venerdì 26 agosto 2016

80 minuti di my favorite 90/95 songs 3/3

Ultima parte della playlist. Gli esclusi sono INXS, Duran Duran, Thunder, Offspring, Pavement, Mano Negra e Vasco Rossi.

01. Les negresses vertes, Famille heureuse
02. Haddaway, What is love
03. Lenny Kravitz, Are you gonna go my way
04. Steve Earle, Goodbye
05. Southside Johnny, Comin' back
06. Soundgarden, Spoonman
07. Massive Attack, Unfinished simphaty
08. Wighfield, Saturday night
09. Alice in Chains, Would?
10. Soul Asylum, Runaway train
11. John Mellencamp, Human wheels
12. Crash Test Dummies, Mmm mmm mmm
13. 99 Posse, Curre curre guagliò
14. Ugly Kid Joe, Everything about you
15. Queen, The show must go on
16. Stone Temple Pilots, Interstate love song
17. Mr. Big, To be with you
18. The Pogues, Sayonara
19. Extreme, More than words

mercoledì 24 agosto 2016

80 minuti di my favorite 90/95 songs 2/3

Seconda parte. Qui gli esclusi sono stati Modena City Ramblers, Nine Inch Nails, Alanis Morrisette, Jovanotti, Jane's Addiction e Babybird.

01. Sting, All this time
02. Blur, Country life
03. Metallica, Sad but true
04. Ten Sharp, You
05. Elio e le Storie Tese, Servi della gleba
06. Rage Against The Machine, Killing in the name of
07. Corona, Rhythm of the night
08. Ben Harper, Burn one down
09. Red Hot Chili Peppers, Give it away
10. 2Pac, California Love
11. Screaming trees, Nearly lost you
12. 883, Sei un mito
13. Depeche Mode, I feel you
14. Jeff Buckley, Last goodbye
15. REM, Losing my religion
16. 4 Non Blondes, What's up
17. Portishead, Glory box

lunedì 22 agosto 2016

80 minuti di my favorite 90/95 songs 1/3

Non ricordo in quale preciso momento mi sia venuta la fregola di imbarcarmi in questa ennesima impresa, probabilmente ero all'autolavaggio ad aspirare i sedili dell'auto. Se avessi solo immaginato dello sbattimento necessario per portarla a termine, non mi ci sarei nemmeno messo. O forse, sì. Perché la verità è che mi piace tremendamente preparare playlist (ricordate no, Rob Fleming?): è un esercizio che mi rilassa al pari di un'attività manuale di quelle svolte con passione.
Insomma, ero lì all'autolavaggio con l'autoradio che suonava la mia compilation degli anni ottanta e ho pensato: "perché non assemblarne una dei novanta?" . Meglio ancora, "perché non dividerla in due: primo e secondo lustro?". Pensavo in questo modo A) di rendere più giustizia all'ultima decade musicale davvero eccitante B) dividendo la decade, ridurre il numero dei brani da includere su ogni CD. Giusto? Sbagliato! Perché nonappena ho preso carta e penna per stilare l'elenco delle canzoni, mi è apparso subito chiaro che non me la sarei cavata facilmente, dato il numero strabordante di pezzi che "non potevano mancare". E ogni giorno che passava, la lista si allungava sempre di più, fino a sfiorare i cento brani. A quel punto, pur essendo partito con l'idea di un CD singolo, ho dovuto arrendermi prima all'evidenza che me ne sarebbero serviti due, per poi sbracare totalmente, chiudendo a tre.
 
La filosofia che ha guidato le mie scelte è stata rigorosamente orientata al connubio tra "alto" e "basso" , come direbbe Crozza/Freccero. Volevo che a rappresentare il periodo preso in considerazione ci fosse sì il grunge , ma anche la dance, tornata in quel periodo prepotentemente alla ribalta. Non solo il brit pop, ma anche il pop italiano da classifica. Le nuove contaminazioni metal e il trip hop. I miei personali beniamini e gli indipendenti scoperti in ritardo. Gli artisti navigati insieme alle one hit wonder. Volevo insomma non solo le band e gli artisti di cui ho la discografia completa, ma anche quelli lontanissimi dai miei gusti che, proprio per questo motivo, fotografano in maniera ancor più nitida un momento, riconducono ad un istante irripetibile. Infine, una volta circoscritto il perimetro a circa sessanta artisti, bisognava individuare la canzone giusta a rappresentarli: altra sfida, nella quale ho dovuto tener conto di una serie di elementi: la mia personale saturazione verso alcune tracce storicamente più rappresentative di quelle che poi ho effettivamente selezionato (per fare qualche esempio dei Nirvana non c'è Smells like teen spirit ma Breed; dei Pearl Jam niente dall'esordio ma Rearviewmirror; dei Metallica Sad but true e non Enter sandman), il migliore aggancio tra la fine di una canzone e l'inizio della successiva, il minutaggio, l'alternanza lenti-veloci, eccetera eccetera. Quello che vi propongo in tre post (oggi, dopodomani e venerdì) è il parto della difficile ma appassionante gestazione.
Qualcosa è rimasto inevitabilmente fuori, alcune scelte sono state davvero dolorose, ma alla fine posso ritenermi soddisfatto (almeno fino a quando, tra qualche giorno non mi verrà in mente "IL pezzo" che non poteva mancare e che invece ho trascurato).
Per il momento dal final cut di questo volume uno sono rimasti fuori Jayhawks, Bryan Adams, AC/DC, Duran Duran, Prince, Madonna, Motorhead.

01. EMF, Unbelievable
02. The Cure, High
03. Pearl Jam, Rearviewmirror
04. Luca Carboni, Mare mare
05. U2, Mysterious ways
06. Nirvana, Breed
07. The Mavericks, All you ever do is bring me down
08. The Connels, 74/75
09. Right Said Fred, I'm too sexy
10. Ligabue, Vivo morto o X
11.  Spin Doctors, Two princes
12. Counting Crows, Mr. Jones
13. Pantera, Cowboys from hell
14. Franco Battiato, Povera patria
15. Oasis, Wonderwall
16. Ace of Base, All that she wants
17. Bruce Springsteen, If I should behind
18. Green Day, When I come around
19. Tom Waits, I don't wanna grow up
20. Beck, Loser
21. Johnny Cash, Tennessee stud
 

martedì 16 agosto 2016

80 minuti di ... angry singalong

E' sempre tempo di compilation. Anche se l'estate si presta in particolar modo a questa specifica attività, la playlist che segue l'ho confezionata già da qualche mese, in un periodo di intenso stress nel quale mi serviva espellere un po' di veleno con una manciata di pezzi adrenalinici, ancora perfettamente in grado di svolgere la funzione di sfogatoio. E che dire, nonostante le millemila volte che ho ascoltato alcune di queste canzoni, il loro sporco lavoro continuano a farlo. Provare per credere.


01.  Ramones, Blitzkrieg bop
02.  Van Halen, You really got me
03.  Sepultura, Refuse / Resist
04.  Guns ‘n’ Roses, Welcome to the jungle
05.  AC/DC, Back in black
06.  Metallica, Battery
07.  Thunder, Low life in high places
08.  Nirvana, Smells like teen spirit
09.  ZZ Top, Sharp dressed man
10.  Twisted Sister, We’re not gonna take it
11.  Offspring, Self esteem
12.  Pantera, Fucking hostile
13.  Black Sabbath, Paranoid
14.  Green Day, Basket case
15.  Led Zeppelin, Black dog
16.  Motley Crue, Dr Feelgood
17.  Volbeat, Still counting
18.  Billy Idol, Rebel yell
19.  Blur, Song 2
20.  Pogues, Body of an american

lunedì 8 agosto 2016

Monty's Favorite Tips, dicembre 2015/luglio 2016

Riprendo una delle rubriche più longeve del blog, nata fondamentalmente perchè adoro compilare liste nonchè quale riempitivo, nei periodi di vacche grasse, per non scendere sotto ad un certo numeri di post a settimana. Curioso come adesso il problema non sia più quello di trovare l'ispirazione che permetta di postare tre articoli a settimana, ma anche solo di ricavare del tempo per scrivere le cose che ho in mente, prima che scappino via. Vabbeh, la pianto qui, che con sta cosa del tempo vi ho fatto due balle formato angurie e passo al merito del post.
Grazie alle ferie (merda, quanto avevo bisogno di staccare!) ho raggiunto un idilliaco momento di passione musicale, riuscendo ad apprezzare una manciata di dischi nuovi che mi hanno premesso di superare un lungo periodo nel quale ho ascoltato solo roba consolidata e rassicurante che conoscevo nota per nota, parola per parola, refrain per refrain.
I gli artisti e i titoli che mi stanno facendo da viagra mentale rispondono ai nomi di Brian Fallon, Painkillers; Motorhead, Bad magic; Steven Tyler, We're all somebody from somewhere; Volbeat, Seal the deal & let's boogie; Gojira, Magma; Hayes Carll, Lovers and leavers; Red Hot Chili Peppers, The getaway; Shawn Colvin & Steve Earle, Colvin and Earle; lo strepitoso doppio cd The Christic Shows del 1990 di Springsteen, finalmente pubblicato in forma ufficiale dal sito del Boss. Per concludere, alcuni classici come i greatest hits di Journey e Little Richard. Spero che questo stato di grazia mi permetta di buttare giù anche qualche recensione prima di essere di nuovo risucchiato nel vortice lavorativo.

Anche per le serie televisive cose grosse. Dopo averlo custodito gelosamente per anni, come un buon vino da stappare solo nelle grandi occasioni, mi sono deciso a dedicarmi alla sesta ed ultima stagione dei Soprano. Mi mancano un paio di episodi alla conclusione e non posso che confermare l'epica grandezza di questa produzione. Dopo perentorie segnalazioni degli amici Ale e Filippo ho inoltre attaccato Rectify (sono al termine della seconda stagione), fidelizzandomi subito allo straordinario personaggio di Daniel Holden (interpretato da un immenso Aden Young).

 http://www.tvworthwatching.com/img/pages/0YU3BKW4M3P53WZ.jpg

In ambito lettura sto tenendo ancora un buon ritmo, al punto che avevo tentato il ritorno ai classici con Viaggio al termine della notte di Cèline, prima che un'amica, il cui giudizio letterario tengo sempre in molta considerazione, inorridisse a causa delle accuse di antisemitismo che riguardano lo scrittore (che nella mia abissale ignoranza ignoravo), castrando in un colpo solo tutto il mio entusiasmo.

lunedì 1 agosto 2016

Red Hot Chili Peppers, The getaway

 http://www.clashmusic.com/sites/default/files/field/image/red-hot-chili-peppers-the-getaway-ltd.jpg

Ricordo di aver letto Lou Reed affermare come l'ascolto più importante di un nuovo disco fosse il primo, in quanto quello è il momento, unico e irripetibile, nel quale i nostri ricettori sono terreno fertile, pronto ad essere inseminato dai nuovi germogli musicali. Beh, avessi dovuto esprimere un giudizio definitivo di The getaway sulla base del primo ascolto, più delle parole sarebbe stata efficace l'immagine del ciddì che volava fuori dalla finestra di casa mia accompagnato da una sequela di improperi. 
E invece.

Invece, complice un'agognata settimana di relax sperduto in una zona montana dove il mio telefonino non ha campo, ho messo sotto il nuovo lavoro dei Red Hot Chili Peppers (a tre-quattro canzoni per volta, che è il limite massimo di tempo concessomi prima che mio figlio reclami la mia presenza) e diamine, devo confessare che il tempo ha lavorato a suo favore. Intendiamoci, il glorioso passato è irrimediabilmente andato e non credo possa più tornare: una volta regolati i conti con questo assioma si può apprezzare quello che di buono è rimasto in un album (l'undicesimo a cinque anni di distanza da I'm with you ) di un gruppo che è in giro da quasi trentanni, i cui componenti in ogni intervista non mancano mai di ribadire lo stupore di essere ancora vivi, dopo gli eccessi di gioventù.

I peppers moderni e salutisti, che possono permettersi di scegliere un produttore di grido come Danger Mouse (dopo l'accantonamento di Rick Rubin e il cordiale rifiuto di Brian Eno e Nile Rodgers), invece, confezionano un tredici tracce all'insegna del consolidato gusto per la melodia e per i patterns radio friendly. Ecco allora, pronte per un massiccio airplay Dark necessities, Encore e Goodbye angels, ma anche il lento The longest wave o la disguided ballad Sick love.
In questi peppers appare abbastanza evidenze come le chiavi della macchina siano consegnate a Flea e Kiedis. Sono loro i depositari di ciò che resta dell'antico splendore che si dischiude in pezzi come We turn red, This ticonderoga, Go robot (la mia preferita) e Detroit, mentre rimangono un po' più defilati le chitarre di Klighoffer e le pelli di Smith. La chiusura è saggiamente lasciata alla malinconia e all'introspezione di classe con The hunter, e la psichedelica (con incipit morriconiano) Dreams of a samurai (forse dedicata a Scott Weiland e forse no):senza dubbio il brano meno accondiscendente dell'intera opera.

Insomma, una volta messa da parte l'iconografia dei “nostri” Red Hot Chili Peppers si può scoprire in The getaway un disco piacevole, confezionato con classe, intelligenza e misura. Questi sono peppers moderni: prendere o lasciare.


lunedì 25 luglio 2016

Don Winslow, Il potere del cane

Ho acquistato Il potere del cane diversi anni fa, prima ancora de L'inverno di Frank Machine (recensito qui),  in un periodo nel quale, ahimè,  la mia fase di regressione dalla lettura ha fatto rimbalzare le sue settecento pagine direttamente sullo scaffale, dove è rimasto ad accumulare  polvere fino a qualche settimana fa.
L'occasione di riprenderlo nasce innanzitutto da un nuovo, vorace, appetito verso i libri e dal desiderio di sfamarlo cibandomi di un noir con forti connotazioni di realismo.
Sono stato accontentato solo in parte, perché,  se da un lato nessuna critica si può muovere a Winslow per l'enorme affresco corale realizzato su un orizzonte temporale che copre un quarto di secolo (dalla metà dei settanta alle soglie degli anni zero) di vicende legate al narcotraffico messicano, attraverso le gesta di validi personaggi letterari come Art Keller (agente DEA ), Sean Callan  (killer irlandese), Aden Barrera  (capo del narcotraffico), mafiosi, puttane e assassini, nonché di un sottobosco di agenti segreti braccio armato delle politiche imperialiste degli USA dei 70/80, dall'altro, il romanzo lascia emergere chiaramente tutti quelli che, a mio sommesso parere, sono i difetti del writing di Winslow, già evidenziati in Frank Machine.
La costruzione dei personaggi, per dirne una, segue i classici cliché del genere, senza sorprese o particolari sfaccettature. I personaggi femminili sono deboli e poco credibili. Si apprezza in questo senso lo sforzo fatto dall'autore di dare profondità al character  di Nora, prostituta d'altissimo bordo  che si scopre nobile d'animo e altruista, ma il tutto, ahimè, risulta proprio poco verosimile. Il sesso appare sempre morboso e misogino, anche se sono sicuro che questa non sia la volontà dell'autore. Diciamo che il suo modo di portare al lettore sequenze di rapporti sessuali (e non d'amore) è probabilmente questa. I dialoghi infine sono davvero scadenti e scontati, soprattutto in relazione alla buona complessità della trama.

Portare a termine un romanzo di oltre settecento pagine, in una fase in cui il tempo libero è più limitato delle corsie disponibili sulla Salerno Reggio Calabria d'estate,  significa che comunque il plot ha tenuta e solidità, e di questo va sicuramente dato il giusto riconoscimento al buon Winslow.
Senza l'approssimazione degli aspetti di cui sopra però, Il potere del cane sarebbe potuto diventare una pietra angolare del genere e non solo un buon romanzo.
Peccato.

giovedì 21 luglio 2016

Brian Fallon, Painkillers


L'espressione ingenua e un po' infantile da autentico fan del rock and roll che ha coronato il suo sogno di suonare in una band, Brian Fallon l'ha un po' persa. Gli anni, le (probabili) tensioni, le responsabilità di essere leader e frontman dei Gaslight Anthem sono sfociate in qualche disillusione in più rispetto alla genuina felicità degli esordi, straripante al concerto di Milano e nell'ospitata da Springsteen sul palco di Hyde Park a Londra nel 2009.
Quello che invece il tempo non ha minimamente scalfito è la capacita di Fallon di scrivere ottime composizioni rock da tre minuti, alternate da ballate essenziali ma toccanti.
Ne è ennesima dimostrazione questo Painkillers, che arriva dopo una decina di anni e cinque album (oltre ad altrettanti EP) con gli Anthems e che, diversamente da quanto accadeva con il side project The Horrible Crowes, rivelatore della parte più introspettiva dell'artista, non si muove molto dall'ormai radicato stile compositivo della band d'origine.
Già dalla partenza di Wonderful life riconosciamo infatti la stessa fucina che ha forgiato Handwritten: melodie accattivanti, suoni ariosi e quei coretti "ohohoh" che in altri contesti sarebbero irritanti e che invece qui appaiono perfettamente complementari.
Ma il gusto per le armonie e per i ganci d'effetto avvolge tutti i quaranta minuti del lavoro, trovando nelle suggestioni della title track, nell'affascinante semplicità di Among other foolish things e Smoke, nel malinconico midtempo di Nobody wins e nelle toccanti Steve McQueen e Honey magnolia i suoi acme creativi.
Le conclusive Mojo hand e Open all night (nessun legame con lo Springsteen di Nebraska) muovono invece qualche passo in campi da gioco attigui ma differenti, aprendo potenzialmente nuovi orizzonti musicali, grazie al loro incedere leggero e ad un certo retrogusto country.
Staremo a vedere quanto durerà questa iato dai Gaslight Anthem, ma in ogni caso, per quanto di buono fin qui dimostrato e per le ulteriori conferme emerse da Painkillers, la perdita dell'innocenza non ha precluso a Brian Fallon il suo posto d'onore negli ultimi true believers del rock and roll.

martedì 19 luglio 2016

Joe R. Lansdale, Il mambo degli orsi



Ho già avuto modo di esprimere il concetto: l'inarrivabile piacere  che ogni volta si prova nella lettura dei romanzi di Hap e Leonard non è tanto dovuto ad una matassa particolarmente aggrovigliata della trama (anche ne Il mambo dell'orso si intuisce abbastanza presto il colpevole), ma piuttosto all'indiscusso talento di Lansdale nel fotografare l'America rurale più profonda e occultata ai comuni radar, oltre che, ovviamente, nella sua sagacia nel creare dei dialoghi strepitosi intrisi del tipico senso dell'umorismo tutto del sud, autentico tratto distintivo dell'autore.
In questa terza avventura della coppia, originariamente pubblicata nel 1995, i due amici, detective improvvisati, si spingono fino a Grovetown, East Texas, alla ricerca di una ex fidanzata nera di Hap, scomparsa dopo essersi recata in quella città a sua volta sulle tracce di un improbabile bluesman deceduto a seguito di un arresto degli sceriffi locali.
Peccato che Grovetown sia anche l'ultimo avamposto del razzismo più feroce  degli stati del sud, con innumerevoli episodi di violenza inaudita contro i neri perpetrati attraverso il braccio armato di una consolidata e vasta base del Ku Klux Klan.
In questo scenario possono due forestieri, di cui uno nero (e gay), che vanno in giro a fare domande su un'altra forestiera afroamericana scomparsa, pensare di trascorrere giornate tranquille?
Ovviamente no, e la strada che porta alla soluzione della storia sarà  la più dolorosa (fin qui) mai percorsa dai due amici.
 
Che ve lo dico a fare? Questa saga è una garanzia.
 

lunedì 27 giugno 2016

Sixx:A.m. , Prayers for the damned

 http://cdn.metallus.it/wp-content/uploads/2016/03/Sixx-Am-Prayers-For-The-Damned.jpeg

I Sixx Am nascono con le caratteristiche classiche del side project della rockstar in cerca di nuovi stimoli fuori dai suoi clichè abituali. D'altro canto i tempi morti che hanno scandito la vita dei Motley Crue degli anni zero di tempo libero a disposizione ne hanno regalato a volontà al bassista e fondatore Nikki Sixx. Così nel 2007 pubblica una autobiografia esclusivamente relativa ai suoi anni di dipendenza dall'eroina, affiancandola da una colonna sonora: The heroin diaries. Con lui, alla chitarra, DJ Ashba (ex Guns 'n' Roses) e il vocalist/tuttofare James Michael. 
Come ogni side project che si rispetti, i Sixx Am si concedono lunghe pause rilasciando altri due album in sette anni. Tutto cambia con l'addio alle scene dei Crue, ora Frank Feranna (il buon vecchio Sixx) può dedicarsi a tempo pieno alla sua creatura. 
Cosa che pare fare seriamente, e infatti solo pochi mesi dopo il rompete le righe dalla sua band storica non solo dà alle stampe questo Prayers for the damned Vol I ma annuncia, come si intuisce dal titolo, che entro la fine dell'anno sarà seguito da un altro full lenght.
L'ex bassista dei Crue riesce a confermare la bontà delle release precedenti realizzando un opera di metal mainstream, nell'accezione più trendy del termine,  raggiungendo nel contempo l'obiettivo di tenersi a distanza di sicurezza dal classico sound Crue. 
A completare l'affrancamento dall'ersordio grezzo e malinconico ma autenticamente ispirato di The heroin diaries, la release gode di una produzione pulitissima e impeccabile. Si parte a frusta con un trittico micidiale (Rise; You have come to the right place; I'm sick) nel quale gli onori sono tutti per Michael e DJ Ashba (oltre che per il nuovo drummer Dustin Steinke), come del resto accade per quasi tutto l'album, quasi come se il titolare del brand abbia deciso di tenersi in disparte. Ma la track list tiene botta anche con il resto delle composizioni, come il pezzo che intitola l'opera e con l'ottimo midtempo Belly of the beast, regalando all'ascoltatore anche momenti nei quali la band cerca ispirazioni diverse dal nu metal di riferimento, strizzando l'occhio persino ai Muse con risultati alterni: buoni nel caso di Better man, pessimi nella pasticciata Rise of the melancholy empire. 
Prayers for the damned si dimostra, un pò sorprendentemente, un'opera divertente e coesa, sostenuta dall'ottima verve dei suoi navigati interpreti.

lunedì 20 giugno 2016

Changing of the guard

Da quando, nell'estate del 2012, abbiamo dato ricovero ad una piccola arvicola campestre ferita (per poi restituirla al suo habitat), la presenza dei roditori è diventata una felice abitudine nella nostra casa. Golia è stato il primo criceto russo scelto come animale domestico, alla sua dipartita è stato sostituito da Golia II (per me Spartaco, ma è meglio non vi dica il motivo), che giusto qualche giorno fa ha seguito il suo predecessore nell'aldilà. Neanche il tempo di elaborare il lutto ed ecco arrivare Anselmo (Golia III per il resto della famiglia, che ve lo dico a fare), nome scelto per la scontrosità e i versi gutturali che lancia, che lo fanno somigliare al singer Phil (Anselmo, per l'appunto).
 

                      Spartaco                                                                    Anselmo
 

martedì 31 maggio 2016

Bridge over troubled water

Sabato, mentre svolgevo disciplinatamente il mio turno di pulizie condominiali ramazzando il vialetto con We're not gonna take it dei Twisted Sister negli auricolari, pensavo a come ormai mi siano saltate tutte le attività legate al tempo libero e come, soprattutto, a causa di una (ennesima) fase sindacale complicatissima, quando la sera varco la soglia di casa immediatamente mi affloscio assumendo la consistenza di una medusa dell'Adriatico che tira a campare finchè qualche ragazzino iperattivo non la infilza con un bastone.
Con massima soddisfazione della mia famiglia, come si può immaginare.
Rispetto a questo scenario, è chiaro che l'aggiornamento del blog (il post odierno conclude uno stop di ventisei giorni) paga la sua quota parte di dazio. D'altro canto, anche individuando faticosamente strettissimi slot orari per scrivere qualcosa, state pur certi che quello sarà il preciso momento in cui le parole mi usciranno con la stessa fluidità dell'urina di un anziano con la prostata delle dimensioni di una palla da basket.
 
La tesissima vertenza lavorativa che sto seguendo raggiungerà probabilmente il suo apice nella giornata di domani, una sorta di "all in" sindacale per sbloccare lo stallo della trattativa nella quale, in caso di mancata soluzione, rischiano il posto decine di persone. L'esito di domani determinerà anche la mia condizione dei giorni successivi: se andrà bene passerò il ponte del 2 giugno a casa (facendo la medusa), in caso contrario non c'è festività che tenga e mi aspettano altri giorni di passione.
 
Come sempre mi accade nei momenti di forte stress, il mio cervello attiva automaticamente una cartella di files d'emergenza che mi impone l'ascolto rigoroso ed esclusivo di musica cristallizzata nella memoria, e pertanto ampiamente confortante. Vi risparmio i dettagli, ma qualche giorno fa in Autogrill ho comprato il cofanetto platinum da tre CD di Guccini (contenente ca va san dir anche la canzone Autogrill).
 
Buon ponte a evribadi.


giovedì 5 maggio 2016

Chips vs rice

Come avevo confessato in questo post sul blog gemello, ho sofferto di una vera e propria dipendenza dalle patatine fritte (quelle dei sacchetti). La mia era una droga a tutti gli effetti, se è vero che ne consumavo un pacchettone al giorno, tutti i giorni. E tra la altro la mia preferenza andava a quelle aromatizzate (al pepe rosa, al pomodoro, alla salsa barbecue, al chili, all'aceto) insomma proprio le più nocive. A un certo punto, anche a causa di dolori sospetti all'addome, ho deciso di ridurre complessivamente il junk food, fedele compagno di viaggio della mia vita disordinata e dagli orari impossibili. Così da qualche settimana mi sono dato una regolata (leggera, niente di stravolgente) e, per affrontare la fame nervosa, sono passato dalla mia vecchia droga ad una nuova forma di metadone: le gallette di riso. Sono tristi, sanno di poco e sembra di masticare polistirolo, ma fanno il loro sporco dovere di addomesticare l'appetito e soprattutto non mi fanno stare sveglio la notte col bruciore di stomaco. Sarò fuori dal tunnel?

http://www.eticamente.net/wp-content/uploads/2013/11/10671510-due-gallette-di-riso-tondo-su-sfondo-rosso.jpg

lunedì 2 maggio 2016

Primal Fear, Rulebreaker

 http://www.ironfistzine.com/wp-content/uploads/2015/12/12189400_850064031758305_5827834951268099337_o-1024x1024.jpg

Mai presi in considerazione i Primal Fear. La band teutonica, attiva dalla metà dei novanta, è  rappresentante d'eccellenza del classico heavy metal germanico che non è certo la mia priorità in ambito di musica pesante. Rulebreaker è il titolo numero undici della produzione del gruppo ed è stato salutato con grande favore dalla critica di settore, ragione per cui mi sono lasciato convincere a dargli una chance.
Beh, premesso che dentro i solchi di Rulebreaker trovi esattamente quello che ti aspetti, bisogna ammettere che a volte la minestra riscaldata, se preparata con passione e competenza, può rappresentare un piatto che dà conforto. 
Così pezzi come la title track, The end is near, Bullets and tears, The devil in me, al pari dell'unico lento The sky is burning, riescono, seppur nella loro traettoria prevedibile, ad avere dignità e ragion d'essere,  mentre, ad esempio, la lunga suite power metal We walk without fear risulta, almeno alle mie orecchie, eccessivamente indigesta.

Una breve vacanza in lidi metal che di norma non frequento.

giovedì 28 aprile 2016

Signs




Di norma non è che mi servano tutti questi stimoli per attivare i ricettori di memoria e cercare sullo scaffale dischi dimenticati o accantonati, per una ripassatina. Stavolta però le forze occulte hanno congiurato tutte insieme, intercciandosi in pochi giorni su diversi livelli, per farmi tirare giù dalla mensola Bob Marley. Il primo invito mi è arrivato dalle pagine della biografia dei Led Zeppelin da poco recensita, dove si riportava come, durante il tour americano del 1973, la band, nei momenti di riposo dai concerti, faceva girare senza soluzione di continuità sullo stereo Burnin'. Il secondo segnale è giunto attraverso il televisore, attraverso l'episodio 1x8 di Vinyl, la serie co-prodotta da Scorsese e Jagger sull'industria musicale della Grande Mela durante i settanta, in una sequenza in cui vediamo (attori impersonare) i Wailers sul palco del Max's Kansas City sempre nell'anno di grazia '73. Buon ultimo l'incolpevole mio figlio al quale, durante una gita scolastica a Verona, è stato regalato da un venditore ambulante un braccialetto dai tipici colori rasta accompagnato dalla frase: "questo è il braccialetto di Bob Marley!".
Non mi sono dovuto neanche scomodare, è stato come se i ciddì dalla mensola siano spontaneamente venuti a me nella mia selezione preferita, quella cioè che considero la migliore triade di lavori mai prodotta da Marley e soci: Catch a fire; Burnin' e Natty Dread.
Vorrei dilungarmi sulla magia racchiusa in questi solchi, sulle contaminazioni tra reggae e funk, errebì e attitudine rock, amore, religione e militanza politica, ma non è questo lo scopo del post. Magari un'altra volta.

lunedì 25 aprile 2016

Ben Harper and The Innocent Criminals, Call it what it is

 http://www.deejay.it/wp-content/uploads/2016/02/91hPFbgpIML._SL1500_.jpg

A volte, almeno per il sottoscritto, i giudizi sui dischi vengono condizionati anche dalla voglia che si ha, in quel preciso momento, di ascoltare quel preciso artista. 
Ecco, da questo punto di vista la nuova release di Ben Harper è giunta al momento più opportuno, perchè il desiderio di ascoltare nuovo materiale del musicista californiano era giustappunto molto elevato.
Ero favorevolmente predisposto, dunque? Molto probabilmente sì, ma Harper c'ha messo del suo per incoraggiarmi, rimettendosi insieme  agli storici sodali The Innocent Criminals a nove anni dall'ultima volta e realizzando probabilmente il suo miglior disco full band 
(escludendo quindi le collaborazioni con altri artisti) dai tempi di Diamonds on the inside del 2003 (non il massimo ma la tetralogia di lavori precedenti è inarrivabile).
Call it what it is non sorprende per contenuti stilistici: siamo infatti al cospetto del consueto sfoggio di amore per la buona musica di Harper, che spazia disinvoltamente dal soul al funk al blues al reggae al rock  di matrice rigorosamente vintage. Quello che ritroviamo invece nell'album è il ritorno della migliore ispirazione e da un buon songwriting ad accompagnare le composizioni. 
A molti per esempio non è piaciuta la traccia d'apertura When sex was dirty, che io trovo invece incisiva e accattivante proprio il suo essere rozza e un pò ignorante. Per le stesse ragioni mentre guido vado di headbangin consapevole mentre ascolto Pink ballon, l'unico altro pezzo della raccolta che viaggi su coordinate hard-rock seventies.
Il resto del disco gira su atmosfere più dilatate, che siano convincenti ballate come Deeper and deeper; Dance like fire o Goodbye to you, oppure folk-blues in punta di slide come All that grown o fascinazioni reggae quali Finding our way.
Il punto è che l'insieme delle undici composizioni regge bene l'urto dei ripetuti ascolti e rimette credibilmente in pista un artista che per la verità non si è mai fermato, ma la cui ispirazione serviva probabilmente la spinta del giusto propellente, qui garantito dall'apporto degli Innocent Criminals.

lunedì 18 aprile 2016

Stephen Davis, Il martello degli dei


Stephen Davis pubblica Il martello degli dei nel 1985, a pochi anni dallo split definitivo della band, avvenuto nel 1980 subito dopo la prematura (ma ampiamente annunciata, in considerazione dello stile di vita) dipartita del batterista John Bonham (25/09/1980).
Ancora oggi questo tomo, più volte ristampato e leggermente aggiornato, è considerato tra le testimonianze più autorevoli e attendibili della incredibile storia del dirigibile pesante.
 
Essendo cresciuto musicalmente nel mito degli Zep dei in terra,  l'ho trovato una lettura molto istruttiva e a tratti anche sorprendente, vista la nitida fotografia che Davis riesce a fare degli anni d'oro (1969/1975), quando la band apparteneva esclusivamente a ragazzini in età di high school e riempiva, progressivamente, prima i piccoli clubs e poi gli stadi, ignorata, e spesso vituperata, dai media e dai magazine musicali (la "bibbia del rock" Rolling Stone in primis).
Questo aspetto, e la frustrazione che esso determinava in Page e Plant, è probabilmente l'elemento che più d'altri ho faticato ad elaborare, a fronte della sacra abbacinate aura che circondava il gruppo per quelli che, come la mia generazione, sono arrivati tardi per goderne le gesta.
 
Così come stupisce (anche se non dovrebbe, tutto sommato) il trattamento riservati agli Zeppelin con l'avvento del punk nella seconda metà dei settanta: la band è infatti infilata nel calderone dei gruppi boriosi e inutilmente prolissi, da rottamare in nome delle canzoni da tre accordi suonati male  ma velocemente e dell'urgenza comunicativa delle nuove leve.
Molto più prevedibili (nel senso che non se ne può fare a meno) sono le cronache delle scorribande dei quattro nel corso delle infinite turnè: i televisori che volano giù dalle finestre, le camere d'hotel distrutte, le orge, la coca e l'ero, le liason al limite della pedofilia di un Jimmy Page quasi trentenne che si accompagna con ragazze adolescenti, la violenza del servizio d'ordine della band (guidato dal tour manager Richard Cole che alla fine dei settanta si farà anche un periodo di detenzione a Regina Coeli a Roma, per possesso di droga) e soprattutto, il ruolo centrale del manager Peter Grant, figura anch'essa mitologica nella storia dei Led Zeppelin.
Come spesso mi accade con le biografie musicali, ho accompagnato l'avanzamento della storia con l'ascolto parallelo dei dischi oggetto di analisi. Prima gli Yardbirds quindi, poi gli album dei Led Zeppelin, dall'esordio a Coda, in un crescendo emotivo pienamente soddisfacente che consiglio a tutti i musicofili.

venerdì 8 aprile 2016

Haggard's easin' my misery

Merle Haggard, 06/04/1937 - 06/04/2016

merle-haggard

"And I'm drinkin some George Jones
And a little bit of Coe
Haggard's easin' my misery
And Waylon keepin' me from home
 
Hank's given' me those high times
Cash is gonna singin' low
And I'm here gettin wasted
Just like my country heroes"
 
(Hank III, Country heroes)



martedì 5 aprile 2016

Austin Lucas, Between the moon and the midwest

 http://forthecountryrecord.com/wp-content/uploads/2016/02/Austin_Lucas_BTMATM_Cover_sm__16948.1453181823.1280.1280.jpg

Nel mio personalissimo universo di personaggi minori, underdogs, outsiders e losers musicali, Austin Lucas occupa un posto di tutto rispetto. E non potrebbe essere altrimenti, vista la particolarissima storia di questo artista dal faccione rotondo, natio dell'Ohio, che si è però fatto le ossa suonando la musica probabilmente più americana di tutte (il country) nella vecchia Europa, più precisamente in Repubblica Ceca.
Oggi Austin può guardare molte star affermate dall'alto di una gavetta durissima che ha superato la boa dei dieci album, festeggiati con questo Between the moon and the midwest: consueta (in senso positivo) raccolta di perfette melodie, chitarre honky tonk e raffinate armonie vocali.
Perciò è solo momentaneo il disorientamento provocato dall'incipit rumorista della prima traccia Unbroken hearts, che si scioglie subito in un tripudio di chitarre jingle jangle propedeutiche ad accompagnarci dentro le inconfondibili atmosfere ariose dei grandi spazi del midwest, riproposte anche nella successiva Ain't we free.
Sono luoghi armoniosi e sognanti i mondi musicali nei quali ci conduce Lucas, perfettamente a suo agio nel bilanciare ballate movimentate (Wrong side of the dream), e scarni pezzi acustici (William) con trascinanti esempi di country 'n' roll (Call the doctor).
Insomma, una conferma, l'ennesima, della bravura di questo artista così lontano e così vicino alla scena tradizionale del cuore degli USA.


Post precedenti:

AUSTIN LUCAS, A new home in the old world

AUSTIN LUCAS, Stay reckless

giovedì 31 marzo 2016

MFT (Monty's Favorite Tunes), marzo 2016


ASCOLTI

Joe Bonamassa, Blues of desperation
Rolling Stones, Tattoo you
Thin Lizzy, Black Rose
Brian Fallon, Painkillers
Steel Panthers, Live from Lexxi's mom garage
Austin Lucas, Between the moon and the midwest
Led Zeppelin, Physical graffiti
Iggy Pop, Post pop depression
REM, Out of time
Elio e Le Storie Tese, Figgatta de blanc
Venom, Black metal

In arrivo

Sturgill Simpson, A sailor's guide to earth
Hayes Carll, Lovers and leavers

Monografie

Eagles
Dream Theater (1992/2002)

VISIONI

House of cards, 4
In Treatment, 2
Le regole del delitto perfetto, 2
Vinyl
The Walking Dead, 6
The Sopranos, 6

LETTURE

Stephen Davis, Il martello degli dei

martedì 29 marzo 2016

Daredevil, stagione uno


Se sul versante cinematografico si può tranquillamente affermare che la Marvel abbia asfaltato la DC Comics con una scarica di produzioni che neanche un attacco di dissenteria dopo un'indigestione di impepata di cozze avariate, nel campo delle serie televisive la casa di Batman e Superman si è invece mossa bene e in anticipo, prima con il buon successo di Smallville e Lois & Clark, e più di recente con Arrow e The Flash. La multinazionale dell'intrattenimento, creata da Stan Lee ed oggi di proprietà del gruppo Disney, non poteva che rispondere adeguatamente all'offensiva degli eterni rivali e così, dopo aver lanciato The Shield (giunto alla terza stagione), ha cominciato ad occuparsi dei super-eroi, privilegiando ovviamente quelli calati nella realtà urbana, con produzioni quali Agent Carter; Powers; Jessica Jones (lanciate nel 2015) e Luke Cage; Iron Fist; The Defenders (in arrivo nel corso di quest'anno).
Nel 2015, su Netflix, è partita anche la prima di Daredevil (noto in Italia come Devil), super-eroe cieco creato insieme alla prima ondata di characters nei primi sessanta dalla fantasia di Lee e Kirby e dalle matite di Bill Everett, ma che nel corso degli anni ha beneficiato dello stile acido e visionario di Gene Colan e di quello crudo e inconfondibile di Frank Miller.
Proprio nella saga di Hell's Kitchen del disegnatore (e autore), tra gli altri, di 300 e Sin City, trova ispirazione questo Daredevil televisivo (che succede a quello cinematografico del 2003 con protagonista lo stesso Ben Affleck che oggi veste il costume di Batman) che si avvale di un ottimo cast composto da Charlie Cox nel ruolo di Matt Murdock/Devil; Vincent Onofrio nei panni di un tormentato ma spietato Richard Fisk/Kingpin; Rosario Dawson in quelli di una coraggiosa infermiera e David Carradine nel panni dell'insegnante di arti marziali del giovane Murdock.
Per dodici dei tredici episodi complessivi la serie è davvero notevole nel ricreare l'ambientazione decadente e oscura di questo quartiere violento e degradato di New York: trama, dialoghi e personaggi di contorno (da uno spettacolare Elden Henson/Foggy Nelson socio di Murdock ad un Vondie Curtis-Hall/Ben Ulrich che, benché gli venga cambiato il colore della pelle  - da bianca a nera -  rispetto ai fumetti, incarna egregiamente lo spirito del giornalista di denuncia) si avvicinano al paradiso delle trasposizioni da strips a piccolo schermo, salvo poi, nell'ultimo episodio, sbracare clamorosamente nei peggiori cliché del genere.
 
La già annunciata seconda stagione partirà a giorni e si avvarrà  della partecipazione di Elektra (interpretata da Elodie Yung) e, soprattutto, The Punisher (Jon Bernthal, di recente visto di The wolf of Wall Street e Show me a hero, ma che tutti ricordiamo bene come amico/rivale di Rick Grames in The Walking Dead).

lunedì 21 marzo 2016

Resurrection Kings, self titled

 http://assets.blabbermouth.net.s3.amazonaws.com/media/resurrectionkingscoverartwork.jpg

Cosa succede se mettete nello stesso studio di registrazione Vinny Appice (batteria, ex, tra gli altri di Black Sabbath/Heaven and hell e Dio), Craig Goldy (chitarra, ex Dio) Chast West e Sean McNabb (voce e basso, ex Lynch Mob)? Vi concedo un aiutino: non viene fuori un disco di musica elettronica.
I quattro dinosauri del classic hard rock tirano ovviamente fuori un album sapientemente orientato all'adult oriented rock che si dipana attraverso dieci episodi con il solo difetto di essere pubblicati nel 2016 e non nel 1986.
Ma a parte questo trascurabile dettaglio, già dallo sparo del via, rappresentato da Distant prayer, i nostalgici del genere avranno di che gioire grazie ad un'architettura sonora che è come una finta di Robben: tutti sanno che andrà quasi sempre dalla stessa parte (nel caso del calciatore del Bayern a sinistra), e ogni volta il gesto tecnico risulta comunque ubriacante.
Certo, per fare un paragone di luminari del genere ancora in pista, non siamo ai livelli d'eccellenza ad esempio dei Chickenfoot di Sammy Hagar, ma vi garantisco che queste arzille cariatidi sanno il fatto loro e lo dimostrano riversando dagli altoparlanti un sound coeso, pulito e massiccio, unito a composizioni non certo miracolose ma dannatamente efficaci come, oltre all'opener,  Who did you run, Had enough o la conclusiva What you take.

Never surrender.

lunedì 14 marzo 2016

Metallica, Load (1996)

 http://www.rockgarage.it/wp-content/uploads/2012/05/Metallica-Load.jpg

C'era una collana di albi Marvel dal titolo What if: non era dedicata ad un solo personaggio, ma ospitava a rotazione i diversi eroi della casa editrice. La sua particolarità era quella di partire da uno spunto passato delle storie del super dudes di turno e fargli prendere una piega differente da quella decisa dagli sceneggiatori nelle serie regolari. Essendo fuori dalla rigida continuità Marvel, ovviamente gli autori avevano mano completamente libera, e questo a volte gli permetteva di creare storie meno liturgiche e più coraggiose, originali ed imprevedibili.
I metallica, dopo il successo strabordante del black album del 1991 e dell'infinito tour che l'ha seguito (quattro anni per quasi trecentocinquanta concerti) hanno cominciato a chiedersi da che parte la carriera della band avrebbe dovuto andare. L'evoluzione naturale del brand, che si era affermato in ambito metal come nome tutelare del thrash, ma che aveva esordito con un album che molto doveva al punk rock e che con ...And justice for all aveva esplorato altri lidi musicali, dalle parti del prog, non poteva essere fermata.  
L'operazione allontanamento (quasi) definitivo dalle proprie origini avvenne da ogni punto di vista. Prima ancora che da quello musicale fu tutto quanto atteneva all'aspetto esteriore del business a lanciare segnali abbastanza inequivocabili, già a partire dall'artwork del nuovo disco, con lo storico logo del nome, per la prima volta accantonato in favore di un carattere più anonimo, con giusto un richiamo al passato nella prima e ultima lettera.  All'interno del corposo booklet del CD James, Kirk, Lars e Jason si fanno ritrarre in pose gaudenti e scherzose, manco fossero i Backstreet Boys, così come nel retro di copertina sfoggiano tutti capelli corti, giacche alla moda e camicie variopinte. Anche la copertina del disco abbandona i classici stilemi della band. Quello che all'apparenza sembra un disegno di fiamme su fondo nero è invece un'opera dell'artista Andres Serrano che per realizzarla ha usato sangue di bovino e proprio sperma inseriti  tra due fogli di plexiglass. Avanguardia artistica, insomma.

In tutto questo la musica non ha subito la stessa drastica trasformazione. Load non è certo un album pop, ma piuttosto un esempio di robusto rock con meno grugniti da parte di Hetfield e più influenze blues, più varianti chitarristiche, più melodia (non che sia mai mancata nei dischi dei Tallica) e in generale un atteggiamento più adulto verso le composizioni. 
Così se Ain't my bitch deve ancora molto all'arena sound modello black album e Until it sleeps potrebbe essere uno scarto dello stesso disco, le tracce 2 x 4 e The house Jack builds rendono invece bene il nuovo corso. In questo continuo altalenare tra tentazioni di fare un "black album II" e di spiccare il volo verso nuovi e artisticamente più appaganti lidi, probabilmente la seconda parte del lavoro riserva le maggiori soddisfazioni, con una Poor twisted me rallentata e cattiva, una Mama said delicata e introspettiva, una Thorn within candidamente doom e una Ronnie sorretta da un semplice ma efficace riff blues.
Ad ascoltarlo con maggiore serenita vent'anni dopo la sua pubblicazione, Load non diventa certo un capolavoro, ma di certo recupera più di un punto rispetto alle frettolose e adolescenziali  valutazioni da fan deluso dell'epoca. 
Soprattutto sovviene l'amara considerazione che questi siano stati gli ultimi Metallica genuini, quelli che hanno tentato di crescere e diventare adulti, evolvendo il proprio sound. Già con Reload, dell'anno successivo, cominceranno la retromarcia, fino a ritirarsi del tutto da ogni velleità con l'insincero St Anger e con Death magnetic, per i quali Hetfield ha tolto dalla naftalina il gilerino di pelle con le toppe di bands del sottobosco metal che probabilmente non ascolta più da un secolo, ma che ancora oggi, a cinquantasei anni, porta sui palchi di tutto il mondo.

Insomma, cosa sarebbe successo (what if) se i Metallica avessero avuto l'onestà e l'ardire di proseguire nel loro processo di allontanamento dai clichè del metal purtroppo non lo sapremo mai e la risposta può solo essere materia di suggestive ipotesi di fiction.

lunedì 7 marzo 2016

MFT, gennaio e febbraio 2016

Fino a qualche mese fa questa autocompiacente rubrichetta è stata un appuntamento mensile fisso del blog (il counter segna a tal proposito novantaquattro post, il che significa quasi otto anni di pubblicazioni).
Non c'è una ragione particolare per la quale ho smesso di scriverla e postarla, semplicemente non avevo particolari stimoli per farlo. Nel rimetterla in pista voglio approfittarne per togliermi un peso dalla coscienza. Da quando ho iniziato con questo blog (e a dicembre saranno dieci anni) mi sono dato il rigoroso impegno di non copiare mai da altre fonti. Vale a dire che ogni singola parola che ho scritto in tutti questi anni, interessante o banale che fosse, è stata esclusivamente farina del mio sacco. Unica grande eccezione proprio il titolo di questi post seriali, evidentemente sottratto all'omonima rubrica della rivista Buscadero. Per questa ragione, nel tempo che mi separa da qui al prossimo appuntamento mi sforzerò di trovare un significato diverso e più personale all'acronimo MFT (My Favorite Things). Si accettano suggerimenti.

ASCOLTI

Metallica, Load
Artisti Vari, God don't never change: the songs of Blind Willie Johnson
Spidergawd, III
The Cult, Hidden city
Fat White Family, Songs for our mothers
Resurrection Kings, self titled
Megadeth, Dystopia
Tom Petty, Wildflowers

Monografie:

Led Zeppelin
Eagles
Warren Zevon

VISIONI

House of cards 3
Le regole del delitto perfetto 2
In Treatment 2
Billions
Vinyl
The Walking Dead 6

LETTURE

Stephen Davis, Il martello degli dei