lunedì 27 aprile 2026

Paradox, Mysterium (2025)


Ci sono band che nonostante i giudizi universalmente positivi non emergono mai dal semi anonimato. Le ragioni possono essere diverse, ma a mio avviso se c'è un gruppo che le mette assieme un pò tutte, beh, quello risponde al nome di Paradox. Tedeschi della baviera, esordiscono nel 1986 surfando sull'onda thrash metal al massimo del suo arco (è l'anno di Master of puppets...). Dopo alcuni demo riuscirono ad attirare l'attenzione della RoadRunner, etichetta olandese cruciale nella diffusione del metal estremo degli ottanta, che li mette sotto contratto. Una partenza a razzo, che permise loro di incidere un secondo album, dopo il quale però, la band si arenò. Le ragioni? Una line-up instabile, problemi personali del leader Charly Steinhauer (voce e chitarra, ma nel corso del tempo ha suonato quasi tutti gli strumenti), un riscontro di vendite inferiore alle attese e poi, secondo me, la scelta di un monicker, Paradox, poco figo, che non rimanda alla musica suonata, che non trasmette epicità, non fa vendere magliette e che oggi, se lo metti nel motore di ricerca ti restituisce di tutto (vari film, una band inglese, un rapper indiano) prima di arrivare all'oggetto metallico della tua ricerca.

Nonostante ciò, dopo gli anni ottanta, e tra disbanded e reunion, i Paradox tornano nel 2000 e, più o meno regolarmente, in un quarto di secolo rilasciano sette album, tutti ben accolti da critica e fan del thrash e tutti regolarmente ignorati dal ritorno in fatturato del mainstream metal. Eppure ascolti Mysterium e ti chiedi cos'abbia in meno dei dischi recenti di Testament, Anthrax, Megadeth, per non dire Metallica, se ci limitiamo al contenuto musicale e non a tutto quanto ci sta intorno in tema di brand e consumismo musicale. Questo Mysterium non fa eccezione, nove frustate thrash in cui Steinhauer si erge a one man band in senso letterale, suona infatti tutti gli strumenti, ad eccezione della batteria, per il cui utilizzo si avvale dell'elettronica. Non ho l'orecchio da musicista, ma insomma sfido chiunque, ad esempio ascoltando la classica Abyss of pain and fear, a capire che dietro le pelli "sieda" una fredda programmazione invece che un nerboruto e sudato tedescone, per cui questa scelta - immagino obbligata da costi di produzione ridotti - non condiziona l'ascolta di chi possa essere allergico all'utilizzo di modalità elettroniche.

Non è banale suonare un genere ormai schematizzato riuscendo a non essere banale e anzi mettendo a terra delle tracce che rispettano il pattern ma che vivono di una vigorosa vita propria, ed è in questo che Chuck, ancora una volta, fa indiscutibilmente centro, grazie a composizioni quali Pile of shame, Fragrance of violence, Kholat o la title track e la decisione di inserire nella tracklist un paio di interludi strumentali a creare una camera di decompressione che si frappone tra la furia dei brani. Un disco, questo Mysterium, che ci riporta clamorosamente indietro di giusto quarant'anni ma che, è abbastanza acclarato, non sposterà di un centimetro lo status di "loser" dei Paradox, consolidandone in compenso quella di cult band metal.

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