sabato 31 agosto 2013

Chronicles 28

E così, sul finire dell'estate, è finalmente arrivato anche per me il momento di andare in vacanza. Il volo che mi porterà a Formentera (via Ibiza) dovrebbe partire proprio alle sei, cioè all'ora in cui ho programmato questo post. Mi è necessario uno sforzo intenso per ricordare l'ultima volta che ho fatto un'intera settimana di villeggiatura, a occhio e croce dovrei andare indietro con la memoria di almeno cinque/sei anni, che in effetti cominciavano a diventare troppi. 
Nei prossimi giorni starò rigorosamente senza connessione internet, ma per non farvi sentire troppo la mia mancanza ho già provveduto ad occultare la mia assenza programmando qualche post. In particolare, non potevo far passare inosservata la data del 5 settembre.

A presto.


venerdì 30 agosto 2013

MFT, agosto 2013

MUSICA

In controtendenza rispetto al trend degli ultimi mesi, agosto è stato propizio al revival. Pochi dischi nuovi (Enforcer, la Friedberger, Anselmo, Seasick Steve, i Winery Dogs e i Carcass) e molti ripescaggi, principalmente scelti dal metal d'annata (Death Angel, Neurosis, Dark Angel, Foo Fighters, Warrior Soul). Questa a grandi linee la playlist che mi porterò al mare tra qualche giorno:

The Warrior Soul, The space age playboys
Bruce Springsteen, Magic
Enforcer, Death by fire
Eleanor Friedberger, Personal record
Death Angel, The ultra - violence
Bob Wayne, Outlaw Carnie
Foo Fighters, The colours and the shape
Phil H. Anselmo and the Illegals, Walk through exits only
Jason Isbell, Southeastern
Dark Angel, Decade of chaos
Carcass, Surgical steel
Neurosis, Through silver in blood
The Winery Dogs, self titled
Rachel Brooke, A killer's dream
Seasick Steve, Hubcap music

Seasick Steve

VISIONI

Finalmente è partita l'ultima parte della stagione finale di Breaking Bad! Dopo la visione di tre episodi (5x9,10,11) il mio cuore è così colmo di gratitudine verso gli autori di questo serial che rischia seriamente di traboccare. Vista anche l'intera,prima stagione di The Following. A settembre riparte Sons of anarchy

LETTURE

Ho iniziato La verità sul caso Henry Quebert, di Joel Dicker, uscito vincente dal terzetto di titoli che mi ballavano in testa nell'ultimo MFT.

mercoledì 28 agosto 2013

Monsters University


Sono serviti dodici anni alla Disney/Pixar per confezionare il seguito di uno titoli più riusciti e di successo nella storia della collaborazione tra le due società. Invece di raccontare come è cambiata la vita a Mostropoli dopo la scoperta che le risate sono un combustibile molto più potente delle urla di paura però, la scelta degli sceneggiatori si è orientata verso la realizzazione di un prequel, che copre il periodo nel quale il mostricciattolo verde Mike Wazowski e il suo pard blu a pois viola, James Sullivan hanno frequentato il collage per laurearsi in spaventologia.

Scopriamo così che Mike cresce sin da piccolo con il mito degli spaventatori, cercando di seguirne le orme compensando il suo poco terrorizzante aspetto con lo studio e l'abnegazione totale della materia, mentre Sulley viene introdotto come il classico "figlio di", viziato e svogliato, che campa di rendita sul suo aspetto e sulla tradizione di famiglia ( il padre è stato un noto spaventatore). Rivediamo alcuni personaggi del primo capitolo, su tutti il "geco" Randall Boggs, qui alle prima armi ma con già in nuce gli elementi che lo porteranno a diventare un ottimo villain,  e facciamo la conoscenza di nuovi protagonisti, come la congrega di nerds Oozma Kappa e l'autoritaria rettore Tritamarmo, doppiata in originale da da Helen Mirren. Ricordo a questo proposito il resto del cast di all star che presta le voci ai personaggi per gli spettatori americani: Billy Crystal (Mike), John Goodman (Sulley); Steve Buscemi (Randall) e Alfred Molina (il prof. Knight).

A differenza dell'ultimo Toy Story, arrivato analogamente a Monster and co a seguito di un lungo iato, che riuscì perfettamente nell'intento di divertire, emozionare e commuovere sul tema della passaggio tra l'infanzia e l'età adulta, mi sembra che in questo caso quelli della Disney/Pixar non siano riusciti ad individuare una chiave di lettura efficace per valorizzare gli straordinari personaggi da loro creati dodici anni fa. Certo, mi rendo conto che dare un seguito alla storia originaria, perfetta nel suo sviluppo e nella sua conclusione, fosse un'impresa complessa, ma onestamente mi aspettavo che in tutto questo tempo gli sceneggiatori riuscissero a trovare un bandolo della matassa più coerente rispetto ad un prodotto che desta il sospetto di essere stato realizzato in buona parte solo per alimentare l'enorme business (leggi merchandising) che accompagna questo brand, e che alla fine convince solo a sprazzi.

Poi è ovvio che la produzione sia sempre di alto livello e che non ci si annoi (anche se si ride poco) ma, come per Cars 2, l'impressione forte è quella di un'occasione sprecata. Anche i corti Pixar, che come di consuetudine fanno da prologo al film, cominciano a mostrare, nella loro ricerca di elegante poeticità nel contesto urbano di tutti i giorni, segni di stanchezza e prevedibilità.

Oh, poi magari sono io che sto andando in saturazione coi film d'animazione, eh!

lunedì 26 agosto 2013

Enforcer, Death by fire


Se come me frequentante i reparti musicali dei negozi di elettronica, vi sarete da tempo avveduti di come, nel tempo, la repentina crisi dell'industria discografica abbia ridotto ad un paio di scaffali,nemmeno tanto grandi, l'offerta di compact disc. Là, dove prima ogni titolo era catalogato sotto il suo genere specifico, oggi, tolto jazz e classica, è tutto smarmellato assieme. Solo uno stile ha conservato la sua orgogliosa nicchia: il metal, che si è conquistato questo onore grazie al fatto che, rispetto al naufragio del settore, continua a vendere i suoi dischi.
Mi sono chiesto la ragione di questa resistenza metallica, e, tra le altre, penso che una motivazione sia che l'heavy metal è rassicurante. Sai esattamente cosa aspettarti quando compri un disco dei Krokus, piuttosto che degli Hypocrisy, e raramente vieni deluso. Innovazione in giro ce n'è poca. Analogamente al rock, tutto quello che doveva essere inventato lo è stato: qui, ora, la partita si gioca sulla deriva derivativa dei suoni del passato e su chi li riproduce in maniera più convincente.

Prendiamo gli Enforcer, ad esempio. Il gruppo svedese, giunto al terzo full-lenght, si esprime attraverso un sound collocabile ai primi anni ottanta, tra strappi speed-metal e richiami alle maggiori band di riferimento di quel periodo (Iron Maiden, Ronnie James Dio). Lo mettono in chiaro subito i ragazzi, con la traccia d'apertura (in realtà è la numero due, preceduta da un breve intro strumentale) Death rides this night, uno dei brani migliori del lotto insieme a Take me out of this nightmare (che non disdegna una strizzatina d'occhio al glam) e allo strumentale Crystal Suite, che se lo piazzate come bonus track dentro Powerslave delle Vergini di Ferro nessuno nota l'intrusione. A chiudere degnamente il revivial eighties, non può mancare lo zampino del signore degli inferi. Ecco dunque che preposta a concludere l'album è l'inequivocabile Satan.

Chi ha vissuto quegli anni con borchie, jeans e chiodo, se chiude per un attimo gli occhi, potrebbe anche divertirsi.

7/10

domenica 25 agosto 2013

Chronicles 27

Sottotitolo: The Legacy.

Vi ricordate quando, da ragazzini, incontravate parenti che vedevate di rado? Sicuramente anche i vostri, come i miei, soprattutto se di sesso femminile, sottolineavano la sorpresa di vederci più grandi con un verso in falsetto su frequenze altissime tipo "Uuuuhhhh!!!" accompagnato dal classico "Ma come sei cresciutoooo" e dall'immancabile,letale, pizzicotto sulla guancia.
Io, tra il 1991 e il 95, ho tenuto in braccio tre dei miei quattro nipoti che oggi, fate un pò voi i conti, sono tutti adulti. Ultimamente la frequenza con la quale li vedo si è molto diradata, principalmente perchè non frequentano più le cene di famiglia, presi come sono a stare tra fidanzati e coetanei. L'altra sera l'ultimo dei tre ha festeggiato i diciotto anni e, data la ricorrenza, proprio non ha potuto esimersi dallo stare con noi matusa. Questo qui credo si nutra esclusivamente di pertiche, perchè, nonostante entrambi i genitori siano di statura medio-bassa ha già superato di slancio il metro e ottanta. E allora ho ceduto. Dopo una vita nella quale mi sono impegnato a fare lo zio moderno, evitando tutte quelle abitudine che da bambino subivo, detestandole, d'improvviso tutto il peso della tradizione meridionale di famiglia mi ha investito. Con in testa l'oliatissima tattica di mia zia Antonietta, ho allenato le dita alla presa, mi sono avvicinato furtivo alla preda, ho afferrato saldamente le guance del malcapitato e ho lasciato che partisse il grido di guerra: " Uuuuhhhh!!!!..."

venerdì 23 agosto 2013

It's never too late to mend: Bruce Springsteen - Magic


Per quanto questa occasionalissima rubrica sia preposta alla rivalutazione di dischi sottovalutati, nel caso di Magic, album rilasciato nel 2007 da Springsteen, non possiamo parlare di vera e propria illuminazione postuma, ma piuttosto di parziale revisione del giudizio iniziale. 
Una volta scemate infatti le spaventose aspettative che nutrivo fino a quel periodo per ogni uscita di Bruce e riascoltato con maggior tranquillità l'album, mi sento di affermare che in qualche modo anche questo lavoro ha un suo dignitoso perchè. 

Innanzitutto c'è da premettere che Magic arriva a coronamento di un triennio che ha visto l'artista del New Jersey molto impegnato a diversificare le sue opere, caratterizzate inizialmente dalle pennellate intimiste di Devils and dust nel 2005 e dalla meravigliosa caciara irlandese delle reinterpretazioni della musica di Pete Seeger, che giungono qui ad approdi decisamente pop oriented.
Nonostante l'album si apra con un rock chitarristico, ruvido, tirato e scarno dove rivive idealmente il disperato protagonista di Open all night (su Nebraska) che cerca una via d'uscita dalla sua alienazione, infatti, il mood dell'album si sposta poi decisamente su territori più soft e ariosi che impongono ganci melodici accattivanti e testi perlopiù disimpegnati, oltre ad un recupero, che allora trovai forzato e irritante, di alcuni classici passaggi del sound che è diventato, col tempo, un brand della E Street Band.

Così Living in the future sembra (musicalmente parlando) una 10th avenue freeze out 2.0 e I'll work for your love esordisce con quell'inconfondibile pattern pianistico marchio di fabbrica del primo periodo (1973/75) della E Street (Incident on 57th street, Jungleland su tutte).
Quello che scopa nel culo da die hard fan e delusione per un prodotto sicuramente derivativo mi impediva di apprezzare sei anni fa e che invece oggi mi si rivela limpidamente, è la leggerezza dell'album, la sua freschezza quasi sixties, la nostalgia che pervade alcune tracce, come nel caso della suggestiva Girls in their summer clothes (che omaggia Roy Orbison)  e la voglia, per una volta, di non comporre canzoni con un messaggio forte ed un attitudine da opinion leader, ma solo per il gusto di farlo, accontentadosi, per modo di dire, di darti una bella melodia da fischiettare sotto la doccia. In questo Bruce è un maestro e Magic riuscitissimo.

Le mie preferenze vanno alla parte che si sviluppa a partire da metà album, con la già citata I'll work for your love, che illustra in modo molto delicato e romantico una storia d'amore in età matura ("Versami da bere Teresa, in uno di quei bicchieri che hai spolverato / E osserverò le costole sulla tua schiena come stazioni della via crucis"), il gioiellino acustico della track-list, le ruvidezze di The last to dieunica canzone con esplicito contenuto politico (di recente imprevedibilmente ripresa dai Pet Shop Boys), e la cavalcata di The long way home

Insomma, a culmine di un periodo, iniziato con The rising e in parte proseguito con Devils and dust, nel quale molti americani arrivarono addirittura a chiedere a Springsteen un ruolo politico, reclamandone  a gran voce la "discesa in campo", sembra quasi che Bruce abbia voluto mandare un messaggio forte e chiaro: "slow down people, i'm just a musician and it's only rock and roll. Have fun!!!"
Pirla io a non averlo capito.


mercoledì 21 agosto 2013

The Lone Ranger


La squadra formata da Gore Verbinsky (regista), Jerry Bruckheimer (produttore) e Johnny Depp, sotto l'autorevole guida della Disney, ci ha riprovato. Dopo aver fatto centro sfruttando una delle figure più forti dell'immaginario collettivo fanciullesco (cioè il pirata) si saranno detti, perché non affondare il colpo con un'altra icona dei ragazzini (beh, quelli di una volta), cioè il mito del far west? E perché a tal scopo non riesumare Lone Ranger (in Italia Il Cavaliere Solitario), antichissimo personaggio popolare americano, nato dai fumetti e poi proposto come storia radiofonica ed infine come telefilm agli arbori della televisione (suo il celebre grido di battaglia "hi-ho Silver!")? L'idea dev'essere apparsa vincente, ma, evidentemente, non tutte le ciambelle riescono col buco, se è vero che in USA il film è stato un fiasco così solenne da mettere addirittura a rischio le successive produzioni dei Disney Studios.
E' dunque così inguardabile The Lone Ranger? A mio avviso no. A differenza della saga dei Pirati dei Caraibi però il problema più evidente è la mancata amalgama tra i generi comico e avventuroso, oltre ad ed esserci un tema di eccessive violenza (in considerazione della fascia di pubblico a cui è rivolto il film, ovviamente) e fasi drammatiche. Poi a me non sono piaciuti i personaggi femminili,  Ruth Wilson nei panni della classica donzella in pericolo su tutte, ma anche la Bonham Carter, insomma, l'ho vista fare di meglio.
Per quanto concerne il main cast maschile, Johnny Depp è ormai, nel bene e nel male, una maschera, mentre Armie Hammer è perfetto per la parte del protagonista, così come il caratterista di lungo corso William Fichtner, magnificamente calato nel ruolo del crudele fuorilegge Butch Cavendish.
Al netto del flop al botteghino americano, The Lone Ranger resta un ottimo film d'intrattenimento, a tratti scoppiettante, ricco di azione ed effetti speciali. Dal punto di vista della morale inoltre, non guasta mai, proprio perché si tratta di un prodotto dal profilo molto popolare, continuare ad evidenziare l'avidità, le sopraffazioni, gli inganni e l'assenza di scrupoli perpetrate dagli uomini d'affari e dai soldati bianchi ai danni comunità di nativi americani.
Ad ogni modo, i detrattori di questo tipo di produzione, che già tremavano temendo l'inizio di una nuova, interminabile, saga possono dormire sonni tranquilli.

lunedì 19 agosto 2013

Eleanor Friedberger, Personal record


Non è la mia tazza di tè, il mio campo da gioco, il mio genere preferito. Mi è capitato svariate volte si esprimere questo concetto scrivendo di musica e di artisti lontani dai miei usuali ascolti. Faccio mio l'assioma anche per l'opera di Eleanor Friedberger, trentasettenne voce della band indie dei The Fiery Furnaces, qui al suo secondo lavoro solista. Assecondando la piega soggettiva che sta prendendo la recensione mi spingo a raccontare anche come sono inciampato su Personal record. Molto semplicemente ho ripreso una pratica che non esercitavo veramente da un sacco di tempo, mi sono cioè rimesso ad ascoltare musica in cuffia prima di addormentarmi e subito ho trovato in questo disco un compagno di viaggio perfetto per quei momenti limbo in cui scarichi gli stress della giornata cercando di scivolare dolcemente nell'oblio.

La Friedberger è riuscita infatti a coniugare il suono indie-rock della sua band di provenienza (nella quale milita anche il fratello Matthew) con un pop che riesce ad essere al tempo stesso personale, lontano dal mainstream, ma anche generosamente catchy, dotato di grandiosi ganci melodici e riecheggiante delle opere e del sound di grandi artisti del passato, come Joni Mitchell, Carly Simon ma anche Tom Petty, forse i Rem e magari un pò anche Carol King e Annie Lennox. 
Confusi? Non dovreste, perchè alla fine ciò che conta davvero è che in Personal Record ci sono Le Canzoni e che esse funzionano in maniera sublime: a partire dalla traccia d'apertura I don't want to bother you, all'ingannevole folk-rock di My own world, all'introspezione di I'll never be happy again all'apparentemente spensierato pop di Stare at the sun fino al profumo di capolavoro che pervade She's a mirror e Other boys ci troviamo di fronte ad un album delizioso ed appagante, che, parafrasando Jannacci, sarebbe interessante vedere l'effetto che potrebbe fare se fosse un minimo pompato sulle televisioni musicali più influenti o su quelle radio che determinano i gusti del popolino.

D'altro canto però, diciamo la verità, se Eleanor facesse il botto perderemmo il gusto, che tanto apprezziamo, di accarezzare in solitudine questi gioielli nascosti inaccessibili alla moltitudine. Dopotutto parliamo di un disco personale, no?

7,5/10

domenica 18 agosto 2013

Chronicles 26

Ieri, tornando in una struttura Uci Cinemas dopo anni in cui non lo facevo, improvvisamente mi è tornata in mente la ragione per la quale mi ero solennemente ripromesso di non metterci più piede: quaranta minuti di ritardo rispetto all'inizio schedulato del film infarciti di pubblicità e trailers, più altri dieci minuti di pausa a metà proiezione (hai visto mai che con tutta quell'attesa gli spettatori avessero terminato i pop-corn?). In pratica una permanenza in sala da un paio d'ore te la fanno durare quasi tre. Dopodichè puoi anche assistere ad un capolavoro, ma tanto non riesci a pensare ad altro che ad una pioggia di napalm.

venerdì 16 agosto 2013

80 minuti di Mark Knopfler

C'è stato un album uscito l'anno scorso che, pur essendo stato da me molto apprezzato, è sfuggito ai miei deliri da recensore. Si tratta di Privateering di Mark Knopfler, doppio cd che per le sue caratteristiche è un pò un consuntivo della carriera solista dell'ex leader dei Dire Straits. Un disco molto riuscito a mio avviso, nel quale sono coniugati tutti gli amori musicali del chitarrista scozzese: dal folk intimista, al blues alla tradizione irish. Riascoltandolo in questi giorni ho realizzato che mentre per la band di Making Movies e Brothers in arms abbiamo assistito ad un florilegio di raccolte, nulla è ancora stato fatto, cioè compilato, per Knopfler. Mi sono dunque messo al lavoro scavando in una discografia che conta, tra colonne sonore, album realizzati in duetto con altri artisti e dischi a proprio nome, più di quindici lavori dai quali ho estratto una quarantina di pezzi. Le sedici tracce che seguono sono dunque un'ulteriore selezione da quel lotto, ma niente di più probabile che,data la mole di materiale raccolto, questa playlist possa avere, presto, un seguito. 

1.What it is
2. Cornered beef city
3. Done with Bonaparte
4. I dug up a diamond 
5. True will never fade
6. Song for Sonny Liston
7. Privateering
8. Marbletown
9. Border reiver
10. Boom, like that
11. Sailing to Philadelphia
12. Why aye man
13. Haul away
14. All the roadrunning
15. Gator blood
16. Going home (theme from Local hero)



mercoledì 14 agosto 2013

Fire and ice: Il torno di spade stagione tre


Avevo tralasciato di scrivere la recensione della terza stagione di Game of thrones. Inizialmente per farlo decantare un pò, ma successivamente, lo confesso, per dimenticanza. Poi giusto ieri mi è capitato di leggere su una rivista di cinema (Best Movie) che in America uno dei nomi più utilizzati dalle neo mamme è quello di Khaleesi (in realtà non si tratta di un vero e proprio nome ma di un "titolo" assegnato a Daeneris Targryen) e allora ho pensato di poter usare questa silly news come gancio per buttare giù queste due righe. 

Già, è incredibile come questa serie tv sia passata in un batter d'occhio dall'essere un'intuizione ardita, una scommessa ambiziosa a forte rischio default (per il costo della produzione di un'opera in costume) al raggiungimento di una notorietà  planetaria, propria dei prodotti televisivi che lasciano un segno sulla storia e sulla cultura popolare. 

E il bello è che, essendo il soggetto tratto da una serie di romanzi, abbiamo la ragionevole certezza che, a differenza di altra fiction partita alla grande e poi collassata, non assisteremo a cali di creatività o di tensione nello sviluppo delle stagioni. Mentre il lato negativo di quest'aspetto è che bisogna attendere che George R.R. Martin, autore dei romanzi, noto per la lentezza con la quale compone le sue opere, concluda la saga, al momento sospesa al quinto su sette volumi previsti. Noi spettatori del serial siamo comunque tranquilli, visto che il materiale a disposizione dovrebbe coprire come minimo altre tre-quattro annate televisive.

La terza stagione dunque. Si ricomincia con la sonora bastonata presa da Stannis Baratheon, legittimo erede al trono usurpato dai Lannister, nella battaglia delle acque nere. Nonostante l'artefice della vittoria della casata al potere sia Tyrion il nano, non c'è gloria per lui, prima confinato ai margini del castello, e poi destituito dalla carica di primo cavaliere dal padre Tywin. Gli Stark continuano invece ad essere divisi per i sette regni: Catelyn insieme a Robb sui campi di battaglia; Arya alla ricerca della via di casa; Jon Snow arruolato suo malgrado nell'esercito di Mance Rayder e Bran con il fratellino da qualche parte a nord. Mentre il potere di Daenerys Targaryen cresce contestualmente allo svezzamento dei suoi draghi e Theon Grevjoy paga un prezzo tremendo per le atrocità commesse nella stagione precedente, la parte migliore del telefilm è unanimamente considerata quella di Jaime Lannister, per il quale la penna di Martin ha creato un evoluzione impensabile ed emozionante.

Come da abitudini ormai consolidate, il picco di stagione, il momento più autenticamente sconvolgente dei dieci episodi che trasportano sullo schermo la prima parte del terzo libro de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, è quello racchiuso nella puntata numero nove, ormai universalmente nota come The red wedding. In quelle immagini è racchiusa tutta la subdola maestria di cui è capace Martin, la sua abilità nel gestire in maniera spietata i characters considerati più moralmente virtuosi, che è l'altra faccia della medaglia di come lo scrittore gioca con i presunti villain, mostrati prima nella loro natura più brutale e perfida, e poi spogliati di ogni arroganza, fino al punto di trasformarsi nei prediletti del pubblico. E' il caso ovviamente di Jamie Lannister, la cui catarsi, il cui tormento, la cui metamorfosi è magnificamente interpretata da Nikolaj Coster Waldau (nell'immagine in alto).

Naturalmente quando un serial raggiunge la notorietà e l'impatto culturale di GoT, espone il fianco anche alle critiche più feroci. Personalmente ne ho lette di tutti i tipi, e devo dire che sebbene qualcuna muovesse da un fondo di ragione, le trovate tutte alquanto pretenziose, un pò da nerd che dibattono furiosamente in compagnia di Comic Book Guy nel Sotterraneo dell'Androide.
Che posso dire? Sarò anche acritico, ma io me la sono semplicemente goduta, questa terza stagione di Game of thrones, e anche alla grande. 
L'unico problema in effetti è la scimmia dell'attesa per la quarta stagione, che già mi ha preso e che non mi mollerà ancora per molti mesi.



lunedì 12 agosto 2013

Elio e le storie tese, L'album biango


Col passare del tempo le nuove uscite discografiche degli Elii sono diventate sempre più rare (per dire, solo due releases negli anni zero) e forse anche per questo più attese. Normalmente il geniale gruppo milanese si faceva perdonare la tempistica con album dai testi geniali, suonati sempre più in maniera magistrale. Oggi che la band,tra vari spot e presenze televisive, è diventata sempre più mainstream, e che il suo leader Stefano Belisari ha consolidato la sua notorietà mediatica, erano in molti, tra i fan della prima ora (ed io tra essi) a chiedersi come questo avrebbe inciso sul nuovo disco, L'album biango appunto, uscito qualche mese fa.

Dal punto di vista musicale niente da dire, anzi tanto di cappello a Faso, Cesareo, Tanica e compagnia per la conferma della maestria tecnica raggiunta, pezzi come La canzone mononota (presentata a Sanremo) o Come gli Area, solo per fare due esempi, dimostrano quanto questo gruppo continui a rappresentare un'eccellenza italiana. 
I lati negativi a mio avviso sono invece rappresentati da un indebolimento di quell'imprevedibilità, di quell'irriverenza che ha contribuito a fare degli Eelst ciò che abbiamo imparato ad amare. L'esempio per me più evidente di questo elemento è rappresentato da Lampo, un pezzo per certi versi anche riuscito, nel quale il feroce sarcasmo di Elio si scaglia però contro i fans, rei di importunarlo continuamente con richieste di fotografie. Ora, d'accordo l'ironia sopraffina, ma io ho sempre pensato che la satira debba andare (socialmente) verso l'alto, non verso il basso. Dopo tutto se i membri della band avessero fatto gli scaricatori al Verziere, nessuno oggi gli romperebbe il cazzo (per citare il brano) con richieste continue di foto e/o autografi. 

In buona sostanza il solo pezzo nel quale ho risentito gli Elio e le storie tese che ricordavo è il conclusivo A piazza San Giovanni/Il complesso del primo maggio, vero highlight dell'album, che vede la partecipazione di Eugenio Finardi. 
Per il resto ci canzoni molto buone (La canzone mononota, Il ritmo della sala prove, Enlarge you penis, Amore amorissimo) accompagnate ad altre meno convincenti (fate voi la tara rispetto al resto della tracklist). Anche gli skit (termine usato nell'hip hop per identificare le pause parlate tra una traccia e la successiva) funzionano a corrente alternata: eccellenti quelle che riprendono gag storiche (come l'epocale "c'hai figu" o quella dell'aspirante concorrente di "Amici" della DeFilippi), mentre ho trovato molto svogliata e buttata lì la partecipazione di Fiorello.

Che poi magari il problema sono le mie aspettative troppo elevate, ma insomma, anche per l'affetto che mi lega a questa band non posso negare la delusione per una release che arriva dopo gli invece ottimi Studentessi e Gattini (che era una raccolta di successi re-incisi ma che suonava come un disco nuovo) L'impressione più sgradevole al palato è che gli Eelst si siano un pò ammorbiditi, istituzionalizzati...imborghesiti. Ecco, l'ho detto.

6/10

giovedì 8 agosto 2013

24, stagione uno


Per uno come me, amante dei serial televisivi (soprattutto) americani, e con una spiccata inclinazione verso il genere d'azione (che racchiude gangster movie, polizieschi, thriller, spionaggio), non essere mai riuscito a vedere un singolo episodio di "24" è un po' una macchia, una lacuna che ciclicamente torna ad angosciarmi.
Certo, avvicinarsi a questa produzione non è uno scherzo, visto che parliamo di un colosso da ventiquattro episodi per stagione, che moltiplicati per otto stagioni, dà un totale di centonovantadue puntate. Alle quali va poi aggiunto un film per il grande schermo, parte integrante della storyline, tra la sesta e la settima annata. Se poi ci mettiamo il carico delle nuove uscite televisive, tutte potenzialmente interessanti, e delle serie che mi hanno fidelizzato, prenotando il mio tempo futuro chissà fino a quando, trovare spazio per recuperare un telefilm ormai concluso diventa un'autentica impresa.

Tutto questo nonostante "24" sia, nel tempo, diventato un ampio fenomeno di pop culture, pietra di paragone per moltissime opere di fiction che hanno come soggetto il terrorismo e i servizi segreti USA, non ultimo il capolavoro Homeland che molti critici hanno definito "the other side of 24".

Per farla breve insomma, a un certo punto ho accantonato  la playlist televisiva che avevo programmato e mi sono persuaso a dare una chance al super agente Keifer Sutherland/Jack Bauer e alle vicende legate al Counter Terrorist Unit (CTU), immaginaria sezione anti-terrorismo di cui è responsabile.
Innanzitutto un po' di storia. La prima stagione di 24 esordisce sugli schermi americani il 6 novembre 2001, a due mesi dal famigerato undici settembre. Non so quanto ci sia stato di casuale e quanto invece di studiato nel proporre ad un pubblico statunitense ancora profondamente scosso dall'attacco alle torri gemelle una serie nella quale viene mostrata un'America perennemente sotto minaccia di potenze straniere che annidano infiltrati ai piani più alti delle strutture militari e di intelligence,  ma di certo la tremenda tempistica rispetto agli eventi di New York hanno rappresentato per questo telefilm un incredibile volano verso successo e longevità, oltre ovviamente ad alimentare negli spettatori un clima di sfiducia e sospetto non certo di ostacolo alle iniziative di guerra che aveva in cantiere Bush.

Lo schema della serie è noto, ogni episodio racconta la singola ora di un'unica giornata: ne deriva quindi che ventiquattro ore corrispondono a ventiquattro episodi complessivi. L'ora narrata nell'episodio, nella realtà, è "compressa" entro quaranta minuti medi di durata del telefilm, con solo i primi e gli ultimi dieci ad essere trasmessi "in tempo reale". L'intuizione è senza dubbio originale ed interessante anche se poi, all'atto pratico, quando sei arrivato magari al terzo mese di visione (seguendo la programmazione originale dei palinsesti) fai un pò fatica a realizzare che gli eventi narrati sono sempre inerenti al day one.

La prima stagione è idealmente divisa in due parti, la prima si conclude con l'episodio 1x13 e copre la prima fase del complotto ai danni del candidato democratico alla presidenza degli States David Palmer (un nero), messo in atto attraverso il rapimento di moglie e figlia di Bauer, che ha ovviamente un ruolo determinante sia nel piano per l'attentato al senatore che nelle motivazioni all'origine dello stesso, mentre nella seconda i villain salgono di livello e cominciano ad intravedersi connivenze con l'establishment americano e infiltrazioni a livello di servizi segreti.

Nel cast, oltre a Sutherland trovano spazio diversi "volti noti" delle fiction USA: tra gli altri Eric Balfour (visto in Six Feet Under); Xander Berkeley (C.S.I., Nikita); Zach Grenier (Law and order, CSI, Numb3rs); Richard Burgi (The sentinel, Desperate Housewifes), oltre a qualche cameo di peso come quello di Lou Diamonds Philips e, soprattutto, di Dennis Hopper.

Si tratta di una produzione che, nonostante il tema trattato voglia essere realistico, vive di dinamiche altamente inverosimili ed improbabili. Vi faccio un esempio tarato sulla mia scala di mancato raggiungimento della sospensione dell'incredulità: nella mia graduatoria di espedienti stantii (ab)usati nel cinema e in televisione, perdita della memoria e miracoloso salvataggio del buono di turno che emerge dal burrone nel quale è precipitata la sua macchina (poi esplosa), sono piazzati in prima e seconda posizione. Ebbene, manco a dirlo, entrambi trovano spazio nella prima stagione di "24". Roba da mandare l'Anne Wilkes di Misery non deve morire a casa degli sceneggiatori a divertirsi un po'.

Scherzi a parte, è chiaro che ventiquattro episodi sono davvero molti da riempire con sceneggiature e dialoghi sempre all'altezza, e infatti, soprattutto nella parte successiva alla tredicesima puntata, il serial vive momenti di evidente stanchezza nei quali sembra di stare paro paro dentro ad una soap (avete presente no, i primi piani sui volti attoniti, tanto perculati da Boris?). Vengono aggiunti personaggi su personaggi totalmente inutili ai fini della narrazione, ed alcuni tra i protagonisti principali sono così fuori registro (su tutti moglie e figlia di Bauer, simpatiche come una colonscopia) da risultare irritanti.

Detto questo, al netto di riempitivi che messi insieme avrebbero potuto portare ad una sforbiciata di almeno cinque-sei episodi, il prodotto offre un buon intrattenimento, con alcuni cliffhanger efficaci ed un colpo di scena conclusivo (la rivelazione dell'identità della talpa) davvero sorprendente. Basta questo a farmi fidelizzare con il serial? Mah, non ne sono convinto. Per il momento, soddisfatta la curiosità e colmata, sebbene parzialmente, la lacuna, accantono Jack Bauer e compagnia bella. Più avanti si vedrà.



martedì 6 agosto 2013

Bob Wayne, Outlaw Carnie (2011) : una recensione


Outlaw Carnie non è solo un album di Bob Wayne. Il titolo (coniugato al plurale) è il nome del gruppo che da tempo coadiuva il countryman dal vivo, ma sopratutto l'opera rappresenta il lucido manifesto programmatico di un disadattato, che invece di finire sotto un ponte con un ago nel braccio o fare dentro fuori da uno dei penitenziari della bible belt, ha trovato (parziale) salvezza nella musica.
Ma per l'artista il disco significa anche l'approdo ad una label ben organizzata e fatta di appassionati, come la People like you records (PLY). Cosa non scontata, per uno che, fino al 2011, si è sempre gestito da sè, sia per quanto riguarda il management, di cui ha sempre fatto a meno, che per la produzione, professata attraverso home recordings, che per la distribuzione, portata avanti a botte di centinaia di ciddì caricati nel baule dell'auto per essere poi venduti ai concerti. Di quest'ultima consuetudine sono testimone diretto, visto che nel 2009, a Lucerna, dove era aggregato al tour europeo di Hank III, ho visto il Nostro al banchetto del merchandising accogliere i presenti davanti ai suoi cd masterizzati (sugli stessi cd vergini TDK che usiamo anche noi) con tanto di titoli scritti a pennarello. Bene ha fatto allora la PLY a permettere a Bob di re-incidere i suoi brani più rappresentativi, che nel corso degli anni e dei concerti sono stati efficacemente road-tested, dal northwest americano fino a Nashville, e presentarli in una versione più pulita e professionale.

"I always known i wanted to be on the road, no matter what"

Tra lo scarsissimo materiale reperibile in rete inserendo bob+wayne nei vari motori di ricerca, spicca questa esplicita dichiarazione d'intenti. E allora Outlaw Carnie, se davvero opera di formazione doveva essere, non poteva che iniziare con Road Bound, il cui incipit è eloquente: "I'm a low low down wound up road bound man / Go ahead and chase me sucker, catch me if you can". Non si può certo affermare che la strada, usata come metafora letteraria, sia qualcosa di particolarmente innovativo od originale, ma Wayne ci trasferisce sopra,in maniera credibile, tutto il suo vissuto, creando un immaginario fatto di uomini che come spettri si aggirano per le highway americane in cerca di pace (e divertimento, donne,droghe e guai) dai loro tormenti. Per Wayne l'archetipo di questi personaggi sono i truckers americani, figure che ai nostri occhi suonano un pò folkloristiche, ma che evidentemente a lui forniscono grande fonte di ispirazione, visto il vasto songbook già realizzato su questo tema (non a caso  il suo lavoro di debutto s'intitolava 13 Truckin' songs).
All'apice della produzione camionistica di Bob c'è senza dubbio Mack, la traccia posizionata alla posizione numero tre del disco. "Mackie drove a Peterbuilt in 1973 / He was a truck driver with a wife and kids to feed  (...) / He's a truck-driver / Gun totin / Meth snortin / Blue collar true american hero". Il pezzo utilizza il classico arpeggio honkytonk (se avete presente la chitarra su Ghosts rider in the sky di Cash siete sulla strada giusta), unito ad un controcanto growl oriented. Capirete bene come non sia un caso che in un pezzo che parla di camionisti strafatti ci suoni anche Hank III (alla batteria).

Ma se siete alla ricerca di ulteriori indizi che lascino intravedere la bravura di Wayne come storyteller , Ghost town  fa al caso vostro. Si tratta di una saloon song che potrebbe essere stata ispirata da molta cinematografia da drive-in o da opere come L'alba dei morti viventiDal tramonto all'alba. Al tempo stesso, in un rovesciamento di ruoli, potrebbe anche fungere da soggetto per una nuova produzione di celluloide. Il cowboy Wayne e la sua gang arrivano in una cittadina del North Dakota fermamente intenzionati a cacciarsi nei guai, sparano alla luna, giocano a carte, ma quando scoprono un baro e gli sparano dritto in mezzo agli occhi, capiscono che qualcosa non va: "He didn't fall down / Hell, he didn't even start bleeding (...)" poi le cose precipitano: "All the barmaids had turned to demons/ And the whiskey in my glass had turned as cold as ice/ I starterd praying, boys, they start screaming!/ We all got started and running for our life". Alla fine, visto che siamo pur sempre in un pezzo di outlaw country e non in un film di Romero, ai nostri, circondati da terribili demoni zombie assetati di sangue, verrà in soccorso un'improbabile angelo custode: "Out of them came the ghost of Johnny Cash (...) / When that ghost town trying to kill me / The ghost of Johnny Cash saved our lifes".

Ma se dovessimo indicare una sola canzone a rappresentare il way of life del barbudos americano, beh, la scelta non potrebbe che cadere su Love songs suck. Un titolo, un programma. "Non aspettatevi da me che vi canti cose tipo cieli azzurri.... occhi marroni...e vissero tutti felici e contenti... a meno che non mi sia completamente rincoglionito", Spiega per bene l'amico Bob, rinunciando così a tre quarti dell'ispirazione normalmente usata dalla country music da classifica USA. L'ultimo quarto rimanente se lo gioca affermando di non voler nemmeno sentire parlare di nostalgia di casa perchè lui, a differenza degli altri "che vivono dentro le case", sta orgogliosamente in una "John Deer Motor Home" ("parked in Alabama", ha aggiunto al concerto di Milano). "Perciò signore", conclude, "ci vediamo nel parcheggio qua fuori, nella mia Cadillac Limo, se capite ciò che intendo". Che del doman non v'è certezza, è la morale spicciola.

A questo punto permettetemi una breve digressione. Mi sono interrogato a lungo sul mio profondo coinvolgimento con l'arte di questi "fuorilegge" del country USA, visto che le regole che determinano la loro vita sono quantomeno discutibili. Cioè, qui bisognerebbe essere ciechi per non vedere che ci si trova di fronte a dei reazionari veri, mica per finzione di scena. Gente per la quale l'incivile legge chiamata Stand your ground non aveva bisogno di essere notificata, in quanto trovava applicazione da sempre, come ci ricorda simpaticamente uno degli slogan più noti di Bob Wayne.
911 T-Shirt

Questa parte di popolazione americana fa del diritto costituzionale di possedere armi da fuoco, della nostalgia degli Stati Confederati, degli elementi più estremi e pericolosi (per loro stessi ma sopratutto per gli altri) del vivere in libertà, la principale filosofia di vita. E' gente che probabilmente neanche va più a votare, in quanto qualunque candidato esprima il Republican Party alla fine è sempre troppo conciliante rispetto alla loro visione delle cose. E' chiaro che da un punto di vista culturale, io, di sinistra, da sempre non-violento e rispettoso delle regole, dovrei provare nei loro confronti un sentimento di repulsione. Invece succede l'esatto opposto, probabilmente perchè, a parte il discorso puramente musicale, che mi affascina da sempre (datemi un violino e un banjo e mi farete contento), credo che scatti quel tipo di fascinazione letteraria che ti fa leggere d'un fiato alcuni terribili racconti di Lansdale (ambientati peraltro negli stessi schifosi posti cantati da Hank III e soci) e che ti fa tenere il fiato sospeso per i meravigliosi character fascistoidi e violenti delle migliori opere di Ellroy. E' una fuga totale dalla quotidianità, verso scenari tanto improbabili quanto malsani e (per questo) affascinanti.

E allora, tanto che siamo in ambito di argomenti lontani anni luce dal mio vivere, parliamo anche delle droghe. Che si tratti di roba leggera o di sostanze pesanti, questo è un altro tema cardine della produzione wayniana. Se nell'ultimo Till the wheels fall off, in duetto con Hank, Bob decantava i bei momenti passati insieme a eroina, LSD, cocaina e affini, l'highlights di Outlaw Carnie è in questo senso Everythinh's legal in Alabama, un country-swing al fulmicotone eseguito in coabitazione con Wayne Hancock, nel quale ci viene spiegato che è del tutto inutile andare ad Amsterdam, visto che dallo speed alle canne, passando per le pistole, ogni cosa è legale in Alabama. Basta che non farsi beccare dalla pula, ovviamente.

Ma in ultima analisi life's ain't a joke nemmeno per uno come Bob Wayne, e allora è quanto mai opportuno un riavvolgimento del nastro e un ricorso ad atmosfere più introspettive. Blood to dust è la biografia in versi e musica dell'artista, che racconta della sua infanzia passata insieme all'adorata madre (cantante di cover) e alla difficile convivenza con un padre (Bob Wayne sr) violento, al quale, ad un certo punto, lei intima : "Disappear!". Un Bob jr adolescente farà in tempo a rintracciarlo in un bar e guardarlo negli occhi proprio qualche settimana prima che  il "vecchio Bob" se ne vada al creatore con un biglietto di prima classe per l'eroina express. "Ci sono cose nella nostra vita che è meglio dimenticare, ma sono proprio quelle cose a renderci ciò che siamo", filosofeggia Wayne nel refrain, giusto un attimo prima di raccontare che stava per fare la stessa fine paterna, non fosse intervenuta a hand from above a rimetterlo in carreggiata. Una storia come tante, una famiglia spezzata in mezzo a mille altre, ma la bravura dell'artista è di rendere questa vicenda personale unica, palpitante e coinvolgente.

Di tutt'altro tenore è la vicenda racchiusa dentro Gold. E' la storia di un uomo che ha passato "metà della vita da solo e l'altra metà in prigione", che decide di dare una svolta alla sua esistenza attraverso una rapina in una banca ("the plan was fool proof"), peccato solo si scelga come socio/amante una vice sceriffo apparentemente corrotta che fa il doppio gioco. Anche qui siamo della letteratura noir di confine (Crais, Winslow, Ellroy, ancora Lansdale) o del cinema (Tarantino, Rodriguez, Mamet) a stelle strisce. Nella parte finale del pezzo il pathos è tale che sembra di essere insieme al rapinatore, con le orecchie che fischiano per il rumore degli spari e i polmoni pieni dell'acre odore di cordite che satura l'aria, perchè, com'è evidente, il protagonista, secondo il classico clichè dei disperati, non ha alcuna intenzione di tornare dentro ("this time there's no way in hell i'm gettin' caught").

Stilisticamente tutta l'opera deve molto  al country and western, a Johnny Cash, ma anche a David Allan Coe, a Merle Haggard e, ovviamente, a livello di ispirazione, all'amico/mentore Hank Williams 3. Chitarra (acustica ed elettrica) e violino rappresentano la spina dorsale delle composizioni, che si avvalgono comunque del contributo dello straight-up bass, della batteria e, occasionalmente, del banjo.

Ci sarebbe altro da dire. Non mi sono soffermato su pezzi come Driven by demons (la Born to run di Bob Wayne) classicissimo che non manca mai dal vivo, così come Esticata, ReptileChatterbox e Work of the devil, ma credo a questo punto di essermi dilungato già troppo. E se non vi ho incuriosito fin qui, non credo che aggiungere altro servirebbe a farvi cambiare opinione.

Concludo allora affermando semplicemente che questo artista, nel panorama musicale real country americano,  è una figura tanto piccola e controversa quanto autentica e interessante. Certo, se doveste incontrarlo casualmente per strada sareste probabilmente indotti a cambiare marciapiede, ma se dovesse venire a suonare nella vostra città commettereste un peccato mortale se non andaste a sentirlo. 

sabato 3 agosto 2013

Chronicles 25

Nessun dubbio sull'evento clou della settimana. Stefano, che era in montagna insieme alla mamma, mi ha inviato il primo sms della sua vita. "Ciao papà qui piove molto la mamma mi ha insegnato a messaggiare se vuoi chiama o scrivimi. A presto ti voglio bene Stefano"
Se penso che tra pochi anni, tra preadolescenza e adolescenza, con ogni probabilità dovrò rinunciare alla spontaneità di questi slanci d'affetto, mi prende una tristezza formato gigante.

giovedì 1 agosto 2013

Hank strikes again!

Bob Wayne è stato di parola, in merito all'approssimarsi dell'uscita dei nuovi lavori di Hank III. Il sito del mio cowpunk preferito conferma infatti la notizia della release di un doppio disco country dal titolo Brothers of the 4x4 e di uno punk/psychobilly intitolato A fiendish threat. Per entrambi la pubblicazione è programmata per il primo ottobre. Di seguito tracklist e copertine. Great expetactions!
 
 

CD 1
1) Nearly Gone
2) Hurtin’ For Certin
3) Brothers of the 4x4
4) Farthest Away

5) Held Up
6) Outdoor Plan
7) Deep Scars
8) Lookey Yonder Commin

9) Ain’t Broken Down
10) Overdrive
11) Loners 4 Life

12) Dreadfull Drive 

 CD 2
1) Getting Dim
2) Possum in a Tree
3) Broken Boogie
4) Toothpickin





1) Can I Rip U
2) Different From the Rest
3) There’s Another Road
4) Broke Jaw
5) Watchin U Suffer
6) Brekin Free
7) Face Down          

8) New Identity
9) Feel the Sting
10) Fight My Way
11) Full On          
12) Your Floor
13) A Fiendish Threat