sabato 17 marzo 2012

Album o' the week / Big Country / The crossing (1983)




A trent'anni dalla sua uscita e a dieci dalla morte di Stuart Adamson, è stata in questi giorni pubblicata un edizione speciale, in doppio cd, del magnifico esordio dei Big Country, l'album che per molti è il migliore della band. E' questa la fucina che ha forgiato il sound del combo, batteria asciutta, chitarra-cornamusa, liriche che raccontano storie epicamente quotidiane.Tracce quali In a big country, Chance, 1000 Stars, Lost patrol, Fields of fire assemblano insieme un suono immaginifico, pittorico, una suggestione senza fine.

giovedì 15 marzo 2012

Catalogami questo! / 28

Il ragtime (talvolta scritto rag-time) è un genere musicale, nato come musica da ballo nei quartieri a luci rosse di alcune città statunitensi (Saint Louis e New Orleans). Raggiunse la massima notorietà tra la fine del XIX secolo e i primi due decenni del XX. Suonata prevalentemente al piano, talvolta accompagnato da orchestra, era caratterizzata da un ritmo binario sincopato, che ha contribuito alla formazione del jazz. La parola ragtime, in inglese, significa "tempo stracciato", "a brandelli".

I tratti fondamentali di questo genere musicale si possono schemattizzare in due punti: - il ragtime è praticato soprattutto da musicisti mulatti, una élite rispetto ai neri. Il ragtime, perciò, nasce come musica d'autore, scritta generalmente per pianoforte; - il ragtime è una musica da ballo che si ispira alle polke, alle mazurche, alle marce popolari di origine europea. Si basa però su un elemento tipicamente africano, cioè sulla contrapposizione tra due ritmi diversi, uno regolare e ossessivo (generalmente tipico della mano sinistra nelle composizioni ragtime per piano), l'altro vario e sincopato (eseguito invece con la mano destra). Diffusosi dalla seconda metà dell'Ottocento presso i neri della zona sud-occidentale degli Stati Uniti, era suonato inizialmente dalle cosiddette jug band, con strumenti casalinghi come l'asse da lavare e altri strumenti di cucina; nel banjo trovò il suo principale protagonista, e più tardi cominciarono ad emergere per esso anche pianoforte e chitarra.

la scheda di wikipedia

martedì 13 marzo 2012

Way down in the hole. The Wire stagione 1



La migliore serie poliziesca mai trasmessa in televisione. Così è considerata da molti la saga (cinque stagioni, dal 2002 al 2008) di The Wire. Nonostante questo, dalle nostre parti il serial ha faticato a trovare una consona programmazione televisiva, e nella sua completezza, è stato trasmesso solo dalle tv a pagamento. Da fan dei polizieschi di qualità quale sono, seppur distratto nel tempo da altre produzioni americane, non mi sono mai dimenticato che prima o poi dovevo recuperare questa, e alla fine quel momento è giunto.

The Wire (inteso come "l'intercettazione") è ambientato a Baltimora, nel Maryland. La città, nonostante non sia esattamente la location più abusata dalle fiction poliziesche non si fa mancare nemmeno uno dei vizi delle metropoli americane più mediatiche. Droga, corruzione, malaffare, povertà, degrado e sopratutto omicidi (le statistiche reali indicano Baltimora come il luogo con più delitti in USA, dopo Detroit) regnano incontrastati in questa città attestata al di sotto dei settecentomila abitanti.


Protagonista della storia una squadra speciale di poliziotti assemblata pescando tra le diverse sezioni di polizia: scarti umani, detective di valore, gente che mena e raccomandati, tutti agli ordini del tenente Cedric Daniels (l'ormai noto Lance Reddick). Tra di loro spicca Jimmy McNalty (Dominic West, che come primo impatto non ha tanto il faccia del ruolo, così belloccio e da soap) uno, per descriverlo come fa un suo diretto superiore, talmente egocentrico e presuntuoso da essere "drogato di se stesso". Nel mirino una vasta organizzazione criminale dedita allo spaccio e collateralmente alla corruzione e all'omicidio, di base alle case popolari di Baltimora.

Pur cadendo in più di un luogo comune sugli sbirri americani, la serie si differenzia dalla media per un ottimo lavoro di scrittura, che la permea di realismo sopratutto per ciò che concerne gli aspetti "politici" della vicenda, mostrando la pochezza morale di giudici, politici e alti funzionari di polizia esclusivamente preoccupati della carriera e di ingraziarsi i propri ,superiori, che si affannano a cercare di evitare di pestare merde durante il percorso di ascesa, e pazienza se spesso questo porta su strade divergenti rispetto a quella del perseguire i reati.



La serie parte molto lentamente, poi dal sesto episodio entra nel vivo e concilia qualità e tensione, sempre privilegiando il racconto e la parte strategica a all'azione. La bravura degli autori riesce a condensare in pochi fotogrammi le contraddizioni dei giovani soldati dell'impero della droga (ragazzini che in alcuni casi accudiscono altri bambini abbandonati dai genitori tossici); il razzismo e il sessismo presenti in polizia; la disperata solitudine degli sbirri (il divorziato McNalty che, ubriaco perso, cerca di montare nella sua nuova casa lettini Ikea per i figli). Straordinariamente ben assortite anche la gallerie di facce e personaggi che popolano la storia. Solo per citarne qualcuno, D'Angelo e Avon Barksdale (Larry Gillard jr e Wood Harris), Stringer (Idris Elba), Omar (Michael K. Williams), Kima Greggs (Sonja Sohn), tutti i ragazzini delle case popolari. Visi intensi a rappresentare ruoli spesso tormentati, quasi shakspeariani.


Dall'episodio sette poi un tuffo al cuore, comincia infatti ad apparire in brevi camei Steve Earle, che in quel periodo aveva appena sfornato Jerusalem, forse il suo lavoro più completo. Il singer del Tennesse ha la parte (che più autobiografica non si può) di un ex-tossicodipendente che dopo aver perso tutto si è ripulito e tiene discorsi nelle terapie di gruppo per drogati. Un'emozione vera vederlo al massimo della sua imponente fisicità, coi capelli lunghi, la barba scura e i tatuaggi sui bicipiti gonfi, raccontare di quella volta, quando ha venduto la chitarra per comprare la droga.



La conclusione della prima stagione è coerente con lo stile dell'opera. Non ci sono vinti e vincitori, ma solo un'enorme mediazione politica che lascia in pratica le cose come stanno. A perderci, non suonasse eccessivamente retorico, è ancora una volta la città, la comunità, la giustizia. E con esse i veri sconfitti sono, da una parte quelli che hanno tentato di scardinare il collegamenti tra crimine e politica, e dall'altra i più deboli, quelli dilaniati dai dubbi e dai rimorsi. Per loro sì, non c'è scampo.



P.S. Way down in the hole è il brano sui titoli di testa. Sappiamo che il pezzo è di Tom Waits e che avrà un'interprete differente per ciascuna delle cinque stagioni. Nella prima ad eseguirlo i Blind Boys of Alabama.

lunedì 12 marzo 2012

Come le canzoni tristi quando fuori piove

Fine Before You Came
Ormai

(La Tempesta; Triste; in download gratuito)
2012













Succede che, ad un primo impatto, la musica dei FBYC risulti piuttosto ripetitiva e il cantato monotono, poco comprensibile, a tratti fastidioso. Un istante dopo succede però anche che, inspiegabilmente, ti ritrovi queste canzoni intrappolate nella rete dei pensieri, con un irrefrenabile bisogno di riascoltarle.
Nonostante i Fine Before You Came siano per me una scoperta, giungono in realtà al quinto album, secondo in italiano dopo gli esordi in inglese. Il genere che propongono mi è abbastanza estraneo, siamo dalle parti dell'emo-core o del post-hardcore. Etichette a parte (importanti fino a un certo punto), la struttura dei brani del gruppo milanese prevede in sintesi un tappeto strumentale fatto di arpeggi di elettrica veloci e distorti, una batteria / metronomo, basso di contorno e voce che è equalizzata indicativamente allo stesso livello degli strumenti. La struttura dei testi non prevede la classica dinamica strofa/ritornello, ma piuttosto una composizione libera (più attinente alla forma poetica) che si esalta su alcuni passaggi che diventano irresistibili slogan esistenziali.
Che sia proprio quello della particolarità dei testi l'elemento vincente della band (Jacopo Lietti alla voce; Marco Monaci e Mauro Marchini alle chitarre; Filippo Rieder alla batteria e Marco Oliviero al basso), è molto verosimile, se dopo pochi ascolti ti ritrovi quasi inconsapevolmente a cantare (urlare sarebbe più appropriato) "non mi piace Dublinooohhhh" (Dublino) oppure "diiihh questo piccolo paeseehhh conosco solo questa stradaaahhh" (Paese) o ancora "come le canzoni tristi quando fuori piooveee" (Sasso). L'ascendente per il sing-along è la chiave che ti permette di entrare nel mondo dei FBYC, nella loro poetica quotidiana, che può apparire adolescenziale o scolastica, ma che, nei brani citati, in Magone e in La domenica c'è il mercato, è dannatamente incisiva.

7.5/10


P.S. Così come tutta la discografia dei Fine Before You Came, anche Ormai è in free download, lo trovate qui.

sabato 10 marzo 2012

Album o' the week / Supergrass, I should coco (1995)



Non ci si crede che il debutto dei Supergrass si stia avviando ai vent'anni di stagionatura. Sembra ieri che il mondo si accorgeva di questi impertinenti ragazzi inglesi che usavano lo slang cockney per il titolo del loro debutto (che sta per I should think so). In una contaminazione di stili che copriva la decade tra la fine dei sessanta e quella dei settanta, la band faceva le sue brillanti reverenze al mod e al punk, ai Kinks e ai Jam. Buona parte dei pezzi più noti della band, che pubblicherà altri sei album, sono qui dentro. Alright, Lenny, Lose it, Caught by the fuzz. Ah! Beata gioventù!

giovedì 8 marzo 2012

Catalogami questo! / 27

Il termine emo (o emo-core) si riferisce ad un genere musicale inizialmente compreso all'interno del punk rock, ed è perciò considerato un suo sottogenere. Tuttavia, nella sua evoluzione più moderna, il genere include anche sonorità di tipo melodico orientate all'indie rock e all'alternative rock.

Di fondamentale importanza per la genesi dello stile furono gli Hüsker Dü con il loro album Zen Arcade, pubblicato nel 1984 e i Naked Raygun con Throb Throb nel 1985. Questi lavori, sebbene siano comunque per la gran parte etichettabili come hardcore punk, furono infatti diversi dal sound hardcore più grezzo e violento visto sino ad allora, e contenevano una maggiore attenzione sia ai testi che alla tecnica musicale, influenzando moltissimo la scena musicale di Washington D.C., tanto che fu proprio in questa zona che venne usato per la prima volta il termine emoper definire band in sostanza sempre hardcore ma con sonorità più melodiche e ricche. I nomi più significativi sono Rites of Spring, Embrace (il gruppo di Ian MacKaye precedentemente leader dei Minor Threat che dopo fonderà insieme al cantante dei Rites of Spring i Fugazi, band anch'essa di grande importanza per l'emo nel finire degli anni ottanta), One Last Wish, Gray Matter, Fire Party e leggermente dopo Moss Icon e i The Hated. La prima ondata emo iniziò a scemare con lo scioglimento nei primi anni novanta di molte delle band citate.

A metà anni novanta, il termine emo iniziò ad essere usato per indicare la scena musicale indie influenzata appunto dai Fugazi con sonorità quindi marcatamente pop punk e indie rock. Gruppi come Sunny Day Real Estate e Texas Is the Reason interpretarono il lato più emo dell'indie rock, un lato più melodico e meno caotico del suo predecessore. La scena "indie-emo" sopravvisse fino alla fine degli anni novanta, quando molte band appartenenti ad essa si sciolsero o indirizzarono la propria musica verso territori più mainstream.

Come fecero le ultime band indie-emo, anche le nuove leve strizzarono l'occhio al mainstream, creando uno stile musicale che ha introdotto il termine emo nella cultura popolare. Se in passato il termine emo era usato per descrivere una grande varietà di band, ai giorni nostri il termine ha assunto un significato ancora più ampio, non necessariamente indicativo di un preciso genere musicale.


I gruppi di riferimento del movimento emo possono essere indicativamente suddivisi in tre ondate. La prima (emotional hardcore), dal 1985 al 1994, con band quali Fugazi, Embrace, Rites of spring, Heroin e 1.6 Band. La seconda (1994/2000) Sunny day real estate, Sparta, Elliott e la terza (dal 2000 ai giorni nostri) 30 seconds to mars, My chemical romance, Paramore, Taking back sunday.


L'ampia scheda di wikipedia

martedì 6 marzo 2012

Hank III a Torino

Hank III suonerà per la prima volta in Italia! Sul sito della Barley Arts ho trovato questo stringato comunicato: Arriva, per la prima volta in Italia, il vero “cowpunk man”: Shelton Hank Williams III, alias Hank III.
Il concerto, che si terrà a Collegno (TO) per il Colonia Sonora il 30 giugno 2012, sarà un vero e proprio excursus musicale della carriera di questo grande artista, pioniere di un genere unico come il cow-punk-rock americano. Lo spettacolo che Hank III proporrà al pubblico italiano sarà suddiviso in tre diversi set, “HellBilly”, “Attention Deficit Domination” e “3 Bar Ranch”, per una durata complessiva di tre ore.

Dettagli del concerto:

HANK III


I° Set – HellBilly
II° Set – Attention Deficit Domination
III° Set – 3 Bar Ranch


Sabato 30 giugno 2012
Collegno (TO), presso la Colonia Sonora
Ingresso: 20 euro (Posto Unico)
Non sono previsti gruppi di supporto. Hank III sarà protagonista dell’intero concerto.
Pertanto è consigliata la puntualità del pubblico.
I biglietti per il concerto, organizzato da Barley Arts, saranno in vendita sul sito Ticketone.it e nei punti vendita connessi.

Chissà che accoglienza troverà dalle nostre parti, data l'italica abitudine ad essere musicalmente settoriali. Temo i metallari che fischieranno il set country o i cauboi che contesteranno quelli metal. Tanti auguri, Hank.

lunedì 5 marzo 2012

Honesty


















Bruce Springsteen
Wrecking Ball
(Columbia, 2012)

Ciascun fan di Bruce Springsteen ha avuto il suo momento, definitivo o provvisorio, nel quale ha smesso di seguire il Boss. Quando ho iniziato ad appassionarmi alla sua musica molti seguaci della prima ora (gente che per intenderci si era spinta fino a Zurigo per vederlo, nella tappa più vicina del tour di The River) avevano abbandonato l’artista considerando un tradimento la svolta di Born in the USA. Altri hanno detto basta dopo il primo scioglimento della E Street della fine ottanta e le releases di Human Touch e Lucky Town, e via dicendo. Alla fine anche il mio momento di dire basta è arrivato, anche se è storia recentissima. Ha a che fare con le ultime pubblicazioni (Magic e Working on a dream), che suonano per la prima volta insincere e manieristiche, ed ha a che fare con l’intestardirsi a portare in giro quel che rimane della E Street Band, quasi fossero dei freak di fiera di paese: “gente venite a vedere il quadruplo mento di Little Steven!”. Ha a che fare con l’idea che mi ero fatto della vecchiaia di Bruce, lontana dagli stadi e dal clamore, a strimpellare folk. Ha infine a che vedere con la fortissima sensazione che l’uomo da sempre ammirato per la sua sincerità artistica avesse iniziato a fare il furbetto.

Questa disillusione è stata facilmente alimentata dall’ascolto di We take care of our own, preview del nuovo album Wrecking Ball, degna prosecuzione del sound tronfio e posticcio degli ultimissimi anni, ma, e qui sta il colpo di scena, è stata inaspettatamente messa alle corde dal resto dell’album, che si presenta, a tutti gli effetti, quale anello mancante del dopo Seeger Session.

Skippata la traccia uno (la già citata We take care of our own), si fa sul serio: Easy money e Shacked down riconciliano all’istante con l’arte di Bruce, nella loro ariosità filosofeggiano con il soul, con il gospel. Gli arrangiamenti sono finalmente coerenti, la voce di Springsteen potente senza artifizi. Persistono i fastidiosi la la la da stadio, ma almeno qui trovano un minimo di senso. Jack of all trades, a livello di interpretazione e testo è veramente un tuffo al cuore degno dei suoi illustri pronipoti discografici. Death of my hometown invece, dopo tanto trastullarsi con la musica irlandese composta da altri, rappresenta il raggiungimento del proprio celtico cumshot, un pezzo trascinante che potrebbene starsene bello comodo tra le composizioni più rispettose della tradizione dei Black 47.
Complessivamente sembra di sentire la roba più eterogenea di Ry Cooder, dalle parti di How can a poor man stand such times and live (non a caso coverizzata dal Boss nella rielaborazione delle canzoni di Pete Seeger), folk delle origini e soul che fanno un threesome col rock and roll. Nel contesto generale aiuta, e spero di non sembrare cinico, il non dover infilare a forza il solo di sax di Big Man, da tempo corpo estraneo al progetto musicale springsteeniano, che si sposa invece felicemente con un’ampia sezione di fiati e di coriste.

Benché abbastanza inquadrate nello stile classico del songwriting dell’autore di Born to run, non stonano nemmeno i lenti This depression e il midtempo folk You’ve got it, mentre accarezza delicatamente lo spirito il soul di Rocky ground (che infrange un altro tabù, quello del primo inserto rap in una canzone di Springsteen).
Nel caso qualcuno si fosse preoccupato lo tranquillizzo immediatamente, l'epica da stadio è presente anche in questo album, e trova la propria apoteosi in Wreckin ball (brano già donato all’ultimo Record Store Day), accattivante già nell'attacco, e nella versione in studio dell’ormai classicissimo Land of hope and dreams, che negli ultimi quindici anni di tour si porta via buona parte della conclusione dei concerti. Operazione doverosa, visto il ruolo che nel brano aveva Clarence Clemons, anche se personalmente non ho mai amato troppo questa canzone.
Il disco si chiude con un curioso country western tex mex tra Morricone e Ring of fire di Johnny Cash che gioca in maniera convincente sul contrasto musica spensierata / testo esistenziale.

Insomma Bruce stavolta è tornato sul serio. Senza inventarsi nulla di nuovo, di eclatante o di sconvolgente, ma riappropirandosi di un canone musicale tradizionale che gli appartiene nel profondo e mettendolo al servizio di testi, sinceri, amari e disincantati. In fin dei conti non è questo che da sempre pretendiamo da lui?


7 / 10

sabato 3 marzo 2012

Album o' the week / Queen, Rock Montreal (2007)



Testimonianza del tour del 1981 che simbolicamente chiudeva un'era per la band. Successivamente sarebbero arrivate le derive discomusic di Hot Space e pop di The works. Qui invece era ancora forte la componente hard rock nello stile del gruppo, sebbene i due dischi che precedettero il tour (Jazz e The game) cominciassero ad accarezzare stili più commerciali. Tralasciando i soliti luoghi comuni su pregi e limiti dei Queen, un disco palpitante e divertente.

venerdì 2 marzo 2012

Supersize him



Prima o poi Jack Black dovrà prendere atto del fatto che persino John Belushi, al quale il nostro chiaramente si ispira, ad un certo punto della sua purtroppo breve carriera ha cominciato ad accettare ruoli diversi da quelli quelli interpretati in Animal House o The Blues Brothers che l'hanno reso un'icona.
Perchè pur essendo di una simpatia travolgente, Black insiste in maniera fastidiosa su questo personaggio di eterno adolescente infarcito di pop culture (rock and roll, cinema mainstream, fumetti) reiterato in ogni sua pellicola, e questo è diventato un perimetro che dovrebbe cominciare ad andargli stretto, con o senza il conforto degli incassi.
E' talmente esile lo spunto che tiene insieme Gli straordinari viaggi di Gulliver che anche la durata è al limite del minimo sindacale dell'ora e mezza.
Poi. Ci sono i robot, tutto un mondo di miniuomini (e di giganti), i personaggi sono colorati e nettamente distinti tra buoni e cattivi e chiaramente Stefano si è divertito, però, e anche questo è un segnale indicativo, non ha manifestato interesse a rivederlo.

giovedì 1 marzo 2012

Lucio Dalla, 1943/2012

Lucio Dalla ha fatto parte per un buon periodo della mia formazione musicale (avevo scritto di lui qui e qui ). Per qualcosa di più di una decina d'anni, indicativamente fine settanta inizio novanta, per una manciata di album (Banana Republic, Dalla, 1983, Viaggi Organizzati, DallAmeriCaruso, Dalla/Morandi, Cambio, Amen) la sua musica ha rappresentato qualcosa di significativo che ancora mi porto dietro e che ciclicamente riaffiora. Come dico nel primo dei post sopra linkati, ultimamente era davvero triste vederlo partecipare ad ogni nefandezza pur di restare visibile, ma ciò non toglie tristezza per la sua improvvisa scomparsa. Vabè.

mercoledì 29 febbraio 2012

Interismi



Ho usato raramente questo spazio per parlare della mia passione per il calcio in generale e in particolare per l'Inter, nonostante questa passione sia, per intensità, molto vicina a quella per la musica. Ho sempre trovato la materia di scarso interesse, considerata la sovraesposizione del calcio in ogni dove mediatico / di vita quotidiana e poi, inconsciamente, c'è sempre l'impressione di occuparsi di un argomento intellettualmente inferiore rispetto alle forme d'arte rappresentate da musica, cinema e letteratura (in realtà non è così, c'è gente che parla di calcio in maniera intelligente e senza fanatismi, ma sono oggettivamente l'eccezione e non la regola).



Per questa ragione, e anche perchè non appartengo alla categoria di tifosi interisti cosidetti bauscia, non ho pubblicato post trionfali sui successi della mia squadra (fatto salvo quello per la vittoria della Champions League, ma era dovuto) e in genere ho sentito l'impulso di scrivere più nei periodi di difficoltà che in quelli vincenti. Quale occasione migliore dunque per tornare a disquisire di colori nerazzurri, che questa impressionante striscia di sconfitte consecutive che stiamo infilando da un mese in qua, in casa e in trasferta, in Italia e in Europa?



Lo dico subito: non sono deluso, incazzato o depresso per questa deriva di gioco e risultati. Considero assolutamente normale l'appannamento che coglie un team alla chiusura di un lungo ciclo di vittorie, e quello dell'Inter è stato uno dei più esaltanti di ogni tempo. Non me la prendo particolarmente con la società, con lo staff tecnico, con i giocatori. Certo, qualche errore di valutazione è stato commesso e più di un'incertezza nell'ambito del mercato si è pure registrata, ma il tutto è accentuato dal contesto generale di chiusura fisiologica di un'era. Ho sempre ammirato l'etica di Ranieri e non è un caso se nemmeno a lui sia mai capitato in precedenza di fallire l'obiettivo del risanamento sportivo di un team.


Sono annate così, nelle quali, contrariamente a quelle predestinate al successo, tutto va male, quelli bravi diventano brocchi e quelli mediocri sprofondano. Ad andar bene ci vorrà un lustro, anno più, anno meno, per tornare a vincere, non serve farsi illusioni.



L'unica critica che mi sento di rivolgere alla società è di natura preventiva. Bisognerebbe non farsi prendere dalla frenesia tutta morattiana che porta a fare e disfare ogni singolo anno, perpetrando scelte tecniche contrapposte e incomprensibili, e costruire invece pazientemente la squadra del futuro sui giovani (qualcuno valido in rosa e nei vari prestiti in giro mi sembra ci sia), a partire da subito, visto che mi sembra chiaro che quest'anno falliremo tutti gli obiettivi stagionali e non si capirebbe il senso di insistere con la vecchia guardia, vistosamente in difficoltà.

E la critica dove sta, direte voi? Nella certezza che la dirigenza nerazzurra, così come insegna la storia, farà l'esatto contrario, facendoci rivivere stagioni di interismi (per usare un termine coniato dal tifoso vip Severgnini) che speravamo archiviate.

martedì 28 febbraio 2012

The healer

Leonard Cohen
Old Ideas
(Columbia, 2012)













E' un sussurro sofferto ma ancora incredibilmente eccitante quello del quasi ottantenne (stiamo parlando della leva del 1934, un anno dopo quella di mio padre) Leonard Cohen. Come una brezza fresca che arriva inaspettata in una giornata torrida a provocarti pelle d'oca e (ne siamo certi) inturgidimento di capezzoli delle ascoltatrici. Il tutto con naturalezza e tanta consapevolezza della propria condizione ( I got no future / I know my days are few / The presence not that pleasant / Just a lot of things to do, da The darkness), a precisare che non siamo dalle parti del vecchietto bavoso fuori dalle scuole con la Spider rossa e foulard colorato al collo, ad adescare ragazine.

Tutt'altro. Old ideas è un disco permeato, e non potrebbe essere altrimenti, di grande spiritualità nel quale la strumentazione è di assoluto contorno rispetto al soffio di voce che Coehn riesce a metterci e alle eleganti sottolineature dei cori femminili, delle tastiere, dei fiati, dei piatti della batteria costantemente spazzolati. Sin dall'autobiografica apertura con l'intensa Going home (I love to speak with Leonard / He’s a sportsman and a shepherd / He’s a lazy bastard / Living in a suit ) Leonard rimette al loro posto tutti i suoi epigoni sia che rispondano al nome di Cave che a quello di Lanegan e compagnia bella.

Più che nel folk, siamo dalle parti del jazz intimista e d'amosfera (con qualche nobile eccezione: Banjo ha la struttura del blues e la conclusiva Different sides, la più vivace del lotto, ha le caratteristiche del brano soul) che sconfina in qualcosa che è strettamente legato alla misticità del gospel, non riesco a dare una definizione diversa ad un brano quale Come healing. L'elemento conduttore è comunque quello di una grande poetica, flash improvvisi, istantanee che smuovono sempre qualcosa nel petto, come nel caso di Anyhow ( The ending got so ugly, I even heard you say / "You never ever loved me but could you love me anyway?").



Un disco riuscito,doloroso e lenitivo al tempo stesso. Mettiamoci anche che, considerati i tempi frapposti dal cantautore canadese tra una release e l'altra (otto anni tra questo e il precedente Dear Heather), Old ideas rischia di essere il testamento artistico di Coehn e il pathos complessivo attorno all'opera è servito.

7.5/10

lunedì 27 febbraio 2012

L'hair-metal è vivo (e lotta con noi) !

Steel Panthers
Balls out
(Republic Records 2011)




Let me cum in Let me cum in Let me cum in your ass tonight!
Let me cum in Let me cum in Let me cum in your mouth tonight!
Let me cum in Let me cum in, baby swallow my creamy load - don't bite!
Let me cum in Let me cum in Let me cum in your mouth tonight...



Beh, potete anche fermarvi qui. Avete copertina e refrain di uno dei brani (Let cum in, traccia numero 13) di Balls out, elementi uno più esplicito dell'altro riguardo al tema portante del Steel Panther-pensiero, non c'è molto altro da aggiungere. A parte che il genere propugnato dai quattro (sia nel sound che nel look) è l'hair metal più becero e ignorante che ha infestato gli anni ottanta. Ah, sia chiaro che i suddetti termini (hair metal anni ottanta, becero,ignorante) per il sottoscritto sono da prendere come complimenti.


Tutto negli Steel Panthers è fermo all'epoca aurea di quel genere musicale, in un periodo in cui sembrava niente potesse fermare le acconciature dei Poison, la misoginia dei Motley Crue, il mascara dei Winger e gli acuti dei Ratt. Ecco, i nostalgici di tutta quella roba lì possono allegramente ritrovarsi nelle tracce dalla uno alla quattordici di questo platter (e nei nick dei componenti il gruppo: Lexxi Foxxx, Starr, Stix...) con una maggiore dose di volgarità da hard-core movie quale bonus aggiuntivo.


Chiarito il contesto, passiamo alle canzoni. Leviamoci subito il fastidio dell'originalità, questo sound aveva detto tutto quello che aveva da dire venticinque anni fa, figuriamoci. In ogni caso ci vuole un certo (cattivo) gusto a mettere insieme un progetto di questo tipo in maniera credibile e in questo senso pezzi come Supersonic sex machine, Just like Tiger Woods, 17 girls in a row, It won't suck itself (guest il mai dimenticato Nuno Bettencourt degli Extreme e Chad Kroeger dei Nickelback), If you really really love me, Weenie ride e la già citata Let me cum in potrebbero dignitosamente stare in uno dei dischi delle band capostipiti del genere. E va da sè che anche questo è un complimento.



sabato 25 febbraio 2012

Album o' the week / The Clancy Brothers & Robbie O'Donnel, Older but no wiser (1995)




Sarà capitato a tutti primo a poi nella vita di comprare un disco solo per un particolare della copertina. Un'immagine artistica, un disegno truce, uno sguardo intenso, una grafica accattivante, a volte magari anche un paio di tette, vah. Penso però di essere il primo ad averlo acquistato per dei maglioni. Classicissimi maglioni irlandesi per la precisione. Quelli bianchi ricavati dalla lana di pecora grezza. Dietro a quattro maglioni così, è stata la mia inappuntabile riflessione, non può che nascondersi grande musica irish! E infatti, seppur ci muoviamo negli ambiti più rodati della tradizione celtica I Clancy Brothers (che scoprirò essere attivi dai sessanta con buoni riscontri negli States) e Robbie O'Connel se la sfangano alla grande maneggiando con padronanza melodie corali perfette per serate alcoliche al pub, giù,lungo la contea di Tipperary. Slainte!

venerdì 24 febbraio 2012

MFT, febbraio 2012

LA MUSICA: in fissa con Ani Di Franco, Which side are you on?. Leonard Cohen, Old ideas. Teatro degli Orrori, Il nuovo mondo. Bruce Springsteen, Wrecking ball.


A ruota Hanni El Khatib, Will the guns comes out. Mark Lanegan, Blues funeral; Litfiba, Grande nazione; Steve Earle, The hard way; Artisti Vari: Chimes of freedom, The songs of Bob Dylan; Steel Panthers, Balls out; Stiff Little Fingers, Inflammable material




IL LIBRO: Carlo Bonini, A.C.A.B.




LA SERIE TV: in fissa con The Wire.


Nei ritagli di tempo Il trono di spade, la seconda di Boardwalk Empire. La sesta di Dexter e Homeland

mercoledì 22 febbraio 2012

Catalogami questo! / 26

Art rock è un'espressione che si riferisce a una vasta famiglia di sottogeneri di musica rock caratterizzati dal tentativo di andare oltre gli schemi standard della canzone pop verso forme musicali più complesse e ambiziose, idealmente dotate della profondità filosofica e tecnica tipica della musica classica (specialmente sinfonica), del jazz o della musica d'avanguardia. Spesso vengono usati vari strumenti come archi e ottoni nel tentativo di allontanarsi dal rock classico. L'eventuale presenza di effettive contaminazioni da questi generi si deve però considerare come accessoria e inessenziale, in quanto scopo dell'art rock è contribuire all'evoluzione della musica rock in sé, esplorandone le possibilità espressive. Si è anche detto che l'art rock trasforma il rock da musica da ballare (connotazione che certamente si può facilmente associare al rock and roll tradizionale) in musica da ascoltare. Le opere art-rock sono spesso caratterizzate da testi ambiziosi e sperimentazione melodica o ritmica.

i critici (e i fan) usano questa espressione, in genere, per distinguere determinati autori e opere da quella che viene talvolta definita (in modo non meno vago) musica commerciale, ovvero musica che non cerca di andare oltre i canoni standard della musica pop, ma anzi si tiene accuratamente dentro quei confini, allo scopo di risultare "rassicurante" o "orecchiabile" al grande pubblico. In questa visione, un sinonimo di significato molto più evidente per "art-rock" potrebbe essere "rock serio" o "rock impegnato" (senza dare a quest'ultimo termine connotazioni legate all'impegno politico). In alcuni casi l'espressione è quasi sovrapposta, in significato, a quella di rock alternativo (alternative rock).


da wikipedia

Gli artisti identificabili con questo stile sono diversi ed abbracciano macrogeneri anche profondamente differenti: Pink Floyd, Moody Blues, Who,The Nice, Emerson, Lake & Palmer, David Bowie, Velvet Underground, Lou Reed, Kate Bush, Beach Boys, Beatles, Muse, Love (Forever Changes) Peter Hammill, Kate Bush, Roxy Music, Genesis, i primi Queen, Laurie Anderson Doctors of Madness, Fugazi, King Crimson, Tool, and Yes.

lunedì 20 febbraio 2012

Hanni El Khatib

Hanni El Khatib
Will The guns come out (2011)

















Non fatevi ingannare dal nome dell'autore di Will the guns come out, non mi sono dato alla musica etnica. Pur avendo Hanni origini filippino-palestinesi in realtà è stato sputato fuori dalla scena di San Francisco dove si era però affermato non in ambito musicale ma nel vasto calderone del movimento degli skaters.

Le scarse informazioni che circolano in rete non ci dicono come sia arrivato ad incidere un disco ne chi siano i suoi collaboratori, ma in fin dei conti chi se ne impippa. Il disco è una sorta di allucinato compendio di generi e stili apparentemente in antitesi ma che qui trovano coerente sintesi, accumunati da una struttura elementare ma efficace che prevede una chitarra elettrica slabbrata a condurre il gioco e il contorno di ritmiche e rdf . Un rock frenetico, industriale (non industrial eh, piuttosto metalameccanico), metropolitano, approcciato come farebbe Beck se si calasse di (più)acido. La tracklist è composta di undici pezzi, otto inediti e tre cover (i Funkadelic di I got a thing già usati dalla Nike per un
commercial , Louis Amstrong ed Elvis Presley); i riferimenti artistici sono numerosi e trasversali: dai Suicide a Jimi Hendrix passando per gli Stooges, i Primal Scream, Buddy Holly e Fatboy Slim. E' musica hard-rock suonata con piglio elettronico che non disdegna richiami ai sixties. E' una manciata di canzoni notevoli, Fuck it, you win; Come alive; la riproposizione di Heartbreak Hotel; Wait wait wait. Il tutto per una durata che non arriva alla mezzora.
Quando si dice breve ma intenso...

7,5/10


sabato 18 febbraio 2012

Album o' the week / Robert Johnson, The complete recordings (1990)




Per la rilevanza storica dell'artista questo doppio cd dovrebbe essere disco del secolo, altro che album della settimana su un blog insignificante. Però, visto che di recente sono stato da Buscemi (uno degli ultimi record shop indipendenti di Milano) e l'ho fatto mio ad un prezzo irrisorio rispetto al peso dell'opera, eccomi qui a decantarne le meraviglie. The Complete Recordings di Robert Johnson contiene tutte le incisioni che il misterioso bluesman del Mississippi ha compituo tra il 1936 e il 1937 (sarebbe misteriosamente scomparso nel 1938 a soli 27 anni). La sua opera ha contribuito a formare innumerevoli generazioni di chitarristi, dalla riscoperta inglese del blues dei sessanta fino ai giorni nostri.


C'è tutto. Ogni singola "take" dei suoi capolavori Sweet home Chicago, Cross road blues, Ramblin' in my mind, Love in vain, Kind hearted woman blues. La puzza di zolfo è compresa nel prezzo.

venerdì 17 febbraio 2012

Black clouds

Posto che se vedrò un solo concerto nel 2012 sarà quello dei Black Sabbath, non mi sono capicollato a comprare il biglietto perchè viste le condizioni generali di salute dei quattro volevo evitare di trovarmi a chiederne il rimborso magari un mese prima dello show (che, per inciso sta gonfiando il cartellone con guest quali Opeth, Trivium, Lamb of god).
Non vorrei con questi cattivi pensieri aver gufato i membri della band, ma guarda la coincidenza è arrivata la notizia che a Iommi è stato diagnosticato un linfoma. Ora, nonostante l'organizzazione si sia sperticata in rassicurazioni sul mantenimento dei progetti (tour e nuovo album), è chiaro che dense nuvole nere si addensino su questo evento.
Incrociando le dita e rinfoderando la postepay nel portafogli, nell' augurare a prescindere good luck a Tony, attendo news rassicuranti.

mercoledì 15 febbraio 2012

L'ultimo scalpo

Appare piuttosto chiaro che tutta questa storia dell’abolizione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori (che non è il divieto di licenziamento ma l’obbligo di riassunzione per un lavoratore licenziato senza giusta causa per le imprese con più di 15 dipendenti) abbia travalicato ogni ragionamento oggettivo e sia diventata mera propaganda governativa, l'ultimo scalpo da offririre agli dei dell'Europa nella speranza di ottenere clemenza.

Ho sentito e letto di tutto sulla tutela introdotta nel maggio del 1970 (con l’astensione del P.C.I. che riteneva tutto l’impianto di legge dello statuto troppo debole, pensate un pò): che è per causa sua se non si sviluppa l’occupazione, che gli investitori esteri non vengono in Italia per questo vincolo, che mette un tappo al turn-over giovani-anziani, che mantiene il Paese in uno stato di arretratezza, che riguarda ormai pochi privilegiati…

A sostenerlo sono più o meno gli stessi che hanno introdotto, da Treu a Sacconi, quasi cinquanta varietà di tipologie contrattuali differenti senza minimamente sviluppare una rete sociale che ne assorbisse il peso, quindi niente mutui o finanziamenti se il contratto è precario, nessuna politica attiva di reinserimento, quasi nulli gli obblighi di assunzione da parte di chi abusa dei contratti a termine.

Ora queste stesse persone fingono di non sapere che razza di imprenditori tutt’altro che illuminati ci siano in Italia, dimenticano che il 98% delle aziende italiche è sotto i 15 dipendenti (e quindi escluse dall'eventuale reintegro dei lavoratori), tralasciano di dire che i licenziamenti sono già possibili per legge (ad es. la 223 del 91), sia per stati di crisi che per ristrutturazione (quindi nelle pieghe della legge basta “la qualunque” per ridurre il numero di dipendenti) solo che è prevista la mediazione del sindacato e quindi il padrone non può scegliere in autonomia a chi far liberare l’armadietto. A questo aggiungiamo il dato degli ultimi anni, solo 31mila ricorsi contro i licenziamenti individuali negli ultimi dieci anni e l’inezia di 310 regolati attraverso l’articolo 18 negli ultimi cinque.

Il problema quindi, esattamente, dove sta? Nell'abbattere l'ultimo ostacolo al pieno e totale arbitrio dell'imprenditore verso i suoi subalterni, nel precarizzare anche il lavoro senza scadenze, nel condizionare vita e attività lavorativa delle persone.

Prima di prendermi dell’ottuso ideologico sarebbe il caso di porsi la domanda se ad esserlo maggiormente non siano quelli che reclamano perentoriamente questo obbiettivo. Obbiettivo che, paradossalmente ma nemmeno tanto, è stato sempre respinto quando propugnato dai governi di destra ed è pronto ad essere impacchettato col fiocco da una coalizione sostenuta anche dal centro-sinistra.
Così è la vita, Cipputi.

lunedì 13 febbraio 2012

Out of time

Van Halen
A different kind of truth
(Interscope, 2012)
















Il primo disco del 2012 è anche il meno atteso, nel senso che non sapevo dovesse uscire un album nuovo dei Van Halen. Invece ecco qui A different kind of truth, a quattordici anni dall'uscita dell'ultimo III, con il breve interregno di Gary Cherone alla voce che aveva sostituito solo per quell'album Sammy Hagar e che qui viene deposto a favore del ritorno di David Lee Roth, per chi venisse da Marte, il primo frontman della band. Altra sostituzione è quella del bassista storico del gruppo, Michael Anthony. Al suo posto un'altro Van Halen (il terzo su quattro componenti): Wolfgang, figlio del guitar hero Eddie.


Il primo pezzo del disco è Tattoo e tutto, da subito, riporta le lancette indietro di quasi trent'anni , il brand infatti è quello reso inconfondibile dalle prime release del combo, un marchio di fabbrica piuttosto preciso al quale i quattro si aggrappano per tentare un rilancio che rischia di essere fuori tempo massimo anche per gli amanti del genere. I pezzi comunque ci sono, magari manca continuità e si cade un pò nella ripetitività, ma tracks quali China Town, Outta space, You and your blues e Stay frosty (unica acustica,almeno in partenza, del lotto) sono valide e divertono. Dovendo fare una scelta tra A different kind of true e Chickenfoot III però la mia preferenza cadrebbe senza dubbio sul lavoro di Sammy Hagar e Michael Antony uscito qualche mese fa, più tosto e coeso.


Curioso come i Van Halen siano forse l'unica band storica dell'hard rock (in senso ampio) americano ad essere stata messa un pò in disparte, anche da un punto di vista iconografico e di lascito artistico (mai sentito dire di un gruppo emergente "ecco i nuovi Van Halen"), dal trascorrere del tempo e dai revival musicali. Non sarà credo questa uscita a far cambiare le cose, ma nemmeno a sputtanare quel poco di eredità musicale residua dei quattro.


6/10

domenica 12 febbraio 2012

Spiderman da capo

Ecco il trailer del nuovo Spiderman. Come ormai noto, non si tratta del quarto capitolo della saga di Raimi, ma un nuovo inizio (i cosidetti reboot). Da quanto si intuisce dalla visione di questi due minuti dobbiamo prepararci ad una svolta più dark(qualcuno ha detto Batman Begins?), con un ruolo centrale dei genitori di Peter Parker (plot del tutto marginale nei comics), la nemesi di Lizard e un costume diverso che sembra ricordare quello della versione fumettistica 2099 di Spidey (su due piedi non mi piace, ma io sono un veeecchio lettore). In U.S.A. esce alla vigilia del giorno dell'Indipendenza.


sabato 11 febbraio 2012

Album o' the week / Steve Earle, Copperhead road (1988)





Copperhead road chiude gli anni ottanta di Steve Earle. Il debutto trionfale di Guitar road è alle spalle e all'orizzonte cominciano ad intravvedersi derive esistenziali per droga e carcere. Ma concettualmente questo disco è emblematico delle diverse anime dell'artista della Virginia. La prima parte perentoriamente politica, la seconda più orientata alle canzoni d'amore e d'abbandono. Musicalmente cominciano ad emergere le influenze irlandesi (la title track e Johnny come lately, suonata con i Pogues),che contraddistingueranno anche in seguito lo stile del musicista, a vantaggio di quelle blue collar rock.


Uno primo, fondamentale snodo della carriera di Earle.

venerdì 10 febbraio 2012

Thrash and snow

Ancora strade innevate, se fossi in età scolastica sarei al settimo cielo, invece, dovendo iniziare la giornata affrontando la rampa dei box innevata e con davanti la prospettiva di proseguirla macinando decine di chilometri a passo di lumaca, sono esasperato.
Prima di uscire di casa mi sono fermato a scegliere un cd congruo ad affrontare la perigliosa giornata che mi attendeva. Cos'è più adatto a questi paesaggi imbiancati? Nick Drake, certo. Enya, e che diamine! E perchè no i Kings of convenience?!? Fanculo, devo guidare, mica stare al caminetto con il brandy che crea l'atmosfera in mano. Ho preso Master of puppets.

giovedì 9 febbraio 2012

Catalogami questo! / 25

Dopo tanti generi "rurali", oggi cambio totalmente ambito, esplorando il downbeat.
La definizione che segue proviene dal sito
storiadellamusica.it , dove potete leggere l'articolo per intero.


Il downbeat
Le radici del fenomeno musicale battezzato dalla rivista inglese Mixmag “ trip hop” affondano nella metà degli anni ’80, quando a Bristol si crea un collettivo di Dj che prende il nome di Wild Bunch: si tratta essenzialmente di un soundsystem con una forte predilezione per l’hip hop, il dub e, più in generale, la battuta lenta (il downbeat), vale a dire tutto ciò che ha un numero di battute per minuto inferiore alle 120.
L’organico del collettivo varia ma tra le sue fila passa gente come 3D, Mushroom e Daddy G, Tricky, Smith & Mighty e Nelee Hopper, vale a dire tutti i protagonisti della primissima ondata del trip hop: i primi tre, nel 1987, formano i Massive Attack ed escono nel 1991 col primo Lp, “Blue Lines”; è il disco che inventa il genere, con un suono che per molti versi risulta ancora acerbo, ma in cui tutte le caratteristiche tipiche del genere sono già presenti : la matrice dub, la vena melanconica dei pezzi e le atmosfere oscure da subito marchio di fabbrica delle produzioni musicali di Bristol.


Quando nel 1994 i Massive Attack danno un seguito al loro esordio,quel suono è ormai diventato fenomeno musicale a sé e il trip hop sta già regalando i suoi primi capolavori: da “Dummy” dei Portishead (di cui fa parte quel Geoff Barrow che in “Blue Lines” figurava tra i produttori) a “Maxinquaye” di Tricky ( ex Wild Bunch che ha collaborato su entrambi gli album di Daddy G e compagnia), passando per l’esordio di Smith & Mighty, Bass Is Material . Nel frattempo un altro ex Wild Bunch, Nelee Hopper, lavorando dietro le quinte come produttore, si rivela altrettanto vitale per la diffusione di quelle atmosfere uggiose: già arrangiatore in quel “Raw Like Sushi” di Neneh Cherry che ha anticipato di due anni buoni la nascita del trip hop, Hopper sviluppa ulteriormente quelle sonorità lavorando con artisti come Soul II Soul, Bjork ( su “Debut” e “Post”) , la Madonna di “Bedtime Stories”, Sneaker Pimps ed Everything But The Girl, curriculum impressionante che ne fa (con Howie B) produttore-chiave per lo sviluppo di un genere che è peraltro al 50% creazione di produttori ed ingegneri del suono.

martedì 7 febbraio 2012

Altrimenti ci arrabbiamo v 2.0




La forma è certamente più professionale e gli effetti più spettacolari, ma a me le scazzottate dei film più leggeri di Jackie Chan riportano alla mente quelle di Bud Spencer e Terence Hill che guardavo da bambino. Botte da orbi, rumori tipo sciac! e tumb! a profusione, ma mai una goccia di sangue sulle faccie degli attori. E' anche per questo, oltre al fatto che si tratta a prescindere di prodotti divertenti, che mi piace guardarli con Stefano. L'unico problema se vogliamo è quello della presenza di Chris Tucker, partner di Chan nella trilogia Rush Hour, che, per ruolo e per vocazione, appena apre bocca partono saravacche di parolacce.

Ad ogni modo, in attesa di reperire il primo e l'ultimo episodio della saga (e anche i due film western con Owen Wilson) , ci siamo dedicati alla visione del secondo che, per inciso, contribuisce anche ad ampliare la formazione musicale di Stefano con l'inclusione di tre grandi pezzi di musica pop (in senso allargato) americana: California Girls dei Beach Boys, Don't stop til' you get enough di Michael Jackson e soprattutto la maestosa rivisitazione di Every breath you take dei Police da parte di Puff Daddy (I'll be missing you) in memoria di Notorius B.I.G.. Puntuale a visione terminata è infatti arrivata la richiesta (accolta, non serve specificarlo) del pargolo di sentirli e risentirli.

Anche questo è un passo in avanti. Da pischelli al massimo si usciva dal cinema dell'oratorio dopo aver visto Altrimenti ci arrabbiamo, con in testa il refrain di Dune Buggy degli Oliver Onions...

lunedì 6 febbraio 2012

New wave of american country music / 5

Moot Davis

Already moved on
2007













Moot Davis fa dell'entusiasmante honky-tonk. O forse è meglio dire faceva, visto che, nonostante si tratti di un nome emergente, dopo due album orientati a questo sottogenere country, con la recente release (Man about town, fine 2011) pare abbia svoltato verso un più sfaccettato patchwork di stili (sempre country) che ad un primo ascolto mi ha fatto venire in mente Raul Malo e i Mavericks. In attesa di approfondirlo ho optato, per presentare l'artista, per il suo secondo album, che sviluppando le coordinate del debutto inserisce nel tradizionale e collaudato perimetro del lascito artistico di Hank Williams sr un pò di personalità in più, avventurandosi anche nei campi da gioco di Johnny Cash (It ain't right) , Johnny Paycheck (sua la conclusiva I'm the only hell mama ever raised) e concedendosi qualche spruzzata di country & western (Way down Town), oltre a centrare con la title track una mammasantissima di ballata con tanto di richiamo al King Elvis Presley. Disco godibilissimo per gli amanti dell'honky-tonk che può essere iniziatico anche per chi questo genere non lo pratica abitualmente.

sabato 4 febbraio 2012

Album o' the week / Nick Drake, Bryter Layter (1970)



C'è stato un periodo in cui mi stavano sulle balle quelli a cui piaceva Nick Drake. La riscoperta di questo artista che nella sua breve vita aveva venduto poche migliaia di copie dei suoi tre dischi aveva riguardato un pò tutto il contesto dei musicofili, critici e appassionati, ma sembrava un avvenimento per pochi (altezzosi) eletti. Questo per un pò mi ha allontanato dalla malinconica arte dell' aristocratico e tormentato inglese, ed è ancora più sconvolgente tornare a scoprire quanto è di attualità oggi che i vari acoustic movement furoreggiano su ogni palco indie che si rispetti.


I tre album incisi da Drake meritano equivalente ammirazione e rispetto, ma le mie preferenze vanno, da sempre, a Bryter Layter, che contiene quattro fra le mie canzoni preferite dell'opera drakiana: Hazy Jane I, Poor boy, One of these things first e, sopratutto, Northern sky. Mettetelo su accompagnato dall'odierno paesaggio innevato e provate a trattenere il groppo in gola, se ci riuscite.

venerdì 3 febbraio 2012

Afternoon in Milan






Quale è stato l'ultimo film di Allen che ho visto per intero? Davvero non ricordo. Ho molto apprezzato il monologo iniziale di Larry David in Basta che funzioni, ma questo non mi è servito ad arrivare ai titoli di coda, giacchè il resto della pellicola perdeva abbastanza vistosamente in tenuta. Per riesumare un'opera completa devo tornare quindi indietro di più di un lustro e a quel gioiellino noir di Match Point seguito dalla trascurabile commedia Scoop. A quanto sento in giro comunque non mi sarei perso granchè. Bene, perchè invece quest'ultimo Midnight in Paris mi ha amabilmente conquistato con il suo tocco leggero, il suo tono svagato, la sua aria sognante.


Questa volta l'alter ego cinematografico di Woody Allen è Owen Wilson nei panni di Gil, insicuro e impacciato scrittore di sceneggiature per il cinema prossimo al matrimonio, che aspira a qualcosa di diverso, e di più artistico, sia nella vita che nel lavoro, perennemente perso nei miti storici della letteratura.
Assecondando il detto "attento a ciò che desideri perchè potresti ottenerlo", Owen/Gil riesce ad incontrare tutti i suoi eroi letterari del passato e a spingersi anche oltre. Il finale, sul motto del "vivi il tuo tempo" se proprio vogliamo è un pò consolatorio, ma tutto sommato coerente con la cifra stilistica della pellicola.


In compenso i cento minuti scarsi di durata di Midnight in Paris passano che è un piacere, tra battute caustiche, musica jazz, poesia e dialoghi surreali, lasciandoti, all'uscita da uno spettacolo pomeridiano a Milano, quella piacevole sensazione di leggerezza (l'ho già detto?) che ti mette di buon umore e ti bendispone se non alla vita, almeno al proseguio della giornata.

mercoledì 1 febbraio 2012

Catalogami questo! / 24

L'espressione post-rock indica, in senso ampio, un genere musicale che utilizza una strumentazione rock (chitarra elettrica, basso, batteria) in modo non conforme alla tradizione del rock stesso, attingendo più da altre tradizioni della musica d'avanguardia quali soprattutto jazz, musica elettronica, krautrock o simili.

L'espressione fu coniata da Simon Reynolds in un articolo sul numero 123 della rivista musicale The Wire (maggio 1994) e si riferiva originariamente a gruppi come Stereolab, Disco Inferno, Seefeel, Bark Psychosis e Pram; il suo significato fu esteso (diventando anche più ambiguo) fino a includere gruppi diversissimi tra loro come Slint, Godspeed You! Black Emperor, Tortoise, Labradford, Mogwai e successivamente Explosions in the Sky e God is an Astronaut. Fra i gruppi "fondatori" del genere i Talk Talk che sul finire degli anni '80 rivoluzionarono la loro musica (in precedenza erano synth-pop).


John McEntire dei Tortoise divenne in seguito produttore di molte altre band come che si ispiravano al sound del suo gruppo. In questo periodo (in cui il fenomeno era particolarmente vivo nella città di Chicago) l'uso dell'espressione post-rock iniziò a diventare più vago, indicando una gamma di stili che variavano dalla musica ambient dei Boxhead Ensemble, al rock dei Radiohead, fino alla musica elettronica degli Stereolab. Anche in seguito all'uso sempre più inconsistente che se ne faceva sui media, l'espressione post-rock cadde progressivamente in disuso nei primi anni 2000 (gli stessi Tortoise rifiutarono di essere etichettati in quel modo); tuttavia, essa viene ancora usata in certi contesti ed esistono tutt'oggi festival "post-rock" o etichette dedicate a questo genere di musica.

lunedì 30 gennaio 2012

New wave of american country music / 4

Pistol Annies
Hell on heels
(Columbia Nashville) 2011















Ci provano Miranda Lambert, Ashley Monroe e Angaleena Presley, con le loro vocine candide e il loro perfetto aspetto da american sweetheart a fare lo sguardo truce da bad girl sciupamascoli. E partono anche bene, con la gustosa title track posta in apertura ad esplicitare gli intenti del trio, cioè ridurre i maschi del testo a uomini-oggetto da spennare, ma poi, quando si entra nel mood del disco, nonostante altri tentativi di darsi arie da riot grrrl (i più divertenti sono Bad example e Takin pills) ad emergere è il vero status delle cantanti, quello cioè di autrici di buon pop-country-western commerciale. Detto questo, c'è da aggiungere che l'album si ascolta comunque piacevolmente (anche perchè dura giusto una mezzoretta) e che i brani (sopratutto quelli che incrociano le due/tre voci, sette su dieci) sono arrangiati molto bene, al punto che danno l'impressione di poter funzionare alla grande anche in un'ipotetica versione acappella.
Accantonato l'aspetto da bad cowgirl, sono forse i pezzi che esprimono male di vivere ad essere più credibili. Come ad esmpio la delicata e poetica Lemon drop e la cruda Housewife's prayer che fracassa la tradizione classica della casalinga felice americana : "I've been thinking about / Setting my house on fire / Can't see a way out of the mess I'm in". Non è proprio come sparare un uomo a Reno solo per vederlo morire, ma d'altro canto nessuna delle Pistol Annies è Johnny Cash.

domenica 29 gennaio 2012

Sugarcube

Non lo so, magari sarò io ad essere come al solito in ritardo, ma questo vecchio video degli Yo La Tengo è uno spasso.

sabato 28 gennaio 2012

Album o' the week / Motorhead, Iron Fist (1982)




L'apice del successo i Motorhead lo raggiunsero nei primissimi anni ottanta, con la tripletta Ace of spades, No sleep 'til Hammersmith e, appunto, Iron Fist. A memoria mia quest'ultimo era il più debole dei tre mostri sacri e in effetti, al netto della title-track, le canzoni che compongono l'album sono state spesso trascurate in concerto dallo stesso Lemmy. Personalmente mi sono divertito a riascoltarlo. I'm the doctor, Loser, Sex and outrage e (Don't need) Religion sono dei calchi sui quali i Motorhead hanno perseverato a forgiare il loro sound per molti anni a venire. Strepitosamente kitsch le foto del booklet, con i componenti del gruppo in versione samurai.

venerdì 27 gennaio 2012

MFT, gennaio 2012

LA MUSICA: Eric Church, Chief. PJ Harvey, Let England Shake. Ani Di Franco, Which side are you on?. Mark Lanegan, Blues funeral. Leonard Cohen, Old ideas. Litfiba, Grande nazione. The Clash, Live at the Shea Stadium. Yo La Tengo, Prisoners of love

IL LIBRO: Don Wislow, Il potere del cane

LA SERIE TV: La prima di The Wire. La seconda di Boardwalk Empire. La sesta di Dexter

giovedì 26 gennaio 2012

Guns and brothers

Neol Gallagher's High Flying Birds
omonimo
(2011)






Pur riconoscendo agli Oasis una loro ragione d'esistere, ed identificando in almeno due loro album (Morning Glory e Definetely maybe) un ruolo di primaria importanza nella discografia dei novanta, non sono mai stato esattamente un loro fan. E non mi ha certo aiutato a diventarlo tutta quella sovraesposizione construita sul dualismo tra i fratelli, le liti, le minchiate, gli screzi che si accumulavano come una densa coltre di fumo sul poco arrosto che ormai era diventata la loro musica.
Non mi sono pertanto capicollato ad ascoltare i debutti solisti dei due Gallagher. Di Liam m'è bastato un pezzo per decidere di lasciar perdere, mentre, sorprendentemente, il disco di Noel mi è lentamente entrato sottopelle obbligandomi a prestarci attenzione.
Noel Gallagher's High Flying Birds è infatti un lavoro gagliardamente pop, in rigorosa scia dei Fab Four ma totalmente privo di arroganza o di abuso di posizione dominante data dall'essere i precursori del revival beatlesiano, anzi, con l'umiltà di una vera prova d'esordio. Canzoni perlopiù tranquille, grandi armonie, refrain a profusione, una manciata di pezzi assassini (su tutti ovviamente If i had a gun). In generale un gusto per la melodia semplice ma di grande effetto che conquista attraverso la persuasione e non l'autorità. Tra molti riferimenti espliciti ai Beatles io vorrei segnalarne invece un'altro insospettabile. L'attacco di The death of you and me (anche questo gran pezzo) è preciso preciso Je so' pazz di Pino Daniele, fateci caso.

martedì 24 gennaio 2012

Wild Moody's swing





Diciamo la verità. I telespettatori di sesso maschile non hanno mai avuto bisogno di grandi stimoli per seguire questa serie. Giusto nel caso ce ne fossero che invece necessitano di ulteriori incentivi, la quarta stagione ne fornisce due imperdibili. Uno è la presenza di Carla Gugino (l'avvocata Abby Rhodes), al massimo del suo splendore (anche più che nel completino lattex di Watchmen) e gli altri (le altre?) sono le tette di Addison Timlin (nei panni di Sasha Bingham, attrice di fantasia).


L'esistenza di Hank Moody si è fatta complicata e la giustizia è arrivata a presentare il conto di una vita da debosciato sciupafemmine. Deve subire un processo per aver fatto sesso con una minorenne e il fatto che lui non fosse consapevole dell'età della ragazza non sembra importare a molti. Chiaramente uno come lui si trova l'avvocato più figa di LA (la Gugino, appunto) e non penso di spoilerare troppo se insinuo come andrà a finire tra i due , mentre la storia d'amore con Karen sembra proprio giunta al capolinea, anche per il profilarsi all'orizzonte di un micidiale antagonista maschile.


In questa stagione gli autori si divertono a giocare con la metatelevisione (una puntata si svolge negli uffici della Showtime, rete che produce il serial, con appesi alle pareti i manifesti di altre serie realmente trasmesse, come Dexter o Nurse Jackie) e il metacinema, con la vita di Hank che diventa progetto cinematografico (uno scoppiettante Rob Lowe a fare Moody, la Timlin nei panni di Mia e tutti i membri della famiglia impersonati da altrettanti attori con un effetto davvero inquietante).


Tra le curiosità, da segnalare la presenza di Zoe Kravitz, figlia di Lenny, nei panni della singer della band in cui suona Becca e un'apparizione fugace, ma non per questo meno appagante (almeno per me), di Tommy Lee dei Motley Crue che strimpella Home sweet home al pianoforte della lounge dell'hotel nel quale alloggia (e beve, e rimorchia) Hank. Che altro? Ah si! Gli affiliati (come il sottoscritto) del fan club Charlie Runkle troveranno anche questa volta pane per i loro denti.


lunedì 23 gennaio 2012

New wave of american country music / 3

Eric Church
Chief
(EMI Nashville) 2011

















Se volete conoscere la canzone più suonata nelle autoradio dei camionisti e dentro i locali a loro adibiti, lungo le highway che si srotolano dal Tennesse attraverso il Mississippi, la Lousiana e il Texas, non dovete fare altro che posizionale il lettore mp3 sulla traccia numero due di questo album e premere play. Drink in my hand è l'anthem perfetto dei venerdì sera della working class di quelle zone e l'intero album (numero uno sia nelle classifiche generaliste USA che in quelle country) è un classico esempio, nei testi e nello stile, di country rock commerciale.



Eric Church (classe 1977) si ispira al movimento outlaw, ma quello più presentabile, che come deriva massima ha la sbandata alcolica del weekend e relativi doposbornia. Per intenderci, le spirali oscure ed autodistruttive di Hank 3 non vivono qui. Church, sapendo di non potersi giocare la carta dell'originalita, punta tutto sulla solidità delle composizioni, sull'attitudine e sul bilanciamento dei pezzi da matricola in libera uscita con quelli romantici.



Gli episodi più riusciti, oltre al già citato Drink in my hand, risultano essere Creepin' , Keep on, Hungover and hard up e soprattutto Country music Jesus e Jack Daniels. Da segnalare infine un tributo al più famoso Bruce nazionale, con la traccia numero nove che s'intitola semplicemente Springsteen.

sabato 21 gennaio 2012

Album o' the week / Beastie Boys, Licensed to ill (1986)

Certe volte sono in serio imbarazzo a parlare dell'album della settimana. Che diamine posso dire di Licensed to ill che non suoni inutile o che non sia già stato detto? Che ci sono voluti tre bianchi ebrei coadiuivati dal chitarrista degli Slayer per fare il botto in un genere fino a quel momento esclusivamente nero? Che chissà perchè ho pensato subito alla loro (You gotta) Fight for your right (to party) e non ad un pezzo tra le decine dischi di metal che posseggo quando Stefano ieri mi ha chisto una canzone con le chitarre così (mentre faceva air-guitar) per fare baldoria? Diamine, sta roba ha venticinque anni e still spacca il culo alla grande.

venerdì 20 gennaio 2012

WTF?!?

Da Repubblica

L'Fbi chiude Megaupload e Megavideo, offensiva degli hacker contro il governo





Arrestato il fondatore, rischia 50 anni. Si tratta dei più popolari archivi di film e musica online, spesso usati per diffondere materiale protetto da copyright. In manette Kim Schmitz e altre tre persone, gli indagati in totale sono sette. I pirati attaccano il sito della giustizia Usa, dell'Universal, della Riaa e dell'Mpaa


mercoledì 18 gennaio 2012

You're the inspiration

C'è un punto nel film School of rock in cui Jack Black e Joan Cusak sono in un locale per una birra e lui mette una canzone al juke box. Il pezzo è quello di Stevie Nicks che ho messo qui sotto. Ascoltandolo mi ha travolto la certezza che i Gossip debbano a lei tre quarti della loro ispirazione.



martedì 17 gennaio 2012

Catalogami questo! / 23

Anno nuovo, si riparte con le rubriche vecchie. Oggi è il turno di uno dei miei generi country preferiti, l'honky tonk. La nascita della definizione di questo termine affonda le sue radici nella cultura americana di inizi novecento, quando, negli stati del sud degli U.S.A., l'honky tonk era un bar con licenza per gli alcolici dove si suonava dal vivo e che poteva anche essere luogo nel quale esercitavano la loro attività le prostitute.
La prima applicazione in musica fu nel ragtime e nel jazz, contraddistinguendo uno stile pianistico derivante dal classico boogie-woogie. Poco prima della seconda guerra mondiale, il genere diventò popolare in Texas grazie all'interpretazione che ne diedero artisti come Hank Williams, Floyd Tilman o Enrest Tubb che stendevano testi basati sulla vita della working class bianca americana, mettendo gli accenti spesso sui suoi aspetti più tristi: povertà, fatica, alcolismo, adulterio, solitudine. Il sound fu successivamente contaminato con il western swing e fatto proprio dall'industria discografica di Nashville. Nei settanta ebbe un momento di gloria con il movimento outlaw guidato da Billy Joe Shaver, David Allen coe e Waylon Jennings mentre in pieni eighties è cominciato il suo revival grazie a interpreti come Dwight Yoakam e George Strait. Grande importanza nel consolidamento storico del genere ebbe poi in seguito Garth Brooks (anni novanta). Ancora oggi è uno degli stili country più apprezzato dai "redneck" e gode di immensa diffusione proprio sul territorio del sud e del sud-ovest americano.





lunedì 16 gennaio 2012

New wave of american country music / 2

Caitlin Rose, Own side now (2011)



















Decenni di evoluzione della musica popolare e basta una ragazzina con una chitarra e una vocina al marshmellows per far sobbalzare questo vecchio cuore da dinosauro. Se tutti i pezzi del debutto sulla lunga distanza di Caitlin Rose (Nashville, 23/06/87) avessero la delicata intensità dei primi due, Learnin to ride e Own side, ci sarebbe da saltare sulla sedia e gridare al capolavoro. Invece, com'è giusto che sia per un esordio, la qualità, pur attestandosi su una media più che elevata, è un pò altalenante. Inoltrandosi nel fitto dell'album esce un suono full band che ha i suoi momenti migliori nel singolo Shangai cigarettes e ancora di più in Spare me, anche se i peli del braccio tornano a rizzarsi quando le atmosfere accarezzano la ballata acustica, come nelle conclusive Sinful wishing well e Coming up, che si evolve in un blues elementare ma efficace.


Dietro la copertina da talent-show dell'album si nasconde musica genuina e una grande interprete che aspetto, non senza impazienza, alla conferma del secondo album.


sabato 14 gennaio 2012

Album o' the week / Mark Lanegan, Field songs (2001)



In attesa del nuovo album, ormai prossimo all'uscita, tolgo un pò di polvere alla mia tessera preferita del mosaico fin qui composto da Lanegan. No easy action, Don't forget me, One way street, Blues for D.

Nostalgia a grappoli.

venerdì 13 gennaio 2012

Marchetta e sentimento



Dopo circa nove anni dall'ultima volta (la pubblicazione all'epoca era settimanale) sono tornato ad abbonarmi al Mucchio. Le ragioni sono diverse: la stima e l'affetto per la rivista, l'apprezzamento per il nuovo corso post-Stefani, ma sopratutto lo stato di improvvisa difficoltà in cui il giornale è precipitato a causa dei tagli Monti all'editoria (che sono addirittura retroattivi e quindi le aziende devono restituire parte di quanto incamerato nel 2010!). Ho recepito quindi l'appello della redazione, pubblicato sul numero uscito a gennaio (e qui, sul forum), provvedendo al bonifico di sessanta euro, a seguito del quale riceverò il ben di dio di 11 numeri + 2 uscite del Mucchio Extra e 2 cd.


E speriamo che passi la nottata!