lunedì 20 aprile 2026

Recensioni capate: Crime 101 - La strada del crimine (2026)


Il crime americano che ormai non ti aspetti più. Una piacevolissima sorpresa questo film del regista inglese Bart Layton (solo due titoli in oltre dodici anni, The imposter e American animals), che mette in scena, su un racconto di Don Winslow, una rappresentazione che urla il nome di Michael Mann sotto molte latitudini (location, fotografia, riprese notturne, lentezza del plot, recitazione per sottrazione), eccetto il finale, su cui torno a breve. Sono ottimamente diretti i protagonisti per i due ruoli principali, il villain Chris Hemsworth e lo sbirro Mark Ruffalo (unica critica: il personaggio acuto, onesto ma sciatto e ai margini del suo contesto lavorativo forse comincia a stargli stretto e rischia di "marchiarlo"), a cui va aggiunta una Halle Berry in palla come raramente mi è capitato di vedere in passato, un villain villain interpretato da quella faccia da schiaffi di Barry Keoghan  e, infine, un Nick Nolte che ha pochissimi take e che viene "dimenticato" dall'epilogo, ma che fa sempre battere il cuore. Un crime movie eccellente che non è però un noir perchè, a mio parere, sbanda sull'ultima curva, quella di una conclusione - SPOILER - inspiegabilmente (soprattutto per il comportamento di Ruffalo nei confronti di Berry) a lieto fine. Ad ogni modo, avercene. Soprattutto in considerazione della brutta piega presa da questo genere nelle produzioni hollywoodiane.

lunedì 13 aprile 2026

I migliori della vita: Southside Johnny and the Asbury Jukes, Better days (1991)


Nella sezione "album usciti nel 1991" di Wikipedia, tra gli altri, troviamo: R.E.M., Out of time; Slint, Spiderland; Massive Attack, Blue lines; Temple of the dog, st; Metallica, st (Black album); Pearl Jam, Ten; Primal Scream, Screamadelica; Nirvana, Nevermind; Death, Human; Red Hot Chili Peppers, Blood sugar sex magic; Soundgrarden, Badmotorfinger; My Bloody Valentine, Loveless; U2, Achtung baby; Queen, Innuendo; Morbid Angel, Blessed are the sick; 2pac, 2pacalypse now.

Un anno che è dunque passato alla storia per la qualità della musica espressa e per come questi dischi, purtroppo anche per ragioni tragiche - vedi la sorte di Cobain, 2pac e Mercury - , abbiano condizionato non solo il rock, ma la cultura pop in generale negli anni a venire, fino ad oggi (se ti guardi attorno le T-shirt di Nirvana e 2pac fanno a gara per il soggetto più diffuso tra i millennial).

Ecco, oggi in questa rubrica periodica tratto di un disco che in quella lista nemmeno compare. Un disco di musica "vecchia", pertanto in controtendenza con la primavera musicale dei primi novanta. Il che dimostra, ahimè, quanto fossi conservatore in ambito musicale, non accorgendomi come, tra trip hop, grunge, gangsta rap, evoluzione del metal, albori del big beat, il "rock" stesse subendo una straordinaria metamorfosi. Ma bisogna essere onesti, nell'attesa spasmodica per il nuovo disco di Springsteen (l'ultimo, Tunnel of love, era dell'87) anche queste erano le note su cui mi cullavo, macinavo chilometri, mi emozionavo e cantavo, nel corso di quell'anno (e del '92). E pazienza se, storicamente ed artisticamente, tutti gli altri album del 1991 sopra citati fossero superiori, per distacco, a Better days.

D'altronde che ci vuoi fare, quando subentra quella saldatura tra nostalgia e colonna sonora di una stagione, tra le liriche di un disco (ogni linea di ogni canzone delle liriche) e composizioni musicali sulle quali volano leggere, ma su ali potenti, ricordi di gioventù che il tempo ha trasformato in mito, tu ci devi fare i conti. E siccome in questa rubrichetta mi sembra di aver ribadito a più riprese che i miei dischi della vita non necessariamente (anzi, quasi mai) sono capolavori riconosciuti, faccio esercizio di onestà, la smetto con le stronzate e comincio a parlare di Better days.

Per chi non lo sapesse, John Lyon, aka Southside Johnny, lega la sua nascita musicale allo stesso movimento di Asbury Park, NJ, di Springsteen e Little Steven, con quest'ultimo che all'inizio della carriera gli scrive buona parte del materiale di maggior valore, contribuendo ai titoli più importanti della sua produzione (dal 1976 al 1978: I don't wanna go home, This time it's for real, Hearts of stone) assieme al Bruce nazionale.  Il genere praticato è blue eyed soul, errebì, pub rock, classic soul, con Sam Cooke nome tutelare e qualche sgasata sui Dr Feelgood. John chiude il primo lustro di attività, quello contenente i suoi dischi irrinunciabili, con l'imperdibile live Reach out and touch the sky (1981). Successivamente, gli stessi ottanta che vedono la deflagrazione del successo interplanetario del Boss, proiettano Southside e i suoi Jukes nell'irrilevanza, non solo e non tanto di pubblico, quanto proprio d'ispirazione. 

Ma ecco che, quando meno te lo aspetti, Johnny ritrova i sodali di un tempo, in primis Little Steven che gli regala otto canzoni, Springsteen che contribuisce con una, e nel 1991 vede la luce Better days, un disco pirotecnico ed ispirato che riporta le lancette indietro di una quindicina d'anni.

Lo si capisce immediatamente con l'opener Coming back, testo da beautiful loser, col protagonista sconfitto dalla vita che cerca una seconda chance, a partire dalla riconquista dell'amata che ha (presumibilmente) abbandonato. E' un classico pezzo di soul bianco, grande attitudine e impatto, cantato congruo e sezione fiati che gliel'ammolla. La traccia d'apertura dentro al concetto album è fondamentale e Southside non la sbaglia. 

Una bella differenza rispetto al decennio antecedente, quando John si era sbattuto tra lavori corali con una band che aveva perso dei pezzi, oltre che la componente locale (Asbury) nel monicker e tentativi simil crooning da solista (una strada che riprenderà negli anni dieci), ma con responsi insignificanti al di fuori della cerchia, sempre più ristretta, di die hard fans. Con Better days  è tutta un'altra storia, e lo è soprattutto per gli amici che si coagulano attorno al bro ritrovato. La lista è davvero lunga, da Springsteen alla sezione ritmica della E Street, ma anche, per citarne un paio, a Steve Jordan (tour drummer degli Stones) e Jon Bon Jovi.

E' proprio con l'ex capelluto leader dei Bon Jovi che John divide il microfono per il torrido pub rock di I've been working too hard, divertentissima traccia da uscita alcolica del venerdì dopo una settimana di lavoro blue collar, mentre gli amici Bruce e Steve dividono con Johnny le linee vocali della autobiografica It's been a long time, un midtempo sostenuto da tastiere e fiati che funge da reunion in musica di vecchi amici che celebrano con la pinta alzata e tanti sorrisi alcolici  la ritrovata unità.

La title track è puro soul, marchio di fabbrica della casa, con il ritornello che celebra quei momenti, spesso illusori, in cui pensi che il peggio sia passato. All the way home, il brano donato da Bruce, arriva all'ultima curva e si tratta di una classica ballata inconfondibilmente springstiniana, che giunge giusto prima del rettilineo finale deputato ad uno scatenato rock and roll: Shake 'em down.

Qualche mese dopo l'uscita del disco Southside Johnny arriva in città (a Milano, al mitico e compianto Rolling Stone), e bagna nel successo di pubblico la ritrovata verve con una performance indimenticabile aperta dall'atteso lancio dei suoi inconfondibili Rayban sulla folla prima di dare inizio a due ore di musica, con versioni di The fever, Having a party e I don't want to go home da far venire giù i muri, come per i New York Dolls nel pilota, girato da Scorsese, della splendida serie Vinyl.

E si, sa, la combo album mandato a memoria e concerto memorabile funziona da patto per la vita con un'artista, soprattutto per chi ha un rapporto simbiotico con la musica. La bella sensazione che mi regala riascoltare queste note, riavvolgere il nastro del tempo e ricordarle con poche righe di un post, mal si concilia con le attuali condizioni di salute di Southside Johnny (è del '48), a causa delle quali ha dovuto sospendere ogni attività, sia di registrazione che concertistica. 
Pur trattandosi di un'artista minore, vissuto (o percepito) sempre "all'ombra di", la sua quota parte di eredità artistica è riuscito ad imprimerla nella storia, in cinquant'anni e oltre trenta dischi. Sarebbe importante che qualcuno gliela riconoscesse finchè ha senso farlo.




giovedì 9 aprile 2026

Recensioni capate: La ballata di un piccolo giocatore (2025)

Scopro questo film per puro caso, spippolando distrattamente su Netflix, e mi stupisco di non averne mai sentito parlare nonostante la sua recente distribuzione (ottobre 2025), ma soprattutto a fronte di un cast notevole, che vede nei ruoli principali Colin Farrell, Tilda Swinton e Fala Chen. Questa storia, ambientata nella mitologica Macao, che solo marginalmente ha a che vedere con la vasta cinematografia sul gioco d'azzardo (in genere poker), è diretta in maniera ammaliante dal regista tedesco Edward Berger (reduce dall'apprezzato Conclave e dal precedente, ottimo, Niente di nuovo sul fronte occidentale) che ha l'umiltà di dirigere assecondando lo stile asiatico per come usa la mdp sulle location, per la capacità di rendere i picchi di ricchezza e gli abissi di dignitosa ma profonda povertà di queli luoghi, per la grande poesia con la quale cattura la pioggia, i rumori, gli umori dei luoghi, nonchè per la gestione dei primi piani ravvicinati, che lambiscono l'effetto fisheye e straniscono per le espressioni grottesche, stralunate, in particolare di Farrell (bravissimo) e Swinton. Il tutto dentro un contesto sospeso tra favola e realtà che rimanda a Wes Anderson. La ballata di un piccolo giocatore (tratto dal romanzo di Lawrence Osborne) è un film bizzarro, che ci mostra un non-luogo di penitenza, di espiazione, di transito di persone e anime, un purgatorio di truffatori, fuggitivi, ladri, assassini e puttane in cerca della redenzione finale. Titolo interessante e forse sottovalutato.

Netflix

lunedì 6 aprile 2026

Recensioni capate: Geese, Getting killed (2025)

 


Se vuoi fare il figo cita i Geese. Parafrasando il titolo di un noto libro di cucina dello chef Cracco, arrivo finalmente a scrivere di una delle band più sulla cresta dell'onda in ambito indie, guidata da Cameron Winter, frontman già in odore di beatificazione dopo il suo disco solista Heavy Metal del 2024. Sarebbe interessante capire se la critica celebri questa band per averla effettivamente ascoltata o, appunto, in quanto fa figo. Lo dico perchè Getting killed, quarto album della band se si include anche l'esordio autoprodotto del 2018, è un disco tutt'altro che accessibile, anzi l'esatto opposto, per molti versi respingente, con il cantato sgraziato di Winter, gli strumenti che sembrano andare ognuno per i cazzi propri in un'elegia quasi free jazz per l'assenza di struttura canonica dei pezzi, con ritornelli elargiti con parsimoniosa misericordia. Tuttavia, se si ha la perseveranza di non disperare dopo essere finiti nella tana del Bianconiglio e ci si lascia trasportare dalla follia senza opporre resistenza, in questo marasma di suoni si trova l'epifania, una road map, una perfetta quadratura. E davanti a composizioni come Cobra, Getting killed, Islands of men, 100 horses, Trinidad, Taxes o la conclusiva, schizofrenica Long island city here I come, tutta l'altra musica, quella "normale", sembra perdere di senso.
Alla fine quella dei Geese si configura come una voce davvero unica nel panorama indie/post-punk. E allora si, vantiamoci di ascoltare i Geese. A patto di farlo davvero. Se lo meritano.

giovedì 2 aprile 2026

My Favorite things, febbraio marzo '26

ASCOLTI

Black Crowes, A pound of feathers
Johnny Blue Skies, Mutiny after midnight
Chalk, Crystalpunk
Nation of Language, A way forward
U2, Days of ash
Michael Monroe, Outerstellar
Yazoo, Upstairs at Eric's
Dinosaur Pile-Up, I've felt better
Daniel Donato's Cosmic Country, Horizon
Mariachi El Bronx, ST
Paradox, Mysterium
Happy Mondays, Pills 'n' thrills and bellyaches
Joy Division, Unknown pleasures
Joy Division, Closer
Bob Wayne and James Woods, Tombstone opera
Geese, Getting killed
Gorillaz, The mountain
OST, Mò better blues
Human League, Dare
Robyn, Sexistential
The Twilight Sad, It's the long goodbye
Kerrigan, Wayfarer
Black Label Society, Engines of demolition
Orchestra Manoeuvres in the dark, The OMD Singles
Franco Battiato, Studio collection


Playlist/Monografie (home made)

Pavement
80's Synth-pop 
80's AOR
Sleaford Mods



VISIONI

Altri cannibali (3,5/5)
Inside man: most wanted (2,25/5)
Fratelli demolitori (2/5)
L'agente segreto (4/5)
Made in France (2,5/5)
Send help (4/5)
13 - Se perdi...muori (2/5)
Un tirchio quasi perfetto (2/5)
Mio padre è un sicario (1,5/5)
Sirat (4/5)
La vita va così (2,5/5)
Una storia vera (5/5)
Hong Kong express (4/5)
Angeli Perduti (3,75/5)
Vincent deve morire (3,5/5)
La signora ammazzatutti (3,5/5)
Predator: Badlands (3,5/5)
Ogro (3/5)
Franco Battiato - Il lungo viaggio (2,25/5)
Weapons (3,75/5)
Parker (2013) (2,25/5)
The rip (2,5/5)
Storia di un uomo d'azione (2,75/5)
In a violent nature (3/5)
Marty Supreme (4/5)
Bring her back (3,5/5)
L'ultimo turno (3,75/5)
I love radio rock (3/5)
Mò better blues (4/5)
La valle dei sorrisi (3,75/5)
24 Hour party people (3,75/5)
Cinque secondi (3,5/5)
Dead of winter (2/5)
Dracula - L'amore perduto (2,75/5)
Il falsario (2/5)
La ballata di un piccolo giocatore (3/5)
Un semplice incidente (4/5)












Visioni seriali

Gomorra - Le origini (2,75/5)
La sua verità (2/5)
Under salt marsh (2,75/5)
Mobland (3/5)

LETTURE

Craig Clevenger, Fatto da dio