lunedì 19 febbraio 2018

Tyler Childers, Purgatory


La catena di montaggio di Nashville, che sforna a ritmo continuo nuovi idoli preconfezionati pronti per la grande distribuzione, sarà anche un'inarrestabile macchina da guerra, ma per fortuna anche il ventre della Grande Madre true country è altrettanto gravido e prolifico, se è vero che mette al mondo non meno di un autentico fuoriclasse all'anno. 
Certo, non tutti emergono agli onori della critica: per ogni Austin Lucas, Rachel Brooke, Moot Davis, Cody Jinx, Whitey Morgan, Bob Wayne, Jamey Johnson, Wade Bowen, Matt Woods, Hayes Carll, Lindi Ortega abbarbicato ad uno zoccolo duro di seguaci, ma lontano dai grandi successi commerciali, c'è fortunatamente uno Sturgill Simpson o un Chris Stapleton, che riesce invece a coniugare qualità e riscontro di vendite.
Ora c'è la concreta probabilità che a questi nomi si debba aggiungere anche quello di Tyler Childers, ragazzotto del Kentucky, classe 1991, che già a vent'anni si autoproduceva un debutto discografico (Bottle and bibles), per poi masticare pane duro fino ai giorni nostri, prima di venire ripescato dall'oblio proprio da Sturgill Simpson che gli produce questo Purgatory (titolo che, azzardo, potrebbe essere legato proprio alla lunga iato artistica) partecipando anche ai lavori di registrazione in veste di chitarrista.

E indubbiamente la presenza dell'autore di A sailor's guide to earth si sente tutta nelle dieci tracce che compongono il lavoro, senza però arrivare mai a castrare l'attitudine draconiana alla musica country di Childers, assieme alla sua capacità compositiva e ad una voce perfetta alla bisogna. 
Se il canone scelto dall'artista è indubbiamente quello malinconico, Tyler non fa comunque mancare pezzi dal mood classico, e in questo senso, se qualcuno mi chiedesse come si scrive e si suona una classica canzone country, gli farei senza dubbio ascoltare una I swear (to God) semplicemente perfetta. 
Sembra avere tante storie da raccontare e molto veleno da sputare, il buon Childers, se le relazioni hanno un ruolo che definirei inevitabilmente centrale nell'opera (La già citata I swear; Tattoos; Lady Mae), il countryman non si fa mancare una puntata nei temi outlaw (Whitehouse road, che rimanda a Steve Earle) e sempre apprezzatissime incursioni nel blugrass (Purgatory), a comporre quell'amalgama stilistica che trasforma una manciata di buone canzoni in un grande album.

Un ritorno importante, un secondo esordio che alimenta con passione e talento il sacro fuoco dell'amore per il country.

giovedì 15 febbraio 2018

Code Orange, Forever


Benchè totalmente al di fuori della mia consueta tazza di tè, per effetto di una manciata di articoli che mi hanno incuriosito, mi sono approcciato ai Code Orange, band di Pittsburgh che nasce con profonde stimmate hardcore per poi, strada facendo, contaminarsi con altri sotto-generi (tutti accomunati dalla violenza sonora e dall'urgenza comunicativa), ed arrivare, all'inizio del 2017, a questo Forever.
Anticipato dalla bellissima copertina, ben esplicativa del contenuto e in qualche modo debitrice del master class Vulgar display of power, sin dalla prima traccia (la title track) ci troviamo al cospetto di un sound ossessivo, claustrofobico, destrutturato, che non concede punti di riferimento all'ascoltatore e che anzi lo brutalizza sadicamente con modalità schizofreniche e aggressive.
L'assalto sonoro, tra riff isterici e un cantato che paga il dovuto dazio a Rollins e Anselmo, si placa solamente e, a quel punto, in maniera totalmente inaspettata, con la traccia numero quattro, Bleeding in the bur, dove il microfono passa alla chitarrista/bassista Reba Meyers, e vengono recuperate melodia e forma-canzone tradizionale.
Ma è solo un attimo che serve per riprendere fiato, perchè poi si scivola di nuovo nell'anarchia più assoluta, nella quale ogni tanto ci si aggrappa a salvagenti metalcore, doom, sludge o death che ci sorreggono per qualche istante prima che i violenti flussi sonori tornino ad inghiottirci, fino al desolante e spettrale approdo finale di dream2.
Forever è uno di quei lavori tosti, inaccessibili, respingenti, ma dal quale, per ragioni inspiegabili, sei attratto da una forza misteriosa che ti spinge a tornarci invece che farlo volare fuori dal finestrino.
Sicuramente un disco non per tutti. Probabilmente nemmeno per me, ma è valsa la pena provarci.

lunedì 12 febbraio 2018

Omicidio all'italiana (2017)



Acitrullo, un microscopico paesino di quattro case sputate sulle montagne molisane, versa in uno stato disperato: i sedici abitanti che lo popolano contano infatti una media d'età di sessantotto anni, non nascono bambini da tempo immemore ed è totalmente privo di risorse economiche. La popolazione possiede un'orgogliosa, ottusa ignoranza e in quest'aspetto è degnamente rappresentata dal sindaco Piero Peluria (Capotonda) e dal fratello Marino (Herbert Ballerina). Quando l'unica celebrità del paese, la contessa Ugalda Martirio in Cazzati, muore accidentalmente soffocata dal cibo, Peluria, "ispirato" da una trasmissione televisiva che segue i casi di cronaca nera, condotta dalla mega-star Donatella Spruzzone (Sabrina Ferilli), ne inscena l'omicidio, allo scopo di trasformare Acitrullo in un luogo di pellegrinaggio del turismo macabro e rilanciare così l'economia del paese.

Il secondo film di Maccio Capatonda si colloca intelligentemente tra il genere demenziale e la satira sociale. Un equilibrio complicatissimo e ad alto rischio di deriva che il buon Capotonda (autore oltre che della regia anche del soggetto e della sceneggiature) giostra sapientemente.
La Ferilli, nei credibili panni della regina dei pomeriggi televisivi Barbara D'Urso, che, grazie agli ascolti spropositati della sua trasmissione di cronaca nera detiene un potere assoluto sugli avvenimenti, al punto da condizionare le indagini ufficiali e plasmare la realtà alle percentuali di share del suo programma, è sicuramente un'iperbole surreale della nostra tv, ma costruita in modo da suggerire più d'una riflessione sulla condizione del giornalismo spettacolo.
I personaggi perennemente stralunati di Capotonda e Herbert Ballerina, il loro irresistibile lessico sgrammaticato e sconclusionato, insieme alla modalità di raccontare la storia che prende le distanze sia dai tristi canoni  scatologici dei cinepanettoni nostrani, che dalle volgarità ormai scontate del cinema demenziale americano, sono la vera forza trainante del film. E in quei pochissimi momenti in cui la sceneggiatura si concede una battuta sotto la cintura (in merito ad una capra) lo fa con tempi, modi ed efficacia che ne giustificano ampiamente il ricorso.

Una gradita sorpresa.

giovedì 8 febbraio 2018

U2, Songs of experience


Ho smesso da una vita di seguire i video musicali. E' perciò per puro caso che sono incappato in quello di Get out of your own way, filmato dagli U2 a Trafalgar Square nell'ambito degli MTV EMAS e la mia reazione immediata è stata di uno sconforto che ha via via lasciato spazio ad una profonda pena per la fine artistica della band. Vedere Bono e gli altri interpretare un pezzo tronfio e scontato sullo stile degli ultimi Coldplay, con le espressioni di chi per primo non crede a quello che sta facendo e il pubblico totalmente indifferente all'esibizione è stato, per me che ho amato alla follia questo gruppo, un colpo al cuore. Mi sono pertanto approcciato all'album più per dovere che per piacere, con la certezza di stroncarlo senza riserve.

Le canzoni di Songs of experience erano state concepite già nel processo di lavorazione del precedente Songs of innocence e sembrava che l'album dovesse uscire a stretto giro dopo quella release. Poi alcune disavventure accadute a Bono (incidente in bici, molto poco da rockstar) e il tour per i trent'anni di The Joushua tree ne hanno procrastinato completamento e uscita. 
Nella recensione di Songs of innocence avevo scritto che, fatte tutte le considerazioni del caso e  ponderate le differenze tra "quegli" e "questi" U2, l'album si lasciava ascoltare senza sussulti particolari o sbracature clamorose ma con qualche vibrazione positiva.

In fin dei conti, contrariamente alle mie poche aspettative espresse in premessa, devo replicare lo stesso giudizio anche per questo lavoro concettualmente gemello, anche se a mio avviso il precedente lo supera di misura.
Il lavoro è super-curato, arrangiato, levigato e prodotto (basta scorrere la lista dei producer, ben nove, dal vecchio sodale Steve Lillywhite al genietto Danger Mouse) e questo elemento, di per sè, per me rappresenta un difetto dell'opera: sarò un inguaribile ingenuo, ma qualche brandello di spontaneità nella musica lo cerco sempre. Qui ovviamente non ce n'è traccia, in compenso ci sono tredici composizioni (ampliate nelle varie edizioni deluxe) che indubbiamente restano in mente grazie a subdole melodie catchy e al lavoro dell'esercito di professionisti reclutato per ottenere un esito che andasse incontro ai mood musicali del momento. 
Pezzi come Love is all we have left, The blackout, Lights of home, Red flag day, You're the best thing about me (con Kendrick Lamar che, nell'outro sconfinante nell'intro della successiva American soul, restituisce l'ospitata del gruppo su DAMN.) sono discreti prodotti pop con, a seconda, venature modern errebì o mainstream rock elegante e raffinato, che sarebbe ipocrita definire brutti, ma che nella loro impersonalità suonerebbero adeguati sia come musica da ascensori che suonate ad un concerto a Las Vegas.

Tranquilli, non chioserò la recensione rimpiangendo i vecchi tempi, quando a quattro ragazzi bastavano un mucchio di idee, tanta ispirazione e un qualunque studio di registrazione per tirare fuori un disco intenso come War, altrimenti non avrei nemmeno perso tempo ad ascoltare e recensire il disco, però se per primi gli U2, nella comunicazione (la bellissima copertina raffigurante figlio di Bono e figlia di The Edge che si tengono per mano) vogliono dare un senso di continuità col passato, beh, allora tocca piccarsi un pò, perchè del passato qui non c'è traccia e a prevalere è invece un pragmaticissimo tiriamo elegantemente a campare.

lunedì 5 febbraio 2018

Sciopero! (1925)


Il primo lungometraggio del regista russo Eisenstein, girato quasi cento anni fa (93 per l'esattezza), resta ancora oggi un miracolo di tecnica ed espressività cinematografica sbalorditiva, una confezione che straripa dallo schermo e dai presunti limiti imposti dal muto. Con questo non voglio sostenere che l'ora e venti abbondante di durata della pellicola voli leggera, la visione alterna infatti momenti di esaltazione a fasi più faticose, ma anche lo sviluppo della storia, tornata tristemente d'attualità, aiuta nel mantenere altissimo pathos e coinvolgimento emotivo.

Gli eventi narrati dal film si concentrano sugli operai di una fabbrica siderurgica, sfruttati e spremuti oltre ogni sopportazione dal padrone, che gradualmente si organizzano e, a causa del suicidio di un loro compagno ingiustamente accusato di furto, si ribellano bloccando lo stabilimento e chiedendo, per riprendere a lavorare, che vengano soddisfatte alcune loro rivendicazioni (orario di lavoro a otto ore - sei per i minori - , il 30% di aumento e un trattamento più dignitoso da parte dell'amministrazione). I padroni ignorano le richieste e organizzano una rete di sabotatori da infiltrare tra gli scioperanti per spiarli, creare disordini e procedere poi alla repressione con Polizia ed Esercito dello zar.

La colonna sonora del film è inevitabilmente debitrice della musica classica (l'autore è Prokof'ev), ad eccezione dei momenti in cui passa improvvisamente, ma in maniera del tutto armoniosa, al canone jazz, come quando vengono introdotti i laidi personaggi capitanati dal Re dei ladri.

La messa in scena di quest'opera da parte di Eisenestein lascia sgomenti per la maestria nel coniugare i mezzi tecnici di un'arte, quella cinematografica, ai suoi albori, con sequenze immaginifiche che sviluppano vibranti scene di massa, impressionanti profondità di campo, esperimenti con la pellicola, come la sovrimpressione  dei volti delle spie da infiltrare con la testa degli animali da cui prendono il soprannome (il gufo, la volpe, etc.), immagini anthemiche come quella dei tre operai che, dando le spalle alla ruota meccanica, simbolo dell'oppressione, incrociano con espressione fiera le braccia o riprese dell'interno della fabbrica, tra cui una carrellata dall'alto, che qualcuno dovrebbe spiegarmi come diamine è stata fatta in considerazione della limitatezza dei mezzi tecnici nel periodo storico.

Poi ci sono le tante immagine iconografiche che ancora oggi vengono usate nella comunicazione più radicale contro il capitalismo: su tutte quella dell'archetipo del Padrone, grasso per la troppa opulenza, arrogante, ottuso e sprezzante delle condizioni dei suoi operai, raffigurato con abito elegante, cilindro e sigaro tra i denti, mentre decide della vita e della morte di tanta povera gente passando da uno sfarzoso banchetto all'altro. 
D'altro canto il movimento dei lavoratori viene ovviamente celebrato, ma senza risparmiare critiche nelle fasi di stallo della lotta, per l'inedia nella quale molti di loro precipiteranno.

Se queste considerazioni possono sembrare espresse da un vecchio nostalgico fuori dal tempo, quale sicuramente io mi considero, basta guardarsi attorno per capire che un secolo dopo forse non stiamo così meglio: nelle spaventosi condizioni di lavoro delle fabbriche cinesi di oggi (attorno alle quali vengono allestite abitazioni catapecchia che "permettono" alle maestranze di vivere in funzione dello stabilimento, esattamente come accade nel film di Esistein) che hanno condotto tanti lavoratori al suicidio o la repressione violenta, quotidiana, di migliaia di lavoratori nei terzi e quarti mondi da parte di milizie al soldo dei moderni padroni, c'è infatti tutta la triste attualità di questa pellicola. 

giovedì 1 febbraio 2018

Carl Brave x Franco126, Polaroid


Una folgorazione. 
Questo ha rappresentato per me Polaroid, disco d'esordio di Carlo Luigi Coraggio (in arte Carl Brave) e Franco Bertolini (Franco126), due rapper romani che hanno messo a fattore comune l'esperienza maturata con diverse crew per arrivare ad un lavoro in completa coabitazione.

L'album viaggia sull'incantevole equilibrio di vari elementi teoricamente dissonanti che trovano invece inaspettata sintonia, a partire dal titolo scelto, chiaramente nostalgico e passatista, ma armonizzato con la moderna strategia di diffusione scelta dal duo (la pubblicazione di una canzone per volta su youtube accompagnata per l'appunto da un'immagine fissa di foto con polaroid). 

Ma l'ossimoro per me più importante è ovviamente quello relativo alla cifra stilistica, laddove il rap proposto dal duo flirta così strettamente con il cantautorato (romano) da diventarne una credibile versione aggiornata (e non è un caso se gli accompagnamenti adottati non siano basi elettroniche, ma strumenti tradizionali: chitarre, basso, batteria e, occasionalmente, qualche linea di fiati).
Questo aspetto, insieme ad una invidiabile capacità di scrivere testi di normale vita quotidiana che coniugano immediatezza e figure poetiche, nonchè una particolare cura per le melodie catchy, semplici ma efficacissime, fanno di Polaroid la folgorazione di cui all'incipit della recensione. 
Dieci canzoni per una mezzora scarsa di musica che coinvolgono, creano empatia, fanno sorridere  ed inducono al buonumore al punto da mettere in secondo piano anche l'utilizzo di qualche antipatica espressione poco politacally correct in riferimento a migranti e extracomunitari.

Insomma, Polaroid è l'inaspettato anello di congiunzione tra un tipo di folk legatissimo al territorio romano e il rap italiano, l'altra faccia di un genere che si muove su stilemi spesso ripetitivi, ottusi e datati ma che, grazie a lavori come questo, si dimostra capace di originalissimi colpi di coda, ulteriormente valorizzati dal loro affrancarsi dai soliti modelli di riferimento anglosassoni.
Di prepotenza tra i miei preferiti del 2017.

lunedì 29 gennaio 2018

Logan (2017)


Il manifesto di Logan nelle sale cinematografiche mi aveva colpito molto per l'ostentazione del divieto ai minori di quattordici anni, perchè in passato, benchè i contenuti l'avrebbero consigliato (si veda l'ottimo ma volgarissimo Deadpool), mai era stata data una tale attenzione al target d'età degli spettatori, non foss'altro per un tema di incassi.
Oggi, dopo che finalmente sono riuscito a vedere il film, tutto mi è parso chiaro.
Il regista James Mangold, autore anche di storia e co-autore di sceneggiatura e soggetto (completato da tre fra i migliori autori di Marvel comics: Len Wein, Romita Jr e Roy Thomas), realizza infatti un'opera cruda ed esplicita, con esplosioni di violenza dalle parti dello splatter, dove non c'è spazio per calzamaglie colorate, e dove di canonicamente supereroistico c'è solo la (lontana) origine fumettistica dei characters.

Siamo nel 2029, in un futuro (ipotetico? alternativo?) nel quale i mutanti sono spariti dalla faccia della terra e un invecchiato, sofferente, cinico Wolverine si guadagna da vivere facendosi affittare come autista di vettura di lusso. La prima sequenza ci fa capire subito che l'eroe canadese è in disarmo fisico, nel momento in cui è messo in seria difficoltà da un gruppo di normali teppisti. Con il prosieguo della storia s'intuisce che Logan sta perdendo il suo famoso fattore rigenerante e, aspetto ancora più grave, l'adamantio, metallo usato per ricoprire il suo scheletro e dotarlo di artigli, lo sta avvelenando a morte.
L'obiettivo dell'ex X-Man (passatemi il bisticcio) è quello di accantonare la cifra necessaria a potersi permettere uno yatch con il quale vivere lontano da chiunque. Questo suo progetto di vita include la presenza di un ormai novantenne professor Xavier che, a causa di una malattia mentale degenerativa (che s'intuisce essere una comunissima demenza senile), combinata con il suo enorme potere telepatico, suo malgrado è diventato una minaccia per il mondo, oltre ad aver già causato la morte degli ultimi X-Men. Il progetto di Wolverine si scontra però con la richiesta di aiuto che gli arriva da una donna messicana che gli chiede di proteggere una bambina fuggita da una struttura scientifica segreta e ora inseguita da un gruppo paramilitare armato fino ai denti che la vuole riportare indietro. Logan non ne vuole sapere di tornare a vestire i panni del super eroe, ma le circostanze lo obbligheranno a prendere una decisione diversa.

James Mangold, regista discontinuo, ma che nei novanta e negli zero aveva a mio avviso piazzato almeno un grande film per decennio (Copland e Quando l'amore brucia l'anima), non solo lascia il segno anche su questa decade, ma firma con ogni probabilità il più maturo comic movie di sempre, superiore in questo aspetto, parere personale per il quale metto in conto opinioni discordanti, anche alla saga di Batman di Nolan. 
Hugh Jackman, dal canto suo, ci restituisce un Wolverine alcolizzato, stanco, claudicante, che ha perso tutto, compresa la voglia di vivere, al punto da andarsene in giro con una pallottola di adamantio (unico metallo che può penetrare la sua scatola cranica) in tasca, cercando il momento buono per farla finita. Ha il corpo ricoperto di spaventose cicatrici, lo sguardo spento e il passo incerto. Non vuole davvero più saperne di atti eroici e infatti all'inizio non si fa scrupoli ad abbandonare una bambina nella mani di terribili mercenari al soldo di scienziati senza scrupoli. 
Gli altri personaggi non sono da meno. Il Professor X (Partick Stewart), vecchio e malato, dà vita a dei dialoghi spettacolari con Logan, passando nelle sue elucubrazioni da vecchio saggio a nonagenario petulante, ad attimi nei quali lascia emergere la sua mente superiore. Un binomio, quello portato in scena dai due, inedito e di grande impatto, autentica forza motrice della storia, che gioca non solo sul rapporto mentore/studente, ma anche e soprattutto, in maniera non banale, su quello padre/figlio. La ragazzina, infine. La debuttante Dafne Keen fornisce con la sua interpretazione di Laura Kinney (nome in codice X-23), una prestazione semplicemente sconquassante. Per metà film recita solo con la fisicità e le espressioni del viso, e le sue scene d'azione battono per efficacia, realismo e ferocia quelle del protagonista. La sequenza in cui incontra gli sgherri degli scienziati all'interno del rifugio di Xavier, prima che vengano spiegati i suoi poteri, è una squisita scena da film horror. 
La mano di Mangold nella messa in scena è impeccabile, le scene d'azione sono credibili e cattive, la storia avvincente e per la prima volta dopo tanto tempo ci si sorprende a trattenere il fiato per la sorte dei protagonisti, perchè è chiaro che il film rompe qualunque schema, compreso quello del canonico lieto fine.

Questo atipico road movie nel quale tre generazioni di X-men attraversano in auto gli States avvince, diverte e commuove (sì, commuove) al punto che fa rabbia pensare allo scontato reboot che la Marvel senza dubbio farà del personaggio Wolverine (con un attore diverso da Hugh Jackman) invece di far sedimentare a lungo nel pubblico la memoria di questo film definitivo. 

giovedì 25 gennaio 2018

Fabri Fibra, Fenomeno


Pur non essendo appassionato di rap/hip hop, mi è sempre piaciuto concedermi occasionalmente delle puntatine in questo genere, con uno sguardo particolare alla scena italiana. Se in generale, nella musica che possiamo per semplicità definire leggera, il difficile sta nel mantenere la posizione acquisita più che nell'emergere, nel rap questo concetto è ancora maggiormente amplificato, sarà per la ripetitività del canone, perchè gli artisti nei primi due album sputano fuori tutto il veleno a disposizione o perchè dopo qualche anno i bluff si rivelano per ciò che realmente sono, in ogni caso, da Eminem a Marracash, la parabola dell'ispirazione è costantemente in discesa.
Personalmente ritengo che Fabri Fibra sia, quale sontuosa eccezione a questa regola, quello che è riuscito a mantenere il livello del suo flow e dei suoi testi più costantemente alto, album dopo album (che, limitandoci a quelli professionali e da solista, sono nove in quindici anni). Il Tarducci non è uno che resta particolarmente impresso per il look, l'outfit, i tatuaggi o i denti d'oro sfoggiati a favore di fotografo, a parlare è la sua musica e probabilmente (anche) per questo, da nerd quale sono, l'ho sempre apprezzato.

L'attenzione verso le canzoni e la struttura dei brani emergono prepotentemente anche in questo ultimo Fenomeno, nel quale Fibra riesce come di consueto a coniugare sapientemente divertimento e riflessioni intimiste, casino e disanima sociale, a petto orgogliosamente in fuori ma con autoironia, rinunciando quasi completamente al dissing, ingrediente base di tutte le ricette degli altri colleghi di genere.
Quando uno riesce, dentro un solo disco, a piazzare almeno quattro tormentoni micidiali quali Red carpet, Fenomeno, Pamplona e Stavo pensando a te, e in aggiunta a farti divertire, sorridere, emozionare, pensare (non male in questo senso la traccia numero otto, uno skit di Saviano), istigarti in auto a comportamenti tipicamente tamarri  (volume a palla e gomito fuori dal finestrino), per poi, a bruciapelo, trafiggerti con due tracce finali glaciali, tesissime e affilate come Nessun aiuto (rivolta al fratello, il cantante Nesli) e, soprattutto, Ringrazio (un j'accuse angosciante alla madre che è un bombardamento al napalm sulle ipocrisie dell'Istituzione Famiglia) vuol dire che lo specifico genere musicale passa in secondo piano, in presenza del talento autentico. 

Un disco lo può indovinare chiunque, stare vent'anni a questi livelli è per pochissimi. Soprattutto nel rap.

lunedì 22 gennaio 2018

M - Il mostro di Dusseldorf


Ad alcuni film bisogna avvicinarsi con rispetto e riverenza, soprattutto quando, come nel mio caso, mancano molte delle basi per approfondire un'analisi tecnico-critica realmente competente.
Questo post pertanto non ha l'ambizione di essere una recensione compiuta, ma si limita a raccogliere sensazioni ed emozioni emerse dalla visione di uno dei capolavori di Fritz Lang.

M - Il mostro di Dusseldorf è un film del 1931, il primo in cui il regista tedesco usa il sonoro dopo una dozzina di lavori (tra i quali Metropolis e Il dottor Mabuse) di cinema muto.
La storia, ispirata ad un reale fatto di cronaca, narra le vicende di un serial killer che uccide bambine, sconvolgendo con le sue aberranti gesta un'intera città, sprofondata nel terrore e nell'angoscia.
La polizia è sotto pressione in quanto non riesce a trovarlo, e nel tentativo di risolvere il caso mette sotto scacco la piccola e grande criminalità, che, vedendo precipitare i propri affari, decide di mettersi anch'essa sulle tracce del maniaco.

So che quella che segue è una considerazione banale e scontata, ma Lang in questo film, sia dal punto di vista narrativo ma soprattutto da quello visivo, pone le basi tecniche per il secolo di cinematografia a venire. 
L'uso del fuori campo nelle sequenze iniziali è insegnato alle scuole di cinema, ma sono a dozzine le intuizioni narrativo/visive da rimarcare: il montaggio alternato delle riunioni della polizia e delle organizzazioni criminali, il killer che fischietta un ossessivo motivetto prima di entrare in azione (dinamica caratterizzante per centinaia di pellicole a venire), il gesso che marchia con una M il cappotto dell'assassino, le ricostruzioni di alcuni avvenimenti per immagini fisse, il silenzioso esercito dei barboni, sono frammenti di un'opera d'arte che, come fa il palloncino della bambina con i fili del telegrafo, resta imbrigliata nella nostra memoria.
Così il sublime finale, con il mostro (un insuperabile, superlativo Peter Lorre), catturato dalla malavita e condotto davanti ad un tribunale di criminali che vorrebbe linciarlo per i suoi delitti, che si lancia in un monologo difensivo straziante ed epocale, sia per contenuti che per interpretazione dell'attore, con i lineamenti del viso che mutano espressività assecondando la rabbia, la rassegnazione, l'impotenza o l'orgoglio via via espressi dalle sue parole. La fase narrativa di questo "processo" apre negli spettatori profonde riflessioni sulla giustizia e su chi debba giudicare e basterebbe, da sola, a giustificare la visione del film.

La pellicola è girata nel 1931. Solo due anni dopo in Germania avrebbe preso il potere Hitler. La grande crisi economica che sconvolse la popolazione tedesca non è al centro della narrazione, ma la povertà e la delinquenza ampiamente diffuse sul territorio e mostrate senza reticenze da Lang fotografano fedelmente lo strato sociale nel quale il nazionalsocialismo attecchirà a breve, costringendo alla fuga, tra gli altri, anche lo stesso Peter Lorre, perseguitato a causa delle sue origini ebree.
Lo scenario storico e l'approssimarsi dell'evento più abominevole del secolo sono anticipati in maniera preveggente ed inquietante dalla battuta pronunciata da una madre nell'ultima inquadratura del film (censurata nella prima versione dell'epoca), infatti quando ella dice che "dobbiamo vigilare sui nostri figli", gli sciocchi guardano il dito (il mostro), gli altri la luna (l'avvento del Partito Nazista). 

giovedì 18 gennaio 2018

Power Trip, Nightmare logic


Poco metallo estremo tra i miei ascolti dell'anno appena trascorso. 
Eccezione di rilievo i texani (di Dallas) Power Trip, formazione sulle scene da un paio di lustri, ma con una discografia limitata a soli due full lenght: l'esordio Manifest decimation del 2013 e l'oggetto di questa recensione: Nightmare logic.
I generi frequentati dalla band (giusto per dare delle coordinate: thrash, sludge, crossover) sono tra quelli che, se eseguiti in maniera scolastica e con poca convinzione, risultano immediatamente artefatti e prevedibili. 
Per fortuna qui siamo invece al cospetto di uno di quei dischi (è presto per dire se anche di una band) in grado di rivitalizzare uno stilema, il thrash metal, tanto deflagrante alla sua diffusione (metà anni ottanta) quanto stantio oggi. Tra l'altro dici thrash e la mente subito corre ai Metallica o ai Megadeth, ma nel caso dei Power Trip le latitudini sono diverse, dalle parti più imbastardite di Exodus e Kreator. 
La coinvolgente resa sonora è merito della cazzimma dei cinque debosciati che compongono la band , ma anche, e soprattutto, di una capacità compositiva di rilievo, che, in mezzo all'immancabile tempesta di latrati chitarristici, e in poco più di mezzora di timing, è in grado di far emergere autentici instant classics quali Executioner's tax (Swing of the axe), Waiting around to die e la title track.

Una fredda, spietata e sconquassante logica da incubo che diventa un paradiso dei suoni per ogni onesto metalhead che si rispetti.

lunedì 15 gennaio 2018

Veloce come il vento (2016)


Come già scritto, il rapporto tra sport e cinema ha vissuto di picchi altissimi e vertiginosi sprofondi. Che un film tutto italiano sull'automobilismo potesse volare più alto delle mega produzioni americane sembrava quasi un atto di arroganza indicibile, come se il Molise dichiarasse guerra alla Russia. E invece questo Veloce come il vento riesce nell'impresa, raccontando la vicenda di due fratelli: lui, Loris (Stefano Accorsi) ex campione di Rally, ora allo sbando e dedito alla tossicodipendenza, lei, Giulia, diciassettenne talento in erba che compete nel campionato GT. La morte del padre dei due, che si era indebitato per far correre la figlia al punto di dare in garanzia la casa, e il rischio che il terzo fratello, il piccolo Nico, venga dato in affidamento, li costringe ad una convivenza forzata che, prima casualmente, poi sempre più convintamente, riporta Loris alla passione per le corse in sostegno alla sorella.

Detta così, sembra una storia scontata, ma fidatevi, lo sviluppo della trama riserverà più di una sorpresa, tagliando le curve della prevedibilità dei plot dei film sportivi in maniera sporca e personale. Si parla di grandissima prova di Accorsi e in effetti l'attore è oltre la media delle sue normali interpretazioni (non è mai facile impersonare in maniera credibile tossici o ubriachi), ma direi che la perfezione è un'altra cosa. Il suo personaggio funziona perchè (piccolo spoiler), dal punto di vista narrativo la sceneggiatura evita l'ovvio della della redenzione del tossico e del ritorno alla famiglia felice, e dal punto di vista estetico per la cura dei dettagli, come ad esempio i capelli unti, le mani rovinate e i denti marci, aspetto non sempre curato a dovere in characters di questo tipo (si pensi ad esempio al bravo Billy Bob Thornton che in Babbo Bastardo dovrebbe essere un derelitto, ma si ritrova con una dentatura perfetta e capelli "effetto spettinato"). 
Aggiungo che se la cava molto bene anche Matilda De Angelis, la protagonista femminile e che l'ottima regia di Matteo Rovere ci regala, tra l'altro, riprese delle gare dosate, ma efficaci e realistiche.

La rinascita del cinema italiano potrebbe passare anche da qui.

giovedì 11 gennaio 2018

Lindi Ortega, Til the goin' gets done (EP)


Dopo le parole di rara sincerità e disperazione rese pubbliche qualche mese fa, con le quali si rassegnava al suo fallimento nell'industria musicale di Nashville decidendo di tornarsene nella natia Toronto, Lindi Ortega saluta la parte più ipocrita e preconfezionata dell'industria country con un EP di quattro pezzi in cui la sua splendida voce, accompagnata dalla sola chitarra, adagia il proprio talento cristallino su un songwriting poetico e dolente, che vola alto, dove i gretti manager del music biz della hitsville del Tennessee e i loro prodotti plastificati non osano avventurarsi.
Til the goin' gets done dura poco più di quindici minuti, ma è un quarto di giro d'orologio da brividi, nel quale Lindi mette a nudo in musica tutte le sue cicatrici emotive, la devastante delusione per il suo fallimento, ma anche l'orgoglio di chi non ha voluto scendere a compromessi. 
Con una tracklist di quattro episodi sarebbe sciocco segnalare un brano piuttosto di un altro, ma diciamo che è impossibile non sciogliersi come un ghiacciolo sull'asfalto rovente di luglio ascoltando Waiting 'round to die (cover di Townes Van Zandt) o la conclusiva Final bow.

lunedì 8 gennaio 2018

Arrivederci amore ciao (2006)


Quando sostengo che l'ormai pavida industria cinematografica italiana non ha rispetto per le persone di talento, il primo nome a cui penso, tra gli artisti in vita, è quello di Michele Soavi. Figlio dello scrittore Giorgio, prima di cominciare a girare in proprio, lavora con maestri del calibro di Aristide Massaccesi (Joe D'Amato), Lamberto Bava, Dario Argento e Terry Gilliam per poi debuttare, nella seconda metà degli ottanta, con il genere horror, mettendo a segno un trittico convincente (Deliria, La chiesa, La setta). Successivamente si occupa di un film nato sfortunato, per il malinteso che sta dietro l'operazione Dellamorte Dellamore (1994), sceneggiato su un soggetto di Tiziano Sclavi e per questo inizialmente ritenuto dai fan di Dylan Dog il film sul loro eroe. In realtà l'opera, visionaria, grottesca, onirica, era tutt'altro e questo ne decreta il fallimento al botteghino, una lunga iato di Soavi dal cinema e l'inizio della sua liason con commercial e televisione.
Ci vogliono dodici anni perchè, nel 2006, finalmente, venga di nuovo data la possibilità al regista di lavorare per il grande schermo con una storia tratta dal romanzo di Massimo Carlotto Arrivederci amore ciao, nel quale lo scrittore padovano mette a frutto la sua esperienza di latitante per costruirvi attorno una micidiale struttura noir, di cui, per fortuna, qualcuno ha colto le potenzialità cinematografiche. 

Giorgio Pellegrini (Alessio Boni) è un ex-terrorista rosso scappato in America Latina, che ha la possibilità di essere condonato grazie ad appoggi politici di altri rifugiati influenti. Rientrato in Italia fa, suo malgrado, la conoscenza con i metodi spicci e la scarsa moralità dell'agente della DIGOS Ferruccio Anedda (Michele Placido) con il quale, dopo aver vanamente tentato di condurre un'esistenza onesta, stringe un'alleanza criminale. Parallelamente gestisce un club per "il vesuviano", un intrallazzone conosciuto in carcere. Nell'ambito di questa attività, scopre il pesante indebitamento di un uomo d'affari cocainomane e, contattata la moglie Flora (la quarantenne e bellissima Isabella Ferrari), dietro il ricatto di rovinare l'impresa di famiglia, la obbliga ad intrattenere rapporti sessuali con lui. 
La necessità di avere una facciata rispettabile da mostrare in società gli farà decidere in seguito di mettere in piedi un'attività onesta con una famiglia regolare, cosa che realizzerà sposando l'ingenua Roberta (Alina Nedelea). Ma, come in ogni noir che si rispetti, il passato tornerà a tormentare Giorgio.

La faccio breve: raramente ho visto in produzioni italiane una crime story così convincente, cattiva e anticonvenzionale. Il personaggio di Alessio Boni è strepitoso: un figlio di puttana dalla faccia d'angelo e gli occhi azzurri che per la propria sopravvivenza passa sopra chiunque, in maniera lucida e determinata. A partire dalla sequenza iniziale nelle foreste sudamericane, quando per riavere il passaporto uccide alle spalle e a sangue freddo l'amico di sempre, con il quale era fuggito dall'Italia, per passare alla soffiata dei nomi di tutti i vecchi compagni terroristi resa ad un luciferino Michele Placido, fino all'agghiacciante atto finale, Giorgio si rivela come un'inarrestabile strumento di morte che si attiva in un istante, qualora la sua esistenza, la sua libertà o il suo stile di vita siano messi in pericolo. 
Non è un caso che l'unica persona per cui Pellegrini sembra provare qualcosa di autentico (Flora/Ferrari) sia anche quella che non si concede a lui spontaneamente ma attraverso l'umiliazione del ricatto. Nonostante questo atto spregevole, a causa della propria personalità distorta, Giorgio si illude di poter costruire con lei una relazione "normale" e quando Flora, pagato il debito, lo scarica facendo deflagrare tutta la sua rabbia repressa, l'ex terrorista ha dipinto sul volto l'ingenuo sbigottimento di un fanciullo.
Giorgio Pellegrini è un personaggio nero di altissimo livello, uno che, in altri posti dove le storie hard boiled hanno la giusta considerazione, avrebbe avuto una lunga fila di attori smaniosi di interpretarlo. Da noi invece la produzione si è trovata di fronte ad una sfilza di no dei soliti attorucoli borghesi che, letta la sceneggiatura, hanno temuto per la propria carriera. Lo stesso Boni, pur accettando, chiede a Soavi per quale folle ragione voglia fare un film così.

Soavi, da par suo, gira in maniera magistrale: soggettive inquietanti (la carcassa del coccodrillo che galleggia in acqua fino a raggiungerne la riva, all'inizio del film); interni memorabili (il luogo dell'interrogatorio di Giorgio da parte di Anedda, con il pavimento allagato, le riprese dentro il club); meravigliose immagine oniriche (l'albero visto dal basso dopo l'esplosione della bomba); retaggi dalle precedenti produzioni horror (tutta la sequenza finale che vede protagonista Roberta, contenente un dichiarato tributo a Shock di Mario Bava), ma anche scene d'azione eccezionali, come quella della rapina.
Due parole infine sulla colonna sonora. Anche qui scelte all'insegna di un pubblico internazionale, con passaggi di pop elegante come Shout dei Tears for Fears e She drives me crazy dei Fine Young Cannibal, ma anche classici enormi come Aqualung dei Jethro Tull e Smoke on the water dei Deep Purple o piccole gemme della tradizione italiana come la struggente La notte di Adamo. Infine Insieme a te non ci sto più della Caselli, di cui il titolo del film riprende un passaggio. Che dire? Dopo aver visto Arrivederci amore ciao non riuscirete più ad ascoltarla con la spensieratezza di prima.

Niente di meno che un capolavoro.

venerdì 5 gennaio 2018

Prophets of Rage, Prophets of Rage


Non si è mai fermato un attimo Tom Morello. Probabilmente è più forte di lui, dopo lo split con i Rage Against The Machine (ma sarebbe più corretto dire con De La Rocha), ha continuato a suonare, cercando sempre di coniugare passione per la sei corde e impegno sociale (al netto dell'esperienza mainstream degli Audioslave), a fianco delle classi disagiate dimenticate dal sistema e dalla società: i Nightwatchmen, gli Street Sweeper Social Club, il reunion tour con i RATM, il periodo con Springsteen (2008/2015). Poi ad un certo punto: opzione romantica A) gli è venuta nostalgia della baaanda (cit.), oppure, opzione cinica B) ha realizzato che la grande visibilità l'avrebbe riottenuta solo riprendendo il sound dei RATM. Comunque sia, dato per irrecuperabile il rapporto con lo storico frontman della band (perso non si sa dove e come, con un album solista in cantiere da una quindicina d'anni), Morello rimette insieme la sezione ritmica originale (Commerford al basso e Wilk alla batteria) e per quanto concerne le parti vocali torna alle origini della sua ispirazione, ottenendo l'adesione al nuovo progetto del meglio della old school del rap delle due coste: Chuck D dei Public Enemy (Est) e B-Real dei Cypress Hill (ovest), oltre al contributo alla consolle di DJ Lord. A questo punto mancava solo un monicker efficace, e Prophets of Rage, titolo di una canzone dei Public Enemy dall'epocale It takes a nations of millions to hold us back, sembrava coniato su misura.
Così, dopo un warm up a base di concerti in piccoli clubs e un EP nel quale la band si scaldava con un paio di brani originali e qualche cover dal vivo, ecco giungere il momento del full lenght di debutto.
Pur scontate le debite differenze fra l'impatto di questo sound ad inizio anni novanta e la sua riproposizione oggi e fra la versatilità di Zack e l'impostazione più monocorde dei due sostituti, gli inconsolabili fan dei Rage Against The Machine trovano qui pane per i loro denti: il tipico sound machiniano, qualche anthem da intonare, come la cover suggerisce, col pugno alzato (Unfuck the world; Legalize me; Hail to the chief), ma anche pezzi più ruffiani (Living on the 110), o purissimi funk-rap (Take me higher), sempre all'insegna di liriche pregne di denuncia sociale e opposizione.
Insomma, un disco che compensa bene la scarsa spontaneità con un tiro micidiale, dove l'istinto ad alzare ancora e ancora il volume relega in panchina l'oggettiva distanza critica del recensore. E forse è giusto così.

mercoledì 3 gennaio 2018

The Dream Syndicate, How did I find myself here?


I Dream Syndicate non pubblicavano un disco da qualcosa tipo trent'anni. L'ultimo lavoro di studio (Ghost stories) è infatti datato 1988. Da lì in avanti Steve Wynn (leader del gruppo) ha fatto da solo, con risultati artistici quasi sempre apprezzabili, purtroppo costantemente accompagnati da esiti commerciali altrettanto marginali. Da qualche anno Steve ha rimesso in piedi la band per una serie di concerti, con buona parte dell'ultima formazione degli anni ottanta (quindi Duck alla batteria e Walton al basso) e finalmente, a settembre di quest'anno, ha rilasciato anche il "tanto atteso" quinto album dei DS, che si avvale peraltro della prestigiosa ospitata di Chris Cacavas alle tastiere. Per quei pochi che non lo sapessero, Chris era membro dei Green on Red (e poi anche dei Giant Sand), che insieme ai Dream Syndicate hanno composto l'epico binomio di elementi al quale si riconduce il Paisley Underground, sotto-genere rock marginale per molti, amato alla follia da pochi.
Molto si è discusso se How I did find myself here? sia effettivamente un nuovo disco dei Syndicate o l'ennesimo di Steve, dimenticando forse che, a partire dal fenomenale esordio di The days of wine and roses in avanti, la geometria della formazione losangelina è sempre stata di natura variabile, con l'unica costante proprio di Wynn.
Lo dico sempre: prima di esprimere ogni considerazione, perchè non si ascoltano i dischi? Io nel caso di How did I find myself here? l'ho fatto a lungo e questa opera, a prescindere dalla sua effettiva paternità, mi ha pienamente convinto. Non è da tutti un pezzo poetico ed elettrico quale Filter me through you, che apre la tracklist, o le influenze quasi noise/shoegaze che comunque non fanno perdere un colpo alla melodia di Glide e di Out of my head. Onestamente, ad ascoltare queste note non sembra di essere al cospetto di un artista quasi sessantenne che rimette insieme la banda per pagarsi i conti, ma piuttosto di un gruppo di giovani virgulti che scherzano con riverberi e rock and roll, tra Neil Young e Lou Reed.
E nel caso persistano ancora dubbi sulla qualità del lavoro, gli oltre undici minuti della splendida, lisergica, dilatata title track li spazzano immediatamente via. Altrimenti siete fans di Fedez.

Disco emozionale numero tre del 2017 (i primi due sono qui e qui).

lunedì 1 gennaio 2018

MFT, novembre e dicembre 2017

Il mio vecchio prof di fisica me lo diceva sempre di non lasciare accumulare il lavoro, che poi me lo sarei trovato lì, tutto da fare, in pochissimo tempo. Ma niente, non ho mai imparato. Ecco perchè anche stavolta mi ritrovo nell'anno nuovo a rimandare il post dei miei album preferiti degli ultimi dodici mesi, in attesa di completare almeno una mezza dozzina di recensioni a chiosa del 2017. No big deal, tanto nessuno tratterrà il fiato nell'attesa. E allora inizio il 2018 rendicontando ciò che mi ha intrattenuto negli ultimi due mesi, in merito a dischi, libri, film e serie tv.

ASCOLTI

JD McPherson - Undivided heart and soul
Old 97's - Graveyard whistling
One Desire - ST
Tyler Childers - Purgatory
El Peyote Asesino - Terraja
Power Trip - Nightmare logic
Warrior Soul - Back on the lash
Electric Wizard - Wizard bloody wizard
Hellbound Glory - Pinball
The Waterboys - Out of all this blue
The Dream Syndicate - How did I find myself here
Prophets of Rage - ST
Iron Maiden - Brave new world
Talking Heads - Sand in the vaseline



LETTURE

L'ABC del linguaggio cinematografico, Arcangelo Mazzoleni
4321, Paul Auster

VISIONI

La metà oscura
Arrivederci amore ciao
Mine
La notte del giudizio
Orizzonti di gloria
Carrie
Machete
Amore tossico
American pastoral
Babbo bastardo 2
Phenomena
Nodo alla gola
La notte dei morti viventi
L'uomo dai pugni di ferro
Snowpiercer
Gli uccelli
Mamma o papà
Le confessioni
Inferno (Dario Argento)
Opera
The founder
Wall Street, Il denaro non dorme mai
La horde


Gomorra - Stagione 3
The Deuce, La via del porno - Stagione uno

giovedì 28 dicembre 2017

Warrior Soul, Back on the lash


Nella storia della musica rock ci sono state e sempre ci saranno band che, pur avendo tutti i numeri per raggiungere la piena affermazione di critica e pubblico: sound, testi, personalità, immagine, restano ai margini della grande popolarità. Per come la vedo io, i Warrior Soul sono una delle grandi icone di questa ingiustizia. Certo, non aiuta il livello di competizione con il quale si è trovato a misurarsi il gruppo, se pensiamo che tra il 1991 e il 1992, anni di uscita dei due capolavori dei WS (Drugs, God and the new republic e Salutations from the ghetto nation) il rock sfornava alcune tra le più importanti pietre miliari degli ultimi trent'anni: l'esordio di Pearl Jam e Rage Against The Machine, Nevermind dei Nirvana, Blood Sugar Sex Magic  dei RHCP e Vulgar display of power dei Pantera, giusto per citare i primi che mi sovvengono. E i Warrior Soul, che non erano inquadrabili nè nel pompatissimo filone grunge, nè nell'agonizzante (ma si sarebbe ripreso) bacino metal, dovevano masticare pane duro.
Una discriminazione dalla quale non si sarebbero più ripresi: se all'apice della loro ispirazione, con le canzoni anarcoidi, punk, indipendenti, orgogliose e bellissime contenute nei due album sopra citati (e aggiungo in Chill Pill e in The space age playboys del 1993 e 1994) non si sono smossi i riscontri auspicabili, era difficile ipotizzare successivi exploit.
Per questa ragione ogni volta che Kory Clarke, singer, frontman e leader indiscusso della band, riesce nell'impresa di incidere un nuovo lavoro, il voto di partenza è, a prescindere, un 7.
Lo premetto perchè in questo Back on the lash sarebbe più facile avanzare critiche che lodi: il suono è diventato più semplice e diretto e di conseguenza spersonalizzato, si sono perse quelle atmosfere dilatate tendenti al psichedelico che facevano da congruo contraltare alle mazzate in faccia dei pezzi più tirati, in alcuni passaggi si odono addirittura echi di AC/DC (la title track e Black out), ma, davvero, chi se ne sbatte, certe volte per come la vedo io bisogna azzerare la parte critico-razionale e limitarsi a muovere il culo a tempo di rock 'n' roll. E questo disco il fondoschiena lo fa muovere in maniera spontanea, con l'aggiunta di testi che menano fendenti all'atrofizzata società americana, nel nome di un'anarchia comportamentale che, vista l'età di Kory, sarà anche affievolita, ma che va sempre bene. La breve ma incisiva opener (American idol) , la trascinantissima I get fucked up e via via fino alla conclusiva That's how we roll ci consegnano un'opera breve (poco più di mezzora di musica) ma tostissima e una band che non vuole saperne di rassegnarsi al fato avverso.

lunedì 25 dicembre 2017

Babbo Bastardo 2 (2016)


Il film di Natale per chi vive le feste ma non sopporta le tonnellate di melassa, consumismo  e ipocrisia dell'evento, non può che essere ancora una volta Babbo bastardo. Ovviamente il volume  due.
Billy Bob Thornton torna nei panni del disadattato, sbandato e alcolizzato Willie Soke, che quel poco che non ottiene rubando e fregando il prossimo, se lo guadagna vestendo i panni di Santa Claus nei periodi natalizi.
Lo avevamo lasciato in fin di vita, crivellato di colpi dai poliziotti, per una crudele ironia, proprio quando stava compiendo l'unica buona azione della sua vita: consegnare un pupazzo ad un bambino (Thurman, interpretato da Brett Kelly) un pò tonto, e lo ritroviamo che, all'apice della disperazione, tenta di impiccarsi nella sua pulciosa abitazione.
Ancora una volta arriva Thurman che, senza nemmeno accorgersi della gravità della situazione, lo salva. Non è l'unico personaggio del primo film a tornare, anche il nano Marcus (Tony Cox) si ripresenta per proporgli una truffa, e, nonostante la diffidenza sviluppatasi tra i due (niente di che, Marcus aveva tentato di ucciderlo), il piano si mette in moto. Le cose si complicano quando Willie scopre che la mente del piano è nientedimeno che la madre degenerata (Kathy Bates) che l'aveva partorito tredicenne in un contesto di miseria e povertà, segnando irrimediabilmente la sua vita.

Non fosse anche a sto giro per l'anima candida di Thurman, che riesce ad attraversare incontaminata le peggiori situazioni di perdizione, Babbo Bastardo 2 sarebbe un bombardamento al napalm non solo sul Natale, ma su tutto quello che rappresenta la società borghese americana e l'istituzione stessa della famiglia. Il canone della commedia e del paradosso non riesce fino in fondo a mettere in secondo piano la malinconia e la disperazione delle vite messe in scena attraverso iperbole narrative da Mark Waters (regia) e Shauna Cross (soggetto e sceneggiatura). Il film ha un linguaggio volgare veramente ai limiti (basta ascoltare come Sunny/Kathy Bates ricorda il concepimento di Willie) e scene di sesso, benchè parodistiche, diffuse e continue. Diversi gli highlights: intanto, finalmente qualcuno che dice a Christina Hendricks (Diane, moglie del pollo da rapinare) quello che tutti da sempre abbiamo in mente: "hai delle tette veramente enormi!" (Willie in un impeto di romanticismo) e poi i dialoghi tra Willie e la madre, lo stesso Willie che viene "rianimato" in ospedale dalla Hendricks con una terapia a base di hand job, gli odiati incontri coi bambini che chiedono regali.
Insomma, se volete far sloggiare da casa vostra parenti antipatici e magari pure un pò bacchettoni, mettete su Babbo bastardo 2. Il risultato è garantito.

E buon Natale a tutti da Bottle of Smoke.

giovedì 21 dicembre 2017

The Waterboys, Out of all this blue


Che bello non avere più niente da dimostrare a nessuno, e dopo aver riaccarezzato il suono che ti ha reso uno dei riferimenti del folk rock moderno (con Modern blues, di due anni fa), infischiarsene della critica e realizzare nientedimeno che un doppio CD  (disponibile anche in versione tripla) di ventitrè tracce, musicalmente orientato ad un pop colto, raffinato ed elegante.
Si dice che Mike Scott stia attraversando una fase estremamente felice della sua vita personale, che sia innamorato (e che l'amata sia di origini giapponesi, come si evince dal breve skit al termine di Didn't we walk on water e dal titolo della traccia numero diciannove: Rokudenashiko, oltre che da altri riferimenti a luoghi del Giappone), in armonia col mondo, prolifico come non mai, etc. etc. .
Viene da crederci, perchè i pezzi contenuti in questo Out of all this blue (titolo più programmatico che mai) , a partire dall'opener Do we choose who we love, sono la migliore cartina tornasole possibile, così fitti di cori, controcanti, tastiere vintage e dotati di una modalità espressiva di Mike al tempo stesso classica e innovativa.
Ovvio che dentro un'opera molto vasta, che contiene così tanta roba e le influenze più diverse, sia inevitabile assistere a cali di tensione, ma per quello che mi riguarda due terzi abbondanti delle composizioni presenti sono da celebrare con assoluto favore e reverenza. 
Oltre alla già segnalata traccia d'apertura, pezzi come If I was your boyfriend, la divertentissima If the answer is yeah, The Connemara fox, ma in generale tutta la prima parte dell'album, fanno sembrare semplice l'esercizio più difficile di tutti: la ricerca di una melodia catchy che non sia scontata e banale. Tolto qualche filler (Girl in kayak; Skyclad lad; Rokudenashiko), anche il secondo CD si mantiene su livelli più che buoni, con l'impennata di una Nashville, Tennesse, che rimette in pista il sound dei "vecchi" Waterboys e una Didn't we walk on water, che soffia via la polvere dal sound degli Style Council.

Out of all this blue ha ottenuto in rete più stroncature che elogi, probabilmente sono io ad essere sordo, perchè penso invece che con il quattordicesimo lavoro di Scott (tra band e uscite soliste), ci troviamo di fronte ad un'opera che delinea la sua meravigliosa dimensione proprio nell'essere fuori dalla canonica tazza di tè del suo autore. Un disco insomma imprevedibile, spiazzante e personalissimo: più dalle parti di Dan Auerbach che da quelle dei Chieftains.

lunedì 18 dicembre 2017

La notte del giudizio (2013)

Risultati immagini per la notte del giudizio locandina

In un distopico futuro prossimo (2022), negli Stati Uniti i tassi di criminalità, così come il numero di omicidi, sono ai minimi storici. Di pari passo, aumenta la percezione di sicurezza, con effetti positivi anche sull'occupazione. Come si è giunti a questo risultato? E' semplice, i Nuovi Padri Fondatori dello Stato permettono che un giorno all'anno, per la durata di dodici ore (dalle 19:00 alle 07:00), la popolazione sia sostanzialmente libera di mettere in pratica qualunque atto di violenza, omicidio compreso, contro chiunque (fatto salvo politici e forze dell'ordine), senza doverne rispondere alla legge. Durante questo orizzonte temporale non viene concessa assistenza medica, che viene ripristinata, assieme alle normali regole civili, solo al termine delle dodici ore. 
Il risultato è che le persone più abbienti sono (relativamente) al sicuro dentro strutture fortificate, mentre le classi meno abbienti, gli homeless, i disadattati sono alla mercè degli assassini. 
La famiglia Sandin, composta dal padre James (Ethan Hawke), dalla madre Mary (Lena Headey, la Cersei de Il trono di spade) e due figli, fa parte della upper class, e come tale alle 19:00 in punto si sigilla nella casa-fortezza, ma l'iniziativa del figlio più piccolo, che mosso a compassione permette ad un poveraccio braccato di entrare tra le mura domestiche, metterà a rischio non solo l'incolumità fisica della famiglia, ma anche la solidità dei suoi valori morali.

Che James DeMonaco, regista e sceneggiatore  di questo La notte del giudizio (in originale il molto più sintetico ed efficace The purge), abbia mandato a memoria il lavoro di John Carpenter risulta chiaro ed evidente anche ad un marziano. I temi dell'assedio e della differenza di classe nella società americana sono troppo evidenti e rumorosi per passare inosservati. Però l'idea alla base del film è di quelle che lasciano il segno. Una provocazione intelligente e non così lontana dalla realtà come sarebbe lecito pensare, basta ascoltare le convincenti motivazioni riportate ossessivamente dai media dentro al film e i ragionamenti degli stessi protagonisti, mixarli con la deriva reazionaria innestata da Trump (anche se il film esce nel 2013, in piena presidenza Obama) e lo scenario improvvisamente si avvicina.
Il film diverte e induce a pensare, questo penso sia il suo più grosso pregio, in quanto a tensione e scarejump invece si difende, ma senza eccellere in maniera particolare rispetto alla media del genere. 
La notte del giudizio ha già avuto due sequel, sempre girati da DeMonaco: Anarchia del 2014 e Election year del 2016. E' in lavorazione una quarta pellicola, stavolta un prequel (The island), che dovrebbe uscire nel 2018. 

giovedì 14 dicembre 2017

John Mellencamp, Sad clowns & hillbillies



Con la paziente metodicità che lo contraddistingue in questa parte della carriera, a tre anni dal precedente Plain spoken  (e a quarantuno dal debutto Chestnut street incident), John Mellencamp rilascia il suo ventitreesimo lavoro di studio.

E Sad clowns and hillbillies è un disco particolare, un grande fiume placido alimentato da tanti affluenti diversi, con canzoni che riemergono da cassetti dove erano state riposte da tempo (Sugar hill mountain, scritta per la colonna sonora del film Ithaca - diretto da Meg Ryan, ex del Coguaro - ; What kind of man I am e You are blind - rispettivamente di Kris Kristofferson e Ryan Bingham - già contenute nel soundtrack del musical Ghost brothers of darkland country; All night talk radio, outtakes di Mr Happy go luck del 1996), collaborazioni low profile, come quella con la country singer Carlene Carter (figlia di prime nozze di June Carter e quindi discendente della gloriosa Carter Family) della quale Mellencamp si deve essere artisticamente innamorato, visto che l'ha voluta ad aprire tutte le date del tour precedente e che duetta con lui su ben cinque tracce delle tredici previste; contributi inaspettati, come per Grandview, pezzo del repertorio del cugino di John, artista minore di una band dell'Indiana.

Detta così l'album potrebbe apparire come una scatola contenente tessere di diversi puzzle che non hanno possibilità di armonizzarsi. In realtà il risultato finale è un'opera 100% mellencampiana, che musicalmente riserva è vero, poche novità, ma che nasconde dietro il suo andamento pigro tipicamente del sud americano, una grande anima sociale e introspettiva, cifra autoriale consolidata dell’artista.
Come un vecchio ma affascinate pick-up diesel, il disco parte in maniera lenta, quasi svogliata, ma, raggiunto il numero giusto di giri, tiene la strada che è una meraviglia mettendo il passeggero nella condizione più agevole per intraprendere un viaggio suggestivo e affascinate che raggiunge luoghi malinconici (Mobile blue; Battle of angels), concede accelerate da vecchio Coguaro (All night talk radio e Grandview, featuring Martina Mc Bride), scorci per innamorati (Indigo sunset), soste dai sapori speziati nella migliore tradizione old time dixieland (Sugar Hills mountains e Sad clowns), e un finale che è un autentico colpo di coda, grazie al dittico composto da una poesia di Woodie Guthrie, messa in musica su espressa richiesta della figlia del più importante degli hillbillies, che diventa un magnifico spiritual (My soul’s got wings) e una Easy target, forse il mio pezzo preferito, in cui John incontra le atmosfere del Tom Waits periodo Blue Valentine.

Ad ascoltare quanta passione per la musica tradizionale americana Mellencamp riesca ancora a mettere nelle sue opere (questa è sicuramente da annoverare tra le migliori degli ultimi tre lustri), aumenta in maniera esponenziale l’amarezza per l’amore mai sbocciato tra il rocker dell’Indiana e l’Italia, certificato purtroppo dall'esito zoppicante dell'unico, attesissimo concerto in quel di Vigevano  (che comunque si è meritato una doppia recensione, qui e qui).  Se il messaggio è: fatevi abbastare i miei dischi, con lavori della qualità di Sad clowns & hillbillies ce la possiamo anche fare.

lunedì 11 dicembre 2017

Sette note in nero (1977)



Nella sua lunghissima carriera artistica, che, limitandosi al lavoro da regista, l’ha visto esordire nel 1959 con Totò e Fred Buscaglione (I ladri) per poi girare ogni tipo di genere cinematografico (dai musicarelli alle commedie ai film con Franco e Ciccio, ai western ai thriler alla fantascienza all’horror), Lucio Fulci è stato costantemente inviso alla critica italiana, anche quando quella internazionale (Francia e USA su tutti) al contrario lo osannava (soprattutto in tema di horror) per il suo stile, la sua messa in scena e le sue trovate innovative, che assumevano un valore ancora più elevato se si pensa che venivano realizzate con budget ridicoli.
Il tempo, una volta tanto è stato galantuomo, se oggi il regista è stato completamente rivalutato ed è diventato oggetto di culto di tanti appassionati cinefili italiani (che magari si sono convertiti anche grazie a registi come Raimi o Tarantino che non hanno mai nascosto la loro adorazione per il cineasta romano), ma quarantanni fa una delle poche eccezioni alla regola degli strali del giornalismo italiano fu Sette note in nero, uscito nel 1977, che riuscì nell'impresa di coniugare un buon successo di critica e di pubblico.
Rivedendolo, se ne colgono al volo le motivazioni trattandosi di un film teso, serrato, nel quale suspance, paure ancestrali e inconscio si prendono il proscenio lasciando al sangue un ruolo marginalissimo in quanto totalmente superfluo alla narrazione.

Virginia (una meravigliosa Jennifer O’Neil), che ha subito un trauma infantile avendo avuto una visione che anticipava il suicidio della madre, da adulta comincia ad avere nuove visioni, nelle quali assiste a flash che le mostrano una donna colpita a morte che viene murata ancora agonizzante. Virginia, che è assistita da un psicoterapeuta, attraverso improvvisi flash comincia a scoprire sempre più particolari della scena, individuando in un casale di campagna abbandonato, di proprietà del neo marito (Gianni Garko) la stanza dove avviene il delitto delle sue premonizioni e scoprendo anche che, nel punto preciso da lei “visto” è murato lo scheletro di quella che si scoprirà essere una giovane donna. Ma non è quello il delitto che la O’Neil vede chiaramente nelle sue visioni…

Fulci riesce a mettere in scena una storia che si sviluppa a spirale, trasmettendo angoscia e tensione, in bilico tra stilemi narrativi cari a Poe e dinamiche che richiamano Hitchcock, potendo contare nella colonna sonora di un main theme che segue gli stilemi del periodo (L’esorcista di Mike Olfield, Suspiria dei Goblin) in maniera spaventosamente efficace (per la cronaca le note del tema che prende il titolo dal film, composte da Frizzi, Bixio e Tempera, sono riprese da Tarantino in Kill Bill nella sequenza in cui la Thurman si sveglia dal coma e aggredisce l’infermiere stupratore). 
Insomma, Sette note in nero si merita l'appellativo di classico (magari minore) della filmografia thriller italiana, che mantiene, a quarant'anni di distanza dalla sua uscita, tutto il suo impatto sullo spettatore.

giovedì 7 dicembre 2017

Massimo Carlotto, Il fuggiasco


Massimo Carlotto, padovano, classe 1956, rappresenta forse il più clamoroso caso giudiziario della storia italiana. Figlio di una famiglia benestante, militante di Lotta Continua, nemmeno ventenne scopre il delitto di una ragazza sua vicina di casa per il quale verrà poi accusato.
Da qui comincia un incredibile vicenda che durerà diciassette anni, alimentati da paradossali e kafkiane contorsioni del sistema giudiziario italiano. Parte di questi anni saranno vissuti da Carlotto in clandestinità, prima in Francia e poi in Messico.
Il fuggiasco racconta quel periodo straziante della vita del suo autore, soffermandosi sulle preziose amicizie con gli altri esuli, sui subdoli approfittatori, sulle modalità che il protagonista si impone per diventare sfocato, fuori campo, nell'immagine complessiva della metropoli scelta per sfuggire al carcere.
Lasciano particolarmente il segno le strategie messe in atto per mimetizzarsi in maniera più efficace nella folla, i personaggi interpretati minuziosamente, nemmeno Massimo fosse un attore che si debba calare nella parte del sofisticato Bernard piuttosto che dell'intellettuale Gustave o del turistello Lucien, oppure i movimenti logistici accuratamente selezionati per evitare quanto più possibile i controlli delle forze dell'ordine.
Il periodo messicano è quello probabilmente più buio e disperato, non solo per il tradimento che Carlotto subisce a Città del Messico, ma anche per la descrizione di un non luogo in cui la persona comune può smettere di esistere da un momento all'altro (vittima della violenza di strada o delle autorità locali), nella disperazione della propria famiglia, ma nella totale rassegnazione e indifferenza generale.
Il racconto è lucido e accurato, c'è spazio per lo sfinimento psicofisico, ma anche per l'amore sconfinato e disinteressato di famiglia e amici, e anche per un pò di ironia.
Carlotto fotografa quegli anni senza soffermarsi sulla causa all'origine della latitanza (il delitto del 1976), la vicenda è riportata, per titoli, nell'appendice del romanzo. Per approfondirla in maniera più dettagliata è consigliabile una ricerca in rete.
Il fuggiasco rappresenta l'inizio di un'ottima carriera letteraria del suo autore, che si afferma negli anni come uno dei migliori scrittori noir italiani, offrendo al cinema più di un soggetto da trasportare sul grande schermo, proprio a partire da questo libro, che nel 2003 diventa un film dal titolo omonimo.