Video allegati ai titoli.
02. Deftones, My mind is a mountain (Private music)
03. Architets, Blackhole (The sky, the earth and all between)
est. 2006
Jake è il proprietario di un ristorante alla moda di New York che, grazie alla bravura della sua chef, sta per entrare nell'olimpo dei locali della città. Nello stesso momento suo fratello Vince, sommerso dai debiti di gioco, deve scappare da Reno dove ha accidentalmente ucciso un uomo, e torna a NY. La rimpatriata dei due provocherà un effetto domino devastante per entrambi.
Come sicuramente saprai se mi leggi da un pò, questo è il periodo dell'anno in cui mi ubriaco di classifiche di fine anno. Dischi, film, serie tv, mi incuriosisce molto di più il giudizio a consuntivo rispetto a quello a ridosso dell'uscita, sia perchè a freddo si evita l'inevitabile (e più o meno onesto) hype delle novità, sia per quel minimo di storicizzazione che serve per vedere le cose ad una più giusta distanza. Ebbene, mi sono stupito di non trovare praticamente su nessuna top 2025 la serie tv (Netflix) Black Rabbit, che invece a me è piaciuta molto. Probabilmente è uno di quei casi in cui l'apprezzamento è esclusivamente soggettivo.
Eppure questo crime/noir un pò atipico, sospeso tra business della ristorazione, sogni di rock and roll, fallimenti personali e legami famigliari sbrindellati è costruito bene e i personaggi principali, interpretati da Jude Law (l'imprenditore newyorkese sempre sul filo del fallimento) e il fratello Jason Bateman (che invece del fallimento ha attraversato tutte le fasi) duettano bene. Così come tutti i villain (Chris Coy e Forrest Weber), che hanno le facce giuste, e l'attore sordomuto Troy Kotsur, forse quello che più si stampa nella memoria, nei panni del boss mafioso che comunica con la lingua dei segni.
Non lo faccio mai, ma voglio segnalarti la recensione di Luca Aloi per Nocturno che traccia un parallelo tra le vicende dei due protagonisti e la scena musicale new wave della Grande Mela dei primi anni duemila. Avrei voluto pensarci io.
Netflix
Doriano e Carlobianchi (tutt'attaccato) sono due ultracinquantenni sostanzialmente perdigiorno, uniti da un'amicizia trentennale. Il terzo sodale storico è Genio, che sta per tornare dall'Argentina, Paese dove si è rifugiato sin da giovane. Di bicchiere in bicchiere, di bar in bar, i due incontrano, ad una festa di laurea in cui si imbucano, Giulio, ragazzo napoletano serio ed introverso, e lo imbarcano in un tour alcolico, sgangherato, goliardico e malinconico.
Il sostanziale esordio alla regia di Francesco Sossai (sostanziale perchè il precedente lungometraggio, Altri cannibali, a detta dello stesso regista è stato una via crucis produttiva e distributiva) è di una bellezza abbagliante. E per una volta se n'è accorto anche il pubblico che, contestualizzando la dimensione indipendente della pellicola, l'ha premiato. Questo road movie per le strade della periferia veneta, attraverso paesi di finzione e reali, ma comunque sempre verosimili, che chiama in causa un numero impressionante di registi padri putativi nel modello narrativo o nello stile espresso (Risi, Monicelli, Kaurismaki, Mazzacurati, Jarmusch, solo per citarne qualcuno) incanta e ammalia per tutta una serie di ragioni. Il dialetto cantilenante usato dai personaggi, la musica indie folk blues sperimentale che accompagna le immagini, la fotografia illuminata da luci sporche e pallidi bagliori (di semafori, strobo, illuminazioni stradali, neon), o, semplicemente, per l'autenticità che riesce a trasmettere.
Di certo al di là del confezionamento dell'opera, della fotografia, delle location e della messa in scena, il lavoro fatto nella scelta del cast è formidabile, a partire dai protagonisti, sui quali tornerò a breve, ma, mi verrebbe da dire, soprattutto, per i personaggi di contorno: il tedesco fuori dall'american pub, il pensionato Sossai, la promessa sposa dell'addio al celibato, il conte, la laureata, i genitori del Carlobianchi e potrei continuare a lungo.
Ma l'autentica magia che si è sviluppata tra il mio amato Pierpaolo Capovilla, cantante noise rock italiano frontman dei One Dimensional Man prima e del Teatro degli Orrori poi (ma anche solista), attore per caso, e Sergio Romano (Il campione, La scuola cattolica, Delta, Il nibbio, La valle dei sorrisi) è una sintonia che fa tutta la differenza del mondo nella riuscita di un'opera artistica audiovisiva. Loro due come Gassman ne Il sorpasso (ma meno stronzi) o Jack Nicholson ne L'ultima corvè, con un bravo Filippo Scotti (E' stata la mano di dio, L'orto americano) nei panni di Trintignant o di Quaid, danno vita ad una storia di formazione tutto sommato da canovaccio (se devo fare una critica, la parte con la prostituta l'avrei evitata), ma che appare autentica, soprattutto grazie alla recitazione "neorealista" degli interpreti (vale anche per il piccolo ruolo di Citran e le poche ma estremamente significative scene di Andrea Pennacchi).
Ma, tornando a Capovilla, è vero che non incarna l'immagine dell'idolo pop patinato, ma anche nel suo ruolo indie, è comunque una figura di riferimento per un vasto movimento di persone, e mostrarsi così in male arnese, sfatto, la pancia da birra e i denti guasti nei primissimi piani, richiede una buona dosa di coraggio. O strafottenza. Che in effetti è molto hardcore-punk.
A fine 1998, forse un pelo fuori tempo massimo, usciva la raccolta di inediti e outtakes più attesa nella storia del rock. Finalmente Springsteen apriva i suoi profondissimi archivi e "regalava" ai suoi fans sessantasei tracce inedite che fino a quel momento, ma solo in piccola parte, gli accoliti erano riusciti a recuperare comprando tutti i 45 giri, le colonne sonore (anche le più infami) e i boolteg in cui erano presenti pezzi mai pubblicati su dischi eponimi del Boss. La raccolta in quattro CD si chiamava Tracks e senza dubbio alcuno esprimeva la meticolosa pazzia di Springsteen che gli faceva lasciare fuori dagli album pubblicati una serie di canzoni che spesso poco o nulla avevano da invidiare al livello medio alto della sua produzione ufficiale. Difatti il tour che ne seguì, con la reunion della E Street Band, fu forse il migliore dopo la leggendaria epoca 73-85. Ma questo è un altro discorso.
Quasi trent'anni dopo, nel 2025, Bruce riapre gli archivi con un volume secondo di quell'operazione, composto addirittura da sette CD (per quelli a cui ancora interessa la dimensione fisica della musica). In maniera secondo me seria e intelligente, l'artista si occupa quasi esclusivamente di periodi successivi a quelli coperti da Tracks, che andavano dal 1972 al 1991. Altra sostanziale differenza dal volume precedente è rappresentata dal fatto che sei dei sette dischi di Tracks II sono album fatti e finiti, che Bruce decise volta per volta di non pubblicare.
Unica eccezione alle due regole, L.A. garage sessions '83, il primo disco in ordine cronologico che ci viene proposto, che copre un periodo già presente nel primo Tracks (il 1983, appunto) e non è un album finito, ma una serie di session temporalmente collocate tra Nebraska e Born in the USA registrate dal Boss in solitudine ma con, diciamo, un'attitudine più roccheroll rispetto a quelle del disco raccontato da Deliver me from nowhere, libro di Zanes e biopic di Scott Cooper.
Il disco si apre, oserei dire finalmente!, con il santo Graal di tutti i fans del Boss, quella Follow that dream goduta sui bootleg e sofferta dal vivo (a causa dell'avarizia di Springsteen nel proporla). Il brano fa parte del repertorio "minore" di Elvis Presley, ma nelle mani di Bruce rinasce dalle sue ceneri, con un'intensità completamente diversa e parte del testo modificato. Un pezzo autenticamente imperdibile, anche se arcinoto, per chi, ahilui, segue il Jersey Devil da decenni.
Altri brani qui presentati in versioni rough, ma già pubblicati come B-sides di singoli o inediti dentro raccolte sono Shut out the light, Johnny bye bye e County fair, mentre My hometown (che chiudeva la tracklist di Born in the USA e faceva parte delle sessions di Nebraska) emerge nella sua ruvida e scarna bellezza primordiale, con uno straniante cantato ai limiti del falsetto.
Volendo evitare una recensione track by track, mi soffermo ancora su alcuni titoli meritevoli, dentro un disco che raccoglie diciotto canzoni dalla qualità altalenante. Il rockabilly di Don't back down on our love o di Don't back down e gli abbozzi pop seventies di Little girl like you o Seven tears sono illuminanti su come Bruce, a condizioni di isolamento analoghe a quelle che lo portarono a concepire e realizzare Nebraska, fosse decisamente uscito da quel periodo artisticamente irripetibile ma umanamente oscuro, dal quale in quest'opera di recupero resistono come testimonianze artistiche le sole Richard Whistle e Fugitive dreams (proposta in due versioni). Sugarland è invece un altro pezzo molto amato e presente su diversi bootleg, in qualche modo, per l'assonanza delle tematiche, fratello minore della leggendaria This hard land , mentre in ambito ballate d'amore e d'abbandono emerge il pop autoriale e malinconico di Unsatisfied heart.
Jud, un giovane prete dal passato turbolento, viene inviato per punizione in una parrocchia dello Stato di New York, per cercare di fermare l'emorragia di credenti che la frequenta. Jud ricoprirà l'incarico di vice parroco in aiuto al monsignore Wicks, un prelato che incarna la visione più autoritaria, tradizionalista e contraria al cambiamento della Chiesa. Egli ha un gruppo ristrettissimo di fedeli che lo venera, mentre fa di tutto per allontanare chiunque (omosessuali, divorziati, genitori single) non risponda ai requisiti più rigidi della dottrina. Un giorno, subito dopo una delle sue omelie più violente, monsignor Wicks viene trovato morto, assassinato. A questo punto entra in campo il detective privato Benoit Blanc.
L'ambientazione della chiesa e dei diversi personaggi della comunità chiusa all'esterno, tutti con un motivo diverso per nutrire risentimento e desiderio di ritorsione verso il mondo, che trovano il loro leader in un uomo che dovrebbe guidarli verso una rappacificazione spirituale e che invece agisce sulla loro rabbia, cercando di portarla alla deflagrazione, è messa in scena in maniera ficcante, anche a dispetto del tono leggero che si alterna al mistery della pellicola.
L'intrigo è, come al solito, un whodunnit affascinante che intrattiene lo spettatore obbligandolo a congetture su congetture, che, al dipanarsi del film, è costretto puntualmente a modificare e rimodellare. E' forse questo l'unico aspetto positivo del fatto che il film sia stato dato solo in streaming (al netto di una due giorni nelle sale), vederlo in famiglia comporta un dibattito ed un confronto di tesi che al cinema sarebbe impossibile (scherzo, ovviamente e quelli di Netflix sono dei pulciari ad impedire ai film di uscire in sala).
Tra l'altro, per uno come me che al cinema ci va mediamente due tre volte al mese trovandolo deserto, lo spettacolo d'altri tempi della sala straripante di persone, con risata collettiva e persino applauso finale sui titoli di coda rappresenta una specie di viaggio nel tempo. Peccato, dirai tu, che il fenomeno si celebri per film di questa riffa. Ed è vero, ma i blockbuster italiani (1200 copie distribuite, oltre 13 milioni di incasso tra Natale e Santo Stefano per Buen camino) sono costruiti così.
Perchè coi film di Checco Zalone non vale l'analisi critica su regia, messa in scena, sceneggiatura etc., Luca Medici, come nella tradizione della commedia italiana, ma ovviamente non a quei livelli, porta in scena una maschera, e si va tutti a vedere la maschera. E pazienza se Buen camino prosegua nella traiettoria discendente iniziata con Tolo tolo, ma ancora più in picchiata, se è vero come è vero che il film inizia con Zalone sul lettino in attesa della visita dal proctologo. Chissà come glie rode a De Sica per non aver pensato ad un incipit così geniale.
Si ride, e aggiungo, si sorride, davvero poco. Nell'assenza pressochè totale di punchline efficaci, la pochade si trascina stancamente per un'ora e venti (gli ultimi minuti per arrivare ai canonici 90 sono per un video musicale francamente imbarazzante). Qualcuno si è risentito per una battuta su Gaza (messa lì al solo scopo di alimentare il dibattito sulla "scorrettezza" del film), per come la vedo io il problema non è l'opportunità di inserirla in questo momento, con la catastrofe umanitaria in corso che ha fatto seguito a morte e devastazione totale, il problema è semplicemente che la battuta è inefficace, non fa ridere. Sta tutta lì la differenza tra la capacità di essere scorretti o meno.
I primi giorni di dicembre si sono portati via due miei riferimenti musicali di lunga data, Joe Ely e Raul Malo. Di Joe mi sono reso conto di non aver mai scritto un post da quando ho creato Bottle of smoke, e la ragione è che, dopo più di un decennio - fine ottanta fine novanta - ad ascoltarlo e a comprare i suoi album (ricordo un viaggio negli USA dove avevo esaurito il credito della carta di credito e con gli ultimi spiccioli, invece che cibo, prima di prendere il volo di ritorno acquistai il suo splendido Letter to Laredo, appena uscito) sono passato ad altro perdendolo un pò di vista. Era del 1947, aveva esordito discograficamente trent'anni dopo, nell'anno chiave della storia della musica moderna e non credete alle schede dei suoi dischi che descrivono il suo genere banalmente come country rock, Ely ha attraversato punk e post-punk, elaborando il sound del sua terra natia, il Texas, a stili ed influenze provenienti sia dal sud (il Messico) che dal nord-est (New York). Era amatissimo dai musicisti, Springsteen su tutti, che sovente l'ha invitato sul palco a suonare una delle canzoni del repertorio di Joe che il Boss preferiva: Settle for love. Non è passato spesso per il nostro Paese, ma in una di quelle volte sono riuscito a vederlo dal vivo e, nonostante il contesto (un teatro o una palestra di periferia), ci regalò un grande concerto. La vecchiaia non è stata clemente con lui. Settantottenne, da tempo soffriva di Parkinson. Mi piacerebbe resuscitare per lui una mia vecchia rubrica, 80 minuti, per suggerire una ventina di sue canzoni da cui iniziare per conoscere un'artista che ha dato tanto alla musica americana ma che, come capitò anche a Warren Zevon, ha avuto poco in cambio.
All'indomani dell'attacco terroristico dell'undici settembre, Oriana Fallaci pubblica sul Corriere della Sera il suo (per me) famigerato j'accuse contro un intero popolo, quello di fede islamica. Tutti abbiamo letto quelle righe, chi con cieca esaltazione, io personalmente con sconcerto per come una delle migliori giornaliste e scrittrice italiane di sempre potesse, nell'età teoricamente della ragione, rovesciare tanto odio non contro dei criminali colpevoli di omicidio di massa, ma anche contro il resto del miliardo di esseri umani "colpevoli" solo di essere musulmani. La lettera/pamphlet s'intitolava La rabbia e l'orgoglio.
Molti meno, ne sono certo, hanno invece letto la risposta che, sempre il Corsera, pubblicò qualche giorno dopo. Io, per esempio, non lo feci. La scrisse Tiziano Terzani, come la Fallaci anche'egli toscano e giornalista/scrittore, s'intitolava Lettera da Firenze - Il sultano e San Francesco ed è raccolta, insieme ad altre sei, che rappresentano la ripresa della sua collaborazione con il giornale milanese, in tempi e modalità non codificati (cioè, scriveva quando aveva qualcosa da dire), ma tutte da una provenienza asiatica, il continente a cui Tiziano era più fisicamente e spiritualmente legato.
E di spiritualità è intrisa la risposta alla svolta di aggressiva intolleranza della Fallaci, rivolgendosi direttamente a lei, Terzani entra nel merito della dignità delle persone da lei così violentemente disprezzate , spiegandone con coraggio intellettuale (in quella fase erano in molti a condividere l'opinione di Oriana e la necessità di una nuova "crociata") storia, torti, occupazioni (anche di territori sacri) da parte di oriente e occidente, discriminazioni, violenze, sopraffazioni, appropriazione di risorse naturali, con le popolazioni locali perennemente tenute in uno stato di totale indigenza. Il tutto naturalmente senza mai giustificare nemmeno lontanamente la violenza e la brutalità dei terroristi che uccidevano persone innocenti. Semplicemente spiegando e indicando responsabilità, auspicando infine che Oriana potesse: "trovare pace. Perchè se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte."
Come dicevo, la raccolta si compone poi di altre lettere, tutte affascinanti e tutte inviate da stati asiatici (Peshawar e Quetta, Pakistan; Kabul, Afghanistan; Delhi, India; Himalaya). In particolare le missive dall'Afghanistan, che raccontano bene la condizione di un Paese da sempre sottomesso ad occupanti stranieri (inglesi, russi, talebani, americani) ma che non si è mai piegato, abituato com'è alla fame, agli stenti, alla resistenza. Terzani ci racconta senza ipocrisie l'ostilità di quella gente, scottata da secoli di occupazione, nei confronti degli stranieri ("cosa sei venuto a fare, qui? Vi uccideremo tutti", gli dice un giovane), ma, al tempo stesso, pazientemente si fa interprete della tradizione orale che, soprattutto gli anziani, sono disposti a tramandargli. Troppo presto abbiamo dimenticato la dottrina Bush/Cheney, le violazioni dei diritti umani perpetrati in quelle terre da "contractors", società private che, in appalto per gli USA avevano le mani totalmente libere per rapire, torturare, uccidere chiunque volessero (consiglio la visione di The torture report, del 2019). Troppo presto abbiamo voluto dimenticare ciò che è stato fatto in Afghanistan, i cui abitanti invece ricorderanno. A lungo.
La raccolta di scritti di Terzani è unita dal filo rosso di un modello di vita alternativo, che sempre più si assottiglia anche nei Paesi più spirituali come l'india, un modello assemblato sul rifiuto del consumismo, del superfluo e invece sul rafforzamento del concetto di collettività, di solidarietà e di mutuo soccorso, senza secondi fini. E' passato quasi un quarto di secolo da quando queste lettere sono state pubblicate ed è incredibile come la loro forza, il loro appello serva come l'ossigeno oggi più che allora.
Prime e Sky (a pagamento)
Nel 2018 la storica etichetta indipendente inglese Cherry Red Records (Mott the Hoople, Runaways, Dead Kennedys) dà alle stampe questa esaustiva raccolta che accende un riflettore potente sulla nascita dell'heavy metal attraverso la discoperta di oltre cinquanta band che hanno animato il suo periodo più glorioso ed eccitante, quello che, dal 1979, ha dato origine alla NWOBHM. L'opera, per scelta artistica o per necessità (leggi diritti discografici) si concentra su combo meno noti, non troverai ad esempio Maiden o Priest, che sfido anche i più esperti del genere a conoscere. A fianco dei "nomi di punta", tra i quali Saxon, Venom, Angel Witch, Tokyo Blade, Diamond Head, troviamo infatti band sommerse dalle sabbie del tempo come Hellanbach, Aragorn, Brooklyn, Persian Risk, Fist, Gaskin, Bitches Sin e una marea di altre. Il packaging è molto buono, il contenitore è di cartone rigido e si apre a scrigno, i tre CD sono contenuti da una busta anch'essa di cartoncino e il libretto, a colori, consta di venti pagine. Non credo ci sia in commercio niente di così appassionato, minuzioso e curato.
"Hey, mister deejay won'tcha hear my last prayer?
hey ho, rock and roll deliver me from nowhere"
Open all night, Nebraska, 1982
Bruce Springsteen è l'artista più taggato del blog (siamo a quaranta post nel corso degli anni), ed è anche l'artista musicale che, come ho già avuto modo di affermare, fa più parte di me. Ciononostante, o forse proprio per questo, non gli ho mai risparmiato critiche, evidenziato incoerenze, segnalato un'eccessiva deriva "istituzionale", nonchè, di recente, rimproverato una bulimia di pubblicazioni dal valore altalenante ma tendente al basso, in palese contrasto con il rigore assoluto delle sue scelte nel periodo maggiormente florido ed ispirato (indubbiamente l'orizzonte temporale 1972/1984).
Ecco, per uno come me, che coltiva questo tipo di relazione con un artista (non sono l'unico, devi sapere che gli springstiniani - brutta razza - misurano la propria credibilità enunciando il numero di concerti visti del Boss, allo stesso modo con cui i ragazzini si sfidano misurandosi l'uccello), il momento del biopic movie non è un momento banale. Mettiamoci anche che fa strano assistere ad un film biografico con l'artista ancora in vita e che partecipa attivamente alla sua realizzazione. Non vorrei davvero essere nei panni del suo psicanalista. O forse sì.
Per fortuna, un pò ricalcando la stessa scelta compiuta per il recente film su Dylan, la pellicola si concentra su un periodo limitato della vita del rocker. Se per Bob era il primo lustro di carriera discografica, per Springsteen è addirittura poco più di due anni: dall'ultima tappa del trionfale tour di The river (Cincinnati, 13 settembre1981), passando per l'uscita di Nebraska (30 settembre 1982), e all'anno successivo, in cui mette a punto Born in the USA e inizia il suo lungo percorso terapeutico.
Il film di Scott Cooper è una trasposizione del libro di Warren Zanes Liberami dal nulla, recensito giusto qualche mese fa, che affronta una manciata di temi esistenziali ricorrenti per il Boss: la sua vita giù dal palco, le conseguenze del difficile rapporto col padre, il suo rapporto rigoroso con la musica che produce(va) e la depressione.
La difficoltà di mettere in scena una biografia di un artista marchiato a fuoco nella cultura pop è quello di trovare un bilanciamento e creare un prodotto audiovisivo d'impatto che accontenti i milioni che lo idolatrano e chi, il resto del pubblico potenziale, vorrebbe semplicemente assistere ad un film coinvolgente. Lascio ai secondi rispondere se la sfida sia stata vinta. Il mio giudizio alla prima visione è che il film vive di alti e bassi, pur raggiungendo la sufficienza piena (3,25/5).
Tra gli aspetti che non mi hanno del tutto convinto ci sono proprio quelli più tecnici, della messa in scena, in particolar modo il bianco e nero delle scene in flashback mi hanno lasciato una sensazione di prodotto televisivo (ci sarà un modo alternativo di fare uno stacco temporale senza ricorrere al b/n?). Inoltre, capisco che Jeremy Allen White - che pure è impressionate nella sequenza live in cui interpreta Born to run - dovesse "travestirsi" da Bruce, ma indossare per metà film la camicia che il vero Springsteen portava sulla copertina di The River forse è un pò too much.
D'altra parte chi, come me, si è documentato negli anni sulla storiografia springstiniana, avrà apprezzato alcuni riferimenti: la battuta del discografico in relazione alla montagna di outtakes (i pezzi inediti) di qualità che, fino al 1998, Bruce ha caparbiamente negato ai suoi fans (e alla CBS); l'enorme influenza che i Suicide hanno avuto durante la realizzazione di Nebraska (importante perchè il duo newyorchese muoveva in ambiti musicali abissalmente distanti da quelli della E Street Band); le note influenze cinematografiche, quali La rabbia giovane (il cui titolo originale, Badlands, è anche una delle sue canzoni più note) laddove la vera storia della coppia omicida raccontata da Malick aveva letteralmente ossessionato Springsteen al punto da dedicargli il brano Nebraska e La morte corre sul fiume di Laughton, infine quelle letterarie (su tutte Flannery O'Connor). Ora, capisci bene che se per un lungo periodo vai avanti a dosi di Flannery O'Connor e Suicide è complicato che tu stia proprio bene bene. Provare per credere.
Sul
rapporto col padre, più volte trasposto nelle canzoni, Bruce si era appena lasciato alle spalle rabbia e risentimento,
precedentemente incanalate in canzoni come Factory,
nel 1978 ("Fine
della giornata lavorativa / Gli uomini escono dalla fabbrica con la
morte negli occhi / e faresti meglio a crederci ragazzo / qualcuno si
farà male stasera")
e Independendence
day del
1980 ("L'oscurità
di questa casa s'è presa il meglio di noi / c'è un'oscurità in
questa città che ha fatto lo stesso / ma loro non possono toccarmi
più / e tu non puoi toccarmi più / non faranno a me quello che gli
ho visto fare a te").
Ora,
con le session di Nebraska,
attraverso brani quali My
father's house, Used cars e My
hometown (che
sarà pubblicata in seguito, su Born
in the USA)
era iniziata la fase della compassione e della nostalgia, della
comprensione del grande male oscuro che divorava Douglas Frederick
Springsteen e che egli riceve in eredità.
"Io so chi sei, grande rockstar!". "Almeno tu lo sai". Lo scambio di battute tra il venditore di auto usate e il Boss è sintomatico di come Springsteen in quella fase si sentisse perso, irrisolto, tra una massa in adorazione crescente e il bisogno di solitudine e di ricerca di sè stesso che non poteva risolversi solo in un disco a bassa fedeltà, disperato e anomalo, ma con l'aiuto di un terapeuta.
Forse è anche qui che il film non colpisce al centro il bersaglio. Per i primi due atti ci sembra di vedere un artista tormentato dalla direzione musicale che vorrebbe intraprendere ma cui non riesce a dare la forma che vorrebbe, solo nel terzo, con l'attacco di panico, viene acceso un riflettore sulla patologia che lo attanaglia. Così facendo si ridimensiona a pochi minuti di narrazione la centralità di un problema che invece, da quanto ci dice lo stesso Boss nella sua autobiografia, non l'ha mai abbandonato nel corso di tutta la sua esistenza. E pur tuttavia, la sequenza della prima seduta psicanalitica ci arriva comunque diretta, potente e ottimamente gestita da Jeremy Allen White.
Sul momento m'è parsa un pò forzata anche la storia d'amore con Faye (un'intensa Odessa Young), ma, evidentemente, per l'artista era invece essenziale (e qui si scatena il nerd springstiniano) per il particolare della collana con San Cristoforo che Bruce continua ancora oggi ad indossare costantemente, a sancire probabilmente l'importanza di quella storia nella sua vita. Poi, certo, il rapporto con Faye ci serve anche ad entrare nelle difficoltà relazionali di un uomo abituato ogni notte ad avere decine di migliaia di persone in pugno, ma che scappa davanti a quelli che potrebbero diventare legami importanti, duraturi.
Viceversa ho particolarmente apprezzato l'interpretazione di Jeremy Strong, che, dopo l'eccellente prova fornita per Roy Cohn, l'avvocato luciferino e corrotto, cattivo maestro del giovane Trump, ci regala un'altra recitazione perfettamente in parte, con un meraviglioso basso profilo, che ben ci spiega il rapporto paterno (nonostante per età si dovrebbe parlare di fratellanza) di Jon Landau con Springsteen. Sua una delle battute più esaltanti del film, quella "Qui, in questo ufficio, nel mio ufficio, noi crediamo in Bruce Springsteen" in risposta al manager CBS che ironizzava sulle potenzialità della canzone My father's house, in effetti la più indigesta di Nebraska, con le sue sei strofe tutte uguali per sei minuti di durata. A lui Landau fa digerire il diktat di Springsteen "no singles, no press, no tour", qualcosa di inaccettabile, per il mercato discografico dell'epoca e per un artista che ha costruito la sua leggenda sui concerti.
In realtà, alla fine, un singolo fu pubblicato. Si trattava di Open all night. E' dall'ultima riga di testo di questo pezzo saturo di disperazione e solitudine (richiamata in premessa al post e curiosamente identica ad un'altra canzone del disco, State trooper), che deriva il titolo della pellicola. Dedicargli qualche secondo pedagogico per spiegarlo forse sarebbe stato opportuno, diversamente lo spettatore deve sbizzarrirsi in ipotesi (anche irriverenti) sulla sua ragion d'essere.
Mettiamola così: il disco Nebraska (su cui peraltro tornerò a breve per la pubblicazione di una expanded edition) è uno dei più importanti della storia moderna della musica, il libro Deliver me from nowhere è un testo importante per comprenderlo a fondo, questo film è un buon prodotto che tuttavia dubito resista in salute all'erosione del tempo.