lunedì 13 aprile 2026

I migliori della vita: Southside Johnny and the Asbury Jukes, Better days (1991)


Nella sezione "album usciti nel 1991" di Wikipedia, tra gli altri, troviamo: R.E.M., Out of time; Slint, Spiderland; Massive Attack, Blue lines; Temple of the dog, st; Metallica, st (Black album); Pearl Jam, Ten; Primal Scream, Screamadelica; Nirvana, Nevermind; Death, Human; Red Hot Chili Peppers, Blood sugar sex magic; Soundgrarden, Badmotorfinger; My Bloody Valentine, Loveless; U2, Achtung baby; Queen, Innuendo; Morbid Angel, Blessed are the sick; 2pac, 2pacalypse now.

Un anno che è dunque passato alla storia per la qualità della musica espressa e per come questi dischi, purtroppo anche per ragioni tragiche - vedi la sorte di Cobain, 2pac e Mercury - , abbiano condizionato non solo il rock, ma la cultura pop in generale negli anni a venire, fino ad oggi (se ti guardi attorno le T-shirt di Nirvana e 2pac fanno a gara per il soggetto più diffuso tra i millennial).

Ecco, oggi in questa rubrica periodica tratto di un disco che in quella lista nemmeno compare. Un disco di musica "vecchia", pertanto in controtendenza con la primavera musicale dei primi novanta. Il che dimostra, ahimè, quanto fossi conservatore in ambito musicale, non accorgendomi come, tra trip hop, grunge, gangsta rap, evoluzione del metal, albori del big beat, il "rock" stesse subendo una straordinaria metamorfosi. Ma bisogna essere onesti, nell'attesa spasmodica per il nuovo disco di Springsteen (l'ultimo, Tunnel of love, era dell'87) anche queste erano le note su cui mi cullavo, macinavo chilometri, mi emozionavo e cantavo, nel corso di quell'anno (e del '92). E pazienza se, storicamente ed artisticamente, tutti gli altri album del 1991 sopra citati fossero superiori, per distacco, a Better days.

D'altronde che ci vuoi fare, quando subentra quella saldatura tra nostalgia e colonna sonora di una stagione, tra le liriche di un disco (ogni linea di ogni canzone delle liriche) e composizioni musicali sulle quali volano leggere, ma su ali potenti, ricordi di gioventù che il tempo ha trasformato in mito, tu ci devi fare i conti. E siccome in questa rubrichetta mi sembra di aver ribadito a più riprese che i miei dischi della vita non necessariamente (anzi, quasi mai) sono capolavori riconosciuti, faccio esercizio di onestà, la smetto con le stronzate e comincio a parlare di Better days.

Per chi non lo sapesse, John Lyon, aka Southside Johnny, lega la sua nascita musicale allo stesso movimento di Asbury Park, NJ, di Springsteen e Little Steven, con quest'ultimo che all'inizio della carriera gli scrive buona parte del materiale di maggior valore, contribuendo ai titoli più importanti della sua produzione (dal 1976 al 1978: I don't wanna go home, This time it's for real, Hearts of stone) assieme al Bruce nazionale.  Il genere praticato è blue eyed soul, errebì, pub rock, classic soul, con Sam Cooke nome tutelare e qualche sgasata sui Dr Feelgood. John chiude il primo lustro di attività, quello contenente i suoi dischi irrinunciabili, con l'imperdibile live Reach out and touch the sky (1981). Successivamente, gli stessi ottanta che vedono la deflagrazione del successo interplanetario del Boss, proiettano Southside e i suoi Jukes nell'irrilevanza, non solo e non tanto di pubblico, quanto proprio d'ispirazione. 

Ma ecco che, quando meno te lo aspetti, Johnny ritrova i sodali di un tempo, in primis Little Steven che gli regala otto canzoni, Springsteen che contribuisce con una, e nel 1991 vede la luce Better days, un disco pirotecnico ed ispirato che riporta le lancette indietro di una quindicina d'anni.

Lo si capisce immediatamente con l'opener Coming back, testo da beautiful loser, col protagonista sconfitto dalla vita che cerca una seconda chance, a partire dalla riconquista dell'amata che ha (presumibilmente) abbandonato. E' un classico pezzo di soul bianco, grande attitudine e impatto, cantato congruo e sezione fiati che gliel'ammolla. La traccia d'apertura dentro al concetto album è fondamentale e Southside non la sbaglia. 

Una bella differenza rispetto al decennio antecedente, quando John si era sbattuto tra lavori corali con una band che aveva perso dei pezzi, oltre che la componente locale (Asbury) nel monicker e tentativi simil crooning da solista (una strada che riprenderà negli anni dieci), ma con responsi insignificanti al di fuori della cerchia, sempre più ristretta, di die hard fans. Con Better days  è tutta un'altra storia, e lo è soprattutto per gli amici che si coagulano attorno al bro ritrovato. La lista è davvero lunga, da Springsteen alla sezione ritmica della E Street, ma anche, per citarne un paio, a Steve Jordan (tour drummer degli Stones) e Jon Bon Jovi.

E' proprio con l'ex capelluto leader dei Bon Jovi che John divide il microfono per il torrido pub rock di I've been working too hard, divertentissima traccia da uscita alcolica del venerdì dopo una settimana di lavoro blue collar, mentre gli amici Bruce e Steve dividono con Johnny le linee vocali della autobiografica It's been a long time, un midtempo sostenuto da tastiere e fiati che funge da reunion in musica di vecchi amici che celebrano con la pinta alzata e tanti sorrisi alcolici  la ritrovata unità.

La title track è puro soul, marchio di fabbrica della casa, con il ritornello che celebra quei momenti, spesso illusori, in cui pensi che il peggio sia passato. All the way home, il brano donato da Bruce, arriva all'ultima curva e si tratta di una classica ballata inconfondibilmente springstiniana, che giunge giusto prima del rettilineo finale deputato ad uno scatenato rock and roll: Shake 'em down.

Qualche mese dopo l'uscita del disco Southside Johnny arriva in città (a Milano, al mitico e compianto Rolling Stone), e bagna nel successo di pubblico la ritrovata verve con una performance indimenticabile aperta dall'atteso lancio dei suoi inconfondibili Rayban sulla folla prima di dare inizio a due ore di musica, con versioni di The fever, Having a party e I don't want to go home da far venire giù i muri, come per i New York Dolls nel pilota, girato da Scorsese, della splendida serie Vynil.

E si, sa, la combo album mandato a memoria e concerto memorabile funziona da patto per la vita con un'artista, soprattutto per chi ha un rapporto simbiotico con la musica. La bella sensazione che mi regala riascoltare queste note, riavvolgere il nastro del tempo e ricordarle con poche righe di un post, mal si concilia con le attuali condizioni di salute di Southside Johnny (è del '48), a causa delle quali ha dovuto sospendere ogni attività, sia di registrazione che concertistica. 
Pur trattandosi di un'artista minore, vissuto (o percepito) sempre "all'ombra di", la sua quota parte di eredità artistica è riuscito ad imprimerla nella storia, in cinquant'anni e oltre trenta dischi. Sarebbe importante che qualcuno gliela riconoscesse finchè ha senso farlo.




Nessun commento: