lunedì 28 settembre 2026

Recensioni capate: Taverna paradiso (1978)




Galeotta fu la lettura di Cinema speculations di Tarantino, dove il cineasta passa in rassegna i suoi cult movies, lasciando ai lettori più curiosi una lista di titoli da recuperare. Taverna Paradiso forse è tra i più noti nelle tips di Quentin, anche per i tanti passaggi in seconda serata sulle tv del biscione nei tardi ottanta. La storia dietro la realizzazione del film è nota, Stallone pubblica il romanzo alla base della pellicola nel 1970 senza trovare nessuno disposto a pubblicarlo, figurarsi a trasformarlo in un film. Dopo il successo di Rocky nel 1975 le porte di Hollywood si spalancano ed ecco che il film si fa. Sylvester lo gira, oltre ad interpretare il protagonista (la storia è corale ma senza dubbio Cosmo, il personaggio di Stallone, è quello che sta più tempo davanti alla mdp).
Detto ciò, il film è un pasticcio. Girato nel 1978, ambientato nel 1946, sembra un film degli anni trenta per recitazioni sopra le righe (Stallone è irritante) nonchè irrealismo di dialoghi e situazioni. Altro elemento che porta indietro nel tempo la messa in scena sono gli esterni, girati in teatri di posa, che risultano posticci, quasi da sit-com. Si capisce che è un film di Stallone perchè, in nuce, ci sono gli elementi che saranno immancabili nei suoi lavori, a partire dai ralenty, come quello iniziale della corsa sui tetti, che sembra una prova generale di quella tra lui e Apollo sul bagnasciuga, diversi anni dopo, per uno dei tanti sequel di Rocky. Non ci si fa mancare una scena che oggi vedrebbe la protezione animali chiedere lo scuoiamento in pubblica piazza dei responsabili, per tacere poi di uno sviluppo dei personaggi che li fa sembrare affetti da patologia bipolare. Si salva la recitazione del semi esordiente Armand Assante e di Leo Canalito, ex boxeur, sì monoespressivo ma congruo al ruolo e che avrebbe potuto puntare ad una carriera da star di action movie (di serie B, ovviamente), mentre invece qui si è sostanzialmente fermato. 
Insomma, ciascuno ha i suoi cult giovanili e guai a metterli in discussione, ma, conoscendo il buon Quentin, il dubbio si tratti di una delle sue note provocazioni è forte.

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