martedì 21 marzo 2017

Danko Jones, Wild cat


Danko Jones non molla. La band di Toronto festeggia gli oltre vent'anni di carriera (quindici discograficamente parlando) con un ottavo album che racchiude le caratteristiche ormai note del gruppo (vigore, linearità delle composizioni e refrain assassini) completando però l'opera di affrancamento dai modelli di metal anni ottanta (Motley, AC/DC, GNR), che avevano caratterizzato suoi album precedenti come Below the belt e Rock n' roll is black and blue, attraverso un'operazione di ulteriore arretramento della macchina del tempo, fino alla seconda metà dei settanta.
Fermo restando il brand di pezzi che riescono nella non semplice operazione di coniugare immediato impatto e buona longevità, il suono di Wild cat risulta subito essere più asciutto ed essenziale: basso/chitarra/batteria non si perdono in fronzoli e vanno diritto al punto richiamando appunto la stagione del primo hard rock dei settanta e band come Aerosmith, Kiss, Queen, Thin Lizzy (una clamorosa You are my woman) e perfino Hendrix, che si affaccia sulla conclusiva Revolution (but then we make love). 
Il rock, inteso come argomento, e i rapporti con l'altro sesso si prendono la centralità del songwriting, ma anche qui siamo lontani dalle smargiassate misogine di qualche anno fa: la crescita della band si misura anche in questo.
Sebbene risulti evidente che non stiamo parlando di un disco che cambierà le sorti della musica, sarebbe un errore bollare Wild cat dopo un primo e magari frettoloso ascolto come "la solita roba dei Danko". 
Con un pò di fiducia questo lavoro potrebbe viceversa regalare momenti di esaltante intrattenimento rock.

domenica 19 marzo 2017

Bye bye Chuck

Non sono un fanatico dei coccodrilli (in gergo giornalistico i pezzi commemorativi), anzi, se non ricordo male nell'anno horribilis 2016 non ne ho scritto nemmeno uno. Però se mi toccava un'eccezione non poteva che essere per Charles Edward Anderson "Chuck" Berry, scomparso ieri a novant'anni suonati.
Al netto delle accuse di plagio, dell'essere spregevole che sapeva essere, di come sapesse fottersene di tutto ad eccezione dei soldi, sono straconvinto che non saremmo qui a menarla ancora con il rock and roll se non fosse (per buona quota parte) per quello che ha inventato quest'uomo, che, al netto dei suoi pezzi più epocali, all'ingenuo giornalista che gli chiedeva quale fosse la canzone del suo repertorio a cui fosse più legato, rispondeva My ding a ling, il cui testo parla in maniera quasi esplicita dell'...ahemm... pistolino del cantante. 
Nel corso dell'anno uscirà un nuovo album, al quale Chuck aveva lavorato in questi ultimi mesi, che segue di ben trentotto anni l'ultima fatica di studio. Lo ascolteremo con l'attenzione per l'evento e la strafottenza che il personaggio richiede.

Bye bye Chucky. Chucky bye bye.


lunedì 13 marzo 2017

The Tossers, Smash the windows


Dei tanti figli bastardi della grande epoca del combat folk (e/o del celtic punk) e quindi principalmente dei Pogues, i Tossers non sono certo quelli che hanno raccolto i maggiori consensi, nonostante la band abbia emesso i suoi primordiali vagiti qualche anno prima dei più acclamati Dropkick Murphys e Floggin Molly. Il che significa che con Smash the windows il combo di Chicago si appropinqua al suo venticinquesimo anniversario e al suo nono album di studio, senza considerare quindi altri progetti (split, EP, e live recordings).
Un buon risultato, non c'è che dire. Celebrato come si deve, con whiskey, birra e irish pride che scorre a fiumi tra le diciassette tracce di un album che consolida lo stile del gruppo, derivativo finchè volete, ma con una capacità di songwriting non comune, in grado di suonare credibile oltre che dannatamente divertente.
Per buona metà della tracklist il disco è una vera e propria frustata, con una manciata di canzoni (Erin Go Bragh, Smash the windows, la strumentale Humors of Chicago, Drinkin all the day), che, immaginate dal vivo, metterebbero a dura prova la sopravvivenza di chiunque non avvezzo al pogo che è facile prevedere si scateni sotto il palco. La parte centrale dell'album rallenta ad arte le atmosfere con un trittico di ballate che fanno perno sull'enorme traditional Danny Boy, reso in maniera solenne dal leader T. Duggins e dai suoi sodali, e che preparano il terreno ad un altro furioso punk celtico dal titolo programmatico (Whiskey) e dal richiamo più forte ai padri fondatori Pogues.
La parte finale dell'album è un pò meno coesa, ma senza mai perdere la mission aziendale, fino al secondo traditional scelto dai Tossers e deputato a chiudere il lavoro, la chiamata alle armi sotto forma di ballata The foggy dew.

E' da molto tempo che un disco con queste caratteristiche non mi divertiva così.

mercoledì 8 marzo 2017

Via da Nashville

E' uno storia piccola, marginale, per molti insignificante, quella di Lindi Ortega. Tuttavia mi ha molto colpito, forse per il modo più che realistico scelto dall'artista per raccontarla. Originaria di Toronto (da genitori messicano/irlandesi), dove si fa notare nei primi anni zero presso i circuiti indie guadagnandosi l'appellativo di "Toronto's best kept secret", dopo aver esordito con il full lenght Little Red Boots, nel 2011 prova il grande salto trasferendosi a Nashville, patria del country, il genere che la Ortega, seppur in maniera personale e indipendente, interpreta.
Qui la cantautrice comincia ad incidere una serie di album esaltati dalla critica, il primo di essi è Cigaretters and truckstops, poi è la volta di Tin star e infine, nel 2015, Faded Gloryville. I riscontri sono sempre positivi, il nome circola nei salotti buoni, i dischi ricevono diverse nomination per i grammy country, ma tutto ciò non permette a Lindi di vivere della sua arte. Questo aspetto ovviamente emerge solo oggi, grazie alla stessa artista che, nel comunicare la sua decisione di tornare in Canada, ha scelto di andare diritto al punto: “I thought I was done. Having done music since I was 16, it got to the point I couldn’t pay the rent. When you make a carton of eggs last a week, it’s time for a realization that maybe I’m done. I left my former label, management, and just sat. I wasn’t commercial. I’m not making money.”
 
Impossibile non tornare con la memoria all'imperdibile Nashville, di Robert Altman, che pur essendo un film di oltre quarant'anni fa, illuminava con lucidità assolutamente attuale ipocrisie e menzogne di una città che da sempre rappresenta per la musica popolare americana quello che rappresenta Hollywood per il cinema: la meta più ambita per artisti veri, sognatori e cercatori di fortuna senza talento. Nessun dubbio che Lindi Ortega appartenesse alla prima di queste categorie. Staremo a vedere come saprà rialzarsi. Dopotutto, non ha mai permesso ai suoi demoni di prendere il sopravvento.
 


giovedì 2 marzo 2017

MFT, Febbraio 2017

ASCOLTI
 
Thunder, Rip it up
Gang, Calibro 77
Battle Beast, Bringer of pain
Son Volt, Notes of blue
Veronica Grim & The Heavy Hearts, Revelator
David Bowie, The rise and fall of Ziggy Stardust
Bruce Springsteen and The E Street Band, L.A. Sports Arena, California - 1988/04/23
 
Playlist:
 
Eighties (AA/VV)
U2
Bob Dylan
Tool
Van Morrison
 
VISIONI
 
The Walking Dead, stagione 7 / parte 2
Atlanta
Rectify, stagioni 3 e 4
Billions, 2
Le regole del delitto perfetto, 3
Risultati immagini per le regole del delitto perfetto frank

LETTURE
 
Kent Haruf, Benedizione
Bruce Springsteen, Born to run

lunedì 27 febbraio 2017

I miei migliori fumetti (vol 1)

La mia passione per i fumetti è quasi esclusivamente legata al mondo supereroistico della Marvel Comics. Tolta qualche significativa eccezione infatti, la lettura di questa forma d'arte segue abbastanza fedelmente l'evoluzione della cosiddetta Casa delle Idee. Sono poi molto legato ad alcuni artisti in particolare, siano essi scrittori, disegnatori o abbiano ricoperto entrambi i ruoli. Gente che, nel proprio tempo, ha contribuito a portare il genere a livelli di credibilità che hanno alzato l'asticella per tutti quelli che sono venuti dopo di loro. Parlo di personaggi come John Romita, Jack Kirby, John Byrne, Frank Miller, Todd McFarlane, Bob Claremont, Alan Moore, DeMatteis e tanti altri. Solo una parte di loro rientrano in questa prima sezione di favoriti. Spero di avere modo di celebrare in futuro quelli che mancano.



L'apertura è doverosamente riservata ad un albo che mi ha spalancato le porte della meraviglia. Il primo fumetto di super - eroi che abbia mai letto: L'Uomo Ragno Gigante numero 15,  Il vero volto di Goblin. Me lo regalò mia sorella maggiore, su mia precisa richiesta, nel 1977, mentre eravamo in vacanza nel paese d'origine dei nostri genitori. Avevo nove anni ma il ricordo delll'emozione e del pathos di quell'avventura incredibilmente coinvolgente, con un Parker smascherato e alla mercè della sua nemesi, resta tuttora indelebile.  Anche grazie ad un John Romita all'apice della sua forma.




Ancora l'Uomo Ragno, ma stavolta siamo alla fine degli anni ottanta (1987 nell'edizione americana, qualche anno dopo in Italia) ed è tutto un altro scenario. Il fumetto è diventato adulto, si cominciano ad usare linguaggi e dinamiche narrative più ambiziose e realistiche, sull'esempio dei comics independenti. In questa saga si ribaltano molti dei luoghi comuni dei fumetti e molti temi considerati pericolosi per il pubblico di adolescenti, range di rilievo di queste pubblicazioni. Ne L'ultima caccia di Kraven, Kraven, pittoresco e storico nemico del Ragno, stufo delle solite liturgie tra criminale ed eroe, stavolta spara a prima vista, ferendo un sorpreso Uomo Ragno per poi seppellirlo vivo. Il bene trionferà, ma l'accenno all'omosessualità latente di Kraven e il suo suicidio restano una pietra miliare nell'evoluzione dei temi della Casa delle Idee.



La mia personale trilogia di Frank Miller:


Frank Miller è senza dubbio uno degli artisti che più ha contribuito a traghettare nel futuro l'arte dei fumetti. Autore e disegnatore, ha rilanciato big ones come Batman (ne parlo a seguire) e creato capolavori adottati anche dal cinema del calibro di Sin City e 300. Io lo scoprii con il suo primo ciclo(1979/1983 in USA) di storie di Devil,  personaggio che fino a quel momento non rientrava tra i miei favoriti, ma che in mano a Miller rinasceva letteralmente, attraverso il realismo spietato delle sue storie urbane, violente, noir, che culminano con lo scontro tra Bullseye ed Elektra.







Risultato immagine per il ritorno del cavaliere oscuro fumettoSi diceva della poca affinità con il mondo DC. E' chiaro che quando l'universo dei comics impazzisce per un'opera, non si può star lì troppo a fare l'ultrà per una o l'altra casa editrice e bisogna invece accaparrarsela. E' quello che ho fatto con Il ritorno del Cavaliere Oscuro, uscito negli USA nel 1986 e da me comprato in un'edizione della storica fiera di Lucca ai primi dei novanta.Lo spunto di Miller, che ci mostra l'eterno duello tra Batman e Joker, proiettato in un futuro ipotetico con i due personaggi ormai sessantenni e con Bruce Wayne cinico ed esausto è geniale e insuperato. Un must assoluto.


Sin City Hard Goodbye.jpgIl terzo lato della trilogia non può che essere l'imperdibile Sin City, serie di albi usciti per la Dark Horse nel quale Miller ricrea le classiche atmosfere hard boiled alla Hammett; Chandler e Spillane trasportate in una distopica America anni cinquanta dove a regnare sono violenza e corruzione. In un esplosivo bianco e nero passano tra le pagine alcuni personaggi maledetti, condannati e straordinari, come Marv, Nancy e Hartigan. Frank Miller ha coadiuvato Robert Rodríguez e Tarantino alla regia, nell'adattamento cinematografico del 2005.







martedì 21 febbraio 2017

80 minuti di Bob Dylan

La premessa può suonare contraddittoria: non considero Bob Dylan un'artista da greatest hits. 
Quantomeno, è delittuoso iniziare a conoscerlo partendo da una delle tante raccolte che negli anni sono state compilate a suo nome. Non ci può essere approccio alternativo a Dylan che l'ascolto integrale dei suoi album.
Diverso per chi, come me, sebbene in ritardo, ha costruito le sue fondamenta su alcuni lavori che si sono impressi a fuoco nella memoria. In particolare con una manciata di dischi che rispondono ai titoli di Highway 61 Revisited; Blonde on blonde; Blood on the tracks; Desire; Oh mercy e Time out of mind potrei camparci per anni senza bisogno  di altri stimoli.
Tuttavia, se siamo qui è perché l'istinto dello scorpione ha ancora una volta prevalso sulla ragione e non ho voluto resistere all'impellente desiderio di mettere in fila una ventina di pezzi ai quali (noti o meno noti) sono visceralmente legato, consapevole delle molte assenze di rilievo.


01. Political world
02. Highway 61 Revisited
03. Don't think twice, it's alright
04. Jokerman
05. Tangled up in blue
06. I want you
07. All along the watchtower
08. Tweedle Dee & Tweedle Dum
09. Blowin' in the wind
10. One of us must know (Sooner or later)
11. Everything is broken
12. It's all over now baby blue
13. One more cup of coffee
14. Knockin' on heaven's door
15. The times they are a-changin'
16. The mighty Quinn (Quinn the eskimo)
17. Just like a woman
18. Master of war
19. Gotta serve somebody
20. Make you feel my love

giovedì 16 febbraio 2017

80 minuti di my favorite eighties songs (part II)

Dopo il volume uno, i tempi erano maturi per un seguito. Stavolta non mi limito alle pop songs (come nella playlist precedente) e mischio maggiormente i generi alternando alto e basso.
Non finisce qui.

01. David Bowie, Loving the alien
02. Nik Kershaw, The riddle
03. Frankie Goes To Hollywood, Two tribes
04. Spandau Ballet, Through the barricades
05. Tanita Tikaram, Twist in my sobriety
06. Johnny Hates Jazz, Shattered dreams
07. Howard Jones, Things can only get better
08. Christopher Cross, Ride like the wind
09. Housemartins, Caravan of love
10. Taylor Dayne, Tell it to my heart
11. Cindy Lauper, True colors
12. Big Country, Where the rose is sown
13. Brian Ferry, Slave to love
14. Marillion, Kayleigh
15. Sade, Your love is king
16. Alphaville, Forever Young
17. Gazebo, I like Chopin
18. Simply Red, Holding back the years
19. Saxon, Princess of the night

lunedì 13 febbraio 2017

Qui ci scappa la ...ahemm... saga

Accolgo la sfida dell'amico Filo, ma oltre ai primi segni dell'età che avanza rilancio con quelli che, camminando spesso di pari passo, identificano chiaramente l'appropinquarsi dei sintomi della crisi di mezz'età.

1) Acquisti esclusivamente riviste musicali che trattano roba invecchiata minimo trent'anni
2) I ragazzini ti lasciano il posto a sedere sulla metro
3) I ventenni ti danno del lei
4) Strizzi gli occhi sui caratteri più piccoli ma non vuoi arrenderti a inforcare lenti da vicino
5) I bambini che cercano di passarti davanti alla fila del supermercato vengono ripresi dalle mamme al motto "c'è prima il signore!"
6) Stai pensando di farti la spider rossa con foularino a pois viola d'ordinanza al collo (in alternativa la Harley da portare con la barba che arrivi rigorosamente al petto)
7) Hai deciso: rimetti in piedi la tua vecchia band
8) Il colore dei capelli, sul documento di identità è passato da castani a brizzolati.
9) Produci a ciclo continuo compilation con la musica degli anni ottanta, anche quella che all'epoca schifavi
10) L'ipocondria prende il sopravvento. Ogni dolorino è una malattia mortale




lunedì 6 febbraio 2017

J.D. McPherson, Let the good times roll (2015)


Sono un paio d'anni che il nome di J.D. McPherson mi ronza in testa. Onestamente non so perché mi ci sia voluto così tanto per mettere su un suo disco, immagino che dipenda dalla scarsa logica che guida i miei ascolti. Curioso innanzitutto l'accostamento tra copertina e stile musicale. Che genere vi aspettereste voi con una cover del genere? Qualche tipo di indie pop ovviamente hipster e intellettualoide? E invece il buon J.D. è un sopraffino maniaco del suono vintage degli anni cinquanta, quello che predilige la sponda black (Little Richard, Jackie Wilson, Fats Domino) del rock and roll e del ryhythm and blues. Il ragazzone di Broken Arrow, Oklahoma, ha le idee precise riguardo la sua direzione musicale e le ha delineate in due album e un EP. In particolare questo Let the good times roll del 2015 le mette a fuoco in maniera sublime con l'apertura entusiasmante della title track e giù per undici episodi inediti all'insegna della retromania più onesta (non è che con questa roba ci si paghi il mutuo, eh) e convincente possibile ad oltre sessant'anni di distanza dagli originali. Questo disco è una piccola goduria che viaggia al ritmo degli Isley Brothers con It's all over but the shouting, rallenta con Bridgebuilder e chiude pigiando ancora sull'acceleratore con una Everybody's talking about the all-american, che sono certo sia piaciuta ad un certo Boss che conosco.
 
Back to the basics.

giovedì 2 febbraio 2017

MFT, gennaio 2017


ASCOLTI

Bruce Springsteen and the E Street Band, L.A. Sports Arena, California 1988/04/23

Pride of Lions, Fearless

Jake Clemons, Fear and love
Monte Pittman, Inverted grasp of balance

Ryan Adams, Prisoner

Carrie Rodriguez, Lola

Aaron Watson, Vaquero

J.D. McPherson, Let the good times roll; Sign and signifiers



VISIONI

Rectify, stagione tre
The Affair, stagione tre
Atlanta

The night manager

Fortitude, stagione due



 

LETTURE

Bruce Springsteen, Born to run
Kent Haruf, Benedizione

lunedì 30 gennaio 2017

Jake Clemons, Fear and love


Avete presente la voce baritonale di Clarence Clemons, quella che ci mandava in sollucchero ogni volta veniva chiamata in gioco per pronunciare la sua epocale linea di testo "and kid you better get the picture" da Tenth avenue freeze out? Beh, dimenticatela. 
Jake, nipote del mitologico Big Man, che dal 2012 calca le assi dei palcoscenici di tutto il mondo con la E Street Band meritandosi l'immediato affetto del popolo sprinstiniano, dello zio ha sicuramente ereditato la stazza, ma non il timbro vocale, sottile come un filo che sembra sempre in procinto di spezzarsi, ma forse più versatile.
Il musicista arriva a questo suo primo album con una istruzione musicale di tipo jazzistico e con buone esperienze trasversali (oltre a Bruce, ad esempio anche Roger Waters e i Roots) che in qualche modo si riversano tutte in Fear and love, tipico lavoro di formazione che fugge da rigide classificazioni di genere.
Si passa infatti dal pop elegante e d'atmosfera delle prime tracce, tra le quali spiccano Janine e Burning, per poi, superata la boa di metà disco, all'altezza della title track, passare a Sick, broke and broken: un torrido rock blues rafforzato da chitarre sferzanti e ritmiche muscolari. 
Personalmente ho molto apprezzato il non volere, da parte del piccolo Clemons (si fa per dire, vista la taglia), sfruttare la scia della popolarità del suo ruolo da E Streeters affrancandosi dal suono di quella band e seguendo le sue direttrici musicali. Perciò, se volete ascoltarlo suonare il sax, dovete aspettare i due terzi del disco (A little bit sweet; Just stay). Come dire: questa è roba differente, è la mia roba.

Insomma, Fear and love si rivela essere un disco inaspettato e divertente. Un esordio che incuriosisce e fa ben sperare. 

giovedì 26 gennaio 2017

I migliori dischi del 2016

Sono in totale otto gli album che ho estrapolato dai miei ascolti del 2016 per poi suddividerli su un podio dai canonici tre piazzamenti, assecondando la prassi consolidata degli ultimi anni.
 
POSIZIONE NUMERO TRE
 
Volbeat, Seal the deal and let's boogie


Pur con qualche ombra nel meccanismo fin qui perfetto della band di Poulsen, la luce dei Volbeat è comunque ancora forte ed inconfondibile.
 
 
Brian Fallon, Painkillers


Esordio solista del leader dei Gaslight Anthem. Tra richiami del passato e tentativi di affrancamento, il futuro del romanticismo rock potrebbe passare da qui.
 
 
Sturgill Simpson, A sailor's guide to earth


A differenza del vascello immortalato sulla splendida copertina del disco, la nave di Sturgill Simpson ha idee chiarissime sulla rotta musicale da tenere: un porto differente ad ogni approdo.


POSIZIONE NUMERO DUE
 
 
Wayne Hancock, Slingin' rhythm

Wayne "The Train" fa sempre lo stesso album? Speriamo non smetta mai...
 
 
Metallica, Hardwired...To self destruct
 

I migliori Metallica possibili (nell'anno domini 2016, a quasi sette lustri dagli esordi).

 
POSIZIONE NUMERO UNO
 

Gojira, Magma
 
Come nascere nel calderone thrash/death ed evolversi maturando in tecnica, songwriting e autostima, senza smarrire la propria identità.
 
 
Hayes Carll, Lovers and leavers

Mio caro Hayes, ne è passata di acqua sotto i ponti da quando condividevamo salame, taleggio e Valcalepio in una località sperduta della bergamasca. Il tizio scanzonato e irriverente ha lasciato oggi il posto ad un uomo e allo sfoggio delle sue bellissime cicatrici.
 

Afterhours, Folfiri o folfox

Mi ripeto: che ne arrivino altre cento di partecipazioni a talent-show televisivi, se in cambio Agnelli ci restituisce album della profondità di Folfiri o Folfox!

martedì 24 gennaio 2017

La nuova Resistenza Americana

Lo so, crescendo siamo diventati più aridi e cinici. Valori e ideologie sono andati a carte quarantotto. Ne consegue che sopportiamo a fatica tutti questi artisti milionari che prendono posizione in politica, nelle guerre, nei temi enormi e irrisolvibili come fame e carestia di oltre metà globo, che arrivano a fare gli ambasciatori dell'O.N.U.. Non ci fidiamo. 
Cosa mi rappresenta esporsi pubblicamente, quando si è ricchi sfondati e affermati se non l'ennesima ricerca di ribalta e riflettori?
Beh, insomma dipende. Spesso l'autenticità dell'impegno è conseguenza inevitabile della storia personale di chi lo propugna. Lo capisci dall'intensità di uno sguardo. Dall'onestà intellettuale. Dalle parole usate. E quando un artista come Bruce Springsteen parla di sè stesso e della sua Band come parte della nuova Resistenza Americana contro Trump, beh, sarò anche doppiamente schierato (sia per Springsteen che contro Trump), ma non posso che mettere da parte tutta la normale diffidenza (anche per un artista che qualche sbandamento dopo l'undici settembre forse l'aveva avuto) e avere un moto d'orgoglio per quest'uomo che usa una parola forte, forse spropositata visto che si riferisce comunque ad una grande democrazia qual è quella USA, come inequivocabile dichiarazione d'intenti: perchè non ci siano dubbi su quale sia la parte per la quale lui parteggia
"Con i miei musicisti siamo qui to witness and to testify" (a testimoniare e documentare) afferma Bruce. Questo è il ruolo che ci consegna la storia, è il sottotesto. Questo possiamo fare, e questo faremo, non certo candidarci in politica (offerta com'è noto più volte avanzata a Springsteen dai democratici e sempre rifiutata) o perpetrare inutili sfilate a favore di camera.
L'assidua frequentazione del catalogo di Woody Guthrie, Pete Seeger e Bob Dylan, ne sono certo, tornerà di nuovo utile.



lunedì 23 gennaio 2017

Aspettando la classifica di fine 2016

Con il consueto ritardo che mi ha contraddistinto negli ultimi anni, sono pronto per la classifica del migliori dischi del 2016. Arrivo lungo a fine gennaio non per un capriccio o per distinguermi dalla massa (quando mai!), ma semplicemente perchè dicembre mi coglie puntualmente impreparato sulla tabella di marcia e immancabilmente resto indietro di qualche recensione di valore che devo assolutamente scrivere prima di archiviare l'anno.
Che anno è stato, il 2016, da un punto di vista delle release musicali? Buono direi: molti dischi sopra la media, ma senza l'album killer che si staglia nettamente sugli altri. E' stato un anno nel quale, pur ascoltando i "soliti" sessanta/settanta dischi nuovi, sono riuscito a recensirne meno della metà. Quasi sempre i dischi non recensiti avrebbero comunque ricevuto critiche negative, per cui dovendo fare i conti con la sempre scarsa risorsa del tempo, non mi ci sono nemmeno messo.
Nel 2016 sono tornati molti dei miei vecchi e nuovi beniamini, curiosamente tutti dell'ambito country-folk-roots. Hanno infatti timbrato il cartellino Austin Lucas, Steve Earle, Hayes Carll, Wayne Hancock e Matt Woods: per tutti loro pollice in su.
E' stato forse il primo anno nel quale le nuove uscite metal hanno sorpassato nei miei ascolti quelle vintage. Megadeth, Death Angel, Metallica, Gojira, Brujeria, Volbeat, Sixx:A.M. hanno tutti pubblicato lavori in un range che va dalla ampia sufficienza all'eccellenza e avranno una loro dignitosa rappresentanza nel lotto dei migliori. Come da tradizione, ho continuato imperterrito ad ascoltare le cose che piacciono a me, spesso lontano dai riferimenti più citati dalle altre classifiche di riviste, siti e blog amici. Anche qui: non si tratta di atteggiamento aristocratico, semmai il contrario, e cioè di una sorta di limitatezza musicale alla quale ormai ho preso gusto a rassegnarmi.

Per dire di come tutto sia ancora da organizzare, al momento di scrivere questo post non so ancora di quante posizioni sarà composta la classifica (meno di dieci credo) e quando riuscirò a pubblicarla, se in settimana o lunedì prossimo.
Vabè. Tanto non c'è il rischio che quei pochi che seguono il blog trattengano il respiro nell'attesa...


giovedì 19 gennaio 2017

Cody Jinks, I'm not the devil


Nel corso del 2016 ho recensito diversi dischi che in qualche modo avevano a che fare con il country (vado a memoria: Hayes Carll, Steven Tyler, Matt Woods, Sturgill Simpson) senza che questo genere fosse però davvero predominate rispetto alla cifra stilistica complessiva di quei lavori. Ecco, se cercate un album hundred per cent country, senza prefissi aggiuntivi che non siano i rigorosi "pure" o "traditional", dovete necessariamente orientarvi verso I'm not the devil di Cody Jinks.
Questo artista texano, che, tra la fine dei novanta e i primi anni zero, musicalmente nasce metal-thrasher (con una band chiamata Unchecked Aggression) è diventato una delle più luminose speranze per tutti gli appassionati di country che non sopportano le derive pop ormai assunte da questo genere e che, al contrario, sono sempre alla ricerca di opere nuove ma ben piantate nel terreno della tradizione.

Ci arriva bello carico, il signor Jinks, all'appuntamento con il suo quinto lavoro di studio, lanciando già dall'artwork di copertina un chiarissimo il messaggio riguardo la natura revivalista della sua musica. La voce calda, tipicamente sudista, la steel guitar, le atmosfere confidenziali sono il baricentro attorno al quale si dipana, allargandosi in cerchi concentrici, I'm not the devil. Che si parli della dolorosa fine di una relazione (The same), di religione (No guarantees), di vita matrimoniale (No words), si riprenda un classico di Merle Haggard (The way I am) o si acceleri improvvisamente nell'honky tonk (Chase that song), per l'intero elenco di titoli della tracklist a prevalere è quella spietata sincerità che fa tutta la differenza del mondo tra un'opera autentica e una prodotta in serie, concetto questo distillato in tutta la sua essenza nella toccante title track.

Non è un caso se negli ultimi anni gli artisti più interessanti e genuini del country arrivino da fuori Nashville, Tennessee e da quell'omologazione che sta svuotando di valori e significato questo genere musicale. Il Texas sta giocando un ruolo fondamentale in questa ridistribuzione del talento sudista, anche grazie a personaggi come Cody Jinks, che continuano imperterriti a fare una musica orgogliosamente tenace e resistente, dotata di un fascino pericoloso, e per questo non accessibile a tutti. 
Questo è I'm not the devil. Disco country dell'anno (scorso).

lunedì 16 gennaio 2017

Afterhours, Folfiri o folfox


L'interesse per una nuova uscita discografica risente molto del desiderio che ho, in quel preciso momento, di ascoltare materiale nuovo di quel determinato artista. Perciò, se nel corso del 2016 sono stato forse più magnanimo del dovuto con le release di Ben Harper e Metallica è solo perché quei dischi mi hanno fatto i grattini proprio dove musicalmente mi prudeva.
Al contrario, quando a giugno è uscito Folfiri o folfox, l'ultimo lavoro degli Afterhours, non avevo alcuna voglia di immergermi nelle insidiose atmosfere di Manuel Agnelli, nonostante il mio affetto sconfinato e la mia imperitura gratitudine nei confronti di questa band.
Non ha aiutato di certo venire a sapere che l'album sia stato ispirato dalla morte del padre di Agnelli e che il titolo dello stesso riprendesse il nome di alcune tipologie di trattamento chemioterapico. Non ha aiutato infine l'ascolto della traccia d'apertura, Grande, che, tra liriche traboccanti e struggente interpretazione vocale, ho trovato troppo dolorosa per proseguire anche solo con la canzone successiva.
Se ho superato questo blocco quasi psicologico e da oltre un mese mi sono immerso nelle note di questo doppio CD , bisogna ringraziare (è proprio il caso di dirlo) le indirette insistenze del mio blogger di riferimento Jumbolo, nonchè di altri amici con i quali da anni ormai scambio via web impressioni e suggerimenti musicali.

Ebbene sì. Folfiri e folfox vale tutta l'attenzione richiesta per entrare in un opera non torrenziale dal punto di vista della durata (per essere un doppio, si attesta comunque sotto i settanta minuti), ma sicuramente impegnativa per i diversi mood dai quali è attraversata. Il lavoro non è solo l'elaborazione di un lutto atteso ma non meno destabilizzante, comunicato in maniera quasi epidermica da composizioni come Grande o L'odore della giacca di mio padre. Gli Afterhours riescono infatti nell'impresa di tornare a realizzare inni generazionali sghembi, così come gli riusciva negli anni di maggiore creatività, ma con la lucida consapevolezza della raggiunta maggiore età, come avviene magistralmente per Il mio popolo si fa.
Ma dicevamo dei diversi umori stilistici che attraversano il disco. Attraverso le diciotto tracce assistiamo come ad un excursus dell'intera carriera della band, che passa agevolmente da suoni acidi, a pezzi quasi improvvisati, a brani in linea con la tradizione cantautoriale italiana, alle tipiche pop songs di casa fino a rimandi ai settanta più sperimentali che richiamano l'ultimo Padania
Più di ogni altra cosa, Folfiri o folfox contiene Le Canzoni. Oltre a quelli già citati, pezzi come Non voglio ritrovare il tuo nome, Qualche tipo di grandezza, Fa male solo la prima volta o Se io fossi il giudice, a differenza degli ultimi lavori in studio (mi riferisco in particolare a I milanesi ammazzano il sabato e Padania), hanno tutte le carte in regola per acquisire la longevità dei pezzi storici della band.

Credo che tra i gruppi italiani protagonisti di una decade (quella dei novanta), irripetibile per intraprendenza, coraggio e trasversalità della proposta artistica (Marlene Kuntz, Subsonica, Mau Mau, Modena City Ramblers, 99 Posse solo per citare i primi che mi sovvengono), gli Afterhours siano probabilmente gli unici ad essere ancora in grado di competere con la qualità delle composizioni di quegli anni. Al netto di tutte le polemiche (che considero insincere e ipocrite) per le scelte mainstream di Agnelli. 

In fin dei conti la risposta migliore a quanti hanno puntato il dito contro l'ultima partecipazione di Manuel a X-Factor in qualità di giudice, è proprio un disco totalmente indipendente e senza compromessi come Folfiri o Folfox.

lunedì 9 gennaio 2017

Wayne Hancock, Slingin' rhythm


Partiamo per una volta dalla coda. Dalla conclusiva traccia numero dodici per la precisione, che si intitola Slingin' rhythm intro. Per quale ragione una intro è piazzata negli ultimi istanti di un disco e non nei primi? Semplice e per certi versi geniale. Perchè questa traccia di pochi secondi altro non è che l'improvvisazione della title track che apre il lavoro, nella quale Wayne Hancock dà le ultime disposizioni alla band prima dell'incisione definitiva della canzone. Se il vostro lettore CD, come il mio, al termine dell'ultima traccia suonata riparte dalla prima ecco che si realizza un effetto "circolare" che permetterebbe di tenere per ore in loop questo album.
Intendiamoci, non è solo per questa divertente intuizione che l'ultimo lavoro di Wayne "The Train" Hancock gira ininterrottamente da giorni sui miei vari devices, ma perchè gli album dell'artista texano sono diventati col tempo un piacere irrinunciabile, accresciuto dall'attesa sempre significativa tra un titolo e l'altro (The ride era del 2013).
Divorzio (rievocato in Divorce me C.O.D. di Merle Travis) e grave incidente in moto non hanno fermato l'irresistibile, languido juke joint swing marchio di fabbrica di Wayne, che viene ancora una volta esplicato in dodici episodi in bilico tra texas swing e rockabilly dentro i quali, a differenza di altri singer che si muovono su coordinate analoghe, non c'è solo spensieratezza retrò, ma anche testi che potrebbero essere presi dal songbook di Johnny Cash, come Killed them both, sulla quale punterei i pochi centesimi che ho in tasca in merito ad una reinterpretazione di Hank III (che di Wayne è un estimatore della prima ora, avendo già ripreso 87 Southbound e Thunderstorms and neon lights), semmai dovesse mai uscire dal suo lungo iato artistico.
E a proposito di famiglia Williams, se l'immenso Hank Williams senior fosse ancora in giro di sicuro celebrerebbe (o denuncerebbe per plagio...) Hancock per una Thy burdens are greater than mine che commuove per quanto rievochi lo stile del più grande cantante country di tutti i tempi.

The Train keep rollin'.

lunedì 2 gennaio 2017

Matt Woods, How to survive


Siccome sono un tipo sentimentale, non posso dimenticare come With love from Brushy Mountain di Matt Woods mi abbia risollevato nel periodo forse più drammatico, dal punto di vista del mestiere che mi sono scelto, degli ultimi anni. In questi tempi tecnologicamente avanzati esprimo la mia gratitudine taggando idealmente questo artista a vita e cercando di stare dietro alle sue produzioni, visto che non sono esattamente dischi di cui si parla nei talk show italiani. Solo in questo modo mi sono potuto avvedere di questa sua nuova produzione, che arriva a due anni di distanza da quella vera propria folgorazione.
How to survive riprende già dal titolo le linee guida delle composizioni di Woods, che incorniciano una filosofia di vita outlaw priva di enfasi e iperbole a uso e consumo dei clichè del sotto genere musicale. Non si raggiungono i picchi del suo predecessore (dimenticavo: disco dell'anno 2014), ma solo perchè ripetersi su quei livelli di ispirazione è impresa quasi impossibile per qualunque artista.
In compenso questo lavoro mette in fila dodici episodi di un folk-country dall'autenticità cristallina e dal mood malinconico, che fotografano con un focus asciutto la parabola discendente della provincia americana, tra fallimenti personali (Bound to lose, scritta ed eseguita insieme a Jeff Shepherd) e amnesie della società (The american way).
L'album, interamente scritto e prodotto dallo stesso Woods, si avvale del contributo di una squadra coesa di musicisti, tra i quali spiccano ex componenti di Lucero, Whitey Morgan and the 78's, oltre ai cameo di Shepherd e dell'emergente singer Adam Lee (su Love in the nuclear age).

Chiunque fosse interessato a seguire le tracce della più genuina musica del sud degli states, che si muove su coordinate folk,country,americana e roots deve necessariamente fare tappa qui, perchè, citando un commento giornalistico: America hurts and Matt Woods howl for her.

venerdì 30 dicembre 2016

Metallica, Hardwired...to Self-Destruct


I Metallica sono uno degli ultimi gruppi al mondo in grado di scatenare tempeste di opinioni contrastanti ogni qual volta si riaffacciano al mercato discografico. 
Sarà perchè ormai le loro uscite sono estremamente cadenzate (otto anni trascorsi dal precedente Death magnetic, se non si conta Lulu, con Lou Reed, del 2011) o a causa del loro ruolo seminale nella rifondazione del metal negli anni ottanta, ma è bastata l'anticipazione del primo singolo di questo nuovo album (la title track) a far scoppiare il pandemonio in rete, con una predominanza di commenti negativi in merito: alla pochezza del brano, alle rullate stantie di Ulrich, all'abuso di wah wah di Hammeth, alla voce di Hetfield, etc. etc.. Sembra quasi che il pubblico metal veda i Metallica come i ragazzi vedevano i Led Zeppelin nella seconda metà dei settanta: vecchie scoregge superate dai tempi. Stupisce tanto accanimento per questi dinosauri rock, a fronte del fatto che per altri gruppi storici, come ad esempio AC/DC , Iron Maiden o Motorhead, nonostante l'oggettiva ripetitività delle proposte, ci sia molta più accondiscendenza e rispetto.
Per Bottle of Smoke, ad oltre un mese dalla sua uscita, Hardwired...to Self-Destruct è un buon album, se contestualizzato a questa band e a questo tempo, probabilmente il migliore dopo il black album, ad un'incollatura da Load (che tentava un approccio diverso) e Death Magnetic.

E' un tributo, non è dato sapere quanto consapevole, all'heavy metal tutto, gli episodi propriamente thrash sono infatti limitati, mentre quelli più legati allo stile classico di questo genere emergono nettamente. Dei due CD che compongono il lavoro (qui la critica ci sta, visto che il timing complessivo avrebbe permesso di utilizzare tranquillamente  un solo supporto, con relativo prezzo di vendita inferiore) i trentasette minuti del primo filano via che è una goduria, trainati dalla title-track, da una Atlas, rise! davvero ispirata, da una Moth to the flame che è già un instant classic e da un pezzo, Halo on fire, che da mediocre si trasforma in emozionante a due terzi della sua durata. Sul secondo disco si arranca un pò di più, abusando forse un pò troppo dei mid-tempo, ma almeno mezza tracklist resta su buoni livelli (Confusion, ManUNkind e Here comes revenge), in compenso la traccia conclusiva, Spit out the bone è brutale e devastante in maniera totalmente insperata e inaspettata.
Non dico niente di particolarmente originale, se affermo che con una paio di brani in meno l'opera sarebbe stata più coesa, anche se devo ammettere che questa critica valeva forse di più nei primi giorni di ascolto, ora che Hardiwerd...to self-destruct è sedimentato, i quasi ottanta minuti di durata pesano molto meno.
Dietro all'uscita dell'album, un abnorme lavoro di marketing, con video realizzati per ogni singola canzone e rilasciati progressivamente, e con i singoli componenti dei 'Tallica in giro per tutto il globo a promuovere il disco, a ulteriore testimonianza di come, superato a fatica il passo falso dell'affaire Napster, questa band sappia ora maneggiare i media come pochi altri.

Altro che self-destruct, questi sono ancora perfettamente programmati per una minacciosa auto-conservazione.

giovedì 29 dicembre 2016

MFT, novembre e dicembre 2016

In attesa di definire la lista dei migliori album dell'anno, operazione per la quale bisognerà attendere ancora qualche settimana, chiudo il 2016 recuperando in un'unica lista le mie dritte relative ai mesi di novembre e dicembre.

ASCOLTI

Matt Woods, How to survive
Metallica, Hardwired to self destruct
Wayne Hancock, Slingin' rhythm
Sixx: A.M., Prayers for the blessed
Alejandro Escovedo, Burn something beautiful
Cody Jinks, I'm not the devil
ABC, The lexicon of love II
Airbourne, Breakin outta hell
Rolling Stones, Blue and lonesome
Garth Brooks, Gunslinger
The Mavericks, All live long, volume 1
Brujeria, Pocho Aztlan
Dee Snider, We are the ones

Compilazioni estemporanee, ovvero: raschiando il fondo del barile della nostalgia

Queen
Billy Idol
Duran Duran
The Cure

Wayne Hancock


VISIONI

Terminate rispettivamente la terza stagione di Power, The night ofWestworld e la seconda di Daredevil, sono su The affair (terza), The Young Pope, Treme (terza) e Quarry.

LETTURE

Con mio grande apprezzamento, più di una persona mi ha regalato libri, per Natale. Conto pertanto di uscire dal mio ciclico stallo grazie a Born to run, l'autobiografia di Bruce, e alla Trilogia di Holt, di Kent Haruf
Stay tuned!

lunedì 26 dicembre 2016

ABC, Lexicon of love II



Il pop elegante degli ABC non ricorre abitualmente nei miei ascolti, anche se rappresenta bene un periodo spensierato della mia vita, nel quale, oltre ai dischi baricentrati essenzialmente sulle varie sfumature del rock, si ascoltava anche molta radio che mandava generi musicali più diversificati.
Oggi della band che ci ha regalato grandi singoli come Poison arrow, (How to be a) Millionaire, Be near me, S.O.S. e When Smokey sings è rimasto il solo Martin Frey, stilosissimo vocalist storico, che si gioca una carta alla quale normalmente sono allergico: quella di titolare un disco nuovo come parte due del proprio lavoro di maggior successo. Così, se The lexicon of love nel 1982 aveva acceso un faro su una nuova band rientrante nella new wave inglese, forzare un link quasi trentacinque anni dopo, oltre ad apparire come la carta della disperazione, poteva finire per contaminare anche l'innocente ricordo dei fasti passati.
Fortunatamente non è andata così, perchè The lexicon of love II si muove in punta di piedi ma con efficacia su di un brand stilistico all'epoca riconoscibilissimo, rilanciandolo con classe. Già a partire dall'opener The flames of desire e dal successivo Viva love, il primo singolo estratto, per buona parte della tracklist (fatto salvo qualche inevitabile filler), ci si muove infatti sulle stesse coordinate che ci avevano fatto scoprire e apprezzare gli ABC, conducendo così in porto un operazione solo apparentemente semplice,

Un modo elegante per restare aggrappati alla gloria del passato.


lunedì 19 dicembre 2016

Airbourne, Breakin' outta hell


Con una buona percentuale del rock moderno che si misura su elementi fortemente derivativi, quello che fa la differenza tra una band e l'altra è la qualità delle canzoni. Nessun rimprovero pertanto agli australiani Airbourne se hanno scelto di suonare come i conterranei AC/DC, piuttosto qualche critica se dopo due album convincenti come Runnin' wild e No guts no glory, con Black dog barkin' la loro formula ha cominciato a mostrare la corda.
Opportuno dunque qualche anno di assestamento prima di tornare in sala di registrazione per i lavori che hanno prodotto questo Breakin' outta hell, che ci regala una band in risalita e che già dalla copertina svela la passionaccia per l'hard rock e l'heavy metal degli anni ottanta.
L'ispirazione per la band di Angus Young continua a dominare lo stile dei fratelli Joel e Ryan O'Keeffe (rispettivamente chitarra solista/voce e batteria degli Airbourne), come testimonia la title track che apre il lavoro, ma già con la successiva Rivalry, sebbene si resti nella classica coerenza stilistica del combo, si affacciano sonorità immediatamente riconducibili alla prima metà degli ottanta, che tanto hanno dato all'heavy.
Il manifesto It's never too loud for me è un'altra frustata che promette di diventare un discreto anthem dal vivo, in ottima compagnia con le altre tracce del mazzo che non abbassano mai la tensione. In sostanza, se cercate una ballata strappamutande, guardate altrove perchè questi ragazzi non conoscono nemmeno il significato del termine.

Defenders of the faith.




lunedì 12 dicembre 2016

Garth Brooks, Gunslinger


Con Gunslinger Garth Brooks si scrolla di dosso la ruggine di tanti anni di inattività e i rancori verso il music business che avevano caratterizzato il buono ma un po' farraginoso  comeback del 2014, .
Qui invece, già a partire dalla copertina, che riprende lo stile fotografico dei grandi successi dell'artista di Tulsa, siamo in piena Garth Brooks's comfort zone.
E infatti Honky-Tonk somewhere, la traccia che apre il lavoro,  è finalmente un sontuoso honky tonk, materia nella quale il nostro ha sempre avuto pochissimi rivali, creato scientemente per infuocare i grill bar preferiti da tutti i redneck americani.
Ogni cosa è al suo posto, in questo lavoro: il timing che varia dai trentacinque ai quarantadue minuti a seconda delle versioni del disco, il numero delle tracce (dieci/dodici), il bilanciamento tra le diverse anime country dei pezzi, che viaggiano tra sentimento (Ask me how I know; Whiskey to wine - l'immancabile duetto con la moglie Trisha Yearwood - ), honky tonk (Baby let's lay down and dance, oltre alla già citata opener), ma anche prove muscolari (BANG! BANG!) e una riuscita incursione nello stile classico di John Mellencamp (Sugar cane).
Nella versione deluxe, inoltre, il rifacimento di uno dei pezzi più noti di Brooks, Friends in low places, verniciato di nuovo grazie al lussuoso contributo di George Strait, Keith Urban ed altre star country.
 
La quasi contemporanea uscita del doveroso (in ambito country) album natalizio, il quarto in carriera, in duetto con la gentile consorte, certificano che Garth Brooks ha ripreso il giusto ritmo discografico.
La cosa ci fa un enorme piacere.