giovedì 31 dicembre 2009

Se proprio dovete, intitolategli una tangenziale

Ho comperato ieri per la prima volta Il Fatto Quotidiano. Avevo sentito che c'era una ricostruzione dettagliata degli "incidenti di percorso" giudiziari nei quali è incappato il prossimo beato della politica italiana, Bettino Craxi. Ho vissuto quella stagione, ma non ho mai avuto una memoria enciclopedica (che in questo caso è necessaria). Marco Travaglio invece sì(anche la battuta nel titolo del post è sua):


Tutto Craxi, tangente per tangente


Al momento della morte, nel gennaio del 2000, Bettino Craxi era stato condannato in via definitiva a 10 anni per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai; 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Altri processi furono estinti "per morte del reo": quelli in cui aveva collezionato tre condanne in appello a 3 anni per la maxitangente Enimont (finanziamento illecito), a 5 anni e 5 mesi per le tangenti Enel (corruzione), a 5 anni e 9 mesi per il conto Protezione (bancarotta fraudolenta Banco Ambrosiano); una condanna in primo grado prescritta in appello per All Iberian; tre rinvii a giudizio per la mega-evasione fiscale sulle tangenti, per le mazzette della Milano-Serravalle e della cooperazione col Terzo Mondo.

Nella caccia al tesoro, anzi ai tesori di Craxi sparsi per il mondo tra Svizzera, Liechtenstein, Caraibi ed Estremo Oriente, il pool Mani Pulite ha accertato introiti per almeno 150 miliardi di lire, movimentati e gestiti da vari prestanome: Giallombardo, Tradati, Raggio, Vallado, Larini e il duo Gianfranco Troielli & Agostino Ruju (protagonisti di un tourbillon di conti e operazioni fra Hong Kong e Bahamas, tuttora avvolti nel mistero per le mancate risposte alle rogatorie).

Finanziamenti per il Psi? No, Craxi rubava soprattutto per sé e i suoi cari. Principalmente su quattro conti personali: quello intestato alla società panamense Constellation Financière presso la banca Sbs di Lugano; il Northern Holding 7105 presso la Claridien Bank di Ginevra; quello intestato a un’altra panamense, la International Gold Coast, presso l’American Express di Ginevra; e quello aperto a Lugano a nome della fondazione Arano di Vaduz.

mercoledì 30 dicembre 2009

Burp!


E' già da qualche film al cinema che Stefano ha preso l'abitudine di scegliersi un personaggio e di immedesimarsi. Cioè mi dice ad esempio:"io faccio Astroboy, tu chi fai?". Ovviamente in genere sceglie il protagonista principale. Ovviamente in Piovono polpette ha scelto il dottor Flint Lockwood, mentre io ho dovuto ripiegare sul poliziotto nero, Earl Deveraux.
A un certo punto del film però, quando le cose per il dott. Lockwood si mettono male mi dà di gomito e mi dice:"senti ho cambiato idea, fai tu l'inventore, io prendo il poliziotto!".
Ma io mica gliel'ho ceduto il mio agente, tanto sapevo che alla fine per lo scienzato pazzo ci sarebbe stato lieto fine, onore, gloria e amore. E infatti...

Tolto lo spunto abbastanza originale e visivamente incisivo (la pioggia poco biblica di ogni ben di dio dal cielo), Piovono polpette è tutto qui. Un'indigestione di luoghi comuni e cose già viste in centinaia di altri film d'animazione.
Alla fine ti servirebbe un digestivo.

martedì 29 dicembre 2009

I migliori dischi del 2009, parte uno

Riguardando un pò le mie recensioni musicali del 2009, mi sono reso conto che ho cominciato a "scaldarmi" solo verso la metà dell'anno, le prime critiche a dischi dello zero nove sono infatti perlopiù postate a partire da luglio. E' stato un anno un pò contraddittorio: capace di tirare fuori 3-4 titoli che ho ascoltato allo sfinimento, ma che al tempo stesso mi ha fatto faticare non poco a selezionare i dieci titoli necessari per la compilazione della classifica finale.

Dato il blocco dello scrittore che in questi giorni mi attanaglia, il poco a tempo a disposizione, la crisi economica mondiale, ma anche la volontà di allungare un pò la suspance, quest'anno spezzo la top ten in due parti.

Ecco la prima.



10. Assjack, omonimo (
qui la recensione)

Magari è solo per il malsano affetto che mi lega a Hank Williams III che acciuffo questo disco per i capelli e lo faccio rientrare nella classifica dei migliori dell'anno. Però a conti fatti il debutto degli Assjack è il ciddì di metal del 2009 che ho ascoltato maggiormente, poi il concerto di Lucerna ha imprimesso queste canzoni a fuoco nella mia testa. Cocaine the white devil, Tennesse driver e Redneck ride hanno brutalità da vendere, ma è tutto il progetto della cricca bastarda di Hank 3rd a convincere.



09. Steve Earle, Townes (
qui una breve recensione)



Altro mio raccomandato di ferro, Steve Earle ha fatto un disco che a mio avviso diventerà un long seller. Nel mio personalissimo caso l'album ha avuto una lentissima sedimentazione. Uscito a maggio, ha raggiunto il suo apice di gradimento intorno alla fine di novembre. Come noto, l'opera è un tributo all'amico Townes Van Zandt,scomparso ormai da dodici anni, che è stato uno straordinario cantore dell'america disperata e border line, nonchè compagno di strada e di vizi di Steve.

Townes è anche il più grande successo commerciale di Earle da quasi vent'anni a questa parte, ed è suonato con passione, rispetto per gli originali, ma anche classe . Un disco da assaporare senza fretta, mentre si ricordano i bei tempi andati. E anche quelli brutti.



08. Neffa, Sognando Contromano (
qui la recensione)



Ha talento Giovanni Pellini, e ne ha tanto, secondo me. Sognando contromano parte alla grande, con due brani ispiratissimi, Distante e Lontano dal tuo sole, che fanno toccare il cielo del rhythm and blues di Neffa con un dito. L'apice del disco è lì, all'inizio, Giovanni se lo gioca subito. Dopo è inevitabile un pò di calo. La media dell'album resta comunque più alta della sbobba italiana che ci propinano quotidianamente.


07. Cò Sang, Vita bona (
qui la recensione)


Nell'anno domini 2009 il miglior rap prodotto nello stivale, a mio avviso è quello di 'Ntò e O'Luchè. Ispirati,implacabili, con tanta attitudine sincera, non costruita a tavolino.
Se c'è una ghetto music italiana onesta e in qualche modo paragonabile a quella dei padri americani, beh, deve per forza essere quella dei napoletani Cò Sang.


06. Ministri, Tempi bui (
qui la recensione)



La prima cinquina dei migliori si chiude con un altro disco italiano, ed è un titolo che ha fatto il botto. Devono probabilmente affinare ancora qualcosa a livello di testi e originalità, i milanesi Ministri, ma chi se ne fotte. Sono solo al secondo album ma mostrano di che pasta sono fatti. Impegno sociale, ironia e rock and roll. Un tour interminabile durato quasi un anno intero. Ritornelli che sono già anthem. Molte delle nostre speranze per un futuro dignitoso del rock in Italia sono riposte sulle loro spalle.


> continua

venerdì 25 dicembre 2009

Astro


In cantiere già da diversi anni anni, il film su Astroboy esce quest'anno al cinema co-prodotto da USA e Giappone. Nato nel dopoguerra prima come manga e poi come serie a cartoni animati per mano del maestro Osamu Tezuka, il ragazzino robot ha travalicato il confine dei comics e delle serie animati, entrando nella storia come uno dei personaggi di fantasia più noti e amati, non solo in Giappone.

Non conosco abbastanza la serie sul personaggio per fare un paragone con il film, ma posso dire che la storia portata sul grande schermo funziona, diverte ed emoziona, con il suo oscillare tra i vari riferimenti letterari (Pinocchio, Oliver Twist) e quelli della pop culture (Godzilla).
Il cattivo di turno è un politico senza scrupoli ed essendo al storia ambientata in un futuro lontano, non mancano robots fantasmagorici nonchè rottami amubulanti che rimandano decisamente a Robots (il film).


Noi ci siamo divertiti, e alla fine anche un pò commossi.

giovedì 24 dicembre 2009

MFT, dicembre 2009


ALBUM

Cò Sang, Vita Bona
Foo Fighters, Greatest hits
Steve Ray Vaughan, Essential
Il Teatro degli Orrori, A sangue freddo
Brian Eno, Music for airports
Winger, Karma
Edda, Semper biot
Monsters of folk, omonimo
50 Cent, Get rich or die tryin'
Opeth, Watershed
Sangue Misto, SxM
Neko Case, Middle cyclone
Devendra Banhart, What we will be

lunedì 21 dicembre 2009

The HitMen


Ho tutta una mia teoria sulle raccolte di successi. Su quali artisti abbiano un repertorio adatto a compilarne una efficace e su quali invece no. Springsteen per fare un esempio, ma anche Dylan i Pink Floyd o Neil Young non sono da Best Of, mentre chessò, Billy Joel, Paul Simon, Marvin Gave o gli Eagles loro sì, tutta la vita. Non è questione di qualità delle canzoni, ma piuttosto di alchimia tra i vari singoloni , di quella speciale armonia che rende un disco posticcio credibile, come se fosse spontaneo e frutto di un processo creativo congiunturale e non antologico.


Ho deciso che Foo Fighers stanno dalla parte giusta della lavagna, il loro Greatest Hits funziona ed è opportuno. Lo dico recitando il ruolo dell'ascoltatore ideale per questo tipo di operazioni. Per pigrizia o superficialità infatti, non ho mai ascoltato un disco intero della band di Grohl, e questo immagino mi faccia rientrare nel target ideale per questo tipo di operazioni.


La raccolta si apre con All my life, che è una delle poche che conoscevo, e che da sempre mi ha esaltato. Potenza del rock and roll. Un brano semplice, lineare, senza sorprese, banale se vogliamo. Ma dannatamente efficace.
Lo stesso dicasi per Best of you, The pretender e Monkey Wrench, ottimi grimaldelli per scardinare qualsiasi futile resistenza a questo genere musicale.


Tanto per cambiare sono perfettamente d'accordo con l'analisi fatta da Ale sul blog, una volta questa musica sarebbe rientrata nel filone del cosidetto FM rock, o se vogliamo nel più sofisticato (ma solo come titolo) AOR. Gli indizi ci sono tutti, oltre alle succitate durezze ci sono momenti che non è eretico definire attigui al rock melodico, penso per esempio a Learn to fly, a Wheels che strizza l'occhio a Tom Petty o a Big me, che attacca come fosse un pezzo dei Creedence Clearwater Revival.


Personalmente non mi scandalizza questa vicinanza al sound radiofonico classico americano, non è mica facile essere credibili e raggiungere al contempo milioni di persone. Avercela fatta, per i FF, non può che essere una bella mostrina da lucidare e sui cui costruire la seconda parte della propria carriera musicale, ripartendo proprio da un ottimo Greatest Hits.


sabato 19 dicembre 2009

Rolling Stone: best of the '00

Rolling Stone USA scende in campo nella contesa delle migliori opere della decade e però non si accontenta dei migliori album, raddoppia con le migliori canzoni. Molto hip-hop, modern errebì, black music in generale. Le classifche constano di cento titoli ognuna, io le ho ridotte ai primi venti titoli. Dovesse interessare la versione integrale, la trovate qui.

Best Songs of the '00

20 Justin Timberlake - "Cry Me A River"
19 Kanye West - "Jesus Walks"
18 Kelly Clarkson - "Since U Been Gone"
17 Bob Dylan - "Mississippi"
16 The Strokes - "Last Nite"
15 Johnny Cash - "Hurt"
14 Missy Elliott - "Get Ur Freak On"
13 50 Cent - "In Da Club"
12 Eminem "Lose Yourself"
11 MGMT - "Time To Pretend"
10 Eminem - "Stan"
09 U2 - "Beautiful Day"
08 Amy Winehouse - "Rehab"
07 Yeah Yeah Yeahs - "Maps"
06 The White Stripes - "Seven Nation Army"

05 M.I.A. - "Paper Planes"
04 OutKast - "Hey Ya!"
03 Beyoncé - "Crazy In Love"
02 Jay-Z - "99 Problems"
01 Gnarls Barkley - "Crazy"


Best Album of the '00

20 The White Stripes - White Blood Cells
19 Amy Winehouse - Back To Black
18 MGMT - Oracular Spectacular
17 Beck - Sea Change
16 OutKast - Stankonia
15 Bruce Springsteen - The Rising
14 Jay-Z - The Black Album
13 U2 - All That You Can't Leave Behind
12 LCD Soundsystem - Sound Of Silver
11 Bob Dylan - Love And Theft
10 Kanye West - The College Dropout
09 M.I.A. - Kala
08 Bob Dylan - Modern Times
07 Eminem - The Marshall Mathers LP
06 Arcade Fire - Funeral

05 The White Stripes - Elephant
04 Jay-Z - The Blueprint
03 Wilco - Yankee Hotel Foxtrot
02 The Strokes - Is This It
01 Radiohead - Kid A

venerdì 18 dicembre 2009

True blood


A quattro anni dal loro ottimo debutto in full-lenght (prima moltissime collaborazioni con formazioni locali), tornano i napoletani Cò Sang. E lo fanno con un disco autorevole, orgoglioso, duro,polemico. Un disco che, per usare parole loro, mette Napoli sulla mappa.

Vita bona si fa apprezzare anche per un migliore lavoro di produzione rispetto al precedente Chi more pe 'mme, le composizioni hanno un respiro internazionale, ovvio il riferimento alla west coast americana, ma anche l’eccellente hip hop francese (penso per esempio agli IAM) trova qui dei riscontri.

Partono forte i due rapper del rione Marinella con l’open track 80 90, un micidiale riassunto di due decadi trascorse sotto l’unico comun denominatore della decadenza strutturale dei vicoli e delle periferie napoletane, dei bassifondi dell’esistenza, di un percorso di vita border line come unica via di sopravvivenza. Il ritmo è serrato, il pezzo estremamente coinvolgente, peccato solo che non tutti riusciranno a capire il testo al volo. Nel caso non è difficili reperire in rete la “traduzione” dal dialetto.

A seguire un altro highlight di Vita Bona: Momento d’onestà, nel quale i Cò Sang si tolgono qualche macigno dalle scarpe, prendendosela un po’ con tutti quelli che li hanno tirati in ballo a seguito del movimento hip hop che si è venuto a creare come traino del fenomeno Gomorra (citati nella traccia come Il Libro e Il Film). Fin qui tutto bene, anzi doveroso direi, vista la lunga militanza nel genere di Ntò e socio rispetto ai tanti rospetti recentemente affacciatisi alla scena. Non ho invece molto apprezzato, a livello di concetti espressi, le insinuazioni, nemmeno troppo velate che i due fanno al Film. Nella lunga coda parlata del brano infatti, si chiedono come mai nella colonna sonora di Gomorra compaiano in pratica solo brani di artisti neo-melodici (universalmente considerati attigui alle cosche camorristiche) e come abbia fatto la troupe di Garrone a girare un intero mese alle Vele a Scampia , lasciando così trapelare il sospetto di connivenze tra i produttori del Film e la malavita locale. Riscontro una certa scorrettezza nel modo in cui sono poste le domande, anche legittime e stimolanti, se vogliamo, ma che possono anche avere risposte non necessariamente compromettenti. Ad ogni modo il pezzo è talmente bello da mettere in secondo piano (almeno per me) questa nota stonata.

La traccia quattro, Riconoscenza, vede i nostri non sfuggire alla regola internazionale dell’hip hop che prevede che debba essere dedicata una canzone ad almeno un genitore. In genere è la mamma, qui mi sembra si tratti del papà. Anche in questo caso la canzone riesce ad arrivare al cuore ed emoziona.

Il gusto per l’allitterazione trova sfogo un po’ in tutti i brani del disco, ma mi piace segnalare in particolare i refrain di Amic Nemic, dove questa pratica raggiunge risultati davvero convincenti.

Tra i pochi featuring presenti nell’album, ricambia l’ospitata Marracash, che rima su Nun Me Parla ‘E Strada. Continuo a pensare che ci sia un abisso di qualità che separa l’hip hop d’eccellenza dei napoletani da quello del tamarro milanese. Ma a quanto pare tra gli artisti c’è amicizia e rispetto, e quindi va bene così.

In definitiva un’ottima produzione dei Cò Sang, che non falliscono la prova del “difficile” secondo album, e confermano tutto quello di buono che avevano lasciato intravedere con il loro esordio Chi more pe ‘ mme. Non solo mettono Napoli ngopp a mappa quindi, ma l’avvicinano a L.A. e a Marsiglia. C'è di che andare orgogliosi.

mercoledì 16 dicembre 2009

...And justice for all

Sei un lavoratore del settore della cooperazione, del merci o della logistica. Molto spesso sei immigrato, sei la nuova forma di sottoproletariato. La tua azienda non solo ti sfrutta, ti ricatta, non ti riconosce i più elementari diritti, ma ti sbaglia anche le buste paga. Magari l'errore è minimo, diciamo che col tempo ti deve poche centinaia di euro.
Se sei fortunato interviene per te il sindacato. L'azienda se ne frega. L'ufficio vertenze del sindacato ti dice che, anche se la cifra è bassa, per il principio si può fare vertenza all'impresa e recuperare il dovuto. Giusto? Sì. Anzi, no. Era giusto fino ad oggi, ma a quanto pare l'illustrissimo e pacifico governo che ci guida e che c'illumina ogni giorno la vita, sta definendo una piccola norma da inserire forse già nella finanziaria. Questa norma, giustificata dalla volontà di ridurre il numero di cause civili in Italia, e dissuadere quelle "inutili", prevede che, chiunque depositi un ricorso legale debba versare una somma. Questa somma, partita da qualche decina di euro, pare si sia attestata intorno ai 600 euro.

Ma non finisce qui. Già da oggi hanno introdotto una nuova norma nel codice di procedura. In passato infatti, se un lavoratore (che, in nome di una tradizione che deriva dai sessanta, è considerato la parte debole rispetto alle aziende) perdeva una vertenza fatta con il legale del sindacato, non pagava niente. Il giudice di norma "compensava" le spese, ognuno cioè si pagava le proprie. Nel caso del dipendente, l'avvocato del sindacato se la pijava in saccoccia, ma niente era richiesto al lavoratore. Oggi invece questa regola o norma è stata abolita. Certo, esiste sempre la discrezionalità di chi decide (il giudice), ma l'orientamento dato è quello di far pagare tutto a chi perde, senza riguardo per status sociale e condizioni economiche.

Per tornare al lavoratore dell'esempio in premessa quindi, dovresti sganciare sei pezzi da cento (ammesso che tu li abbia) per, se va bene, recuperarne tipo 375. E se va male dovresti probabilmente pagare anche per l'avvocato di quei barboni dei tuoi sfruttatori.
Facendo due rapidi conti della serva, all'inizio di questa vicenda pensavi di essere in credito di 375 euro, alla fine sei in debito diciamo di almeno 2-3000 euro.
Non trovo le parole per la chiosa, provateci voi se ci riuscite.

lunedì 14 dicembre 2009

Pianeta tolleranza


Planet 51 è un prodotto minore nell'ambito dell'ormai vasta produzione cinematografica per bambini. Gira intorno al virtuoso concetto dell'accettazione del diverso, ed ha un finale che più buono non si può.
Un pò come Shrek ribaltava i ruoli fiabeschi tra principi e orchi, questa pellicola rovescia il rapporto science fiction tra invasori da mondi lontani e popolazione invasa.
Divertente l'ambientazione del pianeta alieno dove sbarca l'astronauta terrestre, una sorta di limbo marziano dove sono fermi agli anni cinquanta americani.

Immancabili le citazioni ai film horror-fantascientifici da drive-in, ad altri film d'animazione (wall-e) e di fantascienza in generale (alien).

E vabbeh.

domenica 13 dicembre 2009

On the air(port) tonight




Mai comprato un disco per la copertina, per il titolo o per altri elementi che nulla hanno a che fare con la musica ivi contenuta?
Beh, io a volte sì. Di recente mi è capitato con questo Music for airports di Brian Eno, di cui ricordavo di aver letto in giro, ma che m'incuriosiva, ca va sans dire, per il tema oggetto dell'ispirazione.
Poi, certo, ha contributo anche la circostanza di trovarlo nel classico cestone del supermercato a cinque euro.

Accompagnato da un libretto piuttosto esile che spiega le ragioni dietro al concepimento dell'opera da parte dell'associazione musicale Bang on a can e che riporta i nomi dei musicisti e gli autori coinvolti (c'è anche Robert Wyatt), Music for airports è un disco di ambient music, che poco e nulla ricorda degli spazi e dei contesti associati agli aeroporti.
Non che mi aspettassi di sentire il rombo degli aerei e la puzza di carburante in odorama, intendiamoci, pensavo però incosciamente a cadenze frenetiche e ritmate, invece di musica che per banalizzare il concetto definirei spirituale, rilassante, new age, toh. Manca solo il cinguettio degli uccelletti.
Se ne deduce che probabilmente lo scopo degli autori è l'esatto contrario, cioè lavorare sull'ansia dell'ipotetico passeggero, indurre calma, sereneità, astrazione.

Posso dire che se finalità era questa, è certamente raggiunta: stamattina dopo dieci minuti di ascolto distratto (lo tenevo in sottofondo mentre facevo altro) stavo per precipitare in un'inconsapevole stato meditativo di tipo zen.
Intendiamoci, niente di nuovo o sconvolgente, questo tipo di sonorità sono state ormai ampiamente sdoganate e commercializzate, anche se nel caso di Music for Airports bisogna parlare di un opera che ha precorso i tempi (è stata incisa più di trent'anni fa, nel 1978).
Disco interessante dunque, da alternare (prima o dopo) alla caciara musicale che normalmente riempie le mie giornate.

sabato 12 dicembre 2009

Monster inc.


Quello del cosiddetto mostro di Firenze (qui la scheda wikipedia ) è indubbiamente uno dei misteri della cronaca nera più intrigati, complessi e agghiaccianti della storia recente del nostro Paese.
A seconda delle interpretazione date alla catena di uccisioni, visto che per il primo duplice omicidio del 1968 ( in cui per la prima volta è stata usta la pistola Beretta con proiettili Winchester marcati con una lettera H, che poi è diventata il drammatico marchio di fabbrica dei delitti) i colpevoli sono stati individuati e arrestati, si parla di quattordici o sedici omicidi, che sono stati perpetrati, sempre d’estate, fino all’8 settembre 1985.

Non è la prima volta che cinema e tv si occupano di questo caso, che evidentemente attrae morbosamente la curiosità di tutti, tra docu-fiction, ricostruzioni giornalistiche, film per il grande schermo (L’assassino è ancora tra noi di Teti e Il Mostro di Firenze, di Ferrario, entrambi del 1986) si può dire che non si è mai dimenticata questa raccapricciante scia di sangue che ha attraversato tre lustri delle nostre vite.

Oggi ci ha riprovato Fox Crime, canale satellitare di Sky, che aveva già prodotto altri serial come Romanzo Criminale e di recente Moana, a rispolverare la vicenda. Certo, è complicato preparare una fiction che si inserisce nel genere noir, senza poter rivelare alla fine l’identità del colpevole, ma probabilmente i responsabili della produzione hanno puntato sulla presa che ancora oggi la storia ha sulla gente e si sono buttati nell’impresa.

Altra difficoltà che probabilmente hanno avuto gli autori è stata quella di trovare un personaggio che potesse far breccia nel pubblico, fidelizzarlo, visto l’arco di tempo attraversato e l’incredibile susseguirsi di team di investigatori che si sono occupati del caso, era impossibile trovare un unico protagonista su cui far riferimento per le sei puntate del telefilm. Alla fine la scelta è caduta sulla famiglia Rontini, la cui unica figlia, Pia, è stata, insieme al suo fidanzato, la penultima vittima della follia dei serial killer, il 29 luglio 1984. In particolare si può dire che il perno attorno al quale ruota la storia è il capofamiglia, Renzo Rontini, impersonato dal sempre bravo Ennio Fantastichini. Nel cast, tra gli altri, segnalo Bebo Storti, Corso Salani e Marco Giallini.

Per il resto gli sceneggiatori hanno cercato di far emergere tutte le contraddizioni, gli errori, le superficialità, le coperture anche politiche ed istituzionali, che il caso ha presentato nel corso degli anni. L’impressione è che, ogni qual volta si apriva una pista nuova accadeva qualcosa che la faceva chiudere, o se ne spalancavano altre che rinnegavano quanto fatto in precedenza e rimettevano le pedine sulla casella di partenza. Sparizione di fascicoli all’interno della procura, telefonate e lettere minatorie agli investigatori, persone implicate nei delitti scomparse o uccise: la vicenda di questo (sarebbe meglio dire questi) serial killer appare molto, ma molto, più ingombrante di un normale caso di omicidi in serie. Ma questo si era capito da un pezzo.

Da un punto di vista artistico, si apprezza lo sforzo della produzione italiana di avvicinarsi ai livelli americani del genere, a partire dalle immagini che fanno da sfondo ai titoli di testa, efficaci e professionali, da far invidia a molti incipit cinematografici nostrani. Il resto però raggiunge risultati altalenanti, la recitazione passa da buone prove (Fantastichini su tutti) a momenti imbarazzanti di semi dilettantismo. La regia è diligente ma nulla più, buona la fotografia e la colonna sonora, che in qualche passaggio ricorda qualcosa delle colonne sonore dei Goblin per le produzioni di Dario Argento.

venerdì 11 dicembre 2009

Enjoint


Devendra Banhart può piacere o non piacere, ma di certo non si può dire che non sappia spiazzare ad ogni sua uscita discografica. Questo figlio dei fiori che sembra uscito, attraverso una distorsione temporale, direttamente dalla summer of love manco fosse l’Ilaria di Caparezza, a sto giro allarga lo spettro delle sue visioni, prendendosi alcune licenze dalla formula folk anglosassone (Nick Drake; Donovan & co.) / tradizionale centroamericana a cui ci aveva abituati e che cominciava onestamente a mostrare un po’ la corda.

Ad ogni buon conto, questo aspetto della sua musica persiste, ma è accompagnato da digressioni che sconfinano nella fascinazione per la musica di Bacharach (Baby), o dei Roxy Music con 16th & Valencia, Roxy Music (manco a dirlo), forse il pezzo più elettrico della produzione Banhartiana

Di sicuro la composizione dei brani non permette distrazioni, si rischia di perdersi dietro al flusso creativo del cantautore americano. Ogni canzone ne ha dentro infatti almeno un’altra se non due. Angelika inizia come un pezzo di Paul Simon, per poi trasformarsi in un tradizionale messicano, Chin Chin & Muck Muck esordisce non lontano dalle atmosfere jazzistiche dei primi lavori di Tom Waits, poi cambia pelle in continuazione, evolvendo in un elementare lalala che spiazza, disorienta, affascina per il suo modo semplice di afferrarti il cuore.

Rats deve per forza di cose essere considerato un omaggio ai Doors, dato l'approccio al canto e il sound complessivo del pezzo.

La tetralogia conclusiva di What we will be riprende la cifra stilistica consolidata dell’artista, da Maria Lionza al reggae di Foolin’, passando per l’acustica Waliamdzi è 100% pure Devendra stuff.

Faccio raffronti e comparazioni con altri artisti cercando di raccontare a parole il disco, ma sarebbe più corretto affermare che il caleidoscopio di colori che Devendra scuote, diventa un lavoro proprio e personale, a prescindere dalle influenze più o meno dichiarate. Questo qui è un disco che, seppur discostandosi a tratti dallo stile che abbiamo imparato a conoscere (e nel mio caso, apprezzare) del flower power son, è al contempo, indiscutibilmente, un profumatissimo prodotto della sua psichedelissima sierra.
Accendete gli incensi, coprite le bajour con un foular rosso, ricorrete alle sostanze che necessarie a indurre uno stato di profondo relax e pigiate play. Devendra è tornato.



giovedì 10 dicembre 2009

Signori si nasce

Non pensavo, consigliando l'ascolto de Il Teatro degli Orrori ad un'amica, di arrivare a crearle una vera e propria dipendenza, in specifico dall'ultimo disco, A sangue freddo.
Oddio, per la verità un pò è quello che è successo anche a me, si può dire infatti che l'album monopolizza i miei ascolti da più di un mese.

Lei però è davvero presa nel vortice creato dalla band italiana. Cita i testi a memoria, fa sìsì con la testa quando ascolta in disco con le cuffie mentre viaggia stipata in tram, spulcia in rete ogni notizia del gruppo di Capovilla e soci.
Così facendo si accorge di un brano, dal titolo Per nessuno, presente sul sito ufficiale del gruppo nella tracklist di A sangue freddo, ma che non c'è sul ciddì che sta consumando.
Allora che fa? Manda una mail direttamente ai ragazzi e chiede di cosa si tratta.
Dopo qualche giorno, inaspettatamente, arriva la risposta, direttamente dal cantante del TDO:
" ...non è un mistero.
E' la B-Side di A Sangue Freddo, la trovi in iTunes, gratis acquistando il pezzo.
Ma la puoi scaricare in p2p, c'è già da un pezzo.
Un abbraccio
pp"

Sono queste le piccole cose che fanno accrescere la stima, non solo musicale, in un artista. Già il fatto che risponda alla mail di un fan è apprezzabile, anche se capisco che per una band underground non è così raro.
Ma che un autore di musica suggerisca di scaricare a sbafo un suo pezzo invece che comprarlo, per restare in tema, non ha prezzo .
Grandissimi Teatro degli Orrori ma anche la perseveranza della Lisa non scherza.
Ups.

Drinkin songs (sing along), 6

Primo appuntamento in dialetto con la rubrica più cazzeggiante del blog. Il brano scelto è un vero e proprio anthem popolare della tradizione classica campana. L'interpretazione è quella consueta di Massimo Ranieri. C'mon guys, su il bicchiere di Campi Flegrei rosso e cantiamo tutti insieme: oje vitaaaaa oje vita miaaaaaaaa...




Staje luntana da stu core,
a te volo cu 'o penziero:
niente voglio e niente spero
ca tenerte sempe a fianco a me!
Si sicura 'e chist'ammore
comm'i só sicuro 'e te...

Oje vita, oje vita mia...
oje core 'e chistu core...
si stata 'o primmo ammore...
e 'o primmo e ll'ùrdemo sarraje pe' me!

Quanta notte nun te veco,
nun te sento 'int'a sti bbracce,
nun te vaso chesta faccia,
nun t'astregno forte 'mbraccio a me?!
Ma, scetánnome 'a sti suonne,
mme faje chiagnere pe' te...

Oje vita, oje vita mia...
oje core 'e chistu core...
si stata 'o primmo ammore...
e 'o primmo e ll'ùrdemo sarraje pe' me!

Scrive sempe e sta' cuntenta:
io nun penzo che a te sola...
Nu penziero mme cunzola,
ca tu pienze sulamente a me...
'A cchiù bella 'e tutt''e bbelle,
nun è maje cchiù bella 'e te!

Oje vita, oje vita mia...
oje core 'e chistu core...
si stata 'o primmo ammore...
e 'o primmo e ll'ùrdemo sarraje pe' me!

mercoledì 9 dicembre 2009

Il futuro è un'ipotesi


Tira una brutta in casa ABC per Flash Forward, che doveva essere il nuovo fenomeno televisivo dell'anno, (pre)destinato a sostituire nei cuori degli appassionati, lo spazio occupato da Lost, che si concluderà con il 2010.

La prima stagione di FF si è infatti interrotta al decimo episodio. Pare che l'interruzione fosse prevista (infatti la puntata finisce con un classico cliffhanger), per ripartire però subito dopo le feste di Natale. Ora invece si parla di marzo. Forte è l'impressione che si voglia intervenire a sistemare qualche meccanismo.


E dire che la serie era partita bene, sia a livello di coinvolgimento che di responso dell'audience. Peccato che poi ha cominciato a subire un'inarrestabile emorragia di pubblico, toccando valli non consone ad una mega produzione di questo tipo.

Chissà, forse la produzione è stata troppo ambiziosa, prevedendo già dall'inizio una programmazione dalla durata impegnativa per il telefilm, al contrario di altri serial che sviluppano la propria vita a seconda del seguito che riescono ad avere. Questi qui ancora prima di iniziare hanno fatto firmare a Fiennes, il protagonista, un contratto di sette anni!


Come già scritto in precedenza, a me l'incipit non era spiaciuto, l'ho trovato anzi intrigante, un buon mix di mistero e avventura basato su un'intuizione interessante, quella cioè che per due minuti e 17 secondi l'intera umanità perdesse conoscenza, e in quel frangente tutti avessero una visione di se stessi avanti nel tempo di sei mesi.

Il difficile è venuto poi. Cercare l'equilibrio tra il coinvolgimento dello spettatore e le rivelazioni da centellinare è stato probabilmente un ostacolo più grosso del previsto per gli autori, il ritmo in alcune puntate è calato troppo, il pubblico ha cominciato a pigiare altri tasti del telecomando.


Quello del ritmo è indubbiamente un difetto della serie. Tra i suoi pregi invece, al di là dello sviluppo della trama, c'è indubbiamente una buona introspezione dei personaggi all'interno degli eventi. Mi spiego. Dopo il "black out" e la comprensione dell'evento (cioè la visione del futuro), si sono verificate diverse situazioni. Chi ha avuto una visione positiva cerca in qualunque modo di farla realizzare, chi l'ha avuta negativa s'impegna per l'esatto contrario. Chi non ha visto niente si convince che la ragione è che sarà morto da lì a sei mesi. Curioso il fatto che, per la prima tipologia di visioni, gli avvenimenti futuri siano innescati perchè uno li ha visti e cerca di comportarsi in modo che si verifichino, mettendo in atto azioni che "forzano la mano" al fato, e non per il corso naturale delle cose.


Nella finzione del TF, una parte di quelli che non hanno alcuna visione si associano in un club segreto, reclutato attraversoil web, i cui membri si lasciano andare alle più tremende perversioni, convinti che tanto da lì a poco moriranno.


Come già detto, la serie deve molto a Lost, nelle atmosfere, nell'incedere, nell'utilizzo dei flashback e (ovvimanente) dei salti in avanti, nonchè in paio di protagonisti, oltra alla già citata Penny - Sonya Walger, compare infatti anche l'indimenticato Charlie - Dominic Monaghan.


Arrivederci in primavera dunque. E che la lunga notte porti consiglio.




martedì 8 dicembre 2009

2009: best album of the year

Accantoniamo per il momento le classifiche dei migliori dischi del decennio per cominciare a postare quelle dei best dell'anno che volge a conclusione. Pur non condivedendone i contenuti, comincio con la lista della rivista britannica "Q" . Molti lavori inglesi, perlopiù prescindibili, a mio avviso. Ma il gioco mi ha un pò preso la mano, come direbbe Bennato.


20 Fever Ray - Fever Ray
19 Monsters Of Folk - Monsters Of Folk
18 Mika - The Boy Who Knew Too Much
17 Green Day - 21st Century Breakdown
16 Empire Of The Sun - Walking On A Dream
15 Dizzee Rascal - Tongue N' Cheek
14 Devendra Banhart - What Will We Be
13 Grizzly Bear - Veckatimest
12 Jack Penate - Everything Is New
11 Doves - Kingdom Of Rust
10 Phoenix - Wolfgang Amadeus Phoenix
09 U2 - No Line On The Horizon
08 Lily Allen - It's Not Me, It's You
07 Muse - The Resistance
06 Arctic Monkeys - Humbug
05 Manic Street Preachers - Journal For Plague Lovers
04 Animal Collective - Merriweather Post Pavillion
03 Yeah Yeah Yeahs - It's Blitz!
02 Florence And The Machine - Lungs
01 Kasabian - West Ryder Pauper Lunatic Asylum

lunedì 7 dicembre 2009

L'importante è (non) parlarne

A vedere Silvio Berlusconi sulle copertine delle riviste ci abbiamo fatto il callo da anni, ormai. L'Espresso, Panorama, Internazionale, ma anche Oggi, Chi, Gente, da quando c'è Lui hanno risolto i loro problemi di ricerca di una prima pagina diversa a settimana.
Che il suo faccione spunti fuori però anche sull'edizione italiana della rivista musicale più nota al mondo, sopra la scritta "Rockstar dell'anno", per di più iconografato da Shepard Frey, che aveva realizzato la famosa immagine per Obama, è davvero troppo.

Non escludo che la mia incazzatura sia, oltre che ideologica, anche personale, dovuta al fatto di averlo tra le mani questo giornale, visto che qualcuno me ne ha regalato un'annata in abbonamento postale. E che quando me lo sono trovato sul tavolo della cucina, tornando a casa dal lavoro, mi è venuto un colpo. Una crisi di rifiuto totale. Il primo istinto è stato di buttarlo ancora incellophanato. Poi mi sono fatto forza, l'ho aperto e l'ho sfogliato.

I contenuti mi hanno fatto incazzare ancora di più della copertina. Una serie di brevi articoli, tra gli altri di Vincenzo Cerami e Silvia Ballestra (la cronista dell'Unità querelata dal cavaliere), che, con pesante sarcasmo, ironia ma anche lucidità, ricostruiscono gli eventi della vita del premier, di fatto riducendolo ad una pericolosa macchietta. Degli ottimi pezzi di denuncia sociale.

Ma allora io mi chiedo: se fino ad oggi mr. B ha basato le sue fortune sull'immagine, sulla comunicazione, invece che sui ragionamenti e le analisi, e tu, Rolling Stone, lo sbatti in copertina (che è la parte della rivista che vedono tutti, lettori e passanti) con un lavoro di immagini che rimanda subito ad Obama (quindi una percezione positiva), mentre all'interno del giornale (parte che leggono solo pochi) lo sputtani per benino, da brava rivista proto-liberal, stai facendo un'operazione intelligente o, ammesso che i tuoi intenti fossero diversi, un clamoroso autogol?

Altro che provocazione, dai retta a me. Questa è una marchetta. Questa è una campagna di pubblicità mirata esclusivamente a far parlare un pò i media del giornale e a vendere qualche copia in più (spero poche).

E non ci sarebbe niente di male, per carità. Basta che poi non ci venite a fare pippotti morali sul cavaliere nero. Insomma, è con iniziative come la vostra che la sua popolarità è cresiuta e si è affermata, non ditemi che non lo sapevate.

Ad ogni buon conto, visto il successo dell'operazione, almeno a livello di discussione mediatica, vi suggerisco qualche altro soggetto da mettere in copertina da inserire nel filone "provocazione intelligente" per prossimi, intelligentissimi, numeri: Bettino Craxi in stile Andy Warhol, Mussolini come lo farebbe Keith Haring, Pacciani tipo finestra a mosaico di chiesa, Borghezio in una rappresentazione di Cattelan.
Wow, immaginate che botto fareste.
Dài, siete troooppo avanti.



sabato 5 dicembre 2009

Eurostar talking blues

Giornate un frenetiche queste. A farne le spese (oltre alla famiglia e alle amicizie, ovviamente) è l'aggiornamento del blog, fermo ormai da martedì.
Tra i tanti impegni, a spezzare in due la settimana, un viaggio di lavoro di due giorni a Roma, con l'ormai abituale Freccia Rossa di Trenitalia.
Durante un noioso viaggio di andata ho stilato una breve lista delle
"sei cose da fare in treno , mentre il tuo collega dorme alla grande di fronte a te, che tanto il lavoro lo stai preparando tu al notebook":

1) infilare le cuffie e cercare un accompagnamento adeguato al sincopato sussultare dell'alta velocità. Una raccolta dei primi dischi di Tom Waits è una scelta consigliata.

2) Fingendo indifferenza, sbirciare da sopra lo schermo la bionda seduta una fila più su, che sta con lo sguardo fisso sul telefonino da almeno un ora senza digitare niente. Chissà che sms deve aver ricevuto. Ad ogni modo è una di quelle che gestisce gli sguardi addosso senza sforzo ne fastidio apparente. Anzi, con disinvoltura dovuta con ogni probabilità ad una consumata esperienza.

3) Resistere alla tentazione di tornare alla carrozza ristorante a farti rapinare di nuovo tre euro per caffè e cornetto.

4) Sfogliare il Corriere in cerca di qualche notizia degna di nota, consapevole che si tratti di una mossa dovuta alla disperazione.

5) Scrivere un post piuttosto inutile. Così, per ammazzare il tempo, prima che lui ammazzi te.

6) Passare da Tom Waits (niente da fare, su Sight for sore eyes il magone parte in automatico) ai Cò Sang perchè va bene tutto, ma dopo un pò ti servono piccole dosi di cattiveria per passare la nottata.

martedì 1 dicembre 2009

Keep the faith

C'è un elemento, solo apparentemente secondario e probabilmente legato al mio status di adolescente cronico, che mi ha sempre affascinato del metal: l'artwork dei dischi di questo genere.

Le copertine apocalittiche, i nomi delle band scritti sempre con caratteri o loghi fighissimi, le immagini truci, i disegni, i colori. Non si battono, hanno una marcia in più, sopratutto da quando vanno i ciddì e i creativi degli artisti normali sfornano una cover decente su cento. Qui la media di opere valide è mostruosamente più alta, anche per gruppi debuttanti. Altro elemento che continua a legarmi a questo canone musicale è il fatto che, anch'io come Ale, ho periodicamente bisogno di quel tipo di ossigeno rarefatto che si respira nei lavori hard-rock-heavy-metal, e guarda un pò, quello che sto passando è proprio uno di quei cicli.

Cicli nei quali apprezzi una band semi sconosciuta, seppur in attività da molti anni, come gli Hatebreed, magari partendo proprio dalla copertina, in stile Motorhead, del loro ultimo, omonimo,album.

Gli americani del Connecticut propongono un metal piuttosto veloce e brutale, ma con una struttura tutto sommato canonica delle canzoni. Riferimenti d'obbligo i Pantera, ma non solo. Il disco è un unico blocco monolitico, ma se devo segnalare qualche pezzo potrei dire Become the fuse, Not my master e No halos for the heartless.

Anche il glam-hair-metal è una mia vecchia passione adolescenziale, e, seppur il gruppo in questione è uno dei pochi del genere che non ho mai ascoltato, sto dando qualche chance anche a Karma, ultimo lavoro dei Winger (che, per la cronaca, sono il gruppo la cui immagine su di un poster Kirk Hammett dei Metallica si divertiva a prendere a freccette ). Anche in questo caso, niente di trascendetale, ma nemmeno di troppo patetico. Buon rock and roll classico un pò (beh, parecchio) fuori tempo. Le tracce più significative potrebbero essere Deal with the devil, Witness, After all this time e Stone cold killer.

Passerà presto, lo so. Ma intanto me la godo. Sono uno che si accontenta di poco, io.

sabato 28 novembre 2009

Into the void


Quante volte avrò visto Zoolander? Ho davvero perso il conto. Resta per me un mistero come questa geniale parodia del mondo della moda (ma anche di molti clichè cinematografici) non sia universalmente considerata come uno dei titoli di genere più imperdibili della storia. Ben Stiller, regista ed attore protagonista, è irresistibile nei panni di Dereck Zoolander, modello di successo planetario "strabello", ma vuoto e stupido come pochi altri al mondo. Straordinariamente nella parte anche l'amico Owen Wilson, anch'egli modello, prima antagonista, poi alleato di Dereck. Nel cast anche Will Ferrell, Milla Jovovich, David Duchovny, Jon Voight e diversi vip che interpretano loro stessi.

Il film contiene tante di quelle scene memorabili che sarebbe impossibile ricordarne solo qualcuna . Tra citazioni alla musica eighties (Wham!, Frankie Goes To Hollywood), gare di sfilata, espressioni facciali cool, ignoranze monumentali, la pellicola è un irresistibile crescendo comico.

Probabilmente l'avete abbondantemente visto e rivisto anche voi. Non posso però esimermi dal segnalare almeno un momento topico. Quello in cui Zoolander/Stiller e Hansel/Wilson penetrano nella base del diabolico stilista Mugatu (un grande Will Ferrel), e , in contatto radio con un'amica giornalista cercano dei files compromettenti. "Sono nel computer" dice lei. In questa scena i due cercano di impossesarsene, senza avere la benchè minima idea di cosa sia un computer. Non sto neanche a dirvi di indovinare la citazione cinematografica, so di avere dei lettori a modino, io.



P.S. Purtroppo pare stiano girando il seguito...

giovedì 26 novembre 2009

Gentlemen


Assecondo il volere dell'autore di questa lettera, contribuendo, nel mio piccolo, alla sua diffusione sul web.
A mio avviso comunque, Ignazio se ne frega del Governo, ma guai a gufargli l'Inter...


LA LETTERA
"Se La Russa mi augura il cancro"

Salve,
sono un ragazzo di 31 anni che da due anni lavora e vive a Barcellona.

Premetto che purtroppo non abbiamo filmati ne' una documentazione audio circa l'accaduto, perciò posso solo limitarmi a raccontarlo.

Erano circa le 17 di martedì: io e i miei colleghi di lavoro ci godevamo gli ultimi minuti di pausa prima di tornare al lavoro. Improvvisamente qualcuno riconosce una nota fisionomia, la figura di un signore seduto al tavolino di un bar di Plaza Catalunya...

"E' La Russa!"

E che cosa faceva il nostro ministro li', a pochi metri a godersi la mite temperatura catalana?

Ma, chiaro, era venuto a vedere la "sua" Inter, impegnata nella partita di Champions contro il Barcellona (solo un'ipotesi, inizialmente, poi praticamente confermata da lui stesso).

Bene, per farla breve, qualcuno di noi non ha resistito, vista la ghiotta occasione, e si è così avvicinato al Sor Ignazio...

Questa la sua frase (ovviamente una provocazione, legittima, anzi, dovuta):

"Salve Ministro (stringendogli la mano), spero che la partita le vada male, così come sta andando male il nostro Paese guidato dal suo Governo..."

Una provocazione, certo, ma, garbata, mi pare...
Ed ecco l'incredibile risposta del signor Ignazio La Russa, ricordo MINISTRO DELLA DIFESA DELLA REPUBBLICA ITALIANA:

"Ed io spero che LE VENGA UN CANCRO..."

UN CANCRO.

Questa la vergognosa risposta di un MINISTRO alla provocazione di un cittadino italiano, un ragazzo di 26 anni.

"SPERO CHE LE VENGA UN CANCRO".

Bè, lo so che non c'è nessuna prova o documento ma noi qui siamo in molti a poterlo testimoniare (eravamo un poco lontani ma eravamo li').

Credo che si debba cmq sapere (anzi, forse meglio dire "ribadire") quale sia la caratura e il livello di chi in questo momento ci sta governando, l'arroganza, la maleducazione, la "violenza" verbale che questi signori si permettono di utilizzare nei confronti dei propri cittadini (di parte avversa, s'intende, ma pur sempre cittadini...)

Fine della storia, spero che venga diffusa il più possibile, almeno sul web.

Marco Pidalà
Davide Sellari
Barcellona

martedì 24 novembre 2009

NME: i migliori degli anni zero

Allora, sì. Ci sono due scuole di pensiero. Quelli che vanno di fretta, e considerano come decade il periodo che va dal duemila al duemilanove, e quelli che invece aspettano più coerentemente il prossimo anno, per tirare le somme del decennio.
Fa parte della prima categoria la popolare rivista inglese New Musical Express (NME).
Rispetto alle classifiche fin qui postate, bisogna riconoscere all'NME l'originalità di qualche inserimento che si discosta dai soliti titoli (P.J. Harvey, The Streets, The Shins, At the drive-in, Yeah Yeah Yeahs) e un'attitudine a non cercare il gruppo snob a tutti i costi. Certo, prevalgono gli artisti britannici, ma conoscendo le abitudine del giornale, e degli inglesi in generale, a pompare in modo inverosimile i propri prodotti, è un scoop clamoroso il fatto che al primo posto non ci sia una band della terra d'Albione...


20 Blur - Think Tank
19 The White Stripes - White Blood Cells
18 The White Stripes - Elephant
17 Sufjan Stevens - Illinois
16 The Streets - A Grand Don't Come For Free
15 Queens Of The Stone Age - Songs For The Deaf
14 Radiohead - Kid A
13 The Shins - Wincing The Night Away
12 LCD Soundsystem - Sound Of Silver
11 At The Drive In - Relationship Of Command
10 Radiohead - In Rainbows
09 The Streets - Original Pirate Material
08 Interpol - Turn On The Bright Lights
07 Arcade Fire - Funeral
06 PJ Harvey - Stories From the City, Stories From the Sea

05 Yeah Yeah Yeahs - Fever To Tell
04 Arctic Monkeys - Whatever People Say I Am, That's What I'm Not
03 Primal Scream - XTRMNTR
02 The Libertines - Up The Bracket
01 The Strokes - Is This It

lunedì 23 novembre 2009

15 minuti

Nessuno fino a qualche giorno fa conosceva Donatella Papi. Se questa signora, che di professione fa la giornalista, sta rimbalzando come una pallina nel flipper tra un media e l’altro, è perché ha deciso di comunicare al mondo una decisione che in genere fa parte della sfera privata delle persone. Ha deciso infatti di congolare a nozze con uno dei criminali più psicopatici e violenti delle patrie galere, Angelo Izzo, uno dei mostri del Circeo.

Il cosidetto massacro del Circeo è una delle più sconvogenti pagine di cronaca nera della storia d’Italia. Talmente raccapricciante che non riusciamo a chiuderci i conti, dalla quale non riusciamo ad allontanarci per sempre.
Da quel tremendo fatto di bestiale, inaudita e inspiegabile violenza, perpetrato da tre ragazzi della Roma bene, molto vicini agli ambienti di estrema destra della città, sono passati 34 anni, ma non passa quasi giorno senza che qualche elemento che ricolleghi a quei giorni torni ad emergere, quasi sempre per motivazioni tragiche. Una lunga scia di sangue e dolore che non si interrompe.
Non voglio entrare nei particolari di quella terribile notte, il solo scrivere questo post mi fa star male, se ci fosse qualcuno al mondo che ancora non sa cosa successe può aprire
questo link di wikipedia.

Di certo è anomalo e incredibile il corso che ha preso la giustizia per i tre colpevoli di quella mattanza. Tra fughe all’estero o dal carcere, morti presunte, permessi premio (ma dico, vi rendete conto?!?) durante i quali sono tornati a massacrare innocenti, sconti di pena che li hanno visti uscire dalla galera in anticipo sui tempi, fortissimi sono sempre stati i sospetti di potenti coperture politiche .
Provate a pensare per quanta gente che si è macchiata di crimini meno raccapriccianti lo Stato ha buttato via la chiave. Per loro no. Si sono riabilitati, dicono.
Non ho parole, non mi raccapezzo. Resto attonito. Ma come è possibile?

Torniamo alla Papi.
“-Per me è un angelo-“ dice di lei Izzo.
Ieri pomeriggio (quanto mai l’ho fatto!), durante il tipico zapping da noia domenicale mi sono imbattuto nella signorina ospite alla trasmissione pomeridiana di canale cinque. Le hanno fatto il servizio completo, non si sono fatti mancare niente. Dalla ricostruzione dei fatti del 75, al confronto con i parenti delle ragazze, alla gogna del pubblico presente in studio.

Cristo santo, ma cosa non farebbe la gente al giorno d’oggi per avere quindici minuti di notorietà?
Ma non poteva entrare nella casa del Grande Fratello come tutti gli altri, invece di andarsene per salotti televisivi a raccontare a tutti che sposa un killer psicopatico?
Non sarebbe più dignitoso darsi fuoco?

Alla signora, che i conti li sa fare, e sa benissimo che non passerà mai più di un ora a fianco dell’uomo che ama al punto di voler sposare (immagino con rito religioso) non posso che augurare il meglio.
Ad esempio che Izzo benefici di un altro sconto di pena in modo da poterci vivere insieme, giorno e notte, nella buona e nella cattiva di sorte. Di giorno e di notte. Possibilmente in una casa isolata, lontana da occhi indiscreti. In modo che lui possa dare il meglio di se.

Fanculo.

sabato 21 novembre 2009

When the walls come tumbling down


Sapevo di questa cosa del nuovo disco dei Rammstein. Cioè che in Germania avevano vietato di esporre Liebe ist fur alle da, l'album della band, in tutti i luoghi frequentati da minori di 18 anni. Quindi, a parte i sexy shop (che non mi risulta vendano ancora dischi)il nuovo cd finisce per decreto sotto il bancone delle rivendite ufficiali. Lo compra solo chi sa che esiste, per gli altri puppa.
La cosa sorprendente è che la censura giunge da un paese piuttosto tollerante in tema di sconfinamenti in ambito sessuale dell'arte. La copertina dell'ultimo lavoro della band tedesca raffigura il leader del gruppo nell'atto di intervenire con una mannaia da macellaio su una giovane donna distesa su di un tavolo, e i censori germanici hanno pensato che la cosa potesse turbare le giovani menti locali.

Ho scoperto un'altra cosa, grazie ad un collega. Il primo singolo estratto dall'album (Pussy) è veicolato da un video (ed un testo, questa volta in inglese) molto esplicito. All'inizio non mi sono nemmeno dato il disturbo di guardarlo, pensavo alla solita operazione di culone e tettone alla moda dell'hip hop, materiale pruriginoso per quindicenni allupati.

Invece no, mi dice accaldato il collega di cui sopra, hanno fatto un video hard, con falli, vagine e penetrazioni incluse! E non è tutto, gli attori protagonisti della performance sono proprio loro, i Rammstein!

A questo punto sì che mi scatta la curiosità. Grazie ad un amico del forum, recupero la versione uncensored, e appuro che è proprio così. Gli ultimi secondi della clip sono a tutti gli effetti flash di un film hard core (cumshot finale incluso). Prima, tutti i clichè del genere, le "situazioni" che servono ad introdurre maldestramente le scene di sesso nella consuetudine di queste produzioni.

I Rammstein sono l'unico gruppo metal tedesco a cantare nella lingua madre, ad aver anche raggiunto un successo planetario. Li hanno sempre accompagnati le polemiche. Le accuse di filonazismo (mai argomentate, per la verità, come se bastasse essere tedeschi e fare musica violenta...), di misoginia, di istigazione alla violenza sono sempre state all'ordine del giorno. Non ho mai capito una cippa di merlo dei loro testi, non posso dire di essere un loro fan, ma sicuramente gli riconosco una forte ragion d'essere, a differenza di decine di altre band prescindibili.

Ecco, allora mi sono chiesto, perchè fare un'operazione di questo genere?
Certo, la prima risposta è il marketing d'assalto, la pubblicità. E qui bisognerebbe capire se hanno raggiunto lo scopo. Non ho elementi per valutarlo. Il rischio effetto boomerang in questi casi è sicuramente enorme, ad ogni modo.

Ho l'impressione che quella della promozione non sia l'unica giustificazione a sostenere un'iniziativa di rottura come questa.
Il coinvolgimento personale, la banalizzazione del rapporto sessuale, la riproposizione degli schemi dei film porno...

E se invece i tedeschi abbiano voluto fare da precursori e infrangere una barriera tra due forme d'intrattenimento (arte?) popolare che hanno sempre copulato tra loro, ma che (ipocritamente?) si sono sempre fermate un passo prima di espicitare il loro connubio?

Si saranno guardati in faccia a lungo e poi qualcuno avrà infine detto: - è un duro lavoro, ma qualcuno deve pur cominciare a farlo, ya?-

Ma anche no, non lo so.
Magari sono solo un manipolo di crucchi filonazi, misogini e violenti.
Ai posteri l'ardua sentenza.


giovedì 19 novembre 2009

Talk to me

Sto facendo un corso di formazione sulla negoziazione. Si respira un'aria, buona, pulita, ottime vibrazioni.
I due docenti, davvero bravi, insegnano il valore civile della negoziazione e soprattutto quali sono gli elementi principali che la compongono.
L'ascolto, l'immedesimazione nella controparte. Il rispetto e il riconoscimento delle diversità. Un atteggiamento proposivo. La ricerca di una mediazione anche attraverso la socializzazione delle rispettive informazioni. Il rispetto, gente. Il rispetto di chi è li a discutere con te e ha lo stesso tuo diritto a farlo.

Caaaspita. Mi sono fermato a pensare a cosa sono normalmente le mie riunioni sindacali. Tra tiri sporchi, colpi sotto la cintola, urla, prevaricazioni, spesso nessun risultato apprezzabile.

Ho pensato anche alle tribune televisive. Momenti di approfondimento trasformati in ring di wrestling dove il copione è già scritto. Si distrugge la posizione dell'avversario, invece di argomentarne una propria. Non si permette all'avversario di esprimersi. Se proprio butta male si si applica la legge Sgarbi. Si urla cioè una frase a ripetizione, fino a che quell'altro non si arrende e smette di parlare. A certa gente probabilmente fanno corsi al contrario: come NON negoziare con gli altri.

In effetti, chi è che ascolta veramente quello che hai da dire, se dissente da te?
Chi è che si immedesima nella tua posizione, per facilitare la comunicazione?
Chi è che, trovandosi in una posizione di potere, media con te?
Chi è che si sforza di davvero capire?

C'è da dire che è una faticaccia, eh. Io stesso, passata la fascinazione di queste lezione me ne dimenticherò già alla prima occasione in cui dovrei invece metterle in pratica.
E' per questo che ho scritto il post.
Come promemoria.

martedì 17 novembre 2009

Un'ottima annata

I Cheap Wine sono il classico esempio di gruppo italiano per il quale il commento più abusato dalla critica è che ha la sfortuna di "essere nato nel posto sbagliato".

Marchigiani di Pesaro, i ragazzi, attivi ormai dal 1997, fanno infatti un rock molto americano, legato all'inizio al cosiddetto Paisley Sound che ha visto nei Dream Syndicate e nei Green on Red (la ragione sociale della band deriva proprio da una traccia contenuta nel loro, seminale, Gravity Talks) gli esponenti di maggior peso del movimento. Poi però allargano i loro orizzonti abbracciando tutto il sound classico dei grandi d'oltreoceano. Riferimenti d'obbligo Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen (non nello stile, ma piuttosto in certe magniloquenze).

Come da solida tradizione anglosassone, l'ossatura della band è formata da dua fratelli, Marco (voce e chitarra) e Michele (straordinario talento chitarristico) Diamantini, che nel corso degli anni sono stati coadiuvati sempre dagli stessi collaboratori, fino alla recente rinuncia dello storico drummer e disegnatore di tutti i loro artwork, Francesco Zanotti, sostituito nel 2008 da Alan Giannini.

Al commento iniziale ci sarebbe da aggiungere probabilmente che, oltre ad essere nati nel posto sbagliato per il rock and roll, sono anche nati nel momento sbagliato per suonarlo.

La loro musica è infatti meravigliosamente fuori da ogni moda, non sono, per dire, i Lacuna Coil, che, bravi e scaltri, si sono saputi ritagliare uno spazio nel gothic/pop metal, questi qui davvero suonano cose e temi da dinosauri. Il che, se per me è splendido, non si può dire che lo sia anche per il music buisness. Ma loro giustamente se ne fregano e vanno avanti per la loro strada. Questa è la loro musica, è questo sangue che scorre nelle loro vene. In più di un decennio hanno macinato chilometri e concerti, fino a raggiungere una maturità e un modo di stare sul palco invidiabili per moltissime band italiane.

Personalmente li avevo persi di vista dopo quell'eccellente lavoro (esaurito, di recente in ristampa) che risponde al nome di Ruby Shade, li ritrovo oggi con il nuovo Spirits.

In questa ultima release li ritrovo meno elettrici e meno orientati a veloci fughe chitarristiche e pezzi nervosi, ma più concentrati sulle chitarre acustiche, sul basso usato come contrabbasso, su di una musica che si lancia senza timore verso grandi spazi aperti.

Un sound che vedrei bene come soundtrack di un film ambientato nelle periferie degli stati del sud degli USA, lunghe strade che si percorrono solo per viaggiare, non per giungere a destino.

Affascinanti ballate acustiche suonate sul filo della voce di Marco (Just like animals), nervosi blues (Leave me a drain; The sea is down), brevi strumentali (Alice).
Nella traccia sei (La buveuse) trova collocazione, in maniera spontanea e in giusta misura, anche una tromba.

Spirits contiene inoltre due cover, una di Bob Dylan, Man in a long black coat e Pancho and Lefty, il pezzo più noto (oggetto di attenzione anche da parte di Steve Earle, quest'anno) del compianto Townes Van Zandt, entrambi i brani sono proposti con rispetto, ma in pieno stile Cheap Wine.

Avendo perso degli episodi della discografia del combo, non so se è lecito parlare o meno di disco della maturità. Di certo è una prova ampiamente positiva. E' bello sapere che c'è gente dalle nostre parti che non molla, non si svende e continua a fare ciò che più gli aggrada, in campo artistico. Dell'ottimo folk/rock/blues nel caso specifico dei fratelli Diamantini.



lunedì 16 novembre 2009

MFT, novembre 2009


ALBUM


Foo Fighters, Greatest hits
Il Teatro degli Orrori, A sangue freddo
Cheap Wine, Spirits
Steve Earle, Townes
Mr Big, Back to Budokan
Eels, Hombre Lobo
Bruce Springsteen, Hammersmith Odeon - London 75
Pearl Jam, Backspacer
Spandau Ballet, Once More
The Gossip, Music for men
Them crooked vultures, omonimo
Cò Sang, Vita bona
Rammstein, Liebe ist fur alle da
Paradise Lost, Draconian Time







PLAYLIST

A selection of the greatest 100 hard rock songs

LETTURE


Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta
Giorgio Scebranenco, Racconti neri



VISIONI


Flashforward, stagione uno
Dexter, Stagione tre
The Shield, stagione sette

domenica 15 novembre 2009

I migliori della vita: Miles Davis, A kind of blue



Miles Davis, A Kind of Blue, 1959





Merda. Come si recensice un disco jazz? Come si descrivono le note che escono dalle casse dello stereo, le figure geometrice formate dalla coesione degli strumenti, le mille sfumature del genere? Figuriamoci, già annaspo con le definizioni per le canzonette. Tra l'altro qui sono di fronte ad un masterpiece assoluto. Non si può fare, non ne sono capace. Però non posso nemmeno deletare dalla lista dei migliori della vita Kind of blue per manifesta incapacità. Vabbeh, come viene viene. Questa, più che una recensione classica sarà una serie di considerazioni, impressioni, di ricordi, di emozioni e percezioni legate al Disco e al suo leggendario autore, Miles Davis.

Provo a partire dall'inizio. Mi ha sempre affascinato la figura di Miles. Ancor prima ancora di aver ascoltato una sola nota uscire dalla sua tromba, intendo. Non lo so, lo vedevo raffigurato in immagini d'epoca e mi sembrava un dio. Bello, fiero e potente, mai un'incertezza nello sguardo. Poi i racconti di qualche amico su di lui, le sue imprese, le sue bravate, il suo orgoglio, la sua superiorità.
Bene, sono ancora a digiuno della sua musica quando mi immergo nella sua autobiografia (minimum fax, 500 pagine, consigliata) e la divoro. Prima ancora di terminarla però compro A kind of blue.

Ora, io credo di essere una delle persone al mondo meno predisposte al jazz, alla musica non cantata in generale. Al netto di qualche autorevole eccezione sono fatto per i brani dalla struttura classica " strofa ritornello ponte ritornello", e possibilmente dotati di una buona cantabilità, per cui la sola idea di mettermi lì con una roba pesa mi provocava psoriasi diffusa su tutto il corpo.
Con A kind of blue invece...Beh è come aver avuto come ideale di donna solo quello di bionde maggiorate, e innamorarsi, di colpo e perdutamente di un'esile mora.

Un disco fantastico, realmente magnetico, ipnotico. Non cosa sia che ti prende e non ti molla in queste note, se la scala musicale modale adottata dal gruppo, la successione degli accordi o il mood, cazzo, davvero non lo so. Ma ricordo chiaramente le sere d'inverno in cui tornavo tardi dal lavoro a turni e restavo sotto casa ad ascoltarlo perchè proprio non ce la facevo a spegnere l'autoradio. O le volte in cui, ascoltando la traccia numero uno, So what, sono caduto in una sorta di stato catatonico, perso dietro al riff iniziale, smarrito e poi riacciuffato non si sa come per tutti gli oltre nove minuti di durata della composizione, da parte della band.
Oh, la mia condizione era indotta solo dalla musica, senza l'ausilio di sostanze stupefacenti, è bene sottolinearlo.

Merito del genio di Davis e della sua tromba, certo. Ma è difficile prescindere dal personnel che si muoveva al suo fianco, a partire da John Coltrane al sax tenore: monumentale, colossale, eroico. Per passare ad un altro genio del sax alto, Julian "Cannonball" Adderley. Poi Bill Evans al piano, Paul Chambers al basso, Jimmy Cobb alla batteria e Wynton Kelly al piano.

Solo cinque pezzi nell'edizione originale, oltre alla già citata open track, Freddie Freeloader, Blue in green, All blues e Flamenco Sketches. Solo cinque composizioni ma tanta, tanta roba.
Una roba che rasserena, riappacifica tutti i conflitti interiori, rimette al mondo. Un disco che migliora le persone. Fa progredire le civiltà.

A kind of blue detiene per me anche un altro record. Oltre ad averne acquistato l'edizione in vinile dopo quella in cd, è senza dubbio il ciddì più regalato in assoluto nella mia esistenza. Ricordo che di recente una grossa catena di elettronica l'aveva messo in vendita ad una cifra irrispettosa, e io, beh, credo di averne prese 4-5 copie, che nel frattempo ho piazzato tutte agli amici.

C'è anche da dire che, dopo aver mandato praticamente a memoria quest'opera superiore, pensavo di essere "culturalmente" pronto per il jazz, e perciò ho provato a buttarmi su decine di titoli, incredulo e estasiato per aver trovato dopo tanti anni un nuovo pozzo di San Patrizio da saccheggiare.

Con mio sommo dispiacere (vuoi mettere vendersi come appassionato e conoscitore di jazz invece che degli Spands?!?), devo invece riconoscere che, tolto qualche altro esito positivo grazie a gente come Charlie Parker, John Coltrane, Charle Mingus, Duke Ellington e una manciata di lavori, fondamentali all'umanità al pari della pennicillina, quali A love Supreme, My favorite things, Mingus Ah-Um, April in Paris, e ulteriori pilastri della musica di Miles, come Birth of the cool, In a silent way, Bitches Brew e On the corner, il jazz non è riuscito a fare breccia definitiva nel mio cuore di buzzurro musicale.
Non ho rinunciato definitivamente, così come non ho rinunciato a capire Frank Zappa, ma per ora me ne sono fatto una ragione.

So già cosa direbbe a proposito Miles, seduto serafico sul suo sgabello a lucidare amorevolmente la tromba. Non alzerebbe nemmeno lo sguardo, si limiterebbe a muovere impercettibilmente le labbra, sentenziando: -"Take it easy man, less is more"-.