Capisco bene che oggi la musica vada da un'altra parte, ma chi dice di amare il rock classico e non si fionda su questo lavoro dovrebbe far pace con sè stesso.
martedì 22 giugno 2021
Thunder, All the right noises
giovedì 17 giugno 2021
Comedians (2021)
Un gruppo di sei persone, aspiranti comici, si prepara ad affrontare un'audizione dopo aver frequentato un corso serale con Eddie Barni, ex comico di successo dalle idee molto controcorrente rispetto al tipo di comicità mainstream e televisiva. Le convinzioni del gruppo, che Barni ha plasmato sulle sue, vacillano nel momento in cui arriva Celli, anche lui ex comico, ma "inserito nel sistema", in aperto conflitto con le posizioni di Barni.
Il film, completato in meno di un mese, mantiene l'impostazione teatrale, con i monologhi mediamente lunghi degli attori e il frequente ricorso ai piani sequenza, ma riesce ad ottenere un crescendo e una tensione tipici dello strumento cinematografico.
Quanto mai attuale ed opportuna infine, nonostante il testo originale sia dei primi anni settanta, la riflessione su cosa debba essere la comicità, che rapporto debba costruire col pubblico e la funzione sociale che debba esercitare. In un periodo nel quale anche in Italia si è scoperta l'arte dello stand up comedy, con risultati spesso sconsolanti e battute che girano sempre attorno al solito tema (i rapporti tra i due sessi), Comedians spicca in maniera intellettuale, divertente (anche se non è un film "da ride"), provocatoria e stimolante.
E poi, un film italiano che inizia (Rain dogs) e finisce (Downtown train) con due pezzi di Tom Waits è promosso a prescindere.
lunedì 14 giugno 2021
Maneskin, Teatro d'ira vol I
Strano caso, anche perchè raramente si è visto l'armamentario di tutto quello che è convenzionalmente considerato rock in Italia (da Vasco ad Agnelli passando per Pelù) prodursi in endorsement così sfacciati a favore di questi quattro ragazzi, contrapponendosi ai salotti buoni, e a quelli dei social, che invece, tendenzialmente, li stroncano.
Chi invece li attendeva senza pregiudizi alla prova del secondo lavoro, dopo il botto di Sanremo e dell'Eurofestival grazie al brano Zitti e buoni, probabilmente dovrà attendere ancora un pò. Questo Teatro d'ira vol.1 infatti non scioglie i dubbi sul reale valore del gruppo, che, quando scende dal palco (la dimensione dove evidentemente è più a suo agio dimostrando effettivamente un'attitudine e una maturità "molto poco italiana" che va ben oltre la giovane età dei componenti, in particolar modo per il frontman, Damiano) ha evidenti problemi di scrittura e creazione complessiva delle composizioni. Infatti, tolto il singolo trionfatore delle manifestazioni di cui sopra, un ottimo pezzo glam-rock, ruffiano ma ruvido, e poco altro (Coraline), il livello cala paurosamente, tra pezzi che magari vorrebbero essere punk ma appaiono scolastici (I wanna be your slave) e pattern vocali che flirtano in maniera poco convincente con il rap (Lividi sui gomiti), con un utilizzo forzato, insincero (almeno per un matusa come me) di epiteti e slang giovanilistici vari. Certo, ci sono i chitarroni e, soprattutto a queste latitudini, di questi tempi, i chitarroni fanno sempre piacere (soprattutto in ambito mainstream), nella speranza che tornino a fare "tendenza", però, ecco, senza voler fare gli snob a tutti i costi che si scandalizzano perchè i Maneskin arrivano dai talent e non si sono "sudati" la ribalta, consiglierei alla band di trovarsi songwriter e produttori artistici che gli consentano il definitivo salto di qualità.
giovedì 10 giugno 2021
Un altro giro (2020)
Gentofte, Danimarca. Quattro amici, colleghi insegnanti delle superiori, diversi tra loro, ma tutti disillusi e resi cinici dalla vita sia dal punto vita personale/sociale che da quello professionale, vengono affascinati dalla teoria di uno psicologo relativa al presunto deficit alcolico dello 0,05% dell'organismo umano, deficit che inficerebbe prestazioni e umore di ciascuno e che, pertanto, andrebbe compensato. I quattro decidono di sperimentare su sè stessi la teoria, cominciando ad assumere dosi minime quotidiane di alcol, con risultati, almeno inizialmente, estremamente efficaci.
lunedì 7 giugno 2021
Loretta Lynn, Still woman enough
Mi soffermo doverosamente, non avendolo mai fatto in precedenza, su una delle ultime leggende del country popolare (l'altra è Willie Nelson) ancora in vita. Loretta Lynn, classe 1932, ha avuto un'esistenza avventurosa, al punto da essere portata sul grande schermo con un film del 1980 (La ragazza di Nashville) che fece vincere un Oscar a Sissy Spacek proprio per l'interpretazione della Lynn.
La cantante nativa del Kentucky, caratterizzata nell'outfit con onnipresenti abiti colorati modello vecchio West, arriva alla soglia dei novant'anni con il suo quarantaseiesimo album ed è sempre grande l'attenzione che le riserva lo stardom nashvilliano.Infatti, come accade regolarmente almeno negli ultimi vent'anni (Van Lear Rose del 2004 fu prodotto da Jack White) anche quest'ultimo Still woman enough è infarcito di ospitate.
Lo schema dell'album riprende la formula "a geometria variabile" ormai consolidata, presentando un mix di brani di repertorio assieme a tracce inedite. Il titolo stesso dell'opera, che è anche la canzone che apre la tracklist, featuring Reba McEntire e Carrie Underwood, è una sorta di replica a You ain't woman enough, canzone (anch'essa ripresa in coda a questo disco) e album che Loretta pubblicò nel 1966. Non credo serva mi dilunghi più di tanto sullo stile del disco: country classico, immortale, suonato da una lista di tre pagine dei migliori session men di Nashville. Tra le sette canzoni ripescate e reinterpretate dal repertorio della Lynn (il lotto di tredici pezzi si completa con un traditional e quattro inediti) spicca una versione totalmente spoken di Coal miner's daughter, forse il pezzo più identificativo della storia di questa vera e propria leggenda americana.
lunedì 31 maggio 2021
Preacher, stagione uno (2016)
Jesse Custer è il pastore demotivato, depresso, alcolizzato, rassegnato all'assenza di fedeli e tormentato da un passato tragico, di una scalcagnata parrocchia di Annville, Texas. Una serie di eventi più o meno razionali (il ritorno dal passato di Tulip, la sua pericolosissima donna; l'arrivo di Cassidy, un vampiro centenario di origini irlandesi; la sua...ehm... possessione da parte di una misteriosa entità) stravolgeranno la sua routine. Tutto attorno Annville, una città non meno folle di un girone dell'inferno.
Sono diverse le ragioni della riuscita di questa produzione, a partire, certo, dal materiale originale a disposizione (una serie durata sessantasei numeri dal 1995 al 2000), ma anche il coinvolgimento di Seth Rogen, un cast azzeccato e soprattutto un lotto di personaggi, tra principali e secondari, "buoni" e "villains" (le virgolette sono d'obbligo, credetemi), straordinario. E quando in un prodotto audiovisivo si azzeccano i characters si è già a metà dell'opera.
Ci vuole abilità ad usare tutti gli strumenti più estremi del genere per far passare messaggi forti di critica sociale, politica e religiosa, ma qui la coppia Ennis/Rogen compie davvero un lavoro superbo, tenendo per le palle lo spettatore tra ettolitri di sangue e un politicamente scorretto mai fine a sè stesso. La serie credo si sia conclusa, come scritto, dopo quattro stagioni. Nella speranza che non cali vorrei proprio gustarle centellinandole.
lunedì 24 maggio 2021
Captain Marvel (2019)
Vers è una agente altamente addestrata delle forze intergalattiche dell'impero Kree. A seguito di una battaglia nello spazio con gli acerrimi nemici, i mutaforma Skrull, Vers precipita sulla terra nel periodo storico dei primi anni novanta, dove attira l'interesse del neoformato Shield e dei giovani agenti Fury e Coulson. Attraverso l'esperienza terrestre, Vers conoscerà il suo passato e capirà il potenziale pressochè illimitato del suo potere.
Resta la considerazione che questo personaggio sarà difficile da gestire in maniera interessante, visto il suo bagaglio di di super-poteri, forse superiore persino a Superman.
lunedì 17 maggio 2021
Steve Earle, J.T.
Dopo Townes (Van Zandt) e Guy (Clark) , Steve Earle giunge al terzo disco di di cover monografiche, celebrative di artisti importanti per la sua crescita di songwriter e di uomo. Stavolta purtroppo il soggetto a cui Steve "ruba" il repertorio è il figlio Justin Townes e la ragione dell'operazione la più tragica si possa immaginare, vale a dire la sua morte. Non torno sul tormentato rapporto padre figlio che ha caratterizzato la relazione tra i due (ne avevo scritto qui) e non oso dare interpretazioni psicoanalitiche sul senso di colpa di Earle Sr rispetto a questa tragedia, mi limito a prendere atto, oltre alle motivazioni emotive, di quelle sia pragmatiche (sostenere attraverso i proventi delle vendite del disco la vedova e la figlia di JT) che artistiche (una sincera ammirazione per il lavoro del figlio) che hanno portato Steve, in tempi rapidissimi, solo quattro mesi dalla dipartita, a dare alle stampe questo lavoro.
Chiude la forse un pò retorica ma comunque sincera , struggente e dolorosa Last words, esplicitamente dedicata al figlio e alla sua dipartita.
giovedì 13 maggio 2021
Rifkin's Festival
La coppia americana composta dall'anziano critico cinematografico ed ex insegnante di settima arte, Mort Rifkin, e la più giovane moglie, manager cinematografica, Sue, è a San Sebastian, in Spagna, per seguire il locale festival cinematografico. Sue è lì per lavoro in quanto rappresenta un regista francese in forte ascesa, mentre Mort, che non esercita più l'attività di critico, segue la moglie per il sospetto che lei abbia una tresca proprio con il regista francese.
Sono particolarmente felice che Woody Allen sia riuscito, nonostante il feroce e bieco ostracismo del cinema americano (sulle cui cause mi sono sufficientemente espresso qui), e grazie all'imperituro affetto dell'Europa, a portare a termine il suo cinquantesimo film da regista (in cinquantacinque anni). Lo sono poi doppiamente perchè sono riuscito a vederlo in sala.
Rifkin's Festival è un film che, anche ad occhi chiusi, limitandosi ai dialoghi (ma anche al contrario, senza audio e limitandosi alle immagini), rientra inequivocabilmente nell'ambito della cifra stilistica e filosofica di Allen. Questa volta le caratteristiche tipiche di Woody (eccentricità, nevrosi, insicurezza, cinismo) sono impersonate efficacemente dal noto caratterista Wallace Shawn (Mort), mentre la controparte solare, giovane, intraprendente, passionale della moglie è affidata a Gina Gershon. La narrazione, mostrata attraverso le suggestive immagini della cittadina basca ed enfatizzate dalla fotografia di Vittorio Storaro, prende spunto dal matrimonio ormai logoro dei due, ma in realtà, tra le altre cose, posiziona in maniera netta il pensiero del regista su taluni "fenomeni" del cinema moderno e, per antitesi, sul suo amore verso i classici di quest'arte. Allen compie la scelta di manifestare la sua passione per la grande epopea del cinema del passato, in particolar modo quello europeo, attraverso i sogni (in bianco e nero) del suo alter-ego Mort, che, a volte in tono ironico, altre didascalico, si trova proiettato in prima persona dentro capolavori come Quarto potere, Jules e Jim, Il settimo sigillo, 8 1/2 , Fino all'ultimo respiro ed altri (qui la lista completa delle pellicole rievocate).
Non il migliore film di Allen, ma una pellicola deliziosa che ancora una volta fa riflettere con leggerezza su grandi temi esistenziali, sul valore del cinema e su "stronzate tipo la famiglia a cui ci affidiamo per dare un senso alla nostra esistenza", con il valore aggiunto di un breve ma indimenticabile cameo di Chistoph Waltz, cui va riconosciuto il coraggio e la scelta controcorrente di fare ciò che terrorizza gli altri grandi nomi di Hollywood: partecipare ad un film di Woody Allen nel 2020.
lunedì 10 maggio 2021
Saxon, Inspirations
Siamo a maggio e non avevo ancora recensito un disco del 2021. So di dare un dispiacere alle mie folte legioni di lettori, ma è altamente improbabile che con il ritardo accumulato possa uscire, a fine anno, il consueto consuntivo sui migliori dischi. Va beh, ce ne faremo una ragione.
Se volete conoscere le canzoni delle altre band tributate nel disco cercate su wikipedia, per quanto mi riguarda ho dedicato già troppe parole a questa ciofeca.
giovedì 6 maggio 2021
Ritorno al cinema, parte 3 (+ Nomadland)
Se c'è un argomento, dopo tanti tentativi di lanciare rubriche seriali presto abortiti, che mai avrei voluto diventasse oggetto di post seriali è proprio questo. E invece siamo arrivati alla terza volta in dieci mesi cui mi trovo a celebrare il mio ritorno alla sala (qui e qui i primi due "capitoli") dopo un lockdown. Tra l'altro, a differenza delle riaperture estive, questa volta non tutti i cinema hanno deciso di tornare ad accogliere gli spettatori il 26 aprile, primo giorno di zona gialla, a causa della reticenza dei distributori che, non riponendo fiducia negli spettatori, preferiscono il più rassicurante guadagno garantito dallo streaming. Non ha riaperto per esempio il meraviglioso Arcadia di Melzo (al momento di scrivere ancora chiuso) mentre, per mia fortuna, ha fatto la scelta opposta la catena Anteo, che ha un multisala anche nella mia città e che è ripartito riempiendo tutte le sue sale tra film di repertorio e novità, con i fiori all'occhiello Minari e Nomadland, freschi di Oscar. Ovviamente non mi sono fatto scappare l'occasione di vedere su grande schermo il film della Zhao, che attendevo con trepidazione sin dal suo passaggio a Venezia 2020.
Empire, Nevada è una cittadina che sopravviveva in simbiosi con la locale fabbrica. Con la chiusura dello stabilimento, anche la località si è spenta e progressivamente svuotata. Fern resiste con il marito finchè può, ma, quando anche lui muore, prende una decisione radicale: vivere su di un furgone attrezzato da casa mobile, spostandosi per gli Stati e passando da un lavoro all'altro per avere di che vivere. La donna scoprirà un diverso livello di libertà e, assieme ad esso, un complesso universo di persone che hanno fatto la medesima scelta.
Adattamento cinematografico del libro omonimo di Jessica Bruder, Nomadland è un'opera molto particolare che tocca temi drammatici quali la solitudine, la povertà, l'emarginazione e la deriva sociale, restituendoceli però dentro uno scenario di grande umanità, aiuto solidaristico e dignità, che si intreccia con la scelta consapevole che questa comunità ha compiuto. Simbolo di questa scelta di vita è Fern (Frances McDormand), sempre pronta a dare una mano e a condividere il poco che ha, ma al tempo stesso orgogliosamente aggrappata al suo status di loner che le impedirà di accettare offerte di vita stanziali e finanche la ricostruzione di un percorso sentimentale.
Il film è girato in stile quasi documentaristico, con molto utilizzo della macchina a mano e sicuramente la sensazione di assistere ad un reportage è enfatizzata dalla scelta neorealistica della regista Chloè Zhao di utilizzare, tra gli attori, alcuni reali "nomadi" (Swankie, Linda May, Bob Wells), persone cioè che vivono davvero, quotidianamente, il percorso di fantasia di Fern. La comunità errante qui rappresentata si muove con traiettorie disomogenee ma che seguono sempre la mutevole geografia da Stato a Stato dei lavori stagionali, che si tratti dei picchi natalizi di Amazon (contesto che apre il film), la raccolta delle patate o il lavoro nei fast food. E' dentro i parcheggi, spesso messi a disposizioni dalle multinazionali, nei tempi morti tra un turno e l'altro, che questa popolazione ciclicamente si trova, cementando i rapporti, le amicizie, i momenti conviviali, le feste, ricorrendo finanche al baratto.
Un messaggio autenticamente anti-consumista e anti-capitalista lanciato contro l'America trumpiana che speriamo di esserci lasciati alle spalle.
lunedì 3 maggio 2021
MFT, marzo aprile 2021
Nancy (3,25/5)
The General (4/5)
La mia banda suona il pop (1,5/5)
The Lincoln lawyer (2/5)
Capone (2,75/5)
State of play (2,75/5)
Man on fire - Il fuoco della vendetta (2,75/5)
La meccanica delle ombre (3/5)
Bastardi a mano armata (2,5/5)
True story (3/5)
The signal (3,25/5)
I bambini di Cold Rock (3,5/5)
Anna (2,25/5)
The void (3,5/5)
Night hunter (2/5)
Zack Snyder's Justice League (2,75/5)
Eva (3,5/5)
Bronx (Rogue City) (4/5)
The foreigner (3,25/5)
13 peccati (3,25/5)
Asher (2,75/5)
Visioni seriali
Peaky Blinders: 2 (2,75); 3 (2,5/5); 4 (2,5/5)
Ozark: 2 (3,25/5); 3 (3,25/5)
LETTURE
James Fearnley, Here comes everybody: The story of the Pogues
giovedì 29 aprile 2021
SeriaLmente parlando
Dopo un periodo di sostanziale alienazione dalle serie TV, con giusto qualche toccata e fuga ad una manciata di titoli, ma sempre e solo limitatamente alle prime stagioni (nell'arco temporale di due anni Strange things; Absentia; Broadchurch; Black Mirror; American gods; Farina; Sneaky Pete; Goliath), ho deciso di togliermi lo sfizio di andare a fondo di qualche produzione che da tempo amici e colleghi mi segnalavano. Le riassumo tutte qui, visto che non ho di che dilungarmi.
Una roba da onanisti che ha l'unico merito (?) di aver in qualche modo condizionato i costumi (li vedete no, tutti quei tamarri coi tagli di capelli alla Shelbys e tutte quelle coppole da Peaky "fucking" Blinders in giro per le città?) e sdoganato Nick Cave (sua la Red right hand main motive della serie) alla massa. Per i fan resta da capire se il recente evento drammatico della prematura dipartita di Helen McCory, che nella serie interpretava Polly, la tosta sorella del protagonista Thomas (e che nella vita reale era spostata con il collega Damien Lewis), condizionerà la realizzazione di una ulteriore stagione (che in ogni caso lascerei a voi).
lunedì 26 aprile 2021
Ryan Adams, Wednesdays (2020)
Quando la parte di critica e pubblico più attenta ai fenomeni emergenti in ambito folk-rock si è accorta di Ryan Adams, eravamo tra la fine degli anni novanta e i primi anni zero, in molti pensavamo che questo ragazzo poco più che ventenne del North Carolina forse non avrebbe venduto vagonate di dischi, ma sarebbe potuto diventare un solido punto di riferimento per il genere americana. E, nonostante qualche ironia sull'assonanza quasi totale del nome con il rocker canadese Bryan Adams, per un pò così fu. Il buon Ryan per un ampio periodo di tempo si è dimostrato una penna instancabile e un artista prolificissimo, con tredici album in undici anni (dal 2000 al 2011), senza considerare i tre registrati con i Whiskeytown, prima della carriera solista. Al primo decennio ne è seguito un secondo decisamente più morigerato, con solo tre dischi di inediti (intervallati da un buon live e dalla bizzarra operazione con la quale Adams ha reinciso integralmente "1989" di Taylor Swift), di cui questo Wednesdays è l'ultimo, in ordine di tempo.
Purtroppo è successo anche dell'altro, molto più grave del fisiologico saliscendi dell'ispirazione artistica. Adams è stato infatti accusato da diverse donne, tra cui la ex moglie e, purtroppo, anche una ragazza minorenne, di aver usato un linguaggio sessualmente esplicito ed offensivo attraverso messaggi e post sui social e di aver ostacolato la carriera di alcune di queste donne dopo essere stato da loro rifiutato. Per quello che conta, l'FBI, che aveva aperto un'inchiesta, ha fatto cadere le accuse e Adams, che aveva negato gli addebiti, si è infine scusato per le sue azioni.
Deve essere necessariamente stato questo l'ambito emotivo nel quale è maturato Wednesdays, album intimista nel quale l'artista si mette a nudo come raramente ha fatto in precedenza (e parliamo di uno che, con Love is hell, qualcosina di molto introspettivo ce l'aveva già consegnata) grazie a quella particolare forma di ispirazione che emerge solo dalla sofferenza e, presumo, dalla solitudine. I'm sorry and I love you in questo senso è pedagogica. La canzone, dentro un mood che rimanda direttamente alle cose acustiche di Neil Young nei primi settanta, è un'operazione a cuore aperto e una delle più belle composizioni di sempre sul tema: amante abbandonato che implora perdono.
Il clima del lavoro è quasi esclusivamente acustico, con qualche rara eccezione (Birmingham; Dreaming you backwards) e la struttura è proprio quella classica d'altri tempi, quando la chitarra stendeva tappeti sonori minimali sopra i quali la voce del cantautore srotolava liriche pregnanti senza peraltro mai rinunciare a refrain incisivi (Neil Young, James Taylor, Bob Dylan, Paul Simon, Jackson Brown). Per mettere in piedi un'operazione di questa natura, solo in apparenza semplice, servono però canzoni di livello, e, dentro Wednesdays, questo aspetto non è mai in discussione, grazie a tracce che arricchiscono l'anima, come Poison & pain (forse la testimonianza più forte delle recenti controverse di Adams); Mamma; la title-track; Who is going to love me now if not you.
Un disco connotato dalla struggente malinconia di un uomo, un artista, che, alla soglia dei cinquant'anni, forse qualche consuntivo ha cominciato prima a tracciarlo e poi a metterlo in musica, esponendosi ad una sorta di terapia pubblica dove, da una parte c'è lui, e dall'altra chi ha voglia di ascoltarlo.
Non sono moltissimi purtroppo, e questo è un vero peccato.
P.S. Il disco è uscito solo in formato mp3 a dicembre 2020, per poi essere pubblicato anche sui supporti fisici a marzo 2021. Ecco spiegata la ragione delle due diverse cover.
giovedì 22 aprile 2021
Delitti perfetti (The legend of Barney Thomson), 2015
Barney Thomson si trascina stancamente con la sua vita di barbiere in un barber shop alla periferia di Glasgow nel quale è l'ultimo dei dipendenti. Saltuariamente assiste l'anziana madre, una donna anaffettiva e dedita al gioco e all'alcol. Un giorno, a seguito di un alterco con il figlio del proprietario, gestore del negozio, Barney ne provoca accidentalmente la morte e, per paura delle conseguenze, decide di chiedere aiuto alla madre per occultare il cadavere. Sfortuna vuole che la Polizia locale, e in particolare il detective Holdall, inglese trapiantato in Scozia, colleghino la sparizione del figlio del proprietario ad una serie di delitti seriali che da tempo stanno sconvolgendo la regione.
Segnalo molto volentieri questo piccolo film (dal grande cast), passato mi sembra del tutto inosservato, nel quale trionfa la migliore tradizione della black comedy inglese, grazie anche ad un trio di protagonisti (ma c'è anche James Cosmo, storico attore inglese che ha trovato la notorietà per il ruolo di Jeor Mormont ne Il trono di spade) che fanno a gara di bravura. Infatti, a fianco di un Robert Carlyle (anche regista) che si misura con un character consumato da frustrazione e autocontrollo, maramaldeggiano alla grande una quasi irriconoscibile Emma Thompson nel ruolo della madre di Barney, e, soprattutto, un attore per il quale stravedo: il massiccio Ray Winstone nel ruolo del detective inglese che non fa nulla per nascondere quanto detesti la Scozia (contraccambiato in questo dai locali), e che sarebbe anche il più bravo della squadra, non fosse per la feroce competizione con la zelante ed ottusa collega Robertson (Ashley Jensen) che gli annebbia la ragione. Detto della pigra e sbagliatissima scelta operata per il titolo italiano (aridanghete!), che anonimizza l'opera, soprattutto rispetto all'epico titolo originale (The legend of Barney Thomson), il film riesce ad essere estremamente godibile e divertente senza tuttavia esimersi dal mostrare le condizioni di abbandono e decadenza nelle quali versa la periferia scozzese, fotografata al pari di una città fantasma del vecchio west. Siamo quindi nel rigoroso rispetto dell'assioma intrattenimento/messaggio politico-sociale proprio del miglior film di genere.
Da recuperare.
Delitti perfetti è disponibile su Amazon Prime Video
lunedì 19 aprile 2021
It's never too late to mend: Galrand Jeffreys, Escape artist (1981)
Proseguo con i miei opportuni recuperi andando a ripescare un artista, forse più noto ed apprezzato dai grandi musicisti che dal pubblico, che in oltre cinquant'anni di carriera ha pubblicato "solo" una dozzina di dischi di studio, con una modalità di rilascio di nuovo materiale evidentemente ancora legata al momento di ispirazione e non al principio di saturazione del mercato.
Garland Jeffreys nasce a Brooklyn nel '43, da una coppia di genitori di origine afro/portoricana e, di conseguenza, vive in pieno le battaglie per l'emancipazione dei neri dei sessanta. Tuttavia, sebbene maturi una forte coscienza politica in quell'ambito, la sua non è una storia che si radica esclusivamente dentro il filone "black power" perchè, al contrario delle fonti di ispirazione di tanti artisti afroamericani suoi coetanei, la sua guida artistica gira attorno a Lou Reed (conosciuto nell'ambito dell'Università di Syracuse) e ai Velvet Underground. Dopo aver suonato nell'album di esordio di John Cale del 1969, l'anno dopo arriva anche il momento del suo debutto eponimo. Escape artist esce cinque dischi dopo, siamo nel 1981, restando, ancora oggi (Garland, pur centellinando le proprie uscite è ancora in attività), il suo disco più noto.
Ascoltare per la prima volta questo lavoro, dopo aver letto della sua biografia è un'esperienza straniante. Infatti, laddove ti aspetti contaminazioni di un certo tipo (black music, Velvet Underground, sperimentazione), ti trovi invece al cospetto di uno stile che spazia agevolmente dal pop al rhythm and blues; dal rock ai ritmi jamaicani. Insomma un'esperienza tutta da godere, nel momento in cui si entra in sintonia con essa e con il fatto che al termine di una canzone non sai assolutamente cosa ti aspetti con la successiva.
La lista di session men/ospiti nel disco è pressochè infinita ed eterogenea, a dimostrazione del rispetto che l'artista godeva in quel momento nella scena newyorkese. A titolo non esaustivo troviamo infatti, oltre alla produzione di Bob Clearmountain, i due tastieristi dell'allora E Street Band, il mai troppo compianto Danny Federici e Roy Bittan, i backing vocals di Lou Reed, Nona Hendrix, David Johansen; Michael e Randy Bracket ai fiati, Adrian Belew (Zappa, Bowie, Talking Heads) alla chitarra, e mi fermo qui, perchè per gli altri c'è sempre wikipedia.
Un disco che immagino conoscano non in moltissimi, e che quindi potrebbe essere un'entusiasmante sorpresa, nonostante magari la pecca di una produzione che ho trovato eccessivamente pulita e ottantiana.
giovedì 15 aprile 2021
Antebellum (2020)
La narrazione si apre mostrandoci la quotidianità all'interno di una classica piantagione di cotone ai tempi della guerra civile americana, con i bianchi a vivere tra lusso e agio e gli schiavi neri a subire disumane crudeltà e indicibili umiliazioni. In particolare seguiamo le vicende della schiava che viene chiamata Eden e dell'odiosa padrona Elizabeth. Attraverso un repentino cambio di scena siamo ai giorni nostri, nei quali Veronica, che ha le stesse sembianze di Eden, è una nota scrittrice impegnata e un riferimento culturale per la cultura afroamericana, che frequenta con assiduità dibattiti e talk show. Un giorno riceve una richiesta di intervista da una misteriosa donna, con la quale intrattiene una fugace e fastidiosa video chiamata. La donna ha le stesse fattezze della proprietaria terrena Elizabeth.
Mi schiero subito dalla parte diametralmente opposta a quella espressa dalla maggioranza della critica e provo a spiegare il perchè.
E' del tutto evidente come Antebellum si inserisca nel filone dei sopracitati Scappa! e Noi, cioè nel rilancio della migliore tradizione di cinema di genere (Carpenter, Raimi) che prevedeva intrattenimento puro, tensione, adrenalina, senza però che venisse mai a mancare il sottotesto politico/sociale, che in questi film si traduce nella denuncia delle discriminazioni subite dagli afroamericani. L'impressione che ho ricavato dai tanti ingenerosi giudizi letti in rete è che si sia voluto guardare solo al secondo aspetto dell'operazione, cioè si sia voluto cercare, non trovandolo, esclusivamente una sorta di manifesto politico del black pride, alienandosi così il gusto di assistere ad uno strepitoso film d'intrattenimento, merce rara ai tempi d'oggi e soprattutto nelle produzioni mainstream americane. Anche così, fatico comunque a comprendere le critiche all'aspetto impegnato del film, visto che, tenendo in debita considerazione l'iperbole del racconto e la licenza artistica dell'opera di finzione, a me è parso un efficace e necessario remind.
Infine, se posso permettermi un consiglio sulle modalità di visione di Antebellum, ne caldeggio fortemente l'approccio diretto, saltando cioè qualunque preventiva lettura di trama o sinossi (per questo ho cercato di essere con la mia il più vago possibile), facendosi così catturare senza rete dalla storia, e divertendosi nel cercare di intuirne l'ambito narrativo (sovrannaturale? racconto parallelo? reincarnazione? flashback/flashforward?), almeno per due dei tre atti del film.
Una delle pellicole più interessanti dello scorso 2020, per come è girato un autentico peccato non averla potuto vedere al cinema.
lunedì 12 aprile 2021
Hatebreed, Weight of the false self (2020)
giovedì 8 aprile 2021
Sound of metal (2019)
Ruben è il batterista di un duo post-hardcore. Il secondo membro della band è la sua ragazza, Louise, alla chitarra. I due conducono un'esistenza felice all'insegna della più totale libertà: vivono in un camper, fanno uso di sostanze stupefacenti e non hanno vincoli o legame alcuno, fatto salvo l'affetto che provano reciprocamente. Una sera, durante un concerto, Ruben comincia ad avere problemi di udito così gravi dal non riuscire sostanzialmente più a suonare. La diagnosi è impietosa. Ruben ha perso quasi totalmente l'udito e deve immediatamente e permanentemente interrompere ogni esposizione ad rumori forti e prolungati. Da quel momento inizierà per il giovane uomo una fase nuova e drammatica della sua esistenza.
Sound of metal è un progetto atipico ed estremamente interessante, che esplora in maniera seria e documentata il mondo dei sordi, grazie alla presenza, come attori, anche di veri insegnanti di Lingua dei segni e avvalendosi di comparse affette da questa disabilità. Il debuttante regista Darius Marder mette in scena un soggetto co-firmato dall'amico e collega Derek Cianfrance, ricomponendo, a ruoli invertiti, la coppia dietro al film Come un tuono, dove Marder aveva curato la sceneggiatura e Cianfrance (ex-batterista affetto da acufene) la regia. L'attore britannico di origini pakistane Riz Ahmed (che avevo molto apprezzato nella miniserie noir The night of) interpreta con misura ed espressività il protagonista , riuscendo a far emergere l'angoscia, la disperazione e il senso di smarrimento che Ruben prova quando il suo mondo perfetto collassa. Nel film sono messe a fuoco in maniera efficace le mutazioni nei rapporti personali che intervengono quando Ruben si ammala, l'irrazionale rifiuto di affrontare la realtà della sua nuova condizione, la fuga da un nuovo contesto nel quale potrebbe sentirsi accettato ed apprezzato, anche essendo d'aiuto per gli altri, il disperato tentativo di riprendersi la vita che aveva, anche attraverso scelte solo apparentemente risolutive.
Il film è quasi tutto giocato sull'introspezione del suo protagonista e su come, dopo che la sua perfetta routine di vita va in frantumi, egli non voglia più aggrapparsi a nulla, nonostante ne abbia l'opportunità, che non sia riappropriarsi di quello che aveva prima. Il messaggio vale per un'improvviso manifestarsi di una menomazione fisica, ma la lettura delle scelte che facciamo, della fatica di cambiare, quando nel nostro percorso esistenziale si frappongono ostacoli enormi ed imprevisti, è sicuramente universale. Così come, almeno dal mio punto di vista, il termine "metal" nel titolo, non si riferisce al genere musicale che il duo tendenzialmente interpreta, ma ad un aspetto della nuova condizione di Ruben, che emerge nel terzo atto del film.
Da vedere.
Sound of metal è disponibile su Amazon Prime Video
lunedì 5 aprile 2021
It's never late to mend: Accept, Restless and wild (1982)
Ma, come ripeto spesso, il tempo può essere galantuomo, e in un periodo in cui sempre più gruppi emergenti riscoprono il sound metal delle origini (The new wave of traditional heavy metal), ho preferito colmare le mie lacune storiche prima di accontentarmi dei lavori nuovi, ma derivativi, dei pronipoti di Iron Maiden & co.
L'album si apre con uno dei brani più identificativi del genere e attraverso uno stratagemma che verrà sfruttato da molti altri a venire. Approcciandosi per la prima volta al disco, infatti, veniamo accolti da una scricchiolante melodia folk tradizionale tedesca (di quelle da sagra della birra) riprodotta da un vecchio vinile. Dopo pochi secondi però la puntina del giradischi viene brutalmente spostata, producendo quel classico suono che graffia la superfice del vinile, lasciando il posto al terrificante urlo di Udo e dall'attacco, per l'epoca violentissimo (un drumming così impetuoso e veloce non era roba da tutti i giorni), di Fast as a shark, anthem assoluto di un intero movimento musicale, che fece la sua porca figura anche nel film Demoni di Lamberto Bava. Nessun altro pezzo del disco raggiungerà questa velocità di esecuzione, senza tuttavia che vengano a mancare adrenalina ed emozioni, a partire dall'altrettanto anthemica title track.
Insomma un disco bello tosto e coeso, dal canonico formato dieci tracce per tre quarti d'ora di durata e con una doverosa, epica ed importante conclusione: la mitologica Princess of the dawn, irrinunciabile appuntamento nei concerti della band.
Da questo disco ho ampliato la retrospettiva sulla band a tutto il primo periodo con Udo, cioè fino al 1986, anno in cui il frontman esce dalla band per poi ritrovarla brevemente (1993/1996) ed abbandonarla di nuovo, stavolta definitivamente, nelle mani di Hoffmann e dedicarsi a tempo pieno alla propria carriera solista.
venerdì 2 aprile 2021
Bronx (2020)
Marsiglia, bande del crimine organizzato e diversi dipartimenti della Polizia (squadra anti gang, narcotici, giudiziaria) si fronteggiano. In ambito criminale, la lotta tra le due principali cosche (corsi e marsigliesi) insanguina la città. Da parte suo, la Polizia, agisce sopra le regole e, spesso, intrattiene rapporti con la controparte mafiosa. Un'irruzione armata dei coschi in un bar sulla spiaggia (che riprende un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1978) lascia a terra morti e feriti e fa da detonatore ad una escalation di eventi che coinvolgerà entrambi gli schieramenti in campo.
Fortunatamente in Europa c'è la Francia a resistere allo strapotere che ormai l'Asia detiene in ambito produzioni noir di altissima qualità. Si tratta molto probabilmente dell'ultimo baluardo, visto che ormai, allargando la geografia del discorso, anche gli States hanno da tempo abdicato dal loro ruolo di leader, non riuscendo ad affrancarsi da produzioni senza nerbo, prevedibili e antitetiche rispetto alle regole auree del noir, che gli USA stessi avevano contribuito ad affermare, tra gli anni quaranta e i cinquanta.
Bronx (non ho inteso la ragione di questo riferimento anglofono del titolo, spero non sia per depistare il potenziale spettatore medio, fatalmente attratto dalle "americanate"), viceversa, le regole del noir, o se preferite, del classico polar, le conosce alla perfezione, anche perchè il regista del film, Olivier Marchal, è un ex-poliziotto e, nella sua produzione precedente (L'ultima missione; A gang story; La truffa perfetta sono tutti titoli imperdibili), aveva messo abbondantemente in chiaro, su pellicola, la sua esperienza nelle forze dell'ordine francesi, mostrandoci una Polizia corrotta, violenta, vendicativa, per la quale non esistono regole, e che quasi sempre rimane impunita.
La cifra stilistica nelle storie di Marchal è l'assenza assoluta di morale, speranza o pietà, dentro vicende nerissime, contrassegnate da confini inesistenti tra giusto e sbagliato, dove regna una violenza ottusa e atroce, senza speranza alcuna di assoluzione per chi ne è coinvolto, da questa o l'altra parte della barricata, perchè tutti prima o poi commettono uno sbaglio mortale, tutti mentono, tutti sono compromessi.
Questo è quello che ci si aspetta (e che, personalmente, pretendo) da un autentico film noir. E questo è quello che, ancora una volta, con Bronx e grazie alla scelta di un cast non meno che perfetto, il magnifico Olivier Marchal, ci regala.
Bronx è disponibile sulla piattaforma Netflix.
martedì 30 marzo 2021
Bob Dylan, Rough and rowdy ways (2020)
Il fatto che abbia scelto questo disgraziato periodo per colmare in un colpo solo queste due lacune non voglio considerarlo casuale.
Ricordo in maniera indelebile tutti i dettagli del primo ascolto delle canzoni che hanno segnato la mia vita: dove mi trovavo, (eventualmente) con chi, come ho ascoltato il brano, le emozioni che mi ha trasmesso. Bene, nell'hard disc della mia memoria fissa ora occupa un posto di rilievo anche Murder most foul, il comeback di Dylan, ascoltato per la prima volta da youtube alla fine di marzo dello scorso anno, nel periodo fin qui più drammatico della pandemia. Eravamo in lockdown, con le città chiuse e io, dopo una giornata di smart working, ero sul balcone di casa, seduto ad ascoltare in uno stato di semi trance le macchine della polizia che passavano nel quartiere intimando, attraverso l'altoparlante, di stare a casa. E' lì che ho infilato le cuffie dello smartphone e ho premuto per la prima volta l'avvio della riproduzione del video (in realtà un'immagine fissa del volto di John F. Kennedy, la stessa della quarta di copertina del disco) di Murder most foul e, dopo una manciata di minuti (all'incirca quando inizia la lunga strofa inaugurata dal verso "Play me a song Mr. Wolfman Jack") ho rivolto un pensiero alle entità superiori, ringraziandole, nell'ordine, dell'esistenza di Bob Dylan, di essere vivo e di potermi permettere di emozionarmi ancora, alla mia età, al cospetto di una canzone.
Insomma, siamo stati un pò troppo frettolosi a decretare la fine di Dylan. Per chiarirci il concetto l'uomo che più d'ogni altro ha saputo scrivere pagine indelebili della musica moderna ci dona un colpo di coda (a questo punto speriamo non l'ultimo) da lasciare senza fiato. E chissà se l'evocativo valzer che accompagna I've made up my mind to give myself to you, il blues, stavolta elettrico, tributo ad un grande bluesman del passato Goodbye Jimmy Reed, o i quasi dieci minuti dell'introspettiva ballata Key West (Philopher pirate), possano, nel tempo, affiancarsi se non ai classici immortali, almeno a quelli che arrivano subito dietro.
Insomma, qui il tema non è voler vincere facile parlando bene di qualunque composizione componga Dylan, ma saper riconoscere l'arte. A volte ci si riesce, altre meno. E in questo caso bisognerebbe essere sordi e privi di qualunque forma di umana emozione, per sbagliarsi.


























