Grufolando nella lista di film che compongono la cospicua produzione da regista di Ridley Scott, emerge abbastanza chiaramente la presenza, assieme ai suoi titoli mitologici (I duellanti, Alien, Blade Runner, Thelma e Louise,The martian), a quelli di culto soggettivo (per me Black rain, Prometheus, The counselor, Alien:Covenant, The last duel), ai blockbuster di qualità discutibile (Soldato Jane, Il gladiatore, Hannibal, Il gladiatore 2, House of Gucci), di alcune pellicole uscite quasi a fari spenti, "minori" magari non per la qualità delle stesse (a volte sì) ma per l'assenza di quell'hype promozionale che normalmente ci si aspetta per il lancio di opere di un regista del calibro percepito (almeno a cavallo tra gli ottanta e i novanta) di Ridley Scott. Mi riferisco a titoli come, ad esempio, Chi protegge il testimone, L'albatross, Un'ottima annata, Il genio della truffa. Tutti lavori che nascono da soggetti e sceneggiature altrui cui Scott, per convinzione, esigenze alimentari o abitudini (assecondando quella diceria per cui il regista inglese coltivi una manciata di progetti per volta finalizzando poi non necessariamente quello a cui tiene maggiormente, ma quello che trova i finanziamenti), si è prestato.
Ho gradito anche il "protagonismo" di un aereo, il classico Cessna, quasi fosse un character in carne e ossa, l'unico precedente di questo livello di centralità nella storia che io ricordi è The night flier, del 1997. E sotto questo aspetto mi sembra importante sottolineare che, fino all'incontro con Cima (Margaret Qualley), Hig sembra avere un rapporto emozionale maggiore con il suo cane e il suo Cessna, rispetto a quello che coltiva con l'altro essere umano con cui condivide l'isolamento, il suo compagno di sventura, Bangley.
Poi che dire, quando Hig torna a "casa" con Cima e Jack e trova macerie fumanti, mentre si avvicina al luogo dove lo spettatore è indotto a pensare si trovi il cadavere di Bangley e si fa sempre più vicino l'uso diegetico della musica di The long black veil cantata da Johnny Cash, la scena di Brolin in mutande, incerottato, che balla sinuosamente mentre si cucina qualcosa in padella è uno dei pochi momenti di leggerezza e divertimento che (legittimamente) il film regala (ci metto assieme anche il malinconico/depresso Hig che guarda il culo a Cima, ripreso dal di lei padre).
La pellicola, sebbene narrativamente sia ambientata in Colorado, è stata girata quasi esclusivamente in Italia, potendo avvalersi di paesaggi e panorami mozzafiato catturati in particolar modo tra Abruzzo e Friuli Venezia Giulia, oltre che negli studi di Cinecittà, che hanno ricostruito le città devastate in cui Hig recupera le provviste. Tutte location, quelle naturali e quelle costruite, che hanno assecondato in modo congruo il senso generale di western che accompagna inequivocabilmente il film.
I villain sono dentro la storia, ma quasi fuori fuoco, violenti, selvaggi, distruttori, primitivi, senza volto: volendo si può leggerne la metafora della minaccia principale cui la moderna società occidentale, la nostra, è sottoposta, per ora solo da un punto di vista mediatico e di comunicazione, domani, chissà. Per me va dunque bene che questi selvaggi siano spaventosi ma indefiniti, che non abbiano un boss di riferimento e che non ci sia approfondimento dei loro personaggi, che siano insomma indefiniti, perchè se metafora deve essere, allora lo sia fino in fondo. In questo modo il raccordo con il prevalente mondo di hater distruttivi cui è piena la società è completo.
Il pre-finale nel terminal aeroportuale di Grand Junction imprime una svolta inaspettatamente grottesca, horror, da pellicola di genere di serie B (tutta la sequenza in cui Hig sgancia le bombe è da film ottantiano di Mark L. Lester) e pertanto spiazzante, visto il mood del film fino a quel momento. L'improvvisa curva a gomito narrativa rischia di far deragliare il profilo malinconico della storia ma, per ragioni che trovano una logica solo nella magia del cinema (visto in sala), alla fine il progetto non esce dai binari. L'happy ending che chiude il film è quello che, nel bene e nel male, ci aspettavamo, quindi niente di sorprendente.
Gli aspetti che non mi hanno convinto non sono, a loro volta, esattamente marginali. Conosco poco Jacob Elordi, non credo di aver visto nessuno dei suoi film ne tantomeno Euphoria, prendo atto del fatto che sia uno degli attori più in hype (è anche tra i candidati per il prossimo 007), ma non mi ha per niente convinto nel suo acting, anzi, se devo dire l'ho proprio trovato fuori ruolo. Lo stesso dicasi per Guy Pearce (posto che è sempre un piacere ritrovarlo) poco convincente nel ruolo di padre burbero e, soprattutto, per Margaret Qualley che, all'opposto di Elordi, ho seguito con interesse dai suoi semi esordi nella bellissima serie The leftovers, fino ai giorni nostri con The substance, Drive-away dolls, Kind of kindness e Honey don't!, e che oggi, ai miei occhi, incarna al meglio il glamour e la sensualità della star cinematografica. Ecco lei, che ha una carica sessuale ingrifante e dirompente a partire dallo sguardo, l'ho trovata spaesata e a disagio, costretta in un outfit campestre e in un ruolo come quello di Cima. Alla fine il ruolo più corrispondente all'attore scelto è probabilmente quello di Brolin, ma insomma, lì nel rapporto skills attore/tipologia di character si vince facile.
Aggiungo tra le perplessità lo scarto tra le scene contemplative (piacevoli) e quelle di azione, in particolar modo quelle di massa, che mi sembrano registrare più di un problema, oltre a quello della verosimiglianza.
In conclusione, Ridley la porta a casa? Secondo Bottle of smoke sì, soprattutto se si pensa al suo ultimo ciclo di cinque film piuttosto discutibili (Tutti i soldi del mondo, House of Gucci, Napoleon, Il gladiatore 2), al netto di The last duel che ho davvero amato. Insomma il secondo film migliore degli ultimi dieci anni, pur essendo bel lungi dall'essere un capolavoro. Questo ci dice qualcosa in merito al (inevitabile?) declino dell'ormai quasi novantenne baronetto inglese.

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