lunedì 24 luglio 2017

Spider-Man: Homecoming


Eccoci dunque arrivati al terzo Spider-Man cinematografico da quando Raimi, nel 2002, ha portato sul grande schermo l'epopea di uno dei super-eroi più popolari di sempre.
Dopo quella trilogia c'è stato un primo reboot, diviso in due capitoli (recensiti qui e qui), che pure non avevo stroncato, ma che hanno il non trascurabile difetto di essere invecchiati precocemente e male, al punto, evidentemente, di indurre la produzione a ripartire da capo.
L'anticipo di cosa sarebbe stato questo Spider-Man l'abbiamo avuto durante Captain America: Civil War (che mi accorgo solo ora di non aver recensito!), dove facciamo la conoscenza di un Uomo-Ragno giovanissimo e inesperto che viene arruolato da Stark nel suo progetto reazionario contro Captain America e soci.
Il film inizia da questo flashback, mostrato attraverso le riprese amatoriali che lo stesso Peter Parker ha girato per conservare un ricordo di quell'impresa.
 
Homecoming si differenzia dalle precedenti produzioni per il taglio fresco, da teen movie, con il quale è confezionato. Questo, se dal punto di vista dei vecchi fan Marvel è filologicamente corretto (il fumetto originale è ambientato nei primi anni di liceo) e reso ancora più credibile per l'età dell'attore che interpreta Parker (Holland è appena ventenne con la faccia da ragazzino, mentre i precedenti Maguire e Garfield giravano attorno ai trenta), dall'altro, il contesto che azzera quasi totalmente il parco dei characters comprimari storici e ci presenta una zia May (la sempre apprezzabile Marisa Tomei) in versione MILF non può certo raccordarsi con l'immaginario di chi è cresciuto sognando su quegli albi.
Si è scelto insomma di rilanciare il personaggio creando un legame molto stretto con il mondo Avangers e in particolare con Tony Stark/Iron Man, che diventa tutore del Ragno(procurandogli anche un costume iper-tecnologico che aborro), e di fare quasi totalmente tabula rasa delle storie originali. In sintesi, dell'universo Spider-Man si è tenuto il solo Spider-Man.
Detto questo, per i ragazzini e lo spettatore medio il film scivola via bene nonostante i suoi centotrentacinque minuti di durata, quindi probabilmente il bilanciamento tra azione, ironia e leggerezza (l'ho premesso che si tratta di un teen movie) risulta godibile.
Ca va sans dire, è  già in cantiere il sequel (si parla del 2019)-.
 
Lascio per ultimo il commento su Michael Keaton, sempre convincente nelle sue interpretazioni, chiamato a dare il volto al villan l'Avvoltoio, che nella versione del film è dotato di attrezzature tecnologiche d'avanguardia e di un paio di spaventose ali.
A nessuno credo sarà sfuggita l'(auto)ironia della scelta, visto che Keaton viene dall'applauditissima interpretazione di un altro uomo-uccello (Birdman, di Inàrritu), che a sua volta richiamava la saga dell'uomo pipistrello (Bat-Man) di Tim Burton, con Michael Keaton protagonista.

P.S. La battuta migliore del film è quella che  Stark/Downey jr rivolge a Parker/Holland sull'essere il prototipo dell'eroe springstiniano solitario.

lunedì 17 luglio 2017

Fargo, stagione 3


Col passare delle stagioni, Fargo è diventata sempre più una serie-scuola. Un campo da gioco dove la storyline principale appare a volte come un pretesto per sviluppare idee, visive o narrative, in totale libertà.
In questa terza stagione, basata come le altre due su fatti che ci dicono essere rigorosamente autentici, accaduti in Minnesota a partire dal 2011, accanto ad una trama che origina da un piano criminale scombinato che vira in tragedia (caratteristica della serie), assistiamo alla consueta attenzione nella fotografia che cattura gli immutabili scenari locali, accompagnata da un ritmo narrativo che ad essi si adegua. Ma, soprattutto nella prima parte della stagione, la sceneggiatura si prende il tempo di divagare disinvoltamente, con occhio al tempo stesso poetico e  cinico, sulla letteratura e sul cinema di fantascienza degli anni cinquanta (come in qualche modo aveva fatto nella seconda stagione, con l'apparizione, inspiegabile ed imprevedibile, di dischi volanti nel bel mezzo di una nerissima storia di cronaca).
Gli altri marchi di fabbrica di Fargo, qui pienamente rispettati, sono il ruolo centrale dei characters femminili, che cercano faticosamente di emergere dentro un'ottusa società maschilista, e una caratterizzazione superlativa dei villains, disturbanti già a partire dall'aspetto e dai comportamenti, come quest'ultimo V.M. Vargas (un quasi irriconoscibile David Thewlis) che, denti marci e bulimia, è letteralmente strepitoso.
Ewan McGregor, annunciata star della serie, mi ha invece lasciato piuttosto indifferente. Forse perché non amo, nelle produzioni di genere noir, lo sdoppiamento di un attore in due ruoli (qui i fratelli Emmit e Ray Stussy).
Sugli scudi invece, oltre al già citato Thewlis, le perfomances di Carrie Coon (Gone girl; The leftovers)/Gloria Burgle, Michael Stuhlbarg/Sy Feltz, ma, soprattutto, Mary Elizabeth Winstead (che per puro caso ho visto recentemente anche nell'ottimo 10 Cloverfield lane): una Nikki Swango che vi resterà a lungo impressa nella memoria.
Siamo al top.

mercoledì 12 luglio 2017

Man in the dark (2016)


Tre ladri entrano in una casa isolata dove vive da solo un vecchio cieco. Hanno ricevuto una soffiata riguardo ad un bottino da centinaia di migliaia di dollari. Per loro è un gioco da ragazzi, una robetta da dentro-fuori e poi saranno sistemati a vita.
La trama di Man in the dark (che in Italia, curiosamente, pur riportando il titolo in inglese non è l'orginale: Don't breath) è quella di tanti altri film di genere, salvo poi ribaltare il gioco dei ruoli, con  i cattivi , o almeno una di loro, a compiere i furti per un motivo nobile e, ovviamente, il vecchio che rivelerà segreti sconvolgenti e abilità incredibili, annullando, tra le sue quattro mura, lo svantaggio della cecità. 
 
Fede Alvarez, il regista del film (prodotto anche da Sam Raimi), pur scivolando su qualche clichè, ci regala un'opera tesa e claustrofobica, girata con la giusta perizia, dove l'immedesimazione con l'angoscia dei personaggi è perfettamente riuscita, per un prodotto finale che senza dubbio si fa notare nella pletora di pellicole pseudo horror.

lunedì 10 luglio 2017

MFT, giugno 2016

ASCOLTI

Steve Earle, So you wannabe an outlaw

Big Bad Voodoo Daddy, Louie Louie Louie
Jason Isbell and the 400 Unit, The Nashville sound
Chuck Berry, Chuck
GangCalibro 77
John Mellencamp, Sad clowns and hillbillies
Fabri Fibra, Fenomeno
The Raphaels, Supernatural

Little Steven, Soulfire
Zac Brown Band, Welcome home
Bob Wayne, Bad Hombre
Anathema, Alternative 4
Ratt, Invasion of your privacy

MONOGRAFIE

Guns 'n' Roses


LETTURE

Kent Haruf, Crepuscolo



VISIONI

House of cards,  5
Homeland,  5
The leftovers,  3
Fargo,  3

lunedì 3 luglio 2017

Taboo, serie tv (stagione uno)


Un uomo avanza con passo sicuro sulle strade di fango che rappresentavano molti dei percorsi della Londra di inizio ottocento. Indossa un cappotto nero e un cilindro sgualcito, anch'esso nero. In testa un piano preciso che coinvolge inconsapevoli attori diversi. Ognuno di loro: ladri, assassini, puttane, spie, nobili e aristocratici ha un ruolo preciso nella sua complessa tela. "I've got a use for you", sussurra l'uomo al suo interlocutore. Da quel momento i due sono legati. L'uomo è James Delaney, dato per morto in Africa, dove si narra abbia compiuto atti agghiaccianti e che improvvisamente torna a Londra, proprio in tempo per reclamare una piccola proprietà su territorio americano, acquisita del padre (anch'egli defunto), apparentemente insignificante, ma in realtà estremamente strategica e al centro di una contesa sanguinaria tra America, Corona e la non meno potente Compagnia delle Indie Orientali.

Tom Hardy (un epocale James Delaney) ha voluto a tutti i costi la realizzazione di questa serie, impegnandosi, anche finanziariamente in prima persona nella produzione (insieme a Ridley Scott, tra gli altri). Vedendola, si capisce che non si tratta di un prodotto trendy per i salotti buoni, piuttosto di un'opera che non risparmia (letteralmente) sangue e merda, che rievoca gli scheletri nell'armadio di USA e Inghilterra, le atrocità commesse ai danni di nativi americani e africani, la povertà delle periferie inglesi che risaltano ancora di più rispetto alla sconfinata ricchezza e potere degli aristocratici.
La messa in scena è quanto di più evocativo, Delaney sembra uscito da una graphic novel di Frank Miller, personaggi secondari e caratteristi sono strepitosi (tra gli altri Oona Chaplin, David Hayman, Stephen Graham, Jonathan Pryce, Tom Hollander e Michael Kelly) e l'incedere lento, a tratti onirico, della narrazione, alternato da improvvise accelerazioni, costituisce uno dei valori della storia. 
Taboo (otto episodi la prima stagione, rinnovata per altre due), non è per tutti, ma diventa imperdibile per quanti vanno oltre i prodotti "guarda e dimentica".


lunedì 26 giugno 2017

The Dead Daisies, Live & louder



Se, come me, da un disco dal vivo cercate l’immedesimazione totale più che la perizia tecnica o la pulizia del suono e, in ogni momento dell’ascolto, non solo all’inizio e alla fine dei brani, essere trasportati tra la folla scatenata e sudata, Live and louder dei Dead Daisies è decisamente l’album che fa per voi. Superfluo aggiungere che il merito va riconosciuto in larghissima misura a John Corabi e alla sua urgenza comunicativa che lo porta a interagire col pubblico, incitandolo, provocandolo e sollecitandolo continuamente durante la performance della band.
I Dead Deasies hanno tre album all’attivo, di cui solo due con Corabi alla voce, ed è su questi lavori in particolare che si concentra la tracklist, con i brani estratti dall’ultimo Make some noise a farla da padrone. 
Ma il valore e (se vogliamo) l’umiltà della band emerge anche e soprattutto in tributi senza soluzione di continuità alle grandi formazioni del passato, da qui la presenza di ben quattro cover (Fortunate son dei Creedence, We’re an american band dei Grand Funk Railroad, Midnight Moses della Sensational Alex Harvey Band e sette minuti di Helter skelter dei Beatles dentro i quali trova posto anche il riff di Nobody's fault but mine dei Led Zeppelin) e un’esaltante modalità di presentazione dei singoli componenti della band (che si prende tutta la traccia 12) modellata su brevi incipit di brani leggendari (Highway to hell, Living after midnight, Voodoo chile, Walk this way) in cui è onnipresente il singalong dell’audience.

D’accordo, si tratta pur sempre di musica derivativa e di grana grossa, ma oggi in giro ci sono poche band che possono offrire uno sleaze così convincente e un frontman dalle capacità vocali e dalla tenuta del palco pari a John Corabi.

lunedì 19 giugno 2017

Deep Purple, InFinite



La prima volta che ho sentito pronunciare il nome Deep Purple era il 1983, in prima superiore, grazie a Lorenzo, un compagno di classe appassionato di metal (non posso definirlo metallaro, perché esteriormente era – eravamo – più sul nerd), che mi aggiornava sui nomi più in voga del momento e mi riforniva di cassette C90 a tema (la più epocale delle quali fu quella che prevedeva sul lato A Shout at the devil dei Motley Crue e sul lato B Stay hungry dei Twisted Sister). A un certo punto l’amico mi fa, ho scoperto un gruppo un po’ vecchio che si è sciolto, ma veramente valido: i Deep Purple. Solo l'anno successivo la band si sarebbe riformata pubblicando un'altra pietra angolare: Perfect strangers. Oggi fa sorridere che due adolescenti non avessero mai sentito parlare di un gruppo epocale che fatto la storia della musica, ma trentacinque anni fa (minchia trentacinque anni fa!) le informazioni si tramandavano molto per via orale, non c’era il business delle vecchie glorie e una band composta da membri che si avviavano ai quarant’anni, ferma da quasi una decade, era acqua passata.
Curiosamente in dieci anni di vita del blog, non ho mai recensito un album dei Deep Purple, nonostante il massivo e costante ascolto delle formazioni storiche mark I,II e, più di recente, mark III. C’è voluto un disco del 2017, che in molti ritengono possa essere l’ultimo della band, per farmi aprire la sezione nuovo post del blog e cominciare a scrivere.
 
Partiamo dagli attuali componenti della band: attorno al nucleo originale superstite (Gillan alla voce, Paice alla batteria e Glover al basso), il combo, si è ormai consolidato con Steve Morse (chitarra, nel gruppo dal 1994) e Don Airey (tastiere, dal 2002). Sono loro che, attraverso una lunga gestazione, incidono InFinite, album numero venti della loro discografia.

Con i suoi rimandi al rock dei settanta, il mood del disco non può che essere classicissimo, ma al tempo stesso prende le distanze dal consueto sound chitarristico del periodo migliore della band, investendo le tastiere (piano, keyboards, organo), che pur sono sempre state centrali nel suono DP, della responsabilità dell'intero impianto infrastrutturale dei brani. Airey sugli scudi dunque, senza dimenticare però  Bob Ezrin, produttore dell’album e keyboards player aggiunto. Contrariamente a quanto si possa pensare (dopotutto parliamo di una delle più importanti hard rock band di sempre) questa scelta, in piena continuità con le produzioni più recenti, impreziosisce ulteriormente il lavoro, amalgamandosi alla perfezione con liriche, rullate di Paice e timbro di Gillan, come dimostra l’opener Time for Bedlam, che su un testo adattabile ad un soggetto buono per un horror dei cinquanta (un altro tributo a quel cinema, dopo il precedente Vincent Price?) ci regala pathos a quintalate. Rispetto al precedente Now what?! , InFinite riesce in questo senso ad essere meno cerebrale e più coeso e diretto. Il che si traduce in una partenza a frusta e un lotto di brani capaci di coniugare in misura efficace classe e accessibilità, con refrain/sequenze efficacissimi, come nel caso di Hip boots, One night in Vegas, Get me outta here o Johnny's band, nella pressoché totale assenza di filler (se proprio vogliamo essere pignoli il livello scende giusto un po' su On top of the world e per la graziosa ma superflua cover di Roadhouse blues dei Doors), fino alla conclusiva Birds of prey che ha il solo difetto di durare troppo poco.

 
Insomma, InFinite insegna una lezione su come si può continuare a fare musica altamente dignitosa dopo cinquant'anni nel business. Chissà cosa ne pensa in proposito l'amico Lorenzo.

lunedì 12 giugno 2017

1993 (serie televisiva, sequel di 1992)

Prima ancora dei meriti (qualcuno dice dei demeriti) della serie, "1993" si fa apprezzare per l'intuizione di partenza. La volontà cioè di romanzare l'epoca che più di ogni altra ha caratterizzato dal punto di vista politico-culturale, quelle generazioni (inclusa la mia) che erano troppo giovani per vivere a pieno i rivoluzionari cambiamenti dei sessanta e le lotte, anche tragiche, dei settanta e che pertanto hanno, nella vicenda partorita dall'inchiesta mani pulite, il massimo intreccio tra la propria esistenza e la storia d'Italia.

Lo schema usato dagli sceneggiatori è quello consolidato dai principali romanzi di fantasia inseriti dentro i grandi fatti della storia (su due piedi mi sovvengono i nomi degli inarrivabili De Lillo ed Ellroy, ma anche i nostrani Genna e  Sarasso), i quali mettono sul set di eventi realmente accaduti characters/testimoni, che interagiscono con i personaggi reali, svelandone, insieme ai retroscena, lati umani e debolezze.
Ovviamente il taglio di (1992) 1993 è decisamente meno noir degli esempi letterari presi a riferimento (ma anche dello stile usato in passato da Oliver Stone), e nello sviluppo non mancano incertezze e momenti di fiacca, ma nonostante ciò l'evoluzione dei personaggi è tutto sommato ben strutturata e non inverosimile rispetto a quella che la nostra società ha compiuto nel dato periodo.
L'ambiguità e la totale assenza di scrupoli di Leonardo Notte (Stefano Accorsi), pubblicitario motore dell'entrata in politica di Berlusconi; l'ambizione sfrenata di Veronica Castello (Miriam Leone), aspirante soubrette televisiva, e le implosive contraddizioni, a fatica contenute dalla straripante fisicità, di Pietro Bosco (Guido Caprino), ex militare alla deriva che diventa parlamentare per la Lega, unite alle efficaci interpretazioni di Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi); Sergio Cusani (Stefano Dionisi); Silvio Berlusconi (Paolo Pierobon) e Massimo D'Alema (Vinicio Marchioni) fotografano in maniera convincente i grandi cambiamenti del periodo e lo stato d'animo di un paese che chiudeva in maniera travagliata la sua prima repubblica. 
Certo, non manca qualche perplessità sul filtro usato per tratteggiare alcuni eventi e taluni personaggi, come ad esempio l'indulgenza usata per il Berlusconi privato (che ci viene mostrato sempre attraverso gli occhi di Notte/Accorsi) stride non poco con l'ambiguità del soggetto, ma, trattandosi di una trilogia, bisogna attenderne la conclusione per un giudizio definitivo.
Al netto di qualche pausa (ma non mancavano nemmeno nei celebratissimi Romanzo Criminale e Gomorra, per restare nell'ambito della stessa piattaforma televisiva) la struttura narrativa appare dotata di buona fluidità, ritmo e efficaci cliffhanger, come i due che concludono l'ultimo episodio della stagione. Altro elemento vincente del progetto è senza dubbio l'importante investimento sulla colonna sonora, che, assieme alle musiche più commerciali del periodo, si avvale, tra le altre, di Disarm degli Smashing Pumkins, Daughter dei Pearl Jam, Wild Wood di Paul Weller, Fade into you di Mazzy star e Mmm mmm mmm mmm dei Crash Test Dummies.
In assenza di intoppi (leggi cali di gradimento), la terza e ultima stagione (1994) coprirà il successo elettorale di Berlusconi e la sua rovinosa caduta, causata dalla forte instabilità sociale innestata dal suo governo di destra e dal tradimento di Bossi.


lunedì 5 giugno 2017

I feel good, L'autobiografia di James Brown


Eccola qui la dimostrazione più lampante che non servono tomi enciclopedici per raccontare in maniera efficace la vita di un artista dalla carriera pluridecennale, la cui rilevanza è fondamentale per l’intera storia della musica moderna
I feel good di James Brown consta di poco più di duecento pagine (220 per la precisione), di cui quasi quaranta occupate da una corposa introduzione di Marc Eliot.  Ne consegue che il Padrino del soul riesce nell’impresa di raccontare se stesso, la sua vita personale e artistica oltre ad uno spaccato incredibilmente emozionante che copre mezzo secolo di società americana,  in qualcosa di più di centosessanta paginette.
Probabilmente, se fossi un die hard fan del maestro, potrei lamentarmi per l’assenza di questo o quell’evento, questo o quel richiamo ad un particolare album, ma anche in quei panni credo faticherei a trovare vere e proprie critiche ad un modo di comunicare diretto e appassionato, come quello espresso da Mr Dynamite.
James Joseph Brown nasce vicino ad Atlanta nel 1933, la sua infanzia è segnata dall’abbandono della madre e dalla povertà (vivrà da solo col padre in una baracca sperduta in un bosco, prima di essere affidato alla zia) e impara in fretta le regole di sopravvivenza della strada, la prima e più importante delle quali è che i bianchi hanno potere assoluto di vita e di morte sui negri. Il riferimento non è solo ai brutali atti di violenza di quei tagliagole del KKK, ma alla polizia stessa e all’intero sistema giudiziario del sud: sei alla mercè del potere bianco, se decidono ti sbatterti in cella, lo fanno senza preoccuparsi del sistema accusatorio, delle prove o dei tuoi (presunti) diritti.
Ma il giovane James è scaltro e, a parte qualche scivolone, si tiene lontano dalle giacche blu e dai cappucci bianchi, diversamente a quanto avviene a molte persone a lui vicine. Poi, gradualmente, comincia la sua ascesa nel mondo della musica, con il primo successo Please please please del 1956, seguito da Try me nel 1958, e grazie soprattutto alle sue performance dal vivo, in cui introduce movenze ed elementi scenografici che costituiranno la base per intere generazioni di rockstar future (da Mick Jagger a Springsteen, per citarne solo due). La sua ambizione è pari alla sua tenacia. Analogamente a quanto fatto da Johnny Cash per il suo Live at Folsom Prison, Brown elude il rifiuto della sua casa discografica di pubblicare un disco dal vivo contenente le esibizioni all’Apollo Theatre di New York, investendo da solo nel progetto e riscuotendo un successo fragoroso con un disco (Live at Apollo) tra i più seminali di tutti i tempi.
Insieme alla fama, crescono anche impegno sociale, con i progetti che aiutano l’istruzione dei bambini neri più poveri, e attivismo politico, con le amicizie “bipartizan” con il presidente democratico Johnson prima e Nixon poi. Nel mezzo anche un avventurosa “tournee” in Vietnam, fortemente voluta e ottenuta nonostante l'ostracismo di molti.
Insomma fino alla prima metà dei settanta, James Brown non è solo uno degli artisti black più influenti, l’inventore del funk e lo scatenato performer che calca incessantemente i palchi americani. E’ anche un opinion leader indiscusso, che viene chiamato da diversi esponenti politici, manco fosse Mr Wolf, quando si tratta di gestire delicati problemi razziali (rivolte incluse).
Arriveranno poi declino artistico e umano, il carcere, i matrimoni e i divorzi, le denunce, ma anche la riscoperta dei suoi ritmi (su tutti il mitologico "One") da parte dei rappers che, tra la fine dei settanta e i primi ottanta, cominciano a prendersi la scena.
C’è tutto questo, contaminato da tanta umanità e orgoglio, dentro questa breve ma essenziale autobiografia, che esula dall’opera rigorosamente riservata ai fan musicali aprendosi invece ad ogni appassionato di società e costume USA, dal dopoguerra alle soglie degli anni zero.

giovedì 1 giugno 2017

MFT, maggio 2017

ASCOLTI

Gang, Calibro 77
John Mellencamp, Sad clowns and hillbillies
Fabri Fibra, Fenomeno
Deep Purple, inFinite
The Raphaels, Supernatural
Kreator, Gods of violence
The Mahones, Rise again

The Dead Daisies, Live and louder
Little Steven, Soulfire
Biters, The future ain't what it used to be
Phil Anselmo & Bill Moseley, Songs of darkness and despair
Zac Brown Band, Welcome home
Survivor, Ultimate
Chris Stapleton, From a room - Vol I
Cannibal Corpse, Tomb of the mutilated
Colter Wall, ST
Colter Wall, Immaginary Appalachia (EP)
Bob Wayne, Bad Hombre
Becca Stevens, Regina
Harem Scarem, United
Enzo Avitabile, Essential
Chickenfoot, Best + Live



LETTURE

Kent Haruf, Crepuscolo

Glenn Cooper, La biblioteca dei morti


VISIONI

1993
Sherlock, stagioni 3 e 4
Big little lies
Taboo

lunedì 29 maggio 2017

Steel Panther, Lower the bar


Sembra di vederli, gli Steel Panther, nel brainstorming propedeutico a raccogliere idee e spunti per la realizzazione un nuovo album, mentre scorrono la lista di generi su youporn: "Una canzone sul blowjob?" Già fatta. "Anal?" Fatta. "Glory hole?" Fatta. "Bukkake?" Fatta. Silenzio imbarazzato. "E mò che ci scriviamo nei testi?".
Per fortuna anche se il sesso, in tutte le sue pratiche, alla lunga può risultare ripetitivo, come unico elemento d'ispirazione per delle liriche, gli Steel Panther riescono a compensare questa prevedibilità con una vagonata d'attitudine glam, trasportata, direttamente della seconda metà degli ottanta e dai marciapiedi di Hoolywood Boulevard, ai giorni nostri.
Se nella mia recensione di All you can eat mi lagnavo di come la band la buttasse troppo in caciara, al punto da apparire quasi come una parodia dei gruppi del genere, con Lower the bar mi devo ricredere, essendo il lavoro la migliore risposta possibile alle mie perplessità: undici pezzi coesi, tosti e credibilissimi, senza alcun filler, nel solco più ispirato di Moltey Crue e Poison, ma con il valore aggiunto di canzoni con la C maiuscola.
Se proprio vogliamo citare qualche traccia, Goin' in the backdoor; Anything goes, Pussy ain't free e She's tight (scritta da Rick Nielsen con ospite Robin Zander, entrambi dei Cheap Trick) sono talmente esaltanti da farti venire voglia di vestire spandex e cotonarti i capelli (per chi se lo può permettere...), mentre sfido qualunque metalhead nostalgico a resistere dal cantare a squarciagola i ritornelli delle ballads That's when you came in o Wasted too much time.
Interessanti infine le due bonus tracks della special edition, Red headed step child e Momentary epiphany, che ci mostrano una band diversa, più riflessiva e seventies oriented, come ad aprire una possibile finestra sul futuro prossimo di Michael Starr e soci.

A questo punto non ci possono essere più dubbi: il trono del glam metal moderno è saldamente sotto i depilatissimi culi degli Steel Panther.

lunedì 22 maggio 2017

The Mavericks, Brand new day


Una lista pressoché infinita di generi musicali, legati insieme dal gusto per la musica retrò. Questo è l'elemento costante che inevitabilmente si trova su qualunque recensione che vuole dare un'idea del sound dei Mavericks.
Si va dunque dalla rumba al tex-mex, dal cubano al croonering, dal soft rock alla cumbia al country al rock and roll allo swing all'elegante pop dei sessanta e chi più ne ha...
Impostazione giornalistica ineccepibile, sulla quale anch'io mi sono ampiamente misurato con i miei post precedenti sul gruppo e sul singer Raul Malo (sono tutti qui), ma l'aspetto che ogni volta lascia sbalorditi è la capacità della formazione di comporre brani nuovi talmente convincenti che sembrano standards affermati, ripescati da repertori dimenticati di artisti del passato.
Anche in Brand new day (terzo album in quattro anni), se non si fosse capito, il cielo notturno dell'ispirazione dei cubano-americani si illumina a giorno. C'è tutta la magia dei Mavericks nel suono di frontiera, banjo e fisarmonica, dell'opener Rolling along, insieme al tentativo forse un po' autoreferenziale di riacciuffare la via mainstream attraverso l'arioso soft rock della title track, ad un tuffo nel più genuino entusiasmo fifties del Rat Pack con Easy as it seems, alla scossa dei ritmi cubani con l'irresistibile Damned (If you do) e la nostalgia per Roy Orbison con I will be yours.
Altro tema ricorrente, dal quale è altrettanto difficile affrancarsi, è quello della festa. Una festa caciarona e multietnica, nella quale bisogna conoscere diversi stili di ballo per non fare da tappezzeria e nella quale si ha la certezza che al momento giusto arriva il momento dei lenti nel quale giocarsi la chance con l'altro sesso.
Insomma, è dannatamente difficile uscire dai temi ricorrenti che ci vengono in soccorso quando parliamo dei Mavericks, molto più semplice è affidarsi alle sapienti doti dei quattro e concedersi, con quaranta minuti di musica, un pirotecnico giro del mondo.

lunedì 15 maggio 2017

Black Star Riders, Heavy fire


Scott Gorham, chitarrista storico dei Thin Lizzy (nella band dal lontano 1974, sebbene la sua presenza si sia alternata a qualche abbandono e rientro), insieme al vocalist  Ricky Warwick e all'altra ascia Damon Johnson, entrati nel combo che fu del compianto Phil Lynott all'alba del 2010 per una serie di tour, hanno iniziato a pensare di tornare in studio e buttare giù del materiale nuovo. Mi piace pensare che per rispetto a quello che hanno rappresentato i veri Thin Lizzy (e non per il rischio di cause), fermi discograficamente parlando a Thunder and lightning del 1983, abbiano optato per una band nuova di zecca - i Black Star Riders appunto - che restano nella scia del classico sound Thin Lizzy, ma si risparmiano imbarazzanti paragoni.
Insieme al bassista Robbie Crane (tra gli altri, Vince Neil Band, Ratt e Lynch Mob) e al batterista Chad Szeliga (Breaking Benjamin, Black Label Society) arrivano in pochi anni al terzo album del monicker (dopo All hell break loose del 2013 e The killer instinct del 2015), facendo importanti passi avanti in coesione e ragion d'essere.
Il sound (hard) rock retrò dei cinque muove su coordinate tutto sommato semplici e dirette ma, pur considerando il perimetro limitato del genere, non povero di idee. Sono diversi infatti i brani che si fanno ricordare: la title track, When the night comes in, la semi ballad Who rides the tiger, Testify or say goodbye. Per Dancing with the wrong girl ad affacciarsi è addirittura la new wave inglese dalle parti di Costello, mentre per la bonus track Fade non è una bestemmia evocare gli U2 del primo periodo americano.
Divertente infine la vena grafica dei lavori, che riprende un certo stile vintage di metà novecento.

martedì 9 maggio 2017

Marty Stuart and his Fabulous Superlatives, Way out west


E' un pezzo che Marty Stuart batte le polverose strade del sud degli states. Le sue prime incisioni risalgono infatti alla fine dei settanta e col tempo, insieme a qualche lavoro di successo, si è costruito una solida credibilità nell'ambiente che l'ha portato lontano dal mainstream country e a fianco degli interpreti più genuini del genere (consigliato da questo punto di vista, l'ascolto della raccolta di duetti Compadres).
Al pari dell'amico Johnny Cash, Stuart attraverso la sua arte si è spesso schierato a favore dei reietti della società, arrivando anche a pubblicare un concept sui nativi americani (Badlands: Ballads of the Lakota).
Con questo Way out west, Marty dà ancora una volta sfoggio del suo enorme eclettismo musicale, componendo un'opera che ha come protagonista principale il deserto, i confini dei territori, la deriva nella natura. Musicalmente parlando, l'album è una goduria pura per tutti quelli che, oltre a cullarsi nella melodia, si divertono a trovare riferimenti nelle composizioni.
L'alternanza tracce strumentali/cantate offre infatti infinite suggestioni, con i pezzi senza voce che rimandano all'epopea Morricone/Leone, ma anche a certa surf music tanto cara a Tarantino.
I testi e gli stili degli altri pezzi non sono da meno, spaziando dal migliore Joe Ely (Lost on the desert, con la camera puntata su un bandito alla ricerca di un bottino nascosto sotto il sole impietoso del deserto), alla splendida, lisergica, title track che richiama nel tappeto sonoro il brand classico dei Greateful dead.
Per arrivare al primo country/blugrass, bisogna attendere Air mail special, la traccia numero nove, ma ne vale la pena, perché il richiamo a Gram Parson è abbagliante e sincero, così come il ritornello di Whole lotta highway (With a million miles to go) è un telegramma affettuoso e urgente per Tom Petty e i suoi Heartbreakers.
Non vorrei con tutte questi riferimenti dare l'idea di un disco impersonale, derivativo o privo di spunti personali. Al contrario, Way out west ci consegna un autore che, alla soglia dei settant'anni, regala al suo pubblico e a tutti gli appassionati di border music un disco che è un compendio evocativo di tanta cultura del west più libero, pericoloso e selvaggio, con un approccio che più cinematografico non potrebbe essere.
Musica (anche) per gli occhi, insomma.

giovedì 4 maggio 2017

MFT, aprile 2017

ASCOLTI

Thunder, Rip it up
Gang, Calibro 77
Steel Panther, Lower the bar
Marty Stuart and his Fabulous Superlatives, Way out west
The Mavericks, Brand new day
Mark Lanegan Band, Gargoyle
John Mellencamp, Sad clowns and hillbillies
James Brown, Gold
Screamer, Hell machine
Black Star Riders, Heavy fire
Immolation, Atonement
Fabri Fibra, Fenomeno
Deep Purple, inFinite
Jamiroquai, Automaton
Bob Dylan, Triplicate
Body Count, Bloodlust
The Raphaels, Supernatural
Mary J Blige, Strenght of a woman
Kreator, Gods of violence
The Mahones, Rise again

LETTURE

Kent Haruf, Crepuscolo
James Brown, I feel good



VISIONI

Billions, stagione 2
24 Legacy
Sherlock, stagioni 2-3

martedì 2 maggio 2017

Thunder, Rip it up


I capelli ormai li portano corti, e se li incontri fuori dall'ambito musicale potrebbero tranquillamente apparirti come dei riservati manager della City. In compenso, quando attaccano i jack agli ampli non c'è dubbio alcuno che il fuoco sacro che ha fatto nascere i Thunder quasi trent'anni fa bruci ancora intensamente.
La seconda metà degli anni dieci cattura evidentemente in uno stato di grazia gli storici sodali Danny Bowes (voce) e Luke Morley (chitarre), se è vero che dopo uno iato di sette anni dal non eccelso Bang!, con questo Rip it up siamo per la band al secondo album in due anni, con risultati artistici leggermente inferiori al precedente Wonder days, ma sempre di invidiabile livello. 
Ormai i patterns creati dal manico di Morley e dal timbro vocale di Bowes sono inconfondibili. Un marchio di fabbrica magari di nicchia, ma di certo personalissimo, che muove molto su velocità mid tempo pregnanti di melodia, consolidando la tradizione dell'hard rock britannico (No one gets out alive, Rip it up, In another life) senza precludersi sconfinamenti nel rock n' soul (She likes the cocaine) e ballate al posto giusto (Right from the start; There's always a loser).
Insomma, per me è sempre uno smisurato piacere.


lunedì 24 aprile 2017

Battle Beast, Bringer of pain


Un paio d'anni fa mi ero imbattuto in questa band finlandese che con Unholy saviour aveva acceso il mio interesse grazie a diversi elementi: un ottimo bilanciamento tra cazzimma e melodia; il timbro grintoso della vocalist Noora Louhimo e la scelta spregiudicata di inserire un pezzo pop-dance in un disco metal. 
Due anni dopo i Battle Beast tornano, cercando di ripetere abbastanza pedissequamente la formula dell'album precedente: brani dal buon impatto fatti apposta per esaltare le capacità della Louhimo (tra i miei preferiti Straight to the heart, King for a day, Beyond the burning sky, la ballad Far from heaven) e, verso la fine della tracklist, un altro pezzo che si ispira alla dance degli ottanta: Dancing with the beast
Ma se per Unholy saviour a colpire nel segno era stato anche l'elemento sorpresa, qui la band (orfana del chitarrista originario, nonchè leader e principale compositore, Anton Kabanen, che ha lasciato il gruppo prima della registrazione del disco) non può più contare su questo effetto e il risultato finale chiaramente ne risente. 

martedì 18 aprile 2017

Born to run, l'autobiografia di Bruce Springsteen



Pur essendo molto attesa, la prima autobiografia di Bruce Springsteen doveva misurarsi con alcune sfide non semplici.
La prima, superare in qualità l'altra bio del boss, titolata anch'essa Born to run e pubblicata da Dave Marsh nel 1980 (successivamente lo scrittore rilascerà anche Glory Days, a consuntivo degli anni ottanta), vera e propria bibbia dei fan più stagionati.
La seconda, riuscire a coinvolgere nella lettura quanti, da operazioni di questo tipo, si aspettano sempre di trovare quantità industriali di sesso, droga, party selvaggi e devastazioni di camere d'hotel (un pò alla The dirt o La sottile linea bianca) totalmente assenti, com'è noto, nella vita e nella carriera di Springsteen.
A ciò aggiungiamo le grandi aspettative che tutti nutrivamo in merito alla qualità della scrittura del libro: in considerazione delle capacità liriche e della proverbiale onestà intellettuale dell'artista, volevamo ne più ne meno un capolavoro.

Togliamoci subito il dente: Born to run un capolavoro non lo è.
Tuttavia l'autobiografia ci permette di trovare tra le parole, i racconti e i ricordi di Bruce, le impalcature di molte sue canzoni, gli spunti che hanno giustificato un passaggio, una strofa, una melodia.
Più di tutto ci permette di scavare (fin dove è consentito) nella personalità di uno degli artisti più influenti degli ultimi quarant'anni.
O meglio, sarebbe più corretto riferirsi alle diverse personalità dell'artista, perchè l'aspetto della narrazione in cui la figura pubblica dell'uomo instancabile in concerto, che si contrappone alla dimensione intima, privata, dell'essere umano attanagliato da mille dubbi e incertezze, spesso in preda alla depressione e ad un'ansia divorante, è la chiave di lettura dell'intera opera.

Un'opera molto sbilanciata verso l'infanzia e la prima parte di carriera di Bruce (basti pensare che per giungere alla boa degli anni ottanta, segnata dall'uscita di The River, bisogna arrivare ben oltre la metà delle 520 pagine del libro) e che ignora totalmente una parte della carriera del Boss (per fare un solo esempio, di Human touch e Lucky town, i dischi gemelli del 1992, non compaiono nemmeno i titoli).

In compenso sono onnipresenti the ties that binds, i vincoli più importanti delle nostre esistenze: la famiglia, sia quella che ci ha cresciuto che quella che siamo stati in grado di realizzare noi stessi. Molto, molto spazio è perciò concesso al difficile rapporto col padre, all'affetto per la madre e all'amore incondizionato per la moglie Patti e per i figli. 

Oltre a ciò una meno prevedibile ma altrettanto salda riconoscenza nei confronti della psicanalisi e degli antidepressivi, al punto che, con un pò di coraggio in più, Bruce avrebbe potuto pescare in maniera più efficace nel suo repertorio per individuare il giusto titolo del libro: non l'enfatico Born to run, che a ben vedere riguarda solo l'aspetto pubblico della vita springstiniana, ma Two faces, oscura traccia contenuta in Tunnel of love che, alla luce dei contenuti dell'autobiografia, risulterebbe sua perfetta colonna sonora.
 La lettura di Born to run, pur non essendo pratica imprescindibile è altresì caldeggiata a chi Bruce lo ama visceralmente pur riuscendo a conservare la giusta distanza e la doverosa capacità di analisi dei suoi alti e bassi, dei suoi capolavori e dei suoi compitini.
A chi ama l'artista ma non lo tiene sul piedistallo.
A chi si sottrae ai perniciosi dibattiti facebookiani che si trasformano in ottuse liti da ultras.
Dopo aver religiosamente coltivato per decenni l'affetto per l'artista,  Born to run ci consegna ora la possibilità di affiancargli l'empatia per l'uomo e le sue tante debolezze.

giovedì 6 aprile 2017

Tutti gli 80 minuti (so far)

Ho pensato di fare cosa gradita, soprattutto ai lettori occasionali del blog, pubblicando un indice con i link a tutte le playlist fin qui postate. In attesa delle prossime...


01. Volbeat
 
02. Arctic Monkeys
 
03. Arcade Fire
 
04. Eriykah Badu
 
05. Mastodon
 
06. Woven Hand
 
07. Hank III (1/2)
 
08. Hank III (2/2)
 
09. Black Eyed Peas
 
10. Rancid
 
11. The Black Keys
 
12. Kings of Leon
 
13. Nine Inch Nails
 
14. The Killers
 
15. The Gaslight Anthem
 
16. Justin Townes Earle
 
17. Those Poor Bastards
 
18. Il meglio del 2013 (1/2)
 
19. Il meglio del 2013 (2/2)
 
20. Aerosmith dei settanta
 
21. Lucinda Williams
 
22. Hair Metal
 
23. Bruce Springsteen I
 
24. Bruce Springsteen II

25. Bruce Springsteen 2007/2014
 
26. Coldplay
 
27. Zac Brown Band
 
28. Alter Bridge
 
29. Kid Rock
 
30. Foo Fighters (80 + 80)
 
31. Slayer
 
32. Mark Knopfler
 
33. Dave Matthews Band (80+80)
 
34. Dropkick Murphys
 
35. Motley Crue (80 + 80)
 
36. The Strokes
 
37. My favorites eighties pop songs

38. My favorites eighties songs
 
39. Amos Lee
 
40. Black Sabbath, Ozzy years (1/2)
 
41. Black Sabbath, Ozzy years (2/2)
 
42. Black Sabbath, The Dark Years
 
43. Anthrax
 
44. Rage Against The Machine
 
45. Angry Singalong
 
46. The National
 
47. Joe Bonamassa
 
48. Lamb of God
 
49. The Avett Brothers
 
50. Metallica 1983/1989 (1/2)
 
51. Metallica (2/2)
 
52. Christmas Tracks

53. Uno! Dos! Trè! (Green Day)

54. Danko Jones

55. John Mayer

56. The Alarm

57. Ryan Bingham

58. Favorites 90/95 songs (1/3)

59. Favorites 90/95 songs  (2/3)

60. Favorites 90/95 songs  (3/3)

61. Thrash metal

62. Norah Jones

63. AC/DC (80+80)

64. Tom Waits

65. Bob Dylan





giovedì 30 marzo 2017

Marzo Favorite Tunes

ASCOLTI

Thunder, Rip it up
Gang, Calibro 77
Battle Beast, Bringer of pain
Moving Hearts, Platinum collection
Steel Panther, Lower the bar
Marty Stewart and his Fabulus Superlatives, Way out west
The Mavericks, Brand new day
Mastodon, Empire of the sun
Depeche Mode, Spirit
Grand Magus, Hammer of the north
Steve Stevens, Atomic playboys
The Rece Jay Band, Enjoy the ride
The Waterboys, This is the sea
Pallbearer, Heartless

Playlist

Miles Davis, 1981/1991
KISS, 1975/1977
CLUB D.O.G.O.

VISIONI

The Walking Dead, 7/parte due
Rectify, 4
Billions, 2
24: Legacy
Sherlock, 1-3

LETTURE

Kent Haruf, Canto della pianura
Bruce Springsteen, Born to run