Un film bizzarro, di quelli in cui capitava di incappare soprattutto negli anni ottanta. Il protagonista, interpretato da un Burt Reynolds che, cinquantenne, aveva iniziato la fase artisticamente calante, lo si vorrebbe convincente nell'interpretare un reduce del Vietnam che a Las Vegas si guadagna da vivere alla giornata, offrendo un vasto campionario delle sue skills. Va da sè che la recitazione del divo va da tutt'altra parte, ma non è questo il problema principale, quanto l'indeterminatezza della pellicola. Black Jack oscilla infatti tra i generi senza riuscire a trovare una collocazione definita. Non lo si può definire un action (il ralenty della sequenza in cui Burt "stende" due cattivi è probabilmente la cosa più brutta, approssimativa e maldestra che io abbia mai visto); non è un gambling movies perchè, a dispetto del claim, Reynolds gioca occasionalmente; è un rape and revenge, ma non va fino in fondo; non è un noir anche se tenta di darsene il tono (la città della perdizione, il character sconfitto dalla vita, etc.). Perchè ne scrivo allora? Mah, credo qualcosa, nella sua mediocrità di film alimentare, mi abbia lasciato. L'apertura non è male, con il montaggio alternato tra la prostituta in fin di vita e Burt alla roadhouse. La testimonianza della prostituta che racconta in maniera cruda le sevizie subite chiedendo a Reynolds di vendicarla, ma quasi con disprezzo e disinteresse verso il rischio cui lo espone. La sequenza dell'unica partita a black jack, nel rapporto tra Burt e la croupier, ed infine il ruolo del caratterista Peter MacNicol, per quanto prevedibile nella sua traiettoria. E devo infine ammettere che, al netto delle scene d'azione (inguardabili), la regia di Dick Richards riesce a far emergere in maniera convincente l'oscurità celata dietro le mille luci della più famosa città del gioco americana.
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