lunedì 19 agosto 2019

Justified, dalla stagione 3 alla conclusiva 6

Risultati immagini per justified raylan boyd


Rayland Givens (Timothy Oliphant) prosegue la sua battaglia contro il crimine nella contea di Harlan, assieme al gruppo di Marshall capitanati da Art Mullen (Nick searcy) e ai colleghi Rachel (Erica Tazel) e Tim (Jacob Pitts). Nell'eterna contesa tra bene e male, Rayland se la vede con buzzurri e criminali di mezza tacca, ma anche con gli esponenti della dixie mafia, che ciclicamente mandano i loro capetti in quell'angolo del Kentucky, dove è sempre presente l'emissario Wynn Duffy (Jere Burns). Senza mai dimenticare Boyd Crowder (Walton Goggins), amico d'infanzia di Givens nonchè suo autentito doppelganger che, tra alterne fortune, rappresenta la minaccia costante del territorio.
Probabilmente una sinossi così superficiale potrebbe non invogliare alla visione di questa serie della Fox, conclusasi nel 2016 alla sesta stagione. E allora, in fase di commento, aggiungerò che questa è una delle serie crime più divertente degli ultimi anni.

Come scrivevo nella recensione delle prime due stagioni, la forza del serial non sta tanto nelle storie, comunque godibili, visto che sono tratte da racconti di Elmore Leonard, e nemmeno in un particolare lato dark o di estremo realismo dei plot (per intenderci, non siamo dalle parti di The Wire o The Shield), ma da una caratterizzazione talmente avvincente di ogni singolo personaggio, da non temere confronti con nessuna altra produzione di analogo genere.
Timothy Oliphand, che ha (irrimediabilmente?) legato la sua carriera al marshall Rayland Givens, continua imperterrito ad avanzare con lo Stetson sempre calato in testa, come se fosse un estensione del suo corpo, e con la mano appoggiata sulla cintura, sempre pronta ad estrarre. Ma questa è solo una componente, a mio avviso nemmeno la più importante, della ricetta vincente di Justified.

I veri trionfatori della serie sono quasi tutti villain, dal padre di Rayland, Arlo (Raymond J Barry) alle famiglie del posto ( i Crowder, i Bennett, i Crow) in guerra una contro l'altra, in una faida che dura da sempre. Poi ci sono i contributi di caratteristi e guest star straordinariamente in ruolo, che sono durati lo spazio di una stagione o magari anche di una sola puntata (Michael Rapaport; Carla Gugino; Mikelty Williamson; Jeff Fahey; Rob Lowe e un meraviglioso Sam Elliott).
Ma sul podio più alto staziona Walton Goggins, che, con Boyd Crowder (dopo Shane Vendrell di The Shield) dà vita ad un criminale affascinante, scaltro e spietato, tanto pronto a togliere la vita altrui quanto loquace, affabulatore e persuasivo, che si prende la scena, stagione dopo stagione e che solo nella conclusione della final season, attraverso un colloquio con una sua vittima (che incarna a mio avviso lo spettatore medio affascinato dal male) mette le cose definitivamente in chiaro sulla sua personalità.
Un gradino sotto nella mia personale classifica colloco l'intrallazzone Wynn Duffy, interpretato da un Jere Burns perfetto nella parte di un criminale in giacca e cravatta imperturbabile e resistente a qualunque situazione avversa, mai impreparato a qualunque twist e dal piano B sempre a portata di mano.

Ma chissà se una popolazione così ampia e convincente di personaggi avrebbe avuto lo stesso successo in un territorio diverso dalla contea di Harlan. Un territorio che un tempo era noto per le sue miniere (famoso fu un lungo sciopero "risolto" dall'apparizione del country outlaw hero Johnny Paycheck), dove lavorava praticamente tutta la popolazione maschile ed ora scenario povero e desolato, nel quale hillbillies e redneck si trascinano in giro, da un bar all'altro, da una droga ad un'altra, senza nessuna possibilità di redenzione.
Ad Harlan tutti bevono bourbon come se fosse un bicchiere di acqua ghiacciata in una giornata di luglio. Tutti girano armati. Tutti hanno un piano per svoltare. Quasi tutti finiscono ammazzati o in galera, ricordando in questo i perdenti cronici, ma non per questo meno pericolosi, portati sullo schermo dai Coen.

Justified è un grande affresco di questa umanità, da vedere rigorosamente in lingua originale, per godere del meraviglioso accento di quelle parti, una cantilena dolce e pigra, che allunga le vocali e impasta le parole (non fosse per questo basterebbe la voce originale di Sam Elliott a giustificare lo sforzo ai meno avvezzi ai sottotitoli).

Ci mancherà.

Risultati immagini per justified season 6


lunedì 12 agosto 2019

Gotti, il primo padrino (2017)

Risultati immagini per GOTTI IL PRIMO PADRINO POSTER FILM

Dopo una gestazione embrionale durata anni, con progetti che hanno via via interessato registi come Barry Levinson e Nick Cassavetes, ed attori come Al Pacino, Joe Pesci e Chazz Palmintieri, il film basato sulle "gesta" del noto mafioso John Gotti viene realizzato nel 2017 con la regia di Kevin Connolly e con John Travolta nel ruolo principale.

La faccio breve: questo film è una ciofeca sotto ogni punto di vista, ma in particolare per la modalità agiografica di tratteggiare la figura di Gotti, che ne esce quasi come un moderno Robin Hood, mentre le forze dell'ordine fanno, quando va bene, da carta da parati, e quando va male da aguzzini.
Manca cioè del tutto quel minimo punto di equilibrio morale necessario quando si raccontano storie di criminali, al punto che sembra un film prodotto e girato dai mafiosi stessi: Gotti ha un cuore d'oro, ama la sua famiglia, uccide solo altri criminali, aiuta le vecchiette con la spesa, etc. etc. 
Per non parlare di quel debosciato del figlio (Junior), fatto passare da vittima del sistema.
Comparto tecnico e messa in scena da film televisivo di basso livello, recitazione di Travolta talmente sopra le righe da risultare quasi folkloristica. 
Cosa si salva? Forse trucco e parrucco.

Statene alla larga come dalla peste.

lunedì 5 agosto 2019

I migliori della vita: Bryan Adams, Reckless (1984)

Risultati immagini per bryan adams reckless

Potenza di uno spot fatto bene. Il recente commercial della DHL , che utilizza Bryan Adams e il suo brano Summer of 69 per celebrare i cinquant'anni dalla nascita del gigante logistico americano, mi ha portato in un batter d'occhio indietro di oltre trent'anni, quando i miei ascolti erano monotematicamente orientati al blu collar rock, dentro al quale il canadese Bryan Adams aveva un posto di rilievo.
Così ne approfitto anche per ribadire il profilo di questi post celebrativi, che non riguardano necessariamente capolavori assoluti della musica, ma molto più semplicemente dischi ai quali sono legato, anche solo da un legame affettivo, che può prescindere, e di certo prescinde, dal valore oggettivo dell'opera.

Nel caso di specie, Reckless è un album di rock mainstream che inanella un numero impressionante di anthem, tanto da configurarsi alla stregua di un greatest hits di inediti,
e basta leggere la tracklist per capirlo. 
Ma sull'analisi delle canzoni ci torno, prima c'è da considerare come il successo dell'album fu tutto, meno che frutto del caso o di un colpo di fortuna, se è vero che Adams ci lavorò per mesi, facendo e disfacendo più volte (come nel caso di Run to you, oltre un anno di gestazione, o di Summer of 69), a dimostrazione di una costante insoddisfazione, propria dei grandi artisti.

Rimettere su il vinile oggi è un vero e proprio tuffo nel mio passato. Non ho comprato il disco in tempo reale (1984), ma solo qualche anno dopo la sua uscita, tuttavia le sue note accompagnano un periodo della mia giovinezza felice, spensierato e inebriante, che le canzoni del disco ben riannodano.
A partire da One night love affair, midtempo d'apertura di grande fascino, con la voce squisitamente roca di Bryan messa nelle migliori condizioni per fare breccia immediata nel cuore dell'ascoltatore.
Da lì comincia un viaggio che ti impediva di estrarre la cassetta dall'autoradio (se non per cambiare verso) per tutti i trentotto minuti di durata del disco, attraverso un viaggio che, per il lato A del vinile si manteneva su un mood più midtempos, non lontano dalle atmosfere AOR tanto in voga in quel periodo, enfatizzate al loro massimo dall'unico lento del lotto, quell'Heaven presenza fissa di qualunque compilation di ballate che abbiamo preparato speranzosi negli ottanta, oltre che per i singoli Run to you e Somebody, ma che aspettava il lato B per darci dentro davvero, a partire dall'anthem autobiografico Summer of 69 e attraverso la canzone manifesto Kids wanna rock e il duetto con Tina Turner It's only love, per avviarsi alla conclusione senza mai prendere fiato con il rock 'n' roll di Long gone e l'ultima sferzata, appena venata di southern, rappresentata da Ain't gonna cry.

Insomma, Reckless è l'indiscussa pietra miliare di un certo tipo di rock, commerciale, effimero, per molti forse anche vecchio (e non vintage), ma che a me smuove ancora molto. Perchè, come si dice, al cuore non si comanda...

lunedì 29 luglio 2019

Train to Busan (2016)

Risultati immagini per train to busan poster italia

In una Seul che ha ormai assunto, amplificandoli, tutti i clichè disumanizzanti delle grandi metropoli occidentali e orientali, Seok -Woo è un broker cinico e spietato, che ha una vita personale a pezzi. Divorziato, con una figlia piccola (Soo-an) che non vede praticamente mai, dedito solo ed esclusivamente alle sue speculazioni finanziarie.
Il giorno del compleanno della figlia, dopo aver dato ennesima prova della sua assenza (attraverso il regalo di una Wii che la bambina già possiede), Seok-Woo accetta a malincuore di soddisfare la richiesta della piccola, che vuole vedere la madre, ed ex-moglie, che vive a Busan (circa 300 chilometri da Seul).
Saliti sul treno diretto a Busan, scopriranno con orrore, assieme agli altri passeggeri, che il Paese è sconvolto da un'epidemia che contagia le persone trasformandole in mostri "infetti" affamati di carne umana, e che anche il treno non è un posto sicuro, visto che una contagiata è riuscita a salirci prima della sua partenza.

Ci sono due modi di fare uno zombie movie (questi non sono zombi, ma insomma è per capirci): uno è dedicarsi esclusivamente allo splatter e al divertimento da pop-corn, senza approfondimento ne menate, e un altro è quello messo magnificamente in scena dal regista Yeon Sang-Ho (autore anche di soggetto e sceneggiatura), che, dentro un film lungo (due ore), ma che vola senza pesare mai, mette dentro tutto, dalle tipiche tematiche dell'assedio, alle grandi e spettacolari sequenze d'azione, anche di massa, al melodramma tipicamente orientale fino a, sopratutto, una forte ed evidente critica sociale al sistema classista e iniquo della "nuova" Corea del Sud.

Insomma, un film imperdibile, che diverte, avvince, commuove e, soprattutto, fa pensare.
Gira da tempo sui canali digitali RAI, dategli una chance (magari prima che il governo del cambiamento chiuda RAI Movie), oppure investite qualche euro nel dvd, che come si può apprezzare nell'immagine postata, contiene anche un anime di novanta minuti che fa da prequel alla storia.

lunedì 22 luglio 2019

D.A.D., A prayer for the loud

Risultati immagini per dad a prayer for the loud

Diamine, i D.A.D. . 
Li avevo persi qualcosa come trent'anni fa (madonna, fa impressione scriverlo) con quel No fuel left for the pilgrims che un certo rumore l'aveva fatto.
Poi, sì, mi arrivavano all'orecchio echi di ulteriori uscite nel corso del tempo (da quell'album nove fino ad oggi, in pratica una ogni tre anni),  ma non tali da far schioccare in me la frusta della curiosità.
Fino ad oggi, quando per ragioni come sempre imperscrutabili e frutto del caso, le mie orecchie sono tornate a posarsi sull'ultimo lavoro della band.
E sono ancora qui a ringraziare quel giorno

Per chi non lo sapesse, il monicker del gruppo danese sta per Disneyland After Dark, qualcosa di semplicemente geniale che però, com'era facilmente prevedibile, ha causato problemi di natura legale alla formazione, che ha dovuto accontentarsi di utilizzare l'acronimo di cui sopra, non senza però rinunciare al proprio spirito goliardico, se è vero che il disco del 2011, l'ultimo prima di questo, aveva per titolo DIC.NII.LAN.DAFT.ERD.ARK . 
E' sufficiente unire i puntini...

Di calembour in calembour, su una copertina che riprende la "mascotte" del gruppo (l'iconografico teschio di bue) in ambito vagamente blasfemo, ecco un titolo strepitoso, che mette insieme sacro e profano: A prayer for the loud.
Undici pezzi, a mio modo di vedere divisi in due sezioni stilisticamente differenti. La prima, fino alla traccia cinque è la mia preferita, ma la seconda gliela ammolla anche lei, con almeno un paio di pezzi sopra la media.
Il disco sprigiona il suo potenziale dopo un opener, la divertente Burning star, che prepara il campo ad almeno due pezzi di livello superiore, offerti in pegno sul sacro altare del blues, e dei suoi pattern universali che vestono perfettamente John Lee Hooker come i Depeche Mode di Personal Jesus. Le due tracce in questione sono la title track, inno totale e l'altrettanto strepitosa The sky is made of blues. Due canzoni che, ne sono certo, resteranno, se non nella storia, a causa della bulimia di uscite e della poca visibilità dei DAD, almeno nella mia memoria per molto, moltissimo tempo. 
Prima e dopo, dentro uno schema che prevede una seconda parte più hard-heavy della prima,  una serie di canzoni ispirate ed affilate (The real me; Happy days in hell), con il giro blues di cui sopra che torna e si diverte con gli AC/DC (Musical chairs) e due lenti (A drug for the heart e If the world just) che avvicinano l'asticella alle due tracce capolavoro di cui sopra.

Insomma, A prayer for the loud è un discone imperdibile.
L'ennesimo, dentro un anno che mi sta regalando grande godimento e soddisfazione.

lunedì 15 luglio 2019

Hank Von Hell, Egomania (2018)

Risultati immagini per hank von hell egomania

E' noto che i fan dei Turbonegro siano ancora in lutto per lo scioglimento della loro band preferita. Talmente unico e originale lo stile death-punk imposto dal gruppo norvegese, che era pressochè impossibile trovare dei degni eredi. Ecco allora tutti a stringersi attorno al disco di esordio, sotto proprio nome, di Hank Von Hell (nato Hans Erik Dyvik Husby), frontman dei Turbonegro, dopo qualche tentativo (Doctor Midnight and the Mercy Cult; Duke of noting) andato a vuoto.
Egomania, anticipato da un singolo, Fake it, che non sarà curiosamente incluso nella tracklist del disco, non è il ritorno del brand Turbonegro (non del tutto almeno), anche se si porta inevitabilmente dietro profumi e screpolature di quella esperienza, dentro una manciata di canzoni caciarone e ipertrofiche, che non riesco a definire diversamente se non happy-metal.
Dieci tracce per meno di quaranta minuti dall'impatto immediato che riesce però a conciliarsi con una buona longevità, all'insegna di un'orecchiabilità cafona (la title track) che non disdegna i KISS più commerciali di Dynasty, ma che piazza dei colpi mica male, come le irresistibili Blood e Bum to bum e quando decide di incattivirsi non ha esitazioni, come nel caso della nervosa Pretty decent exposure o Never again, il pezzo più classicamente metal della raccolta.
Insomma, si fa dannatamente sul serio, ma sempre con ironia, come testimonia il look di Hank o Adios (Where my sombrero?), il pezzo scelto per concludere la tracklist, che parte lento per poi crescere progressivamente fino al suo massimo climax.
Autoironia che si svela in tutta la sua irriverenza anche nel video di Bum to bum, featuring Steve-O, dove il nostro, all'inizio, si mostra impudicamente in un irresistibile look da turista tedesco (lo trovate sotto).

Egomania è un gran bel disco, divertente e piacevomente maleducato. Peccato che, essendo uscito nelle ultime settimane del 2018, sia entrato nei miei radar solo nel 2019, perdendo così la possibilità della nomination dei migliori dell'anno.


lunedì 8 luglio 2019

Allegaeon, Apoptosis

Risultati immagini per allegaeon apoptosis

Gli Allegaon sono una band di metal estremo basata in Colorado, attiva da una decina di anni e con una discografia che consta di cinque album.
L'ascolto per la prima volta con l'ultima fatica, questo Apoptosis (titolo che non imparerò mai, e che è un termine biologico che sta ad indicare la morte cellulare programmata), capace di catturare tutta la mia attenzione e di mantenerla alta per settimane.
Il gruppo si muove su canoni techno-death, e, come da regole del genere, ogni componente è in possesso di una tecnica sbalorditiva (ad eccezione forse del singer Riley McShane, perfetto nelle parti growl richieste, ma senza spiccare particolarmente per originalità) che permette alla formazione robusti inserimenti di partiture prog e pattern puliti, dentro un feroce assalto death, che fanno del disco un'opera dal fascino assicurato.
Il breve prologo strumentale di Parthenogenesis, che parte come un pezzo dei Goblin scritto per un film del periodo aureo di Dario Argento, mette subito in chiaro l'enciclopedica conoscenza musicale degli Allegaon.
Per l'intera durata della tracklist (undici tracce per oltre cinquantasei minuti) si alternano cannonate marce e ignoranti (Extremophiles (B); Exothermic chemical combustion; Metaphobia) a pezzi suggestivi e chiaramente influenzati dal progressive, come il secondo strumentale Colors of the currents (featuring la chitarra classica di Christina Sandsengen) ma anche Tsunami and submergence e la suggestiva, lunga suite finale Apoptosis.

Che dire? Il termine futuristic melodic technical death metal appiccicato agli Allegaeon, per quanto ambizioso, mette sulla giusta strada chi si approcci per la prima volta al sound di un gruppo davvero interessante.

giovedì 4 luglio 2019

MFT maggio giugno diciannove

Nonostante l'accrescimento di responsabilità in ambito lavorativo, ero riuscito sempre a trovare il tempo per aggiornare il blog. Poi improvvisamente, bam!, tre settimane di apnea per cazzi assortiti che mi hanno completamente prosciugato.
Un peccato, perchè prima di precipitare in questa spirale avevo in testa più di uno spunto di cui volevo assolutamente scrivere.
Nell'attesa di capire se e come mi tornerà l'ispirazione su quei soggetti, riparto da un post facile facile, ma immancabile come l'afa milanese: la solita lista dei miei titoli preferiti del bimestre.

ASCOLTI

SpidergawdV
Little Steven and the Disceples of SoulSummer of sorcery
WhitesnakeFlesh and blood
PossessedRevelations of oblivion
AllegaeonApoptosis
EnforcerZenith
Josh RitterFevere breaks
Cats in SpaceDaytrip to Narnia
Pokey LaFargeManic revelations
Hank Von Hell, Egomania
Bruce Springsteen, Western stars
Fulci, Tropical sun
Warrior Soul, Rock 'n' roll disease
Mr Big, s/t; Lean into it; Bump ahead
Bokassa, Crimson riders
Whitesnake, Flesh and blood
Godsmsack, Good times...Ten years of
The Raconteurs, Help us
Massimo Volume, Il nuotatore
Death Angel, Humanicide
Darkthrone, Old star
Possessed, Revelations of oblivion
Hollywood Vampires, Rise
Pristine, Road back to ruin
Saint Vitus, s/t
Turbonegro, Scandinavian leather
Buckcherry, The best
Tom Petty, The best of everything
Hayes Carll, What it is
The Waterboys, Where the action is
Janet Gardner, Your place in the sun

VISIONI

Avengers,Endgame
Deadpool 2
Stanlio e Ollio
Halloween (Carpenter)
Nella tana dei lupi
I fratelli Sisters
Breaking news
I Goonies
Sugarland express
Equalizer 2 - Senza perdono
La prima notte del giudizio
John Wick 3 - Parabellum
Asbury Park: lotta, redenzione, rock and roll
Phil Spector
eXistenZ
La nona porta
Game change
Dieci piccoli indiani (Film TV, 2015)
Black mass - L'ultimo gangster
Escape plan 2
Pets
End of justice - Nessuno è innocente
Il traditore
La isla minima
Secret window
Il fiore del mio segreto
Morto Stalin, se ne fa un altro
I mercenari 3
The wife - Vivere nell'ombra
Il buco
Quando Alice ruppe lo specchio
Mike Tyson: tutta la verità
Johnny English colpisce ancora
Toy Story 4

Il Trono di Spade, final season
Gomorra, 4

LETTURE

Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore,
Il terrorista dei generi - Tutto il cinema di Lucio Fulci

Immagine correlata


lunedì 17 giugno 2019

Steve Earle, Guy

Risultati immagini per steve earle guy

L'ho citato nell'ultima recensione di Josh Ritter, e allora eccoci qui a scrivere di Steve Earle, che per dieci album, dal 2000 (Trascendental blues) fino ad oggi, non ha sostanzialmente mai abbandonato la regola di un disco nuovo un anno sì e uno no.
Questo però è sicuramente un disco speciale, visto che il buon Steve chiude il cerchio delle sue ingombranti influenze giovanili.
Se nel 2009 aveva omaggiato il "cattivo maestro" (per i comportamenti autodistruttivi) Townes Van Zandt (comunque tributato già nel 1982 con una cosetta tipo dare al figlio - anch'egli oggi affermato artista -  il suo nome) con Townes, un disco di cover che fece conoscere alla massa l'enorme talento di Van Zandt, oggi è la volta del secondo pilastro delle fondamenta sulle quali Earle ha edificato la sua carriera e plasmato il suo indiscusso talento.

Tocca infatti a Guy Clark, che ci ha lasciato tre anni fa e che tutti ricordano per quella doppietta clamorosa di più di quarant'anni fa (Old no. 1 e Texas cookin') con la quale si era affacciato al music business.
Ci fosse qualcuno che non avesse mai ascoltato Clark e si approcciasse all'ascolto di questo album avrebbe tutti i legittimi motivi per pensare ad un opera originale di Earle, tanto, in un totale cortocircuito tra insegnante e allievo, liriche e stile sono aderenti alla consolidata cifra stilistica dell'autore di Guitar Town.
La poetica malinconica di Guy, le sue polaroid  di luoghi e persone ai margini delle storie normalmente raccontate sono le stesse che Steve (e Townes) ha sempre interpretato, perciò non c'è niente di strano se composizioni come L.A. Freeway; Desperados waiting for the train; Rita Ballou; The Randall knife; The last gunfighter ballad; She ain't going nowhere o Out in the parking lot risultino così familiari al primo ascolto, al fan medio di Earle.

Il sessantaquattrenne artista della Virginia mette in fila sedici brani del maestro Clark, dividendoli quasi equamente tra quelli estratti dai due seminali lavori di debutto e il resto della produzione, andando a pescare anche composizioni meno note, per un risultato niente di meno che imperdibile, per tutti quelli che sostengono di amare la musica d'autore a cavallo tra country e folk.

lunedì 10 giugno 2019

Josh Ritter, Fever breaks

Risultati immagini per josh ritter fever breaks

Quello che per le mie nozioni era un debuttante, ha in realtà oltre vent'anni di marciapiede nel music business, dieci album già pubblicati, una manciata di EP e live.
Viene da chiedersi come mai i miei radar non abbiano mai intercettato Josh Ritter, ma tant'è.
Fever breaks è dunque il decimo album del quarantenne nato a Mosca (Idaho, non Russia), ed è uno sferzante esempio di come si possa stare dentro perimetri stilistici definiti - folk,country,americana - senza privarsi della libertà di rimbalzare da un canone all'altro.
Per farlo ovviamente serve una capacità interpretativa, tecnica, empatica e di scrittura che non si compra all'eurospin, ma che ti viene concessa in dote e che tu devi avere la decenza di non sprecare.

E' anche così che si realizza un lavoro come Fever breaks. E' così che si butta lì un grandioso e strafottente contry rock qual'è Ground don't want me, in bilico tra una melodia irresitibile, un testo che sarebbe piaciuto all'Uomo in Nero e un mood per il quale Springsteen farebbe carte false.
E' così che, dopo aver afferrato per le palle l'ascoltatore, lo si porta dove si vuole, disturbando il prematuro riposo di Tom Petty (Old black magic), dando lezione ai nuovi idoli country capeggiati da Stapleton (I stilll love you), così come navigando in sicurezza verso gli approdi dei Waterboys (The torch committee), riuscendo tuttavia sempre ad essere leggero come nuvole bianche nel cielo estivo (All some kind of dream) e venendo fuori con classe da un semi plagio di Steve Earle (quanto Blazing highway home richiama Goodbye?).

Insomma, in un anno saturo di uscite di artisti della "mia scuderia"(Austin Lucas, Steve Earle, Little Steven, Hayes Carll, Son Volt) , Josh Ritter ha messo la freccia pretendendo priorità di ascolto. 
Con un album così, non ho potuto fare a meno di concedergliela.


giovedì 6 giugno 2019

Passione cofanetti/1

Nell'era d'oro del mercato discografico le major pubblicavano questi cofanetti lussuosissimi, a prezzi (almeno per me) insostenibili, che normalmente i negozi di dischi esponevano in una teca chiusa, per cui si potevano solo ammirare ma, a differenza degli altri dischi, non toccare, ad aumentare ulteriormente la sensazione di inavvicinabilità del prodotto.
Oggi, nel camposanto dei supporti fisici, si continuano a realizzare queste produzioni monografiche (per genere o per artista), con confezioni meno sfarzose, ma comunque dignitose, e soprattutto a prezzi davvero accattivanti.
In questo spazio posterò qualche cofanetto acquistato nel corso degli ultimi tempi, dal rapporto qualità prezzo particolarmente competitivo.

Inizio subito con un'opera che rientra un pò a forza nel "concetto cofanetto" (essendo, in versione compact disc,"solo" un doppio), ma che per filosofia dell'operazione, finalità del progetto e artisti che ne hanno curato l'uscita, merita i riflettori.

Mi riferisco al bellissimo e curatissimo Confessin' the blues, antologia blues curata e compilata dai Rolling Stones, che, tra mammasantissima del genere, ma non solo, contiene quarantadue tra le più seminali tracce della storia, interpretate, nelle versioni originali, con un suono incredibile, da Muddy Waters, Howlin Wolf, Chuck Berry, John Lee Hooker, Little Walter, Elmore James e una vagonata di altri artisti la cui vita è indissolubilmente legata alla musica che suonavano.
Libretto ricchissimo di foto e annotazioni e, elemento di ulteriore valore, il 10% del ricavato dalla vendita viene devoluto alla Blues Heaven Foundation, di Willie Dixon.

Si trova sui normali siti di e-commerce a una quindicina di euro.


lunedì 3 giugno 2019

The devil's candy (2015)

Risultati immagini per the devil's candy poster

Il genere horror e l'heavy metal sono sempre stati collegati da un legame strettissimo. Vuoi per l'ampio utilizzo di tematiche gore da parte di una molteplicità di band estreme, per la passione che molti metalhead dividono equamente tra lo stile musicale pesante e le pellicole sanguinolente, o semplicemente perchè entrambe queste forme d'arte sono sempre state considerate, dall'elite dei critici, espressioni minori dei reciproci perimetri comunicativi (salvo poi ricredersi fuori tempo massimo).
Tuttavia il matrimonio tra metal e horror raramente si è consumato appieno. Certo, molti registi di genere hanno utilizzato l'HM come colonna sonora di squartamenti e mostruosità assortite, ma, se escludiamo il cult minore Morte a 33 giri, la combinazione dei due elementi ha raramente prodotto un autentico unicum.
Anche per questo probabilmente The devil's candy ha raggiunto in fretta lo status di cult tra gli appassionati di rock estremo.
Chiariamoci, The devil's candy non è un film sul metal, in questo senso l'esempio di Morte a 33 giri può essere fuorviante, ma la musica forgiata quasi cinquant'anni fa dai Black Sabbath ne è tuttavia il fulcro, con i suoi simboli e simbolismi, i suoi dogmi, le sue distorsioni.
Lo spunto narrativo della storia segue uno dei clichè più abusati dei film di genere: la famiglia che va ad abitare la casa maledetta, dovendo per questo affrontare terribili sfide, che metteranno in discussione la solidità della famiglia stessa.

Gli Hellman (nomen omen), papà Jesse (Ethan Embry), di professione pittore, la moglie Astrid (Shiri Appleby), che si intuisce essere quella che porta avanti la baracca, tra gli alti e bassi economici del marito, assieme alla figlia adolescente Zoey (Kiara Glasco), si indebitano fino all'ultimo cent per acquistare una grande casa isolata, informati dal loro agente immobiliare di alcune morti che lì sono avvenute (e che noi abbiamo visto nel prologo del film).
Padre e figlia sono  fanatici di heavy-metal e questa passione, nelle parti leggere, regala perle di saggezza (una su tutte: mentre i due fanno headbangin in auto sulle note sparate a tutto volume di Killing inside dei Cavalera Conspiracy, alla madre, rassegnata al frastuono, che chiede se possono mettere qualcosa di più morbido, Zoey risponde "tipo i Metallica?").
Con il passare del tempo Jesse viene colto da un'oscura ispirazione che gli fa trasformare i suoi innocui dipinti in oscuri e terrificanti lavori, tra i quali una spaventosa rappresentazione di bambini e della figlia Zoey, avvolta dalle fiamme. 
Il villain del film è Ray Smile (il navigato caratterista Pruitt Taylor Vince), un'improbabile omone sovrappeso in tuta rosso fuoco che, per sovrastare le voci che gli chiedono di compiere atti agghiaccianti, è costretto ad imbracciare una chitarra Flying V e lasciare reverberare un MI scordato con gli ampli a palla.

La trama, tutto sommata di prassi, è però ben bilanciata dall'ottima regia di Sean Byrne, che padroneggia la scena con mano sicura e che, grazie ad uno strepitoso montaggio alternato (si veda la sequenza in cui Ray colpisce il bambino sull'altalena, con il dinamismo che sfocia nelle pennellate che un Jesse quasi trasfigurato imprime sulla tela), trasforma un plot scontato in una degnissima opera originale.
Ultima ma non ultima, la colonna sonora, curata, e mi viene da dire non potrebbe essere altrimenti, visto il costante suono drone metal che aleggia cupo, dai Sunn O))), coadiuvati da altri artisti metal (Slayer, Machine Head) e non (PJ Harvey e Spiderbait). 
Da segnalare il ruolo centrale, in uno dei twist della storia, del poster dei Ghost nella stanza di Zoey. 
Assolutamente rock, infine, la modalità con la quale Jesse si libera (definitivamente?) di Ray.
Se ancora ce ne fosse bisogno, la prova del nove del legame tra film e metal arriva dopo l'ultima sequenza, quando parte, perfettamente integrato con il  montaggio, For whom the bells toll dei Metallica e vi ritroverete a saltare sul divano facendo headbangin come se fossero passati cinque minuti e non venticinque anni dall'uscita di Ride the lightning.

Se questo pistolotto che ho scritto ha un qualche senso per te che lo leggi, non puoi perdere The devil's candy.

A seguire (non so quando) un altro tributo cinematografico al metal estremo: Deathgasm.


Risultati immagini per the devil's candy poster

giovedì 30 maggio 2019

John Wick 3

Risultati immagini per john wick 3 poster italia

John Wick tre. 
Ovvero, come "l'obbligo" del franchise ti rovina un buon prodotto d'intrattenimento
Del terzo capitolo salvo solo le coreografie dei combattimenti, assoluto valore aggiunto del film, questa volta dotate anche di un certo humor nonostante il contesto noir serissimo (da questo punto di vista il regista Chad Stahelski, ex stuntman, è ormai una garanzia). 
Il resto è da buttare, con una sceneggiatura che vuole trasformare Wick in un incrocio tra l'agente 007 (per le location visitate) e Bruce Wayne di Batman Begin (per il percorso doloroso al quale è sottoposto), con il risultato di farlo diventare un supereroe praticamente immortale (che infatti gira con Halle Berry in versione Tempesta degli X-Men).
Il finale aperto poi casca come una grattugiata di parmigiano su un piatto di spaghetti alle vongole.

Fermatevi, vi prego.

lunedì 27 maggio 2019

Until the light takes us (2009)

Risultati immagini per till the light take us film locandina

La recente uscita del film Lord of chaos ha acceso di nuovo i riflettori su un genere musicale, il black metal, che comunque proprio privo di attenzione mediatica non è mai stato.
Prima di Lord of chaos a tenere un riflettore acceso sui fatti, ormai noti, accaduti in Norvegia tra la fine degli ottanta e la prima metà dei novanta, nell'ambito del cosiddetto black metal inner circle, era stata la divulgazione di Until the light takes us (tradizione in inglese del titolo del seminale album di Burzum Hvis lyset tar oss), un documentario di Aaron Aites (nel frattempo purtroppo deceduto) e Audrey Ewell che, attraverso interviste ai principali attori del periodo, ricostruiva quegli avvenimenti musicalmente straordinari e umanamente tragici.

Protagonisti principali delle interviste sono Gylve "Fenriz" Nagell dei Darkthrone (vedendolo senza il caratteristico trucco facciale corpse painting si nota un'inquietante somiglianza con il calciatore tedesco Mesut Ozil) e il mefistolico Varg Vikernes aka Burzum aka Count Grishnackh, che stava finendo di scontare il periodo di detenzione per l'omicidio di Øystein Aarseth, aka Euronymous,anche lui come, se non più dei due altri intervistati, inventore del black metal norvegese.
Non sto qui a ripercorre i fatti nel dettaglio (l'incendio di chiese, l'omicidio di un presunto omosessuale, il suicidio di Dead, cantante di quei seminali Mayhem nei quali suonavano assieme Varg e Euronymous, fino al terribile omicidio dello stesso Aarseth da parte di Vikernes), il documentario a mio modo di giudicare va assolutamente visto, non solo per approfondire la personalità dei musicisti intervistati, ma anche per capire in quale contesto sociale nasce un genere così alienante (le immagini di città come Oslo o Bergen sempre cupe, nella penombra, lerce, non appaiono certo come un inno alla vita), disturbante, per molti molesto e quanto un modo di vivere la propria esistenza combaciasse, per qualcuno, fino alle estreme conseguenze con il genere musicale estremo inventato.

Dalle interviste traspaiono tratti caratteriali e personalità dei protagonisti del movimento. Così, per un Fenriz che appare molto low profile, sempre rilassato, quasi rassegnato al ruolo che i media gli hanno affibbiato, ecco il contraltare di Vikernes, sguardo orgoglioso e ghigno beffardo, che, dalla prigione dove sta scontando i suoi ventuno anni di carcere (massimo della pena in Norvegia) ricostruisce senza lesinare dovizie di particolari splatter l'omicidio di Euronymous. Ancora più agghiaccianti sono però le sue idee politiche reazionarie, purtroppo veicolate con una modalità comunicativa ed una capacità persuasiva che nell'attuale situazione socio politica potrebbero anche fare enorme presa, se Burzum "scendesse in campo".
Tralascio ogni commento su Abbath e Demonaz degli Immortal, tronfi e banali, e mi concentro invece sull'incredibile figura di Kjetil "Frost" Haraldstad dei Satyricon, altra band cardine del movimento black.
A Frost è dedicata la conclusione del documentario, con le immagini più sconvolgenti di tutto il girato. Il batterista dei Satyricon infatti, viene immortalato in una "performance artistica", tra l'altro eseguita a Roma, dove il musicista non suona alcuno strumento, ma si esibisce in una serie di azioni distruttive, in cui a farne le spese sono alcuni mobili, nonchè, ed è la parte più terribile, autolesioniste, nelle quali si provoca profondi tagli sul corpo per mezzo di un coltellaccio, per poi adagiarsi, esausto.

In qualche modo dentro questa performance c'è tanto dello spirito del movimento black norvegese, una malsana valvola di sfogo che si irradia in più direzioni: ambiente, politica, morte, dolore, violenza, e che poi ogni singolo individuo coinvolto nel suo sviluppo ha fatto propria, incanalandola secondo personalità ed orientamenti personali. 
Insomma, se esiste una modalità principale per suonare il black metal (o almeno, c'era all'epoca), ed è quella che Euronymous ha inventato, mutuandola dall'embrione sonoro creato dai Bathory, ci sono decine di modi diversi con cui diversi soggetti hanno vissuto sulla propria pelle quel canone.
Quei ragazzi (non dimentichiamo che erano tutti giovanissimi) sono stati tutti artisti innovatori.
Alcuni di essi erano anche dei criminali.

giovedì 23 maggio 2019

Fulci, Opening the hell gates (2015 - 2019)

Risultati immagini per fulci opening the hell gates album

Lo ammetto: sono sempre stato prevenuto rispetto alla musica metal fatta in Italia. So che sbaglio e che ci sono e ci sono state tante, tantissime band nostrane (il metallo è uno dei generi più suonati, anche da noi) di valore, a volte persino superiore ai colleghi americani o europei. 
A volte per andare oltre questi preconcetti mi serve uno stimolo, una scintilla, una suggestione.
In questo caso la suggestione arriva dal monicker di questa band italiana, che ha scelto di chiamarsi come il regista italiano di culto Lucio Fulci, cineasta dalla produzione sterminata, ma di cui ovviamente tutti nel mondo ricordano e celebrano gli horror.
Per la formazione campana (di Caserta) il riferimento al regista è un'ispirazione a tutto tondo, se è vero che i temi sviluppati nei suoi dischi (un EP prima di questo full-lenght, aggiunto in coda alla title track dell'album) si ispirano alle pellicole più famose di Fulci.
Infatti, Opening the hell gates altro non è che un tributo musicale a Paura nella città dei morti viventi, film del 1980, primo titolo della Trilogia della morte, comprendente anche L'aldilà e Quella villa accanto al cimitero.

Vista l'ispirazione, lo stile musicale proposto non può che essere un death-metal con tendenze slam, dentro al quale confluiscono anche parti di dialoghi dai film fulciani, ben amalgamati con l'assalto brutale dei pezzi. Il disco, sebbene debitore dei nomi tutelari del settore, è ottimamente suonato e prodotto, l'impatto dei pezzi è inquietante e devastante esattamente come deve essere, ma il lavoro, probabilmente anche per la sua brevità (le tracce non superano mai i tre minuti, per un timing totale sotto i venticinque minuti di musica), coinvolge ed appassiona, spronandoci a rimetterlo ogni volta da capo per godere delle sue atmosfere malsane, i suoi riff, anche rallentati in odore di doom, i suoi midtempos, la sua autenticità artistica.
L'album è stato ultimato nel 2015 ma si è reso disponibile solo nelle scorse settimane, tant'è che i Fulci, nel frattempo cresciuti come impatto ed impegnati in un tour negli States, hanno già pronto un nuovo lavoro, Tropical sun, in uscita a giorni ed ispirato dal lavoro più fortunato del Maestro: Zombi 2.

Che dire? Ricredersi non è mai stato così divertente.

lunedì 20 maggio 2019

Cats in Space, Daytrip to Narnia

Risultati immagini per cats in space a daytrip

Insistere a scrivere su uno strumento ormai vetusto come ormai è, a tutti gli effetti, un blog, a volte porta a postare un pò con inerzia o mestiere, dimenticando l'entusiasmo che ti aveva portato a cliccare "pubblica" sul primo post.
A volte però capita ancora di avvertire davvero l'urgenza comunicativa di parlare di una nuova band, un artista, un film, un libro, che "spinge" per venire fuori ed essere irradiato.
E' il caso dei Cats in Space, combo inglese di sette elementi, con una media di età sui cinquanta abbondanti, con esperienze in ambito rock hard-rock prog, in formazioni dalle quali spiccano Arena (il cantante Paul Manzi); T'Pau, Bad Company, Ian Gillan Band (il chitarrista Dean Howard) oltre a svariate altre di non primissima notorietà.
I CIS esordiscono discograficamente nel 2015 con Tooo many gods, e , nel giro di meno di quattro anni, rilasciano tre full lenght e un disco dal vivo, riscontrando un buon successo in patria.
L'ultima fatica è l'oggetto di questa recensione, Daytrip to Narnia viene pubblicato infatti lo scorso primo marzo.

In un'epoca nella quale il bacino di band che si buttano sul retro rock è sostanzialmente saturo, i Cats in Space scelgono di stare nella tazza di tè a loro più congeniale, un grande patchwork dentro il quale conflusicono pop-prog, AOR e FM rock.
Niente di trascendentale dunque, in termini di innovazione. 
Non fosse per un piccolo particolare: il combo, sia in termini di scrittura che di tecnica, caga sul petto a tutti.
Il disco, un concept suppongo basato sui romanzi di C.S. Lewis (ma questo per me conta davvero zero), muove, sin dall'apertura di Narnia, in piena sintonia con gruppi storici che rispondono alle ben note ragioni sociali di ELO, Supertramp, Yes, ma anche Journey, Foreigner, Boston, Survivor e Queen, ma non si ferma lì, sfidando l'apertura mentale dell'ascoltatore a spingersi oltre.
Grandissimi ganci melodici, ritornelli da sturbo, aperture di voce e tastiere da paradiso dell'AOR, canzoni con la cazzo di C maiuscola.
Il disco è suddiviso in due parti, come fossero i lati A e B del vecchio vinile: la prima, che suddivide le tracce dalla uno alla sette, con Hologram man, She talks too much e Unicorn sugli scudi. La seconda, se possibile ancora meglio, è una suite divisa in sette parti titolata The story of Johnny Rocket.

Ora, normalmente quando sento la parola suite collegata ad una tracklist mi viene subito la psoriasi, ma in questo caso l'elemento a fattore comune è rappresentato solo dalla storia narrata (di Johnny Rocket), per il resto i sette brani sono totalmente indipendenti uno dall'altro, sia come struttura che, elemento più importante, come stile.
Infatti, se la parte II della suite (Johnny Rocket) continua a battere in maniera deliziosa i terreni dell'AOR di classe, con la successiva parte III (Thunder in the night) ci si impomata i capelli e si raggiunge la pista, per un incredibile pezzo discomusic anni settanta. Il brano è senza dubbio uno degli highlights del disco, e infatti viene scelto, per il suo irresistibile ritornello, come singolo, ma che dire della parte IV (One small step), che parte con un delizioso doo wop, dell'orchestrazione della V (Twilight) della ballatona alla Boston della parte VI (Yesterday's news) o, per chiudere, del soave pop alla Michael McDonald della VII (Destination unknown), che chiude suggestivamente il viaggio? 
Per il sottoscritto assolutamente nulla, se non levarsi il cappello e fare un inchino a questi mostri, che da due mesi si sono presi il controllo di tutti i miei devices musicali e non hanno intenzione di mollarlo. 
Va da sè, che è già partita l'operazione di recupero del materiale precedente così come è perfettamente scontato indicare già da oggi Daytrip in Narnia nel gruppo dei migliori del 2019.

Chapeau! 

O se preferite: mecojoni!

giovedì 16 maggio 2019

Backyard Babies, Sliver and gold

Risultati immagini per backyard babies silver and gold

Pur essendo storicamente appassionato di quel genere debosciato di metal che attraversa varie definizioni, dallo sleaze al glam all'hair fino all'AOR, sono ancora tante le band che, pur bazzicando in giro da anni, non ho mai ascoltato.
Una di queste risponde sicuramente al monicker Backyard Babies, svedesi di Nässjö che debuttano nel mondo discografico nel 1994 e in venticinque anni licenziano otto lavori, ultimo dei quali è appunto Sliver and gold (laddove il termine "argento" è sostituito con "scheggia").

Il disco è indubbiamente energico e ben suonato, saldamente collocato dentro quell'ampio perimetro stilistico che descrivevo brevemente in premessa, ci si può divertire coi riferimenti, dai primi Bon Jovi ai Poison (Shovin' rocks) da semi plagi dei Blue Oyster Cult (quanto Yes to all no ricorda Don't fear the reaper?), nonchè coi richiami al punk californiano e ai Green Day di Dookie (Simple being sold).
La seconda parte dell'album prevale a mio avviso sulla prima, con un paio di poderose kickass (44 Undead e A day late in my dolla shorts).
Dieci canzoni, come ai vecchi tempi, la ballata inserita al termine della tracklist, come ai vecchi tempi, un buon, corroborante lavoro, come ai (vecchi) tempi che furono e che, grazie a band come i Backyard Babies ancora un pò sono.

lunedì 13 maggio 2019

Bokassa, Ghost e Metallica: Milano, 8 maggio 2019


Dopo la disastrosa esperienza del Sonisphere, mi ero ripromesso di non assistere più ad un concerto dei Metallica (e ad un qualunque altro concerto di massa ad eccezione di Springsteen) se ospitato da strutture inconciliabili con eventi di natura musicale.
Visto che la data italiana del nuovo tour dei Metallica avrebbe toccato l'ippodromo di Milano, ho tentato di tenere salda la mia decisione. 
A farmi capitolare è stata l'inclusione nel bill di due band che aspettavo alla prova del live: i Bokassa e i Ghost. Sono loro l'unica ragione per la quale ho speso la modica cifra di novanta euro per il mio posticino su un prato spelacchiato.

Un paio di considerazioni. La prima di natura metereologica: sebbene il tempo non fosse dei migliori, nella settimana del concerto non era prevista pioggia. Ad eccezione di un giorno, ovviamente proprio quello dello show, l'8 di maggio. 
Non il 7, ne il 9, e nemmeno il 6 o il 10. 
No. Solo l'8.
La seconda considerazione è di natura organizzativa, e mi viene dal cuore. Sta cosa del "pit" riservato ha stracciato i coglioni. Grazie al recinto limitato, venduto ovviamente a prezzo maggiorato, le due band di supporto hanno suonato con un antipatico spazio vuoto tra il pubblico del pit (mezzo vuoto fino all'arrivo degli headliner) e quello delle seconde transenne, e al tempo stesso il pubblico con biglietto normale (che comunque non era esattamente regalato) non ha potuto avvicinarsi maggiormente al palco.

Detto questo passiamo alla recensione del concerto.
Aprono i Bokassa, che confermano tutte le buone vibrazioni che emanano da disco, anche se è sembrato evidente a tutti come i tre norvegesi fossero un pò spaesati in quel palco enorme e come invece il loro stoner-hardcore-punk-metal avrebbe spaccato allegramente i culi in un locale di infime dimensioni. 
Sei i pezzi proposti in tutto, tra i quali Impending doom, Last night (was a real massacre), Walker Texas danger e l'inedita (sarà sul prossimo album in uscita a giugno) Mouthbreakers Inc. .
Risultati immagini per foto bokassa concerto milano 8 maggio

Che dire dei Ghost? Assieme ai Cats on Space (ne parlerò), la mia band preferita al momento. 
Nonostante lo spettacolo degli svedesi necessiterebbe del favore delle tenebre, la formazione del leader/frontman/one man band Tobias Forge ha lasciato il segno, in virtù di un repertorio già solidissimo e di un gusto melodico unico, che li porta a spaziare in ogni ambito, come ampiamente dimostrato dall'ultimo lavoro, Prequelle
Spiace essermi trovato solo, nel mio spicchio di prato, a fare singalong sui cori (ma come si fa a non ululare su Rats???) o sui ritornelli (Dance macabre; From the pinnacle to the pit;Ritual; Faith), nella quasi totale indifferenza del resto dei presenti.
Il look della band, abbandonati i costumi ecclesiastici (Forge indossa l'abito papale esclusivamente durante il solo di sax, sulla conclusione di quella meraviglia strumentale che risponde al titolo di Miasma) vede i componenti vestiti completamente di nero, con maschere scintillanti color argento, raffiguranti demoni o fiere.
Risultati immagini per foto ghost concerto milano 8 maggio
Tobias Forge, col viso truccato di bianco e gli occhi cerchiati di nero, sembra invece lo zombie di un dandy, elegantissimo, con tanto di coccarda sul petto all'altezza del cuore, si muove da consumato e impeccabile maestro di cerimonie. 
Ironico, istrionico, in pieno controllo sulla situazione. Uno straripante talento inversamente proporzionale alla modesta altezza.
Risultati immagini per foto ghost concerto milano 8 maggio
La setlist dei Ghost sfiora l'ora di durata, e si chiude con Square hammer, altro gioiellino, incluso, quale unico inedito, sull'EP di cover Popestar del 2016.
Da rivedere in condizioni adeguate as soon as possible. 
Purtroppo, al momento, il loro tour non prevede date in Italia.

Alle 20:50 circa (unico ritardo nell'altrimenti precisissimo schedulato) parte il consueto filmato de Il buono il brutto e il cattivo di Sergio Leone, con le musiche (Ecstasy of gold) di Morricone, ed entrano in scena i Metallica
Hardwire apre la loro gig, in una modalità che non mi arriva con l'impeto della versione registrata, ma più compassata.
James, al solito, interagisce molto col pubblico tirando in ballo come da prassi la fidelizzazione dei fan con la Metallica family, ma ho l'impressione che la reazione dei presenti sia un pò freddina. 
Risultati immagini per foto metallica concerto milano 8 maggio
Purtroppo la sfiga che contraddistingue la mia partecipazione ai concerti dei Four Horsmen prosegue, perchè, a differenza delle date precedenti a questa, dove ad esempio avevano rispolverato la meravigliosa Disposable heroes, a Milano ci propinano due terzi di concerto (prima dei bis) con solo un brano estratto dai primi tre, seminali, dischi (trattasi di Ride the lightning), soffermandosi più sul recente Hardwired to self destruct e sui dischi post ...And justice for all.
Perciò mi sorbisco The memory remains, The unforgiven, Sad but true, e persino quella ciofeca di St. Anger.

Ora, è chiaro che la band si sia stufata del vecchio materiale e voglia suonare altro, infatti anche stavolta, come la precedente, James Hetfield, sollecita ripetutamente il pubblico a mostrare apprezzamento per le canzoni più recenti, ma così come per Salvini sarebbe contro natura partecipare al corteo del 25 aprile, alla stesso modo St. Anger (per dirne una) non diventa un classico solo perchè sono trascorsi sedici anni dalla sua release. 
Ma il problema più generale della serata è che i Metallica propongono i loro pezzi, anche quelli che nascono spinti, in una velocità midtempo che sa di stanco, fiacco, quasi annoiato.
Insomma, il concerto non decolla. 
E di certo non aiutano le tante pause tra un pezzo e l'altro, spudoratamente necessarie a James e Lars per riprendere fiato. 
Nella più lunga di queste prosegue la nuova, tristissima abitudine di far suonate a Trujillo e Hammett un pezzo della tradizione "rock" del Paese ospitante. Dopo la terrificante versione di C'è di chi dice no del Blasco, è toccato a El diablo dei Litfiba. 
Giuro, un'esibizione così raffazzonata da rappresentare una delle cose più brutte che abbia mai visto in un concerto di professionisti. Una sciatteria che equivale ad un autentico insulto al pubblico pagante. 

Risultati immagini per foto metallica concerto milano 8 maggio
Penso a quanto potrebbe aver avuto più senso, anche in termini di aiuto concreto e di riscoperta per un'audience enorme, realizzare un tributo alle tante band sconosciute ai più del punk-metal italiano degli ottanta. Quanto sarebbe  stato coerente suonare un pezzo dei Negazione, di Strana Officina, Sabotage, Steel Crown o RAF, solo per citarne qualcuno?
Purtroppo anche questo è il segnale incontrovertibile della vascorossizzazione di una band (che è stata) meravigliosa.

La pioggia, che contro ogni previsione, aveva dato fino a quel momento tregua, si scatena senza più ritegno durante gli assoli di basso successivi a El diablo (e non può essere un caso), esattamente prima del momento in cui arriva la parte più attesa dello show, quella coi classiconi. 
Acqua a secchiate dunque proprio durante One, Master of puppets, For whom the bell tolls, Creeping death e Seek & destroy. Tra l'altro il palco è completamente privo di copertura (ad eccezione della batteria) e i musicisti sono del tutto esposti all'acquazzone, che genera due dita d'acqua sulla pedana.
Io ne ho abbastanza. Mi perderò senza troppe menate dei bis irritanti (Lords of summer, Nothing else matters, Enter sandman), risparmiandomi una ventina di minuti di diluvio.
A mai più, cari James, Lars, Kirk e Robert. 

A prestissimo Bokassa e Ghost.




Non ho postato mie foto in quanto posizionato a distanza siderale, come si può vedere

Quindi:
Le foto dei Bokassa sono del sito metalhammer.it
Le foto dei Ghost, come indicato, sono del sito francesco-castaldo.it
Le foto dei Metallica sono del sito onstageweb.com

giovedì 9 maggio 2019

Motley Crue, The dirt Soundtrack

Risultati immagini per motley crue the dirt soundtrack cd cover

In attesa di riuscire a vedere la trasposizione cinematografica (sarebbe forse più corretto chiamarla televisiva, visto che non è uscita in sala, ma su Netflix) dell'autobiografia The dirt, mi balocco con questa ennesima compilation dei Motley Crue, uscita in qualità di soundtrack, tralasciando ovviamente i brani storici e concentrandomi sui quattro inediti.

Non spreco nemmeno una riga per ricordare l'impegno siglato dai quattro debosciati con tanto di carte bollate di non fare più nulla assieme, saltato come un tappo di spumante a capodanno solo qualche anno dopo, piuttosto, molto sommessamente, rimarco un altro piccolo problema derivante dall'ascolto del disco: questi qua proprio non ne hanno più.
Dei tre brani  originali (il quarto è una cover) si salva solo il primo, quel The dirt posto in apertura, che si avvale del featuring del rapper Machine Gun Kelly (che nel biopic interpreta Tommy Lee) a conferire un pò di aggressività ad un pattern altrimenti scontato.
Gli altri due, che seguono un songwriting (se così vogliamo chiamarlo) sempre autobiografico, non solo, ed è banale sottolinearlo, sfigurerebbero con qualunque brano (anche minore) del passato dei Crue, ma escono con le ossa rotte persino se paragonati alle ultime cose incise dalla band, le tutto sommato dignitose Sex e All the bad things must end,  che accompagnavano il farewell tour del 2015.
Ma è la quarta traccia a confermare il vuoto cosmico d'ispirazione dei quattro debosciati, che hanno scelto di seguire la moda, già vecchia, di metallizzare brani pop. La vittima scelta è Like a virgin di Madonna, l'esito: pateticamente soporifero.

Quando si ha la spia del carburante in riserva fissa sparata sarebbe il caso di lasciare la gloriosa macchina chiusa in garage, o al museo dei reperti storici.

lunedì 6 maggio 2019

Avengers, Endgame CON SPOILER

Locandina italiana Avengers: Endgame

Avevo messo a nudo tutto il mio entusiasmo da nerd nel recensire Avengers Infinity War, la prima delle due parti di questa saga cinematografica (mutuata dal fumetto), nella quale i super eroi di terra e spazio cercavano, invano, di impedire al tiranno Thanos di avere il potere di mille dei attraverso il possesso delle sei gemme dell'infinito.
Successivamente ho letto in rete molte critiche al film, che potevano anche essere comprensibili, soprattutto se espresse da chi non ha mai letto un albo Marvel, ma che comunque, a mio avviso, non vedevano la maestosità del progetto degli studios, e soprattutto, non tenevano in alcun conto di un finale di pellicola straordinario, che lasciava letteralmente ammutoliti gli spettatori in sala.

Il difficile doveva venire. Perchè tutti sapevamo che gli eroi sarebbero tornati dalla morte, e la sfida del team creativo era proprio quella di rendere credibile, e non banale, questo comeback. 
Dico subito che la missione è compiuta appieno, anche oltre le più rosee previsioni, non tanto per l'espediente dei viaggi nel tempo, quello sì un pò scontato, ma per tutta la costruzione della storia che si dipana per tre ore piene di un film che bilancia magistralmente dramma, azione, commedia ed epicità.
La prima ora di narrazione scorre volutamente lenta, con l'unica eccezione del blitz attraverso il quale Thor prima amputa il braccio guantato di Thanos e poi lo decapita  (in implicita risposta a quanti sostenevano andasse fatto nel primo film: quei Vendicatori, pieni di virtù e dotati di un codice morale cavelleresco, non potevano macchiarsi di un gesto così brutale; questi Vendicatori invece, umiliati e divorati dai sensi di colpa per la morte dei compagni, non esitano un attimo a farlo). 
In ogni caso, l'atto è purtroppo inutile, in quanto Thanos, prima di morire, sostiene di aver distrutto le gemme per evitare che le stesse distruggessero lui. 
Salto temporale di cinque anni in avanti.
Ant-Man riesce a tornare dal regno quantico, dove era rimasto intrappolato nell'epilogo di Ant-Man and the wasp, e, appresi i fatti che hanno sconvolto la terra, propone agli Avengers superstiti di usare proprio quella dimensione sub atomica per viaggiare nel tempo e recuperare le gemme nelle epoche antecedenti all'arrivo di Thanos.

Gli autori si giocano bene questa carta, consapevoli della debolezza dello spunto, con una buona dose di ironia, laddove tutto quello che i protagonisti sanno dei viaggi nel tempo deriva dalla visione di una serie di film, a partire da Ritorno al futuro, che vengono snocciolati uno a uno per discutere degli effetti che viaggiare nel passato può avere sul presente.
A quel punto, con i protagonisti sul grande schermo che si pongono le medesime domande dello spettatore medio, la sospensione dell'incredulità è pienamente raggiunta.
Ma la parte centrale, quella del recupero delle gemme con relativi conflitti, che normalmente dovrebbe essere quella per cui lo spettatore paga il biglietto, passa quasi in secondo piano rispetto allo splendido lavoro di ricostruzione dei personaggi operata dagli sceneggiatori. 
Partendo da un assunto in cui i personaggi preposti al lato comedy della storia avrebbero dovuto essere Ant-Man (Paul Rudd) e il "procione" Rocket (doppiato da Bradley Cooper), gli screenplayers mettono in scena un vero colpo di genio, alternandoli ad un irresistibile Thor (Chris Hemsworth) ingrassato, depresso, alcolizzato ed incline alla lacrima facile e ad un Hulk verde pastello che, assieme alla forza bruta del mostro, conserva l'intelligenza e l'umorismo di Bruce Banner (Mark Ruffalo). Grazie a questa intuizione, i due personaggi, che rischiavano di inaridirsi dal punto di vista delle possibilità di sfruttamento, rinascono letteralmente.

Infine, le parti drammatiche. Sebbene un pò telefonato, il fato di Tony Stark/Iron Man (Robert Downey Junior) è comunque reso in maniera epica, come se si trattasse di un eroe da peplum anni cinquanta e lo stesso si può dire (in quanto a prevedibilità) del destino di Vedova Nera (Scarlett Johansson), accoppiata nella ricerca di una gemma, a Hawkeye (Jeremy Renner). E' viceversa meraviglioso l'epilogo pensato per Captain America (Chris Evans), il quale, a missione ultimata, sceglie di recuperare gli anni del suo tempo e l'amata perduta nel 1945. Un finale davvero dolcissimo e coinvolgente per un personaggio che ha sempre sofferto l'aver vissuto fuori dal suo tempo.

Con Endgame i Marvel Studios ribadiscono, attraverso una straordinaria, prepotente dimostrazione di forza, la propria leadership nel genere cinematografico. E lo fanno imponendo le nuove regole del gioco, riuscendo a conciliare in maniera armonica un numero impressionate di super eroi dentro la stessa storia, rinunciando in prospettiva ai suoi attori feticcio (Downey jr, Evans, Johansson), chiudendo un ciclo durato dieci anni e ventidue film con un epilogo maestoso, coinvolgente, divertente, commovente, bellissimo. 
Persino rinunciando ad un trend che non aveva inventato la Marvel, ma che certamente essa aveva consolidato, cioè quello delle sequenze "nascoste" dopo i titoli di coda, che in Endgame non ci sono.

Le ultime pellicole della Casa delle Idee mi avevano lasciato indifferente (Ant-Man and the Wasp, Black Panther, Venom), ma qui, dentro il genere supereroistico di massa e anche oltre, siamo a livelli difficilmente replicabili. 
E allora tocca ripetermi: davvero ci voleva la Marvel e un approccio alla storia che, raccordandosi con la complessa continuity dell'universo fumettistico, parla anche di letteratura epica, di cavalieri e di creature demoniache, dell'eterno scontro tra bene e male. 
Insomma di tutto quel mondo fantastico con il quale la nostra generazione ha avuto la fortuna di crescere.
Migliore modo di dire addio a Stan Lee, l'uomo che ha dato vita a questo incredibile universo (e che "compare" ancora una volta in un cameo) non ci poteva essere.