lunedì 31 luglio 2023

I migliori della vita: Bruce Springsteen, Tunnel of love (1987) - parte uno



Ho inaugurato questa rubrica nel 2008. Dire che si tratti un appuntamento senza frequenza fissa è usare un eufemismo, se è vero com'è vero che in quindici anni ho pubblicato solo 17 post, di cui, peraltro, la maggior parte nei primi due. L'aspetto bizzarro della cosa è senza dubbio l'assenza di un album di Springsteen nella lista di quelli trattati, in considerazione del rapporto simbiotico che per molti anni ho avuto con l'artista.

Comunque. Avevo deciso che il primo "springstiniano della vita" avrebbe dovuto essere Born in the USA, non il mio preferito, ma quello che ha l'indubbio merito di aver spalancato all'allora adolescente di periferia un portone - che non si è mai chiuso -  sul rocker di Freehold, NJ. Invece, per tutta una serie di ragioni perlopiù strettamente personali, che non starò qui ad approfondire, ho scelto Tunnel of love, probabilmente il lavoro in assoluto più intimo di Bruce.

Cominciamo da lui, The Boss. Uno degli aspetti che faceva dannare i fans di quell'epoca era il rigore, l'etica e la maniacale serietà che egli aveva (aveva) rispetto alla propria produzione. Una pignoleria che lo portava a scrivere e registrare decine e decine di pezzi per disco, da cui ne selezionava i canonici 8-12 da incidere e pubblicare. Questa, soprattutto nei primi tre lustri di carriera, era la regola, e noi lì a chiederci come potevano non essere divulgate tracce meravigliose (o almeno così le ritenevamo, condizionati dal mistero che le avvolgeva e da chi ce le raccontava sulle riviste) che eravamo "obbligati" a cercare affannosamente nei bootleg, manco fossero il sacro Graal.

Nel 1985, con il secondo leg del tour di BITUSA, quello che uscì dagli States per toccare gli stadi soprattutto europei, il mondo intero scoprì Bruce Springsteen. Non era la prima volta che il Boss usciva dal suo Paese (se dovessi credere a tutti quelli che sostengono di averlo visto a Zurigo nel 1981, quello stadio sarebbe dovuto essere grande come due Maracanà di Rio), ma qui le dimensioni delle location scelte per soddisfare l'enorme domanda di biglietti esplosero definitivamente tipo uno a dieci. Il successo nel vecchio continente raggiunse un tale livello che Born in the USA non bastava più a saziarlo e tornarono addirittura in classifica album come Darkness on the edge of town e/o Born to run.

Dunque, Bruce era in turnè mentre si scatenava la springsteenmania, e io sono certo che quelli della Columbia, la sua casa discografica, si stessero mangiando le mani, pensando ai soldi che avrebbero potuto fare pubblicando un nuovo album, se solo fossero riusciti ad avere l'assenso di quel folle a mettere le mani nei suoi archivi. 
Sarebbe andata bene qualcosa, qualunque cosa. 
E Bruce, volendo, un disco di altissima qualità, con le stesse sonorità di Born in the USA, quindi rock and roll, introspezione e critica sociale, avrebbe potuto assemblarlo in trenta secondi e senza muovere il culo da qualunque camera di hotel lo stesse ospitando in quel momento, grazie allo sconfinato repertorio di outtakes pronte all'uso che aveva, anche limitandosi ai più recenti scarti di BITUSA e Nebraska (per gli onanisti: My love will not let you down; Frankie; Shut out the light; Man at the top; Lion's den; Janey don't you lose heart; This hard land; Pink cadillac; Murder inc.; Sugarland; Stand on it; TV movie; The big payback, giusto per citarne una manciata ). 
Ma per lui quella parte di espressione artistica era chiusa, l'ispirazione come vedremo lo stava portando in altri lidi, e quello Springsteen lì non avrebbe mai fatto qualcosa che andasse contro la sua integrità artistica (quello Springsteen lì). 

Tornato a casa dopo un anno in giro per mezzo mondo, Springsteen si concentrò sulla sua vita privata. A trentasei anni non aveva una relazione sentimentale stabile. La più nota era stata con la fotografa rock Lynn Goldsmith, ma insomma, fino a quel momento, aveva costantemente anteposto la sua musica a qualunque altro aspetto di vita privata.

Sorprendendo un pò tutti, il rocker della porta accanto, quello che non aveva mai smesso di frequentare il territorio natale fuggendo dunque dalla vita della star, si accasa con una modella (con aspirazioni da attrice), Julianne Philips, di oltre dieci anni più giovane e, assieme a lei, superando la sua proverbiale riservatezza, posa per le maggiori riviste popolari e di gossip. Il matrimonio durerà solo un paio di anni, proprio il tempo che serve al Boss per tornare a pubblicare un album di inediti, a tre di distanza dal precedente clamoroso successo di Born in the USA. E' il 9 ottobre 1987 e nei negozi arriva Tunnel of love, una raccolta di canzoni meravigliosamente contraddittorie che rappresentano la più brutale, spietata, onesta, pubblica terapia di autoanalisi che Springsteen abbia mai fatto (e mai farà).

Basta analizzare i dischi fin a quel momento pubblicati per rendersi conto di come a Springsteen non piacesse restare fermo sulla stessa modalità espressiva, e pur tuttavia, anche con questa consapevolezza, più di un ascoltatore restò spiazzato mettendo per la prima volta la puntina sul vinile di Tunnel of love, per la prepotenza con cui emergeva la volontà di cambiamento di uno Springsteen che, dopo oltre dieci anni (al netto della parentesi di Nebraska) di esaltante, ma anche limitante convivenza con la E Street Band, guardava decisamente altrove.

L'intento di Bruce di affrancarsi da un pattern che l'aveva imprigionato in una gabbia dorata emerge cristallino già solo leggendo i crediti del disco, laddove apprendiamo che il Boss si cimenta in tutti gli strumenti, e i singoli membri della storica band fanno solo occasionalmente capolino nell'esecuzione dei brani, senza peraltro spiccare con il proprio brand stilistico, al punto da poter tranquillamente affermare che se invece di loro a suonare fossero stati dei session men, nessuno se ne sarebbe accordo. Non lo capimmo subito, ma si trattava per la Band di un avviso di sfratto, che si materializzerà subito dopo la fine del tour del 1988.

E il segnale anche simbolicamente più eloquente di questa rivoluzione è rappresentato dall'assenza, nelle dodici composizioni, del sax di Clarence Clemons, fino a quel momento presenza iconografica, irrinunciabile del wall of sound springstiniano, un climax identitario saccheggiato da molti wannabe ottantiani. Il gigante afroamericano è infatti malinconicamente relegato nemmeno in panchina, ma in tribuna, da dove si alza senza stringere tra le mani il suo strumento, per i cori di un'unica canzone (When you're alone). Agli altri non va molto meglio. La maggior parte di ciascuno dei dodici brani presenti sul lavoro vedono infatti la presenza di uno, al massimo due componenti della E Street, e quasi sempre si tratta dei soli Weinberg (batteria) o Danny Federici (tastiere). Un cambiamento che riverbererà anche sul tour mondiale a seguire, con il vecchio gruppo che farà più di un passo indietro sul palco, diviso per la prima volta con una sezione fiati e una batteria di coriste. 

Ma lo spleen dello struggimento sentimentale, dei dubbi esistenziali che attraversano Springsteen, solidi fili conduttori dell'album, può essere sintetizzato efficacemente in due momenti che la musica si limitano a lambirla, divisi temporalmente solo da pochi mesi , vale a dire il tempo che intercorre tra ottobre (release del disco) e giugno (pubblicazione di Tougher than the rest, quarto singolo estratto). Con l'arrivo nei negozi, al tramonto del 1987, di Tunnel of love, l'ultima riga della canonica lista dei crediti riporta un minimale, incerto, imbarazzato, maldestro, quasi autoimposto tributo alla neo-moglie ("Thanks Juli"), ma poco dopo, con la diffusione del video di Tougher than the rest, emerge in tutta la sua evidenza il passaggio di mano del cuore del rocker, che si manifesta attraverso un eloquentissimo e quasi erotico scambio di sguardi con Patti Scialfa durante l'esecuzione del pezzo.

Nel frattempo, da questa parte del mondo, io vivevo la mia prima relazione sentimentale importante, avevo finalmente patente e auto (tanto per saldare ulteriormente l'immersione con uno dei temi springstianiani più abusati) e sperimentavo per la prima volta (non l'ultima, ca va sans dire) l'ansia da fanboy per l'attesa di un nuovo lavoro del mio cantante preferito, con tutto ciò che questo comporta: la famelica ricerca di notizie, aggiornamenti (è superfluo ricordare che internet non esisteva), informazioni di qualunque genere sull'album e sulla sua data di uscita. Ricordo per esempio che l'anticipazione più diffusa vedeva Bruce apprestarsi a pubblicare un disco country. 

Tunnel of love un disco country tout court non lo era, tuttavia... 

(continua qui)




lunedì 17 luglio 2023

Elvis (2022)


Il mito di Elvis Presley, una delle più ingombranti icone pop del novecento, con flash della fanciullezza, l'esplosione nel 1956, le polemiche, il famoso '68 comeback, il declino, la morte. 

Ho ridotto all'essenziale la sinossi perchè, tanto, cosa c'è da dire sulla trama di un biopic (l'ennesimo, questo sì è da sottolineare), su Elvis? 
L'approccio cinematografico ipertrofico e caleidoscopico di Baz Luhrmann (regista che ho molto amato per il suo Romeo + Juliet) è noto, e per certi versi era la persona più adatta per riproporre una storia masticata e rimasticata più volte. 
La sua scelta è quella di far raccontare la vita del King da quello che ci viene indiscutibilmente presentato come il villain della storia: il colonnello Parker (interpretato da Tom Hanks), che sfrutta fino allo sfinimento psicofisico, spesso attraverso subdoli ricatti morali, il suo artista, soprattutto quando Elvis vorrebbe dare una svolta alla sua carriera con, ad esempio, un tour mondiale, affascinato dal successo di Led Zeppelin e Rolling Stones. 
E' sicuramente inusuale che la figura negativa del film (il Colonnello ci viene mostrato come un cinico e crudele affarista, responsabile diretto del decadimento di Presley, e quindi della sua morte) faccia anche da Caronte e ci conduca in questo viaggio prima esaltante (gli esordi) e poi tragico, con gli ultimi anni in cui il Re del Rock and Roll è sostanzialmente prigioniero di una residence (una serie infinite di show) a Las Vegas. 

Il primo atto del film è probabilmente il migliore, con la sceneggiatura che celebra il giusto tributo a tutta la musica nera (soul, gospel, errebì e blues) che Elvis, bianco in un area quasi totalmente afroamericana, ha respirato da fanciullo. E' citato il suo rapporto fraterno con B.B. King, Sister Rosetta Tharpe, Mahalia Jackson e le forti influenze di Blind Lemon Jefferson, Fats Domino e Little Richard. A formare il suo modo per l'epoca incendiario di stare sul palco la frequentazione dei locali per soli neri (all'epoca era ben salda la segregazione razziale) e, strano a dirsi, le chiese. In tutto questo non ci si può esimere dall'apprezzare la caratterizzazione di Austin Butler del King, al netto di un problema: forse per una eccessiva forma di rispetto verso il Mito, Butler offre allo spettatore sostanzialmente sempre la stessa immagine di Presley, nonostante l'originale Elvis fosse, nei settanta, appesantito com'era, la tragicomica controfigura di se stesso.

Probabilmente tutto il budget di trucco e parrucco è stato destinato al personaggio di Tom Hanks, con effetti, a mio avviso, inversamente proporzionali allo sforzo profuso, se, a tratti, si sfiora la comicità involontaria e se il suo colonnello assomiglia al Pinguino di Batman, nella versione di Danny De Vito. 

Il giudizio del film oscilla su questi aspetti. Va dall'esaltazione eversiva, quasi punk del primo atto (fino alla "punizione" del servizio militare), alla descrizione di un personaggio troppo monodimensionale (il col. Parker, appunto) fino ad un indigesto e poco credibile melodrammone finale. E' cristallina la volontà di Luhrmann di ricondurre il mito alle sue origini musicali, restituendo così un ruolo centrale a tutta la comunità nera proto rock 'n roll  dei primi cinquanta, e in questo l'operazione non solo è riuscita ma sacrosanta. C'è, d'altra parte, una forma di deferenza assolutoria, agiografica, sulla figura, in realtà controversa, del King, che contamina un pò il tutto. 

Elvis resta comunque una produzione importante, mai come in questo caso da vedere per farsi una propria opinione personale.


Sky

lunedì 10 luglio 2023

Le mie cose preferite di maggio e giugno 2023

ASCOLTI

Iggy Pop, Every loser
U2Songs of surrender
Metallica72 seasons
Steve Earle and The DukesJerry Jeff
Van MorrisonMoving on skiffle
L.A. Guns, Black diamonds
Lucinda Williams, Storeis from a rock 'n roll heart
Planxty, Aris
Raven, All hell's breaking loose
Meshell Ndegeocello, The omnichord real book
Gov't Mule, Peace...like a river
John Mellencamp, Orpheus descending
Jason Isbell and The 400 Unit, Weathervanes
Vomitory, All heads are gonna roll
Ben Harper, Wide open light
Winery Dogs, III
Robbie Fulks, Bluegrass vacation
The Interrupters, In the wild
Def Leppard, Drastic symphonies
The Tossers, S/T
Extreme, Six

MONO

System of a down
John Fogerty
Faith No More


VISIONI

Queen & Slim (3,5/5)
Beau ha paura (4/5)
Boiling point - Il disastro è servito (3,5/5)
Outrage Beyond (3,5/5)
Outrage Coda (3,5/5)
The losers (2/5)
Operation Fortune (2,5/5)
One way (2022) (3/5)
Tetris (1/5)
Yaksha (3,25/5)
Villetta con ospiti (2,75/5)
Air - La storia del grande salto (2,5/5)
Masquerade - Ladri d'amore (2,75/5)
Mon crime - La colpevole sono io (3,25/5)
Tre fratelli (3/5)
The forgiven (2,5/5)
I Guardiani della galassia, vol. 3 (3,5/5)
Fractured (3/5)
Ida Red (3,5/5)
American gigolò (3,75/5)
Dov'è la tua casa (3/5)
Io confesso (3,5/5)
Quel pomeriggio di un giorno da cani (4/5)
Le buone stelle (3,25/5)
Tra due mondi (3,75/5)
Le jene di Chicago (3,75/5)
Sharper (2/5)
Son of no one (2/5)
Grazie ragazzi (2,5/5)
Paura in palcoscenico (3,5/5)
Flamin' hot (1,5/5)

VISIONI SERIALI

Save me (3,5/5)
The last of us (3,25/5)
Beef - Lo scontro (3/5)
Killing Eve (2,5/5)
Ted Lasso, 2 (3/5)

LETTURE

Fedor Dostoevskij, Il giocatore

lunedì 3 luglio 2023

Recensioni capate: Air - La storia del grande salto (2023)

Compiaciuto atto di autoerotismo sul "modello" della società capitalista USA, Air - La storia del grande salto è intriso di prosopopea americana, delle sue regole, delle sue parole d'ordine (celebrate con enfasi nel decalogo del successo della Nike). Qui almeno c'è una regia (Affleck) e un cast di livello (Damon, Davis, lo stesso Affleck, Bateman con parrucca improponibile, la Davis) che forniscono un'ottima prova, la sceneggiatura scorre e il film ha un ritmo accattivante. Poi, oh, alla fine è sempre la solita storia, sovrapponibile a tante altre già viste (l'ultimo Flamin' hot, su Disney Plus, ad esempio).

Prime Video