Parigi, dicembre 2018. Come nel resto della Francia impazza la protesta dei manifestanti che i media hanno ribattezzato "Gilet Gialli". Nell'ambito di una grande adunata organizzata nella capitale si verificano diversi scontri con le forze dell'ordine in assetto antisommossa che lasciano a terra feriti, anche gravi. La comandante IGPN (gli affari interni) Stephanie Bertand indaga sulla denuncia di una madre che incolpa gli agenti di aver colpito il figlio alla testa con un proiettile di gomma.
Dopo l'eccellente La notte del 12 il regista Dominik Moll torna ad occuparsi di un caso non realmente accaduto ma estremamente verosimile. Se nel film precedente il focus era su di un episodio di cronaca nera, per questo Il caso 137 la denuncia si allarga alla politica francese, a come cioè l'apparato istituzionale, a partire dal ministro degli interni, decise, con un uso sproporzionato della forza, di gestire il conflitto - oggettivamente complicato - con il movimento apolitico e sostanzialmente privo di veri e propri leader con cui interloquire, dei Gilet Gialli.
Un'intensa (ma non è certo una novità) Lèa Drucker interpreta la protagonista Stèphanie Bertrand, una poliziotta dei poliziotti che occupa quella posizione controvoglia ma comunque con dedizione ed equilibrio. Lo si capisce quando, nell'ambito dell'interrogatorio, appare dura nel gestire il caso di un celerino che, per frustrazione, getta un sasso nella direzione dello schieramento dei manifestanti, senza peraltro raggiungerli, ma poi ne raccomanda l'assoluzione comprendendo la frustrazione e la stanchezza del momento.
Completamente diversa la situazione quando le arriva sulla scrivania il caso del giovane gravissimo in ospedale per essere stato colpito alla testa, con la testimonianza dei familiari che condanna gli agenti. Qui Moll ci mostra in maniera esemplare come cambiano le pressioni delle sovrastrutture dei vertici della polizia e della politica a seconda delle pressioni che ricevono: quando i media si fanno ingestibili nell'attaccare il corpo di polizia, i vertici spingono Stèphanie ad individuare i responsabili, laddove invece è l'intero corpo di polizia a minacciare rivolte, le tolgono autorità, sostanzialmente insabbiando il tutto. Mentre il celerino del sasso, responsabile di un atto infinitamente meno grave, ma ignoto all'opinione pubblica, s'intuisce venga duramente punito.
E lo sguardo rassegnato già in anticipo di chi, pur arrivando da un contesto umile, conosce le dinamiche della vita e del potere, come l'inserviente Alicia (una bravissima Guslagie Malanda) o la madre del ragazzo ridotto in fin di vita (interpretata da Sandra Colombo) diventa una lama affilatissima che penetra il corpo e lo spirito della Drucker, che, a sua volta, sembra rassegnarsi all'ineluttabilità della catena alimentare politica, in un grottesco balletto nel quale a soccombere sono verità e giustizia.
I fatti raccontati dal film sono frutto di fantasia come da canonico disclaimer in premessa, tuttavia, prima dei titoli di coda, vengono proiettati in sala i numeri reali, raggelanti, delle conseguenze in termini di ferite gravi e menomazioni permanenti che hanno subito decine di manifestanti nell'occasione del raduno di Parigi, che mettono in chiaro quale fosse l'ordine impartito dal Ministero degli Interni per il contenimento dei manifestanti. Sovviene l'analoga linea di condotta che il governo italiano di destra applicò con il G8 che si svolse a Genova nel 2001, e che in qualche modo fu l'epilogo della cosiddetta "rivoluzione mancata" dei novanta, quella di un movimento giovanile spontaneo ed idealista che coltivava la speranza di essere parte attiva in un processo di cambiamento.
Quello di Moll è un cinema importante, che prosegue la radicata tradizione francese in ambito di opere di denuncia. Una tradizione che è anche nostra, ma che ultimamente svolgiamo spesso come un compitino sotto dettatura, senza la straordinaria forza ed efficacia di film come Il caso 137.
