giovedì 15 novembre 2018

Cliff Westfall, Baby you win

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Tipo interessante, questo Cliff Westfall. Born and raised in Kentucky, patria del blugrass, quando inizia a suonare si orienta al cowpunk, prima di lasciare la terra del whiskey e trasferirsi a New York, dove finalmente riesce a pubblicare il suo debutto Baby you win.
Cosa aspettarsi da un musicista del sud con precedenti in formazioni punk,  che si sposta nella grande mela e si avvale di un produttore (Bryce Goggin), abituato a lavorare con l'indie dei Pavement e il punk dei Ramones (ma anche con Anthony and the Johnsons)?
La risposta, imprevedibile, è un classicissimo album di honky tonk country, dalle melodie tradizionali e i testi rispettosi della grammatica richiesta, capace di rinverdire un genere tanto popolare quanto sputtanato.
Funziona tutto dentro questo album, dall'approccio vocale di Westfall, alle atmosfere fifties che rimandano a Wayne Hancock, al lavoro chitarristico, pulito e preciso, di Scott Metzger (Shooter Jennings, Phil Lesh), fino alla qualità sopraffina del songwriting, costante nei dodici pezzi della tracklist.
Se la copertina old fashioned ci introduce adeguatamente al mood del disco, i suoni languidi di It hurt her to hurt me ci confermano la cifra stilistica del lavoro, consolidata traccia dopo traccia (Till the right one comes along, una More and more che è lì in attesa di essere ripresa da Raul Malo), con passaggi che sconfinano nell'errebì alla Bo Didley (l'incipit di Off the wagon) e nel country 'n' roll (The end of the line).
Insomma, un debutto che deve far rizzare le antenne a tutti gli amanti del country.

lunedì 12 novembre 2018

Raven, All systems go!

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Il ruolo di opener per il recente concerto dei Saxon mi ha dato modo di conoscere meglio una band che non poteva che essermi nota, essendo pioniera della NWOBHM, ma che, per una ragione o l'altra, non avevo mai approfondito. I Raven si formano nell'operaia Newcastle nel 1974 su impulso dei fratelli John (basso e voce) e Mark Gallegher (chitarra) , ma esordiscono discograficamente solo sette anni dopo, nel 1981 con Rock until you drop
Il loro è un power trio dotato di uno stile rozzo ed essenziale, riff colesterolici che girano intorno al boogie, ritornelli adatti ai pub o ai dopolavoro (che sono i posti dove i Raven si sono fatti le ossa), insomma un tanto al chilo e via andare. Li nota l'etichetta locale Neat Records che li mette sotto contratto. Sono quelli gli anni più importanti nella carriera della band, che dal 1981 al 1983 sforna un disco all'anno (oltre al già citato debutto, Wiped out e All for one), poi il passaggio ad una major che, come spesso accade, coincide con il declino.
Questa raccolta del 2002 riassume in venti tracce quel frenetico ed irripetibile triennio, quando i Raven, tuttora in attività discografica, misero insieme il 90% del repertorio che ancora oggi farcisce le loro setlist.
Parlo di pezzi come Don't need your money, Hell patrol, Rock until you drop, Live at the inferno, Tyrant of the airways, Faster than the speed of light e via discorrendo.
Risentito oggi, lo stile del singer John Gallegher non può che strappare qualche sorriso, con quegli acuti assurdi da palle strizzate (sentitevi il lancinante urlo prolungato in Hell patrol!), che diventa però rispetto verso una coerenza stilistica da working class, figlia dei lavori di fatica che spezzavano le schiene in quel di Newcastle, e di composizioni schematiche ma ancora oggi solide, sostenute da refrain indelebili e un indemoniato lavoro di chitarra del fratello Mark.

Provare per credere.

giovedì 8 novembre 2018

Behemoth, I loved you at your darkest

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Non c'è recensione, soprattutto recente, dei Behemoth, che si astenga da una lunga descrizione sulla complessa personalità del carismatico leader Nergal (al secolo Adam Michal Darski, nato nel 1977 a Gdyna, città portuale polacca che si affaccia sul mar baltico). Effettivamente non si può fare a meno di concentrarsi su questo personaggio, che, nonostante sia nato così geograficamente lontano dai riflettori del music business, in quasi un quarto di secolo di attività è riuscito a portare la sua creatura sul podio più alto del metal estremo e la propria immagine ad una visibilità ancora più ampia, praticando una tale diversificazione commerciale da far storcere il naso a tanti puristi del metal. Ha fatto di tutto, Nergal, da un deep endorsement con bibite energetiche (Demon energy), ai biscotti per cani (collegati al brano God = Dog), al giudice del talent The voice polacco, al conseguimento di lauree in storia e latino che lo qualificano come curatore di musei. E' "riuscito" anche, Adam, ad ammalarsi gravemente di leucemia e a guarire solo grazie alla compatibilità con un donatore (evento abbastanza raro).

In tutto questo la sua vena artistica non si è mai affievolita. Undici album dal 1995 ad oggi sono lì a dimostrarlo in un crescendo di consensi inarrestabile che l'hanno visto affrancarsi dal blackened black metal delle origini fino a giungere ad un'ampia contaminazione che è andata di pari passo con l'allargamento della sua fanbase. Se The satanist del 2014 aveva messo abbastanza d'accordo critica (per molti un capolavoro) e pubblico, questo I loved you at your darkest, a partire dal titolo, permeato di poesia, oscurità e in sintonia con le opere di Poe, rischia di far definitivamente deflagrare la popolarità della band. Dico rischia perchè, inevitabilmente, quando i suoni, pur restando ostici, trovano la chiave per allargare la platea di ascoltatori, ecco subito alzarsi il ditino degli integralisti pronti a scagliarsi contro il venduto di turno.

Da parte mia, che ascolto roba marcia a piccole dosi alternandola rigorosamente a mood più solari, questo è un gran bel disco. Nergal non rinuncia al suo spiccato anti clericalismo (vi bastano titoli come il già citato God=Dog - impreziosito da un video "pittorico" -  o Ecclesia diabolica catholica o ancora If crucifixion was not enough?) e nemmeno a violentissimi blast beat in pieno stile black (Angels VIII; Wolves of Siberia), ma il tradizionale monolite distruttivo previsto dal genere è intervallato da break acustici, canti gregoriani, cupi rallentamenti, potenti refrain, cori fanciulleschi. Il tutto all'insegna del gotico e del malsano, ma, e qui sta a mio modo di vedere la grandezza della band, servito dentro una portata accessibile anche a fruitori "normali" (certo, pur sempre avvezzi a sonorità aspre).

Facendo le debite proporzioni, I loved you at your darkest mi ricorda, come operazione, il black album dei Metallica, disco che impose un certo tipo di metal di nicchia (il thrash, per quanto edulcorato) a tutto il mondo. 
E questo per me è un complimento, se fosse facile l'avrebbero già fatto tanti altri.

A gennaio saranno a Milano. Un pensierino è doveroso.

lunedì 5 novembre 2018

Nemico pubblico (1931)

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Pietra miliare del gangster movie americano, Nemico pubblico, per l'epoca in cui fu proiettato (1931), si fece subito la fama di film brutale e violento, anzi, per dirla tutta, fu il caparbio regista William A. Wellman a concepirne una messa in scena di questa natura, per uscire dai clichè di quello che era un genere molto amato (per capirci negli stessi mesi uscivano Piccolo Cesare e Scarface).
Inutile sottolineare che molto del successo è dovuto alla presenza di James Cagney, villain hollywoodiano per antonomasia, che in questo film doveva interpretare un ruolo di spalla al protagonista e che invece, per intuizione proprio di Wellman, fu assegnato alla parte principale di Tom Powers. E questa intuizione fu decisiva per Cagney, che qui si guadagnò un'incredibile spinta propulsiva per la sua carriera.
Sono diverse le sequenze memorabili di Nemico Pubblico. A partire dai titoli di testa, dove emerge il retaggio con il cinema muto, per passare al rapporto tra Cagney/Powers e le donne, trattate con cinismo e cattiveria, fino al culmine della scena del pompelmo schiacciato con disprezzo sul viso della malcapitata Mae Clark e per finire con la scena conclusiva del film, ancora oggi impressionante (non oso immaginare l'effetto sugli spettatori dell'epoca). 
L'assoluta modernità del film emerge anche da un sottotesto pacifista, viene infatti mostrato il fratello di Tom che torna dalla guerra (gli eventi del film si svolgono a cavallo della prima guerra mondiale) psicologicamente a pezzi, in una specie di shock post traumatico in anticipo sui tempi.
Un paio di curiosità: prima dei titoli di coda scorre sullo schermo un testo nel quale si vuole imporre una morale superiore alla storia, affermando in sostanza che i delinquenti sono tutti destinati alla fine di Tom Powers, e la particolarità della data di uscita in Italia: a causa della censura fascista infatti, il film vide le nostre sale solo trent'anni dopo la sua release, nel 1963.

giovedì 1 novembre 2018

MFT settembre ottobre

ASCOLTI

N.W.A., Straight outta Compton
Lindi Ortega, Liberty
Old Crow Medicine Show, Volunteer
The Dead Daisies, Burn it down
Hardcore Superstar, You can't kill my rock 'n roll
Monster Truck, True rockers
Cliff Westfall, Baby you win
Nashville Pussy, Pleased to eat you
Eminem, Kamikaze
Deicide, Overture of blasphemy
Eric Church, Desperate man
Behemoth, I loved you at your darkest
Raven, All systems go!
Anna Calvi, Hunter
Manilla road, Crystal logic
Neneh Cherry, Broken politics
Austin Lucas, Immortal americans
Cody Jinks, Lifers
Wade Bowen, Solid ground
Little Steven, Soulfire live!
The Chieftains, Water from the well
John Carpenter, Anthology: Movie themes 1974/1988
Greta Van Fleet, Anthem of the peaceful army
Tom Morello, The Atlas underground

VISIONI

Scappa! Get out
I trasgressori
Slither
Elle
L'uomo di bronzo (1937)
La fratellanza
La decima vittima
Convoy
Autoreverse
Tower Heist - Colpo ad alto livello
Insospettabili sospetti
Moonwalkers
Get on up!
The code
Il seme della follia
Venom
La furia umana (1949)
Sabotage
Unstoppable - Fuori controllo
Moon
Kingsman, Il cerchio d'oro
The Bourne identity
The Bourne supremacy
The Bourne ultimatum
Effetti collaterali  (S. Soderbergh)
Mad Max - Fury road
Nemico pubblico (1931)
Millennium - Quello che non uccide


Oz, stagioni 3,4
Justified, 4 e 5

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LETTURE

Keith Richards, Life
Roberto Saviano, Zero zero zero
Roberto Saviano, La paranza dei bambini

lunedì 29 ottobre 2018

Nashville Pussy, Pleased to eat you

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I Nashville Pussy hanno imparato bene la lezione dell'immobilismo musicale. E' inutile affannarsi ad evolvere il proprio sound per soddisfare afflati artistici o, come più spesso accade, alla ricerca di maggiori fortune commerciali. Se si riesce ad essere credibili e coerenti e resistere nel tempo, prima o poi le gratificazioni, o perlomeno il rispetto incondizionato, arriveranno.
Ecco perchè questo Pleased to eat you, settimo full lenght di inediti in vent'anni di carriera discografica non contiene novità di rilievo rispetto alla consolidata cifra stilistica della band guidata dalla chitarrista Ruyter Suys e dal marito, il cantante/chitarrista Blaine Cartwright: punk-hard rock, con echi southern e blues.
Come sostengo sempre, a fare la differenza non è lo stile, ma la forza delle canzoni. E qui dentro, come tradizione, di forza ce n'è a pacchi, a partire dall'incipit in stile Motorhead dell'opener She keeps me coming and I keep going back, accompagnata da un video che ricalca quello realizzato dalla band di Lemmy per God save the queen.
Da qui un susseguirsi di tracce adrenaliniche intervallate da rivisitazioni blues (Woke up this morning) o la imprevedibile ma azzeccatissima cover di CCKMP (Cocaine Can I Kill My Pain) di Steve Earle (dall'album I feel alright), vero e proprio apice del disco.

Nessuna novità, nessun rilievo da muovere. Avanti così.

giovedì 25 ottobre 2018

John Corabi, Live 94 - One night in Nashville

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No, il blog non è diventato una fanzine di John Corabi. Tocca premetterlo visto le recenti recensioni dei Dead Daisies (qui, qui e qui) . D'altra parte, un pò la mia particolare vicinanza ai veri losers del rock, un pò un'insana vena compulsiva che ti spinge a non mollare un osso quando l'hai afferrato, mi hanno portato ancora una volta ad affondare il colpo con il cantante/chitarrista di Philadelphia.
L'ennesima occasione è questo disco dal vivo di recente uscita, ma inciso nel 2017 al The Basement di Nashville, nel quale l'ex Scream, per la prima volta, suona, insieme ad una band che nulla ha a che vedere coi Dead Deasies (e di cui fa parte anche il figlio Ian, batterista), l'intero album Motley Crue del 1994 che lo vedeva alla voce al posto dello storico frontman Vince Neil. 
Pare che il buon John covasse da tempo questa rivincita personale, visto che, nonostante le lodi di molta critica che ha considerato quel disco il migliore di sempre dei Crue, la reazione del pubblico fu invece disastrosa, con un tour cancellato dopo poche date per scarsissima prevendita. Corabi invece ha sempre dichiarato di amare quel lavoro, nonostante abbia rappresentato per lui solo un'illusoria occasione di successo.

E si capisce dalla grinta con la quale, quasi un quarto di secolo dopo, propone quell'intera tracklist (con l'aggiunta di 10.000 miles, presente come bonus track solo in alcune particolari edizioni del cd), riservandosi uno spazio (traccia #7) per raccontare il momento in cui ricevette quella telefonata da Tommy Lee che gli cambiò la vita.
Riascoltando si capisce benissimo come queste canzoni non potessero avere nessuna chance con una fanbase come quella dei Crue, allevata a testi misogini e melodie glam metal (io stesso adoro i Crue, ma probabilmente sono di vedute più ampie).
Qui si fa sul serio, hard-rock settantiano con radici blues e derive lisergiche. Peccato che all'epoca non abbiano apprezzato nemmeno i fan del grunge, che in questi elementi ci sguazzavano.
Qui sta tutta la sfiga di Corabi: proporre il genere giusto, al momento giusto ma dentro la band sbagliata. Un inciampo dal quale ha rischiato di non alzarsi più.

E questa, assieme alla sua coerenza artistica, è la ragione per la quale gli si continua a volere un gran bene.

lunedì 22 ottobre 2018

Get on up (2014)

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I feel good, l'autobiografia di James Brown, recensita qualche settimana fa, è un lettura obbligatoria non solo per ogni autentico appassionato di musica, ma anche per chiunque voglia approfondire storia un pezzo di storia americana. 
Dall'entusiasmo di quella lettura alla curiosità di vedere la sua trasposizione cinematografica, il passo, per me, è stato breve.

Get on up esce nelle sale cinque anni fa, con esiti non certo deflagranti (in pratica, alla fine, pareggia l'investimento dei produttori, tra i quali Mick Jagger) e sceglie di mettere in scena la vita di James Brown attraverso diverse linee temporali che si intrecciano intervallandosi, dal James bambino che vive in totale indigenza, abbandonato prima dalla madre (una viola Davis sempre come sempre estremamente convincente) e poi dal padre (Lennie James) ed accudito dalla zia, al primo periodo con la band soul dei The Famous Flames, al grande successo, al funk, al ruolo paterno del manager Ben Bart (Dan Akroyd) fino alla fase di calo che coincide anche con i suoi comportamenti più violenti e coi problemi con le forze dell'ordine.

Get on up non riesce ad evitare la trappola dell'agiografia, chi scrive ritiene che James Brown per la cultura nera abbia rappresentato, per almeno due-tre lustri,  un punto di riferimento assoluto che andava ben oltre l'aspetto artistico, e che la persona fosse dotata di una personalità, un temperamento, una vena artistica ed un'autostima sconfinate, ma con altrettanta onestà che avesse un lato oscuro, originato probabilmente dai drammi subiti durante l'infanzia, che non emerge a dovere, così come restano solo accennati i suoi terrificanti scoppi d'ira.
Come spesso succede è invece estremamente positiva la prova del protagonista Chadwick Boseman, che fa un lavoro strepitoso nell'impersonificazione di Mr Dynamite, dalla parlata (il film va visto in lingua originale!) alle caratteristiche movenze sul palco, al punto che si fa fatica a riconoscere lo stesso attore nel ruolo che lo ha visto protagonista del recente Pantera Nera
Ricorrente anche la dinamica narrativa del perdono. Esattamente come mostrato in Straight outta Compton, anche qui viene rievocata una pace postuma (anno 1991) tra Brown e il suo storico sodale di palco  e amico Bobby Byrd. Fa molto buoni sentimenti ma chissà quanto verosimiglianza.

In sintesi Get on up non è nulla per cui strapparsi i capelli, ma tra il vederlo e il lasciarlo andare io sono per la prima opzione.


lunedì 15 ottobre 2018

Venom

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I fan dei fumetti (io per primo) proprio non ne vogliono sapere di rassegnarsi e giudicare una trasposizione cinematografica sulla base del suo valore, slegando il giudizio dal confronto con le strips. Continuo a ripetermelo visto il trattamento riservato al film su Venom. Il famoso simbionte nasceva infatti a metà anni ottanta, in una saga Marvel chiamata Secret Wars, nel quale all'Uomo Ragno, ridotto a brandelli il canonico costume rosso e blu, veniva consegnata una tuta nera, di provenienza aliena. E' questa la ragione per la quale gli occhi di Venom ricordano così da vicino quelli della classica maschera di Spidey. Nel tempo il personaggio acquisisce una sua indipendenza e, con un alter ego diverso da Parker, (prima Eddie Brock, poi altri, tra i quali Flash Thompson) percorre la propria strada fumettistica.
La pellicola diretta da Ruben Fleischer (Benvenuti a zombiland; Gangster squad) traccia una linea e riparte da zero. L'azione si svolge a San Francisco, dove Eddie Brock (Tom Hardy) è un giornalista d'assalto che per sputtanare il losco di turno non esita a rovinare anche il rapporto con la fidanzata e, in un'azione sul campo, ad essere infettato dal simbionte che lo tramuterà in Venom.
La pellicola segue pedissequamente le liturgiche fasi del film supereroistico, senza trovare l'irriverenza di un Deadpool o i i dialoghi di un (inarrivabile) I guardiani della galassia, che sono riusciti ad innovare dentro dinamiche classiche.
Peccato perchè la particolare follia del personaggio (un alieno affamato di esseri viventi che dialoga con il suo involucro umano) poteva tradursi in uno splatter con venature comiche, sulla falsariga dei due cinecomics citati in precedenza. E invece neanche Tom Hardy (uno dei miei preferiti della seminuova generazione di attori) riesce più di tanto a nobilitare il character e, onestamente, assistere ancora oggi ad una lotta all'ultimo cazzotto scandita dallo scorrere di un conto alla rovescia (in questo caso per il lancio di un razzo) getta nel più profondo sconforto.
Nella sequenza post titoli di coda ci viene anticipato il prossimo villain, che sarà Carnage, interpretato - ottima notizia - da un Woody Harrelson, che indossa però - notizia nefasta- capelli rossi posticci al limite della denuncia penale. 
Ad ulteriore testimonianza che la lontananza dal fumetto originale è solo l'ultimo dei problemi di questo film.

lunedì 8 ottobre 2018

Saxon, con FM e Raven, al Live Club di Trezzo (5 ottobre 2018)

Per essere un concerto riservato a pochi attempati metallari, l'esterno del Live Club di Trezzo regala un colpo d'occhio mica male: lunghe file davanti all'ingresso e bagarini che comprano biglietti (chiaro segnale di sold-out).
Dunque si difendono ancora bene i Saxon, il cui debutto di trentanove anni fa contribuiva alla nascita della mitologica New Wave of British Heavy Metal, e che da allora, tra alti e bassi, non ne hanno mai voluto sapere di mollare.
Ma andiamo per gradi. Entro giusto in tempo per assistere all'esibizione dei Raven, che hanno appena attaccato Destroy all monsters, tratto dal loro ultimo, dodicesimo album, ExtermiNation (2016). 

Devo ammettere che per me è stata una grande opportunità vedere dal vivo questo trio di Newcaslte, da sempre a sgomitare nelle seconde linee del metal, con vendite inesistenti, ma sorretti dal grande affetto di un manipolo di fan e da una encomiabile resistenza. I due membri storici della band si presentano rigorosamente in nero, John Gallagher(basso e voce)  con la sua bella pancia da birra e Mark Gallagher (chitarre) con la sua stazza che sfiora i due metri per, ipotizzo, almeno centocinquanta chili di peso. Non fossero sopra un palco potreste tranquillamente incontrarli in qualunque pub della provincia inglese davanti a qualche dozzina di pinte vuote. Ma on stage si trasformano, soprattutto il chitarrista sfida la sua massa e la forza di gravità con un'insospettabile agilità, non sta fermo un momento, salta, fa il funambolo, si rivolge in continuazione al pubblico, durante i solos si produce nelle classiche smorfie facciali che tanto andavano di moda una vita fa. Alla fine del set (sei pezzi), durante il quale sono stati acclamati a gran voce e sostenuti da pubblico (Hell patrol e On and on sugli scudi), Mark e John salutano stremati, ma, sembrerebbe, anche emozionati e soddisfatti. Gran bella gig in onore di un periodo irrimediabilmente morto e sepolto.



In perfetto orario sulla tabella di marcia, e di questo bisogna complimentarsi, oltre che con la professionalità delle band, anche con la perfetta organizzazione del Live Club, salgono sul palco gli FM, probabilmente il gruppo inglese più americano nella loro proposta AOR. Dovevano esserci gli Y & T in quella posizione del bill, ma un non specificato problema ha provocato, a pochi giorni dal concerto, il cambio tra i due gruppi. Niente di male, gran bel combo anche questi FM, non fosse che vederli dopo i brutti, sporchi e proletari Raven fa un pò specie, con il loro look elegante, lo stile AOR da radio americane anni ottanta, i suoni puliti e gli strumenti che suonano come su disco. Il cantante Steve Overland (una vaga somiglianza con Enrico Bertolino) è a suo agio e rilassato, prende tutte le note con una naturalezza impressionante e la band sciorina i suoi pezzi più noti (That girl, All or nothing, Tough it out), racchiudendoli, all'inizio e alla fine, da due soli pezzi dall'ultimo, eccellente, Atomic generation (Black magic e Killed by love). 
Setlist da nove brani per oltre quarantacinque minuti, e adesso l'attesa per gli headliner si fa frenetica. 



Mi guardo un pò in giro realizzando che questo è probabilmente il concerto con il più bizzarro miscuglio di tipologie di pubblico a cui abbia mai partecipato. Oltre a numerosi coetanei, che si distinguono da lontano per via della zazzera bianca o la crapa pelata, magari bilanciata da sontuosi basettoni,  e che per l'occasione hanno ripescato dal fondo dei cassetti le loro t-shirt nere coi loghi delle più disparate bands, vedo anche numerosi giovani che, come ricorderà Biff, quando i Saxon hanno suonato nel 1980 per la prima volta a Milano non erano nemmeno nati, fino a personaggi fuori tempo massimo, come la coppia di settantenni davanti a me, a pochi metri dal palco, rimasta ferma ed impassibile per tutta la durata del concerto, ma senza cedere di un centimetro dalla posizione.


Alle 21:30 spaccate si spengono le luci e vengono diffuse le note di It's a long way to the top (if you wanna rock and roll) degli AC/DC, cantata a gran voce da un pubblico ormai carico a pallettoni, e poi ecco arrivare la band, con Biff Byford bardato nel suo ormai inconfondibile cappotto di tipo militare. Il pezzo che apre il concerto è Thunderbolt, deputato anche ad introdurre l'ultimo, omonimo, album
Caduto l'ultimo drappo che nascondeva una porzione di palco, fa bella mostra di sè l'immancabile "muro di Marshall" marchiato con l'aquila stilizzata, simbolo degli inglesi.
Si capisce subito che Byford non avrà alcun problema a comandare le operazioni, con una mobilità non certo dinamica, ma del tutto rispettabile, accompagnata da qualche headbanging e, soprattutto, da una voce che non ha perso un grammo della sua potenza e versalità. 
C'è spazio, com'è fisiologico che sia, per i pezzi più recenti (Sacrifice, Battering ram, Nosferatu, Sons of Odin, The secret of flight, Predator, con il bassista Nibbs Carter a fare il controcanto in growling che su disco era di Johan Hegg degli Amon Amarth), ma va da sè che sono le canzoni mitologiche a far tremare le fondamenta del locale: Strong arm of the law, Solid ball of rock, Power and the glory, 747 (Strangers in the night), Princess of the night, oltre alla nuova They played rock and roll, dedicata a Lemmy e ai Motorhead, suonata immediatamente prima di And the bands played on, che invece è l'autocelebrazione dei Saxon stessi. 
Dal vivo la band suona bella potente, con un tiro superiore a quello che emerge dai dischi, lo storico batterista Nigel Glocker spazza via ogni dubbio sulla compatibilità tra la sua età (65 anni) e il ruolo di heavy metal drummer, pestando come un fabbro ferraio, potente e preciso, infilato dentro una batteria enorme, a due casse. E' lui l'unico componente che Biff ogni tanto cerca, ignorando invece del tutto i restanti soci (tra i quali il co-fondatore Paul Quinn, che invece dimostra tutti i 67 anni con una prestazione pulita ma molto poco empatica).
Su Byford che dire? A quasi sessantotto anni sembra aver trovato una seconda giovinezza, la mobilità, come dicevo, è limitata, ma il suo è un modo di stare sul palco che è diventato molto più magnetico, autorevole, quasi sciamanico, il gesto più abusato è quello di allargare le braccia, come per esercitare un controllo totale sul pubblico, oltre a chiamarlo in continuazione al botta e risposta, con un portamento che si è fatto aristocraticamente britishResta il fatto che continui a non risparmiarsi, visto il timing del concerto, tendente alle due ore di esibizione.



Su Wheels of steel però anche il tradizionalista inglese si lascia prendere la mano dalla tecnologia, estraendo dalla tasca il proprio iphone per registrare un brevissimo video destinato al profilo Facebook della band.
Si chiude con Denim and leather, durante la quale i Saxon si fanno lanciare dalle prime file i classicissimi gilet di jeans con le toppe delle band (pare siano tornati di moda) e, una volta indossati, portano alla fine canzone e  show.

E' fatta, il cerchio è chiuso. Sono stato introdotto alla musica metal nei primi ottanta con tre dischi, tutti rigorosamente registrati da amici e compagni di classe su cassetta: Shout at the devil dei Crue, Stay hungry dei Twisted Sister e The eagle has landed, primo live dei Saxon.
Se per i Twisted Sister pare non ci siano più speranze di vederli dal vivo, visto il recente ritiro dalle scene (anche se... mai dire mai nel rock business), dopo i Crue, anche coi Saxon ho pagato il mio debito di riconoscenza per un modo di fare rock che, a quattordici anni, mi ha regalato emozioni talmente indescrivibili da lasciare una scia indelebile per oltre tre decenni.
L'anno prossimo i Saxon saranno di nuovo in Italia per la celebrazione dei loro primi quarant'anni di carriera e non è una previsione azzardata ipotizzare per loro il medesimo bagno di folla e di affetto che gli ha tributato qualche sera fa il Live Club.



giovedì 4 ottobre 2018

Lindi Ortega, Liberty

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Dopo una difficile fase della vita che probabilmente ha rappresentato una sorta di catarsi, Lindi Ortega, tornata nella natia Toronto, torna a fare quello che le riesce meglio, vale a dire esprimersi assecondando le sue influenze, etniche (essendo lei figlia di genitori messicano-irlandesi), e artistiche (l'amore per il country folk). 
E ben vengano allora tutti i peggiori struggimenti esistenziali, se, a dimostrazione della teoria che l'Artista crea le sue cose migliori nei periodi più bui, il risultato è un disco bellissimo, forse il migliore della sua carriera.
La ragazza dai piccoli stivali rossi (Little red boots, titolo del suo debutto su major) , dopo un EP che è servito a rimetterla splendidamente in pista, assembla un 15 tracks nel quale fa confluire, assieme al suo stile ormai consolidato, splendide e sognanti atmosfere western, prendendo in prestito melodie morriconiane (per Through the dust, strumentale diviso in tre parti, all'inizio, a metà e a fine disco) o la lingua spagnola (le struggenti Pablo e Gracias a la vida, classico cileno di Violeta Parra già ripreso da Joan Baez e molte altre, persino Gabriella Ferri).
Ovviamente il core business dell'album è un elegantissimo e delicato country folk, su musica e testi firmati dalla stessa Linda, che confermano i livelli di eccellenza raggiunti come musicista a tutto tondo. Canzoni evocative e profonde, come Afraid of the dark, Til my dyin day, Lovers in love non lascerebbero indifferente nemmeno un frigorifero, e il rock di frontiera Darkness be gone fa faville con il contrasto tra liriche western e musiche ariose sulla strada polverosa consumata prima di lei da Marty Stuart. Bene anche la liason con il pop folk dell'orgogliosa You ain't foolin' me.

Un ritorno che fa la felicità di quanti cercano l'autenticità da una musica tanto sputtanata quanto ancora viva e palpitante, se ad interpretarla c'è gente come Lindi Ortega.

lunedì 1 ottobre 2018

Roberto Saviano, Zero zero zero (2013)

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Nel 2013, sette anni dopo la pubblicazione di Gomorra, con tutto quello che il successo del libro ha comportato per il suo autore, Saviano tornava a riempire gli scaffali delle librerie con un volume inchiesta che aveva come protagonista assoluto il business della cocaina.
In largo anticipo su quella che sarebbe (tristemente) divenuta una tendenza di serie televisive e film che hanno celebrato i grandi narcotrafficanti della storia, Saviano puntava i riflettori su Colombia e Messico, patrie dei più importanti cartelli della droga, rimettendo in fila gli eventi storici che li hanno portati al centro della mappa del narcotraffico, ma anche sulle evoluzioni del mercato, che hanno allargato l'asse del business ad altri paesi del mondo (Italia, Russia, Nigeria).
Alcuni passaggi del libro riprendono vicende note in quanto entrate ormai nella storia recente e nella cultura popolare, ma molti altre sono vere e proprie scoperte, a volte sconvolgenti, come l'emersione di personaggi italiani totalmente sconosciuti alla massa, ma autentici deus ex machina del trasporto della droga, dalla produzione al consumatore.
E in un mercato nel quale i soldi sono così tanti dal dover essere "pesati e non contati", le nuove abilità richieste sono quelle logistiche, il come e dove far viaggiare la roba, per evitare controlli e sequestri. E' impressionante scoprire quanta coca viaggi da una parte all'altra del mondo e come una nuova modalità di spedizione, una volta scoperta, venga rimpiazzata da altre sempre più fantasiose. Di certo, la lettura di Zero zero zero fa nascere una nuova attenzione e sensibilità verso l'argomento, spesso ormai relegato, quasi con rassegnazione, in fondo alle notizie dei tiggì.

E' notizia recente che anche da questo libro di Saviano, dopo Gomorra e, pare, la Paranza dei bambini, sarà oggetto di una serie televisiva diretta dall'ormai lanciatissimo (anche a Hollywood) Sollima.

giovedì 27 settembre 2018

The Dead Daisies, Burn it down

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Quando ho saputo che i Dead Daisies avrebbero registrato il nuovo album a Nashville ho temuto fortemente la svolta country. No, non sono impazzito, adoro il country fatto bene, e proprio per questo devo constatare che purtroppo l'approccio di chi viene da altri generi a questo stile è quasi sempre di tipo mainstream. Fortunatamente, nel caso delle Margherite Morte la scelta della location per gli studi di registrazione è stata invece di natura esclusivamente pragmatica: le tariffe più basse e la vicinanza con la casa del produttore Marti Frederiksen hanno giocato un ruolo decisivo nella scelta.
Dal punto di vista più prettamente musicale, c'è da registrare come la band, in passato vero e proprio porto di mare per uno svariato numero di musicisti che ruotavano attorno alla figura di David Lowy (chitarra ritmica ma anche pilota di aerei e CEO di una grossa azienda), si sia cristallizzata con un nucleo di artisti, acquisendone in coesione e autostima.
E che artisti, verrebbe da aggiungere. Il massimo in ambito hard rock melodico: John Corabi alla voce, Doug Aldrich alla chitarra, Marco Mendoza al basso e Deen Castronovo, unico nuovo innesto, alla batteria. Con un parterre così, è difficile confondersi sull'orientamento dello stile musicale, così come sul tiro del disco. E infatti Burn it down pesta giù magnificamente in ambito sleaze/hard rock, in maniera anche più efficace del precedente Make some noise.
Sugli scudi Corabi, che sembra aver sconfitto le sfighe della sua carriera con un elisir di immortalità per la sua fantastica voce, ma è tutto il gruppo a suonare coeso e convinto, da vera band, al punto che Burn it down si potrebbe tranquillamente suonare in modalità random, senza incappare brani deboli o filler. 
Da veri appassionati di rock poi la soluzione che i Dead Daisies propongono  all'eterno conflitto Beatles o Rolling Stones: una cover ciascuno e tutti contenti. 
Per la cronaca il tributo agli Stones (Bitch) si erge prepotentemente su quello ai Beatles (Revolution), grazie al riff granitico di Richards, che qui diventa letteralmente sconquassante.

Ormai una certezza.

lunedì 24 settembre 2018

Straight outta Compton (2015)

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La storia riscritta dai sopravvissuti. Questo è Straight outta Compton, il film che narra una stagione, cominciata nella seconda parte degli ottanta, che ha visto nascere ed affermarsi il gangsta rap attraverso l'affermazione degli N.W.A. (Niggers With Attitude),  posse composta da Dr Dre, Ice Cube, Eazy-E, MC Ren e DJ Yella. 
Sono proprio gli artisti che nel tempo hanno maggiormente consolidato il proprio status di divi (Dre e Ice Cube) a produrre l'opera, da ciò ne deriva che i loro personaggi, impersonati in maniera superba, anche per la somiglianza fisica, da O'Shea Jackson Junior (Cube) e Corey Hawkins (Dre), sono quelli che escono meglio da una fotografia storica quantomeno controversa. 
In generale il film tende a giustificare la misoginia e la violenza dei testi degli N.W.A. come urgenza comunicativa proveniente da uno strato sociale, le periferie USA, senza sbocchi, povero e repressivo unito al comportamento vessatorio della LAPD, pronta a manganellare qualunque nero sorpreso a bighellonare per strada.
Scenario questo anche verosimile, nella Los Angeles di quel periodo (non manca ovviamente il riferimento alla vicenda di Rodney King), ma diciamo che la combriccola degli N.W.A. in buona parte non era esattamente composta da stinchi di santo, tra spacciatori (Eazy), passione per le armi da fuoco anche di grosso calibro e frequentazioni con manager maneschi (il famigerato Suge Knight, interpretato da R. Marcus Taylor).
Detto questo, e prese con le dovute cautele alcune ricostruzioni dell'epoca, tra le quali il mieloso buonismo del finale, il film è anche gradevole e fa venire voglia di riprendere (l'ho fatto) in mano il disco del 1987, l'unico uscito con questa formazione leggendaria. 
Di certo l'album Straight outta Compton, piaccia o meno il messaggio divulgato, è una pietra miliare per il genere, e ha senso, in una cultura come quella americana, povera di storia e sempre alla ricerca di personaggi da mitizzare, riproporla ad un pubblico giovane.

giovedì 20 settembre 2018

Old Crow Medicine Show, Volunteer

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A quattro anni dall'eccellente Remedy tornano gli Old Crow Medicine Show con il nuovo, attesissimo, lavoro. 
E in Volunteer la formula del sestetto di Nashville, fortunatamente, non cambia: siamo ancora di fronte al miglior country-blugrass possibile, assieme a composizioni che pagano esplicitamente dazio a Dylan (fonte d'ispirazione perenne, celebrata addirittura con una riproposizione live dell'intero Blonde on blonde, pubblicata su disco l'anno scorso).
Se in questa società che viaggia veloce e superficiale come un like su di un social, la fortuna di un disco si misura dai suoi primi minuti, gli OCMS accettano la sfida, partendo con una infuocata Flicker and shine, per poi piazzare un bel country arioso come A world away e un inedito che suona come un traditional rifatto dai Creedence (Child of Mississippi). 
Catturata l'attenzione anche di quelli affetti dalla forma più grave di deficit dell'attenzione, la band non molla più la presa: Shout mountain music è la canzone manifesto non solo del disco, ma della filosofia artistica (e di vita) di Critter Fuqua e soci e di quanto il combo non voglia saperne di ammorbidire il proprio suono per diventare maggiormente mainstream.
Ancora brividi con l'old time The good stuff e con la più dylaniana di Dylan Old Hickory.
Disco della madonna, di nuovo. 
Imperdibile per tutti gli amanti dell'autentico sound redneck senza compromessi ne cedimenti. 
Dieci, cento, mille Old Crow Medicine Show.

lunedì 17 settembre 2018

Scappa - Get out (2017)

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Una delle rivelazioni del 2017, al punto da guadagnarsi un Oscar come migliore sceneggiatura (fatto inusuale per un horror), Scappa - Get out è davvero un gioiellino. 

Chris Washington (Daniel Kaluuya) è un giovane nero, affermato fotografo. E' fidanzato con Rose Armitage (Allison Williams), ragazza bianca benestante, che decide di fargli trascorrere un week end con la sua famiglia, in una magione isolata. Nonostante le perplessità di Chris, che teme di non essere accettato dai genitori wasp di Rose, inizialmente tutto va per il verso giusto, il padre, neurochirurgo, afferma di essere un liberal convinto, fermo sostenitore di Obama, e la madre, psicoterapeuta, appare come una figura saggia e comprensiva. I problemi sorgono quando Chris nota delle stranezze nei comportamenti degli altri neri presenti, a servizio, nella casa, che sembrano in trance. Lo stesso capita con un altro giovane afroamericano, conosciuto in una festa dove si accompagnava ad un'anziana signora, che, improvvisamente urla a Chris di scappare da quel posto. E' l'ultimo evento prima che si svelino le reali intenzioni degli Armitage e della loro cricca di anziani bianchi e facoltosi e che per Chris cominci il vero incubo.

Gran bel film, lo accennavo in premessa, questo Scappa. Cinema di genere pieno di sottotesti sociali e politici, ma divertente, solido, con un crescendo di tensione avvincente (dopo il prologo alla storia sai che succederà qualcosa di brutto, ma non quando ne come) e angosciante. Una specie Indovina chi viene a cena in chiave fanta-horror, nel quale tutta l'ipocrisia dei bianchi (pseudo)liberal verso la comunità nera emerge spietata. Davvero un gran lavoro quello dello sceneggiatore e regista Jordan Peele, che riesce a terrorizzare lo spettatore solo con una tazza da tè, un cucchiaino e una poltrona, senza ricorrere quasi mai alla scorciatoia del jumpscare. 
Il film, costato quattro milioni di dollari, ne ha incassati più di duecentocinquanta in tutto il mondo. La dimostrazione concreta che quando le idee sono buone, i soldi delle mega produzioni sono superflui.

lunedì 10 settembre 2018

Quella casa nel bosco (2012)

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L'incipit della trama ci mostra un gruppo di ricercatori (con Richard Jenkins!), in rigoroso camice bianco, che cazzeggiano durante una pausa di lavoro. Parlano del più e del meno: del matrimonio, della rivalità con altri laboratori in giro per il mondo. Cose così insomma. 
Stacco (citaz.) e sulla scena irrompono i classici cinque ragazzi da college USA (dei quali fa parte Chris Hemsworth, fresco reduce dal primo Thor) che stanno preparando una vacanza sulla classica casa isolata in mezzo ai boschi. E fin qui nulla di particolare, se non fosse che il gruppo di scienziati visti in apertura fa parte di un progetto governativo top secret finalizzato a fare carneficina di queste cinque persone, attraverso creature mostruose e terrificanti, per uno scopo che sarà rivelato strada facendo. A questo punto il massacro può partire.

L'intuizione originale e divertente di Quella casa nel bosco è la scelta degli autori di dare una spiegazione logica alla presenza delle "solite" creature abominevoli protagoniste di questo tipo di horror (e la mattanza finale quando le bestie vengono liberate è veramente notevole). Altra arma vincente del film è il suo lato comedy, delegato soprattutto alle sequenze nel laboratorio, con gli scienziati che fanno puntate assurde sulla sorte dei cinque sfortunati, assistendo alle violenze sui numerosi schermi come se fossero comodamente seduti in poltrona davanti al superbowl.
Ma nella pellicola a mio avviso emerge anche una presa in giro dei classici canoni horror americani, nei quali ragazzi universitari con un elevato grado di cultura e istruzione, quando si trovano in vacanza diventano improvvisamente dei trogloditi (i maschi) e dei troioni (le ragazze) e dove gli sceneggiatori abusano sempre dei soliti clichè nella costruzione dei personaggi (lo sportivo tutto muscoli, la figa disinibita, la secchiona e/o il secchione, il cannaiolo): lo dice esplicitamente Marty (Fran Kranz), lo strafattone della combriccola e lo rimarca, in un breve cameo, la sempre apprezzabile  Sigourney Weaver (la Direttrice)  nell'epilogo del film.

Visto il connubio tra commedia, horror e metacinema, sovviene il paragone con l'inarrivabile Scream di Wes Craven, beh, non siamo a quei livelli, ma divertimento e, una volta tanto, originalità, sono assicurati.

mercoledì 5 settembre 2018

Cinquanta

E va bene, sono cinquanta. Ma, pur restando in tema 1968, preferirei cogliere l'occasione per parlare d'altro. Nel solco pieno della linea editoriale del blog ad esempio, dei miei dischi preferiti tra quelli usciti cinque decadi (o dieci lustri) fa. Mi sembra di gran lunga più interessante rispetto a lamentele varie su acciacchi, ipocondria, speranza di vita, figli adolescenti, etc. etc. 

Aretha Franklin, Aretha in Paris
Durante il mitologico maggio parigino, la giovane Aretha Franklin (recentemente scomparsa) cantava all'Olympia di Parigi nella sua prima tournee europea. Quel concerto sarebbe diventato un disco imperdibile, con una scaletta che allineava, dentro un un repertorio fantastico (Satisfaction degli Stones, Respect di Otis Redding, Night life di Willie Nelson, Natural woman di Carol King, Come back baby di Ray Charles), la rabbia nei neri americani con le tensioni degli studenti francesi.

Van Morrison, Astral weeks
Al secondo album dopo l'uscita dai Them, Van the man apre al massimo il grandangolo dell'ispirazione partorendo un lavoro incredibile, dalle atmosfere folk, jazz, soul, psichedeliche. Senza un brano portante o un singolo killer (come sarà ad esempio per la title track del successivo Moondance) il disco è solido come una quercia, e come quell'albero è ancora lì a guardare tutta la musica e il tempo trascorso con fierezza.

Johnny Cash, At Folsom Prison
La storia la sanno tutti ormai, anche grazie al biopic Quando l'amore brucia l'anima. Nessuno credeva alle potenzialità di un live registrato dentro una prigione. Cash sì. E aveva ragione lui, come tenne a ricordare a tutti con la celeberrima foto con dito medio alzato e ghigno di sfida. At Folsom Prison è un ottovolante di emozioni: gli spoken dell'uomo in black, la sintonia coi detenuti che ridono ed esultano ai passaggi più forti delle crime songs, gli annunci delle guardie. Un pezzo di storia americana.


The Beatles, The Beatles (The white album)
Dicono che il cosiddetto white album più che un disco dei fab four sia un'opera solista, in primis di John e Paul, ma anche di Ringo e George. In effetti questo doppio ellepì (che raccoglieva l'eredità pesantissima di Sgt. Pepper, ma in fondo quanti dischi dei Beatles non raccoglievano le pesanti eredità dei loro predecessori?) non ha nella coerenza stilistica la sua forza. Ma forse è questo l'aspetto che mi ha sempre maggiormento affascinato. Il passaggio da Back in the USSR a Dear prudence, da Ob-La-Di Ob-La-Da a While my guitar gently weep, da Blackbird a Rocky racoon, da Happiness is a warm gun a Why don't we do it in the road? racchiude in sè un'omogeneità disomogenea con pochi pari.
Se questo è il risultato delle tensioni e delle divisioni laceranti in seno al gruppo, come si dice, avercene!

Jimi Hendrix, Electric ladyland
D'accordo il florilegio di uscite postume, ma resta il fatto che, in vita, Hendrix ha registrato tre soli album in studio. Electric Ladyland è l'ultimo di essi, quello che chiudeva una fase artistica, la parola fine sulla formazione a tre degli Experience (insieme a Jimi Noel Redding e Mitch Mitchell), prima che Hendrix acquisisse una maggiore coscienza black, optando per compagni di viaggio con il colore della pelle affine al suo. Electric ladyland è anche il lavoro che l'artista rivendicava con più orgoglio, quello nel quale ha avuto più potere decisionale in fase di registrazione. E infatti si sente, il blues si fa psichedelico, molti pezzi si dilatano, gli effetti dell'assunzione massiccia degli acidi emergono chiaramente nelle composizioni più lisergiche. Per certi versi si può dire, che, nel lotto di questi album, Electric ladyland sia quello che più rappresenta lo spirito del 1968.

The Cream, Wheels of fire
I Cream (Clapton, Bruce, Baker), con quattro dischi in tre anni rivoluzionano il sound blues fondendoci elementi psichedelici e riff feroci, qualcuno dice proto hard rock, per poi deflagrare a causa delle tensioni interne e il caratterino non proprio conciliante di qualche suo membro (Baker). Wheels of fire è il penultimo capitolo della discografia, ma è come se fosse l'epitaffio vero, visto la vacuità del successivo Goodbye. Esce su doppio vinile, con un disco in studio e uno live. Si apre con quella cosa enorme che è White room, e questo basterebbe a cancellare interi repertori di altre band. Il disco live non è da meno, con un incipit quale la versione al fulmicotone di Crossroads, di Robert Johnson.

The Rolling Stones, Beggars Banquet
Nella sua autobiografia, Richards sostiene che Beggars banquet abbia salvato la carriera dei Rolling Stones, bloccata in uno stallo artistico. L'intuizione del "samba-rock" di Symphaty for the devil è qualcosa di geniale ed irripetibile, così come l'immortale copertina del cesso sudicio. E le altre tracce? No expetactions, Street fighting man, Factory girl, Prodigal son. In pratica un greatest hits di inediti!

Adriano Celentano, Azzurro/Una carezza in un pugno
Chiudo con un disco che una volta avrei definito un guilty pleasure, ma che oggi non ho problemi a mettere assieme agli altri. Colpa di mio cugino, di un anno più grande, che da ragazzino adorava il molleggiato e che, mio malgrado, qualcosa mi ha trasmesso. Questo album è un operazione particolarissima, quasi due EP sistemati uno per lato. Lato A per Azzurro e altre cinque tracce, tra le quali Canzone, che segna la fine del sodalizio con Don Backy e apre la stagione delle cause tra i due. Lato B per Una carezza in un pugno, oltre che Buonasera signorina e, diciamolo, la pessima Siamo la coppia più bella del mondo.
Sarà la nostalgia.

E tanti auguri a tutti.


i festeggiati

lunedì 3 settembre 2018

Devildriver, Outlaws 'til the end Vol I

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Devo essere onesto, nonostante calchino da oltre tre lustri i palcoscenici del metal e abbiano all'attivo già otto album, non conoscevo i californiani Devildriver. La curiosità di ascoltare l'ennesima band di groove metal mi è sorta solo ed esclusivamente per via di questo progetto: una raccolta di cover di pezzi country, genere outlaw (in realtà poi non è sempre così), eseguita in collaborazione con altri artisti di ambito metal (componenti dei Lambs of God, dei 36 Crazyfists e dei FEAR), ma soprattutto per l'annunciata ospitata con Hank 3, assente dal mercato discografico da oltre cinque anni, dai palchi da due e risucchiato in un limbo di crisi personale-artistica con pochi precedenti.

Ma bando alle ciance su H3 (se inizio non la finisco più), questo Outlaws 'til the end Vol 1 (non è dato sapere quando ci sarà un Vol 2) si apre proprio con l'epica ballata di Hank Country heroes, dal seminale album Straight to hell. La versione proposta mantiene inalterato nel suo prologo l'inconfondibile arpeggio western originale, per poi scatenarsi nel dovuto clangore metallico.
L'obiettivo dichiarato dei Devildriver non è solo quello di rendere omaggio agli artisti del sottogenere outlaw o di affermare il proprio amore per il country (passione condivisa con molti colleghi metallari), ma occuparsi anche di singoli pezzi sui fuorilegge, sebbene i loro autori non rientrino nel suddetto perimetro stilistico. 
E' così che accanto a riproposizioni riuscite di canzoni e artisti storicamente importanti nell'ambito outlaw, come Whiskey river di Willie Nelson, Ghost riders in the sky di Johnny Cash, If drinkin don't kill me di George Jones e A country boy can survive di Hank Williams jr, lo spettro viene allargato agli  Eagles (Outlaw man), Richard Thompson (Dad's gonna kill me), Dwight Yoakam (A thousend miles from nowhere), che in ambito country è notoriamente orientato al Bakersfield sound e a Buck Owens, e Steve Earle (Copperhead road). 
L'episodio peggiore è senza dubbio la cover di The ride, composizione d'importanza seminale di David Allen Coe, letteralmente seviziata dal rifacimento della band.

Ora, lasciando perdere l'idiosincrasia che ho sviluppato nel tempo per l'abuso da parte dei gruppi metal della batteria triggerata, che gradisco come una colonscopia, il disco di per sè è anche gradevole. Certo, lo dico da appassionato di contry e di outlaw, bisognerebbe capire quanto possa essere apprezzato dall'ascoltatore che ignori le canzoni originali qui celebrate.

giovedì 30 agosto 2018

MFT, luglio agosto 2018

ASCOLTI

Old Crow Medicine Show, Volunteers
Kore Rozzik, Vengeance overdrive
Johnny Bush, The absolute Johnny Bush
Cliff Westfall, Baby you win
DevilDriver, Outlaws 'til the end Vol 1
Lucero, Among the ghosts
NWA, Straight outta Compton
Bokassa, Divide and conquer
Manilla Road, Crystal logic
Willie Nile, Positively Bob
Dee Snider, For the love of metal
Clif Magnes, Lucky dog
Cody Jinks, Lifers
AA.VV. , Atomic Blonde soundtrack
Cowboy Junkies. All that reckoning
Jay Bragg, Honky tonk dream
Fantastic Negrito, Please don't be dead
The Night Flight Orchestra, Sometimes the world ain't enough
Ben Glover, Shorebound
Frankie Goes To Hollywood, Welcome to the pleasuredome
Trampled by turtles, Life is good on the open road


VISIONI

Batman V Superman
Sposami, stupido!
L'anno del dragone
Il camorrista
Figli - Hijos
Ladri di cadaveri - Burke & Hare
Hellboy II, The golden army
Blade Runner 2049
Atomica Bionda
The life of David Gale
The town
Gli sdraiati
Zodiac
Blood diamonds
Una notte da leoni 2
Candyman
Autopsy
Dead draw - Nessun vincitore
La terra dei morti viventi
La fine del mondo (E. Wright)
La talpa (T. Alfredson)
La cosa (J. Carpenter)
Warrior
Now you see me
Ogni cosa è segreta
Sully
8 miles
Straight outta compton
Anarchia - La notte del giudizio
La notte del giudizio - Election day
The departed
Come ti ammazzo il bodyguard
Soldi sporchi
Shutter Island
Uomini si nasce poliziotti si muore
Quella casa nel bosco
Deserto rosso
J. Edgar
Tutte le ore feriscono...l'ultima uccide
The fog (J. Carpenter)
Ant-Man and the Wasp
Bob il giocatore
The end? La fine fuori
Little Odessa
DellaMorte DellAmore
Mistero a Crooked house
Split

Sherlock, stagione 4
Oz, stagione 1

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LETTURE

Keith Richards, Life
Roberto Saviano, Zero zero zero

lunedì 27 agosto 2018

Ant-Man and the Wasp

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Dopo l'ottimo esito del primo film, era inevitabile, per le logiche commerciali dei Marvel Studios, la riproposizione del personaggio di Ant-Man, questa volta in coppia con Wasp (la cui alter ego Hope Van Dyne è interpretata da Evangeline Lilly). 
Questa volta l'improbabile gruppo di eroi formato da Scott Lang (Paul Rudd), agli arresti domiciliari per aver aiutato Captain America e la fazione perdente di super eroi in Civil War, da Hope/Wasp e dal padre Hank Pym si mettono in testa che la moglie di Hank, finita trentanni prima nel regno quantico subatomico (come spiegato nel capitolo precedente), sia ancora viva, e per questo, sebbene in clandestinità, preparano un complesso macchinario per l'operazione di salvataggio. Tentano di impedirgli l'impresa, e di impossessarsi della loro strumentazione, la misteriosa Ghost (Hannah John-Kamen), il malavitoso Sonny (Walton Goggins) e l'F.B.I. .

Non so bene cosa non mi sia piaciuto in particolare di questo film. Dopo aver apprezzato l'esordio di Ant Man sul grande schermo e aver letto buone recensioni del suo sequel sono andato al cinema a botta sicura. E invece, sai quando sei in sala e a un certo punto della proiezione ti sorprendi a guardarti in giro, a sbirciare l'ora e a trovare scomoda la comodissima poltrona di un multisala? Ecco è quello che è successo a me. Forse per le aspettative elevate, forse perchè la pellicola spinge troppo sul canone della commedia (non è da tutti trovare la giusta coerenza tra battute e contesto), forse per l'assenza di un vero e proprio villain o per la prevedibilità del plot, ma qualcosa a sto giro m'è parso non funzionare. E non solo per l'inguardabile toupet del mio idolo Walton Goggins...
Di buono ci sono sostanzialmente tutte le sequenze di inseguimento in auto, tra rimpicciolimenti di macchine e ingigantimenti di Ant-Man che usa un pick up come uno skateboard. 
Passerella d'onore per Michelle Pfeiffer e Laurence Fishburne. 
Nelle sequenze a metà e a fine titoli di coda, il collegamento all'epilogo di Infinite War.

E' tutto.

lunedì 20 agosto 2018

The end? L'inferno fuori

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Tra le ormai classiche uscite cinematografiche ferragostane, il titolo che attendevo con maggiore curiosità era questo The end? L'inferno fuori.
Lo attendevo con impazienza perchè, da appassionato del cinema di genere italiano del passato, saluto ogni titolo che rievoca quel periodo, uscendo dall'appiattimento delle produzioni nostrane, come se fosse dio risceso in terra.
Quindi, per una volta mi ha fatto piacere tutto l'hype che, soprattutto in rete, ha accompagnato la release nelle sale del film e soprattutto sono stato contento, nel mio piccolo, di contribuire, pagando un biglietto, agli sforzi di autori e produttori della pellicola.

La sinossi è presto fatta: Claudio Verona è un manager dispotico, egoista e arrogante di una grande multinazionale che ha sede a Roma. Una mattina resta bloccato nell'ascensore che lo porta al suo ufficio, dove ha in programma un importantissimo meeting di lavoro. Mentre aspetta che i tecnici risolvano il problema, attraverso alcune telefonate alla moglie e una serie di notizie lette sullo smartphone, si rende conto che qualcosa di grave sta succedendo in città. L'ascensore è sempre bloccato, i tecnici, coi i quali era in contatto telefonico, non gli rispondono più e perciò Claudio tenta di fare da solo, aprendo le porte dell'ascensore manualmente. L'operazione gli riesce solo parzialmente, ma lo spazio ricavato non è sufficiente per uscire dalla cabina. Attraverso quel pertugio ha però la visuale di un lungo corridoio di uffici, dove assisterà alla ragione della crisi in corso: per ragioni ignote le persone sono diventate zombie assetati di carne umana. Quella fessura dalla quale non può uscire, tenendolo in trappola, al tempo stesso impedisce agli infetti di entrare e divorarlo.

The end? L'inferno fuori, anche decontestualizzato dal panorama italiano di cui sopra, ma soprattutto contestualizzato allo stallo del nostro cinema, è un ottimo film. Va fatto un enorme plauso al coraggio dimostrato dai produttori (i Manetti Bros attraverso la nuova casa di produzione Mompracem oltre che a Rai Cinema) per aver creduto in questo progetto del regista Daniele Misischia, che ne ha anche curato la sceneggiatura assieme a Cristiano Ciccotti.
Il film, a mio avviso, recupera tutti gli elementi e i sottotesti dei migliori B movie horror, non solo italiani. L'azione si svolge per la maggior parte del tempo dentro i pochi metri quadrati di un ascensore con un solo protagonista, il convincente Alessandro Roja che è obbligato ad un gran lavoro recitativo a livello di linguaggio non verbale e di espressioni del viso e che interagisce solo occasionalmente con altri attori, tra i quali il poliziotto Stefano (Claudio Camilli), mentre di Carolina Crescentini, moglie del protagonista, sentiamo solo la voce che proviene dallo smartphone di Verona.
Il film poi scongiura alla grande il rischio di ripetitività della dinamica della storia, attraverso espedienti registici efficaci, come l'inquadratura dall'interno della tromba dell'ascensore, di esterni della città e di squarci di quanto accade nel corridoio.  Molto suggestivo e, sì, romeriano (lasciatemelo dire, non l'avevo ancora fatto...) il finale, sebbene mi sarei aspettato una conclusione più cattiva (ma si sarebbe rischiato il plagio con l'epilogo de La notte dei morti viventi).

Film bello e importante, da vedere e supportare concretamente per dare un segnale di interesse verso un cinema italiano fuori dagli schemi. 
Ho la sensazione che The end? L'inferno fuori sarà molto rivalutato col tempo, magari anche da parte di quanti oggi lo recensiscono con sufficienza.

lunedì 13 agosto 2018

Willie Nile, Positively Bob (2017)

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Quando si pensa ai grandi loser del rock, gente di talento che non è mai riuscita a raggiungere il successo commerciale che avrebbe meritato, due sono in particolare i nomi che mi sovvengono immediatamente: Elliott Murphy e Willie Nile. 
Quest'ultimo artista nasce a Buffalo nel 1948, ma riesce a debuttare solo nel 1981, con l'album omonimo che contiene la sua canzone simbolo, Vagabond moon. Un altro disco l'anno successivo e poi una lunga iato di dieci anni causata da problemi contrattuali. Poi ancora un lungo periodo di assenza dalle scene e, finalmente, dal 1999 una vera e propria rinascita artistica, che lo porterà ad incidere una decina di dischi in vent'anni.
L'ultimo lavoro è Children of paradise, uscito qualche settimana fa, ma è sul disco dell'anno scorso che si concentra questa recensione.
Come è evidente dal titolo (Positively Bob) Nile ha deciso di cimentarsi con la più semplice e la più insidiosa delle imprese: realizzare un disco di tributo a Bob Dylan. 
Nonostante ciò Willie riesce bene nell'intendimento, mettendo molto di suo dentro le composizioni scelte, e, soprattutto, alternando canzoni mitologiche (Blowin in the wind, che non arriva ad intaccare la epocale versione che ne diede Neil Young sull'imperdibile live Weld, e The times they are a-changin) a piccole perle per intenditori (Every grain of sand e Abandoned love, entrambe outtakes recuperate da dio Bob su Biograph). 
Dieci tracce in totale il cui impatto all'inizio è molto quadrato e roccherroll, del tipo onetwothreefour! ma dalle quali poi emerge il delicato soul di Rainy day women #12 & 35, la ballata in crescendo I want you e la toccante interpretazione di Love minus zero/No limit.

Un disco diretto e senza fronzoli, ma sempre col cuore in mano.



giovedì 9 agosto 2018

Anarchia - La notte del giudizio (2014)

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Sequel dell'ottimo La notte del giudizio, Anarchia sposta la visuale dello spettatore dal microcosmo della casa borghese della famiglia Sandin alle strade di questa generica città americana, nella fascia oraria in cui, il 21 marzo di ogni anno, si svolge l'annuale massacro legalizzato. La violenza diffusa, che nel primo capitolo era limitata allo sfondo della narrazione, qui si prende perciò tutta la scena.
Ovvio che con queste premesse cambino totalmente anche i protagonisti della storia, a differenza del primo film abbiamo infatti tre storylines che si intrecciano: Carmen (Eva Sanchez) con la figlia e un anziano padre malato; Leo (Frank Grillo) un solitario con una missione, e la coppia, in procinto di divorziare, Liz e Shane. Per ragioni diverse tutti questi characters resteranno per strada alla potenziale mercè dei tanti svitati assetati di sangue e dovranno allearsi per cercare di arrivare vivi alle sette del mattino successivo. Intanto qualcuno si sta organizzando, anche militarmente, per opporsi a questo abominio di Stato. 

Date le premesse del primo episodio mi sento di dire che finalmente il regista, autore e sceneggiatore James Del Monaco preme l'acceleratore sul significato politico della narrazione, puntando il dito non solo sul governo (una congrega di esaltati chiamati Nuovi Padri Fondatori), ma anche sui media, che sostengono questo Sfogo annuale sciorinando cifre e dati su come l'iniziativa produca benefici all'America. Nella realtà La Purga, visto che si abbatte esclusivamente sugli strati sociali più deboli che non hanno i mezzi per opporsi alle violenze, serve esclusivamente allo Stato per contenere i costi del welfare ed eliminare le sacche improduttive della società. Del Monaco lo lascia intendere e lo fa dire in maniera esplicita, nel finale, ad un villain generale d'esercito, che si lamenta di come la popolazione non uccida abbastanza e di come, quindi, l'esercito debba incrementare i numeri. 
C'è tutta l'arte cinematografica e la denuncia politico sociale di Carpenter (pensiamo ad Essi vivono, più efficace di mille simposi sulla società consumistica), dentro queste pellicole, ma a mio avviso non mancano rimandi anche ai Guerrieri della notte di Walter Hill, nella fuga disperata del gruppo di protagonisti che hanno nemici ovunque.
Come nel primo capitolo della trilogia (recentemente arricchita da un prequel, uscito al cinema, e da una serie tv che partirà a settembre) ci sono diverse morali che vengono offerte allo spettatore. Una di queste è che le persone che verranno risparmiate dalla furia omicida saranno salvifiche per le vite altrui.

Insomma, un'opera di intrattenimento ben fatta, che si apre a diverse chiavi di lettura nemmeno tanto nascoste, a patto di non essere ottusi trumpiani o leghisti.