo disco però Matt sposta il baricentro del suo stile verso un country rock in cui il prefisso viene oscurato a favore di una maggiore esigenza blue collar, come risulta evidente dal biglietto da visita dell'opener Blue-eyed wanderer.
Si perde insomma un pò di introspezione e si guadagna in termini di impatto, ma il messaggio non cambia. Lo sguardo da street poet del cantautore è ben focalizzato sui mali della provincia, individuando negli ottanta reganiani le cause di questo disastro (Sitcoms) per arrivare, con Cold civil war, all'analisi della situazione attuale (torna lo spettro dell'ex attore presidente: "Dad votes Reagan afraid of the nukes/ Made sure that momma did too/ We grew up watching live on TV/ what fear can make people do").
Natural disasters è, a suo modo, un (altro) disco di denuncia, ma sarebbe un errore pensare ad un mattone inascoltabile, perchè viaggia saldo sui binari di un rock popolare che non rinuncia mai alla melodia e, spesso, al ritornello catchy. Hey, heartbreaker, ad esempio, col suo essere sospesa tra i REM e i Counting Crows, fosse uscita nei novanta sarebbe stata un singolo di sicuro successo radiofonico.
E invece niente, Matt Woods continua a fare dischi belli e ispirati, che escono sottotraccia, ignorati dal pubblico. Speriamo vivamente che non si arrenda, il folk rock americano, soprattutto di questi tristi tempi, ha disperatamente bisogno di uno come lui.

giovedì 11 giugno 2020

Jeremy Saulnier: Blue ruin e Green Room

Torno al recente format "un regista per due film". 
Dopo S.C. Zahler passo ad un altro giovane e molto interessante film director.
Jeremy Saulnier (Virginia, 1976), che di certo abbraccia un campo di interessi non paragonabile a quelli di Zahler, ma che dietro alla macchina da presa e davanti ad foglio bianco dimostra indiscusso talento.
I suoi due film che ho visto in sequenza sono Blue ruin, del 2013 e Green room di due anni successivo, entrambi disponibili sulla piattaforma Amazon Prime.

Blue Ruin (2013) - Streaming | FilmTV.it

Dopo il film a low budget Murder party, molto ben accolto dalla critica ma quasi totalmente ignorato dal pubblico, Saulnier è praticamente rassegnato a dover abdicare da ogni aspirazione di carriera nel cinema. Fortunatamente gli amici e i colleghi lo spronano a non desistere, e in particolar modo l'attore Macon Blair lo incoraggia, non solo dal punto di vista morale ma anche da quello economico ad investire in nuovo film, colpito dall'intensità di una sceneggiatura che il regista gli ha fatto leggere. Nasce così Blue ruin, altro progetto a basso costo, in buona parte finanziato dallo stesso Saulnier e da Macon, al quale viene affidato il ruolo da protagonista.
Assistiamo alla vicenda di Dwight (Macon Blair), talmente sconvolto dall'omicidio dei suoi genitori da essersi ridotto a vivere alla giornata e ad usare come casa la sua vecchissima auto.
Il punto di svolta per la vita di Dwight (e per il film) è la notizia che l'assassino dei genitori sta per essere scarcerato. Questo dona finalmente a Dwight uno scopo, quello di rintracciarlo e ucciderlo, per fare giustizia e trovare una sua serenità. 
Ma se vi aspettate un revenge movie ottuso e fascista siete fuori strada, perchè questo è davvero solo lo spunto iniziale della pellicola (non credo di spoilerare troppo se rivelo che il confronto tra il protagonista e la sua vittima si conclude già nei primi venti minuti di narrazione) che presto si apre ad altri, tragici scenari.

Blue ruin è un'opera che non fa mai pesare allo spettatore la propria limitatezza di mezzi. Saulnier ci mostra la faccia di un'America che gli appassionati di crime conoscono, ma che, per ovvie ragioni, non è quella più nota. Un'America di provincia povera, individualista, violenta e border line, nella quale ognuno rivendica e pratica il proprio diritto ad avere in casa non solo un'arma, ma un vero un arsenale, quasi aspettando con impazienza la possibilità di usarlo, magari per un banale sconfinamento di confine (tema questo che tornerà, forte, nel successivo Green room) in modo da non dover rischiare praticamente nulla con la legge, neanche fossimo ancora nelle terre di confine dell'800 tanto celebrate dalla filmografia western.
Il film ha un passo lento, che segue i tempi del disadattato protagonista, con improvvisi scoppi di violenza, tanto efficaci quanto imprevedibili, rispetto al mood della storia.
I personaggi sono tutti estremamente credibili, così come l'esito dell'odissea di Dwight. Personalmente non ho visto analogie con Hitckock o i Cohen, come altri (ben più titolati di me) hanno fatto, piuttosto, anche qui, nella messa in scena, nei paesaggi, nella sporcizia delle immagini e nella storia, con certo cinema dei settanta che poteva permettersi tempi e modi oggi totalmente  indigesti per la gran massa del pubblico moderno.

Green Room | Recensissimo

Nel 2015 Saulnier scrive e dirige Green room, la storia degli Ain't Rights, una band hardcore punk che si arrabatta in giro per l'Oregon su un furgone scassato per pochi dollari di compenso, in locali di infima categoria, senza riuscire mai ad andare nemmeno in pari, al punto che è sul punto di sciogliersi.
Per riparare all'annullamento di una data prevista, un loro conoscente gli organizza un concerto in un locale sperduto nei boschi di Portland, ritrovo abituale di skinhead, neo-nazisti e suprematisti bianchi. La band è ovviamente perplessa, ma la prospettiva di un buon cachet e la presenza in cartellone di un gruppo noto (i Cowcatcher) li convince a mettersi in viaggio.
Gli Ain't Rights suonano il loro set, vengono regolarmente pagati, ma quando tornano in camerino per recuperare le proprie cose assistono a qualcosa che gli impedirà di lasciare il posto, mettendo a rischio la vita di ognuno dei componenti del gruppo, barricato nel camerino.

Fosse anche un film brutto, questo Green room, basterebbe la scena nella quale gli Ain't Rights decidono di suonare in faccia a decine di nazistoidi Nazi punks fuck off dei Dead Kennedys, per fargli guadagnare pieno rispetto. Così come, per ogni appassionato di musica, la scena dove viene proposto il consueto gioco sull'unica band da portare sull'ipotetica isola deserta, il cui nome cambia radicalmente in condizioni normali piuttosto che in punto di morte. Ma siccome un film in cui si suona in faccia alla feccia nazista quella canzone dei Dead Kennedys non può in alcun modo essere un brutto film, ecco che quelle sequenze  rappresentano solo l'antipasto di un'opera tesa, violenta e angosciante.
Rispetto a Blue ruin, questo lavoro di Saulnier viaggia veloce su un ottovolante adrenalico e con una tensione che non ti molla mai.Qualcuno, dovendo dargli un genere, lo definisce un horror, a me sembra, nonostante, certo, il sangue scorra a fiumi, di essere dalle parti del film d'assedio, Carpenter docet, anche per i riflessi sociali e politici radicati nella rappresentazione.
L'attore feticcio (nonchè amico del cuore) Macon Blair interpreta qui un ruolo secondario, ma importante, quello del gestore del locale con un ruolo incerto nell'organizzazione di suprematisti agli ordini di un misurato ma forse proprio per questo terrificante Patrick Stewart, nei panni di Darcy Banker.
Il ruolo di Darcy è centrale nel film. Infatti nonostante tutto l'odio che possiamo provare per questa gente con le svastiche tatuate sul corpo, dal film risulta evidente come molti di loro siano ragazzi persi, catturati nella rete di un pericoloso affabulatore che ha dato loro una causa e un gruppo nel quale riconoscersi. Bene anche i protagonisti principali Anton Yelchin (nei panni del chitarrista Pat) e Imogen Poots (Amber). Insomma, un ottimo film, meno autoriale ma più divertente di Blue ruin con il quale però condivide sguardo lucido, critico e spietato sulla provincia americana.

Su Netflix è disponibile l'ultimo film del regista, Hold the dark. Conto di recuperarlo.

lunedì 8 giugno 2020

Discovering Elton John (in the seventies)

A Beginners Guide to Elton John | Backseat Mafia

Nei miei primi anni ottanta vagavo senza direzione e soprattutto senza una guida che potesse incanalare la mia insaziabile fame di musica. Col senno di poi, almeno fino al termine del decennio, mi sono perso buona parte della musica che contava, orientandomi, coi pochi soldi a disposizione per acquistare i dischi (uno al mese, non di più, e se sbagliavi titolo te lo tenevi), per fortuna sul metal e sul rock americano, ma anche su molto di quello che passava, attraverso i video musicali, in televisione o alla radio.
Era inevitabile che in questo procedere a tentoni mi conducesse anche dalle parti di Sir Elton John. Il primo approccio fu con l'album Reg Strikes back, del quale mi piacevano i singoli I don't wanna go with you like that e Words in spanish. Da lì all'inevitabile greatest hits il passo fu breve. Poi, per fortuna, arrivarono i novanta e del buon Reginald e di quel pop iper prodotto con l'effetto di batteria gated reverbe non sentii più il bisogno.
Fino all'anno 2019, quando la visione del coloratissimo biopic Rocketman ha riacceso la mia curiosità.
E' grazie a quel film che ho scoperto l'Elton John degli esordi, quando era un'artista eccitante e cool che, grazie alla collaborazione con uno più prolifici parolieri di tutti i tempi, Bernie Taupin, sfornò dieci album nei primi sei anni di carriera, dal 1969 al 1975. Un entertainer dai concerti energici, dove si produceva in esibizioni atletiche, come il famoso salto sul pianoforte immortalato in molte fotografie dell'epoca.

Ecco in quell'irripetibile periodo di ispirazione, più in particolare fino al 1973 con l'apice creativo Goodbye yellow brick road, ho scoperto una vera e propria vena d'oro satura di soul, virtuosismi pianistici imbullonati dentro la tradizione ragtime e honky tonk americana, accenni di blues e di rock and roll, finanche country, ballate piene di pathos.Tutta roba mai entrata in nessuna raccolta di successi. Pazzesco.
Per fare qualche rapido esempio parto dal pezzo cardine del film, cantato anche dall'attore Taron Egerton sui titoli di coda, vale a dire Take me to the pilot, dall'album eponimo del 1970. Un pezzo con un crescendo incredibile, ricolmo di soul e di arroganza, letteralmente irresistibile. Si potrebbe poi passare a Ballad of a well-known gun (Tumbleweed connection, anch'esso 1970), con il suo intro di chitarra nervosa, country-rock, che si apre poi ad un'altra grandiosa melodia soul e un inaspettato, strepitoso, solo di chitarra di Caleb Quaye. Nello stesso lavoro Country comfort, che torna ad accarezzare con classe e leggerezza lo stile country. Taccio su Tiny dancer (Madman across the river, 1971) perchè è criminale non conoscere questa ballata e passo alle tracce contenute nell'album Don't shoot me, I'm only the piano player (1973). Questo disco, sicuramente ricordato per le mega hits Crocodile rock e Daniel, contiene perle di altissimo valore come Elderberry wine; Teacher I need you o Have mercy on the criminal.
Nel capolavoro Goodbye yellow brick road non si può fare a meno di segnalare la lunga opener Funeral for a friend, incredibile esercizio diviso in due movimenti, il primo in stile progressive e il secondo che sfocia in un rocchettone seventies.
Chiudo questa breve carrellata di brani, come si usa dire: esemplificativi ma non assolutamente esaustivi del fantastico periodo preso in esame, che, anche presi singolarmente avrebbero fatto la fortuna di qualunque cantante, con l'album Honky chateau, quello di Rocketman, che porta a casa una incantevole, esplosiva e, suppongo, autobiografica I think I'm going to kill myself e una ballata come Mona Lisas and Mad Hatters.
Ecco, questo è solo un accenno di quello che è stato capace di creare, assieme a Taupin,Elton John in quell'irripetibile periodo. Le mie considerazioni probabilmente suoneranno ovvie per molti, che già conoscevano il primo repertorio del cantante inglese, ma se potessero invece servire anche ad un solo lettore per riscoprire, come è capitato a me, tanta musica eccellente, ecco, mi accontenterei.

giovedì 4 giugno 2020

Il tempo dei cani pazzi (1996)

Il tempo dei cani pazzi (1996) - Trama, Citazioni, Cast e...

Da quando ho iniziato a mettere il voto accanto alla lista dei film visti nei miei consuntivi bimestrali, non è mai capitato che piazzassi ad un titolo un "s.v." (senza voto). 
Siccome l'ho fatto per Il tempo dei cani pazzi, mi sembra giusto spiegarne il motivo.
Questa pellicola, che si inserisce nel filone gangster movie, è semplicemente una delle produzioni più senza senso che abbia mai visto. Talmente sfasata che è difficile pensare sia frutto di incompetenza tecnica, e che, piuttosto, sia stata pensata proprio con questo scopo.
A fronte di un cast lussuoso, tra personaggi principali (Richard Dreyfuss; Gabriel Byrne; Jeff Goldblum; Ellen Barkin; Diane Lane) e camei (Gregory Hines; Burt Reynolds; Richard Pryor; Billy Idol; Paul Anka; Henry Silva), il regista (nonchè sceneggiatore e attore, nel ruolo di Falco) Larry Bishop riesce a mettere insieme un puttanaio senza capo ne coda, una storia incomprensibile, dei dialoghi al livello di The room (considerato il più brutto film della storia del cinema, celebrato da The disaster artist), e infine una regia allucinante, tra carrellate, ralenty e primi piani piazzati letteralmente alla cazzo.
Gli attori appaiono, comprensibilmente, spaesati, incastrati in characters che li obbligano a recitazioni costantemente fuori dalle righe, in un film che sembra una parodia dei gangster movie, ma non sembra rendersene conto.
L'incredulità ti assale e ti chiedi come sia possibile con un budget importante e un cast di questo livello assistere a qualcosa di così sconclusionato e surreale.
E allora ti sovviene che la chiave di lettura possa essere proprio questa, una colossale presa per il culo dello spettatore avvezzo a questo genere cinematografico, diversamente non si spiega il perchè ai tre personaggi principali vengano dati nomi che si distinguono tra loro in pratica solo per la prima consonante (Vic, Mick, Nick). 
In pratica un colossale trip di acido elargito gratuitamente a tutti. 
Una specie di The ring in cui dopo la visione non si muore, ma si viene presi da visioni lisergiche. 
Per questo, un film così, un'esperienza extrasensoriale, non può essere giudicato contenendosi dentro il limitato perimetro di un voto. Gioca in un altro campionato.

lunedì 1 giugno 2020

Biff Byford, School of hard knocks

BIFF BYFORD - School Of Hard Knocks

Anche se sono due (Byford e il chitarrista Paul Quinn) i membri storici dei Saxon presenti dal primo disco del 1979, tre se consideriamo anche Nigel Glocker, con la band dal 1981, è innegabile che ormai l'inossidabile gruppo inglese sia a tutti gli effetti una one man band saldamente nelle mani di Peter Rodney "Biff" Byford.
Pertanto, se il cantante ha sentito l'urgenza di uscire con un disco a proprio nome ad oltre quattro decenni dal suo debutto, avrà avvertito anche l'impellente esigenza di dire cose diverse da quelle espresse con il monicker che l'ha reso famoso, almeno in ambito heavy metal. 
Giusto?
Evidentemente no, perchè, nonostante i primi versi dell'opener Welcome to the show ("I've been waiting for this ever / and now we're here"), non si capisce davvero il senso di un disco che fondamentalmente non si discosta dalla roba dei Saxon.

School of hard knocks dietro una copertina, quella sì molto suggestiva e lontana dalle cover saxoniane, arriva dopo un brutta battuta d'arresto causata da serie complicazioni alla salute di Byford che l'hanno costretto prima ad un'operazione al cuore e poi ad un ovvio periodo di inattività, ma non lascia respirare all'ascoltatore nessuna emozione particolare legata all'eccezionalità del progetto o ai problemi dell'autore.
Il disco muove infatti su sintonie che spostano impercettibilmente il baricentro heavy dei Saxon su di un hard rock comunque molto robusto, con pezzi che, se ascoltati su uno dei recenti dischi della band, non avrebbero dato adito a nessuno di notare la differenza (Welcome to the show; la title track; Worlds collide; Pedal to the metal; Hearts of steel). 
Le poche divagazioni sono da ricercare col lanternino: nel break di genere progressive di The pit and the pendulum e nel trittico finale: la cover di Throw down the sword degli Wishbone Ash (ancora dalle parti del prog), la ballata pop folk You and me (dedicata alla moglie) e forse nella growin ballad classic rock Black and white (anche se il profumo è quello dei Saxon periodo glam).

Non un brutto disco, intendiamoci, ma un'operazione superflua quello probabilmente sì. E dire che tutto ci aspettavamo dal nostro Biff meno che fosse così poco coraggioso nel prendersi una vacanza dai suoi luoghi abituali.

giovedì 28 maggio 2020

Cell block 99 - Nessuno può fermarmi (2017)

Cell Block 99 - Nessuno può fermarmi (2017) - Streaming | FilmTV.it

Non sempre mantengo gli impegni assunti, ma a sto giro sono contento di averlo fatto, perchè con Brawl in a cell block 99 chiudo la breve ma intensa filmografia di S. Craig Zahler (recensita qui) e la chiudo col botto, cioè con la sua pellicola migliore.

Bradley Thomas (Vince Vaughn) ha avuto una giornata di merda. Licenziato a causa della crisi, torna a casa in anticipo e scopre che Lauren, la moglie (Jennifer Carpenter), ha un amante. Dopo un comprensibile scoppio d'ira sfogato sulla macchina di lei, letteralmente scarnificata a mani nude, Brad ritrova la calma, parla con la moglie e decide di dare una svolta alla loro vita, altrimenti senza sbocchi, tornando a fare il corriere della droga per Gil, un suo vecchio boss.
Passa il tempo e va tutto benone, i soldi girano e Lauren è in dolce attesa, fino a quando Gil si mette in affari con i messicani, obbligando Bradley ad un recupero di droga in mare assieme a due sgherri, appunto messicani, di cui il nostro diffida. Come prevedibile la situazione precipita e Bradley viene arrestato. In prigione scoprirà che il tempo da scontare non è il suo principale problema perchè il cartello metterà in atto contro di lui un'ignobile vendetta.
Ma Bradley Thomas non è tipo da starsene a guardare.

L'ho detto in premessa, questo è un filmone. Vince Vaughn fornisce probabilmente la sua migliore prova d'attore, e d'altro canto Zahler si gioca tutte le carte su di lui, standogli sempre appiccicato con la macchina da presa, sfruttando al massimo la sua fisicità e regalandogli un character meraviglioso: un omone calmo, intelligente, inoffensivo, almeno fino a quando non è obbligato a combattere per la vita della propria famiglia. In quel caso si trasforma in un golem dall'incedere lento ma inarrestabile, una figura dolente, drammatica, vendicativa.
Al terzo film di Zahler la mano del regista è ormai riconoscibilissima: narrazione lenta, sensazione costante di angoscia, attesa di una deflagrazione improvvisa e imminente, ultima parte violentissima.
La sequenza iniziale in cui Vaughn vandalizza a mani nude un'auto è qualcosa di sensazionale, mai vista in precedenza. Lì si intuisce tutta la personalità di Thomas, un uomo ferito e umiliato dalla vita che dà sfogo alla sua rabbia devastante senza torcere un capello alla moglie con la quale invece è poi comprensivo e consapevole dei suoi errori di marito.
Si tratta ovviamente solo dell'antipasto, perchè in galera succederà qualcosa che obbligherà Bradley a rivolgere la sua forza contro tutti quelli che gli si frappongono, siano essi secondini o altri carcerati, massacrati a mani nude in scene di lotta crude, realistiche ed efficaci come non è comune vederne.
Il finale del film, splendido, trova poi un equilibrio difficile ma perfetto, tra vendetta, violenza bruta, sentimento e persino poesia.

In un film così, che è davvero un one man show, si segnalano comunque le buone prove attoriali di Jennifer Carpenter (ripescata in un cameo anche in Dragged across concrete) nel ruolo della moglie; un terribile e glaciale Udo Kier, lo sgherro dei messicani,  e Don Johnson, lo spietato direttore della prigione, che in questa fase della carriera, attraverso piccole parti spesso da villain (Django, Watchmen la serie, Knives out, Cold in July, Machete, lo stesso Dragged across concrete, solo per citarne alcune)  sta recuperando grande dignità rispetto ad una carriera che si era arenata in interpretazioni/bancomat (qualcuno ricorda Torno a vivere da solo di Jerry Calà?).

Un gran bel film che (ri)porta il genere a vette altissime.

lunedì 25 maggio 2020

Gotthard, #13

GOTTHARD - #13

Attivi da quasi trent'anni, gli svizzeri (del Canton Ticino) Gotthard sono riusciti a a ritagliarsi un proprio spazio nell'affollato campo di riferimento dell'hard rock, riuscendo a superare momenti di stanca, terribili traumi (la morte dello storico singer Steve Lee) ed arrivando, album dopo album, alla loro opera numero tredici, che, per non sbagliare i conti, hanno titolato proprio #13.
Il cantante Nic Maeder che strilla baad neews apre le danze di questo lavoro, che da subito appare potente e di immediata presa, muovendosi agevolmente nell'ambito hard rock melodico di stampo americano, con limitatissime influenze blues (forse giusto l'intro di Man on a mission).
Per il resto riffoni ad alto contenuto di carboidrati, melodie ineccepibili per il genere, refrain potenti, ottima personalità pur dentro un genere che, per antonomasia, non ha più nulla da dire, solo regalare attimi di divertimento con canzoni fatte bene.
E qui di canzoni ben scritte e ottimamente eseguite, anche grazie alla collaborazione di Francis Rossi degli Status Quo, ne troviamo una buona raccolta: da Every time I die dove riecheggiano i Mr Big, ad una Missteria con sottofondo ritmi arabeggianti, le toste Another last time; No time to cry e l'arena rock di Better than love. In molti hanno trovato inopportuno includere nella tracklist una cover degli ABBA, io, che non ha mai sopportato il gruppo svedese, penso invece che il trattamento a cui i nostri hanno sottoposto la hit S.O.S. sia di tutto rispetto, per come è stata mutata da motivetto pop a power ballad.
La Svizzera che ci piace.