lunedì 8 giugno 2020

Discovering Elton John (in the seventies)

A Beginners Guide to Elton John | Backseat Mafia

Nei miei primi anni ottanta vagavo senza direzione e soprattutto senza una guida che potesse incanalare la mia insaziabile fame di musica. Col senno di poi, almeno fino al termine del decennio, mi sono perso buona parte della musica che contava, orientandomi, coi pochi soldi a disposizione per acquistare i dischi (uno al mese, non di più, e se sbagliavi titolo te lo tenevi), per fortuna sul metal e sul rock americano, ma anche su molto di quello che passava, attraverso i video musicali, in televisione o alla radio.
Era inevitabile che in questo procedere a tentoni mi conducesse anche dalle parti di Sir Elton John. Il primo approccio fu con l'album Reg Strikes back, del quale mi piacevano i singoli I don't wanna go with you like that e Words in spanish. Da lì all'inevitabile greatest hits il passo fu breve. Poi, per fortuna, arrivarono i novanta e del buon Reginald e di quel pop iper prodotto con l'effetto di batteria gated reverbe non sentii più il bisogno.
Fino all'anno 2019, quando la visione del coloratissimo biopic Rocketman ha riacceso la mia curiosità.
E' grazie a quel film che ho scoperto l'Elton John degli esordi, quando era un'artista eccitante e cool che, grazie alla collaborazione con uno più prolifici parolieri di tutti i tempi, Bernie Taupin, sfornò dieci album nei primi sei anni di carriera, dal 1969 al 1975. Un entertainer dai concerti energici, dove si produceva in esibizioni atletiche, come il famoso salto sul pianoforte immortalato in molte fotografie dell'epoca.

Ecco in quell'irripetibile periodo di ispirazione, più in particolare fino al 1973 con l'apice creativo Goodbye yellow brick road, ho scoperto una vera e propria vena d'oro satura di soul, virtuosismi pianistici imbullonati dentro la tradizione ragtime e honky tonk americana, accenni di blues e di rock and roll, finanche country, ballate piene di pathos.Tutta roba mai entrata in nessuna raccolta di successi. Pazzesco.
Per fare qualche rapido esempio parto dal pezzo cardine del film, cantato anche dall'attore Taron Egerton sui titoli di coda, vale a dire Take me to the pilot, dall'album eponimo del 1970. Un pezzo con un crescendo incredibile, ricolmo di soul e di arroganza, letteralmente irresistibile. Si potrebbe poi passare a Ballad of a well-known gun (Tumbleweed connection, anch'esso 1970), con il suo intro di chitarra nervosa, country-rock, che si apre poi ad un'altra grandiosa melodia soul e un inaspettato, strepitoso, solo di chitarra di Caleb Quaye. Nello stesso lavoro Country comfort, che torna ad accarezzare con classe e leggerezza lo stile country. Taccio su Tiny dancer (Madman across the river, 1971) perchè è criminale non conoscere questa ballata e passo alle tracce contenute nell'album Don't shoot me, I'm only the piano player (1973). Questo disco, sicuramente ricordato per le mega hits Crocodile rock e Daniel, contiene perle di altissimo valore come Elderberry wine; Teacher I need you o Have mercy on the criminal.
Nel capolavoro Goodbye yellow brick road non si può fare a meno di segnalare la lunga opener Funeral for a friend, incredibile esercizio diviso in due movimenti, il primo in stile progressive e il secondo che sfocia in un rocchettone seventies.
Chiudo questa breve carrellata di brani, come si usa dire: esemplificativi ma non assolutamente esaustivi del fantastico periodo preso in esame, che, anche presi singolarmente avrebbero fatto la fortuna di qualunque cantante, con l'album Honky chateau, quello di Rocketman, che porta a casa una incantevole, esplosiva e, suppongo, autobiografica I think I'm going to kill myself e una ballata come Mona Lisas and Mad Hatters.
Ecco, questo è solo un accenno di quello che è stato capace di creare, assieme a Taupin,Elton John in quell'irripetibile periodo. Le mie considerazioni probabilmente suoneranno ovvie per molti, che già conoscevano il primo repertorio del cantante inglese, ma se potessero invece servire anche ad un solo lettore per riscoprire, come è capitato a me, tanta musica eccellente, ecco, mi accontenterei.

giovedì 4 giugno 2020

Il tempo dei cani pazzi (1996)

Il tempo dei cani pazzi (1996) - Trama, Citazioni, Cast e...

Da quando ho iniziato a mettere il voto accanto alla lista dei film visti nei miei consuntivi bimestrali, non è mai capitato che piazzassi ad un titolo un "s.v." (senza voto). 
Siccome l'ho fatto per Il tempo dei cani pazzi, mi sembra giusto spiegarne il motivo.
Questa pellicola, che si inserisce nel filone gangster movie, è semplicemente una delle produzioni più senza senso che abbia mai visto. Talmente sfasata che è difficile pensare sia frutto di incompetenza tecnica, e che, piuttosto, sia stata pensata proprio con questo scopo.
A fronte di un cast lussuoso, tra personaggi principali (Richard Dreyfuss; Gabriel Byrne; Jeff Goldblum; Ellen Barkin; Diane Lane) e camei (Gregory Hines; Burt Reynolds; Richard Pryor; Billy Idol; Paul Anka; Henry Silva), il regista (nonchè sceneggiatore e attore, nel ruolo di Falco) Larry Bishop riesce a mettere insieme un puttanaio senza capo ne coda, una storia incomprensibile, dei dialoghi al livello di The room (considerato il più brutto film della storia del cinema, celebrato da The disaster artist), e infine una regia allucinante, tra carrellate, ralenty e primi piani piazzati letteralmente alla cazzo.
Gli attori appaiono, comprensibilmente, spaesati, incastrati in characters che li obbligano a recitazioni costantemente fuori dalle righe, in un film che sembra una parodia dei gangster movie, ma non sembra rendersene conto.
L'incredulità ti assale e ti chiedi come sia possibile con un budget importante e un cast di questo livello assistere a qualcosa di così sconclusionato e surreale.
E allora ti sovviene che la chiave di lettura possa essere proprio questa, una colossale presa per il culo dello spettatore avvezzo a questo genere cinematografico, diversamente non si spiega il perchè ai tre personaggi principali vengano dati nomi che si distinguono tra loro in pratica solo per la prima consonante (Vic, Mick, Nick). 
In pratica un colossale trip di acido elargito gratuitamente a tutti. 
Una specie di The ring in cui dopo la visione non si muore, ma si viene presi da visioni lisergiche. 
Per questo, un film così, un'esperienza extrasensoriale, non può essere giudicato contenendosi dentro il limitato perimetro di un voto. Gioca in un altro campionato.

lunedì 1 giugno 2020

Biff Byford, School of hard knocks

BIFF BYFORD - School Of Hard Knocks

Anche se sono due (Byford e il chitarrista Paul Quinn) i membri storici dei Saxon presenti dal primo disco del 1979, tre se consideriamo anche Nigel Glocker, con la band dal 1981, è innegabile che ormai l'inossidabile gruppo inglese sia a tutti gli effetti una one man band saldamente nelle mani di Peter Rodney "Biff" Byford.
Pertanto, se il cantante ha sentito l'urgenza di uscire con un disco a proprio nome ad oltre quattro decenni dal suo debutto, avrà avvertito anche l'impellente esigenza di dire cose diverse da quelle espresse con il monicker che l'ha reso famoso, almeno in ambito heavy metal. 
Giusto?
Evidentemente no, perchè, nonostante i primi versi dell'opener Welcome to the show ("I've been waiting for this ever / and now we're here"), non si capisce davvero il senso di un disco che fondamentalmente non si discosta dalla roba dei Saxon.

School of hard knocks dietro una copertina, quella sì molto suggestiva e lontana dalle cover saxoniane, arriva dopo un brutta battuta d'arresto causata da serie complicazioni alla salute di Byford che l'hanno costretto prima ad un'operazione al cuore e poi ad un ovvio periodo di inattività, ma non lascia respirare all'ascoltatore nessuna emozione particolare legata all'eccezionalità del progetto o ai problemi dell'autore.
Il disco muove infatti su sintonie che spostano impercettibilmente il baricentro heavy dei Saxon su di un hard rock comunque molto robusto, con pezzi che, se ascoltati su uno dei recenti dischi della band, non avrebbero dato adito a nessuno di notare la differenza (Welcome to the show; la title track; Worlds collide; Pedal to the metal; Hearts of steel). 
Le poche divagazioni sono da ricercare col lanternino: nel break di genere progressive di The pit and the pendulum e nel trittico finale: la cover di Throw down the sword degli Wishbone Ash (ancora dalle parti del prog), la ballata pop folk You and me (dedicata alla moglie) e forse nella growin ballad classic rock Black and white (anche se il profumo è quello dei Saxon periodo glam).

Non un brutto disco, intendiamoci, ma un'operazione superflua quello probabilmente sì. E dire che tutto ci aspettavamo dal nostro Biff meno che fosse così poco coraggioso nel prendersi una vacanza dai suoi luoghi abituali.

giovedì 28 maggio 2020

Cell block 99 - Nessuno può fermarmi (2017)

Cell Block 99 - Nessuno può fermarmi (2017) - Streaming | FilmTV.it

Non sempre mantengo gli impegni assunti, ma a sto giro sono contento di averlo fatto, perchè con Brawl in a cell block 99 chiudo la breve ma intensa filmografia di S. Craig Zahler (recensita qui) e la chiudo col botto, cioè con la sua pellicola migliore.

Bradley Thomas (Vince Vaughn) ha avuto una giornata di merda. Licenziato a causa della crisi, torna a casa in anticipo e scopre che Lauren, la moglie (Jennifer Carpenter), ha un amante. Dopo un comprensibile scoppio d'ira sfogato sulla macchina di lei, letteralmente scarnificata a mani nude, Brad ritrova la calma, parla con la moglie e decide di dare una svolta alla loro vita, altrimenti senza sbocchi, tornando a fare il corriere della droga per Gil, un suo vecchio boss.
Passa il tempo e va tutto benone, i soldi girano e Lauren è in dolce attesa, fino a quando Gil si mette in affari con i messicani, obbligando Bradley ad un recupero di droga in mare assieme a due sgherri, appunto messicani, di cui il nostro diffida. Come prevedibile la situazione precipita e Bradley viene arrestato. In prigione scoprirà che il tempo da scontare non è il suo principale problema perchè il cartello metterà in atto contro di lui un'ignobile vendetta.
Ma Bradley Thomas non è tipo da starsene a guardare.

L'ho detto in premessa, questo è un filmone. Vince Vaughn fornisce probabilmente la sua migliore prova d'attore, e d'altro canto Zahler si gioca tutte le carte su di lui, standogli sempre appiccicato con la macchina da presa, sfruttando al massimo la sua fisicità e regalandogli un character meraviglioso: un omone calmo, intelligente, inoffensivo, almeno fino a quando non è obbligato a combattere per la vita della propria famiglia. In quel caso si trasforma in un golem dall'incedere lento ma inarrestabile, una figura dolente, drammatica, vendicativa.
Al terzo film di Zahler la mano del regista è ormai riconoscibilissima: narrazione lenta, sensazione costante di angoscia, attesa di una deflagrazione improvvisa e imminente, ultima parte violentissima.
La sequenza iniziale in cui Vaughn vandalizza a mani nude un'auto è qualcosa di sensazionale, mai vista in precedenza. Lì si intuisce tutta la personalità di Thomas, un uomo ferito e umiliato dalla vita che dà sfogo alla sua rabbia devastante senza torcere un capello alla moglie con la quale invece è poi comprensivo e consapevole dei suoi errori di marito.
Si tratta ovviamente solo dell'antipasto, perchè in galera succederà qualcosa che obbligherà Bradley a rivolgere la sua forza contro tutti quelli che gli si frappongono, siano essi secondini o altri carcerati, massacrati a mani nude in scene di lotta crude, realistiche ed efficaci come non è comune vederne.
Il finale del film, splendido, trova poi un equilibrio difficile ma perfetto, tra vendetta, violenza bruta, sentimento e persino poesia.

In un film così, che è davvero un one man show, si segnalano comunque le buone prove attoriali di Jennifer Carpenter (ripescata in un cameo anche in Dragged across concrete) nel ruolo della moglie; un terribile e glaciale Udo Kier, lo sgherro dei messicani,  e Don Johnson, lo spietato direttore della prigione, che in questa fase della carriera, attraverso piccole parti spesso da villain (Django, Watchmen la serie, Knives out, Cold in July, Machete, lo stesso Dragged across concrete, solo per citarne alcune)  sta recuperando grande dignità rispetto ad una carriera che si era arenata in interpretazioni/bancomat (qualcuno ricorda Torno a vivere da solo di Jerry Calà?).

Un gran bel film che (ri)porta il genere a vette altissime.

lunedì 25 maggio 2020

Gotthard, #13

GOTTHARD - #13

Attivi da quasi trent'anni, gli svizzeri (del Canton Ticino) Gotthard sono riusciti a a ritagliarsi un proprio spazio nell'affollato campo di riferimento dell'hard rock, riuscendo a superare momenti di stanca, terribili traumi (la morte dello storico singer Steve Lee) ed arrivando, album dopo album, alla loro opera numero tredici, che, per non sbagliare i conti, hanno titolato proprio #13.
Il cantante Nic Maeder che strilla baad neews apre le danze di questo lavoro, che da subito appare potente e di immediata presa, muovendosi agevolmente nell'ambito hard rock melodico di stampo americano, con limitatissime influenze blues (forse giusto l'intro di Man on a mission).
Per il resto riffoni ad alto contenuto di carboidrati, melodie ineccepibili per il genere, refrain potenti, ottima personalità pur dentro un genere che, per antonomasia, non ha più nulla da dire, solo regalare attimi di divertimento con canzoni fatte bene.
E qui di canzoni ben scritte e ottimamente eseguite, anche grazie alla collaborazione di Francis Rossi degli Status Quo, ne troviamo una buona raccolta: da Every time I die dove riecheggiano i Mr Big, ad una Missteria con sottofondo ritmi arabeggianti, le toste Another last time; No time to cry e l'arena rock di Better than love. In molti hanno trovato inopportuno includere nella tracklist una cover degli ABBA, io, che non ha mai sopportato il gruppo svedese, penso invece che il trattamento a cui i nostri hanno sottoposto la hit S.O.S. sia di tutto rispetto, per come è stata mutata da motivetto pop a power ballad.
La Svizzera che ci piace.

giovedì 21 maggio 2020

Deathgasm (2015)



La Nuova Zelanda non è un Paese per metallari. E infatti Brody, che si trasferisce a Greypoint per essere affidato allo zio dopo che la madre, tossica, finisce in un istituto psichiatrico per aver tentato di spompinare il Babbo Natale di un centro commerciale, è un ragazzo totalmente alienato e bullizzato, in particolar modo dallo stesso cugino che lo ospita.
Incredibilmente però a Greypont c'è anche un negozio di dischi metal, dove Brody incontra il "fratello di metallo" Zakk, che, a differenza sua, è cool, strafottente e pienamente realizzato. Assieme a lui e a due nerdissimi del liceo, metteranno su una band, i Deathgasm, e dopo aver recuperato un antico spartito e averlo suonato attraverso un doom marziale, si troveranno ad invocare, beh i peggio demoni esistenti.

Con i quattro spicci della mancia mensile, il regista, sceneggiatore e soggettista Jason Lei Howden mette su uno spettacolo folle, demenziale e, soprattutto, splatterosissimo.
Un film realizzato con effetti quasi esclusivamente analogici che rievoca il fascino delle pellicole minori degli ottanta, nelle quali, attraverso il lavoro di bravi artigiani, litri di sciroppo d'acero e metri di lattice si portavano sullo schermo mattanze ignoranti e brutali.
Deathgasm è tutto questo, condito però dall'ingrediente aggiunto della musica metal e da tanto umorismo, macabro, ma non solo, come nel caso della battaglia a colpi di cazzi di gomma e dildi o della decapitazione del cugino bullo.
Per il resto bisogna essere pronti ad un florilegio di sangue zampillante, budella che non stanno dove dovrebbero stare, peni mozzati, orbite prive dei propri bulbi oculari, crani spaccati in due e facce fresate.
Il tutto però senza prendersi mai sul serio e sempre fedeli al motto: "death to false metal"!


lunedì 18 maggio 2020

Hayseed Dixie, Blast from the grassed

HAYSEED DIXIE - Blast from the Grassed | 5055869546911

Inevitabili come la ciucca del sabato sera degli allevatori di bestiame del Tennesse (stato che ha dato loro i natali) gli Hayseed Dixie tornano con il sedicesimo lavoro in meno di vent'anni di discografia e stavolta, dietro una copertina modello compilation da cestone all'autogrill, puntano, seppur tra qualche divagazione, al pop degli anni ottanta.
Chi li conosce (e li ama) sa già cosa aspettarsi. Il sound acustico, generato esclusivamente dagli strumenti a corda dei quattro debosciati non prevede grossi stravolgimenti in tema di arrangiamenti dei brani originali. 
Le melodie, i refrain dei pezzi sono tutti lì, riconoscibilissimi già dai primi istanti.

Si parte con uno dei brani, volente o nolente, simbolo di quegli anni, vale a dire Africa dei Toto (di recente riproposta anche dai Weezer) e si entra subito nel mood. Nella parte del disco dedicato a questo periodo musicale trovano poi spazio Take on me; Tainted love; Shout; Sweet dreams are made of this; Eternal flame (il pezzo originale delle Bangles rappresenta un mio enorme guilty pleasure) e la Blue monday dei New Order.
Nella sezione slegata dal decennio da bere trovano posto i Bee Gees (Stayin alive), Elvis (la monumentale Suspicious mind), Simon & Garfunkel (Mrs Robinson), gli Abba di Dancing Queen e ... Taylor Swift (You need to calm down).
Di norma non riporto la lista completa delle canzoni che compongono un album, ma nel caso degli Hayseed parte del gioco è proprio la curiosità di scoprire quali pezzi 'sti debosciati sono andati ad innaffiare di birra e whiskey e quindi ci può stare una sana eccezione alla regola.
Sapete benissimo cosa aspettarvi: divertitevi senza troppe menate.

giovedì 14 maggio 2020

Steven Craig Zahler: Bone tomawakh (2015) e Dragged across concrete (2019)

S. Craig Zahler: «Dragged Across Concrete e il mio rifiuto delle ...

Post irrituale, questo odierno, anche se lo spunto per scriverlo è sgorgato in maniera spontanea. 
Durante la fase uno del lockdown, nel giro di pochi giorni ho visto in breve sequenza due film che hanno lasciato il segno. 
Il primo è un western, Bone tomahawk, il secondo un poliziesco, Dragged across concrete (in italiano Poliziotti al limite - evito ogni commento - ). 
Grande è stata la mia sorpresa quando, nello scorrere le schede delle due pellicole, ho scoperto che entrambe sono frutto del lavoro (sceneggiatura e regia) della stessa persona: S. Craig Zahler. 
Dalla ricerca di informazioni in rete emerge la poliedricità di SCZ che, oltre a cimentarsi nel cinema, è anche romanziere (quattro i  libri fin qui pubblicati) e musicista, con lo pseudonimo di Czar, assieme a due band metal, Charnel Valley (genere black) prima e Realmbuilder (epic) poi, mentre con il suo nome di nascita ha firmato le colonne sonore proprio di questi due titoli.
A prescindere dalla carriera che farà, uno così meritava specifica segnalazione.

Ma passiamo ad una breve recensione dei due film:

Bone Tomahawk - Film (2015) - MYmovies.it

Bone tomahawk ha tutto del western classico: ambientazione, incedere lento, caratterizzazione personaggi. 
Kurt Russell, che ha girato in stretta sequenza a Bone tomahawk The hateful eight di Tarantino, conservando in parte il look di frontiera, è lo sceriffo di Bright Hope, cittadina che, a dispetto del nome, non è nient'altro che un buco sperduto con quattro case sputate sulla terra battuta che vive sulla presenza stagionale dei cercatori d'oro. Una notte, mentre sta medicando un prigioniero, viene rapita Samantha (Lili Simmons), moglie dell'allevatore Arthur (Patrick Wilson), costretto alla parziale immobilità a causa di una grave frattura alla gamba. I colpevoli vengono individuati in una tribù di indiani dediti al cannibalismo che vive in zone impervie ed isolate. Nonostante la menomazione alla gamba Arthur si unisce allo sceriffo e al suo vice Chicory (un immenso Richard Jenkins) e al misterioso avventuriero Brooder (Matthew Fox, irriconoscibile) per la più classica delle spedizioni di salvataggio.

Non bisognerebbe svelare nulla della trama di Bone tomahawk, per non rovinare la sorpresa di un film che per tre quarti è un ottimo western per gli scenari, i characters, l'incedere e gli imprevisti che capitano alla squadra di soccorritori, e poi, nell'ultima sua parte, si trasforma in un horror a tinte gore, la cui visione in alcune sue sequenze risulta quasi insostenibile (almeno per me). 
Insomma, un prodotto estremamente originale, una sceneggiatura che dona ad ogni singolo personaggio forte credibilità, una messa in scena solida e un pugno di attori in ottima forma (Russell, Jenkins, Fox). 

Dragged Across Concrete - Film (2018)

Dragged across concrete  muove invece in territori crime/polizieschi.
Brett (Mel Gibson) ed Anthony (Vince Vaughn) sono sospesi dal servizio per aver usato eccesso di violenza nell'arresto di uno spacciatore messicano. Brett, veterano che non ha mai fatto carriera proprio per i suoi metodi, ma agente integro, ha una situazione familiare delicata (vive in un quartiere povero nel quale la figlia sfiora quotidianamente l'aggressione, e sua moglie è malata di sclerosi) e decide di rischiare tutto, rapinando un delinquente, per regalare ai suoi cari una vita migliore. Nel farlo, coinvolge il suo partner, che sembra accettare solo per non abbandonarlo ai pericoli dell'impresa. 

Dragged across concrete (titolo splendido, by the way) è un poliziesco che si muove su modalità narrative d'altri tempi, da Nuova Hollywood (mi sovviene ad esempio il William Friedkin de Il braccio violento della legge). La storia scorre lenta, realistica, si prende tutto il tempo che nella vita vera serve per fare appostamenti o pedinamenti lunghi giorni e giorni. Lo screenplay scava dentro i personaggi depistando lo spettatore che deve scegliere con chi schierarsi, continuamente spiazzato sull'identità dei buoni e dei cattivi. Persino ad alcuni personaggi che hanno poche sequenze di film viene data, brevemente, storia e dignità (è il caso di Kelly, neomamma ed impiegata in banca, interpretata da Jennifer Carpenter, l'indimenticabile Debra Morgan di Dexter). 
Mel Gibson si cala bene nel ruolo del poliziotto stanco, disilluso, rassegnato, che cerca almeno di salvare la sua famiglia da un destino segnato e che affronta tutte le situazioni assegnando ad esse una percentuale matematica di riuscita. 
Due ore e mezza di film (durata ormai inusuale per un prodotto che non sia un action ad esplosioni continue) che, grazie al coinvolgimento della storia e alla messa in scena di Zahler, scorrono agevolmente, accompagnandoci all'ineluttabile finale, non prima di  uno showdown carico di violenza, sadismo e conseguenze di scelte sbagliate.

Un inaspettato gioiellino crime, un regista da continuare a tenere d'occhio, magari, lo dico a me stesso, recuperando gli altri suoi film, a partire da Cell block 99 del 2017.

lunedì 11 maggio 2020

In This Moment, Mother

Recensione IN THIS MOMENT - 'Mother' - Rock Rebel Magazine

Gli In This Moment tentano il colpo grosso.
Che la dimensione metal cominciasse a stare stretta alla band losangelina della lanciatissima singer Maria Brink era emerso già dagli ultimi lavori, e in particolare da Ritual (2017).
Evidentemente la band, che nasce metalcore, ha fatto tesoro delle critiche ricevute per quell'album e ha operato dei correttivi, ma sempre perseverando sulla strada maestra dell'allargamento della fanbase.
E in questo Mother degli In This Toment degli esordi (e di metal) rimane ben poco.
Un male?
Non necessariamente.
Le quattordici tracce del disco (per circa cinquantacinque minuti di durata) muovono infatti su scenari musicali desolati e oscuri a cui non serve la suggestione del growl (che infatti viene usato in rarissimi casi) o della violenza  musicale per affermarsi nella loro nitida oscurità.
Anche l'annuncio della scelta delle cover, almeno in due casi su tre, aveva lasciato perplessi. Fly like an eagle della Steve Miller Band e, soprattutto, la sputtanatissima We will rock you dei Queen rischiavano di essere un disastro di dimensioni apocalittiche.
L'interpretazione della band è invece post-apocalittica, innovativa e dannatamente efficace, al punto da riconciliare con canzoni ascoltate migliaia di volte. In particolare We will rock you rinasce letteralmente, anche grazie al featuring di Lizzy Hale (Halestorm) e Taylor Momsen (Pretty Reckless).
La terza cover spiazza invece per altre ragioni, trattandosi di Into dust di Mazzy Star, gruppo che occupa tutt'altro scaffale "filosofico" rispetto ai ITM.
The In-Between; Hunting grounds (con Joe Cotela dei nu-metallers Ded); la old style Lay me down e As above, so below rappresentano invece il meglio dei pezzi inediti, per un disco che coniuga sapientemente suggestioni gotiche e refrain catchy, risultando nel suo insieme riuscito e convincente.

giovedì 7 maggio 2020

Benvenuti a Marwen (2019)

Poster Benvenuti a Marwen

Dopo aver subito un brutale pestaggio che gli ha lasciato profonde cicatrici psicofisiche, Mark Hogancamp passa le sue giornate allestendo maestosi set per bambole (modello Barbie, per intenderci) in casa e in giardino, dove vivono avventure ambientate in un ipotetico paese belga (Marwen, che in realtà è la crasi tra il suo nome e quello della sua ex, Wendy) ai tempi della seconda guerra mondiale.
Leader del gruppo di "pupe", come le chiama lui, è l'alter-ego di Mark, una sorta di Big Jim soldato, chiamato Capitan Hogie. Dentro le storie e attraverso i personaggi di questo set perpetuo, Mark fa rivivere a codeste figure di plastica le sue gioe e i suoi traumi, dando ad ognuna di esse nomi e comportamenti delle persone da lui conosciute nella vita reale.

Tratto da una storia vera che era stata raccontata nel documentario del 2010 Marwencol (la differenza tra i due titoli è svelata nel finale) e messa in scena con classe ed eleganza da parte di Robert Zemeckis, Benvenuti a Marwen, attraverso la vicenda di Mark, e dentro una messa in scena che oscilla tra live action e modalità stop motion delle bambole, spiega meglio di un trattato psicologico i ricoveri che la mente umana si crea per rifugiarsi dai traumi più terribili. Le abitudini, le fisse, la ripetitività delle giornate, dentro le quali Mark affoga le sue angosce sono, in forme ovviamente diverse, le stesse che molti di noi utilizziamo. E anche lo sguardo sprezzante di quanti vedono questo uomo bambino come un diverso da disprezzare è il medesimo che, a volte, ci è capitato di subire.
Il film non è un one man show, ma la bravura di Steve Carrell nel dare volto e fisicità sofferta a questo character è tale che davvero non si hanno occhi che per lui e per i demoni interiori che lo dilaniano.

Film semplicemente incantevole, in bilico tra fiaba e quotidiana disperazione.
Un balsamo per l'anima.

lunedì 4 maggio 2020

MFT: marzo aprile 2020 (Coronavirus edition)

ASCOLTI

Accept, Balls to the wall
Huey Lewis and the News, Weather
Anvil, Legal at last
Cattle Decapitation, Death atlas
Albert Cummings, Believe
Ozzy Osbourne, Ordinary man
Pearl Jam, Gigaton
Dr Feelgood, Stupidity
Tesla, Five man London jam
Me and that man, New man, new songs, same shit. Vol 1
Brian Fallon, Local honey
Cripple Bastards, Variante alla morte
King Crimson, In the court of king Crimson
Heaven Shall Burns, Of truth of sacrifice
Hayseed Dixie, Blast from the grassed
Therion, Vovin
Body Count, Carnivore
Greg Dulli, Random desire
Supersuckers, Play that rock and roll
James Taylor, American standards
Rush, Moving pictures
Shakra, Mad world
Logan Ledger, ST
Lucinda Williams, Good souls better angels
The Strokes, The new abnormal
Biff Byford, School of hard knocks
Cirith Ungol, Forever black
Danzig, Danzig sings Elvis
In This Moment, Mother
Corrosion of Comformity, Deliverance
Dissection, Storm of the light's bane
Enrico Ruggeri, Pezzi di vita
Richard & Linda Thompson, I want to see the bright lights tonight


VISIONI

La foresta pietrificata (4/5)
The square (3,5/5)
Terrore dallo spazio (5/5)
Skyscraper (1,5/5)
I figli degli uomini (3,5/5)
Stretch, Guida o muori (3/5)
La porta sul buio, Il tram (film tv) (2,5/5)
Il cacciatore di taglie (1980) (3/5)
Attacco al potere 3 (1,5/5)
Per un pugno di dollari (3,5/5)
Per qualche dollaro in più (4/5)
Scappo a casa (2/5)
American gangster (3/5)
C'era una volta nel west (5/5)
Giù la testa (4/5)
Juliet, naked (3/5)
RocknRolla (2,5/5)
La guerra di Charlie Wilson (2/5)
I predatori di Atlantide (2,5/5)
Cane mangia cane (3,5/5)
Spider-Man - Far from home (2/5)
La proprietà non è più un furto (3,5/5)
Holmes & Watson (2/5)
Sbatti il mostro in prima pagina (3,5/5)
L'uomo dal braccio d'oro (4/5)
Arrivederci professore (1,5/5)
Quattro mosche di velluto grigio (3/5)
Caccia al ladro (3,5/5)
La gang (1951) (2,5/5)
Captive state (3/5)
El camino (3/5)
Gli uomini d'oro (2,5/5)
Ad astra (3,5/5)
The collector (3/5)
Noi (4/5)
Sei donne per l'assassino (4/5)
Bone tomawakh (3,5/5)
Il tempo dei cani pazzi (s.v.)
Festival express (4/5)
Il signor diavolo (3,5/5)
Focus - Niente è come sembra (1,5/5)
Non succede, ma se succede... (2/5)
La banda Baader Meinhof (3/5)
Permette? Alberto Sordi (1/5)
5 è il numero perfetto (4/5)
Benvenuti a Marwen (4/5)
Young americans (2,5/5)
La donna elettrica (3,5/5)
Croce e delizia (1,5/5)
Un uomo tranquillo (3,5/5)
Guns Akimbo (3/5)
Il mio amico Eric (4/5)
Dragged across concrete (4/5)

Il mio amico Eric: la locandina italiana del film di Ken Loach

Visioni Seriali

Broadchurch, st. 1  (4,5/5)
Black Mirror, st.1  (4/5)
Watchmen, st. 1      (5/5)


LETTURE



Joseph Heller, Comma 22
Francois Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock

giovedì 30 aprile 2020

5 è il numero perfetto

5 è il numero perfetto - Film (2019) - MYmovies.it

1972. In una Napoli notturna, oscura, inedita per la costanza con la quale viene flagellata dalla pioggia, si aggira solitario Peppino Lo Cicero (Toni Servillo), apparentemente incurante dell'acqua che scende incessante. Il suo obiettivo è la bottega di un artigiano che in realtà svolge l'attività di armaiolo clandestino. Il suo intento è regalare un revolver al figlio, che, come lui ha fatto in passato, svolge l'attività di killer al soldo della camorra. Da lì a poco il suo piccolo mondo, le sue regole, la sua vita cambieranno per sempre.

Esordio alla regia per l'artista multimediale italiano  (fumetti, sceneggiature, musica, cinema) Igort (Igor Tuveri), già autore e disegnatore della graphic novel da cui è tratto il film.
5 è il numero perfetto è davvero un'operazione inedita e coraggiosa per il nostro cinema. Un film atipico, girato con una abilità non da opera prima, che si colloca con visionaria originalità nel filone noir, da cui prende gli stilemi dell'eroe solitario senza nulla da perdere perchè gli è stata tolta ogni cosa, della voce fuori campo, dell'oscurità notturna che tutto avvolge, plasma e modifica, delle imprese spietate ma al tempo stesso romantiche e disperate.
La messa in scena di Igort è sontuosa, le tante sparatorie pagano in maniera esaltante il debito al cinema d'azione orientale (da John Woo a Kim Ji-woon) con degli artistici, splendidi ciuffi di sangue che lasciano il corpo delle vittime appena i proiettili lo colpiscono.
In questo contesto non ci poteva essere interprete migliore di Toni Servillo, per dare volto e fisicità a Peppino. L'attore de Le conseguenze dell'amore, anche con un naso posticcio che gli squadra il viso, si cala perfettamente in questo personaggio pieno di rimorsi e di rancore che torna a vivere e a reclamare vendetta, inizialmente per il lutto che lo colpisce, ma poi per tornare a sentirsi vivo. 
Ottimo anche Carlo Buccirosso, che, nei panni del compare che accompagna Peppino, Totò o' Macellaio, dimostra ancora una volta, e ormai non dovrebbe neanche più essercene bisogno, la sua poliedricità di interprete.

Insomma un film che è un unicum nel panorama italiano (è passato veramente un secolo dai gioiellini pop di Diabolik di Bava o Kriminal di Lenzi) e che, purtroppo, ma inevitabilmente, in sala hanno visto in pochi. 
Il danno è doppio, perchè il film è valido e perchè se 5 è il numero perfetto avesse avuto il successo che stramerita avrebbe potuto aprire la strada ad un nuovo filone di genere, tutto nostrano. 
Un autentico delitto non sia andata così.

lunedì 27 aprile 2020

Cattle Decapitation, Death Atlas (2019)

CATTLE DECAPITATION – Death Atlas

Nell'affollato panorama death metal i californiani (di San Diego) Cattle Decapitation si sono ritagliati, nel tempo, uno spazio di grande credibilità. Attivi ormai da un quarto di secolo, ambientalisti e animalisti convinti e quindi con testi che rispecchiano queste sensibilità, concentrandosi sulle crudeltà degli esseri umani nei confronti sia del mondo animale che, più generale, dei propri simili (attraverso lo sfruttamento del pianeta, le guerre o i genocidi), in vent'anni di produzione discografica, i CD hanno rilasciato otto album, fra cui l'ultimo, del 2019, Death Atlas, oggetto della presente recensione.

Chi, magari anche il sottoscritto, apprezza le sonorità estreme ma teme un pò la monoliticità e l'ossessiva ripetitività del death, può approcciare con fiducia a questo disco, perchè i Cattle Decapitation riescono a mantenere viva l'attenzione dell'ascoltatore per tutti i cinquantacinque minuti dell'opera, in virtù di una tecnica invidiabile e di una capacità di variare mood da composizione a composizione, sia dal punto di vista della costruzione del pezzo che dall'approccio canoro.
Basterebbe già la prima doppietta (dopo il prologo Antophogenic:end trasmission) The geocide/Be still our bleeding hearts a mettere in tavola le poderose carte stilistiche del combo: dopo un attacco in pieno stile death, blast beat e growling a manetta, si passa infatti all'uso dello scream ed a un ritornello in falsetto. Il tutto senza mai perdere la velocità nell'esecuzione. Un lavoro incredibile a livello interpretativo da parte dello storico cantante Travis Ryan e dei suoi affiatati sodali.

Ad intervallare le composizioni, e quindi ad "alleggerire" ulteriormente l'ascolto, la tracklist prevede un paio di interludi parlati (in aggiunta al prologo) con sottofondo ambient (The great dying I e II) e parlato robotico che imbullona le derive black metal allo stile dei californiani. 
Il commiato è affidato alla lunga, magniloquente title track, che muta pelle strada facendo, con passaggi dal death a suggestioni dark, accompagnate dall'uso baritonale della voce, qui in modalità Nick Cave, fino ad un finale in stile sinfonico, per la degna conclusione di un meraviglioso e forse inarrivabile compendio di metal estremo, che continua a crescere senza stancare anche dopo settimane di ascolti.

giovedì 23 aprile 2020

The dirt (2019)

Risultato immagini per THE DIRT FILM POSTER

Da fan della prima ora di questo "mucchio di pagliacci" (traduzione approssimativa del monicker Motley Crue), e avendo già letto l'autobiografia collettiva all'origine della trasposizione, non nascondo avessi una certa curiosità di vedere come le vicende dei quattro Crue potessero essere tradotte in linguaggio cinematografico. 
Il progetto del film su The Dirt, dato il successo dell'autobiografia, dopo aver girato per anni di scrivania in scrivania delle diverse major cinematografiche, ha trovato la sua realizzazione grazie a Netflix, che ne ha prodotto la trasposizione.
L'apprezzamento del film da parte degli utenti della piattaforma di streaming è stato tale da "convincere" Vince, Nikki, Mick e Tommy, che da tempo si detestano cordialmente, a strappare il contratto stipulato solo qualche anno fa, dove si impegnavano solennemente a chiudere per sempre la carriera del gruppo, e tornare per un mega tour estivo (coronavirus permettendo) negli stadi americani in compagnia di Def Leppard, Poison e Joan Jett.

Ma torniamo a bomba. Com'è il film? Beh, si parte bene, con le adrenaliniche ed irriverentissime sequenze iniziali (pronti via un torrenziale squirting, in questo caso indotto da Tommy Lee) sottolineate dall'ottima Red hot, e una prima parte che, alternando un montaggio veloce a fermi immagine, vuole dare, riuscendoci, la percezione della folle velocità alla quale girava, nei primi anni, l'universo Motley Crue.
Tuttavia il film, nel proseguo della narrazione, perde la sua "sporcizia" non riuscendo più a distaccarsi dal canonico racconto "a fasi" di quasi tutti i biopic musicali, oltre ad far prevalere, anche oltre il consentito, la realtà romanzata rispetto ai fatti accaduti, con un finale da overdose, ma di melassa.
La seconda parte della carriera della band (post 1989, anno della pubblicazione di Dr Feelgood) è stata davvero edulcorata in maniera insopportabile (almeno per chi un pò la conosce), oltre ad essere completamente tagliata di una dozzina di anni di storia (1995/2007 , periodo in cui sono usciti due album con formazioni a...geometria variabile).
Si vuole inoltre far credere che la riappacificazione (che ha portato nel 2008 alla pubblicazione dell'ottimo album Saints of Los Angeles)  sia avvenuta  grazie ad un banale colloquio chiarificatore tra amici al bar, molto alla "volemose bene", quando invece, per ammissione degli stessi protagonisti, la riunione si fece, ma si trattò di un incontro complesso, litigioso e affollato dai rispettivi legali.

Nessuna annotazione particolare sulla prova dei quattro attori che hanno impersonato i Crue. Fa sempre un certo effetto vedere il sadico aguzzino "Ramsey Bolton" (l'attore Iwan Rheon) in un ruolo diverso da quello che l'ha consacrato ne Il trono di spade, nello specifico nei malaticci panni di Mick Mars, tuttavia ci si fa l'occhio (oddio, quei parrucconi sono davvero inguardabili). Tra l'altro, scorrendo la pagina wikipedia dell'attore si scopre che il buon "Ramsey" nel 2015 ha anche inciso un disco (non di genere glam metal, ma folk).
Per quanto riguarda il resto della ciurma l'altro viso noto è quello del rapper/attore Machine Gun Kelly nelle ciondolanti vesti di Tommy Lee, mentre non mi fanno suonare nessuna campana Douglas Booth (Nikki Sixx) e Daniel Webber (Vince Neil).

In conclusione, dovessi esprimere un giudizio andrei dall'8 della prima parte al 5 della seconda. Ne uscirebbe pertanto un decoroso 6,5, che a mio avviso bene esprime il valore del film.

lunedì 20 aprile 2020

James Taylor, American standard

American Standard: James Taylor, James Taylor: Amazon.it: Musica

Nonostante la mia  fascinazione per la musica del passato, James Taylor non è mai stato la mia tazza di tè. C'è da dire che il settantaduenne cantautore americano (di Boston), a dispetto dell'enorme notorietà e del successo commerciale (si stima che i suoi dischi abbiano venduto cento milioni di copie), non sia in generale artista molto citato o dichiarato come fonte d'ispirazione, dai tanti nu folkers in giro, forse perchè giudicato poco cool (vuoi mettere, ad esempio, col "maledetto" Nick Drake?), troppo agè o mainstream, vallo a capire.

Ad ogni modo, dopo il ritorno ad un lavoro di inediti del 2015 (mancava dal 2002), molto ben accolto da critica e pubblico, Taylor torna rinvigorito con un disco di cover, American Standard, appunto. A differenza degli altri suoi lavori di questo tipo (Covers, del 2008 e l'EP Other covers, del 2009) l'operazione, come suggerisce il titolo,  abbraccia quell'immenso bacino di musica americana che va dallo swing, al jazz, al dixieland al musical, ricordando in questa filosofia, l'analoga operazione compiuta da Bob Dylan per i suoi ultimi tre lavori (Shadows in the night; Fallen angels; Triplicate).
Il tutto con il suo inconfondibile stile, che emerge nitido "nonostante" il frequente accompagnamento di una band al completo.
Si va da pezzi notissimi, come My blue heaven o Moon River, posti in apertura, Pennies from heaven, Ol'man river, a brani meno conosciuti, ma pieni di swing, come Sit down, you rockin' the boat (dal musical Bulli e pupe), o composizioni che rilanciano il noto impegno sociale del democratico James (You've got to be carefully taught).

Il risultato finale, nel farci riscoprire classici magari non così conosciuti dalle nostre parti, affascina e cattura, per colpa di quel dolceamaro effetto nostalgia di cui il buon James è uno dei più titolati cantori.

giovedì 16 aprile 2020

Gli uomini d'oro (2019)

Gli uomini d'oro - Film (2019) - MYmovies.it

Mi ero ripromesso di celebrare i progetti italiani che in qualche modo tentassero di uscire dai soliti soggetti nei quali la nostra industria cinematografica è precipitata da anni, e lo faccio volentieri con questo Gli uomini d'oro.
Il film di Vincenzo Alfieri (regia, co-sceneggiatura, co-soggetto), liberamente ispirato ad una vicenda realmente accaduta (un furto avvenuto a Torino nell'estate del 1996), ci racconta la storia di due uomini, portavalori delle poste, e dei loro complici, diversissimi tra loro, che per necessità assortite decidono, in maniera astuta e non violenta, di sottrarre tutto il denaro contenuto nel furgone blindato che quotidianamente guidano.

Alfieri mette in scena il film dedicando ai tre protagonisti principali (Morelli, De Luigi, Leo) un capitolo ciascuno ( "Il playboy";"Il cacciatore";"Il lupo") disallineati su tre linee temporali che alla fine si intrecciano, alla Tarantino, per intenderci (e ancora prima alla Rapina a mano armata di Kubrick). Scelta che a mio avviso fa fare uno scatto in avanti alla pellicola, dandogli spessore internazionale e personalità. Molto buono a mio avviso anche lo spunto che origina ognuna delle singole storie, cioè il terrificante (per i tifosi granata) cinque a zero che la Juventus di Vialli e Ravanelli inflisse al Torino nel dicembre del 1995. Il tema degli sfottò tra i tifosi delle due squadre, anche sfociando nei più ignobili cori, resterà sottotraccia per tutto il film, deflagrando nel finale.
Dal punto di vista attoriale non c'è partita. Fabio De Luigi fornisce un interpretazione "all'americana" di un personaggio schivo, frustrato e deluso dalla vita, che controlla a fatica la sua enorme rabbia repressa. Un interpretazione lontana dai canoni classici dell'attore comico, che potrebbe aprire una seconda fase della sua carriera, o almeno, concedergli maggiori possibilità di alternare i suoi canoni (un pò come successe con Abatantuono).

Quello che invece non funziona, a mio avviso, è parte del finale - spoilero - , cioè l'assolutamente inverosimile ritrovamento dei soldi (la prima cosa che la polizia mette a soqquadro in questi casa è l'abitazione) e poi il personaggio dello strozzino interpretato da Gian Marco Tognazzi, troppo abbozzato e caricaturale, con un epilogo che boh, sembra messo lì tanto per tirare le somme.

Il mio personale giudizio finale è comunque positivo, alimentato anche dalla sensazione che il film possa cresce con più visioni.

lunedì 13 aprile 2020

Fulci, Tropical sun (2019)

Fulci - Tropical Sun (2019, CD) | Discogs

E' impossibile, almeno per me, non amare una band che trae il proprio monicker dal nome del mitologico regista romano Lucio Fulci. 
Amarla a prescindere, mi spingo a dire, dal genere musicale proposto. 
Se poi il genere è dell'ottimo e professionale death-metal di scuola americana, la cosa mi viene ancora più facile.
Dopo l'esordio di Opening the hell gates (ne ho scritto qui), ispirato dal film del Maestro Paura nella città dei morti viventi, i casertani Fulci "si occupano" del capolavoro horror del Lucione, quello Zombie 2 vero e proprio cult del genere per una moltitudine di appassionati.
Se da un lato assistiamo ad una conferma, quella della proposta di un death di matrice slam e passaggi doom (come nella reinterpetazione dello strumentale March of the living dead, originariamente composta da Fabio Frizzi per il film), dall'altra non si può che evidenziare i passi in avanti che la band ha fatto in merito a pulizia del suono, produzione e tiro.
Più ancora che nel debutto emergono efficacemente gli inserti (in lingua inglese) della pellicola tributata dal disco, con un intreccio musica-dialoghi che, in una marea di proposte death, rende riconoscibilissimo il marchio dei nostri.

Divertimento assicurato per metallari horror-cinefili, che, come sappiamo, sono davvero tanti.

giovedì 9 aprile 2020

Noi e lo stramaledetto coronavirus

Questa è la quarta settimana di fila che sto a casa (in cassa integrazione dalla mia azienda e in smart working per il sindacato). Prima di questo periodo ho avuto la fortuna di lavorare ininterrottamente per trentadue anni. Ci riflettevo oggi. 
Cioè su come sia dalle vacanze estive della quarta superiore (visto che nell'estate della quinta già lavoravo), a.d. 1987, che non mi fosse capitato di restare tra quattro mura domestiche per un periodo così lungo (che peraltro è verosimile possa proseguire).
E' una sensazione inedita e straniante.
Una delle tante.
Basti pensare a tutte le limitazioni a cui siamo obbligati per la salute nostra e della collettività.
Se solo un paio di mesi fa, a contagio cinese già noto, ci avessero prospettato la condizione in cui oggi ci troviamo, ci saremmo fatti una risata.
E' inquietante il video del 2015  in cui Bill Gates individuava non nelle guerre nucleari, ma nelle pandemie la vera minaccia per l'umanità negli anni a venire, giustificando la propria previsione con gli investimenti pressochè nulli che i Governi avevano stanziato per prevenire questo tipo di eventi rispetto a quelli per gli armamenti.

Non mi sono mai schierato per nessuno dei due partiti che per un pò si sono confrontati sul tema Coronavirus, registro che c'è stato un periodo in cui gli stessi virologi si spaccavano su come il Covid fosse un'influenza un pò più tenace e, al contrario, l'apocalisse.
Ricordo bene ancora oggi quando, il conduttore di una delle più seguite trasmissioni radiofoniche italiane, presente sul palinsesto della radio di Confindustria, si scagliasse ferocemente (come sua abitudine) contro il governo che, nella prima fase, aveva prodotto minime restrizioni alle attività commerciali, tacciandolo, chissà se per spirito di squadra o verve polemica, di aver causato inestimabili danni all'economia per un nonnulla. Ecco, era da tempo che quella trasmissione non mi divertiva più, ma da allora ho smesso definitivamente di seguirla. 
E ricordo come la Lega Calcio, nel pieno dell'incertezza sulla salute pubblica, non avesse trovato di meglio che proporre di disputare un'importante partita di calcio totalmente aperta al pubblico, solo spostandola di lunedì, invece che la domenica.
La partita era Juventus - Inter e se non si è disputata è stato solo per il fermo rifiuto della Società di Milano. Non lo dico da tifoso, mi limito a fotografare un dato di fatto. Quando si è disputata, a porte chiuse, la Juve ha vinto meritatamente (e più d'un giocatore delle due squadre è stato contagiato).

La verità è che nessuno ha mai dovuto fronteggiare un nemico di questa natura, non esiste un manuale a cui affidarsi che ci dica cosa fare a garanzia di pieno successo. Non ancora almeno. E quando l'esibizionismo di taluni scienziati e il cinismo politico si mettono di mezzo, tutto diventa ancora più complicato.
Ci vorrà del tempo per capire se, come e dove abbiamo sbagliato, ma, permettetemi, molto sommessamente di affermare come, stavolta, mi sembra che l'Italia abbia agito meno peggio degli altri stati europei (Inghilterra, Germania) o mondiali (USA) che hanno l'ulteriore aggravante di aver continuato a sottovalutare il contagio anche quando esso si era chiaramente irradiato fuori dalla Cina e stava flagellando il nostro Paese.
Insomma, per una volta non sono i nostri governanti ad aver banalmente parlato di "immunità di gregge" (Boris Johnson, in questi giorni colpito in forma grave dal virus) o di come come il COVID sia stato "praticamente sconfitto" (Trump,a febbraio).
Ho l'impressione che ci sia stata una prima fase (keep calm) nella quale il nostro governo ed enti locali volessero allertare la popolazione senza seminare il panico (da qui l'orribile #milanononsiferma che Sala vorrebbe poter cancellare dalla memoria collettiva) seguita da uno step successivo (ok, panico) nel quale si è presa coscienza dei rischi e si sono attuate, decreto dopo decreto, le norme necessarie (e, speriamo, efficaci).

Ma come al solito ho iniziato parlando della mia situazione per poi divagare. Torniamo a bomba. Con il post del 14 marzo mi lamentavo della nuova condizione di clausura imposta. In realtà, settimana dopo settimana, per quanto le difficoltà ci siano (non abito in un castello e a volte trovare una stanza tranquilla per lavorare è un'impresa) rischio di abituarmi a questa nuova modalità lavorativa. Intendiamoci, continuo a preferire l'ufficio, ma tutto sommato, chi mi conosce lo sa, io sono tipo piuttosto pantofolaio, e quindi stare in casa non è che mi sconvolga la vita. 

E poi, diciamoci la verità, che salvata ci ha dato 'sto virus, rispetto alle terrificanti, temutissime e fantozziane proposte di "gite fuori porta" per Pasquetta?

Siamo gli unici in strada", rider a Milano prendono possesso della ...

lunedì 6 aprile 2020

Albert Cummings, Believe

Believe: Cummings Albert: Amazon.it: Musica

Ogni tanto mi prende la voglia di blues. Non sempre in quelle occasioni trovo musica inedita che mi soddisfi e mi tocca ripiegare sui classici. Stavolta invece a grattarmi con immensa soddisfazione il prurito ci ha pensato Albert Cummings con la sua nuova release, Believe.
Cummings (classe 1968) ha una produzione discografica non vastissima (sette titoli in studio in vent'anni), ma suona la "musica del diavolo" da sempre e ha messo il suo talento al servizio di alcuni tra i migliori bluesman americani (B.B. King; Johnny Winter; Buddy Guy) sviluppando, col tempo, un tocco magari non personalissimo, ma davvero inconfondibile.

Believe consta di undici pezzi, suddivisi in maniera sostanzialmente equa tra cover (cinque) e inediti (sei). L'opener è un classicone, quella Hold on scritta Isaac Hayes e portata al successo da Sam & Dave. Un pezzo trascinante ed irresistibile che ci proietta immediatamente nel mood dell'album: un impasto di soul e blues che, personalmente, mi riporta con la memoria ai primi lavori di Robert Cray (peraltro anche lui fresco di nuova relase).
Rimanendo in ambito cover, non manca la celebrazione di Willie Dixon, tributato con ben due pezzi, l'epocale Little red rooster, con quel pattern capace di spostare le montagne, e My babe. Ci sono poi una Crazy love molto buona, ma che non può rivaleggiare con l'originale di Van Morrison, per il semplice fatto che nessuna cover può farlo, e infine Me and my guitar, nota per la versione di Freddie King.
La coerenza del disco è dimostrata dalla perfetta continuità tra cover e composizioni inedite (tutte firmate da Cummings), che permettono di passare agevolmente da una rodata Hold on alle nuove Queen of mean; Do what mama says o Call me crazy.

In conclusione Believe è un disco se vogliamo anche ruffiano, ma capace di infondere felicità e regalare grandi soddisfazioni. 
Nel caso dovesse prendervi quella voglia di blues, sapete cosa fare.

lunedì 30 marzo 2020

Ozzy Osbourne, Ordinary man

Risultato immagini per ozzy osbourne ordinary man album cover

Probabilmente per molti è un'osservazione superflua, ma vorrei rivolgermi a quanti stanno criticando il nuovo disco di Ozzy solo perchè poco "heavy".
Ordinary man potrà essere buono o pessimo, ma non per la sua grammatura metallica, giacchè Ozzy, da un pezzo, non è più l'icona hard&heavy degli ottimi esordi da solista.
Da tempo produce infatti lavori mainstream rock, coadiuvato da una squadra di session man, produttori e manager che servono ad assicurarsi che il "prodotto" finale sia abbastanza commerciale. Nel farlo, a volte riescono a riannodare gli esilissimi fili della storia artistica di Ozzy, e a volte no.
Mai come in questo caso la premessa è doverosa, per affermare che il ritorno sulle scene, da solista, del primo cantante dei Black Sabbath, dieci anni dopo il (lo possiamo dire) pessimo Scream, non è da buttare.

L'incipit di Straight to hell cerca di coniugare il nuovo e il vecchio Ozzy, come accennavo, con un testo blandamente maledetto, steso sopra un hard rock ruffiano, che funziona (così come l'inconfondibile "alright now" in apertura).
Ad aprire l'interminabile lista di ospiti illustri e musicisti da studio che corroborano il lavoro dell'artista inglese, nel pezzo d'apertura suona metà formazione dei migliori Guns 'n' Roses (Slash e Duff McKagan), oltre a Chad Smith (RHCP).
Smith e McKagan sono presenti per quasi tutto l'album, mentre Slash torna con uno dei suoi classici solo, nella riuscita ballata che dà il titolo al disco, interpretata da Ozzy assieme a sir Elton John (ospitata che in altri tempi sarebbe stata "blasfema" e che qui invece risulta funzionale).
Così come stonerebbe un'altra ospitata piazzata per ragioni commerciali, quella di Post Malone, che si prende la scena nella coda del disco, con due brani consecutivi: It's a raid (dove troviamo anche Tom Morello) e Take what you want,  ballad con influenze nu soul, in questo caso davvero evitabile, perchè completamente fuori contesto e perchè la traccia era comunque già inclusa nell'ultimo album di Post Malone, Hollywood's bleeding. 

Non sempre un prodotto nato e costruito per vendere, prima che per afflati artistici, con una lista di collaboratori lunga una pagina (leggere per credere), riesce a mantenere un filo conduttore, una coerente omogeneità. Ordinary man, che di certo non è il disco dell'anno, riesce invece a suonare come un album coeso, toccando qualche picco di rilievo (All my life; Goodbye; Straight to hell; Eat me) e regalando qualche testo che lascia il segno (Under the graveyard). 
Tutto sommato è un bell'accontentarsi, anche in considerazione delle precarie condizioni di salute di quest'uomo qui.

lunedì 23 marzo 2020

Huey Lewis and The News, Weather

Risultato immagini per huey lewis and the news weather

Con il mio consueto tempismo, arrivo a marzo inoltrato per postare le prime recensioni del 2020.
Dopo gli Anvil, qui sotto, parlo con grande entusiasmo di un artista che non è certo un big irrinunciabile, ma verso il quale nutro affetto e simpatia.
Un artista che non pubblica un album con materiale inedito da quasi vent'anni (Plan B è del 2001) per ragioni che ho scoperto solo cercando in questi giorni in rete informazioni sul suo nuovo lavoro.
Sto parlando, lo si è capito dall'immagine sopra, di Huey Lewis e dei suoi fidati The News, che per anni hanno rappresentato la faccia spensierata del rock radiofonico americano, una faccia che fotografa in maniera immediata il decennio degli ottanta (cinque album su otto sono stati rilasciati in quel periodo) anche per il collegamento che tutti facciamo con la colonna sonora del film culto Ritorno al futuro (tuttavia altrettanto degno di nota è il meno celebre, ma strategico nella narrazione, utilizzo di un brano, Hip to be square, sia nel romanzo che nella trasposizione cinematografica del capolavoro di Bret Easton Ellis American pshyco).

Dopo il successo degli ottanta e il calo dei novanta Huey ha fatto anche un pò di cinema e televisione, in genere in parti secondarie (forse il suo film più noto è Duets, con Gwyneth Paltrow), ma in linea di massima sembrava essere definitivamente uscito dai radar.

Scopro oggi, e così mi ricollego alla premessa, che il buon Lewis ha sviluppato negli anni una grave patologia che gli ha danneggiato quasi irrimediabilmente l'udito, con conseguenze devastanti anche dal punto di vista psicologico.
Non è un fenomeno raro nel mondo del rock, il precedente più noto è quello di Pete Townsend degli Who.

Ad ogni modo, nonostante le oggettive difficoltà, Hugh Anthony Cregg III (vero nome del nostro), è riuscito a riunire i sodali storici e a rilasciare questo Weather, lavoro più lungo di un EP e più breve di un full lenght. 
Sette brani per ventisei minuti di, lo dico subito, one hundred percent Huey Lewis and the News classic sound.
L'album è aperto da While we're young,il brano forse più cool e rilassato della tracklist, che rimanda alle atmosfere vagamente tropicali di Small World (il mio album preferito della produzione lewisiana).
Poi si parte con la nota (ma quanto ci era mancata!) alternanza tra modalità pub rock (Her love is killin' me); soul (Hurry back baby); rock and roll (Pretty girls everywhere) e, a sto giro, dell'ottimo country (One of the boys), della celebrata ditta.
I testi viaggiano leggeri tra love songs, relaxin; liriche esistenziali e perle per uomini in crisi di rapporto con la propria metà. Da questo punto di vista Remind me why I love you again, chiudendo un occhio sul messaggio tipicamente maschilista, da marito in libera uscita, è un vero e proprio inno irresistibile.

Weather è per me un lavoro atteso, che, anche se dà ai fans esattamente quello che si aspettano, grazie alla qualità delle composizioni non può essere accusato di manierismo. 
Se non si fosse ancora capito, siamo di fronte al primo disco emozionale dell'anno, per Bottle of Smoke.

lunedì 16 marzo 2020

Anvil, Legal at last

Risultato immagini per anvil legal at last

C'è poco da fare, non fosse stato quel capolavoro di brutale e condivisa autoanalisi del documentario The story of Anvil, il gruppo canadese sarebbe rimasto nell'oblio in cui era precipitato, pur continuando, sostanzialmente, a rilasciare album.
Quel documentario invece ce li ha fatti amare, così come si ama un amico che continua a provarci no matter what e ha fatto riscoprire a molti il piacere di andare ai loro concerti.
E' nata insomma una profonda empatia anche con chi, è il mio caso, non aveva mai incluso gli Anvil nel proprio radar.

Legal at last (il riferimento è alla marijuana che il governo canadese ha legalizzato - entro certi termini - dal 2018) è il diciannovesimo album in studio della band in una discografia che, dal 1981, si dipana con regolarità in un orizzonte temporale di quarant'anni.
La formazione attuale è un trio, composto, oltre che dai leader Steve "Lips" Kudlow (voce e chitarre) e Robb "Robbo" Reiner (batteria) dal basso (ruolo che cambia quasi ad ogni disco/tour) di Chris Robertson.
L'album è il solito divertente compendio di musica hard & heavy di stampo classico, con brani in tipico stile Anvil, come l'opener che riprende il titolo del lavoro, impreziosita da coretti country&western, assieme a tracce che, in un continuo rimando tra la band e le altre più importanti formazioni coetanee, riprendono atmosfere alla AC/DC (Nabbed in Nebraska); Accept (I'm alive) o contesti doom (Gasoline).
Chiude un altro mid tempo di stampo doom: Said and done, che bene riassume il senso del disco. Tutto, nella proposta della band è già stato detto e fatto, ma ciò nonostante fa piacere riascoltarlo. 
In particolar modo dagli Anvil.

sabato 14 marzo 2020

Quarantena e lavoro poco agile

Da noi hanno trovato un caso positività allo stramaledetto coronavirus, pertanto da qualche giorno sono in quarantena.
Tutto bene dunque? Relax tra libri film e musica?
Al contrario. Lavoro da casa tra skype, telefono bollente e insofferenze familiari.
Insomma, lo smart work è una merda.

Risultati immagini per smart working

lunedì 9 marzo 2020

Eclipse, Paradiigm (2019)

Risultato immagini per eclipse paradigm

L'hard rock melodico (sembra un ossimoro) è vivo è lotta con noi. 
Lo stesso si può dire per la Svezia, terra musicalmente meravigliosa e floridissima di band che si applicano in tutte le declinazioni del metal.
L'ennesima dimostrazione arriva dall'ultimo lavoro degli Eclipse, formazione perlappunto svedese, nel music biz da vent'anni, cadenzati un'estrema regolarità nelle uscite, se è vero che Paradigm è il nono disco rilasciato.
E niente, sto album potrebbe essere preso a riferimento su come si fa glam/aor nel terzo millennio, o, a scelta, su come si naviga in acque arcinote riuscendo comunque a risultare freschissimi e giustificare così la propria esistenza (capito, Airbourne?).
Tra l'altro nelle undici tracce dell'edizione standard del CD, contrariamente alle abitudini delle band hair metal, specializzate nelle classiche ballate strappamutande, non compare nemmeno un lento, al massimo qualche breve incipit acustico o sporadici midtempoes. Il pezzo che viaggia meno veloce è il conclusivo Take me home (forse, non a caso il più debole).
Disco senza filler, pezzi ariosi, ritornelli killer, qualche incursione nel power metal perfettamente funzionale all'obiettivo.
Una quarantina di minuti che passano festosamente a ritmo di pezzi come Viva la victoria, Shelter me, When the winter ends o The masquerade e che ravvivano la migliore tradizione glam/hair/hard rock.

Avanti tutta.

lunedì 2 marzo 2020

MFT gennaio - febbraio 2020

ASCOLTI

Green Day, Father of all
Stone Temple Pilots, Perdida
The Cadillac Three, Country fuzz
Possessed by Paul James, As we go wandering
Myles Goodwyn, and friends
Marc Anthony, Sigo siendo yo
Dirty Shriley, ST
Huey Lewis and the News, Weather
Anvil, Legal at last
Eclipse, Paradigm
Sepultura, Quadra
Albert Cummings, Believe
Ozzy Osbourne, Ordinary man
Biff Byford, School of hard knocks
H.E.A.T., II
Smoke Fairies, Darkness brings the wonders
The Night Flight Orchestra, Aeromantic
The Mahones, 25 years of irish punk
Fabri Fibra, Il tempo vola
Cattle Decapitation, Death atlas
Fever 333, Strenght in numb333rs
Asomvel, World shaker
The Score, Atlas

Playlist

Justice, 2007/2016
Iced Earth, 1990/1998
The Black Crowes, 1990/1995
Swallow the Sun, 2003/2015

VISIONI

Tolo tolo (2,5/5)
Creed II (2/5)
La truffa perfetta (2,5/5)
Sorry, we missed you (3,5/5)
The dirt (3/5)
Finding Steve McQueen (3/5)
Bohemian Rhapsody (2/5)
Il primo re (4/5)
Peppermint, L'angelo della vendetta (1/5)
Bentornato Presidente (3,5/5)
Parasite (4,5/5)
Everly (3/5)
Rocketman (3,5/5)
City of crimes (2,5/5)
Michael Clayton (3,5/5)
Overlord (3/5)
Odio l'estate (3/5)
Irrational man (3,5/5)
Il diritto di opporsi (2,5/5)
Birds of prey (2/5)
Regression (3,5/5)
Upgrade (3,5/5)
Widows - Eredità criminale (3/5)
I morti non muoiono (3,5/5)
Le paludi della morte (3/5)

Visioni seriali

Farina
American Gods
Zero zero zero

LETTURE

Vladimir Nabokov, Lolita