giovedì 19 novembre 2009

Talk to me

Sto facendo un corso di formazione sulla negoziazione. Si respira un'aria, buona, pulita, ottime vibrazioni.
I due docenti, davvero bravi, insegnano il valore civile della negoziazione e soprattutto quali sono gli elementi principali che la compongono.
L'ascolto, l'immedesimazione nella controparte. Il rispetto e il riconoscimento delle diversità. Un atteggiamento proposivo. La ricerca di una mediazione anche attraverso la socializzazione delle rispettive informazioni. Il rispetto, gente. Il rispetto di chi è li a discutere con te e ha lo stesso tuo diritto a farlo.

Caaaspita. Mi sono fermato a pensare a cosa sono normalmente le mie riunioni sindacali. Tra tiri sporchi, colpi sotto la cintola, urla, prevaricazioni, spesso nessun risultato apprezzabile.

Ho pensato anche alle tribune televisive. Momenti di approfondimento trasformati in ring di wrestling dove il copione è già scritto. Si distrugge la posizione dell'avversario, invece di argomentarne una propria. Non si permette all'avversario di esprimersi. Se proprio butta male si si applica la legge Sgarbi. Si urla cioè una frase a ripetizione, fino a che quell'altro non si arrende e smette di parlare. A certa gente probabilmente fanno corsi al contrario: come NON negoziare con gli altri.

In effetti, chi è che ascolta veramente quello che hai da dire, se dissente da te?
Chi è che si immedesima nella tua posizione, per facilitare la comunicazione?
Chi è che, trovandosi in una posizione di potere, media con te?
Chi è che si sforza di davvero capire?

C'è da dire che è una faticaccia, eh. Io stesso, passata la fascinazione di queste lezione me ne dimenticherò già alla prima occasione in cui dovrei invece metterle in pratica.
E' per questo che ho scritto il post.
Come promemoria.

martedì 17 novembre 2009

Un'ottima annata

I Cheap Wine sono il classico esempio di gruppo italiano per il quale il commento più abusato dalla critica è che ha la sfortuna di "essere nato nel posto sbagliato".

Marchigiani di Pesaro, i ragazzi, attivi ormai dal 1997, fanno infatti un rock molto americano, legato all'inizio al cosiddetto Paisley Sound che ha visto nei Dream Syndicate e nei Green on Red (la ragione sociale della band deriva proprio da una traccia contenuta nel loro, seminale, Gravity Talks) gli esponenti di maggior peso del movimento. Poi però allargano i loro orizzonti abbracciando tutto il sound classico dei grandi d'oltreoceano. Riferimenti d'obbligo Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen (non nello stile, ma piuttosto in certe magniloquenze).

Come da solida tradizione anglosassone, l'ossatura della band è formata da dua fratelli, Marco (voce e chitarra) e Michele (straordinario talento chitarristico) Diamantini, che nel corso degli anni sono stati coadiuvati sempre dagli stessi collaboratori, fino alla recente rinuncia dello storico drummer e disegnatore di tutti i loro artwork, Francesco Zanotti, sostituito nel 2008 da Alan Giannini.

Al commento iniziale ci sarebbe da aggiungere probabilmente che, oltre ad essere nati nel posto sbagliato per il rock and roll, sono anche nati nel momento sbagliato per suonarlo.

La loro musica è infatti meravigliosamente fuori da ogni moda, non sono, per dire, i Lacuna Coil, che, bravi e scaltri, si sono saputi ritagliare uno spazio nel gothic/pop metal, questi qui davvero suonano cose e temi da dinosauri. Il che, se per me è splendido, non si può dire che lo sia anche per il music buisness. Ma loro giustamente se ne fregano e vanno avanti per la loro strada. Questa è la loro musica, è questo sangue che scorre nelle loro vene. In più di un decennio hanno macinato chilometri e concerti, fino a raggiungere una maturità e un modo di stare sul palco invidiabili per moltissime band italiane.

Personalmente li avevo persi di vista dopo quell'eccellente lavoro (esaurito, di recente in ristampa) che risponde al nome di Ruby Shade, li ritrovo oggi con il nuovo Spirits.

In questa ultima release li ritrovo meno elettrici e meno orientati a veloci fughe chitarristiche e pezzi nervosi, ma più concentrati sulle chitarre acustiche, sul basso usato come contrabbasso, su di una musica che si lancia senza timore verso grandi spazi aperti.

Un sound che vedrei bene come soundtrack di un film ambientato nelle periferie degli stati del sud degli USA, lunghe strade che si percorrono solo per viaggiare, non per giungere a destino.

Affascinanti ballate acustiche suonate sul filo della voce di Marco (Just like animals), nervosi blues (Leave me a drain; The sea is down), brevi strumentali (Alice).
Nella traccia sei (La buveuse) trova collocazione, in maniera spontanea e in giusta misura, anche una tromba.

Spirits contiene inoltre due cover, una di Bob Dylan, Man in a long black coat e Pancho and Lefty, il pezzo più noto (oggetto di attenzione anche da parte di Steve Earle, quest'anno) del compianto Townes Van Zandt, entrambi i brani sono proposti con rispetto, ma in pieno stile Cheap Wine.

Avendo perso degli episodi della discografia del combo, non so se è lecito parlare o meno di disco della maturità. Di certo è una prova ampiamente positiva. E' bello sapere che c'è gente dalle nostre parti che non molla, non si svende e continua a fare ciò che più gli aggrada, in campo artistico. Dell'ottimo folk/rock/blues nel caso specifico dei fratelli Diamantini.



lunedì 16 novembre 2009

MFT, novembre 2009


ALBUM


Foo Fighters, Greatest hits
Il Teatro degli Orrori, A sangue freddo
Cheap Wine, Spirits
Steve Earle, Townes
Mr Big, Back to Budokan
Eels, Hombre Lobo
Bruce Springsteen, Hammersmith Odeon - London 75
Pearl Jam, Backspacer
Spandau Ballet, Once More
The Gossip, Music for men
Them crooked vultures, omonimo
Cò Sang, Vita bona
Rammstein, Liebe ist fur alle da
Paradise Lost, Draconian Time







PLAYLIST

A selection of the greatest 100 hard rock songs

LETTURE


Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta
Giorgio Scebranenco, Racconti neri



VISIONI


Flashforward, stagione uno
Dexter, Stagione tre
The Shield, stagione sette

domenica 15 novembre 2009

I migliori della vita, 10



Miles Davis, A Kind of Blue, 1959





Merda. Come si recensice un disco jazz? Come si descrivono le note che escono dalle casse dello stereo, le figure geometrice formate dalla coesione degli strumenti, le mille sfumature del genere? Figuriamoci, già annaspo con le definizioni per le canzonette. Tra l'altro qui sono di fronte ad un masterpiece assoluto. Non si può fare, non ne sono capace. Però non posso nemmeno deletare dalla lista dei migliori della vita Kind of blue per manifesta incapacità. Vabbeh, come viene viene. Questa, più che una recensione classica sarà una serie di considerazioni, impressioni, di ricordi, di emozioni e percezioni legate al Disco e al suo leggendario autore, Miles Davis.

Provo a partire dall'inizio. Mi ha sempre affascinato la figura di Miles. Ancor prima ancora di aver ascoltato una sola nota uscire dalla sua tromba, intendo. Non lo so, lo vedevo raffigurato in immagini d'epoca e mi sembrava un dio. Bello, fiero e potente, mai un'incertezza nello sguardo. Poi i racconti di qualche amico su di lui, le sue imprese, le sue bravate, il suo orgoglio, la sua superiorità.
Bene, sono ancora a digiuno della sua musica quando mi immergo nella sua autobiografia (minimum fax, 500 pagine, consigliata) e la divoro. Prima ancora di terminarla però compro A kind of blue.

Ora, io credo di essere una delle persone al mondo meno predisposte al jazz, alla musica non cantata in generale. Al netto di qualche autorevole eccezione sono fatto per i brani dalla struttura classica " strofa ritornello ponte ritornello", e possibilmente dotati di una buona cantabilità, per cui la sola idea di mettermi lì con una roba pesa mi provocava psoriasi diffusa su tutto il corpo.
Con A kind of blue invece...Beh è come aver avuto come ideale di donna solo quello di bionde maggiorate, e innamorarsi, di colpo e perdutamente di un'esile mora.

Un disco fantastico, realmente magnetico, ipnotico. Non cosa sia che ti prende e non ti molla in queste note, se la scala musicale modale adottata dal gruppo, la successione degli accordi o il mood, cazzo, davvero non lo so. Ma ricordo chiaramente le sere d'inverno in cui tornavo tardi dal lavoro a turni e restavo sotto casa ad ascoltarlo perchè proprio non ce la facevo a spegnere l'autoradio. O le volte in cui, ascoltando la traccia numero uno, So what, sono caduto in una sorta di stato catatonico, perso dietro al riff iniziale, smarrito e poi riacciuffato non si sa come per tutti gli oltre nove minuti di durata della composizione, da parte della band.
Oh, la mia condizione era indotta solo dalla musica, senza l'ausilio di sostanze stupefacenti, è bene sottolinearlo.

Merito del genio di Davis e della sua tromba, certo. Ma è difficile prescindere dal personnel che si muoveva al suo fianco, a partire da John Coltrane al sax tenore: monumentale, colossale, eroico. Per passare ad un altro genio del sax alto, Julian "Cannonball" Adderley. Poi Bill Evans al piano, Paul Chambers al basso, Jimmy Cobb alla batteria e Wynton Kelly al piano.

Solo cinque pezzi nell'edizione originale, oltre alla già citata open track, Freddie Freeloader, Blue in green, All blues e Flamenco Sketches. Solo cinque composizioni ma tanta, tanta roba.
Una roba che rasserena, riappacifica tutti i conflitti interiori, rimette al mondo. Un disco che migliora le persone. Fa progredire le civiltà.

A kind of blue detiene per me anche un altro record. Oltre ad averne acquistato l'edizione in vinile dopo quella in cd, è senza dubbio il ciddì più regalato in assoluto nella mia esistenza. Ricordo che di recente una grossa catena di elettronica l'aveva messo in vendita ad una cifra irrispettosa, e io, beh, credo di averne prese 4-5 copie, che nel frattempo ho piazzato tutte agli amici.

C'è anche da dire che, dopo aver mandato praticamente a memoria quest'opera superiore, pensavo di essere "culturalmente" pronto per il jazz, e perciò ho provato a buttarmi su decine di titoli, incredulo e estasiato per aver trovato dopo tanti anni un nuovo pozzo di San Patrizio da saccheggiare.

Con mio sommo dispiacere (vuoi mettere vendersi come appassionato e conoscitore di jazz invece che degli Spands?!?), devo invece riconoscere che, tolto qualche altro esito positivo grazie a gente come Charlie Parker, John Coltrane, Charle Mingus, Duke Ellington e una manciata di lavori, fondamentali all'umanità al pari della pennicillina, quali A love Supreme, My favorite things, Mingus Ah-Um, April in Paris, e ulteriori pilastri della musica di Miles, come Birth of the cool, In a silent way, Bitches Brew e On the corner, il jazz non è riuscito a fare breccia definitiva nel mio cuore di buzzurro musicale.
Non ho rinunciato definitivamente, così come non ho rinunciato a capire Frank Zappa, ma per ora me ne sono fatto una ragione.

So già cosa direbbe a proposito Miles, seduto serafico sul suo sgabello a lucidare amorevolmente la tromba. Non alzerebbe nemmeno lo sguardo, si limiterebbe a muovere impercettibilmente le labbra, sentenziando: -"Take it easy man, less is more"-.


giovedì 12 novembre 2009

Everybody needs a good P.R.




Hancock (Will Smith) è uno dei tanti reietti della metropoli losangelina. Vive quasi da homeless, beve, e tira a campare. Già, ma Hancock è anche dotato di incredibili poteri che lo rendono industruttibile a qualunque impatto o arma da fuoco, che gli permettono di volare e gli conferiscono una forza sovrumana.
Per fortuna di tutti ha scelto la strada del bene e non quella del crimine, però il suo servizio all'umanità il più delle volte, a causa del suo costante stato di ebrezza, causa più danni che benefici. Per questo l'eroe è detestato da tutta la comunità, e il suo arrivo sulle scene dei crimini è sempre accolto da fischi e urla di disapprovazione. Almeno fino a quando si imbatte, salvandogli la vita a modo suo, in Ray Embray(Jason Bateman), pierre romantico e sognatore, che gli insegnerà letteralmente a stare al mondo, e in sua moglie Mary (Charlize Theron).

Produzione anomala nel panorama supereroistico americano, Hancock nasce da un buono spunto, non originalissimo per i comic book, ma abbastanza innovativo per il cinema. Will Smith si cala bene nel personaggio e sopratutto la prima parte del film è abbastanza divertente. Poi però a mio avviso la sceneggiatura non riesce a dare un canone preciso alla storia. Si passa infatti da quelle che potrebbe essere quasi una parodia dei super-eroi, ad una vicenda in stile highlander a sviluppi eccessivamente drammatici della storia.

Se la produzione avesse optato per un genere più definito, a mio avviso il film ne avrebbe guadagnato, rispetto ad un tentativo di tenere in equilibrio toni tra loro opposti che in questo ambito non riescono ad armonizzarsi. Soprattutto io avrei utilizzato il taglio dato al personaggio per sviluppare aspetti del genere supereroistico non permessi per ovvie ragioni ai personaggi ufficiali dei fumetti, ma che sarebbe stato divertente approfondire con un character così particolare.

La sufficienza ad ogni modo la raggiunge, ma nel filone "intrattenimento con la spina del cervello staccata" .


P.S. Segnalo una battuta, forse l'unica davvero azzeccata del film, Ray viene presentato al consiglio d'amministrazione di una grande azienda come il Bono dei pierre, lui sorridendo replica che: - in realtà Bono è il Bono dei pierre...-


Get on the (piedi)bus

Oggi, approfittando dell'influenza che fino a domani mi terrà a casa, per la prima volta ho accompagnato Stefano all'asilo con il Piedibus.

Per chi non sapesse cos'è, si tratta di un "servizio" organizzato dal comune e gestito o dai genitori o da volontari (in genere pensionati) in cui si raccolgono i bambini di uno stesso quartiere che frequentano elementari e/o asilo e tutti insieme si raggiunge, a piedi, l'istituto scolastico.

Nel nostro caso venivano consegnate ai bambini anche delle bellissime pettorine colorate, che i bimbi indossavano con orgoglio.
E' stata un'esperienza piuttosto semplice, ma divertente e di coinvolgimento.

Utile sopratutto in previsione di quando Stefano sarà più grande, e in grado di prendere questo colorato e vociante "mezzo di trasporto" da solo.

mercoledì 11 novembre 2009

Paste Magazine: i migliori venti degli zero

Non conosco Paste Magazine, però anche loro hanno fatto una bella lista del meglio della decade. Una domanda di metodo: ma la decade si chiude nell'anno nove o in quello zero? Mah. Intanto beccatevi anche questa (ma anche no, ovviamente).

20. The National, Boxer
19. Beck, Sea change
18. Amy Winehouse, Back to blak
17. Kanye West, The college dropout
16. Rufus Wainwright, Want one
15. Patti Griffin, 1000 kisses
14. The strokes, This is it
13. Josh Ritter, The animal years
12. Spoon, Kill the moonlight
11. The Hold Steady, Boys and girls in America
10. M.I.A. , Arular
9. The Avett Brothers, I and love and you
8. OutKast, StanKonia
7. Gillian Welch, Time
6. The White Stripes, Elephant

5. Bright Eyes, I'm awake, It's morning
4. Radiohead, Kid A
3. Arcade Fire, Funeral
2. Wilco, Yankee Hotel Foxtrot
1. Sufjan Stevens, Illinois

lunedì 9 novembre 2009

Lucerna, Tennesse / parte due di due

qui la prima parte


Parlando di abbigliamento, impossibile non notare la “divisa” da concerto di Hank, dato che sembra un residuato bellico di una battaglia agli inferi, composta com’è da consunti pantaloni tipo militare e gilet lacero, il tutto tenuto letteralmente insieme da toppe e da grosse spille da balia. Vorrei vederlo, Williams III, a smadonnare mentre si infila e si sfila quei pants, ogni dannata sera, in camerino.





Esaurita questa disquisizione estetica torno a bomba alla musica. Ebbene, per restare in ambito country e usare un'opportuna metafora, la prima parte dello show sfrigola via facile come il burro su una padella rovente. Grande spazio all’inizio dello spettacolo ai brani di Straight to hell, che alla fine sarà il disco più rappresentato del concerto, stracciando per nove canzoni a quattro l’ultimo (che in teoria avrebbe dovuto essere ancora in promozione) Damn right rebel proud.

Non c’è un attimo di respiro, brevi presentazioni introducono i pezzi, che per il resto filano via senza soluzioni di continuità. Thrown out of the bar, I don’t know, Pills i took, Crazy country rebel colpiscono diretto in faccia, solo che invece di farti sanguinare ti caricano di adrenalina. All’inizio non oso nemmeno scattare foto, troppo è il timore di perdere anche un solo momento dello spettacolo. Arriva l’epica My country heroes e finalmente il ritmo si abbassa un po’. Si respira, cercando aria fresca alzandosi sulle punte dei piedi, ma senza mai smettere di cantare.

Va tutto magnificamente anche se l’uomo di Nashville (solo per nascita, non per scelta) non sta bene, una dannata influenza ed un fastidioso mal di gola lo stanno tormentando da giorni, tant’è che, a discapito del tema droga/alcool, elemento principe delle sue canzoni, lo vedo bere solo acqua, tè caldo e spruzzarsi in gola una spray (immagino) lenitivo. Si scuote un po’ solo quando accetta l’insistente offerta di una suadente mora in prima fila di fare un tiro dal suo joint. Come nella famosa foto in bianco e nero che gira in rete, Hank si avvicina e aspira a pieni polmoni. Più per scena che per desiderio, secondo me. Ma tant’è.

Dopo una decina di pezzi arriva il momento, inaspettato ma esaltante, in cui sale sul palco come co-vocal, l’amico nonchè singer degli Hellbilly e degli Assjack, Gary Lindsey.
E’ in iniziative artistiche come questa che sta principalmente il cambiamento che Williams terzo sta portando nel business della country music, una piccola rivoluzione che infiamma e indigna allo stesso tempo critica e pubblico: la contaminazione tra il metal e un genere come il country , sopravvissuto più o meno indenne da decenni in cui invece gli altri canoni si sono intrecciati, innestati, accoppiati tra loro, conferendo longevità e nuova linfa a quel calderone popolare che chiamiamo per semplicità rock and roll.

Gary è dotato di una voce cavernosa che all’occorrenza apre al growling, ed è incredibile quanto il suo utilizzo faccia bene al sound complessivo della band, soprattutto nei pezzi più oscuri.
Three shades of grey, brano dell’ultimo album che consideravo minore, diventa grandioso, con le sottolineature death di Lindsey.
Così come la cover The rebel within, assolutamente fantastica e la spettrale Long hauls & close calls. Ma è con Punch Fight Fuck che si rischia di buttare giù il locale. Il tributo della band alla controversa figura di GG Allin è torrenziale e straripante, non c’è uno spettatore che non alzi i pugni mimando la lotta, quando si arriva dalle parti del ritornello.


Al termine di questo mini-set, non senza dispiacere, salutiamo Lindsey, ma non abbiamo il tempo di struggerci perché lo spettacolo torna subito nel vivo. L’ultima parte riserva ancora molti motivi di soddisfazione, a partire dall’esecuzione di Six pack of beer, per passare ad alcune cover straordinarie, come If you don’t like Hank Williams (del papà H.W. Jr), Good hearted woman (di Willie Nelson), la sempre emozionante I’ll never get out of this world alive (del nonno) e soprattutto la canzone con la quale Johnny Cash abbatteva metaforicamente i muri delle prigioni,giù a Folsom e a San Quintino. Sto parlando naturalmente di Cocaine Blues, suonata e cantata a una velocità pazzesca, tanto che, pur conoscendola a memoria, fatico a stargli dietro. Che canzone, dio mio. E’ un delitto che sia così poco nota e apprezzata fuori dagli stati del sud degli USA. E’ una sorte di manifesto dell’autodistruzione, una discesa agli inferi, un’inarrestabile spirale in basso, che riesce però ad essere al contempo anche ironica . Era una vita che aspettavo di poterla sentire (e cantare) in un concerto. Anche per questo, grazie mr. Williams third (e grazie mr. Cash, ovviamente).

Sono letteralmente senza fiato, per il caldo, il singalong e quel poco di pogo che si è fatto. Però non mollo, tengo la posizione. Non arretro di un centimetro.
Hank annuncia l’ultimo pezzo della parte country del concerto: non può che essere il manifesto del suo pensiero, della sua arte. Il perfetto cumshot della serata : Dick in dixie. Quel poco che resta da dare lo si dà senza risparmiarsi. Non si canta più ormai, le corde vocali sono surriscaldate, si apre la bocca per articolare le parole, ma non si è certi del risultato.
Stasera, per un ora e mezza siamo tutti reietti del pop country nashvilliano,e lo urliamo all’unisono: …cause I’m here to put the dick in dixie/ and the cunt back in country / cause the kind of country i here nowadays / it’s a bunch of fucking shit to me / they say that i’m ill mannered / that i’m gonna self destruct / but if you know what i’m thinking / you know that the pop country really sucks.

Il pezzo (alla fine la setlist sarà composta da non meno di trenta brani) finisce nel delirio collettivo, Hank ringrazia e attacca la seconda parte del concerto senza nemmeno scendere dal palco. Si toglie il cappello da cowboy, si rinfresca la testa, si infila un anonimo berretto da camionista, cambia la Guld con una Gibson e riparte. Torna sul palco anche Gary Lindsey, che si mette in mezzo alla formazione, mentre Hank si sposta a destra, lasciando all’amico il centro della scena.

Il resto degli strumenti resta inalterato. La Damn Band che accompagnava Williams 3 nel set country si è trasformata negli Hellbilly, che fanno heavy metal con le stesse armi (banjo e violino inclusi) con le quali suonavano la musica dei redneck americani.

Lentamente, come un esercito di zombie attirati non dal sangue ma dalle note grevi della band, vedo che si avvicinano al palco alcuni gruppi di metallari che si erano fino a quel momento tenuti in disparte, in fondo alla sala. E ‘ il loro momento. Per me invece è tempo di dare refrigerio alla mia arsura. Mi allontano, scendo al bar giusto il tempo di farmi spiegare da una barista locale con accento tipo Sturmtruppen come si pronuncia correttamente mojito e di vedere Bob Wayne, l’opener act, che vende personalmente i suoi cd ( masterizzati!). La t-shirt che indosso (quella dei Pogues) è fradicia, perciò mi convinco della necessità di acquistarne una. La scelta cade su di un modello celebrativo del tour europeo, che davanti ha solo il simbolo III su campo nero. Perfetto.

Un pessimo mojito e una minerale più tardi, torno al concerto proprio quando il set degli Hellbilly sta terminando. Questa volta dopo i saluti i ragazzi si prendono un paio di minuti di pausa, prima di tornare sul palco come Assjack. E stavolta cambia anche l’assetto della band che asseconda le necessità canoniche del sound da rock band. Cambia fisicamente anche il tizio dietro alle pelli, la formazione è la classica basso/chitarra/batteria (Linsdey non suona alcuno strumento), e si parte subito a picchiare duro.

Il repertorio proposto è quello dell’omonimo disco del debutto. Linsdey si è scaldato e ha preso saldamente in mano il controllo del concerto. Provoca il pubblico, accenna un paio di volte allo stage diving, durante Cocaine the white devil mima in maniera teatrale pippate e stonature conseguenti, si colpisce ripetutamente in testa con quello che capita ( microfono e vassoio di metallo, soprattutto), mi tornano giustappunto alla mente alcune immagini scovate sul web in cui il nostro fa bella mostra con la testa orgogliosamente insanguinata.
Tennesse driver fa la sua porca figura, così come la versione metal di P.F.F. , quasi irriconoscibile all’inizio, ma straripante e coinvolgente poi.

Ecco, stavolta è davvero finita. Dopo quasi tre ore di emozioni travolgenti, di passione, di un live-act interminabile e inarrestabile, Hank appoggia la Gibson. Nemmeno saluta, si infila una pesante felpa nera e pensi, cribbio, deve stare proprio male per mollarci in questo modo. Non è così infatti, perché in realtà, una volta copertosi, si avvicina ai bordi del palco, si siede, e comincia a scambiare due parole, a firmare autografi e a scattare foto con i fans.

Avevo letto che fosse un tipo piuttosto rude ed intrattabile, ed invece lo vedo mentre si fa tirare di qua e di la da un paio di tizie attempate che lo sbaciucchiano, mentre firma qualunque cosa gli passino e si fa fotografare senza soluzione di continuità. Penso: ma guarda un po’, non sempre la verità sta nel web ... Per la cronaca, riesco a farmi firmare la T-shirt che ho da poco comprato, ed Hank è così gentile da ringraziare lui me, fissandomi dritto negli occhi. Ah, questi gentiluomini degli stati del sud!



Mi stacco a fatica dal capannello di gente che lo circonda, non saprei dire quanto per quanto tempo ancora Hank si sia fermato con i suoi sostenitori, già così si è concesso in misura superiore a chiunque altro io abbia mai visto finora. Rifletto su quanto sia stato grandioso l’evento a cui ho assistito, così vicino alla perfezione da poterla quasi toccare ( la distanza che manca sarebbe stata coperta da almeno un paio di pezzi mancanti: The grand ole opry e Candidate for suicide, ma è pura pignoleria). Mi sento inebriato di felicità. Esco.

L’aria fuori dallo Schuur è fresca, è un bel contrasto con la cappa di afa che si era creata sotto il palco, mi giro il biglietto da visita del taxi tra le dita, indeciso sul da farsi. Un chilometro circa mi divide dall’albergo e so con certezza di essere la persona con meno senso dell’orientamento dell’intero sistema solare, ma l’adrenalina è ancora forte ed è una bellissima notte. Fanculo al taxi, basta una volta, nella vita. Mi incammino da solo nella zona industriale e verso il centro città con un’incoscente sorriso da ebete stampato in viso.

Intanto è passata mezzanotte e siamo al cinque settembre. Per un curioso scherzo del fato in questi minuti compio quarantuno anni. In una situazione diversa sarebbe stato malinconico passare una parte del proprio compleanno camminando da solo, di notte, in una città sconosciuta, con i marciapiedi umidi di pioggia che riflettono opacamente i lampioni e un paio di mignotte sorridenti che cercano di adescarti con discrezione, ma nel mio caso non è stato affatto così. Mi sento a posto, quasi privo di peso, leggiadro nella mia contentezza primordiale.
Lucerna after midnight brulica ancora, incredibilmente rispetto ai nostri canoni, di giovani per strada e locali (e negozi) ancora aperti, con la musica dei guns and roses che esce dalle birrerie, riversandosi esausta sui marciapiedi.

Nonostante la tentazione (e la sete), non mi fermo per una birra e tiro invece dritto verso "casa". Incredibilmente riesco a non perdermi e in pochi minuti trovo la strada giusta. L’ho detto no, che era una notte magica?

fine

per i feticisti , qui ci sono anche tutte le altre mie foto del concerto

domenica 8 novembre 2009

Doh!

Alla fine anche Marge ha ceduto. Si sa, i soldi in casa non bastano mai, e tre bambini da crescere sono tanti. Con un marito che spende una fortuna in televendite poi...
In fin dei conti Plaboy è un giornale radicato nella vita e nella cultura americana, mica un giornalaccio da camionisti, no?



venerdì 6 novembre 2009

Prison break

Posto il link ad uno spietato articolo di Adriano Sofri sull'ipocrisia generale quando si parla di detenzione, di giusta pena, di indulto e di diritti umani in galera. Perdeteci cinque minuti...

Carceri: quando la punizione diventa un inferno

Da R2 di ieri.

mercoledì 4 novembre 2009

Sesso, droga & quarto potere

Scusate, ma davanti alla vicenda Marrazzo mi scopro moralista.

Un uomo politico che ha responsabilità istituzionali di un certo peso deve avere anche una condotta morale irreprensibile. Non esiste più il pubblico e il privato. Senza distinguo alcuno. Macchè privacy, macchè "a casa mia sono libero di fare ciò che voglio". No, mi spiace. Non sono d'accordo.Troppo comodo.

Il governatore del Lazio faceva parte di una coalizione che storicamente (almeno per la componente di sinistra) ha fatto della moralità un cavallo di battaglia, un punto d’onore, un elemento imprescindibile che si può prestare (e si è prestato ) ad accuse di ipocrisia politica, ma che per chi si riconosce nel suo valore ha un significato inestimabile. Ho visto con i miei occhi qualche anno fa un esponente della destra, che oggi ricopre un importante incarico di governo, nel privè di un locale a Milano, ciucco tradito e circondato da bodyguard e signorine discinte. Ecco lasciamole fare agli altri certe cose.

Mi sono indignato per Berlusconi, che già parte svantaggiato, visto che lo reputo una persona senza scrupoli, né ideali, né morale, figuriamoci per uno che come politico conosco poco, ma che rappresenta il centrosinistra nella regione della capitale d’Italia e che si fa beccare con transessuali e piste di coca sul tavolo. Non solo, cede a presunti ricatti per paura delle conseguenze personali e politiche. Maddai.

Qualcuno parla di trappolone dei poteri deviati. Può anche darsi. Ma intanto appare più un gol a porta vuota propiziato da un clamoroso passaggio agli avversari.
Già che ci siamo parliamo anche di loro. Degli avversari politici e dei loro manganelli mediatici. Ricordate? Televisioni e giornali sono quelli che, quando il 73enne premier si intratteneva con ragazzine (a detta della moglie) e le escort, bisognava considerali comportamenti collocati nella sfera della privacy, e di conseguenza i giornali che ne riportavano la cronaca erano volgari gossippari (ricordate le
mirabolanti arrampicate libere sugli specchi di Minzolini, direttore di Rai 1?).

Beh, con un concetto così garantista della libertà individuale di un politico, avranno rispettato la privacy del povero Marrazzo, sprofondato nel frattempo in una tremenda crisi personale e familiare?

Sicuramente non avranno rovistato nel torbido, non avranno fatto dell’ironia, non avranno tentato la delegittimazione politica, non avranno ucciso un uomo morto, no? Tra l'altro almeno lui si è dimesso dal suo importante incarico, avrà un peso questa decisione nella valutazione del suo caso?
La risposta non tarda ad arrivare. E ancora martedì, con il garbo, la sensibilità e il rispetto della privacy che da sempre li contraddistingue, Libero e de Il Giornale titolavano:

"Marrazzo Pippava" e "Cocaina: Marrazzo confessa"




Quando si dice la coerenza.

martedì 3 novembre 2009

A sangue freddo, per organi caldi


Se prima di parlare di A sangue freddo, il nuovo disco del Teatro degli Orrori, devo recitare il mea culpa per non aver ascoltato a dovere Dell'impero delle tenebre, il loro debutto di un paio d'anni fa, lo faccio subito, così mi tolgo il pensiero. Di quell'album mi era piaciuta molto l'originalità e il tiro delle composizioni, ma faticavo a digerire l'impostazione molto teatrale della voce di Pierpaolo Capovilla, vero marchio di fabbrica del progetto.

Ora, visto che in molti, tra quelli che avevano adorato Dell'impero delle tenebre, sostengono che questa seconda opera sia inferiore alla prima, mentre io l'apprezzo in misura superiore, sono portato a pensare che A) il disco è più commerciale e quindi più fruibile alla massa, nella quale mi identifico appieno B) che il sound, e sopratutto lo stile di Pierpaolo ha finito di decantare nelle mie botti dandomi infine la possibilità di cominciare a gustarlo.

Comunque sia, A sangue freddo è per me una splendida rivelazione. Già a partire dalla traccia apertura mi fa vibrare le corde più emotive e intime. Io ti aspetto è una nenia notturna, alcolica, disperata. Sospesa tra Buscaglione e Milano Circonvallazione Esterna, il pezzo degli Afterhours. E' un amante in solitaria e vana attesa, il protagonista del pezzo. La narrazione è collocata nel cuore della notte, quando è difficile distinguere tra realtà e sogno: " l'amore è una cosa così bella una cosa così grande / una notte d'angoscia non può che diventare una carezza / su quel dolce profilo di persona per bene che sei".

E' raro trovare un'attenzione così accurata alla qualità dei testi, del linguaggio, alla scelte delle parole da usare, alla poesia in un disco di tostissimo hard rock. Già, perchè se ci si perde nella lisergica open track, lasciandosi andare alla struggente malinconia del pezzo, ci pensa Due , la traccia successiva a ricordarci che razza di bocca di fuoco siano in grado di springionare Il Teatro degli Orrori. Non mi viene in mente nessun'altra band italiana che abbia un tiro di rock duro così internazionale. Davvero poco da invidiare a chiunque. In questa traccia emerge anche una bella cantabilità, che comunque non sacrifica la poesia: "I love you baby / com'era bello fare all'amore con te / come son belle le illusioni ed i pensieri tristi / e le canzoni degli anni settanta e quella voglia di andare via / e il desiderio di restare / e il così nobile orizzonte del mare Ionio che se ne va viaverso l'Africa / è così ogni santo giorno".

Ma questo album è anche politico, a modo suo. Spara a ripetizione contro i luoghi comuni, i vizi, l'indifferenza della società moderna. Ricorda eroi dimenticati. La magnifica title track, ad esempio, celebra Ken Saro Wiwa: "io non mi arrendo, mi avrete soltanto con un colpo alle spalle / io non dimentico, e non mi arrendo. Io non mi arrendo / è nell'indifferenza che un uomo un uomo vero, muore davvero", e fa avanzare di un nuovo step la canzone di protesta italiana. Niente chitarre acustiche e fisarmoniche, ma chitarre/basso/batteria e ampli a massimo volume.

Restano da segnalare Majakowskij, non lontana dal Teatro Canzone di Gaber, la disperata preghiera Padre Nostro, e quella che nel suo incedere potrebbe a buon titolo essere la Walk (Pantera) italica, cioè Alt! , uno dei pezzi che più trascinanti e che immagino più spaccheranno in concerto.

In conclusione, se dovrò recuperare il primo disco del Teatro lo farò di certo, ma intanto mi godo questo, che magari ha dei cali di tensione, ma che contiene almeno 7-8 canzoni davvero notevoli, rispetto, non solo al panorama nazionale, ma in senso assoluto.
Con ogni probabilità nella top ten dell'anno.



domenica 1 novembre 2009

Ready or not, here they come...

E così, preceduto dai soliti clichè dell'industria di settore, che prevodono una politica di marketing fatta di annunci di ritrovata intesa artistica e personale tra individui che faticavano anche solo a salutarsi se s'incontravano per strada, è uscito il nuovo disco degli Spandau Ballet.

I cinque cavalieri inglesi del new romantic degli anni ottanta erano rimasti tra i pochi a non raschiare il fondo del barile della reunion, e la ragione a quanto pare era proprio il sedimentare di rancori e risentimenti mai sopiti dalla fine del 1989, anno in cui uscì, non su tutto il mercato mondiale, l'ultimo disco della band, Heart like a sky. Da allora ognuno per la sua strada . L'unico che ha insistito con la musica (e con le cattive abitudini alimentari, a giudicare dalla forma fisica) è stato il cantante Tony Hadley. Che, per dire, anche se avesse smesso non se ne sarebbe accorto nessuno.

Dopo anni di complicate trattative diplomatiche che nemmeno i negoziati in Palestina, eccoli qui dunque gli eroi della mia adolescenza (dovrei vergognarmi un pò, ma ho le spalle larghe: Parade è uno dei dischi che più ho consumato quando avevo 16 anni, e forse anche un pò dopo).
Album e turnè alla fine della prima decade degli anni zero. Chi l'avrebbe mai detto?

Come già annunciato, Once More, il disco del ritorno, non è composto da pezzi nuovi, ma da successi rielaborati. Contiene solo due inediti messi lì come parentesi: la title track posta all'inizio e Love is all, piazzata in chiusura.

La raccolta appare costruita perlopiù sulle doti vocali di Hadley e su di un sound caldo, vicino all' unplugged. I pezzi sono tutti abbastanza rallentati, molto spazio alle acustiche di Gary Kemp, basso e batteria il minimo indispensabile, il sax di Steve Norman, che costituiva un elemento cardine nell'economia dei pezzi del gruppo, passa in subordine, viene spesso estromesso, se usato è nel tentativo di creare l'effetto di nervose improvvisazioni, di norma all'interno del bridge.

Alcune canzoni suonano molto vicine all'originale. Data la loro forza melodica, è difficile inventare chissachè per True, Gold o Lifeline, mentre alcuni pezzi che in originale erano movimentati, come ad esempio Only when you leave o With the pride, diventano delicate ballate, molto in linea con le robe da crooner modaioli alla Bublè.

I'll fly for you, una delle mie preferite di sempre, è privata del suo intro di sax e nel cambio secondo me non ci guadagna, mentre, in un classico strappamutande (nonostante il testo a sfondo sociale) come Through the barricades, Hadley tenta di scalare una o due posizioni nella parte bassa della classifica dei cantanti di musica leggera, e forse forse ce la fa .

Abbastanza prevedibili gli inediti, mezzo voto in più va comunque a Love is all, che cerca di reinventare il sound Spandau Ballet mantendosi in qualche modo collegato all'impianto classico che ha fatto la fortuna della band, mentre Once More sa tanto di inedito rimasto nel cassetto di Tony Hadley e tirato fuori per l'occasione.

Tutto fa brodo per rimettersi in piedi e uscire per strada. Il difficile sarà restarci.







They are the robots



Da qualche giorno in famiglia non guardiamo altro.

Nonostante l'insuccesso al botteghino ho trovato in Robots un ottimo film d'animazione. Contiene tutti gli elementi di un immaginario fantastico, molto fanciullesco, legato all'aspetto più ingenuo della fantascienza. I personaggi robotici sono talmente curiosi e colorati che sembrano uscire dalla matita e dalla infinita fantasia dei ragazzini stessi, così come gli inverosimili mezzi di trasporto, i palazzi, le città di questo ipotetico mondo futuro.

La trama non è certo innovativa, il solito follow your dream con happy ending molto ammerigano, ma nell'ambito del contesto generale non è poi così importante.

C'è poi un ulteriore premio per i genitori.
O perlomeno per quelli che ascoltano la musica giusta. I robots cattivi, che vivono sottoterra e ambiscono a ditruggere tutti i robots vecchi per nutrirsi dei loro rottami, sono introdotti per la prima volta, in un perfetto connubio musica/immagini, da quel popò di brano che è Underground di Tom Waits.

Allora, vi ho convinto?

mercoledì 28 ottobre 2009

Orgoglio e pregiudizi

Certo che la vita a volte è proprio strana. Dopo qualche anno di conoscenza ti convinci che hai un cognato totalmente inutile, senza alcun punto di contatto con il tuo mondo, che da dieci anni cerca di convincerti ad alzarti alle cinque della domenica per andare a funghi (a te che i funghi manco li mangi, figurarsi cercarli all'alba nell'umidità bergamasca), che è convinto che parlare dei suoi idoli Pooh e Nomadi equivalga a fare discussioni accademiche sulla musica , che parla a voce alta, spesso in dialetto, che sa tutto lui su qualunque argomento e che per giunta è juventino, e poi invece, all'improvviso ti torna utile in maniera imprevista, tempestiva e provvidenziale.

In che modo? E' presto detto. Come ho scritto qui, da qualche settimana sono in giro senza l'autoradio (defunta all'improvviso). E' ancora in garanzia, contatto l'Alpine per l'assistenza. No problem dicono. La porti qui con lo scontrino e la sistemiamo. Ovviamente non trovo più lo scontrino. Mi girano le balle, lascio passare il tempo e vado in giro con l'mp3 e le cuffiette. Poi casualmente ne parlo a lui, il cognato inutile. Che mi consiglia di cercare un piccolo foro , sulla parte fissa dell'autoradio, nel cruscotto, che, se premuto con la punta di una biro, dovrebbe servire a resettare e riavviare tutto il sistema.

Se vabbeh. Penso io. Poi però, non avendo niente da perdere, ci provo. E la sapete una cosa? Funziona. Da oggi sono ancora in giro con la mia autoradio che vomita la mia merda preferita (ho festeggiato togliendo subito Humbug degli Arctic Monkeys, "responsabile" del black-out e inserendo Ride the lighting dei 'Tallica ad un volume opportuno) .

Ecco, adesso il problema è che toccherà ringraziarlo e magari rivalutarlo anche un pochino.

Basta che poi in cambio non mi chieda di andare a funghi con lui...

martedì 27 ottobre 2009

Uncut: i migliori album degli anni zero

Dopo la classifica del meglio del decennio di quegli strafattoni di Pitchfork, eccoci agli amici dinosauri di Uncut. Beh, la differenza si vede. In una graduatoria degli anni zero riescono comunque ad inserire Dylan (due album!) e Springsteen. Poi però anche loro non si fanno mancare qualche scelta aristocratica. Degli immancabili Radiohead selezionano non il prevedibile Kid A, ma l'ultimo In Rainbows. Dei Wilco non il capolavoro YHF ma il successivo A Ghost is born. Avrei decisamente qualcosa da ridire anche sul primo in classifica. Però dai, si riscattano mettendo nella top five quel gioiellino in punta di voce che è Raisin' Sand, della coppia Plant/Krauss.

Tocca accontentarsi, dopotutto sono solo classifiche.



20 Amy Winehouse - Back to Black
19 Bruce Springsteen - The Rising
18 Kate Bush - Aerial
17 The White Stripes - Elephant
16 LCD Soundsystem - Sound of Silver
15 Radiohead - In Rainbows
14 Primal Scream - XTRMNTR
13 Gillian Welch - Time (The Revelator)
12 Portishead - Third
11 The Flaming Lips - Yoshimi Battles The Pink Robots
10 Fleet Foxes - Fleet Foxes
09 Ryan Adams - Heartbreaker
08 Bob Dylan - Modern Times
07 Arcade Fire - Funeral
06 Robert Plant and Alison Krauss - Raising Sand
05 The Strokes - Is This It
04 Brian Wilson - Smile
03 Wilco - A Ghost is Born
02 Bob Dylan - Love and Theft
01 The White Stripes - White Blood Cells

lunedì 26 ottobre 2009

Ne hanno un pò, se ti serve


Personalmente sono un po’ intimorito a recensire dischi attesi come la pioggia nel deserto da manipoli di fan esagitati, che se sbagli ad esprimere un concetto, sono pronti ad aspettarti sotto casa per menarti.
Questo è stato il contesto per l’ultimo lavoro dei Pearl Jam, Backspacer. Già settimane prima della sua release ufficiale i forum dedicati al gruppo sono esplosi con centinaia di messaggi (spesso critici) relativi non al disco completo, a volte neanche ad una canzone intera, ma anche solo a frammenti di essa.

Non voglio essere aristocratico a riguardo, diavolo, è bello essere ottusi e lapidari fan di una rock-band, anzi è una delle cose più eccitanti al mondo. L’attesa, i primi ascolti, il confronto con gli altri seguaci. Lo so perché sono stato anch’io così e ancora oggi, a volte, mi capita di esserlo. Però capite con che razza di clima ci si misuri (scherzo eh) ?

Un’altra premessa che vorrei fare è che ho un rapporto molto particolare con il gruppo di Eddie Vedder. Li rispetto profondamente da un punto di vista deontologico, compro compulsivamente da alcuni anni tutti i loro ciddì, ma accidenti, mai che sia riuscito ad andare oltre la soglia di ascolto che determina passione sfrenata. Per dire, il disco della loro produzione che ho ascoltato maggiormente è stato Riot Act, che probabilmente è anche il più controverso e il più contestato, per cui tirate un po’ voi le somme.

Terza e ultima premessa, invito i lettori del blog non utenti del forum dei Bravi Ragazzi, a leggere questa appassionante discussione su Backspacer, alla quale hanno partecipato, riuscendo nell’impresa di coniugare ragione e sentimento, amici, autorevoli esperti nonchè amanti di primo pelo del gruppo. Secondo me è quasi impossibile aggiungere altro. Se invece non fosse così, c’è sempre la recensione, molto ruocc e fuori dagli schemi, dell’amico blogger lafolle. A me è oltremodo piaciuta. Non è escluso tra l'altro, che qualcuno dei concetti espressi dagli amici sopra citati mi sia rimasto attaccato alla tastiera del piccì, e io l'abbia fatto mio. Nel caso, mi scuso in anticipo.

Dopo tutto sto pippotto, e con l’isteria di massa intorno all’album che sta finalmente scemando, paso alle mie impressioni sul disco.
Dico subito che mi piace. A partire dai pezzi più tirati: Gonna see my friend, Got some, The fixer (piazzate in sequenza, in apertura) e Supersonic, non hanno pretesa di originalità, ma raggiungono l'obiettivo di lanciare rasoiate chitarristiche, urlare ritornelli aguzzi e vanno dritte al sodo.

Le acustiche Just breath (con un Eddie che sembra afono) e la conclusiva (ma vah?) The end, outtakes o meno del progetto solista del singer dei PJ, riescono a creare una buona atmosfera (come quel brandy italiano) e ad essere suggestive.

Le ballate in crescendo Among the waves e Untought know, piazzate come spartiacque a metà disco, rispondono alla consolidata tradizione del gruppo a misurarsi con pezzi di questo taglio epico. Sono probabilmente tra gli episodi più riusciti ed emozionanti dell’intero album.
Il resto per chi scrive è un gradino sotto, senza però scendere a livelli di insufficenza. Cito tra ciò che rimane Johnny Guitar e Speed of sound.

A mio avviso Backspacer rientra appieno nella categoria: “hard rock di stampo classico che rende al meglio nella dimensione live”, and that’s all.
Capisco che qualche fan possa vedere in quest’opera il classico compitino di transizione, ma è opportuno tenere in debita considerazione tutte le insidie che si annidano dietro alla lavorazione di ogni disco, quando una rock band così "esemplare" è vicina ai vent'anni di attività.

E’ difficile infatti, per un gruppo dalla storia dei Pearl Jam invecchiare con coerenza, evitando di diventare autoreferenziale, probabilmente (per adesso) Vedder e soci hanno smesso di cercare strade alternative al loro sound (se mai l’hanno fatto con convinzione) e può essere che se la stiano semplicemente spassando, scarnificando e semplificando al massimo il loro sound. Oppure sono davvero in crisi creativa, ma invece di aspettare che passi, si siano rifugiati in porti sicuri a sfornare un disco da band al debutto, chi lo sa?

La cosa importante è che Backspacer eviti la sindrome U2 e (di recente) Springsteen. Di contenere cioè un insieme di pezzi che cercano disperatamente di suonare come ai vecchi bei tempi del massimo fulgore, finendo così, inevitabilmente per far apparire i Pearl Jam come un gruppo che fa cover di se stesso.

Ecco, io trovo invece che Backspacer, con tutti i limiti e i difetti che gli si possano attribuire, abbia il pregio almeno di essere un lavoro sincero, non ruffiano, che non si arrampica pateticamente sui vetri della storia, e che, seppur in maniera discontinua, ha pure un bel tiraccio.
E che ci volete fare, sarò anche un pò superficiale e romantico, ma a me basta.

giovedì 22 ottobre 2009

MFT, ottobre 2009

ALBUM

Il Teatro degli Orrori, A sangue freddo
The Gossip, Music for men
Van Morrison, St. Dominic preview
Muse, The resistance
Pearl Jam, Backspacer
John Fogerty, The Blue Ridge Ranger rides again
Spandau Ballet, Once more
Gov't Mule, By a thread
Kiss, Sonic boom
Black Sabbath, Paranoid
Eels, Hombre lobo
Black Crowes, Before the frost
Pantera, The great southern trendkill
Regina Spektor, Begin to hope


LETTURE


Giorgio Scerbanenco, Racconti neri
Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta


VISIONI

Dexter, terza stagione
The Shield, ultima stagione
Flash Forward, prima stagione

martedì 20 ottobre 2009

The sky is the limit


Carl Fredricksen è un vedovo settantottenne che vive in una vecchia casa di legno, mentre intorno a lui il quartiere viene letteralmente raso al suolo per essere riedificato. Enormi ruspe rombano per tutto il giorno intorno alla sua proprietà divorando il terreno e piantando fondamenta per enormi cubi di acciaio e cemento.
Russel è un bambino sudcoreano, sognatore, fuori peso e un pò solo. Un giorno bussa alla porta dell'anziano signor Fredricksen, e da quel momento la sua vita cambia per sempre.

Carl intanto rifiuta tutte le offerte economiche che gli vengono fatte per la sua abitazione, e si ostina a continuare a vivere lì. Appare come un anziano burbero e intrattabile. In realtà ha un animo dolce e romantico e vive nei ricordi della sua amatissima Ellie, compagna di una vita, dall'infanzia alla terza età, scomparsa da poco. Tutto nella casa gliela ricorda. E' lì dentro che si sono conosciuti da bambini, è quella la casa che hanno scelto per vivere dopo sposati, e che insieme hanno ristrutturato.

Un giorno purtroppo, a causa di un banale incidente, Carl ferisce un operaio della ditta edile, e per questo viene dichiarato non più autosufficiente e costretto a trasferirsi in una casa di riposo. Ma Carl ha un piano per sfuggire a questa specie di prigionia e al tempo stesso per realizzare il sogno che aveva condiviso con la moglie per tutta una vita...



Meraviglioso, coloratissimo, visionario, commovente e divertente il nuovo film della Pixar/Disney. Ormai non c'è neanche più da meravigliarsi della bravura e della sensibilità di questi autori. Carl ha la faccia di Spencer Tracy, è uno dei personaggi più riusciti ed inverosimili della storia dei cartoon. La prima parte del film, fino alla fuga della casa, è deliziosa. La narrazione spiega in maniera incantevole cosa si nasconda nella testa di persone anziane sole. I ricordi, la nostalgia, la malinconia, la struggente solitudine. Il mondo che non li capisce e che loro non capiscono più. La società che non li vuole tra i piedi e tenta di nasconderli alla vista perchè poco consoni all'imperante idea di nuovo o di bello. Questo progetto va nella direzione (ostinata e) contraria: cerca di avvicinare quelle solitudini al grandissmo pubblico.

In seguito il film si sviluppa secondo canoni più tradizionali dell'avventura per bambini, ma conservando comunque un gusto particolare, e alcune gag di azione tra ottuogenari davvero divertenti. Qualcuno l'ha associato in qualche modo a Gran Torino di Eastwood.

Un film splendido e per tutti. Genitori, bambini e nonni.

lunedì 19 ottobre 2009

Lucerna, Tennesse / parte uno di due

Premetto che, in considerazione del genere musicale suonato (il country, princialmente), ho sempre pensato che non sarei mai riuscito a vedere Hank 3 in concerto sui palchi nostrani. Per questo, quando mi è stato segnalato il suo lungo tour europeo, non ho avuto la minima esitazione e ho subito fatto due conti per individuare la location più vicina. La scelta è presto caduta sulla svizzera, città di Lucerna, a soli 300 km di distanza da casa.
Tra l'altro, in maniera del tutto inedita rispetto al passato, per quest' impresa sono stato coadiuvato dalla mia famiglia al completo.

Forse può apparire un pò egoista trascinarsi dietro tutti per una finalità esclusivamente personale di cui agli altri non importa un fico secco, ma devo dire che la famiglia, o perlomeno quella parte di famiglia con cui medio le decisioni, ha accettato con favore la proposta di una gita di due giorni nel cuore della svizzera tedesca, nonostante il tempo incerto e la mia assenza programmata per la prima serata di permanenza (venerdì 4 settembre, la sera del concerto).

Si decide all'unanimità di pagare i 29€ di bollo autostradale elvetico invece di fare le strade statali, un po’ per comodità, un po’ per fare prima. Dopo una breve sosta per il pranzo a Lugano ci mettiamo in marcia con destinazione Lucerna. Ci aspetta una coda mostruosa al passo del San Gottardo, dopo la quale in poco tempo arriviamo a destinazione.

Lucerna è una cittadina veramente gradevole, una volta si sarebbe usato l’aggettivo pittoresca. E’ anche accogliente, certo a patto di limitarsi a respirare e non spingersi a comprare nemmeno una bottiglietta d’acqua da mezzo litro, perché in quel caso risulterebbe subito evidente la ragione per cui in giro ci sono quasi esclusivamente auto da trentamila euro in su.

Il tempo è coperto ma per fortuna piove a scrosci solo in un paio di occasioni, per il resto c’è una temperatura sferzante che non dispiace affatto. Lucidiamo un po’ la macchina fotografica sul ponte di legno adornato di fiori sopra il fiume Reuss e durante la passeggiata,vista l’ora, cominciamo un po’ a guardare i menù dei ristoranti . Alla fine ne scegliamo uno che propone cucina tradizionale e ci accomodiamo all’interno (con sommo dispiacere, perché la posizione all’esterno, sotto ai portici lungo il lago era meravigliosa, ma resa impraticabile dal clima, che da sferzante era diventato molto meno romanticamente umido e freddo).

Qualche zuppa bollente dopo ci sentiamo tutti meglio, attacco un wurstel con patate e salsa di cipolle, innaffiato con birra bianca, e mi sento improvvisamente davvero un po’ egoista per aver “imposto” questa trasferta alla famiglia solo per assecondare un mio desiderio adolescenziale. Però li vedo tranquilli e soddisfatti e un po’ mi rinfranco.

Resto con loro il più possibile, cioè fino alle otto e mezza (il concerto è previsto per le nove), dopodichè prendo un taxi (una delle rarissime volte nella mia vita) e in pochi minuti sono allo Schuur. Il posto è appena fuori il centro, in una zona industriale (una zona industriale sfizzera, neh. Dimenticate le nostre, tutte decadenza e sporcizia ). Mostro al muscoloso buttafuori la ricevuta del ticket stampata dal web, qualche secondo di apprensione prima di avere l’ok, e poi finalmente è fatta. Mi marchiano il polso con quei fichissimi timbri visibili solo al neon e finalmente entro, caricato a molla.

Dentro mi arrivano almeno tre sottofondi musicali diversi, tutti a palla. Dopo una veloce perlustrazione scopro che lo Schuur ha tre sale, due a piano terra (una di queste è in stile saloon, guarda un po’!) e una, quella dei concerti, al piano superiore. Mi reco subito al tavolo del merchandising per fare incetta di ciddì di Hank, ma mi dicono che non ne hanno nemmanco uno perché “costava troppo portarli dagli USA”. Mi sembra una cazzata clamorosa e un autogol da pivelli, ma mi rassegno. Salgo le scale convinto di dover attendere ancora per vedere l’open act di Bob Wayne, e invece lo trovo già lì che se la canta. E anche da un bel pezzo, probabilmente, visto che dopo un paio di pezzi saluta tutti e se ne va. Non è certo la fine del mondo, ma un po’ mi spiace.

Sono le otto e quaranta, mi guardo intorno, per studiare la flora locale. Ci sono metallari, rockabilly agghindati come se fossimo nel fottuto 1956, tipi con basettoni cosmici sopra caps da camionisti texani, nerds, e gente comune. Sento parlare in tedesco, francese e italiano, la cosa mi sorprende un po’, fino a quando realizzo dove sono. In questo luogo, entro pochi chilometri convivono infatti almeno tre lingue.
Il posto è un buco, sembrerebbe una ex-fabbrica, con tanto di tubature e strutture metalliche a vista. Un’occhiata sul palco, noto che sotto la batteria è attaccata con il nastro adesivo un grande cartoncino circolare che riporta, numerati, una lista di brani in sequenza. Sembrerebbe la scaletta della serata, messa lì in favore di pubblico e non, come consuetudine, attaccata alle assi dello stage. Non mi era mai capitato di vedere una cosa del genere, diamine il segreto della setlist per gli spettatori è sacro! Fotografo ma non leggo. Così, per sicurezza.



In bella vista, ai piedi della batteria, c’è anche un’orologio digitale. E’ per questo che posso dire, con precisione tutta elvetica, che alle 20.57, in leggero anticipo sull’orario di inizio previsto, Hank Williams Terzo e The Damn Band salgono sul palco.

Di persona, e a pochi metri di distanza (stazionerò per tutto lo show tra la terza e la quinta fila centrale), il nipote del più leggendario cantante country di sempre spicca in tutta la sua magrezza e i suoi tratti spigolosi che lo fanno somigliare in qualche modo allo Zanardi di Pazienza.

La formazione della Damn Band è composta da sei elementi, oltre ad Hank prendono posto contrabbasso, violino, slide guitar (suonata su piano orizzontale), banjio e batteria.

Noto che sia il contrabbasso che la Guild di Williams hanno la cassa armonica sigillata. Il contrabbasso con del nastro isolante nero, la chitarra addirittura con un foglio di compensato posto all’interno dello strumento. Immagino che serva ad avere un suono più secco e meno armonioso, ma attendo conferme magari dai musicisti lettori del blog.


La band prende posto, Hank saluta e attacca Straight to hell. Ecco che improvvisamente si cancellano stanchezza, sensi di colpa e menate per i soldi spesi. La musica, sempre più di rado per la verità, è ancora in grado di prenderti ed elevarti ad un punto di fanciullesca gioia ed eccitazione. Canti come se da quello dipendesse la tua vita, sai che non può esserci niente che possa andare storto in quel momento. L’acustica tra l’altro è ottima, la voce si sente benissimo, così come tutti gli strumenti (fatta eccezione forse per il violino quando il sound è pieno). Eh sì, fare il controcanto su Straight to hell (HELL! – HELL!) insieme ad un gruppetto di esagitati agghindati in modo discutibile non ha davvero prezzo.




to be continued...

domenica 18 ottobre 2009

Pitchfork: i migliori 20 album degli anni zero

Snob e intransigenti come solo il proprietario de "Il sotterraneao dell'androide" dei Simpson potrebbe essere, quelli di Pitchfork hanno stilato la loro top 20 del decennio che si appropinqua alla conclusione. Diamine, devo aver ascoltato solo robaccia se conosco a malapena la metà di questa roba (e a dire il vero quella metà manco mi entusiasma...). Tant'è:

20 Interpol - Turn On The Bright Lights [Matador, 2002]
19 Spoon - Kill The Moonlight [Merge, 2002]
18 Kanye West - Late Registration [Roc-A-Fella, 2002]
17 LCD Soundsystem - Sound Of Silver [EMI/DFA, 2007]
16 Sufjan Stevens - Illinois [Asthmatic Kitty, 2005]
15 The Knife - Silent Shout [Mute/Rabid, 2006]
14 Animal Collective - Merriweather Post Pavillion [Domino, 2009]
13 OutKast - Stankonia [La Face, 2000]
12 The White Stripes - White Blood Cells [Sympathy For The Record Industry, 2001]
11 Ghostface Killah - Supreme Clientele [Sony, 2000]
10 The Avalanches - Since I Left You [Modular/Interscope, 2000]
09 Panda Bear - Person Pitch [Paw Tracks, 2007]
08 Sigur Rós - Ágætis Byrjun [Smekkleysa; 2000]
07 The Strokes - Is This It [RCA, 2001]
06 Modest Mouse - The Moon & Antarctica [Epic, 2000]
05 Jay-Z - The Blueprint [Roc-A-Fella, 2001]
04 Wilco - Yankee Hotel Foxtrot [Nonesuch, 2002]
03 Daft Punk - Discovery [Virgin, 2001]
02 Arcade Fire - Funeral [Merge, 2004]
01 Radiohead - Kid A [Capitol, 2000]

sabato 17 ottobre 2009

He was turned to steel...


I film sui super eroi, come gli originali su carta a cui si ispirano, ruotano costantemente intorno ad un paio di elementi standard. Un fatto negativo, a volte drammatico, spesso un incidente, che provoca un’alterazione genetica nel protagonista. A seguito di ciò, il personaggio acquisisce poteri straordinari, ci prende le misure, e poi le mette a disposizione del bene, scagliandosi contro qualunque minaccia. I cattivi sono sempre brutti e malvagi. Raramente ci sono delle sfumature. Poi c’è la bellona di turno, destinata ad essere presa in ostaggio dal super cattivo e ad essere salvata dopo mille peripezie dall’eroe innamorato.

Altra costante, dal primo Spiderman di Sam Raimi in poi, è la spettacolarità delle scene d’azione. Ormai con la tecnologia si può fare tutto. Lo immagini, lo puoi creare. Fa quasi tenerezza pensare al Superman con il povero Reeve, o al panciuto Uomo Ragno dei settanta.

Cosa differenzia quindi un super-hero movie da un altro? Beh, una grossa mano la possono dare regia e cast. Ecco, Iron Man spicca per l'eccellenza di quest'ultimo elemento.
Il protagonista Tony Stark, un miliardario cinico, viziato e snob è interpretato come meglio non si potrebbe da Robert Downey Jr; un irriconoscibile e magnifico Jeff Bridges è Obadiah Stane il suo socio storico, nonché unico amico e in seguito sua nemesi; Gwynet Paltrow è la timida ma determinata segretaria Pepper, da sempre innamorata del suo capo. C’è il solito cameo di Stan Lee (creatore di tutta la galassia Marvel dei sessanta ed uno del regista Jon Favreu ( lo scrittore/protagonista dell'indimenticabile Swingers). Poi ci sono degli arabi cattivissimi, ma vabè nessuno è perfetto.

Il film scorre bene, riesce ad essere molto ironico, la cattiveria diabolica di Obadiah/Bridges è da culto, la timidezza da romanzo harmony di Pepper/Paltrow è molto romantica, Stark/Downey jr gigioneggia per tutto il tempo. L’idea del mini reattore trapiantato nel centro del petto di Stark è geniale (è un'iniziativa degli sceneggiatori, nei comics non c'è mai stato) e visivamente molto efficace, così come “l’operazione a cuore aperto” che Pepper pratica a Stark.

Un’altra costante delle trasposizioni dei comics Marvel è l’attualizzazione delle storie. Quasi tutti i character più famosi della Casa delle Idee sono stati creati nei primi sessanta, mentre i loro parenti di celluloide sono ben inseriti nel terzo millennio.
Le origini di Iron Man ad esempio, in originale avevano luogo durante la guerra in Corea (!) mentre nel film avvengono in un ipotetico Afghanistan.

Da storico fan dei fumetti Marvel, confesso di non avere mai eccessivamente amato questo personaggio in armatura rossa e oro, ma devo ammettere che la pellicola a lui ispirata è quanto di meglio finora prodotto da Hollywood in ambito di film sui super eroi. Un intrattenimento spettacolare e ben realizzato.

E’ quasi pronto il sequel, uscirà nelle sale americane a maggio 2010.

venerdì 16 ottobre 2009

Licenza di diffamare

La televisione come manganello contro gli avversari. Un concetto che mi è chiaro da tempo, da quando Berlusconi è sceso in campo per difendere la democrazia. Ormai c'ho fatto l'abitudine. M'indigno solo come esercizio di resistenza, per non assuefarmi all'andazzo italiano.
Però, porca miseria, quello che è successo ieri su canale cinque, nel corso del programma/ contenitore mattino cinque ( sul quale mi ero già espresso qui), è riuscito a superare ogni limite.
Leggere per credere:


IL CASO. Il magistrato del verdetto Fininvest-Cir seguito da una telecamera. Ironie sull'abbigliamento e la promozione ottenuta due giorni fa dal Csm

E Canale 5 "pedina" il giudice Mesiano"Stravaganti i suoi comportamenti" (qui l'articolo completo, da Repubblica)


Servizio sulla vita privata del magistrato della sentenza Cir-Fininvest. Ironie sui vestiti. Il sindacato delle toghe: "Intervenga il Garante". Fnsi: "E minacciano ritorsioni sul canone Rai"


Scoppia il caso Mesiano: Anm: "Esterrefatti e indignati"
( qui l'articolo completo, da Repubblica)


Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare parole adatte a concludere il post.

On the railroad tracks again

Sono un fan dei lunghi viaggi in treno. Appena posso, anche se in termini di tempo è la soluzione più disagiata, scelgo questo mezzo di trasporto per gli impegni che mi portano a Roma. Se sono da solo e non ho da preparare per il lavoro, mi porto il notebook (e quindi scrivo, ascolto musica, guardo film o quantaltro) e libri. Forse è triste dirlo, ma ho più tempo per me stesso e le mie passioni in una giornata di itinere con Trenitalia che in un mese in condizioni normali.

Certo, ci devono anche essere le giuste condizioni, sennò è complicato. L’ultima volta ero in beata solitudine in uno scomparto da quattro posti, ieri ho evitato di fare il quarto incomodo di una famiglia con bimbetto di pochi mesi a seguito, che, a giudicare dagli strilli,pareva fosse posseduto dal demonio. Con mossa abile ed esperta mi sono spostato lungo le carozze finchè non ho trovato da sedere di fronte (lui corridoio, io finestrino) ad un posato manager cinquantenne che per tutta la durata del viaggio non ha alzato un momento la testa dal suo macbook.
Ogni tanto ho provato a collegarmi alle moltitudini di reti internet non protette che il mio computer captava, ma senza successo. Peccato, mandarvi i saluti dalla carrozza 11 dell'Alta Velocità Roma Milano, utilizzando le altrui connessioni sarebbe stato divertente. Mi sarei sentito un pò hacker.

Per cena mi sono fatto due ignobili tramezzini al cotto preconfezionati presi all'ultimo secondo dai distributori automatici a lato binario, e meno male, perché “per problemi tecnici” la carrozza ristorante, dove mi avrebbero fatto pagare un tost come un branzino, non ha aperto.

L'ultima parte del viaggio l'ho trascorsa guardando un film. L’altra volta in treno mi ero fatto una mini retrospettiva su Woody Allen: Prendi i soldi e scappa all’andata e Manhattan al ritorno. Ieri invece sono andato più sullo spettacolare : Iron Man.
Mi mancavano giusto pop corn e cocacola. Ma vabbeh, non si può avere tutto.

mercoledì 14 ottobre 2009

Drinkin' songs (sing along) 5

Dopo un necessario periodo di riposo torna la rubrica più alcolica di Bottle of Smoke. Questa volta vado a recuperare uno dei successi di Nancy Sinatra (si fa in fretta, l'altro è Bang Bang), catalogato nel genere country, anche se di country probabilmente ha solo il testo, non certo la musica, molto sixty.

Il brano è These boots are made for walking, e secondo me il fascino di questa canzone sta nel fatto che riesce ad essere innocente e diabolica allo stesso tempo. Deve averne intuito le potenzialità anche Stanley Kubrick che l'ha voluta per il suo Full Metal Jacket, e l'ha utilizzata come spartiacque tra le due parti del film, quella angosciante dell'addestramento, che si chiude con il fader sul corpo di Palla di Lardo appensa suicidatosi, e la seconda, che si apre in Vietnam con la vietcong che sculetta nel suo vestito leggero verso il locale.

Tra le altre cose, These boots are made for walking può vantare innumerevoli versioni da artisti delle categorie musicali più diverse. Potete farvi una discreta playlist solo con questa canzone, grazie alle versioni di Nick Cave, Jessica Simpson, Megadeth , Billy Ray Cyrus, Boy George, Geri Halliwell e persino Antonio Banderas e David Hasselhoff.

All together now!

You keep saying you got something for me
Something you call love but confess
You've been a'messin' where you shouldn't 've been a'messin'
And now someone else is getting all your best
Well, these boots are made for walking, and that's just what they'll do
One of these days these boots are gonna walk all over you

You keep lyin' when you oughta be truthin'
You keep losing when you oughta not bet
You keep samin' when you oughta be a'changin'
What's right is right but you ain't been right yet
These boots are made for walking, and that's just what they'll do
One of these days these boots are gonna walk all over you

You keep playing where you shouldn't be playing
And you keep thinking that you'll never get burnt (HAH)
Well, I've just found me a brand new box of matches (YEAH)
And what he knows you ain't had time to learn
These boots are made for walking, and that's just what they'll do
One of these days these boots are gonna walk all over you

SPOKEN
Are you ready, boots? Start walkin


martedì 13 ottobre 2009

Ancora una volta


Dopo la reunion dei scorsi mesi,è stata fissata per la settimana prossima l'uscita del nuovo disco degli Spandau Ballet, atteso dai fans da 21 anni. A raffreddare un pò gli entusiasmi la notizia che si tratterà di brani classici del repertorio dei cinque, riletti in chiave più attuale. I brani sono le hits più famose, ma anche pezzi meno commerciali.

Once More è il titolo del disco e di uno dei due inediti ivi contenuti (l'altro è Love is all).Come consuetudine in questi casi, i commenti dei componenti della band sono entusiastici e tutti coesi nell'affermare la rinascita del gruppo. Come consuetudine, tra poco cominceranno ad aprirsi le prime crepe...

A marzo saranno in Italia, e nonostante tutto confesso che ci sto facendo un pensierino...


La cover e la track list di Once more (16 ottobre):



1.Once more
2.True
3.Gold
4.To cut a long story short
5.Through the barricades
6.Only when you leave
7.Communication
8.She loved like diamond
9.Love is all
10.Chant no 1
11.With the pride
12.I'll fly for you
13.Lifeline

domenica 11 ottobre 2009

Welcome to next level

La stagione sindacale italiana è una situazione di stallo. Dopo l'accordo separato sulla riforma della contrattazione, firmato da CILS UIL e UGL senza il più importante sindacato italiano, c'è grande confusione sul fronte rinnovi. Per un contratto firmato unitariamente senza applicare le nuove regole, quello degli alimentaristi, un altro, quello dei metalmeccanici, sta virando decisamente verso la direzione opposta. UIL e sopratutto CISL spingono più in avanti la lacerazione con la CGIL, per la prima applicazione importante delle nuove regole contrattuali testè condivise con il governo.

Negli infiniti dibattiti che si stanno susseguendo nell'organizzazione di Epifani (continuare così o fare un passo indietro? uscire dalla linea FIOM o restarci?), è interessante vedere con quanta sufficienza si stanno valutando le forme di auto-organizzazione dei lavoratori più in difficoltà. Si stigmatizza, si ironizza su quanti salgono sui tetti delle proprie aziende per protestare contro chiusure o licenziamenti di massa. "Prima o poi i media si stuferanno" dice qualcuno. "Ormai l'effetto è esaurito" gli fa eco qualcun'altro. Già. Ma perchè sta gente si arrampica sulle gru e ci resta per giorni, settimane, mesi invece di affidarsi alle consuete strategie dei professionisti del sindacato non se lo chiede nessuno. Lo snobismo non va bene con la disperazione di quanti credono nel lavoro, nei calli, nell'odore delle macchine utensili che impregna i saloni, nel caffè rancido delle macchinette.

Domani, dopo quindici mesi di lotte, la maggior parte dei quali lontani da qualunque esposizione mediatica di massa, i lavoratori della INNSE firmeranno i nuovi contratti di lavoro con un nuovo gruppo dirigente (Camozzi). Dovremmo avere tutti ben chiaro che se non fosse stato per questi quarantanove folli (e per centinaia di cittadini che li hanno sostenuti concretamente) i vecchi proprietari, moderni padroni della ferriera , avrebbero tranquillamente chiuso e smantellato già un anno fa, e buonanotte ai suonatori.
Cosa voglio dire, che l'unico modo di tutelare i posti di lavoro è emulare quelli dell'INNSE? No, certo. La vittoria dei quarantanove lavoratori di via Rubattino a Milano resta purtroppo un eccezione, in un panorama in cui sono stati emulati senza lo stesso riscontro dai lavoratori della Cim di Roma; della Lasme di Melfi; dell'Ideal Standard di Brescia; la Novico di Ascoli; la Adelchi di Tricase; dagli insegnanti sui tetti dei provveditorati, dagli addetti del municipio a Lecce (fonte l'Unità).
Alcune di queste lotte sono ancora in corso di svolgimento, altre si sono concluse se va bene con un trafiletto in cronaca locale e un aumento dell'incentivo legato al licenziamento.

Ma non è questo il punto. Il punto è che il sindacato, al pari della politica, si sta allontanando dalla gente. Troppi impeccabili funzionari e pochi appassionati che si consumano le scarpe a parlare con la gente, che si espongono, che ci sono quando serve. Non fosse per i servizi offerti (fiscale, pensioni, etc) e per il sostegno dei pensionati avremmo poco più di cinque milioni di lavoratori attivi iscritti ai sindacati confederali storici. Cinque milioni. E' questo il punto. Le nuove forme di lavoro, in parte condivise dalle Organizzazioni Sindacali tutte, in parte solo dai soliti CISL-UIL, rendono quasi impossibile tutelare diritti e garanzie di milioni di giovani, che sono letteralmente alla mercè di chi (agenzia o impresa) gli offre un contratto.

Come si esce da questa empasse? CISL e UIL spingono per una riforma sindacale che in sostanza porterebbe le union a non avere bisogno del sostegno diretto dei lavoratori, a diventare una sorta di sportello istituzionale tipo direzione provinciale del lavoro, ovviamente con fondi statali.

La CGIL no. Persegue, giustamente, la sua storia fatta di tutele a tutti i lavoratori, non solo degli iscritti, come come previsto dal suo statuto (a differenza di CISL e UIL appunto, che rispondono ai soli associati), ma anche il sindacato che fu di DiVittorio ha bisogno di un tagliando, di una messa a punto, di un reset. Il congresso è alle porte (inizio 2010), non si sa ancora se ci sarà una tesi unica (soluzione questa auspicata dal segretario) o più di una (maggioranza-minoranza/e), e questa sembra la maggiore preoccupazione dell'attuale fase organizzativa.

La Francia, che sulla perentorietà delle lotte dei lavoratori sembra sempre insegnarci qualcosa, oltre alle ultime iniziative di "sequestro" dei manager aziendali responsabili di ridimensionamenti delle aziende, si segnala purtoppo anche per la spietatezza dei suoi top manager. Quelli di France Telecom, Didier Lombard su tutti, hanno messo in atto una politica di vessazione e di attacco ai diritti, alle certezze acquisite, alle libertà individuali dei lavoratori, tali da provocare in soli sette mesi, 24 casi di suicidio, legati direttamente allo stress a all'angoscia del lavoro.
Uno sviluppo incredibile e senza precedenti per le tradizioni europee. Non so se resterà un caso isolato o se avrà un seguito anche fuori dai confini francesi, di certo rappresenta un nuovo, drammatico, livello di scontro sul quale riflettere, quando si parla di costruire un nuovo sindacato.


W.U.T.I. OF: Regina Spektor, Begin to hope

Hair on parade


In questi giorni MTV sta trasmettendo a puntate un'ambiziosa classificona dal titolo "100 GREATEST HARD-ROCK SONGS".

Il format è della rete americana VH1, quella che ha ideato l'ottimo Storyteller, il live/monologo durante il quale gli artisti spiegano la gestazione delle canzoni che suonano, la loro storia, il contesto attorno al quale ruotavano.

Ma qui si tratta di classifiche, e le classifiche si sa, scontentano sempre qualcuno.
Questa qui poi...Basti sapere che è presentata da Bret Michels dei Poison per avere un valido indizio delle scelte operate e del periodo selezionato.
Barra a dritta sugli ottanta e su quella interpretazione del Glam che fu definita a posteriori Hair Metal.

Ora, io sono anche pronto ad ammettere che in quel periodo i miei ascolti erano saturati da Bon Jovi e Motley Crue, ma qui si ripesca anche gente davvero imbarazzante, fenomeni da one hit e via.
Nomi non ne faccio per delicatezza, ma basta scorrere la lista.

Per il resto il campo da gioco preso ad esame è molto più vasto di quello dell'hard rock. Ci troviamo pop, punk, prog, psichedelia, grunge, blues,southern, ma vabbeh. Sono solo classifiche.



VH1's 100 greatest hard rock songs:



100 Sammy Hagar - "I Can't Drive 55"
99 Grand Funk Railroad - "We're An American Band
98 Buckcherry - "Lit Up"
97 The Edgar Winter Group - "Frankenstein"
96 Kansas - "Carry On Wayward Son"
95 Creed - "Higher"
94 The Darkness - "I Believe In A Thing Called Love"
93 Autograph - "Turn Up The Radio"
92 Night Ranger - "Don't Tell Me You Love Me"
91 Smashing Pumpkins - "Bullet With Butterfly Wings"
90 Jethro Tull - "Aqualung"
89 Andrew W.K. - "Party Hard"
88 Alice In Chains - "Would?"
87 Winger - "Seventeen"
86 Marilyn Manson - "The Beautiful People"
85 Velvet Revolver - "Slither"
84 W.A.S.P. - "I Wanna Be Somebody"
83 Evanescence - "Bring Me To Life"
82 Rainbow - "Since You Been Gone"
81 Black Sabbath - "Heaven And Hell"
80 Journey - "Any Way You Want It"
79 Billy Idol - "Rebel Yell"
78 Bad Company - "Feel Like Making Love"
77 Soundgarden - "Black Hole Sun"
76 Lita Ford - "Kiss Me Deadly"
75 The White Stripes - "Seven Nation Army"
74 The Cult - "Love Removal Machine"
73 Thin Lizzy - "Jailbreak"
72 Pat Benetar - "Heartbreaker"
71 Jane's Addiction - "Mountain Song"
70 Foreigner - "Hot Blooded"
69 Living Colour - "Cult Of Personality"
68 White Zombie - "More Human Than Human"
67 ZZ Top - "Tush"
66 Europe - "The Final Countdown"
65 MC5 - "Kick Out the Jams"
64 Rollins Band - "Liar"
63 Survivor - "Eye Of The Tiger"
62 Dokken - "Breaking The Chains"
61 Ratt - "Round And Round"
60 Skid Row - "18 And Life"
59 Billy Squier - "The Stroke"
58 Stone Temple Pilots - "Interstate Love Song"
57 The Kinks - "You Really Got Me"
56 Warrant - "Cherry Pie"
55 Blue Oyster Cult - "Don't Fear The Reaper"
54 Faith No More - "Epic"
53 Steppenwolf - "Born To Be Wild"
52 The Runaways - "Cherry Bomb"
51 Megadeth - "Peace Sells"

50 Red Hot Chili Peppers - "Give It Away"
49 The Stooges - "Search And Destroy"
48 Korn - "Freak On A Leash"
47 Kid Rock - "Bawitdaba"
46 Anthrax - "Madhouse"
45 Foghat - "Slow Ride"
44 Cream - "Sunshine Of Your Love"
43 Dio - "Holy Diver"
42 The Clash - "Should I Stay Or Should I Go"
41 Quiet Riot - "Cum On Feel The Noize"
40 Poison - "Talk Dirty To Me"
39 Boston - "More Than A Feeling"
38 Queen - "Stone Cold Crazy"
37 The Who - "My Generation"
36 Van Halen - "Hot For Teacher"
33 Alice Cooper - "School's Out"
34 Heart - "Barracuda"
33 Green Day - "Basket Case"
32 Ted Nugent - "Cat Scratch Fever"
31 AC/DC - "Dirty Deeds Done Dirt Cheap"
30 Pearl Jam - "Even Flow"
29 Joan Jett - "Bad Reputation"
28 Foo Fighters - "Everlong"
27 Whitesnake - "Still Of The Night"
26 Lynyrd Skynyrd - "Free Bird"
25 The Ramones - "Blitzkrieg Bop"
24 Iron Butterfly - "In-A-Gadda-Da-Vida"
23 Ozzy Osbourne - "Crazy Train"
22 Jimi Hendrix Experience - "Hey Joe"
21 Led Zeppelin - "Kashmir"

20 Bon Jovi - "You Give Love A Bad Name"
19 Rush - "Tom Sawyer"
18 Scorpions - "Rock You Like A Hurricane"
17 Twisted Sister - "I Wanna Rock"
16 Kiss - "Rock And Roll All Nite"
15 Motley Crue - "Dr. Feelgood"
14 Iron Maiden - "Run To The Hills"
13 Def Leppard - "Photograph"
12 Judas Priest - "Breaking The Law"
11 Deep Purple - "Smoke On The Water"

10 Motorhead - "Ace Of Spades"
09 Van Halen - "Runnin With The Devil"
08 Aerosmith - "Walk This Way"
07 Nirvana - "Smells Like Teen Spirit"
06 The Who - "Won't Get Fooled Again"
05 Metallica - "Enter Sandman"
04 Black Sabbath - "Paranoid"
03 Led Zeppelin - "Whole Lotta Love"
02 AC/DC - "Back In Black"
01 Guns N' Roses - "Welcome To The Jungle"

sabato 10 ottobre 2009

Go Ireland! part 2


Stasera l'Italia gioca a Dublino contro l'Irlanda di Trapattoni, in un Croke Park meravigliosamente sold-out. Avevo già espresso in questo post le mie sensazioni riguardo la nostra nazionale infarcita di arroganti, fighi di legno e destrorsi, ma da allora, se possibile, le cose sono ulteriormente peggiorate.

Lippi è più egocentrico di Berlusconi, tra non molto ci dirà che è il miglior ct della storia italiana, le domande su Cassano (ah che ventata di freschezza, non solo tecnica, rappresenterebbe l'arrivo del talento barese...) l'hanno fatto sbarellare inducendolo a comportamenti (che poi sono i suoi) di altezzosa presunzione nei confronti dei media.

A proposito del fantastico numero dieci della Sampdoria, a mio avviso abbiamo avuto nei giorni scorsi una risposta indiretta alla domanda sulla sua mancata convocazione. E' arrivata da De Rossi, che ha spiegato in pratica che quelli presenti in nazionale segnano di più e sono più forti di Cassano, e che il problema del barese è la presunzione.

Ergo: è il gruppo, non solo l'allenatore, a non volere l'irrequieto Antonio tra le sue fila. La smetteranno adesso i giornalisti di tormentare la squadra? E che cacchio! "Si sono dimenticati che campioni del mondo siamo noi" (l'ha detto Lippi ieri) ?

E il glorioso capitano azzurro Fabio Cannavaro? Chiuso a tempo di record il suo caso di presunto doping. Non voglio insinuare niente, per carità. Ma, a memoria, altri casi analoghi al suo non si sono certo chiusi nel giro di poche ore...


Dall'altra parte c'è una squadra operaia, un pubblico gioioso, un allenatore che di professione sdrammatizza.

Ricordate il bellissimo film di Frears Due sulla strada? Era ambientato ai tempi di Italia 90, i pub erano strapieni (beh diciamo più strapieni del solito...) per le partite dell'Eire. All'attesissimo quarto di finale, proprio contro l'Italia, in molti indossavano una splendida T-shirt con scritto FUCK SCHILLACI. Quanto sarebbe attuale e condivisibile oggi una creazione di questo tipo!

Per il nome del giocatore, beh non c'è che l'imbarazzo della scelta.



P.S. La foto allegata rappresenta un auspicio

venerdì 9 ottobre 2009

The Shield: final season

Finalmente ho trovato il tempo per vedere i primi tre episodi della settima e ultima serie di The Shield, che, per quei pochi che ancora non lo sanno, è il mio poliziesco più preferito.
Non dirò molto, perchè ci sono amici che devono ancora guardarlo, mi limiterò a scrivere che rivedere i poliziotti dell'Ovile fa sempre piacere, che però parte un pò lento e sopratutto che la trama è giocata molto sulla psicologia dei rapporti tra Vic, Shane e Ronnie, gli ultimi rimasti dello Strike Team.

Il commento musicale dei primi minuti dell'episodio 7.01 è folgorante: Reach for the sky dei Social Distortion.

Evvai così!

mercoledì 7 ottobre 2009

Gli Arctic Monkeys menano rogna

Prima di decidere se Humbug, il nuovo lavoro delle Scimmie Artiche, sia bello o brutto, ispirato o fiacco, valido o trascurabile, posso dire con certezza che porta sfiga.
Ero sulla Clio intento all'ascolto della traccia numero due del suddetto disco, quando la radio si è spenta e non ne ha voluto più sapere di funzionare.
Mentre aspetto la prognosi dell'elettrauto, per puro scrupolo, sospendo gli ascolti anche su altri supporti. Non me ne vogliano i simpatici inglesi.

martedì 6 ottobre 2009

See the future


Il 29 ottobre 2009 l'intera umanità si ferma. Allo stesso momento, in tutto il mondo le persone svengono per due minuti e sedici secondi. Per questo breve lasso di tempo ognuno ha una visione diversa di se stesso nel futuro. Un salto in avanti nel tempo di sei mesi esatti, fino al giorno 29 aprile 2010. Alcune di queste visioni sono angoscianti, altre insignificanti, altre ancora foriere di buone nuove.

Ovviamente al suo risveglio, l'umanità si trova davanti ad una catastrofe umanitaria immane. Pochi secondi di black out hanno causato milioni di morti in tutto il mondo.

Mark Benford è un agente FBI ex alcolista che ha un salto nel tempo direttamente collegato agli eventi che lo hanno provocato. Insieme ai suoi colleghi capisce che i flash forward hanno un legame diretto con la perdita collettiva di sensi e che da lì bisogna partire per capire cosa è successo. Il suo, di salto in avanti, è collegato alle indagini che lo porteranno, da lì a sei mesi, molto vicino alla verità.

Tratto da un romanzo di Robert J. Sawyer, Flash Forward è il nuovo serial mistero/avventura dell'americana ABC (in Italia per ora su Fox tv, pacchetto Sky). Nella scena iniziale del risveglio delle persone sulla strada, dopo lo svenimento collettivo che ha causato uno spaventoso incidente automobilistico, le analogie con Lost sono così evidenti che viene da pensare ad un tributo. Laddove nel serial dei naufraghi il dottor Jack si svegliava sull'isola e con le orecchie che ancora fischiavano cominciava a prestare i primi soccorsi ai naufraghi, qui Benford esce confuso dall'auto e fa lo stesso.

A parte questa somiglianza, il nuovo telefilm promette bene, intriga. Fa piacere rivedere dopo tanto tempo Joseph Fiennes (nei panni del protagonista ), che personalmente avevo perso di vista da molto. Altro collegamento con la serie dei naufraghi più famosa della tv è la moglie di Benford, interpretata da Sonia Walger, la famosa (e inespressiva) Penny di Lost.


La curiosità di vedere come andrà a finire la storia c'è tutta, insieme allo scoramento nel pensare che, con ogni probabilità, anche questi la tireranno alla lunga. Diciamo almeno cinque stagioni?

domenica 4 ottobre 2009

300 (mila)


Sapete qual'è il colmo per una manifestazione sulla libertà d'informazione? Sono più di uno, per la verità:

1) che la diretta dell'evento la faccia Fede su Rete 4 condendola di interviste in studio ad ospiti addomesticati ed un campionario delle sue migliori espressioni di disgusto, che non serve il dottor Lightman di Lie to me ad interpretarle.

2) che la notizia, nei tiggì nazionali Rai (con l'eccezione di Rai Tre, ça va sans dire) arrivi dopo il quarto o quinto titolo, e che il servizio venga mandato prima della rubrica sul folklore del Turkmenistan

3) che i mezzibusti delle reti sopra citate proprio non ce la facciano a dire T-R-E-C-E-N-T-O-M-I-L-A- persone in piazza, e balbettino cose tipo: decine di migliaia di partecipanti o grande folla in piazza.


Questa è Sparta! (pardon, Italia).

venerdì 2 ottobre 2009

One man band


E' arrivato ieri alle poste il mio regalo di compleanno. L'ordine su Amazon USA era partito il 6 settembre, ero un pò preoccupato perchè l'ultima volta, anni fa, il pacco era stato intercettato alla dogana di Linate dove mi avevano trattato come se, invece di ciddì, avessi cercato di introdurre in Italia il virus ebola, per poi accontentarsi infine di impormi una tassa stratosferica per ritirare la roba che ovviamente avevo già pagato. Da lì in poi non ho più ordinato sul sito di musica americano, meglio, molto meglio Play.com (inglese) che ha ottimi prezzi e che non fa pagare le spese di spedizione.

A questo giro però l'occasione era irresistibile. L'intera discografia country di Hank III (quattro album, di cui i primi tre raccolti in un cofanetto di latta, come nell'immagine postata), più il disco metal degli Assjack, il tutto a 38€.

Potevo resistere? E infatti non l'ho fatto. Mi è andata bene. Invece che in dogana, il pacco è arrivato all'ufficio postale del mio paese, dove con 11€ di dazi sono entrato in possesso del mio agognato malloppo.

E' sempre emozionante passare dal freddo e astratto mp3 al buon vecchio (a questo punto possiamo dirlo...) supporto in cd. Si possono apprezzare i packaging dei dischi e, nel mio caso, leggendo le note interne degli album già mandati a memoria, si scoprono cose interessanti, come ad esempio questa, relativa ai musicisti che hanno lavorato nel disco debutto degli Assjack:

Vocals: Hank III Drums: Hank III Guitars: Hank III Synth noise: Hank III


Straordinario.

giovedì 1 ottobre 2009

Gli zelig del rock


Premetto che non ho mai ascoltato un disco dei Muse in precedenza, niente di più facile quindi che davanti alle due considerazioni che sto per fare qualcuno se ne abbia a dire che ho scoperto l'acqua calda.

The Resistance arriva nei negozi dopo un enorme campagna pubblicitaria. Oramai quando le major hanno un gruppo che ritengono possa vendere qualche ciddì in più, lo pompano manco fossero i Beatles, cominciando mesi prima a parlarne in termini apocalittici. La promozione dura quanto le primarie del piddì.

Per essere un gruppo affermato da tempo e con un proprio brand personale, devo dire che i ragazzi saccheggiano mica male a destra e manca. In Uprising (il singolo che ha anticipato l'uscita dell'album) per fare un esempio, il tappeto di percussioni iniziale e tutto il brano fino al ritornello, ricordano molto da vicino alcune delle cose più recenti di Marilyn Manson.
Buona la title track, altro pezzo dalle potenzialità commerciali, possibile nuovo singolo.

L'opera è spesso in bilico tra una certa pomposità di fondo, un'utilizzo pop della musica classica (per i lunghi break di pianoforte), molte assonanze con i Queen. In questo senso, la traccia numero quattro, la lunga United States of Eurasia, paga un tributo così evidente al gruppo di Freddy Mercury da sembrare una autentica outtake da Innuendo.

Il disco si chiude con la suite in tre parti di Exogenesis. Qui emerge un certo amore per le colonne sonore strumentali e... per i Radiohead, sopratutto per l'uso del falsetto e delle sonorità orchestrali tipiche della band di Yorke.

Un imbarazzante disco di plagi quindi? No, o non solo almeno. Da neofita del gruppo trovo The Resistance un album piacevole. Il sound è apprezzabile, così come le composizioni e le aperture melodiche: un pop elaborato che riesce a non essere saccente.
E poi gente, dopo quello che hanno fatto dalla Ventura (dal blog di Ale: qui e qui)questi qui si sono guadagnati sul campo le mostrine di miei idoli assoluti. Potete giurarci.

mercoledì 30 settembre 2009

L'unico sciopero che non farò


No, ammettiamolo, questi uomini sono dei geni della strategia mediatica. Intelligenze superiori, senza alcun dubbio. Sono un passo avanti. E noi invece sempre dietro a rincorrere.

Cioè stai a vedere che adesso la campagna per lo sciopero del canone della tv pubblica la fanno loro. Hanno in mano il 90% dei programmi d'informazione, fanno e disfano palinsesti per blindare il prime time al Cav., i programmi di Raiuno sono "la casa" del premier, le notizie nei tiggì di Rai Uno e Rai Due sono addomesticate che nemmeno il commissario Rex e LORO propongono, quale forma di protesta, di non pagare la tassa televisiva.

I politici della grande coalizione di sinistra abboccano in pieno, e da bravi realisti dicono che no, è un dovere civile pagarla, perchè in tutte le nazioni europee bla bla bla. Così diventiamo quelli che sostengono i contenuti di questo schifo di televisione pubblica. Attenzione, non è un problema di merito, ma solo di mera propaganda. La questione è posta in maniera capziosa. Io la tassa Rai la pago da sempre, anche se ogni anno più faticosamente, ma davvero, non smette mai di stupirmi l'abilità innata che hanno questi qui nel girare le frittate. Oplà! "Con la nostra azione di Governo abbiamo portato la moralità in Parlamento" Non l'ha detto Berlinguer, ma Berlusconi (geniale a ricordarlo ieri Crozza a Ballarò).

Il merito concreto è che senza il canone Rai e con l'attuale tetto agli spot sulla tv pubblica, si verrebbe a creare una situazione per cui resterebbe solo un gruppo a razzolare spazi e introiti pubblicitari . Che, per una bizzarra combinazione di eventi, frutto esclusivamente del caso, è anche l'azienda del Premier. Quel premier editore del giornale che ha lanciato la campagna contro il canone. Lo stesso che: "quando vuole la Rai è casa sua..."


lunedì 28 settembre 2009

Time is on their side?!?

Tempo fa, quando nelle discussioni mi trovavo nella posizione di dovere difendere un personaggio dileggiato da tutti, usavo dire: “vabè, voi non lo capite, ma tanto poi il tempo è sempre galantuomo”.


Il mio intendimento era quello di evidenziare come, con il trascorrere degli anni e il diradarsi degli steccati ideologici o d'opportunità, la storia avrebbe premiato la persona solo ed esclusivamente per il suo valore. Non so esattamente da chi sia stata coniata la frase, ma avevo in mente molti esempi di artisti, politici e uomini storici che sono stati rivalutati solo dopo molti anni e in genere successivamente alla loro morte.


E’ già qualche anno però che questo assioma comincia a mostrare delle crepe preoccupanti.


Certe volte infatti ho l’impressione che nel mondo della esposizione mediatica, riuscire ad invecchiare restando in qualche modo aggrappati alla notorietà, riesca a cancellare automaticamente qualunque critica e perplessità inerente alla carriera o alla storia del personaggio in questione.


Mike Bongiorno, ultimo in ordine di tempo, ne è la dimostrazione. Se c’era un personaggio che incarnava tutto il contrario degli ideali della sinistra, dell’essere attivista politico (in genere comunista) di quegli anni, ecco, quello era lui. Ci appariva prevaricatore, sciocco, inutilmente offensivo nei confronti dei suoi subalterni e di alcuni concorrenti dei suoi programmi, maschilista e volgare nella sue “gaffes” (vere o presunte che fossero).


Tutto questo oggi, di fronte alla sua dipartita, è miracolosamente sparito. Sono tutti lì a scappellarsi di fronte alla sua figura, gli appellativi si sprecano, omaggi, tributi, nessuna voce fuori dal coro (quella di Paolo Villaggio è stata bacchettata das Aldo Grasso per reato di “indelicatezza”).


Boh, sarà anche che, come la storia insegna, la sinistra in quegli anni non ha capito la massiccia avanzata della cultura di massa, veicolata in primo luogo dalla televisione, e ha perso così terreno rispetto alle persone che si poneva di rappresentare, arroccandosi su posizioni snob e saccenti, ma personalmente su di uno come Mike io non ho mai cambiato opinione.


Continuo a leggere e sentire in giro cose inaudite. Si rivalutano come grandi statisti gente come la Thatcher o Reagan, politici che hanno spaccato in due il proprio paese, le classi sociali e i sindacati, operando sempre a favore delle classi più abbienti, che hanno stretto alleanze con dittatori sanguinari in giro per il mondo, che hanno ridotto alla povertà un numero mostruoso di persone.


Uno come Lino Banfi diventa l’attore delle famiglie italiane, e si permette pure di tirarsela, manco fosse Mastroianni, Lando Buzzanca se ne va in giro a sostenere che la sua carriera di attorone è stata penalizzata dalla sua militanza di destra. Sgarbi è passato un paio di volte da là a qua negli schieramenti politici (no dico, Vittorio Sgarbi!). Ci manca solo Baudo che si candida per il centrosinistra e poi il quadro è completo ( come dite, lo ha già fatto?!? ).


Okay, solo gli stupidi non cambiano idea. Va bene anche che Montanelli (persona onesta, perbene e libera) , incarnazione dell’uomo di destra, nella sua battaglia contro il Cavaliere sia diventato un’icona della sinistra, nonostante la sua strenua battaglia contro il P.C.I. nei settanta/ottanta e la paternità della frase sul turarsi il naso e votare DC (quella della corrente Andreottiana, dei rapporti con Cosa Nostra, della Strategia della Tensione), però le cose sono due: o il discorso del tempo galantuomo è una solenne cazzata, oppure il concetto ha davvero valore e della gente che ho citato (ma ce ne sarebbe altra…) non ci ho mai capito una benemerita cippa, ed è pertanto giusto che vengano rivalutate come personalità di enorme spessore culturale ed alto valore storico.



Solo avvisatemi un po’ in anticipo quando il leader del centro-sinistra di turno nel 2029 rivaluterà Bush jr, Pinochet, Belpietro, Ferrara, Feltri, Vespa e magari pure Emilio Fede, additandoli ad esempio di lealtà, correttezza e indipendenza. Dovesse accadere vorrei essere da un’altra parte. Fanculo, stavolta per davvero.

Le dimensioni non contano


Dev'essere un pò preoccupante per gli attori di action-movie il fatto che un manipolo di porcellini d'India, una talpa, una mosca e altri graziosi animaletti creati al computer abbiano dato luogo ad uno dei più divertenti e movimentati film d'azione dell'anno, no?

Diamine, se ne dovranno fare una ragione, G-Force è proprio un prodotto riuscito. Tra l'altro la versione originale dev'essere stata ancora più esaltante, con il doppiaggio di Sam Rockwell, Jon Favreau, Penelope Cruz, Nicolas Cage e SteveBuscemi.

Continua invece a non convincermi 'sta nuova moda del 3D. Gli appositi occhiali che fornisce la sala sono scomodi da portare sopra a quelli da vista, il loro affitto è oneroso e il risultato finale che producono è poca cosa, visto che il loro uso è giustificato giusto da un paio di cosette in un ora e mezza di film.

Purtroppo G-Force, a differenza dell' Era glaciale, lo si può vedere solo così.
Non fatevi scoraggiare e portateci i bambini (dai 5-6 anni in su, direi).


P.S. Fa una certa impressione vedere recitare Zach Galifianakis, che in Una notte da leoni interpretava uno strafattone, in un prodotto Disney per bambini...

sabato 26 settembre 2009

Appetite for criticism

Vi ricordate dei Prefab Sprout? Il gruppo inglese guidato da Paddy McAloon, singer che cantava come Viola Valentino? A me piacevano, o perlomeno mi piaceva il loro delizioso Steve McQueen, del 1985. Conteneva delle composizioni pop eteree e zuccherose, come i singoli Appetite e When love breaks down, che in qualche modo affermavano una certa personalità nell'ambito della musica commerciale del momento. Nell'arco della loro carriera si sono poi orientati su scelte musicali più indipendenti e meno mainstream, allontanadosi sempre più dai riflettori e aderendo progressivamente allo status di cult band, diradando sempre più le uscite discografiche.


Ma questo non è un post monografico sulla band, è piuttosto un reminder su di un loro singolo. Nel 1988, tre anni dopo il successo (e la causa intentata dalla vedova dell'attore americano) di Steve McQueen, viene annunciato il nuovo ellepì, dal titolo From Langley Park to Memphis. Il disco viene anticipato da un quarantacinque giri dal titolo Cars and girls (qui il video). Il titolo è poco da band inglese, e in effetti dietro a quelle due semplici definizioni (ed a una splendia copertina, postata sotto) si nasconde una sferzante critica nei confronti dei temi (ab)usati da Bruce Springsteen nelle sue canzoni. I primi versi del brano fanno così:


Brucie dreams lifes a highway too many roads bypass my way
Or they never begin. innocence coming to grief
At the hands of life - stinkin car thief, thats my concept of sin
Does heaven wait all heavenly over the next horizon ?

But look at us now, quit driving, some things hurt more much more than cars and girls.

Just look at us now, start counting, what adds up the way it did when we were young ?

Look at us now, quit driving, some things hurt much more than cars and girls.

Bruce all'epoca era all'apice della notorietà, dopo il successo planetario del tour di Born in the USA, era in giro per stadi per l'attesissimo seguito di Tunnel of love. Ovviamente non condividevo l'analisi semplicistica che facevano gli inglesi dell'opera di Springsteen, però tutto sommato un fondo di verità c'era (e se lo pensavo allora da ottuso die-hard fan...), ed è ovvio che un disco non è un trattato accademico, devi andare subito al sodo, e i PS l'hanno fatto con stile, e perchè no, coraggio, viste le sproporzioni delle forze in campo.

Non so se il Boss sapesse dell'esistenza del brano, se si fosse offeso o ne abbia fatto tesoro. Fatto sta che da li a poco (ma probabilmente centra l'essere entrato nei quaranta ed essersi formato una famiglia) il suo songwriting è maturato, ha ampliato i temi, ha raggiunto vette di lirismo in precedenza solo sfiorate.


No, probabilmente non centra nulla Paddy McAloon, ma ogni tanto serve qualcuno che ti rifili qualche calcio nel culo e ti riporti sulla terra, anche se ti chiami Bruce Springsteen.


P.S. Esce proprio in questi giorni, dopo sei anni dall'ultima fatica, il nuovo ciddì dei Prefab Sprout: Let's change the world with music. Bentornati!

venerdì 25 settembre 2009

Le origini di un outlaw


Confesso che avevo trascurato questo lavoro di Hank 3. Ma d'altro canto preso com’ero dalla full-immersion di Straight to Hell prima e di Damn Right Rebel Proud poi, rischiavo veramente l’overdose e la crisi di rigetto. Adesso che lo sto ascoltando con la dovuta calma, mi presento davanti alla tastiera con i miei worn-out boots e lo Stetson bianco calato in testa per tentare di recensire quello che considero un disco dannatamente valido.

Anzi, limitarsi a dire che è valido è molto riduttivo. Non ho elementi probatori, ma sono convinto che Broke, Lovesick and Driftin’ abbia fatto un bel po’ di casino alla sua uscita, diciamo che lo immagino come una bomba che ha provocato un bel cratere su Nashville, la mecca del mainstream country.

Il disco (del 2002, seconda opera dopo il debutto di Rising Outlaw) già dal titolo, contiene in embrione tutti gli elementi che contraddistingueranno in seguito l’asset industriale del Williams del ventunesimo secolo. L'indipendenza dal pop country, cantata con irriverenza in Trashville, la deriva sociale dell’outlaw (la title track, Whiskey, weed and women, Cecil Brown, One horse town),le ballate per i broken hearts (Callin’ your name, Walking with sorrow ) , il cowpunk di Nighttime Rambling man, il divertimento molesto e sfrenato (beh, tutto il resto dell’album). Tra l’altro questo è anche l’unico disco nel quale Hank utilizza lo yodel ( lo stile country introdotto a metà anni venti da Jimmie Rodgers, che trae ispirazione dalla musica delle alpi svizzere) in
Walking with sorrow e One horse town.

Ci sono almeno sei capolavori qui dentro. Mississippi mud è il primo. Scanzonata e alcolica, con un testo e un ritornello che si stampano in testa, e lì mettono radici. Le malinconiche Cecil Brown e Broke, lovesick and drifter, poi Trashville, una specie di prova generale per il definitivo anthem Dick in Dixie,che arriverà da lì a poco, l’honky tonk di 7 months,39 days e la cover, presente anche su di un album di tributo a Nebraska, di Atlantic City, di Springsteen, qui presentata in una versione giocata su violino e dodici corde, che nella parte finale rallenta in maniera drammatica, lasciando il posto alla slide e creando un bel pathos (a voler esser pignoletti, unica pecca è l’eliminizione da parte di Williams di un pezzo di strofa – l’originale fa down here it's just winners and losers / and don't get caught on the wrong side of that line mentre il rifacimento toglie, probabilmente per un problema di metrica, la seconda parte - ).

In definitiva, un bel disco country, un segnale di personalità e indipendenza, un avvertimento lanciato a chi lo voleva vendere come un prodotto preconfezionato pronto per essere collocato negli scaffali dei negozi, magari tra Keith Urban e Billy Ray Cyrus. A questo punto il quadro d'insieme mi autorizza a dire che il buon vecchio Hank, fin qui, non ha sbagliato un colpo.
Sempre damn right rebel proud.

mercoledì 23 settembre 2009

Owners of a lonely heart


Trovo che Manhattan sia principalmente un film sulle solitudini collettive (plurale). Poi certo, anche sulle scelte di vita (giuste o sbagliate), sul coraggio, sulle crisi esistenziali, sulle psicosi dell'uomo moderno, sulle aspettative insite in ognuno di noi e su come le reverberiamo sugli altri, sugli inganni, sulla sincerità, sui tradimenti e sulla purezza dei sentimenti. Tutti questi elementi messi assieme lo rendono inevitabilmente anche un film sull'amore.

Semplice ma efficace la regia, convincenti i personaggi, ispirata la fotografia. Si sorride amaro, ma sopratutto si naufraga dolcemente nella malinconia.


Monty's 115th dream

Beh, sì, a posteriori devo ammettere che forse avevo un pò esagerato. Ma la giornata era stata davvero tremenda, ero stato sommerso da quintali di problemi altrui, ero esasperato e fuori di me. In quei casi, quando finalmente salgo in auto per tornare a casa, non posso fare a meno di sfogarmi mettendo su heavy metal a volume talmente alto da far vibrare le portiere della Clio, e guidare violando tutti i limiti di velocità presenti sul percorso.

E' un pò primordiale, lo so. E immaturo. E pericoloso. Ma, per usare una battuta di Guzzanti/Funari, è anche "tanto libberatorio..."
Perciò sono lì che sfreccio a 75 all'ora in un centro abitato mentre ascolto War Nerve dei Pantera, con Phil Anselmo che più che cantare sta cercando di fondere il microfono a forza di urla, quando vedo la paletta della stradale che mi fa segno di accostare. Beh, in una giornata di merda come questa mi sembra l'epilogo più consono possibile.

Manco fossi Homer Simpson, mi metto a discutere con il mio cervello. Lui mi dice "abbassa il volume prima di fermarti", io dico "fanculo". Così mi fermo facendo stridere le gomme. Abbasso il finestrino, la musica è così forte che il cappello dell'agente quasi gli cade dalla testa.

"Patente e Librettooooo" urla lui sopra il frastuono. Glieli passo con un ghigno tra la strafottenza e la rassegnazione. Si allontana con i miei documenti, immagino per fare un controllo. Tutto il centro del paese sta ascoltando Drag the waters, la traccia numero tre di The great southern trendkill: il suono copre perfino le campane della chiesa.

Ecco che torna il poliziotto. Lo guardo in faccia, è giovane, i tratti del viso non stanno bene con la divisa, sembra uno capitato lì per caso. Mi aspetto che mi arresti per una mezza dozzina di reati. Invece mi restituisce i documenti e mi dice che posso andare. Non credo alle mie orecchie, resto qualche istante con le carte in mano e la bocca spalancata.

Lui fa un paio di passi verso l'auto di pattuglia, poi torna indietro, mi fissa dritto negli occhi e mi dice: "i Pantera mi piacciono fino a Far beyond driven, poi sono diventati troppo autocompiacenti. Non lo senti come sbraca Anselmo? E i riff di Dimebag, Dio l'abbia sempre in gloria? Prendi Walk o Mouth for War: devastanti ma pulitissimi, in The great southern trendkill invece si perdono, si banalizzano, dentro tutta quella potenza senza controllo. Una bella fortuna averli visti dal vivo quando erano i migliori, a Milano nel novantacinque".

Senza aggiungere un'altra parola, si gira e se ne va. Io mi sento all'improvviso svuotato di ogni energia o forza di reazione. Quasi per inerzia stoppo la riproduzione del ciddì, lo tiro fuori e inserisco The best of Gerry Mulligan with Chet Baker. Abbasso il volume, parto a velocità "gita domenicale" e percorro gli ultimi chilometri che mi separano da casa formando una coda di automobili strombazzanti alle mie spalle.

domenica 20 settembre 2009

Roll over everything

Una volta, un'incauto giornalista chiese a Chuck Berry qual'era la canzone del suo repertorio a cui fosse più affezionato.

Charles Edward Anderson Berry, nato a St. Louis il 18 ottobre del 26, creatore di uno stile chitarristico epocale, fonte di ispirazione per tutti gli artisti rock più importanti del secolo, autore di alcuni tra i più grandiosi inni rock and roll di sempre, nonchè inventore dell'imitatissimo duck walk, ebbe a rispondere: " Vedi man, non ho un pezzo preferito, ma se proprio dovessi scegliere, beh allora direi My-Ding-A-Ling".

Per la cronaca, My-Ding-A-Ling (qui il testo) è una canzone del 1972 giocata sui doppi sensi riguardo, si insomma, il pistolino di Chuck.

Insofferente,presuntuoso, sfrontato, egocentrico, intrattabile, Chuck, dal 1955 e per una decade, ha sfornato una serie impressionante di capolavori dell'epoca, che già metterne in fila solo una piccola parte fanno venire gli sgrisoli:

Maybelline, Roll over Beethoven, Too much monkey buisness, Thirty days, Rock and roll music, Little sixteen, School days, Memphis Tennessee, Around And Around, Back In The USA fino al cumshot artistico/autobiografico di Johnny B. Goode, You never can tell, No particular place to go. Se Elvis Presley (grande interprete) ha influenzato la cultura e il costume prima americano e poi mondiale, lui (autore, compositore e cantante) ha inciso così profondamente sullo stile rock da lasciare fino ai giorni oggi la sua traccia sul pop (Beach Boys, Beatles), sul rock (Stones, Springsteen) e sull' hard rock improntato al boogie (beh, AC/DC su tutti).

Scrivendo questo post mi è tornato in mente un episodio che mi è accaduto a Memphis una vita fa. Mentre facevo il mio tour musicale della città (la Sun Records, Graceland), da perfetto turistello ho chiesto ad un nero incontrato per strada, dove fosse la statua dei Elvis Presley. Ricordo che lui mi fissò come se fossi una cacca e rispose "Elvis who?!?".

Ecco, sono certo che se qualcuno chiedesse a Chuck Berry del King risponderebbe esattamente allo stesso modo.


sabato 19 settembre 2009

L'esercizio del punk


Non sono nuovi del mestiere i milanesi Minnie's, tra una vicessitudine e l'altra sono in giro infatti da quasi quindici anni (e sei dischi). Io li ho scoperti con quest'ultimo L'esercizio delle distanze, al quale sono arrivato attraverso qualche recensione pizzicata qua e la.

L'idea che mi sono fatto è che i ragazzi cerchino la via italiana al punk più commerciale e pop, il che non è un'intuizione sbagliata, se vogliamo. Certo che poi bisogna avere la capacità di raggiungere questo obiettivo e loro secondo me si fermano un pò a metà del guado.

Da ascrivere sotto la voce tentativo riuscito sicuramente l'open track Per cosa si uccide (a parte un fastidiosissimo bridge "parlato" che fa un pò Bambolina & Barracuda di Ligabue), Hey, Lasciatemi, Milano è peggio (con "parlato" anche questa, purtroppo), Mai più fiori scuri.

La scrittura, diciamolo, non è eccezionale, anche se si apprezza un certo gusto per le aperture di gas dei ritornelli, che cercano di adempiere con disciplina al compito di restare in mente. La parola d'ordine insomma è immediatezza, la longevità delle composizioni non è forse nei programmi della band.

Alla fine non si evince chiaramente cosa vogliano fare i Minnie's da grandi, sospesi come sono tra la strada mainstream e l'indie, tra i Ministri e i Lunapop.
Time will tell.

venerdì 18 settembre 2009

MFT, settembre 2009


ALBUM

Pearl Jam, Backspacer
Hank III, Broke, Lovesick and Driftin'
Eels, Hombre Lobo
Muse, The Resistance
Arctic Monkeys, Humbug
Minnie's , L'esercizio delle distanze
Juliette Lewis, Terra Incognita
Pantera, Vulgar display of power
Brian Eno, Music for Airports
Elton John, Goodbye Yellow brick road
Marlene Kuntz, The Best
Assjack, omonimo 2009
Eric Clapton & Steve Winwood, Live Madison Square Garden



LETTURE

Giorgio Scerbanenco, Racconti Neri

Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta

mercoledì 16 settembre 2009

88 Minuti di troppo

Sono sicuro che Al Pacino potrebbe trovare un modo più dignitoso di arrivare alla pensione, piuttosto che prestarsi a produzioni inqualificabili come 88 Minuti.
Potrebbe ad esempio, chessò, fare Pluto a Dysneyland, la letterina a Passaparola, il presidente del consiglio in Italia...
Qualunque cosa Al. Ma ti prego risparmiaci altri film dove la tua recitazione è così fluida che sembra tu ti muova sott'acqua. Dove i dialoghi sembrano scritti da Pippo Baudo e la sceneggiatura da Giancarlo Magalli.
Se non vuoi farlo per te, fallo almeno per chi ti ha voluto bene.

martedì 15 settembre 2009

Pizzini

In occasione dell'uscita di Blood's a rover il 22 settembre, James Ellroy ha inviato una missiva, umile e misurata, ai librai americani:

“Cari librai, ecco in tutta la sua magnificenza il mio nuovo romanzo, in cui si parla di uomini offesi, Blood’s A Rover . La casa editrice Knopf lancerà questo libro bomba il 22 settembre. Fino a quella data avete il compito di creare un’ attesa presentandolo come un libro profondo e coinvolgente. Poi inizierete a propinarlo ai lettori, e allora io arriverò nelle vostre librerie e farò impazzire legioni di fan; verrà un sacco di gente e comprerà il mio e altri libri e, nonostante il periodo di magra, faremo tutti una barca di soldi. Chiaro, no? Leggete il libro. Apprezzatene la grandezza. Cercatemi su Facebook e fatemi sapere cosa ne pensate. Vostro, James Ellroy”

In altre occasioni l'autore si è espresso così:

"E’ un preeeeeeepotente romanzo storico – grandioso nello scopo, profondo nell’esplorazione dell’era, colmo della paaaazza merda che è il mio marchio di fabbrica e soffuso di un esaltato senso di fede e delle conseguenze della rivoluzione e conversione politica. Oh, sì, questo è un libro per questi tempi".

L'attesa è finita.

lunedì 14 settembre 2009

La parola allucinante

Da giovinastro c'erano tutta una serie di parole tremende che facevano costantemente parte del gergo comune dei ragazzi. Non ci si stava troppo a girare intorno, quando non si trovava un aggettivo adatto a descrivere un contesto o una situazione, si faceva ricorso a due o tre definizioni, che alla fine, in qualche modo, hanno caratterizzato tutto un periodo.

La palma della più abusata spetta indubbiamente ad "allucinante". Allucinante si adattava a qualunque conversazione: "hai sentito di quello che ha sterminato la famiglia? Cazzo, A-L-L-U-C-I-N-A-N-T-E! " " ieri sera ho visto un film troppo ALLUCINANTE!" "Minchia, ALLUCINATE, ieri i miei quasi mi beccano che mi facevo una sega davanti alla televisione!" E così via dicendo.

Una discreta alternativa era usare il "CHE STORIA!". In genere lo si formulava per lo stesso utililizzo dell'aggettivo precedente. Quindi, per esempio: "CHE STORIA OH, gli sbirri hanno blindato il Faccia!" oppure: " cazzo CHE STORIA, ho visto la mia ex in piazza..." o anche " ieri con la Uno di mio padre ho toccato i 140 in fondo a viale Olanda, figa CHE STORIA!"

I più arditi osavano di più, enfatizzando la frase attraverso aggiunte fantasiose, ad esempio "che storia MALATA" oppure : "che storia ALLUCINANTE". In genere però questo impressionante sforzo mentale aggiuntivo finiva per esaurire le loro facoltà di parola per una settimana o due.

Poi c'era da quantificare. Emozioni o situazioni al limite venivano tutte raccolte dietro il semplice termine espresso da UNA CIFRA! "Oh, ieri mi sono divertito UNA CIFRA!" ; " ho provato UNA CIFRA di volte a chiamarti" ; " Cazzo, l'Aprilia costa UNA CIFRA!" e via discorrendo.

Se ho cominciato a disintossicarmi da questa deriva linguistica un pò in anticipo rispetto agli amici devo ringraziare esclusivamente a Patrizio, che mi prendeva regolarmente per il culo per quel modo di parlare, accelerando così il processo di maturazione linguistica ("una cifra?!? E quanto cazzo? dieci, cento, mille, milleeuuno???").

Ancora oggi, quando devo usare la parola allucinante lo faccio con timore e ritrosia, sapete com'è, agli ex-alcolisti basta un goccetto per precipitare nel baratro...



domenica 13 settembre 2009

I migliori della vita, 9

Creedence Clearwater Revival, Willy and the poorboys, 1969

I miei facevano la spesa grande una volta al mese, nell'unico, enorme (per i criteri di cinque lustri fa) supermercato che c'era in zona. Io mi univo alla trasferta perchè mi era concesso l'acquisto di un 33 giri, e così mentre loro giravano le corsie, stazionavo al reparto dischi per scegliere il mio acquisto. Il più delle volte loro facevano in tempo a riempire a dismisura il carrello e io ero ancora lì indeciso, a pesare in mano artisti e titoli.

Quella volta invece ero partito bello deciso. Avevo scoperto che Bruce Springsteen adorava un gruppo chiamato Creedence Clearwater Revival, di cui suonava anche delle cover, e avevo deciso che dovevo ascoltarli.
Mi sarei buttato su di una raccolta, ma erano su doppio vinile e andavano decisamente fuori dal budget imposto. Allora, senza una ragione che riesca a ricordare, scelsi Willy and the poorboys, nonostante la copertina poco rock e anzi piuttosto artigianale e uncool.

Più tardi dei CCR sono arrivato ad assemblare l'opera omnia in cd, a farmi come si dice una cultura, a scoprire che sono tra i più sputtanati in assoluto nelle colonne sonore dei film americani dei 60/70, che sono adorati da quel personaggio icona dei fricchettoni che risponde al nome di "Dude" Lebowski, che quasi tutti, critica e fans, individuano in Cosmo's Factory la loro opera migliore.
Ma io beh, sono rimasto affezionato a questo album da molti considerato di transizione, poco compreso e schiacciato tra due masterpiece come Green River e Cosmo's Factory, appunto.

I Creedence furono una fottuta cometa che sconvolse in soli due anni e sei dischi la musica americana fino alle fondamenta.
Non inventarono niente John Fogerty e compagnia, si limitarono ad assorbire tutta la storia musicale USA, dalle radici ai frutti, e la rielaborarono attraverso una fulgida ispirazione nei testi e nella composizione, che gli permisero di scrivere canzoni che sopravvivono ancora oggi nella cultura e nella memoria di un intero popolo.

Ogni disco spaziava dal folk al blues al rock'n'roll al country (in qualche caso persino all'errebì). Anche se, a mio avviso ogni album aveva un suo carattere predominante, pur contenendoli sempre tutti. Così in Green River prevale il blues, in Cosmo's Factory il rock e in Willy and the poorboys il folk e i traditional.

Torniamo a me ragazzino. Arrivato a casa pieno di aspettative e di eccitazione, metto il vinile sul piatto del mio Pioneer . Per sbaglio comincio dal lato B (trattasi davvero di pura casualità). Il primo pezzo del secondo lato è Fortunate's son. Merda, che grande canzone. Parte la batteria e subito si sovrappone un semplice riff di telecaster che si ripterà per tutto il brano, poi arriva il cantato di John, così rauco e americano (in un testo a suo modo anti-americano, considerata l'epoca): "Some folks are born made to wave the flag/ Ooh, they're red, white and blue. And when the band plays "Hail to the chief" / Ooh, they point the cannon at you / Lord, It ain't me, it ain't me / I ain't no senator's son, son / It ain't me, it ain't me; I ain't no fortunate one, no" , e io sono già bello che conquistato.
Tanto per dire, non è stato quello di Smoke on the water il primo riff che ho tentato con la chitarra, ma proprio questo.

In seguito lo ascolto nell'ordine giusto, senza che il mio entusiasmo adolescenziale ne venga minimamente intaccato. Down on the corner apre il lavoro con le chitarre acustiche a menare le danze. Anche qui c'è un tema portante, un riff costruito sulle corde basse, che è un gioiellino. It came out of the sky è più rock'n'roll, mentre Cotton fields è il primo, stupendo omaggio al seminale bluesman Leadbelly, l'altro, Midnight special, è piazzato nella stessa posizione (traccia numero tre) del lato due.

Si prosegue con lo strumentale Poorboy shuffle e quindi la facciata si chiude con una ballata poco considerata, ma che andrebbe rivalutata: Fellin' blue. Oltre a me di certo è piaciuta ai Gov't Mule, che l'hanno suonata sulla prima parte del loro Deep End.

Di Fortunate son, che è diventato un solido inno anti-militare ho già scritto, restano da segnalare il tipico sound creedenciano di Don't look now, poi Side o' the road un altro strumentale ( questa volta elettrico) e la conclusione di Effigy, il pezzo più lungo del lotto, una ballata tesa, con un lungo bridge chitarristico nella parte centrale e in quella conclusiva. Altra composizione poco considerata, ma di grande livello, con il suo crescendo drammatico e intenso.

Dovessi razionalmente consigliare un titolo dei CCR ad un neofita suggerirei forse un altro album, ma Willy and the poorboys ha poco a che fare con la ragione e molto più con il sentimento. E non è questo che conta davvero, alla fine?

sabato 12 settembre 2009

Blood on blood

Con la fine dell'estate riprendono da dove le avevamo lasciate alcune tra le serie televise più interessanti. E' il caso di The Shield (22 settembre) , magnifico poliziesco americano che è arrivato alla settima e ultima stagione e di Dexter (18 settembre), il serial killer dei criminali, che è giunto alla terza tornata di episodi.
Entrambi i telefilm sono sostenuti da ottimi cast e straordinari attori protagonisti, il realismo esasperato (anche nei movimenti di macchina da presa) regna in The Shield, mentre Dexter si fa apprezzare per l'originalità della storia e perchè le cose raramente sono come vengono mostrate.

Devo però onestamente ammettere che il mio cuore batte molto più forte per il detective Vic Mackey che per l'ematologo Dexter Morgan, ma è solo perchè sono un romantico e con Vickey è amore di luuunga data...