giovedì 22 settembre 2016

Lilyhammer, stagione 3

Spiace dirlo, ma nella terza stagione di Lilyhammer il livello scende molto rispetto alle precedenti. La causa principale è probabilmente da attribuire ad un plot un po' fiacco, compensato dagli autori con un eccessivo ingorgo di storylines secondarie e sottotrame francamente poco convincenti. Ma soprattutto si perde per strada il giusto equilibrio tra commedia e dramma fin qui raggiunto, con diversi scivoloni verso la tragedia che fanno perdere quella sensazione di prendersi poco sul serio, elemento fondamentale quando si tocca il tema mafia in produzioni leggere.
La stagione si salva, oltre che per un sempre godibile Steven Van Zandt, grazie ad alcune ospitate illustri. La prima è quella dello scoppiettante Gary U.S. Bonds nei panni di sé stesso, che interpreta This little girl al Flamingo (il locale di Frank). La seconda, molto più fragorosa, è nientepopodimeno che quella di Bruce Springsteen, in veste di fratello di Frank Tagliano (Little Steven) ma soprattutto nel ruolo di un mitologico killer mafioso che conduce una parallela attività come...becchino.
Bruce non è un fenomeno d'attore, ma sua la parte, per quanto breve, è perfetta: abito elegante, coolness, occhiali scuri anche di notte, poche battute che esaltano l'inconfondibile timbro di voce.
La serie dovrebbe essere conclusa anche se ultimamente si stanno rincorrendo voci di una nuova stagione con un protagonista diverso da Little Steven, che si è chiamato fuori.

lunedì 19 settembre 2016

Death Angel, The evil divide


Dominatore incontrastato delle mie recenti sessioni di footing, The evil divide è l'ottavo album dei Death Angel, band di thrash metal che ha debuttato con il seminale The Ultra-Violence nel 1987, quando molti dei suoi componenti non erano nemmeno maggiorenni.
Il gruppo si è successivamente diviso nel 1991 per poi riformarsi nei primi anni zero attorno al nucleo storico composto dall'axeman Rob Cavestany e dal singer Marl Osegueda (entrambi di origine filippina) ma è con gli ultimi due lavori, The dreams call for blood e l'ultimo, oggetto di questa recensione, che il combo sembra aver raggiunto un'autentica seconda giovinezza, se possibile ancora più luminosa della prima.
Le dieci composizioni (più una bonus track) che compongono l'album rispondono ai classici stilemi del sottogenere metal di riferimento, ma a fare la differenza, oltra alla qualità delle canzoni, è l'ottima resa sonora, l'essere cioè riusciti, da parte dei Death Angel, a concentrare entro massimo cinque minuti le proprie cavalcate elettriche, gli strappi, i rallentamenti acustici, evitando di perdersi in fronzoli e nelle ormai inutili tattiche dilatorie nelle quali troppo spesso il thrash onanisticamente si specchia.
La tracklist di conseguenza non ha cedimenti, avanza compatta e stentorea potendo contare su brani potentissimi come The moth, lezione universitaria di thrash metal, esercizi di classic hard rock come Lost o featuring corroboranti, come quello di Andreas Kisser (chitarra dei Sepultura) in Hatred united/United hate.
Insomma, una bella botta di adrenalina.

giovedì 15 settembre 2016

80 minuti di Norah Jones

A pochi giorni dall'uscita del sesto disco in studio (Day breaks, previsto per il 7 ottobre), vengo con questa mia a proporre una playlist monografica di Norah Jones.
La cantante americana di padre indiano (il celebre suonatore di sitar Ravi Shankar) ha folgorato pubblico e critica con il suo emozionante esordio Come away with me (2002) ma successivamente ha dato l'impressione di non riuscire più a trovare la giusta alchimia per sprigionare l'incantevole suggestione di quelle composizioni.
Nella mia raccolta ovviamente l'album d'esordio ha un ruolo predominante con sei tracce, a seguire gli altri, compreso il disco di duetti ...Featuring (2010) e l'ospitata nella produzione rurale-acustico di Billie Joe Amstrong (Green Day) del 2013.


01. Don't know why
02. Cold cold heart
03. Feelin' the same way
04. Come away with me
05. Turn me on
06. I've got to see you again
07. Sunrise
08. What am I to you
09. Those sweet words
10. Until the end
11. Thinking about you
12. Not too late
13. Chasing pirates
14. Young blood
15. Virginia moon (feat. Foo Fighters)
16. Baby it's cold outside (with Willie Nelson)
17. More than this (with Charlie Hunter)
18. Happy pills
19. Miriam
20. Long time gone
21. Silver haired daddy of mine (with Billie Joe Amstrong)
22. Here we go again (with Billie Joe Amstrong)

lunedì 12 settembre 2016

I Soprano, stagione 6


La sesta e conclusiva stagione dei I Soprano l'ho custodita gelosamente per anni, come un buon vino che vuoi consumare solo al momento propizio. A quel punto però restava da capire quale fosse il momento davvero propizio: cosa sarebbe mai dovuto succedere per terminare una saga che ho iniziato a seguire con la prima messa in onda italiana, nel 2001, sull'onda delle recensioni che arrivavano da oltreoceano e per la curiosità di vedere all'opera nelle (allora) inedite vesti di attore Little Steven.
Alla fine ho deciso di rompere gli indugi e chiudere il cerchio, anche perché, per una serie conclusasi ormai da nove anni, è praticamente un miracolo non essere ancora incappato in qualche spoiler. E poi, hai visto mai che dovessi lasciarci le penne improvvisamente senza essermi goduto la conclusione dei Soprano?!?

Così, a tre anni dalla visione della quinta stagione, mi sono immerso di nuovo in questo angolo di provincia americana (il New Jersey) e nelle vicende di Tony Soprano, sempre sospeso tra le difficoltà dei rapporti di subalternità con la più rilevante mafia newyorkese e la gestione di famiglia e affiliati.
La prima parte della sesta stagione (complessivamente composta da ventuno episodi, divisi però in due sezioni separate, originariamente trasmesse a circa un anno di distanza una dall'altra) procede con un ritmo estremamente lento, ma non per questo meno suggestivo. Tony resta infatti gravemente ferito da un colpo partito dalla pistola dello zio Junior, che affetto da demenza, non riconosce il nipote e gli spara scambiandolo per un avversario. Il ricovero di T. in ospedale permette a Chase e agli sceneggiatori di misurarsi con la realizzazione di episodi in gran parte onirici, nei quali assistiamo ai sogni di Tony durante il suo periodo di coma. Già nel corso delle precedenti stagioni l'aspetto onirico (e dunque psicologico) aveva sempre avuto il suo spazio, ma qui si prende interi spezzoni di puntate diventando quasi il centro della narrazione.
 
Sullo sfondo una storyline controversa e struggente: viene infatti sviluppato il tema dell'omosessualità del luogotenente di Tony, Vito Spatafore, da lui tenuta accuratamente nascosta.
Spatafore, una volta scoperto, per eludere la vergogna e le conseguenze che il suo orientamento sessuale comporterebbero nell'organizzazione mafiosa, fugge dal New Jersey e trova occasionalmente rifugio nel New Hampshire, dove riesce a vivere la sua condizione in maniera quasi serena. Purtroppo i sensi di colpa, l'affetto per la famiglia e la volontà di essere di nuovo accettato dai suoi sodali mafiosi lo portano a tornare sui suoi passi e così verso il proprio inevitabile destino.
La seconda parte della stagione ci mostra invece gli aspetti più meschini di Tony Soprano, quasi che gli autori volessero cancellare ogni forma di identificazione dello spettatore verso il personaggio interpretato da James Gandolfini.
T. ci viene mostrato allora al suo peggio: egoista, narcisista, spietato, egocentrico, irascibile, dissoluto, totalmente privo di empatia verso le altre persone, comprese quelle più care (come le decisioni che assume per vendicarsi dell'amico di lunga data Hesh, verso in quale era in forte debito, o addirittura verso il figlioccio Chris Multisanti, in ultima analisi considerato uno sfigato, uno iettatore, stanno a dimostrare). E poi c'è sempre la depressione, a cui la terapia con la dottoressa Melfi non sembra trovare rimedio.
Sullo sfondo di episodi nei quali, per la grande abilità degli showrunner, sembra non succedere mai niente, in un'apparente placida routine che va dalle nottate al Bada Bing ( per i curiosi qui l'origine del curioso nome) alle giornate trascorse fuori da Satriale's Pork Store, si muove invece, strisciante ma inarrestabile, anche la tensione con i vertici mafiosi ora gestiti da Phil Leotardo, un tipo che ha seri motivi di rancore nei confronti di Tony.
 
Il finale lascerà molti cadaveri a terra, letteralmente decimando personaggi storici della serie, oltre a introdurre un nuovo, pericoloso processo penale per il protagonista. La sequenza conclusiva, come tradizione, mostra una riunione di famiglia, ma stavolta i presenti sono solo Tony, la moglie Carmela e il viziatissimo figlio A.J. (apparentemente guarito da una depressione che l'ha anche portato a tentare il suicidio) seduti in un locale. L'altra figlia Meadow è in ritardo. La macchina da presa indugia sul particolare irrilevante, e proprio per questo allarmante, di lei che ripete più volte una manovra per parcheggiare l'auto all'esterno del ristorante. Nel locale uno sconosciuto osserva compiaciuto la famiglia Soprano. Sembrano le classiche situazioni che precedono eventi tragici. La figlia entra di corsa nel locale, lo schermo diventa nero per diversi secondi e poi partono i titoli di coda. Un finale subdolamente aperto, micidiale e coraggioso, che lasciava la porta aperta a qualunque interpretazione dello spettatore e, chi lo sa, magari nelle intenzioni degli autori, anche ad un sequel (per un po' si è parlato di un film), prima che l'improvvisa morte di James Gandolfini mettesse fine ad ogni speculazione in merito.

A David Chase, autore, sceneggiatore e occasionalmente regista della serie, andrebbe eretto un monumento per il concepimento e la realizzazione di questa enorme saga che ha influenzato in maniera incisiva la cultura (e non mi riferisco solo a quella pop) americana. The Sopranos è stata tra le primissime serie televisive moderne, adulte, di qualità, con niente da invidiare a molto cinema, ad essere prodotta e ancora oggi è un punto di riferimento per molteplici produzioni televisive. La figura tragica, tremenda e contraddittoria di Tony Soprano, la cui immagine in boxer, canottiera e accappatoio di spugna bianco intento a scrutare nel frigo per cercare qualcosa che soddisfi il suo pantagruelico appetito è ormai entrata nella leggenda, così come alcune sequenze, modi di dire e atteggiamenti, irrimediabilmente bollati come: "alla soprano". 
 
I Soprano doveva finire prima di perdere spessore e credibilità, ed è stata chiusa al momento giusto con una final season praticamente perfetta, ma ciò non toglie un grammo alla tristezza e alla nostalgia che si prova per la perdita. Anche e soprattutto per il destino amaro e maledetto che si è portato via James Gandolfini. 
 
Capolavoro assoluto.

giovedì 8 settembre 2016

80 minuti di thrash metal

Non è che posso mettermi qui, all'alba del 2016, a spiegare cosa è stato e cosa ha rappresentato il thrash-metal, soprattutto per generazioni attempate come la mia che hanno vissuto in pieno il fragore del suo avvento.
Per i non avvezzi al metallo pesante è sufficiente sapere che l'emersione di questo genere, progenie più aggressiva e brutale dello speed-metal, ha immediatamente pensionato gran parte dell'hard rock preesistente, asfaltando la strada a molti dei generi estremi che ci avrebbero infestato le orecchie da lì a poco.
La playlist che ho preparato cerca di fotografare principalmente quel periodo, comprendendo tutte le band seminali per il genere , oltre ai "big four": Metallica, Slayer, Anthrax, Megadeth, le altrettanto importanti Testament, Annihilator, Voivod, Death Angel, Exodus e Kreator e una piccola selezione delle nuove leve che tengono "viva la fede" (Vektor, King Parrot).
A differenza di quanto si possa pensare, il thrash non è un genere totalmente mono-tono e pertanto nella selezione ho cercato di tenere conto di questo aspetto, includendo le tracce che celebrano lo stile alla sua massima espressione, assieme alle derive hardcore punk (Nuclear assault, Hang the pope), techno prog (Voivod, Tribal convinction), o proto-death (Sodom, Outbreak of evil). 
La supremazia territoriale è ovviamente americana, ma la Germania tiene bene la posizione del vecchio continente.

01. Floatsam and Jetsam, Hammerhead
02. Nuclear Assault, Hang the pope
03. Testament, Into the pit
04. Anthrax, Caught in a Mosh
05. Annihilator, Alison in hell
06. Metallica, Creeping Death
07. Slayer, Angel of Death
08. Voivod, Tribal conviction
09. Overkill, Rotten to the core
10. Coroner, Masked jackal
11. Death Angel, Evil priest
12. Megadeth, Peace sells
13. Exodus, Strike of the beast
14. Paradox, Paradox
15. Sodom, Outbreak of evil
16. King Parrot, Shit on the liver
17. Kreator, Pleasure to kill
18. Vektor, Black future


martedì 6 settembre 2016

Hayes Carll, Lovers and leavers

 http://www.music-bazaar.com/album-images/vol29/1069/1069743/2935252-big/Lovers-And-Leavers-cover.jpg

Prima ancora di ascoltarlo, è bastato uno sguardo alla copertina del nuovo disco di Hayes Carll per captare la distanza tra l'atmosfera delle nuove composizioni e quanto fin qui inciso dall'artista texano. Laddove, nelle immagini delle precedenti cover, aveva sempre trovato posto la figura dell'artista, che, fosse con l'espressione acerba degli esordi o quella scanzonata di KMAG YOYO , era quasi onomatopeica rispetto ai contenuti ironici, allegorici, hillbilly delle canzoni, con Lovers and leavers a campeggiare è un quadro astratto che privilegia i colori freddi e che comunica immediatamente malinconia.
E infatti bastano i primi arpeggi di Drive, l'opener del disco, per vedere confermate le nostre sensazioni: la traccia che serve ad introdurci nel nuovo lavoro è introspettiva e delicata, interpretata con il solo ausilio di chitarra e voce, così come saranno la maggior parte delle restanti nove composizioni.
 
Carll non è certo un personaggio da prima pagina, per cui non è dato sapere cosa gli possa essere accaduto a livello personale nei cinque anni che separano Lovers and leavers da KMAG YOYO che possa aver così influenzato le sue composizioni. L'unico elemento di vita privata trapelato è la quello relativo alla sua prima paternità, efficacemente documentato in musica da The magic kid, uno dei brani più emozionanti del pattern.
Complessivamente però le liriche mandano segnali contrastanti sullo stato d'animo dell'autore. Se The magic kid scalda il cuore per il non banale testo sul rapporto padre figlio, Good while it lasted, altro highlight dell'album, con rassegnazione riflette invece su una bella storia arrivata al capolinea e You leave alone si spinge addirittura a riflettere con ineluttabilità sull'ultimo viaggio che tutti noi dovremmo affrontare. Ancora, Love is so easy, il pezzo più movimentato e leggero dell'opera, introdotto da tastiere quasi cajun, riporta l'orientamento delle liriche sugli aspetti più spensierati e positivi del rapporto di coppia.
Qualunque sia la ragione emotiva che ha portato il buon vecchio Hayes a modificare il suo stile posizionandolo su un mood così introspettivo ed essenziale, guardando indietro possiamo verificare come altri grandi, ad un certo punto della loro carriera, abbiano compiuto la medisma scelta, lavorando per sottrazione. Per limitarci ai primi che mi sovvengono, l'ha fatto Springsteen con Nebraska, Steve Earle con Train a comin', i R.E.M. con Automatic for the people.
Lungi da me voler affermare che Lovers and leavers sia su quei livelli, ma di certo la suggestione che emerge dal suo ascolto lo colloca senza meno tra i lavori più interessanti dell'anno.

giovedì 1 settembre 2016

Monty's Favorite Tips, agosto 2016

 ASCOLTI

Zac Brown Band, The foundation
H.E.A.T. , Live in London
New York Dolls, New York Dolls
Testament, The new order
Hayes Carll, Lovers and Leaves
Death Angel, The evil divide
Steven Tyler, We're all somebody from somewhere
Roy Orbison , In dreams
Scour, Scour
Usher, Confessions
Gojira, Magma
Shawn Colvin and Stev Earle, Colvin & Earle
The Dead Daises, Make some noise
Simo, Let love show the way
Cody Jinks, I'm not the devil
Alek Solnick Trio, Goodbye to romance
Sturgill Simpson, A sailor's guide to earth

MONOGRAFIE/DISCOGRAFIE PARZIALI

Bruce Springsteen, discografia 2007/2014
Six Feet Under, Graveyard classics I/IV
Twisted Sister, discografia completa


LETTURE



Michele Serra, Gli sdraiati


VISIONI



Billions
Mr. Robot
Treme, season 2


lunedì 29 agosto 2016

Volbeat, Seal the deal and let's boogie

 http://www.volbeat.dk/4.1/media/image/_20160603161501_326_1500.jpg

In pochissimo tempo i Volbeat si sono guadagnati sul campo, anche grazie ad un concerto strepitoso, l'ingresso in quella ristretta cerchia di band che, per l'attesa spasmodica nutrita nell'attesa delle loro nuove release, mi fanno sentire come se avessi ancora diciassette anni.
Ma non è certo a causa di improvvisi sbalzi d'umore adolescenziali se il successore del superlativo Outlaw Gentlemen and Shady Women, soprattutto nei primi ascolti, ha raffreddato molta della mia eccitazione.
Proprio nella recensione di quell'album del 2013, esordivo richiamando un vecchio slogan pubblicitario e, applicandolo all'hard rock, affermavo come la potenza fosse nulla senza il controllo. Quello che intendevo esprimere era come la particolarità della band fosse la capacità di districarsi agevolmente tra ritornelli killer e rimandi al metal più pesante, riuscendo in ciò a forgiare un complicato ed invidiabile bilanciamento tra melodia e asprezza dei suoni che è diventato nel tempo l'inconfondibile marchio di fabbrica del monicker.
Eccoci quindi alla principale criticità di questo nuovo Seal the deal & Let's boogie: le composizioni sono totalmente orientate verso, perdonatemi il termine desueto e forse inappropriato, una sorta di pop metal versione 2.0. Spariscono pertanto le accelerazioni, gli strappi, i repentini break thrash/death metal (anche nell'ambito di una stessa canzone, come quel capolavoro che risponde al titolo di Still Counting) e con esse si perdono anche un pezzo di sound dei Volbeat. Nel nuovo album non c'è dunque spazio per inedite Wild rover of hell, Who they are, Evelyn, Dead but rising o Room 24 viceversa sempre presenti nei precedenti lavori, a testimoniare la versatilità e la passione per tutto il genere metal da parte della band. Così come, d'altro canto, è accantonata la vena country folk, altro elemento stabilizzatore dell'alchimia del sound della band.

Detto dello spiazzamento che questa scelta mainstream ha comportato, non posso con altrettanta franchezza esimermi dall'elogiare la capacità del leader Michael Poulsen (definirei senza dubbio i Volbeat una one-man band, se non facessi un torto alla storia e all'autorevolezza dell'axeman Rob Caggiano) di scrivere canzoni, soprattutto refrain, che hanno più presa del Super Attak. Perciò, una volta superato l'ostacolo di patterns musicali un pò troppo simili e ripetitivi tra loro, non si può non celebrare pezzi come l'omaggio alla NWOBHM rappresentato dall'ottima The gates of Babylon oppure dalle anthemiche  The devil's bleeding crown; Marie Laveou o Mary Jane Kelly che denotano peraltro l'impegno mai banale di Poulsen nel songwriting, scavando nel passato, nella cronaca o nella letteratura e spesso prediligendo personaggi femminili. 
Per fare un esempio pratico di quanto si insinuino subdolamente i pezzi di questo disco nei ricettori cerebrali, la prima volta che ho sentito Goodbye forever l'ho irrimediabilmente bollata come la peggior canzone mai prodotta dal gruppo (in gran parte a causa del coro che fa da break, davvero indigesto). Ebbene, la mattina seguente mi sono svegliato con una melodia in testa cercando faticosamente di ricondurla ad un titolo, e che mi venga un colpo se dopo ore passate a scandagliare i  miei archivi musicali mentali la canzone non fosse proprio Goodbye forever! 
 
Se i pattern musicali di questo album sono parzialmente mutati, non cambiano invece altre abitudini consolidate, come quella di coinvolgere ospiti esterni a coadiuvare Poulsen, con il grintoso Danko Jones che duetta in Black Rose, o come la presenza di cover: Rebound, anche se sembra un omaggio ai Ramones, è la prima di esse e riprende un brano dei Teenage Bottlerocket, mentre l'altra è l'ancora più sorprendente Battleship chains dei mai troppo celebrati rockers Georgia Satellites.
La traccia migliore, non a caso quella che cambia marcia rompendo lo schema delle restanti dodici composizioni del lavoro, è a mio avviso la title track. Tirata e fragorosa come dio comanda è lasciata sola a sventolare la bandiera dell'hard rock più trascinante.

Se l'obiettivo di Puolsen e Caggiano era quello di avere un maggiore riscontro di pubblico rendendo il suono più commerciale, a giudicare dal numero di copie vendute il risultato è senza dubbio raggiunto, visto che Seal the deal & Let's boogie ha scalato le classifiche ufficiali generaliste fino al primo posto in Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Svezia e Svizzera; il secondo in Canada e Norvegia e il quarto negli States. Mai prima d'ora i Volbeat avevano raggiunto una popolarità di queste dimensioni.

Che dire allora? Seal the deal and let's boogie, già a partire dal titolo, e nonostante i soggettivi punti di debolezza di cui parlavo, risulta comunque divertente in una maniera che definirei contagiosa, è  tuttavia aspra la sensazione di una parziale perdita d'identità di una band che adoro e la preoccupazione che per i Volbeat sia iniziata la parabola discendente.

venerdì 26 agosto 2016

80 minuti di my favorite 90/95 songs 3/3

Ultima parte della playlist. Gli esclusi sono INXS, Duran Duran, Thunder, Offspring, Pavement, Mano Negra e Vasco Rossi.

01. Les negresses vertes, Famille heureuse
02. Haddaway, What is love
03. Lenny Kravitz, Are you gonna go my way
04. Steve Earle, Goodbye
05. Southside Johnny, Comin' back
06. Soundgarden, Spoonman
07. Massive Attack, Unfinished simphaty
08. Wighfield, Saturday night
09. Alice in Chains, Would?
10. Soul Asylum, Runaway train
11. John Mellencamp, Human wheels
12. Crash Test Dummies, Mmm mmm mmm
13. 99 Posse, Curre curre guagliò
14. Ugly Kid Joe, Everything about you
15. Queen, The show must go on
16. Stone Temple Pilots, Interstate love song
17. Mr. Big, To be with you
18. The Pogues, Sayonara
19. Extreme, More than words

mercoledì 24 agosto 2016

80 minuti di my favorite 90/95 songs 2/3

Seconda parte. Qui gli esclusi sono stati Modena City Ramblers, Nine Inch Nails, Alanis Morrisette, Jovanotti, Jane's Addiction e Babybird.

01. Sting, All this time
02. Blur, Country life
03. Metallica, Sad but true
04. Ten Sharp, You
05. Elio e le Storie Tese, Servi della gleba
06. Rage Against The Machine, Killing in the name of
07. Corona, Rhythm of the night
08. Ben Harper, Burn one down
09. Red Hot Chili Peppers, Give it away
10. 2Pac, California Love
11. Screaming trees, Nearly lost you
12. 883, Sei un mito
13. Depeche Mode, I feel you
14. Jeff Buckley, Last goodbye
15. REM, Losing my religion
16. 4 Non Blondes, What's up
17. Portishead, Glory box

lunedì 22 agosto 2016

80 minuti di my favorite 90/95 songs 1/3

Non ricordo in quale preciso momento mi sia venuta la fregola di imbarcarmi in questa ennesima impresa, probabilmente ero all'autolavaggio ad aspirare i sedili dell'auto. Se avessi solo immaginato dello sbattimento necessario per portarla a termine, non mi ci sarei nemmeno messo. O forse, sì. Perché la verità è che mi piace tremendamente preparare playlist (ricordate no, Rob Fleming?): è un esercizio che mi rilassa al pari di un'attività manuale di quelle svolte con passione.
Insomma, ero lì all'autolavaggio con l'autoradio che suonava la mia compilation degli anni ottanta e ho pensato: "perché non assemblarne una dei novanta?" . Meglio ancora, "perché non dividerla in due: primo e secondo lustro?". Pensavo in questo modo A) di rendere più giustizia all'ultima decade musicale davvero eccitante B) dividendo la decade, ridurre il numero dei brani da includere su ogni CD. Giusto? Sbagliato! Perché nonappena ho preso carta e penna per stilare l'elenco delle canzoni, mi è apparso subito chiaro che non me la sarei cavata facilmente, dato il numero strabordante di pezzi che "non potevano mancare". E ogni giorno che passava, la lista si allungava sempre di più, fino a sfiorare i cento brani. A quel punto, pur essendo partito con l'idea di un CD singolo, ho dovuto arrendermi prima all'evidenza che me ne sarebbero serviti due, per poi sbracare totalmente, chiudendo a tre.
 
La filosofia che ha guidato le mie scelte è stata rigorosamente orientata al connubio tra "alto" e "basso" , come direbbe Crozza/Freccero. Volevo che a rappresentare il periodo preso in considerazione ci fosse sì il grunge , ma anche la dance, tornata in quel periodo prepotentemente alla ribalta. Non solo il brit pop, ma anche il pop italiano da classifica. Le nuove contaminazioni metal e il trip hop. I miei personali beniamini e gli indipendenti scoperti in ritardo. Gli artisti navigati insieme alle one hit wonder. Volevo insomma non solo le band e gli artisti di cui ho la discografia completa, ma anche quelli lontanissimi dai miei gusti che, proprio per questo motivo, fotografano in maniera ancor più nitida un momento, riconducono ad un istante irripetibile. Infine, una volta circoscritto il perimetro a circa sessanta artisti, bisognava individuare la canzone giusta a rappresentarli: altra sfida, nella quale ho dovuto tener conto di una serie di elementi: la mia personale saturazione verso alcune tracce storicamente più rappresentative di quelle che poi ho effettivamente selezionato (per fare qualche esempio dei Nirvana non c'è Smells like teen spirit ma Breed; dei Pearl Jam niente dall'esordio ma Rearviewmirror; dei Metallica Sad but true e non Enter sandman), il migliore aggancio tra la fine di una canzone e l'inizio della successiva, il minutaggio, l'alternanza lenti-veloci, eccetera eccetera. Quello che vi propongo in tre post (oggi, dopodomani e venerdì) è il parto della difficile ma appassionante gestazione.
Qualcosa è rimasto inevitabilmente fuori, alcune scelte sono state davvero dolorose, ma alla fine posso ritenermi soddisfatto (almeno fino a quando, tra qualche giorno non mi verrà in mente "IL pezzo" che non poteva mancare e che invece ho trascurato).
Per il momento dal final cut di questo volume uno sono rimasti fuori Jayhawks, Bryan Adams, AC/DC, Duran Duran, Prince, Madonna, Motorhead.

01. EMF, Unbelievable
02. The Cure, High
03. Pearl Jam, Rearviewmirror
04. Luca Carboni, Mare mare
05. U2, Mysterious ways
06. Nirvana, Breed
07. The Mavericks, All you ever do is bring me down
08. The Connels, 74/75
09. Right Said Fred, I'm too sexy
10. Ligabue, Vivo morto o X
11.  Spin Doctors, Two princes
12. Counting Crows, Mr. Jones
13. Pantera, Cowboys from hell
14. Franco Battiato, Povera patria
15. Oasis, Wonderwall
16. Ace of Base, All that she wants
17. Bruce Springsteen, If I should behind
18. Green Day, When I come around
19. Tom Waits, I don't wanna grow up
20. Beck, Loser
21. Johnny Cash, Tennessee stud
 

martedì 16 agosto 2016

80 minuti di ... angry singalong

E' sempre tempo di compilation. Anche se l'estate si presta in particolar modo a questa specifica attività, la playlist che segue l'ho confezionata già da qualche mese, in un periodo di intenso stress nel quale mi serviva espellere un po' di veleno con una manciata di pezzi adrenalinici, ancora perfettamente in grado di svolgere la funzione di sfogatoio. E che dire, nonostante le millemila volte che ho ascoltato alcune di queste canzoni, il loro sporco lavoro continuano a farlo. Provare per credere.


01.  Ramones, Blitzkrieg bop
02.  Van Halen, You really got me
03.  Sepultura, Refuse / Resist
04.  Guns ‘n’ Roses, Welcome to the jungle
05.  AC/DC, Back in black
06.  Metallica, Battery
07.  Thunder, Low life in high places
08.  Nirvana, Smells like teen spirit
09.  ZZ Top, Sharp dressed man
10.  Twisted Sister, We’re not gonna take it
11.  Offspring, Self esteem
12.  Pantera, Fucking hostile
13.  Black Sabbath, Paranoid
14.  Green Day, Basket case
15.  Led Zeppelin, Black dog
16.  Motley Crue, Dr Feelgood
17.  Volbeat, Still counting
18.  Billy Idol, Rebel yell
19.  Blur, Song 2
20.  Pogues, Body of an american

lunedì 8 agosto 2016

Monty's Favorite Tips, dicembre 2015/luglio 2016

Riprendo una delle rubriche più longeve del blog, nata fondamentalmente perchè adoro compilare liste nonchè quale riempitivo, nei periodi di vacche grasse, per non scendere sotto ad un certo numeri di post a settimana. Curioso come adesso il problema non sia più quello di trovare l'ispirazione che permetta di postare tre articoli a settimana, ma anche solo di ricavare del tempo per scrivere le cose che ho in mente, prima che scappino via. Vabbeh, la pianto qui, che con sta cosa del tempo vi ho fatto due balle formato angurie e passo al merito del post.
Grazie alle ferie (merda, quanto avevo bisogno di staccare!) ho raggiunto un idilliaco momento di passione musicale, riuscendo ad apprezzare una manciata di dischi nuovi che mi hanno premesso di superare un lungo periodo nel quale ho ascoltato solo roba consolidata e rassicurante che conoscevo nota per nota, parola per parola, refrain per refrain.
I gli artisti e i titoli che mi stanno facendo da viagra mentale rispondono ai nomi di Brian Fallon, Painkillers; Motorhead, Bad magic; Steven Tyler, We're all somebody from somewhere; Volbeat, Seal the deal & let's boogie; Gojira, Magma; Hayes Carll, Lovers and leavers; Red Hot Chili Peppers, The getaway; Shawn Colvin & Steve Earle, Colvin and Earle; lo strepitoso doppio cd The Christic Shows del 1990 di Springsteen, finalmente pubblicato in forma ufficiale dal sito del Boss. Per concludere, alcuni classici come i greatest hits di Journey e Little Richard. Spero che questo stato di grazia mi permetta di buttare giù anche qualche recensione prima di essere di nuovo risucchiato nel vortice lavorativo.

Anche per le serie televisive cose grosse. Dopo averlo custodito gelosamente per anni, come un buon vino da stappare solo nelle grandi occasioni, mi sono deciso a dedicarmi alla sesta ed ultima stagione dei Soprano. Mi mancano un paio di episodi alla conclusione e non posso che confermare l'epica grandezza di questa produzione. Dopo perentorie segnalazioni degli amici Ale e Filippo ho inoltre attaccato Rectify (sono al termine della seconda stagione), fidelizzandomi subito allo straordinario personaggio di Daniel Holden (interpretato da un immenso Aden Young).

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In ambito lettura sto tenendo ancora un buon ritmo, al punto che avevo tentato il ritorno ai classici con Viaggio al termine della notte di Cèline, prima che un'amica, il cui giudizio letterario tengo sempre in molta considerazione, inorridisse a causa delle accuse di antisemitismo che riguardano lo scrittore (che nella mia abissale ignoranza ignoravo), castrando in un colpo solo tutto il mio entusiasmo.

lunedì 1 agosto 2016

Red Hot Chili Peppers, The getaway

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Ricordo di aver letto Lou Reed affermare come l'ascolto più importante di un nuovo disco fosse il primo, in quanto quello è il momento, unico e irripetibile, nel quale i nostri ricettori sono terreno fertile, pronto ad essere inseminato dai nuovi germogli musicali. Beh, avessi dovuto esprimere un giudizio definitivo di The getaway sulla base del primo ascolto, più delle parole sarebbe stata efficace l'immagine del ciddì che volava fuori dalla finestra di casa mia accompagnato da una sequela di improperi. 
E invece.

Invece, complice un'agognata settimana di relax sperduto in una zona montana dove il mio telefonino non ha campo, ho messo sotto il nuovo lavoro dei Red Hot Chili Peppers (a tre-quattro canzoni per volta, che è il limite massimo di tempo concessomi prima che mio figlio reclami la mia presenza) e diamine, devo confessare che il tempo ha lavorato a suo favore. Intendiamoci, il glorioso passato è irrimediabilmente andato e non credo possa più tornare: una volta regolati i conti con questo assioma si può apprezzare quello che di buono è rimasto in un album (l'undicesimo a cinque anni di distanza da I'm with you ) di un gruppo che è in giro da quasi trentanni, i cui componenti in ogni intervista non mancano mai di ribadire lo stupore di essere ancora vivi, dopo gli eccessi di gioventù.

I peppers moderni e salutisti, che possono permettersi di scegliere un produttore di grido come Danger Mouse (dopo l'accantonamento di Rick Rubin e il cordiale rifiuto di Brian Eno e Nile Rodgers), invece, confezionano un tredici tracce all'insegna del consolidato gusto per la melodia e per i patterns radio friendly. Ecco allora, pronte per un massiccio airplay Dark necessities, Encore e Goodbye angels, ma anche il lento The longest wave o la disguided ballad Sick love.
In questi peppers appare abbastanza evidenze come le chiavi della macchina siano consegnate a Flea e Kiedis. Sono loro i depositari di ciò che resta dell'antico splendore che si dischiude in pezzi come We turn red, This ticonderoga, Go robot (la mia preferita) e Detroit, mentre rimangono un po' più defilati le chitarre di Klighoffer e le pelli di Smith. La chiusura è saggiamente lasciata alla malinconia e all'introspezione di classe con The hunter, e la psichedelica (con incipit morriconiano) Dreams of a samurai (forse dedicata a Scott Weiland e forse no):senza dubbio il brano meno accondiscendente dell'intera opera.

Insomma, una volta messa da parte l'iconografia dei “nostri” Red Hot Chili Peppers si può scoprire in The getaway un disco piacevole, confezionato con classe, intelligenza e misura. Questi sono peppers moderni: prendere o lasciare.


lunedì 25 luglio 2016

Don Winslow, Il potere del cane

Ho acquistato Il potere del cane diversi anni fa, prima ancora de L'inverno di Frank Machine (recensito qui),  in un periodo nel quale, ahimè,  la mia fase di regressione dalla lettura ha fatto rimbalzare le sue settecento pagine direttamente sullo scaffale, dove è rimasto ad accumulare  polvere fino a qualche settimana fa.
L'occasione di riprenderlo nasce innanzitutto da un nuovo, vorace, appetito verso i libri e dal desiderio di sfamarlo cibandomi di un noir con forti connotazioni di realismo.
Sono stato accontentato solo in parte, perché,  se da un lato nessuna critica si può muovere a Winslow per l'enorme affresco corale realizzato su un orizzonte temporale che copre un quarto di secolo (dalla metà dei settanta alle soglie degli anni zero) di vicende legate al narcotraffico messicano, attraverso le gesta di validi personaggi letterari come Art Keller (agente DEA ), Sean Callan  (killer irlandese), Aden Barrera  (capo del narcotraffico), mafiosi, puttane e assassini, nonché di un sottobosco di agenti segreti braccio armato delle politiche imperialiste degli USA dei 70/80, dall'altro, il romanzo lascia emergere chiaramente tutti quelli che, a mio sommesso parere, sono i difetti del writing di Winslow, già evidenziati in Frank Machine.
La costruzione dei personaggi, per dirne una, segue i classici cliché del genere, senza sorprese o particolari sfaccettature. I personaggi femminili sono deboli e poco credibili. Si apprezza in questo senso lo sforzo fatto dall'autore di dare profondità al character  di Nora, prostituta d'altissimo bordo  che si scopre nobile d'animo e altruista, ma il tutto, ahimè, risulta proprio poco verosimile. Il sesso appare sempre morboso e misogino, anche se sono sicuro che questa non sia la volontà dell'autore. Diciamo che il suo modo di portare al lettore sequenze di rapporti sessuali (e non d'amore) è probabilmente questa. I dialoghi infine sono davvero scadenti e scontati, soprattutto in relazione alla buona complessità della trama.

Portare a termine un romanzo di oltre settecento pagine, in una fase in cui il tempo libero è più limitato delle corsie disponibili sulla Salerno Reggio Calabria d'estate,  significa che comunque il plot ha tenuta e solidità, e di questo va sicuramente dato il giusto riconoscimento al buon Winslow.
Senza l'approssimazione degli aspetti di cui sopra però, Il potere del cane sarebbe potuto diventare una pietra angolare del genere e non solo un buon romanzo.
Peccato.

giovedì 21 luglio 2016

Brian Fallon, Painkillers


L'espressione ingenua e un po' infantile da autentico fan del rock and roll che ha coronato il suo sogno di suonare in una band, Brian Fallon l'ha un po' persa. Gli anni, le (probabili) tensioni, le responsabilità di essere leader e frontman dei Gaslight Anthem sono sfociate in qualche disillusione in più rispetto alla genuina felicità degli esordi, straripante al concerto di Milano e nell'ospitata da Springsteen sul palco di Hyde Park a Londra nel 2009.
Quello che invece il tempo non ha minimamente scalfito è la capacita di Fallon di scrivere ottime composizioni rock da tre minuti, alternate da ballate essenziali ma toccanti.
Ne è ennesima dimostrazione questo Painkillers, che arriva dopo una decina di anni e cinque album (oltre ad altrettanti EP) con gli Anthems e che, diversamente da quanto accadeva con il side project The Horrible Crowes, rivelatore della parte più introspettiva dell'artista, non si muove molto dall'ormai radicato stile compositivo della band d'origine.
Già dalla partenza di Wonderful life riconosciamo infatti la stessa fucina che ha forgiato Handwritten: melodie accattivanti, suoni ariosi e quei coretti "ohohoh" che in altri contesti sarebbero irritanti e che invece qui appaiono perfettamente complementari.
Ma il gusto per le armonie e per i ganci d'effetto avvolge tutti i quaranta minuti del lavoro, trovando nelle suggestioni della title track, nell'affascinante semplicità di Among other foolish things e Smoke, nel malinconico midtempo di Nobody wins e nelle toccanti Steve McQueen e Honey magnolia i suoi acme creativi.
Le conclusive Mojo hand e Open all night (nessun legame con lo Springsteen di Nebraska) muovono invece qualche passo in campi da gioco attigui ma differenti, aprendo potenzialmente nuovi orizzonti musicali, grazie al loro incedere leggero e ad un certo retrogusto country.
Staremo a vedere quanto durerà questa iato dai Gaslight Anthem, ma in ogni caso, per quanto di buono fin qui dimostrato e per le ulteriori conferme emerse da Painkillers, la perdita dell'innocenza non ha precluso a Brian Fallon il suo posto d'onore negli ultimi true believers del rock and roll.

martedì 19 luglio 2016

Joe R. Lansdale, Il mambo degli orsi



Ho già avuto modo di esprimere il concetto: l'inarrivabile piacere  che ogni volta si prova nella lettura dei romanzi di Hap e Leonard non è tanto dovuto ad una matassa particolarmente aggrovigliata della trama (anche ne Il mambo dell'orso si intuisce abbastanza presto il colpevole), ma piuttosto all'indiscusso talento di Lansdale nel fotografare l'America rurale più profonda e occultata ai comuni radar, oltre che, ovviamente, nella sua sagacia nel creare dei dialoghi strepitosi intrisi del tipico senso dell'umorismo tutto del sud, autentico tratto distintivo dell'autore.
In questa terza avventura della coppia, originariamente pubblicata nel 1995, i due amici, detective improvvisati, si spingono fino a Grovetown, East Texas, alla ricerca di una ex fidanzata nera di Hap, scomparsa dopo essersi recata in quella città a sua volta sulle tracce di un improbabile bluesman deceduto a seguito di un arresto degli sceriffi locali.
Peccato che Grovetown sia anche l'ultimo avamposto del razzismo più feroce  degli stati del sud, con innumerevoli episodi di violenza inaudita contro i neri perpetrati attraverso il braccio armato di una consolidata e vasta base del Ku Klux Klan.
In questo scenario possono due forestieri, di cui uno nero (e gay), che vanno in giro a fare domande su un'altra forestiera afroamericana scomparsa, pensare di trascorrere giornate tranquille?
Ovviamente no, e la strada che porta alla soluzione della storia sarà  la più dolorosa (fin qui) mai percorsa dai due amici.
 
Che ve lo dico a fare? Questa saga è una garanzia.
 

lunedì 27 giugno 2016

Sixx:A.m. , Prayers for the damned

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I Sixx Am nascono con le caratteristiche classiche del side project della rockstar in cerca di nuovi stimoli fuori dai suoi clichè abituali. D'altro canto i tempi morti che hanno scandito la vita dei Motley Crue degli anni zero di tempo libero a disposizione ne hanno regalato a volontà al bassista e fondatore Nikki Sixx. Così nel 2007 pubblica una autobiografia esclusivamente relativa ai suoi anni di dipendenza dall'eroina, affiancandola da una colonna sonora: The heroin diaries. Con lui, alla chitarra, DJ Ashba (ex Guns 'n' Roses) e il vocalist/tuttofare James Michael. 
Come ogni side project che si rispetti, i Sixx Am si concedono lunghe pause rilasciando altri due album in sette anni. Tutto cambia con l'addio alle scene dei Crue, ora Frank Feranna (il buon vecchio Sixx) può dedicarsi a tempo pieno alla sua creatura. 
Cosa che pare fare seriamente, e infatti solo pochi mesi dopo il rompete le righe dalla sua band storica non solo dà alle stampe questo Prayers for the damned Vol I ma annuncia, come si intuisce dal titolo, che entro la fine dell'anno sarà seguito da un altro full lenght.
L'ex bassista dei Crue riesce a confermare la bontà delle release precedenti realizzando un opera di metal mainstream, nell'accezione più trendy del termine,  raggiungendo nel contempo l'obiettivo di tenersi a distanza di sicurezza dal classico sound Crue. 
A completare l'affrancamento dall'ersordio grezzo e malinconico ma autenticamente ispirato di The heroin diaries, la release gode di una produzione pulitissima e impeccabile. Si parte a frusta con un trittico micidiale (Rise; You have come to the right place; I'm sick) nel quale gli onori sono tutti per Michael e DJ Ashba (oltre che per il nuovo drummer Dustin Steinke), come del resto accade per quasi tutto l'album, quasi come se il titolare del brand abbia deciso di tenersi in disparte. Ma la track list tiene botta anche con il resto delle composizioni, come il pezzo che intitola l'opera e con l'ottimo midtempo Belly of the beast, regalando all'ascoltatore anche momenti nei quali la band cerca ispirazioni diverse dal nu metal di riferimento, strizzando l'occhio persino ai Muse con risultati alterni: buoni nel caso di Better man, pessimi nella pasticciata Rise of the melancholy empire. 
Prayers for the damned si dimostra, un pò sorprendentemente, un'opera divertente e coesa, sostenuta dall'ottima verve dei suoi navigati interpreti.

lunedì 20 giugno 2016

Changing of the guard

Da quando, nell'estate del 2012, abbiamo dato ricovero ad una piccola arvicola campestre ferita (per poi restituirla al suo habitat), la presenza dei roditori è diventata una felice abitudine nella nostra casa. Golia è stato il primo criceto russo scelto come animale domestico, alla sua dipartita è stato sostituito da Golia II (per me Spartaco, ma è meglio non vi dica il motivo), che giusto qualche giorno fa ha seguito il suo predecessore nell'aldilà. Neanche il tempo di elaborare il lutto ed ecco arrivare Anselmo (Golia III per il resto della famiglia, che ve lo dico a fare), nome scelto per la scontrosità e i versi gutturali che lancia, che lo fanno somigliare al singer Phil (Anselmo, per l'appunto).
 

                      Spartaco                                                                    Anselmo
 

martedì 31 maggio 2016

Bridge over troubled water

Sabato, mentre svolgevo disciplinatamente il mio turno di pulizie condominiali ramazzando il vialetto con We're not gonna take it dei Twisted Sister negli auricolari, pensavo a come ormai mi siano saltate tutte le attività legate al tempo libero e come, soprattutto, a causa di una (ennesima) fase sindacale complicatissima, quando la sera varco la soglia di casa immediatamente mi affloscio assumendo la consistenza di una medusa dell'Adriatico che tira a campare finchè qualche ragazzino iperattivo non la infilza con un bastone.
Con massima soddisfazione della mia famiglia, come si può immaginare.
Rispetto a questo scenario, è chiaro che l'aggiornamento del blog (il post odierno conclude uno stop di ventisei giorni) paga la sua quota parte di dazio. D'altro canto, anche individuando faticosamente strettissimi slot orari per scrivere qualcosa, state pur certi che quello sarà il preciso momento in cui le parole mi usciranno con la stessa fluidità dell'urina di un anziano con la prostata delle dimensioni di una palla da basket.
 
La tesissima vertenza lavorativa che sto seguendo raggiungerà probabilmente il suo apice nella giornata di domani, una sorta di "all in" sindacale per sbloccare lo stallo della trattativa nella quale, in caso di mancata soluzione, rischiano il posto decine di persone. L'esito di domani determinerà anche la mia condizione dei giorni successivi: se andrà bene passerò il ponte del 2 giugno a casa (facendo la medusa), in caso contrario non c'è festività che tenga e mi aspettano altri giorni di passione.
 
Come sempre mi accade nei momenti di forte stress, il mio cervello attiva automaticamente una cartella di files d'emergenza che mi impone l'ascolto rigoroso ed esclusivo di musica cristallizzata nella memoria, e pertanto ampiamente confortante. Vi risparmio i dettagli, ma qualche giorno fa in Autogrill ho comprato il cofanetto platinum da tre CD di Guccini (contenente ca va san dir anche la canzone Autogrill).
 
Buon ponte a evribadi.


giovedì 5 maggio 2016

Chips vs rice

Come avevo confessato in questo post sul blog gemello, ho sofferto di una vera e propria dipendenza dalle patatine fritte (quelle dei sacchetti). La mia era una droga a tutti gli effetti, se è vero che ne consumavo un pacchettone al giorno, tutti i giorni. E tra la altro la mia preferenza andava a quelle aromatizzate (al pepe rosa, al pomodoro, alla salsa barbecue, al chili, all'aceto) insomma proprio le più nocive. A un certo punto, anche a causa di dolori sospetti all'addome, ho deciso di ridurre complessivamente il junk food, fedele compagno di viaggio della mia vita disordinata e dagli orari impossibili. Così da qualche settimana mi sono dato una regolata (leggera, niente di stravolgente) e, per affrontare la fame nervosa, sono passato dalla mia vecchia droga ad una nuova forma di metadone: le gallette di riso. Sono tristi, sanno di poco e sembra di masticare polistirolo, ma fanno il loro sporco dovere di addomesticare l'appetito e soprattutto non mi fanno stare sveglio la notte col bruciore di stomaco. Sarò fuori dal tunnel?

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lunedì 2 maggio 2016

Primal Fear, Rulebreaker

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Mai presi in considerazione i Primal Fear. La band teutonica, attiva dalla metà dei novanta, è  rappresentante d'eccellenza del classico heavy metal germanico che non è certo la mia priorità in ambito di musica pesante. Rulebreaker è il titolo numero undici della produzione del gruppo ed è stato salutato con grande favore dalla critica di settore, ragione per cui mi sono lasciato convincere a dargli una chance.
Beh, premesso che dentro i solchi di Rulebreaker trovi esattamente quello che ti aspetti, bisogna ammettere che a volte la minestra riscaldata, se preparata con passione e competenza, può rappresentare un piatto che dà conforto. 
Così pezzi come la title track, The end is near, Bullets and tears, The devil in me, al pari dell'unico lento The sky is burning, riescono, seppur nella loro traettoria prevedibile, ad avere dignità e ragion d'essere,  mentre, ad esempio, la lunga suite power metal We walk without fear risulta, almeno alle mie orecchie, eccessivamente indigesta.

Una breve vacanza in lidi metal che di norma non frequento.