giovedì 6 novembre 2025
Recensioni capate: Capi di Stato in fuga (2025)
lunedì 3 novembre 2025
My Favorite Things, ottobre '25
Una battaglia dopo l'altra (4/5)
martedì 28 ottobre 2025
Nothin' but a good time - La storia non censurata dell'hair metal degli anni 80 (2025)
Il progetto Nothin' but a good time (che prende il titolo dal brano manifesto dei Poison) è stato innanzitutto un libro, un racconto orale con le testimonianze dei protagonisti, raccolte dai giornalisti musicali Tom Beajour e Richard Bienstock. La filosofia del volume è ripresa paro paro da questo documentario, diviso in tre episodi, e diffuso da Paramount +.
La carrellata è impietosa nel mostrarci i segni del tempo su corpi e visi degli allora figoni in spandex e lacca: corpi flaccidi, pelli cadenti, alopecie maldestramente occultate da cappellini improponibili e bandane grosse come l'Ohio. In qualche caso, come per Jack Russell, leader dei Great White, l'intervista è avvenuta poco prima della morte (agosto '24) e infatti le sue condizioni ci appaiono veramente al limite.
I commenti a corredo delle immagini (che vanno a ripescare anche il fondamentale volume due de The decline of western civilization) spiegano bene cos'è stato quel periodo. Il sunset strip, la via di Los Angeles affollata di locali in cui le band si esibivano, è stata per qualche anno come Hollywood, solo che invece di aspiranti attori, quel boulevard accoglieva tutta una nidiata di giovanotti che arrivavano anche dalla più remota provincia americana agghindati da manuale, con o senza band, convinti che un bel faccino sarebbe bastato per farli sfondare. E per un pò ha funzionato, anche perchè le major mettevano sotto contratto a ciclo continuo, o meglio a catena di montaggio, una volta capito che il modello funzionava.
Ciononostante, la qualità della musica ha raggiunto anche picchi di autentica qualità: i primi due lavori dei Crue, lo sleaze di Hanoi Rocks e LA Guns, prodomico all'avvento dei GNR, il blues zeppeliniano delle due band White (i Great e Lion) e, sì, chiaramente, il pop appena diluito di aggressività di Poison, Warrant e, ad un certo punto, Def Leppard.
Grande ruolo nell'esplosione del genere è da attribuire a MTV che, attraverso video spesso infarciti di misoginia, determinava vita e morte degli artisti: la vita, nel caso ad esempio di GNR e Def Leppard, i cui masterpiece Appetite for destruction e Hysteria partirono male ma, grazie alla rotazione dei video di Welcome to the jungle e Pour some sugar on me vennero catapultati nell'olimpo delle vendite (oddio, nel caso dei Leppard c'è anche una storiella sugli strip clubs della Florida...), e nel male: quando in un episodio dell'irriverente cartone animato Beavis and Butt-head i due character prendono per il culo un ragazzino cicciottello con la maglietta dei Winger, producono, involontariamente, un autentico tracollo per la band, che è addirittura costretta a cancellare il tour negli States.
La fine arrivò per tutti all'alba dei novanta, e fu così repentina che vide contratti strappati dall'oggi al domani, budget azzerati e video musicali interrotti durante le riprese. Black out, interruttore giù e major che si scapicollavano a nord, dal sole della California a Washington e al drizzle di Seattle, a sfoggiare camicioni di flanella a scacchi e a spompinare il nuovo fenomeno musicale per cui i kids impazzivano.
E, beh, anche questo è molto americano.
lunedì 20 ottobre 2025
Mani nude (2024)
Il risultato è molto incoraggiante, questa storia di vendetta e redenzione (tratta da un romanzo di Paola Barbato, che ha già avuto una trasposizione sotto forma di graphic novel) ambientata nel mondo dei combattimenti clandestini è praticamente perfetta nel primo atto, arriva ad un bel finale aperto e "molto poco americano", ma trascina eccessivamente il secondo atto (complessivamente il film sarebbe potuto durare dieci quindici minuti in meno, anche se a me non è pesato).
Tuttavia il punto di forza sono senza dubbio le prove attoriali: Gassman recita tanto con la fisicità e lo fa davvero bene, in questo modo quando Mancini gli regala un'imprevista scena ad alto tasso di emotività l'effetto è ancora più potente, perchè non la vedi arrivare. Gheghi, se non lo è già, potrebbe diventare il nostro Timothèe Chalamet: sguardo indifeso e fisico gracile non gli impediscono di sprigionare intensità e forza. Quando, all'inizio, esce dal vano del camion/utero ricoperto di sangue, in stato confusionale, proiettato verso l'ignoto, davvero replica una seconda nascita, questa volta in cattività.
giovedì 16 ottobre 2025
Biff Byford & John Tucker, Never surrender (2007)
Per entrare in topic: il lavoro letterario Never surrender viene dato alle stampe nel 2006 e rappresenta il primo elaborato di questo tipo per i Saxon, rivestendo pertanto un valore di primogenitura testimonianza diretta sulla storia del combo inglese, superstite dalla nwobhm. Il testo ha uno sviluppo canonico, dall'infanzia di Byford nello Yorkshire ai primi anni duemila. Emerge la personalità del singer e il suo posizionamento nell'ambito della società inglese soprattutto dei settanta, con qualche contraddizione: pur apparendo come un classico conservatore british egli detesta la Thatcher a causa degli interventi contro la classe operaia (minatori, prevalentemente) del suo territorio, ma si riallinea subito manifestando avversione per la sinistra ("comunistacci").
Tornando al libro, tralasciando l'iperattivismo sessuale di Biff, consuetudine delle rockstar negli anni pre-AIDS, e le tensioni nel gruppo che hanno portato una parte di membri originali, capitanati da Oliver e Dawson ad intentare una causa - persa - per appropriarsi del brand-Saxon, la parte che più mi ha interessato è stata quella artistica, il dietro le quinte della realizzazione degli album. Poco altro.
lunedì 13 ottobre 2025
Saxon, Hell, fire and damnation (2024)
A proposito di veterani del gruppo, ha invece mollato il membro originale Paul Quinn, che prima ha rinunciato ai tour e ora anche alle session di registrazione (al netto di un contributo su un paio di brani), sostituito da Brian Tatler (ex chitarrista Diamond Head).
giovedì 9 ottobre 2025
Recensioni capate: Il padrino della mafia (2019)
lunedì 6 ottobre 2025
Osvaldo Soriano, Triste, solitario y final (1973)
Triste, solitario y final è il notissimo debutto letterario di un allora trentenne Osvaldo Soriano, che esordisce in maniera fulminante con un romanzo totalmente surreale. Soriano è intenzionato a celebrare alcuni suoi eroi del cinema e della letteratura americana, in particolare Stan Laurel, morto in povertà e dimenticato dall'industria cinematografica, e Philip Marlowe, per il quale lo scrittore argentino ha immaginato una parabola conclusiva che riprende il titolo del libro (che a sua volta cita una battuta dello stesso Marlowe), e quindi non certo gloriosa, nei settanta.
Il romanzo si apre con Stan Laurel che si reca da Marlowe per ingaggiarlo e il detective che lo irride, non prendendolo minimamente in considerazione. Anni dopo, a seguito della morte dell'attore, Marlowe si imbatte in un giornalista argentino giunto a Los Angeles per raccogliere informazioni allo scopo di pubblicare un libro proprio su Stan Laurel. Non serve sforzo di immaginazione per identificare nel giornalista lo scrittore stesso, perchè il personaggio si chiama Osvaldo Soriano. L'incosciente determinazione dell'argentino miscelata al rassegnato ma al tempo stesso indomito nichilismo dell'anziano detective daranno vita ad un combinato dirompente, all'insegna dei migliori buddy movies.
Marlowe infatti, lontano dal glamour degli anni d'oro e colmo di rimorsi per il trattamento riservato a Laurel, si lancia in imprese impossibili, quasi sovversive (sovviene la distruzione della proprietà borghese messa scientificamente in atto nei film di Lauren & Hardy), dal disastroso esito già implacabilmente scritto, prende una sacca di botte, ma subito riparte per un'altra follia portandosi dietro l'inconsapevole compagno che prende la sua quota di mazzate.
Soriano descrive l'America senza, fino a quel momento, esserci mai stato e nonostante ciò la riconosciamo, nell'ottusa e razzista condotta del LAPD, in uno star system reazionario e violento, capitanato da un manesco John Wayne che agisce nella certezza dell'impunità data dal suo status di star repubblicana. Non ne esce bene nemmeno Chaplin, Soriano vorrebbe intervistarlo per porgli delle accuse in relazione al suo boicottaggio di Lauren & Hardy, ma, va da sè, non ci riuscirà, nonostante un rapimento che avviene in una modalità che rimanda alle imprese tragicomiche raccontate in tante pellicole dai Coen.
Questa versione, al tempo stesso apocrifa e distopica del personaggio creato da Raymond Chandler, risulta quanto mai credibile e, in un certo modo, per lo scenario degli anni settanta americani, si allinea alla trasposizione che ne ha fatto Altman (curiosamente uscita lo stesso anno del libro, il 1973) anche se in quel caso Marlowe era ancora piuttosto giovane (un Elliot Gould trentacinquenne), mentre il character di Soriano è vecchio e si sente vecchio, fuori posto, colmo di rimorsi e risentimenti pronti per deflagrare ad ogni occasione.
L'amore che traspare dal socialista Soriano per gli States con tutte le loro contraddizioni (che l'Argentina da lì a poco avrebbe conosciuto sulla propria carne viva) è lo stesso di noi vecchi comunisti, che criticavamo l'imperialismo USA ma amavano Hollywood, Steinbeck, Hemingway e il rock and roll. Se sostituite il rock and roll con il blues, questo è il materiale di formazione che Soriano mette nel suo romanzo d'esordio, nel quale è impossibile non identificarci (aggiungo che, almeno in questa edizione, il libro ha una sorta di postfazione interessante: Chandler ci spiega il suo punto di vista riguardo il suo personaggio più famoso attraverso varie interviste nel corso del tempo).
Non è certo un inedito che uno scrittore parli di posti in cui non è mai stato quasi meglio dei colleghi indigeni, ma ecco, insomma, Triste, solitario y final presentò al mondo un romanziere atipico, dalle passioni trasversali (come quella per il calcio, tifosissimo del Torino, al quale propose l'acquisto di un giovanissimo talento argentino all'epoca poco noto: Diego Armando Maradona), destinato a lasciare il segno e purtroppo scomparso troppo presto.
giovedì 2 ottobre 2025
My favorite things, settembre '25
La legge della notte (3/5)
lunedì 29 settembre 2025
Skunk Anansie, The painful truth
Da allora il gruppo guidato dall'inconfondibile voce e presenza di Skin ha fatto il suo percorso composto da sette album (a cui vanno aggiunti i due solisti della frontwoman), ma sul blog non ne ho mai parlato. E non è che fossi distratto, semplicemente dopo l'epifania iniziale, quello che girava in termini di singoli e video non mi ha mai fatto venire la voglia di approfondire. Cioè, quella confidence zone fatta di ballate e midtempo, costruita su misura per esaltare l'ugula di Skin, proprio non confaceva ai miei gusti.
Qualche settimana fa inserisco The painful truth, il loro ultimo lavoro, nella chiavetta USB che uso in auto (sono anziano, eh), ma non lo ascolto mai, finchè, per il caso determinato dal fatto che gli album sono riprodotti in sequenza alfabetica, terminato il disco di Samantha Fish parte il lavoro degli Skunkies, e parte con una traccia sensazionale, destinata ad entrare nel novero delle mie migliori dell'anno. A quel punto, maledetti, mi hanno agganciato.
La traccia è An artist in as artist, una sorta de L'avvelenata in abito rock, se mi passate il paragone, dove Skin rivendica orgogliosamente la sua postura artistica ("An artist is an artist/Without followers or fartists/Without comments, without views, without consequence/They ain't here for your pleasure/Changing up like British weather") e tanta è l'urgenza comunicativa che il frenetico cantato lambisce il rap. Pezzo della madonna, davvero, non ho la necessaria conoscenza della discografia della band per dirlo, ma nel mio piccolo questo è il tiro che vorrei sempre da Skin e soci.
Ovviamente gli Skunk Anansie non abdicano dal sound che li ha visti affermarsi al grande pubblico, perciò This is not your life è esattamente quello che ti aspetti da loro, così come Shame o Lost and found, che con l'inizio a cappella enfatizza la clamorosa pulizia della voce di Skin (come mi piacerebbe vederla misurarsi col classic soul). Devo ammettere che fosse stato per questi brani, sebbene oggettivamente validi, avrei abbandonato l'ascolto, e invece qualche perla che aumenta le battute lungo la tracklist l'ho ancora scovata, come Cheers, Fell in love with a girl e, soprattutto, Shoulda been you, centrato omaggio ai primi Police.
Colpo di coda.
giovedì 25 settembre 2025
Recensioni capate: Un uomo perbene (1999)
Sicuramente faranno di meglio Bellocchio e Gifuni, ma, onestamente, ci vuole poco.
Prime
lunedì 22 settembre 2025
I delinquenti (2023)
Moràn è un grigio impiegato di banca di Buenos Aires, dall'esistenza monotona e scandita dall'abitudinarietà. Decide di deviare il corso già scritto della sua vita sottraendo denaro al suo istituto di credito, farsi arrestare e godersi il malloppo dopo qualche anno di carcere. Perchè ciò funzioni ha bisogno di un complice, e, a cose fatte, lo individua in Romàn, un collega incredulo e restio al coinvolgimento, che però, sotto ricatto, accetta.
Approfitto della promozione estiva di Mubi (sei mesi a quasi un terzo del prezzo dell'abbonamento) e comincio a buttare un occhio ai titoli in catalogo. Parto con questo film argentino di Rodrigo Moreno perchè, lo ammetto, la sinossi sembra essere quella di un heist movie. Niente di più sbagliato, o meglio, potrei azzardare che I delinquenti stia all'heist movie come Fino all'ultimo respiro di Godard sta al noir. Siamo cioè nel campo in cui una manifestazione artistica libera prende a pretesto un genere popolare per esprimersi liberamente. E mai "inganno" si è rivelato più felice di questo.
Faccio un parallelo con la nouvelle vague perchè ritrovo molti dei suoi elementi dentro la pellicola di Moreno che, in tre ore di film, utilizza il furto esclusivamente come perno sul quale agire per mettere in scena l'alienazione, la libertà autentica (anticonvenzionale, sessuale, anti-capitalistica), le maschere che portiamo, la fragile stabilità su cui è costruita la nostra vita, le convenzioni sociali alle quali soccombiamo.
Moràn (un Daniel Elias bravissimo a lavorare per sottrazione), come il Belluca di Pirandello (anche lui contabile, casualmente), ad un certo punto della sua vita sente "il fischio del treno" e decide di rivoluzionare il suo destino. Il repentino raggiungimento di questa consapevolezza avviene però fuori scena, lo spettatore assiste alla mutazione del personaggio senza indizi, ne deriva che il momento del furto è privo delle canoniche fasi preparatorie e spogliato di qualunque escalation di tensione, viceversa elemento irrinunciabile di qualunque heist movie.
La narrazione è sostanzialmente divisa in due scenari, il primo nella capitale argentina, ripresa negli aspetti più negativi delle grandi metropoli, il grigiore, l'indifferenza della gente per strada, la solitudine, l'alienazione, le abitazioni che tentano di essere abbellite ma risultano opprimenti e, come contrasto, i luoghi naturali di una bellezza indescrivibile dell'Alpa Corral, regione selvaggia a circa settecento chilometri di distanza da Buenos Aires, dove, chi ha scelto di viverci, ad esempio la giovane Norma (Margarita Morfino) assieme alla sorella e gli amici, lo fa all'insegna della vita frugale, della simbiosi con la natura e della più completa libertà, a spregio di ogni ipocrita convenzione sociale. Ad un Moràn, visitatore occasionale che le dice di volersi trasferire lì risponde che tutti i cittadini lo affermano, ma poi non trovano il coraggio di farlo. In seguito, quando Norma passa del tempo a Buenos Aires trova noiosa la metropoli e patetico il suo piagnucoloso partner che fallisce nel tentativo di ricattarla emotivamente, ponendosi d'ostacolo al suo essere anticonvenzionalmente libera.
Le sezioni del film - una storia nella storia - che si svolgono all'Alpa Corral sono quelle che più lo affrancano dalle consuete dinamiche heist/crime e più richiamano, nei tempi dilatati, nell'andare fuori tema, la nouvelle vague. Entrambi i protagonisti maschili, in modalità differenti, vivono, e sono trasformati, dall'esperienza di questo paradiso incontaminato, l'uno però tornerà mestamente alla sicurezza della vita passata mentre l'altro cercherà fino all'ultimo (letteralmente) di sradicarsi dalla sua esistenza precedente.
Non conosco gli attori (ho delle lacune sul cinema argentino) però l'impressione, data la naturalezza delle interpretazioni, è che si tratti quasi di recitazioni in orbita neorealismo. Tutti davvero convincenti, di qualcuno ho già accennato, tuttavia meritano una menzione anche Esteban Bigliardi (il collega Romàn) e Germàn De Silva, che se si affina la vista lo si riconosce in due ruoli, in entrambi i casi, emblematicamente, come "capo" di Moràn: prima in banca, e poi in prigione.
Essendo questo un blog ad ampia vocazione musicale non posso concludere senza citare la Pappo's Blues, band argentina realmente esistita il cui ellepì d'esordio (1971) fa da filo rosso, passando di mano in mano, alle varie fasi della narrazione e la cui musica (blues con testi sociali) sottolinea più di una scena della pellicola, fino ai titoli di coda.
I delinquenti è una visione che richiede impegno, ma restituisce un'epifania per gli occhi, il cervello e l'anima.
Mubi
giovedì 18 settembre 2025
Due parole sul nuovo corso di Dexter
lunedì 15 settembre 2025
Recensioni capate: Samantha Fish, Paper doll
La Fish viene notata nel 2009 dopo l'auto-pubblicazione di un album dal vivo (Live bait) nel quale proponeva standards e pezzi inediti. Da allora pubblica una decina di dischi a proprio nome, più qualcuno in comproprietà con altre blueswomen.
lunedì 8 settembre 2025
The Alto Knights - I due volti del crimine
venerdì 5 settembre 2025
giovedì 4 settembre 2025
My favorite things, agosto '25
Pride and glory - Il prezzo dell'onore (2,75/5)
Io sono nessuno 2 (2,25/5)
The outlaws (2017) (3,5/5)
lunedì 1 settembre 2025
Recensioni capate: Dorothy, The way
Con The way arrivano al quarto album. Il genere è un hard rock moderno sporcato di blues e soul (per farsi un'idea basta ascoltare il bell'incipit vocale della Martin su I come alive, opener dell'album).
giovedì 28 agosto 2025
The Criterion Closet Picks
lunedì 25 agosto 2025
Twilight of the warriors - Walled in
Hong Kong, anni ottanta. Chan Lok-kwan è un rifugiato che ha lavorato sodo per comprarsi un documento d'identità al mercato nero, necessario per lasciare il Paese. Truffato dalla triade cui si era rivolto, per rabbia davanti al sopruso ricevuto ruba ai mafiosi una borsa in cui crede siano contenuti soldi. Scoperto ed inseguito, si rifugia nella città murata di Kowloon, nella quale nessuno, nè lui nè i suoi inseguitori, può entrare senza permesso. In quel posto apparentemente infernale, governato dal boss Cyclone, inizia per Lok-kwan una nuova, inaspettata vita.
La città murata di Kowloon di Hong Kong ha una storia incredibile e poco nota. Il territorio fu escluso dalla cessione del Paese al Regno Unito per novantanove anni, sancita dalla convenzione di Pechino del 1898. Fino alla sua demolizione nel 1993 fu una cittadella totalmente avulsa da regole e leggi, governata in tutti i suoi aspetti dalle triadi. Spaventosa già dal suo aspetto, con gli edifici fatiscenti talmente addossati gli uni agli altri, a dargli la forma della base di un cubo (puoi approfondire qui), la città di Kowloon è stata replicata in modo stupefacente dal regista Soi Cheang e dalla sua squadra che, ispirandosi ad una graphic novel, hanno messo in scena un action indimenticabile.
Le scene d'azione, che te lo dico a fare? Spettacolari, alla maniera artigianale di Hong Kong, con voli "aiutati" dalle celebre funi e diverse scene in piano sequenza. Ma, come dicevo, pur nella sua grandiosità, non sta in questo aspetto l'elemento che rende Twilight of the warriors un film imperdibile, non solo per gli adepti al genere.
visto su Rai Movie
sabato 16 agosto 2025
Recensioni capate: Fabri Fibra, Mentre Los Angeles brucia
Ma la traccia che ci colpisce più forte, come un pugno allo stomaco, è Mio padre, in cui il rapper sfoga tutto il suo risentimento contro un genitore tossico e violento, e l'aspetto che più impressiona è che lo fa dopo la sua morte, non concedendogli nemmeno il perdono o la redenzione che ipocritamente si riconosce ai defunti, a prescindere da quale sia stato il loro comportamento in vita.
lunedì 11 agosto 2025
Fantastici Quattro - Gli inizi
Le produzioni MCU sono in crisi, è evidente. Dopo Avengers Endgame, e al netto dei film di Gunn, non solo non è stato più azzeccato un titolo, ma si è sprofondati in bassezze atroci, affidate alla regia di mestieranti intercambiabili, privi di qualunque pretesa autoriale e totalmente condizionabili dalle scelte manageriali della Compagnia.
A ciò aggiungiamoci che i precedenti tentativi col brand F4 sono annoverati a torto o ragione tra i peggiori del genere, ne deriva che il rilancio del progetto nasceva con mille incognite e zavorre. Da questo punto vista mi ha stupito la scelta di girare sì secondo la logica del fan service, ma guardando ai fan della mia generazione, non a quelli attuali. Infatti, la storia si dipana in una terra alternativa collocata in una sorta di anni sessanta americani, nella quale i F4 sono gli unici super-esseri, unanimamente riconosciuti quali difensori del mondo e grazie al genio di Richards hanno creato tecnologie avanti nel tempo di cento anni. La messa in scena, i colori, il contesto rimanda a quel periodo ed è l'aspetto a mio avviso più convincente dell'operazione. Al contrario delle storie a fumetti dell'epoca però, viene ribaltato il ruolo dei quattro eroi: laddove Sue Storm, la donna invisibile, era un personaggio esclusivamente di contorno (in quella fase aveva solo il potere di rendere invisibile sè stessa, non usava i campi di forza come arma e non poteva trasmettere l'invisibilità, elementi questi che negli albi arrivarono molto più avanti) qui diventa la vera protagonista della narrazione, lasciando agli altri un ruolo secondario.
Il richiamo complessivo a quella stagione di ingenuità, di lettori che scoprivano per la prima volta determinati contesti futuristici attraverso lo strumento popolare del comic book e che non stavano troppo a sindacare sulla coerenza scientifica di alcune soluzioni, emerge anche dai piani di questo Reed Richards, che ha la brillante idea di nascondere la terra a Galactus spostandola semplicemente dal sistema solare ad un altro, sconosciuto. E' ovvio che ciò fa sorridere, ma avrebbe funzionato alla grande nel 1962.
Dopodichè, nel complesso, tolti gli aspetti che mi hanno convinto, il film è appena sufficiente (gli ho dato 2,75/5), perchè siamo sempre lì, elementi come: la sceneggiatura - un infinito copia incolla del genere privo di qualsivoglia guizzo - , le incoerenze narrative (una su tutte, ma è cruciale: Galactus è un essere onnipotente che non riesce, trovandoseli di fronte, a prendersi mamma e bambino con uno schiocco di dita - per "citare" la famosa scena di Thanos - ), oltre ad alcune interpretazioni che ho trovato svogliate (Pedro Pascal), un comizio pre finale sempre di Sue urticante nella sua retorica da discount e l'assenza di caratterizzazione di altri personaggi, ad esempio, la Cosa, impediscono al titolo di imprimere una svolta dirimente rispetto al pattume recente del MCU.
Avevo tendenzialmente smesso di guardare (al cinema o su piattaforme) i film Marvel dopo la deriva assunta negli ultimi sei sette anni, per i Fantastici Quattro mi sono fatto trasportare dall'effetto nostalgia, e in effetti, la messa in scena - purtroppo solo quella - mi ha restituito un pò della magia ingenua ed infantile di quelle tavole.
giovedì 7 agosto 2025
My favorite things, luglio '25
Joker: Folie à deux (4/5)
lunedì 4 agosto 2025
Recensioni capate: Il lungo addio (1973)
Eppure... Eppure sta a vedere se il suo Marlowe non sia tra i migliori. Merito delle sue doti interpretative, senza dubbio, ma vogliamo parlare della regia di Robert Altman, che sembra davvero divertirsi nel mostrare una L.A. dei primi settanta intontita da droghe e alcol, con il capitalismo che sta riguadagnando rapidamente terreno (tutta la parte in cui il gangster Augustine spiega a Marlowe il potere della grana) sul decennio precedente e sulla stagione del "flower power".
Ma soprattutto Altman ci regala delle scene indimenticabili, a partire dall'incipit del film con il duetto tra Gould e il gatto, passando per un gioco continuo di trasparenze e riflessi (nella sala interrogatori e quando Marlowe è nella casa dei Wade sull'oceano), un'inaspettata scena di violenza sadica, per tacere della restituzione di sporcizia e decadenza dei locali di polizia, in linea con il comportamento da intoccabili degli uomini in blu (Ah! L'LAPD...). Che dire poi del campionario di facce, tutte perfette, dall'inquietante psichiatra al passivo aggressivo mr. Wade, ad un - non accreditato - Arnold Schwarnegger nella sequenza più folle del film. La colonna sonora rimanda ai club fumosi di cui cantavano il primo Billy Joel e, soprattutto, Tom Waits. Gould/Marlowe fuma ininterrottamente per tutto il film, unica concessione al profilo da duro del ruolo, e nonostante ciò sembra il più sano tra quelli che attraversano lo schermo. La pistola non compare mai, nemmeno nella cinta, fino all'ultima sequenza. Geniale.
Prime video






















