giovedì 28 febbraio 2019

More Free Tips, gennaio - febbraio 2019

ASCOLTI

Van Morrison, The prophet speak
Mark Lanegan and Duke Garwood, With animals
Satan, Cruel magic
Ghost, Prequelle
Whitey Morgan and the 78's, Hard times and white lines
Cody Jinks, Lifers
Tyla's Dogs D'Amour, In vino veritas
Thunder, Please remain seated
Arch Enemy, Covered in blood
Hayes Carll, What it is
Rival Sons, Feral roots
Robert Ellis, Texas piano man
Walter Trout, Survivor blues
Madrugada, The best of
Selvans, Faunalia
John Mellecamp, Other people's stuff
The Struts, Young and dangerous
Southside Johnny, Detour ahead the music of  Billie Holiday

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VISIONI

C'est la vie
Tre manifesti a Ebbing, Missouri
La ruota delle meraviglie
Puoi baciare lo sposo
Non ci resta che il crimine
Noi e la Giulia
Suburbicon
Glass
Vizio di forma
Amnèsia
Blow up
Zombie (Dawn of the dead)
Tomb Raider
The Eichmann Show
Il corriere
Borg McEnroe
Free fire
L'altro volto della speranza
La la land
Her
Le belve
Under the skin

VISIONI SERIALI

Seven seconds
Narcos S2, S3
Escape from Dannemora
True detective S3

LETTURE

Paul Auster, 4 3 2 1


lunedì 25 febbraio 2019

Springsteen on Broadway (2018)

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Durante la sua più che cinquantennale carriera, Bruce Springsteen si è differenziato da molti dei suoi colleghi per la pervicace ricerca di una relazione col suo pubblico che andasse oltre una, seppur coinvolgente, esecuzione di brani dal vivo. 
Chi, in epoca analogica, si è consumato le orecchie su bootleg che fino alla metà degli ottanta erano l'unica testimonianza dell'attività live dell'artista del New Jersey, è ampiamente abituato ai lunghi spoken che facevano da prologo alle canzoni, o ne costituivano un propellente integrato alla composizione originaria. 
Più tardi se ne trova testimonianza anche sui live ufficiali, a partire dal mitologico Live 1975 - 1985, con l'introduzione a The river imperniata sull'adolescenza di Bruce, sul rapporto con la musica e con il padre.
Ma è stato, a mio avviso, con il tour del 1988, quello partito a seguito della pubblicazione di Tunnel of love, che un Bruce maturo, desideroso di affrancarsi dall'immagine preconfezionata di blu collar rocker, si spinge ancora più in là, cercando di trasmettere ai propri fans un messaggio di collettività, di famiglia, di crescita, attraverso un momento del concerto nel quale Bruce e Clarence Clemons, seduti su una panchina al centro del palco, discutevano del passato e del futuro, con un passaggio sui figli di Big Man (Springsteen sarebbe diventato padre da lì a poco).

Dal 1988 inizia per il boss una lunga iato dall'attività pubblica, nella quale, pur non smettendo mai di scrivere e registrare, si occupa della sua vita privata, e della nascita dei figli, concedendosi delle rare occasioni pubbliche usate come road test delle nuove composizioni.
In questo senso, la partecipazione allo show benefico Christic Institue Benefits è entrata nella memoria collettiva di tanti fan. Per la prima volta (ricordiamoci che Nebraska, disco in solitaria del 1980, non ebbe alcun tour a supporto) uno Springsteen dimesso e quasi introverso, si presenta da solo davanti ad un pubblico affamato della sua energia, chiedendo di non fare chiasso e di non accompagnare la sua esibizione con cori o urla, per poi mettere in fila una trentina di canzoni tra classici e (allora) inediti. 
Bruce voleva esprimere, senza giri di parole, un cambiamento nel suo modo di comunicare: dove c'era adrenalina, festa e sudore voleva ricreare empatia e profondità. Difficile, quando sei una rockstar planetaria, ma non impossibile se hai quel tipo di feroce determinazione.
Negli anni a venire questo desiderio di Springsteen si è riaffacciato ad intermittenza, penso ai tour di The ghost of Tom Joad o a quello, per me ancora più intenso, di Devils and dust, senza che i semi di questa urgenza smettessero di germogliare, accompagnando il trascorrere degli anni.

All'inizio del 2017 il Boss dà alle stampe la propria autobiografia (ne ho parlato qui), ma la sua urgenza comunicativa non è evidentemente soddisfatta, se qualche mese dopo, il 12 ottobre, Bruce si imbarca, per la prima volta, in uno spettacolo a Broadway, nel quale la parte dedicata allo storytelling ha lo stesso spazio, se non addirittura superiore, a quella dedicata alle canzoni. Per i più pignoli e completisti è bene ricordare che già nel 2005, nell'ambito di un programma della rete VH1, Springsteen fece un'operazione analoga, anche se più breve e meno intima e personale. Qui invece l'artista riprende i passi principali della sua autobiografia, partendo dalla sua infanzia e dal rapporto con le due comunità (irlandese e italiana) dei suoi genitori e toccando cronologicamente i punti seminali della sua vita e della sua carriera.
Nel piccolo Walter Kerr Theatre (meno di mille posti) il pubblico ci mette un pò ad entrare nel mood dello spettacolo, le variazioni di tono di Bruce non sempre vengono colte, ma quando l'esibizione entra nel vivo si crea anche la giusta sintonia, e con essa i momenti di ilarità e di commozione. 
Lo stesso Springsteen appare meno disinvolto di quando esegue i suoi canonici concerti, anche se, probabilmente, questa sorta di timidezza diventa un valore aggiunto, dovendo giudicare la sincerità dell'operazione.
Nelle oltre due ore di esibizione trovano spazio i ricordi di infanzia, i luoghi dell'anima, la moglie Patti, che lo accompagna per qualche brano. 
Bruce si accompagna alternando chitarra, armonica e pianoforte, riuscendo ogni volta a far vibrare le vecchie assi del palcoscenico.
La parte emotivamente più intensa è senza dubbio quella in cui Springsteen, rievocando uno degli ultimi momenti col padre, non riesce ad impedire agli occhi di riempirsi di lacrime.
La scaletta prettamente musicale ripercorre la carriera di Springsteen, ma per fortuna non è un greatest hits. Infatti, accanto a classiconi quali Thunder road, Born to run, The promise land, Dancing in the dark o Born in the USA, trovano spazio piccole gemme che rispondono ai titoli di My father's house, The wish oltre ad una canzone che considero tra le migliori  in assoluto di Bruce (pur appartenendo al repertorio dei novanta) e che ogni volta mi infonde dolcezza e malinconia: Long time comin'. 

Dentro questo spettacolo imperfetto vive la quintessenza della magia di Bruce Springsteen, un uomo e un artista che ha fatto di integrità e di onestà intellettuale le proprie bandiere. Che magari si è lasciato sedurre dal narcisismo tra un trapianto di capelli e un botulino, ma che non ha mai perso quello sguardo di entusiasmo infantile negli occhi, quel rapporto con i fans, quell'esigenza di trasmettere il vero. Sarà anche per questo che lo show, dal mese di programmazione inizialmente previsto, è andato avanti per oltre un anno e 236 repliche. 

Insomma, quest'uomo qui, che a settembre compirà settant'anni, sembra avere ancora molte cose da dire e diverse modalità comunicative per farlo.

lunedì 18 febbraio 2019

Il corriere (2019)

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Leo Sharp balzò agli onori delle cronache grazie ad un articolo del New York Times che rivelava al mondo il suo ruolo di corriere della droga per il famigerato Cartello di Sinaloa, comandato da El Chapo Guzman.
Cosa c'è di così strano? Beh, che Sharp, veterano della seconda guerra mondiale, è stato arrestato mentre trasportava oltre trecento chili di coca alla veneranda età di ottantasette anni.

E' del tutto evidente che Hollywood non poteva farsi sfuggire la trasposizione di questa storia, e per fortuna il progetto finisce nelle mani di Clint Eastwood, che per l'occasione, vista l'età del protagonista, riprende il doppio ruolo di regista e attore.
Il film racconta la vicenda di Earl Stone (alias Leo Sharp), presentato come persona piacevole, ma molto superficiale, al punto che, nonostante l'età, preferisce girare per gli States andando per convention della sua grande passione (i fiori) piuttosto che accompagnare la figlia all'altare nel giorno del suo matrimonio.
L'avvento di internet e dell'e-commerce porta alla chiusura della piccola impresa di Earl, che si trova improvvisamente privato del suo scopo di vita (n.d. ma andare in pensione, no?) fino a quando, casualmente, entra un contatto con un amico messicano della nipote, che gli propone di spostare "roba" per conto di alcuni suoi amici. Ovviamente gli amici sono del cartello messicano, ma nonostante questo Earl accetta e, prima con volumi irrisori, poi con spostamenti sempre più consistenti, diventa, con il soprannome di Tata (nonno), il migliore corriere del cartello, con tutti i benefits (soldi e trattamento da vip) del caso.

Anche se alla fine della proiezione ho pianto come un vitello,  Il corriere a mio avviso resta un film controverso. Potrebbe essere l'ultimo film con Clint Eastwood in un ruolo da protagonista e questo, di per sè, è già un valore importante. Il cast è di rilievo: Bradley Cooper, Diannie West, Andy Garcia, ognuno investito del giusto ruolo. La regia scorre, come da stile consolidato di Eastwood, sobria, pulita ma dannatamente efficace, così come la fotografia (non potrebbe essere altrimenti, in considerazione degli scenari che accompagnano i viaggi di Earl). 
La storia è americana fino al midollo, e qui cominciamo ad addentrarci negli aspetti negativi, laddove il crimine del traffico di droga, che causa migliaia di morti tra i tossici e fiumi di violenza, è banalizzato se a perpetrarlo è un innocuo vecchietto a cui semplicemente piace guidare per gli Stetes, nonchè quando si vogliono imporre i valori della famiglia con una modalità paternalistica che ho trovato insincera e fastidiosa. Per non parlare della caratterizzazione dei messicani, banalizzata come da prassi.

Insomma, Il corriere è un film che probabilmente non avrebbe lasciato traccia, non ci avesse messo mano (regia) e presenza (recitazione) quell'icona assoluta del cinema di ogni tempo che risponde al nome di Clint Eastwood.

giovedì 14 febbraio 2019

The Eichmann Show (Film Tv, 2015)

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Nel 1960, dopo una latitanza durata quindici anni, gli ultimi dei quali passati in Argentina, il criminale nazista Adolf Eichmann viene individuato e rapito dal servizio segreto israeliano (in Argentina non era prevista l'estradizione), e condotto in Israele per essere processato. Su intuizione del produttore britannico Milton Frutchman, l'intero processo viene trasmesso in diretta sostanzialmente nell'intero mondo civilizzato (30 paesi), per mostrare in maniera inequivocabile gli orrendi crimini commessi dai nazisti nei confronti degli ebrei. E per fare la storia della televisione.

Il film televisivo della BBC parte da qui, da un Frutchman estremamente preoccupato di non riuscire a fare la diretta in quanto i giudici della corte suprema sono restii a concedere l'autorizzazione per la presenza di grosse ed ingombranti telecamere nell'aula di giustizia che non sarebbe congrua all'importanza dell'atto. 
Frutchman (interpretato da Martin Freeman) ha contattato per dirigere le riprese Leo Hurwitz (Anthony LaPaglia), regista americano la cui attività era interrotta da anni a causa della famigerata caccia alle streghe di McCarthy che l'aveva inserito nella lista nera di sospetti comunisti ai quali era inibita ogni attività lavorativa.
Hurwitz è una persona razionale e riflessiva, che cerca sempre di approfondire gli argomenti, non limitandosi alla facciata superficiale delle cose. Egli, per esempio, tra lo sconcerto della sua troupe israeliana, afferma che chiunque, in una particolare situazione, può comportarsi come i nazisti o diventare fascista.
Superato il problema dell'autorizzazione dei giudici, grazie ad uno stratagemma che permette di nascondere totalmente le telecamere dalla vista dei presenti in aula, il processo (e lo show) può cominciare.

The Eichmann show si è rivelato un film estremamente interessante per molteplici aspetti, che vanno anche oltre il normale sentimento di vicinanza verso il popolo ebraico, e che ne impreziosiscono la visione. 
Assieme all'alternanza tra girato e immagini storiche, passando alla caratterizzazione dei personaggi, estremamente efficace è ad esempio la raffigurazione dei dilemmi morali che dilaniano Leo Hurwitz, resi in maniera straordinaria dalla recitazione di un Anthony LaPaglia misurato, che lavora per sottrazione. Hurwitz, per tutto il tempo nel quale vengono testimoniate, anche con l'ausilio di immagini raccapriccianti, le atrocità commesse nei campi di sterminio, impone alla troupe di riprendere un pressochè inespressivo Eichmann, nella speranza di cogliere un cenno di reazione del nazista, che avvalori la sua tesi che in fondo, anch'egli, sia un essere umano.
Per questo si scontra con il produttore Frutchmann, che è sì interessato al valore storico della produzione, ma anche degli ascolti, molto bassi all'inizio del processo, anche a causa dell'interminabile requisitoria del Procuratore Generale Gideon Hausner che si protrae per tre giorni, nonchè per la contemporanea "concorrenza" delle dirette su Gagarin, primo uomo nello spazio, e la crisi della Baia dei Porci.

Oltre a questa non banale riflessione sul ruolo della televisione, il film tocca anche un aspetto che personalmente non conoscevo e che di certo non ha avuto moltissima esposizione, vale a dire la situazione nella quale si sono trovati i sopravvissuti ai campi di sterminio che si sono rifugiati in Israele. Viene infatti riportato che queste persone venivano trattate con fredda diffidenza e spesso i loro racconti non venivano creduti. 
La diretta televisiva del processo, con le testimonianze dei sopravvissuti e le atroci immagini di repertorio, raggiunge il risultato di dare veridicità ad un orrore infinito, squarciando ogni opacità percepita e creando le condizioni perchè un'intera comunità mondiale, prima fra tutti, paradossalmente, proprio quella ebraica, potesse interiorizzare il dramma del proprio popolo imprigionato e sterminato dai nazifascisti.

lunedì 11 febbraio 2019

Bob Batchelor, Stan Lee: il padre dell'universo Marvel

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Non c'è niente come la morte di un personaggio noto per far arrivare anche dalle nostre parti biografie che magari normalmente faticherebbero a raggiungere gli italici scaffali. 
Ed è così che mi sono trovato tra le mani questo libro di Bob Batchelor, che affronta la vita di Stan The Man, l'uomo che ha permesso ai fumetti di prendersi il posto di rilievo che hanno nella pop culture mondiale. 
Dall'infanzia in povertà come immigrato ebreo romeno fino ai celeberrimi cameo nei cine comics milionari, l'esistenza di Lee è raccontata attraverso i suoi snodi e i suoi rapporti principali, senza eccedere nell'agiografia, ma, devo dire, senza mai appassionare veramente alla lettura. Ci si sofferma legittimamente molto sul suo rapporto con la Marvel e sulle altre attività imprenditoriali aperte (e chiuse) sfruttando il brand Stan Lee, ma, per esempio, si glissa inspiegabilmente sull'acquisizione della Marvel da parte della Disney e, soprattutto, non si svela nessun aspetto inedito dietro i personaggi o le storie.
Emerge l'instancabile attivismo di Stan Lee, il suo entusiasmo contagioso che lo portava ancora a visitare le fiere del fumetto a novantasei anni suonati e a farsi sommergere dall'affetto di milioni di fan, così come la sua superficialità nel buttarsi da un impresa commerciale all'altra, spesso purtroppo con risultati fallimentari.
Insomma, una lettura tanto doverosa per un vecchio fan della Marvel quanto poco foriera di soddisfazione ed elementi di reale interesse.

lunedì 4 febbraio 2019

Arch Enemy, Covered in blood

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Inauguriamo le recensioni del nuovo anno musicale con il melodic death degli Arch Enemy, ormai assunti al ruolo di leader del genere e che, lo si evince chiaramente dal titolo Covered in blood, si trastullano con una serie (ben ventiquattro!) di interpretazioni di altrui brani.
Molti di essi sono recuperi di B-sides o bonus track disseminati nella carriera della band di Michael Ammott, con una prevalenza chiaramente per la matrice metal delle canzoni originali, ma senza farsi mancare qualche incursione nel pop e nel punk.
Si apre giustappunto con la celeberrima Shout dei Tears for fears, che inaugura il disco e l'ampia sezione che vede alla voce l'attuale cantante Alissa White-Gluz. Dopo qualche richiamo agli ottanta metal con Judas Priest (Breaking the law) e Pretty Maids (Back to black), di particolare interesse la parentesi, dalla traccia cinque alla undici, relativa al tributo alla scena hardcore svedese del passato, con reinterpretazioni dei misconosciuti Skitlickers, Moderat Likvidation e Anti-Cimex. A seguire lo spazio dedicato all'ex singer Angela Gossow (tra le altre The zoo degli Scorpions, The oath dei KISS, Wings of tomorrow degli Europe), ed infine il testimone passa al primissimo cantante (uomo) della band, Johan Liiva, che si distingue in particolare per due cover degli Iron Maiden (Aces High e la strumentale The ides of march).

Disco eccessivamente lungo e prescindibile, nel quale probabilmente vi troverete a skippare le tracce alla ricerca delle vostre ispirazioni preferite, ma che tuttavia può regalare qualche passaggio coinvolgente.

giovedì 31 gennaio 2019

Seven Seconds (serie tv 2018)

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Dopo un lungo periodo nel quale mi sono tenuto lontano dalle serie televisive (nelle bozze del blog conservo un post - saggiamente mai pubblicato - nel quale comunicavo la decisione radicale di non seguirne più, a vantaggio dei film), e complice il classico mese di prova di Netflix, attivato all'unico scopo di vedere Springsteen on Broadway, vista l'ampissima scelta della piattaforma ho colto qualche consiglio in giro (nello specifico quello del blog amico Come un killer sotto il sole) e ho ricominciato a dedicare del tempo a questa forma di intrattenimento.
Ho scelto dunque Seven Seconds, senza sapere che fosse opera della stessa sceneggiatrice di The killing (Veena Sud). Ed effettivamente mi sono ritrovato nelle dinamiche narrative della sua serie più famosa, anche se in quel caso l'uccisione di una ragazza era avvolta nel mistero e qui invece il responsabile della morte di un ragazzino nero è mostrato chiaramente nei primi minuti del pilot, ma ci ho visto anche echi di un'altra gran bella serie, della quale non ho mai scritto: The night of, con un indimenticabile John Turtrurro.

La storia parte da un tragico incidente stradale, nel quale il poliziotto Peter Jablonski, mentre sta percorrendo in preda al panico una strada innevata che porta all'ospedale dove è ricoverata la moglie, investe qualcosa che scopre poi essere un ragazzino nero in bicicletta. Peter, nuovo arrivo nella narcotici, impaurito, invece di chiamare i soccorsi, contatta la sua squadra di Jersey City, il cui capitano Mike DiAngelo lo persuade a non fare nulla e lasciare il corpo nel fosso dove è stato sbalzato dall'urto, convinto che il ragazzo sia morto e che si tratti dell'ennesimo membro di gang criminale.
Il ragazzo viene trovato molte ore dopo agonizzante, ma vivo, e trasportato in ospedale. Da questo momento cominciano a svilupparsi diverse storylines ad intreccio, che coinvolgono l'onestissima famiglia della vittima, la squadra anti narcotici che ha coperto Jabloski e, soprattutto, il team dei "buoni", composto da due improbabili eroi: K.J. Harper, vice procuratrice distrettuale e Joe "Fish" Rinaldi, investigatore della omicidi.

Seven Seconds depista in continuazione lo spettatore seminando indizi e piste che, nella prassi del genere, dovrebbero condurre in una direzione e che invece vengono abbandonate o che portano da tutt'altra parte. La serie è, a mio avviso, girata molto bene, con una fotografia bellissima, grigia, fredda, sporca, che rimanda a luoghi dove ogni speranza è persa e trasmette sensazione di declino, di ineluttabilità, di tradimento dell'american dream. Non a caso la statua della libertà che si scorge dal New Jersey è sempre di spalle, come ad ignorare ogni richiesta di aiuto. 
Il cast è superlativo, l'angoscia che vive il poliziotto Jablonski (Beau Knapp) ti si appiccica addosso nonostante il crimine di cui si è macchiato, l'empatia verso la viceprocuratrice Harper (Clare-Hope Ashitey), giovane, ma psicologicamente a pezzi ed alcolizzata cronica, è fortissima, così come l'affetto per il suo partner, quel "Fish" Rinaldi (Michael Mosley) che non tiene per sè nemmeno il più corrosivo dei pensieri.
Nonostante non sia stata rinnovata per una seconda stagione, decisione che a mio avviso accresce il valore di una storia che è sacrosanto concludere come è stato fatto, Seven Seconds è una delle serie che più mi ha emozionato e tenuto incollato allo schermo negli ultimi anni, con una sceneggiatura solida e un plot in crescendo, con personaggi e situazioni realistiche, e attraverso i drammi esistenziali di tutti i suoi protagonisti. In aggiunta a ciò ho apprezzato il valore sociale della storia, espresso attraverso le denunce implicite alla società americana (in tema di sanità, corruzione, povertà, derive di intere fasce della popolazione). 
L'amarezza e la rabbia derivanti dalla conclusione della vicenda è il miglior propellente a garanzia della qualità della serie, il fosso e il rialzo del terreno, luogo del supplizio del giovane nero, sono un tragico altare alle storture della società USA.
Davvero Consigliato.

Doveroso post  scriptum: Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti e Philadelphia, solo per citare due titoli della sua lunga filmografia) figura tra i registi che si alternano dietro la macchina da presa (episodio 1X02), ma proprio durante la lavorazione viene a mancare a causa di una lunga malattia. 
A lui è dedicata la serie. 


lunedì 28 gennaio 2019

Whitey Morgan and the 78's, Hard times and white lines (2018)

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Col tempo la memoria comincia a fare cilecca, e allora ultimamente mi impongo di rileggere le mie vecchie recensioni prima di tornare a scrivere dello stesso artista.
Per fortuna l'ho fatto anche per Whitey Morgan, altrimenti vi avrei propinato paro paro l'incipit di Sonic ranch del 2015. Perciò, se lo desiderate, andate e leggerlo e passiamo oltre.
A 38 anni Eric Allen aka Whitey Morgan, assieme ai suoi ormai consolidati 78's, rappresenta quanto di meglio il country/honky tonk possa esprimere. 
Musica densa, sincera, pregna di vita, emozionante, suonata e interpretata come se da questo dipendesse la sopravvivenza dei musicisti coinvolti.
Insomma, una garanzia granitica confermata ancora una volta quando parte la melodia dimessa, malinconica di Honky tonk hell, che apre l'ultimo lavoro del gruppo: Hard times and white lines.
Le classiche caratteristiche del genere outlaw sono tutte presenti nelle liriche di Morgan, il male di vivere affogato nel whiskey e in qualunque altra sostanza (Bourbon and the blues; Hard to get high), la frustrazione derivante dal non avere un posto dove stare (Around here), le storie d'amore (ovviamente) tormentatissime (What am I supposed to do) e l'autentica passione nel suonare la musica del sud degli states, che sfocia in una cover meravigliosa del classicissimo blues degli ZZ Top Just get paid e di Carryin' on del maestro Dale Watson.
Lunga vita a chi tiene duro in questo modo. Lunga vita a Whitey Morgan.


giovedì 24 gennaio 2019

Glass (2019)

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Nel 2000 M. Night Shyamalan mandava nei cinema Unbreakable, un film ideato, girato, prodotto e sceneggiato dal regista indiano naturalizzato statunitense, un atto d'amore verso i fumetti di supereroi, che inconsapevolmente anticipava l'avvento delle multimilionarie saghe dei cine comic, di cui lo Spider-Man di Raimi è stato l'apripista.
L'ottimo lavoro di Shyamalan ci mostrava un uomo qualunque (David Dunn, interpretato da Bruce Willis), che scampa miracolosamente ad uno spaventoso disastro ferroviario e che in seguito, grazie alla conoscenza di un benestante proprietario di un museo di fumetti rari (Elijah Price/Samuel L. Jackson), scopre di essere quasi invincibile. L'esatto contrario di Price, che invece ha una rara malattia delle ossa che le rende fragilissime. Dunn, come da prassi supereroistica diventa un vigilante, che scopre di avere la sua più grande nemesi proprio in Elijah, responsabile del disastro ferroviario e di altre stragi, messe in atto con l'obiettivo di trovare un suo doppleganger, che fosse quindi buono e invincibile.
Nel 2016 Shyamalan gira (oltre a sceneggiare e coprodurre) Split, la storia dello psicopatico  Kevin Crumb (James McAvoy) che, a causa di un disturbo dissociativo dell'identità, possiede almeno ventitre distinte personalità. Kevin rapisce ragazzine considerate impure, con l'intenzione di ucciderle per punirle di non aver mai, nella loro vita, patito sofferenza.
Il film è un thriller psicologico teso e angosciante fino alle sequenze finali, quando, prima sfocia nel sovrannaturale (o almeno ne instilla il dubbio) e poi, in maniera clamorosa e imprevedibile,  crea un collegamento con Unbreakable di sedici anni prima, mostrandoci David Dunn (Willis) che apprende dalla televisione dell'esito della vicenda dello psicopatico Crumb.

Con queste due pellicole quel folle di Shyamalan crea senza clamore e, anzi, quasi occultandolo, un proprio universo supereroistico, nel quale tra il primo e il secondo episodio passano oltre tre lustri e che, soprattutto, arriva allo spettatore con modalità totalmente inedite. A questo universo andava però data una conclusione, perchè, si sa, le saghe devono (o dovrebbero...) sempre concludersi con una trilogia.

Ecco allora che, dopo il primo capitolo intitolato all'eroe (Unbreakable) e il secondo al folle disadattato (Split), il terzo non poteva che richiamare il mastermind criminale, quel Mr. Glass nome d'arte di Elijah Price (Samuel L. Jackson).
Dopo un incipit che ci mostra Dunn e Kevin contrapposti, nel rispetto dei ruoli, l'azione si sposta all'interno di una clinica psichiatrica, dove i due, precedentemente catturati, raggiungono Price. Lo strano gruppo è sottoposto alle cure della dottoressa Ellie Staple (Sarah Paulson) che intende convincerli di non avere super-poteri ma sono di essere fortemente autosuggestionati.
Ovviamente Price, che inizialmente appare in uno stato catatonico, ha capito il vero obiettivo della psicologa e mette in atto il suo piano, come sempre strutturato nei minimi dettagli.

Se ancora non mi era capitato di affermarlo, lo faccio ora: M. Night Shyamalan è uno dei migliori e più completi registi viventi. Al di là dei fisiologici alti e bassi della sua filmografia, il cineasta riesce quasi sempre a trasmettere una visione personale di cinema, dove sono presenti gli elementi che probabilmente l'hanno formato come uomo e artista. In questa visione i comics book hanno evidentemente rappresentato una grande parte, e Glass (ma il discorso si può allargare all'intera trilogia) ne rappresenta l'omaggio più sincero ed emozionante. 
Non è un caso che il filo rosso tra la filosofia supereroistica e la storia di questo universo sia tenuto dal villain Mr Glass: è lui l'unico ad ad avere il quadro completo della situazione, a spingere perchè gli altri personaggi escano dal proprio bozzolo e prendano coscienza dei propri doni, ed è lui a mettere in fila gli eventi (anche eversivi) perchè tutto accada. In questa ottica è perfettamente logico che sia ancora lui a chiudere il capitolo, in attesa del successivo, da qui il suo lascito: "questa non è un'edizione limitata, ma una storia di origini". 

Per chi, come il sottoscritto, è cresciuto leggendo avidamente quelle meravigliose tavole colorate che aprivano una finestra su universi incredibili e meravigliosi, con la visione di Glass, tutto torna magicamente. 
Ma, e qui sta tutta la differenza del mondo con le saghe dei cine comics, Glass risulta godibile ed avvincente anche per lo spettatore a digiuno di meccanismi fumettistici. 

lunedì 21 gennaio 2019

Van Morrison, The prophet speaks (2018)

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Sfida impossibile per il recensore di Van Morrison. Parlare della sua musica senza riferirsi ad essa ricorrendo alla locuzione "di classe". 
Proviamoci. 
Il settantatreenne artista nordirlandese arriva a quota quaranta dischi in carriera (quarantadue, se consideriamo anche quelli con i Them) in uno stato di forma portentoso.
Non sono tra quelli che appena c'è una nuova release di Van the Man si scapicolla ad ascoltarla o che, a prescindere, si spertica in lodi preventive.
Di fatto, non ascoltavo materiale nuovo di Morrison dai tempi di Down the road (2002), mentre, e non potrebbe essere altrimenti, le pietre miliari del passato ciclicamente fanno capolino nelle mie playlist (devo citarle? Astral week; Moondance; Saint Dominic's preview; la collaborazione coi Chieftains Irish heartbeat;il live It's too late to stop now...).

Non so come il dio della melodia ha voluto che inciampassi in questa sua ultima fatica, ma, ancora una volta, grazie a lui il miracolo della vera musica dell'anima mi ha investito con la sua luce rigenerante.
Dentro The prophet speaks Van Morrison riarrangia otto standards, sommandoli a sei inediti, regalandoci un compendio straordinario di old time music che, a volte anche all'interno dello stesso brano, passa con naturalezza dal blues al jazz al soul all'errebì.
Supportato da una band non meno che straordinaria (nella quale spicca il polistrumentista Joey De Francesco), Van vola altissimo su composizioni, tra gli altri, di John Lee Hooker (Dimples), Solomon Burke (Gotta get off my mind); Sam Cooke (Laughin' and clownin') e Willie Dixon (I love the life I live), oltre a regalarci una manciata di brani nuovi che riportano le lancette dell'orologio indietro di quarant'anni (Got to go where the love is; Ain't gonna moan no more; Spirit will provide). 
E quando parte 5 am Greenwich mean time, con quel celestiale vocalizzo "dan-de-dan-dana" il tempo si ferma, e ovunque tu sia, vorresti che quel momento non finisse mai.

Mamma mia, Van, che classe!
Ups...

mercoledì 16 gennaio 2019

Ghost, Prequelle (2018)

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Il dibattito sull'effettivo valore degli svedesi Ghost è sempre aperto, nonostante dal loro esordio "anonimo e mascherato" del 2010 molte cose siano cambiate, a partire dalla rivelazione delle identità dei componenti della band e dalla causa intentata (e persa) dai primi componenti del combo contro il leader Tobias Forge, motivata da mere questioni economiche.
Per quello che mi riguarda però, con questo Prequelle le discussioni stanno a zero. I Ghost tirano fuori un disco incredibile ed intenso, ricco di sfumature stilistiche, senza steccati musicali, dove l'ambito metal centra più per un certo tipo di immaginario proposto (il look, la copertina del disco) che per contenuti.
Per un disco così vario dovrei riprendere le vecchie abitudini e scrivere una recensione "track by track", tanto il mood è spiazzante canzone dopo canzone. 

L'inizio porta sulle spalle la maggiore eredità del filone hard rock nel quale la band continua ad essere inserita, grazie alla potente ma malinconica Rats che ci introduce nel mondo Ghost. Una volta però chiuso il cancello d'ingresso e mosso qualche passo (Faith)  la strada si rivelerà meno decifrabile e più imprevedibile che mai.
L'album infatti trova il suo picco artistico a partire da metà tracklist, con lo strumentale Miasma, ricco di pathos e suggestioni, e nella cui parte finale esplode inaspettato e meraviglioso un sassofono (strumento assolutamente fuori dal canone metal). A seguire arriva Dance macabre un pezzo, che per quanto sia follemente arioso e debitore di certo AOR di fine settanta (Journey?), già a partire dal titolo induce a pensare che la linea di testo "voglio stare con te sotto la luce della luna" sia un pò più oscura di quanto normalmente sia lecito aspettarsi. 
Per quanto a noi italiani ricordi direttamente l'immortale battuta del film Non ci resta che piangere, Pro memoria è un altro apice del disco, con l'ineluttabilità dei suoi versi (don't you forget about dying / don't you forget about your friends death / don't you forget that you will die) e l'incedere struggente, richiamato successivamente anche dal secondo strumentale Helvetesfonster, avvolge l'ascoltatore in una densa foschia sulfurea.
C'è spazio ancora per una traccia classic rock settantiana (Witch image) che avercene oggigiorno e per la funerea conclusione di Life eternal, altro big one dell'opera.
La finisco qui, aggiungendo solo che nell'edizione deluxe del CD sono presenti due bonus track, la scolastica ma divertente It's a sin dei Pet Shop Boys, e la ben più intensa Avalanche di Leonard Cohen.

Per Bottle of Smoke il dibattito sui Ghost si chiude qui, grazie ad un album che fa quello cui la musica dovrebbe essere deputata: regalare mille suggestioni in maniera trasversale a generi ed etichette, ma sempre ad alto tasso emozionale.

giovedì 10 gennaio 2019

All eyez on me, Il film (2017)

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Tupac Shakur è una delle figure più note, ambigue e controverse della scena musicale tutta. Prima di morire, nel 1996 a soli 26 anni, aveva fatto in tempo a diventare l'artista rap con più dischi venduti, raggiungendo il primo posto delle classifiche americane con tre dischi consecutivi (Me against the world, All eyez on me e The Don Killuminati: the 7 days theory, registrato in vita e uscito postumo) nonchè il primo a pubblicare un doppio album di questo genere, ma, al tempo stesso, è stato anche l'artista che più ha diviso pubblico e media a causa delle contraddizioni dei suoi testi, che andavano da tematiche politiche e sociali (i genitori erano attivisti radicali per i diritti dei neri) ad argomenti misogini e gangsta.
Difficile dunque il compito che spettava al regista Benny Boom (scelto probabilmente per la sua vicinanza al mondo hip hop dovuta ai diversi video girati, più che per la sua esperienza cinematografica), che ha cercato di mettere in scena la breve vita del rapper newyorkese.

Nato da genitori attivisti delle Pantere Nere (la madre Alice Faye Williams, a cui 2pac era legatissimo, il padre naturale, ma, soprattutto il patrigno, quel Mutulu Shakur, che per anni figurava tra i primi dieci ricercati dell'FBI) e dopo un'infanzia continuamente in fuga da un lato all'altro degli States (New York, Baltimora, Los Angeles), grazie soprattutto alla permanenza al corrispettivo del nostro liceo artistico a Baltimora (dove conosce e cementa l'amicizia con Jada Pinkett, futura attrice e moglie di Will Smith), Tupac sviluppa il suo talento per lo stile musicale del rap, che lo porterà ad esordire a nemmeno vent'anni con l'album 2pacalypse now.
Da qui un crescendo continuo, condito da conflitti con l'autorità di polizia, fino ad una condanna per molestie sessuali (da lui sempre negate, e il film sposa questa tesi) per le quali sconta nove mesi in un carcere di massima sicurezza, da dove uscirà solo pagando una cauzione da un milione e mezzo di dollari, anticipata da Suge Knight, boss della Death Row Records, altra figura mitologica della scena di quei tempi ("compare" anche nel film Straight outta Compton), noto per i suoi metodi spicci e la sua condotta violenta.
Proprio la firma con la Death Row sarà, indirettamente, l'origine dei problemi che causerà l'epilogo della storia di 2pac, dentro la nota faida tra rapper della east e della west coast, alla quale lui stesso contribuì, principalmente a causa dei dissidi con l'ex amico Notorius BIG, sospettato di aver organizzato un agguato a colpi di pistola contro lo stesso Shakur.

All eyez on me non è a mio avviso un film riuscitissimo. Lo è sicuramente meno, per fare un parallelo che resta nel genere, di Straight outta Compton. 
A tratti si avverte qualche indecisione nel tratteggiare i momenti più controversi della vita di Shakur, mentre si indugia in altri francamente evitabili. La regia, più adatta ad un tv movie, non aggiunge nulla all'illustrazione della storia, al pari degli altri elementi tecnici (fotografia, montaggio), abbastanza scolastici. Persino la musica non è valorizzata quanto avrebbe potuto e dovuto essere, e questo, in un film così, è probabilmente il difetto maggiore.
Si salva la prova attoriale del quasi debuttante Demetrius Shipp Jr nella parte di Tupac, che ha dalla sua una formidabile somiglianza con l'artista interpretato.
Per il resto, da vedere giusto per chi ignori la storia e voglia farsi un'idea di massima sul personaggio. 

lunedì 7 gennaio 2019

Eminem, Kamikaze (2018)

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Ho sempre pensato che la migliore ispirazione dei rapper bruci più forte di quella degli altri artisti e che, come conseguenza diretta, si esaurisca anche prima. Sono tanti gli esponenti di questo genere che dopo il secondo-terzo album hanno cominciato ad arrancare vivendo del loro fulgido passato prossimo, sfornando lavori insinceri, privi della cattiveria, del veleno di strada che, assieme all'urgenza comunicativa, fungevano da potentissimo propellente iniziale.
Anche Eminem è scivolato in questa spirale. Infatti, nonostante l'affetto dei fan sia rimasto forte e i suoi dischi si siano sempre venduti bene, è indubbio che nei lavori più recenti (soprattutto quelli a cavallo tra gli anni zero e i dieci) la straordinaria verve di Marshall Mathers fosse annacquata tra produzioni troppo pulite e featuring non sempre azzeccati.
E' allora strabiliante come, a pochissimi mesi dal mestiere di Revival (dicembre 2017), ad agosto 2018, questo Kamikaze (album uscito, praticamente a fari spenti) ci restituisca un Eminem in forma smagliante, avvelenato ed ispirato come da tanti anni non lo si sentiva.
Dietro ad una copertina tributo al grandioso Licensed to III dei compianti Beastie Boys, il rapper del Missouri torna a spiegare le vele del suo inconfondibile flow per tredici pezzi e tre quarti d'ora di musica che tolgono il fiato (letteralmente: come nel caso di Lucky you), tengono botta senza annoiare mai con il loro inevitabile carico di dissing (quello contenuto in Not alike, contro il rapper Machine Gun Kelly, ha dato vita ad un botta e risposta in rime che è andato avanti settimane) misoginia e omofobia. 
Ma questo è Eminem e non lo scopriamo oggi.
E comunque io di rap non ne capisco un cazzo.

giovedì 3 gennaio 2019

My Fuckin' Tips: novembre dicembre

ASCOLTI

Whitey Morgan and The 78's, Hard times and white lines
AA/VV, Winds of time - The New Wave of British Heavy Metal 1979/1985
Salmo, Playlist
Bloodbath, The arrow of Satan is drawn
Tyla's Dogs D'Amour, In vino veritas
John Mellencamp, Other people's stuff
Beth Hart, Live at Royal Albert Hall
Van Morrison, The prophet speak
State of Salazar, Superhero
Christine and the Queens, Chris
Tesla, Gold
Assalti Frontali, Profondo rosso
Stratovarius, Visions
Bob Dylan, More blood more tracks (ed. 1 CD)
Danzig, ST 1988
Austin Lucas, Immortal americans
Volbeat, Let's boogie! Live from Telia Parken
Graham Parker, Cloud symbols
Satan, Cruel magic

VISIONI

Amore al primo morso
Polizia accusa: il servizio segreto uccide
Angeli con la faccia sporca (1937)
Seven sisters
Murderock - Uccide a passo di danza
L'uomo sul treno
Fandango
Il buono, il brutto, il cattivo
Demoni 2
La bestia uccide a sangue freddo
La chiesa
L'uomo che sapeva troppo
Un lupo mannaro americano a Londra
Marnie
La ragazza della nebbia
American assassin
Nel nome del male
Benvenuti ma non troppo
Mari del sud
7 uomini a mollo
All eyez on me
Inception
The disaster artist
Arsenico e vecchi merletti
Rimetti a noi i nostri debiti
La ragazza che sapeva troppo
The believer

VISIONI (seriali)

Rocco Schiavone S2
Suburra S1
Luther S1

LETTURE

Vittorio Foa, Questo novecento
Bob Batchelor, Stan Lee - Il padre dell'universo Marvel

lunedì 31 dicembre 2018

2018: un consuntivo musicale (niente classifiche)

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Torno a postare sul blog dopo un paio di settimane di inattività causato da un periodo di ferie in cui ho fatto altro (soprattutto girare di casa in casa di parenti a mangiare come non ci fosse un domani, oltre a qualche lavoretto domestico) ma, devo ammetterlo, anche per un calo di stimolo creativo.
E allora il modo migliore per riprendere la penna in mano è affrontare subito quello che, storicamente, è sempre stato un obiettivo per me irrinunciabile, al quale mi approssimavo con una tale solennità da mandarmi in fibrillazione già da novembre e fino alle prime settimane dell'anno nuovo: la classifica dei migliori dischi dell'anno.
Nel 2018 è successo però qualcosa di diverso, ma tutto sommato inevitabile.  
Nell'equazione degli ascolti musica nuova/musica stagionata, si è verificato il sorpasso della seconda sulla prima.
Sarà che alla fine "la questione generazionale" ha prevalso (in questo senso il traguardo dei cinquanta ha un significato non solo simbolico) ma, pur prestando l'orecchio a tante, tante, new releases, non ne ho approfondite (che per me significa ascoltarle per un orizzonte temporale minimo di un paio di settimane) poco più di una ventina, e pertanto non aveva molto senso stabilire il disco dell'anno dentro un lotto così limitato di titoli.

L'avessi fatto, il podio sarebbe probabilmente andato ex aequo a Jack White, con il suo spiazzante Boarding house reach e, anche per un'intensa forma d'affetto, a Lindi Ortega, con l'album della rinascita Liberty.
Scelte queste che però non avrebbero rispecchiato il reale mood degli ascolti, che ha visto una prevalenza metal (ben rappresentata dal sorprendente Firepower dei redivivi Judas Priest) oltre a, anche se nel blog non ne esiste praticamente traccia, molto rap/hip hop dei novanta (NWA, 2pac, Wu Tang Clan, Nas, Eminem), in una gratificante sinergia di influenze col mi figliolo.
Da qui la scelta liberatoria di procedere, per la prima volta, a non stilare la top dell'anno.
Che sia questa la futura linea editoriale, o solo un'opzione estemporanea, solo il tempo lo dirà. 
Intanto, nei prossimi mesi, dovrò misurarmi con l'inizio di un nuovo percorso del mio mestiere. Un percorso che un pò mi spaventa, che aumenta il carico di responsabilità e che potrebbe sottrarmi ulteriore tempo ed energie mentali per scrivere delle mie abituali amenità sul blog. 
Que sera, sera. Per il momento, buon 2019 a tutti!

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giovedì 20 dicembre 2018

Nel nome del male (2009)


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Con l'opinione pubblica ancora scossa dall'atroce vicenda di cronaca delle cosiddette Bestie di Satana (gli omicidi compiuti dal gruppo nella zona di Varese si svolsero in un arco temporale che andava dal 1998 al 2004, e la sentenza di condanna definitiva per i colpevoli arrivò nel  2007), Sky commissiona un instant tv-movie in due parti sul tema "satanismo".
I rischi in questi casi sono del pastrocchio perbenista e paternalistico, ma il regista Alex Infascelli evita il trappolone portando a casa un lavoro estremamente valido, che, per confezione e messa in scena, sarebbe stato più che meritevole del passaggio su grande schermo.

Giovanni Baldassi (Fabrizio Bentivoglio) è il classico imprenditore del nord est che si è fatto da solo e che ha raggiunto un ottimo livello di agio e ricchezza per se e la propria famiglia, composta da moglie (Michela Cescon) e due figli. 
Dietro questa patina da famiglia del Mulino Bianco, tutta casa, lavoro e chiesa, si nascondono però profonde crepe, una delle quali rappresentata dal figlio Matteo (Pierpaolo Spollon), sedicenne taciturno ed inquieto che una sera non torna a casa, gettando nel panico i genitori.
Gli inquirenti locali minimizzano l'accaduto, riconducendolo a comportamenti di ribellione adolescenziale, mentre Giovanni non si dà pace e comincia ad indagare per conto proprio, incurante della crisi che si apre nel rapporto con la moglie.

Nel nome del male è un opera che si muove efficacemente dentro un argomento che, come detto, non è semplice da maneggiare in maniera credibile. Infascelli è molto abile nel fotografare la realtà superficiale ed ipocrita della provincia italiana (veneta nel caso specifico), dove l'apparenza conta più di ogni altra cosa e il marcio viene tenuto occultato agli occhi della "gente", persino se si tratta di attività delittuose. 
Lo script evita miracolosamente quasi tutti i clichè del genere thriller/horror (giusto qualche incappucciato di troppo e magari la fine preannunciata di un testimone che vuole spifferare ciò che sa, ma di contro, il tema musica black-metal non è buttato lì a cazzo), conducendo Giovanni dentro una spirale di allucinata disperazione dentro la quale, più di una volta, rischia di andare alla deriva. 
Bentivoglio interpreta in maniera esemplare il dramma di un padre devastato dai sensi di colpa, che vede il suo mondo, quello per cui ha lavorato una vita, andare in mille pezzi. L'attore lavora, come lui e solo pochi altri sanno fare, per sottrazione. Con poche linee di dialogo, le emozioni sono veicolate più da sguardi, espressioni, linguaggio non verbale.
Altro elemento apprezzabile nella trama è rappresentato dalle indagini che Giovanni compie autonomamente, infatti, diversamente da altre opere simili, il protagonista non riesce mai ad andare oltre la superficie delle cose (il satanismo), venendo continuamente depistato dai personaggi che trova sul suo cammino, che lo manipolano, senza che lui se ne avveda, fino alla drammatica conclusione. 
La fredda fotografia dei paesaggi locali (girati tra la provincia di Trieste e quella di Torino) è estremamente coerente con la cifra stilistica, e, assieme ad essa, alcune sequenze, realmente disturbanti, permeano il film di una tensione, un senso di angoscia e di catastrofe incombente che non ti lascia mai. 
Se poi guardi Nel nome del male da genitore di un figlio con l'età dello sfortunato protagonista Matteo, e rifletti su quanto davvero puoi sapere di tuo figlio adolescente, il mix emotivo diventa dirompente.

Di recente, Sky l'ha rimesso in rotazione. A mio avviso è senz'altro da recuperare.




martedì 18 dicembre 2018

Bloodbath, The arrow of Satan is drawn

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I Bloodbath sono un superguppo che raccoglie elementi della scena svedese per dare forma e sostanza ad un death-metal decisamente old school.
Contrariamente a quanto succede per molte operazioni di questa natura, i Bloodbath sono attivi da oltre quindici anni, periodo nel quale sono stati sfornati cinque dischi in studio più un paio di, rispettivamente, EP e testimonianze dal vivo.
Ad oggi sono della partita, chitarra e basso dei Katatonia (Anders Nystrom e Jonas Renkse), la batteria degli Opeth (Martin Axenrot), la seconda chitarra, dei Craft (Joakim Karlsson) e il mitologico Nick Holmes dei Paradise Lost alla voce.
Personalmente li avevo approcciati con il precedente Grand morbid funeral del 2014, ma è con questo The arrow of Satan is drawn che ci ho preso veramente gusto.
Potrebbe valere il discorso fatto per il recente I loved you at your darkest dei Behemoth, vale a dire che è l'elemento accessibilità dentro un'opera di metal estremo a fare breccia nel gusto di uno che normalmente bazzica poco il marciume sonoro (e che per il ragionamento inverso lascia indifferenti i fan integralisti del genere), a fare la differenza, tuttavia, anche qualora pezzi quali Deader, Levitator, Fleischmann o Bloodicide (che vede la gradita ospitata di Jeff Walker dei Carcass, John Walker dei Cancer e Karl Willets dei Bolt Thrower) sgorghino più dal mestiere che dall'urgenza comunicativa, il piacere nel suonare e risuonare il disco resta immutato.
Nel giudizio complessivamente positivo rientra anche l'apprezzamento per la copertina, elegante e disturbante al tempo stesso.

giovedì 13 dicembre 2018

Un lupo mannaro americano a Londra (1981)

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Avevo visto per la prima ed unica volta Un lupo mannaro americano a Londra in televisione, a metà anni ottanta, qualche tempo dopo la sua uscita al cinema. 
Riguardando in questi giorni il film di John Landis (su un dvd ricco di extra, che hanno aggiunto fascino alla magia della pellicola) c'è ancora da rimanere sbalorditi da quanto grandiosa sia quest'opera.
In pratica mi sono accorto che della mia visione giovanile (parliamo di oltre trent'anni fa...) ricordavo solo l'ancora oggi insuperabile sequenza della trasformazione in licantropo dello studente David Naughton (David Kessler) e l'amarissimo finale. 
Capiamoci, tanta roba già così, ma che piacere rituffarmi nelle atmosfere della brughiera inglese, nello sconfinato godimento per una sceneggiatura esemplare, nei dialoghi perfetti, in un bilanciamento inedito tra toni leggeri, dramma e horror e in almeno mezza dozzina di scene memorabili (come le conversazioni del protagonista con le sue vittime, post mortem), senza parlare dei tempi perfetti e di una messa in scena da scuola di cinema.
Piacere nel piacere, la possibilità, oggi, di apprezzare la scelta delle canzoni inserite nella colonna sonora, tutte a rigoroso tema lunare, con la parte del leone rappresentata dallo standard Blue moon (originariamente composto da Rodgers e Hart) proposto in tre differenti versioni interpretate da Bobby Vinton, Sam Cooke e The Marcels, ma anche dai Creedence di Bad moon rising e dal Van Morrison di Moondance.
Geniale poi la scelta del mitologico John Landis di accompagnare gli ultimi istanti del film accostando ad un finale drammatico e unhappy l'allegra e spensierata versione doo-wop che i The Marcels fecero proprio di Blue moon.

Non aggiungo altro se non: capolavoro!

lunedì 10 dicembre 2018

U.D.O., Steelfactory

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Se ci fosse una graduatoria dei più improbabili fisici da metal singer, Udo Dirkschneider la vincerebbe a mani basse. Il sessantacinquenne ex frontman degli Accept non è mai ricorso a nessun tipo di intervento estetico per mitigare gli effetti del passare del tempo sulla sua immagine. Basso, tarchiato, con una pancia da birra di tutto rispetto, sembra più un pensionato che ha passato quarant'anni a fare il fabbro ferraio, piuttosto che una rockstar.
Ma forse è proprio questo l'elemento che me lo rende più vicino e simpatico. Al motto di "bando alle ciance e ai look elaborati, if you want heavy metal, you've got it", il buon Dirkschneider assieme alla sua ormai fidata band U.D.O. ha dato da poco alle stampe il suo diciassettesimo album in trent'anni.
E, beh, non serve che mi dilunghi troppo sullo stile di Steelfactory: classici riffoni che vanno giù dritti, ritornelli intonabili anche dopo averli ascoltati mezza volta e nessuna paura di cadere nel kitsch, al punto da inserire, durante il guitar solo di una traccia (Blood on fire), un classico fraseggio da tango di balera.

Insomma, via col lissio. Pardon, col metal.

giovedì 6 dicembre 2018

Il boss (1973)

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Con Il boss, Fernando Di Leo, dopo Milano Calibro 9 e La mala ordina, chiude la sua trilogia del milieu consegnando alla storia del cinema di genere (e non solo) italiano (e non solo) un capolavoro secondo solo al primo capitolo del trittico di film.
Rispetto alle prime due pellicole, l'azione si sposta da Milano a Palermo ma ancora una volta la narrazione si apre con una grande sequenza iniziale: vediamo infatti un uomo (Lanzetta, interpretato da Henry Silva) introdursi nella sala proiezione di un piccolo cinema e fare fuoco con un lanciagranate sul pubblico presente, composto per intero dalla famiglia mafiosa Attardi.
La mattanza, eseguita su commissione di Daniello, boss di Lanzetta, è l'inizio di una vera e propria guerre da famiglie mafiose siciliane, nel quale si inserisce il calabrese Cocchi (Pier Paolo Capponi), scheggia impazzita della mala,  che per ritorsione fa rapire l'unica figlia di Daniello.
Referente di tutte le famiglie e "capo dei capi" è Don Corrasco (Richard Conte), il quale è chiamato ad intervenire per appianare gli attriti e riportare l'ordine in Sicilia, anche su pressione dello Stato, con il quale si intuisce avere un accordo di lunga e reciproca collaborazione. Anche le forze dell'ordine sono allertate, ma in questo caso le complicazioni aumentano perchè il questore (Vittorio Caprioli) deve guardarsi dal commissario Torri (Gianni Garko), al soldo della mafia.

Se l'impronta politica di Milano Calibro 9 era orientata alla disamina sociale, con riferimenti alla repressione degli studenti, alla criminalizzazione degli immigrati meridionali e all'orientamento politico di destra di prefetture e questure, con Il boss Di Leo affonda con precisione il colpo della denuncia delle connivenze tra Stato e mafia con una sceneggiatura e, soprattutto, dei dialoghi coerenti e credibili. L'avvocato Rizzo (Corrado Gaipa) che tiene i rapporti con i boss mafiosi per conto dello Stato è in questo senso una figura centrale, si rivolge a Don Corrasco con deferenza ma anche con fermezza e sciorina i conti in merito a quanto voti porta la mafia e in quanti parlamentari queste preferenze si traducano. Il film ci mostra una mafia radicata ovunque: istituzioni, governo, forze dell'ordine e persino nella Chiesa. La verosimiglianza degli eventi all'epoca andò di traverso a qualcuno, se è vero che un ministro presentò querela per diffamazione , provocando un iniziale sequestro della pellicola. 

Ma anche se ci limitassimo alla qualità dell'intreccio noir il film è solido come una roccia, con svariati twist e scene di azione non banali. Le interpretazioni sono di livello, con attori magari monoespressivi, ma perfetti alla bisogna (mi riferisco ovviamente ad Henry Silva) assieme ad altri che invece, attraverso un'interpretazione convinta, donano spessore ai propri personaggi, come Pier Paolo Capponi/Cocchi e uno strepitoso Vittorio Caprioli nei panni di un questore onesto ma disilluso, che usa il sarcasmo per sottolineare tutta la sua impotenza e le stridenti contraddizioni di quella terra.
Discorso a parte per i personaggi femminili, anche qui tratteggiati  in una modalità che oggi si definirebbe misogina, attraverso la parte di Antonia Santilli (Rita, la figlia di Don Daniello) raffigurata come un'odiosa  ragazzina viziata, ninfomane e decerebrata.
La messa in scena, al solito, pur nella povertà dei mezzi (ma la sequenza iniziale rimane straordinaria facendo passare in secondo piano l'evidente l'uso di manichini in luogo dei cadaveri), è spettacolare. Di Leo, che oltre alla regia firma soggetto (tratto dal romanzo Il mafioso, di McCurtin) e sceneggiatura, si muove con disinvoltura dentro il genere, regalandoci anche qui sequenze memorabili e scene plastiche.

Il film si chiude dopo uno dei tanti colpi di scena della storia e con la scritta "continua", chissà se Di Leo avesse effettivamente in mente di dare un seguito alla narrazione, magari accarezzando l'idea di una saga in più capitoli, o se quella scritta fosse una sorta di epitaffio al film con il monito che comunque quelle dinamiche "di fantasia" sarebbero continuate imperterrite nella vita reale.

Un fulgido esempio di come lo stile popolare del cinema di genere poteva graffiare allo stesso modo, se non più, di quello di impegno civile. Con la differenza che, essendo il genere privo di connotazioni ideologiche, imprimeva ad un elevato numero di spettatori "indifesi" un messaggio politico ben chiaro ed orientato.

lunedì 3 dicembre 2018

Salmo, Playlist

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Anche se Bottle of smoke ha tutt'altro orientamento musicale, seguiamo con una certa attenzione la scena rap italiana, soprattutto quella parte che potremmo definire old school e che esula dalle fenomenologie del momento (trap e compagnia bella).
E' pertanto bizzarro essere arrivati solo ora ad approfondire la musica di uno dalla forte personalità come Salmo, che, con Playlist, è arrivato al quinto lavoro in sette anni.

In ritardo o meno, è già un paio di settimane buone che questo album è in alta rotazione nei miei ascolti senza che sia venuto a calare interesse e voglia di metterlo su da capo.
Diciamo che condivido con l'artista sardo (all'anagrafe Maurizio Pisciottu) la critica verso quell'ostentazione dell'eccesso, tema costante dei colleghi di rime cafoni arricchiti, che Salmo mette alla berlina nelle tracce Ricchi e morti e Dispovery channel. 
Tuttavia, oltre questo aspetto, Playlist si è guadagnato la mia attenzione anche in virtù di altre tracce dirette e potenti, quali 90min o Stai zitto (feat. il Fibra nazionale che nel suo pezzo "assolve" la trap sostenendo che "a 18 anni mica scopi se ascolti gli Slayer"). 
Restando nei fenomeni giovanili, totalmente evitabile  il featuring con Sfera Ebbasta, una sorta di coalizione in polemica risposta con la rivista Rolling Stone, che aveva messo un pò artificiosamente l'uno contro l'altro. Il brano in questione (Cabriolet), anche se si sente canticchiare in ogni dove, è a mio avviso debolissimo, soprattutto rispetto alla media del disco.
Verso la fine della tracklist Salmo si toglie anche lo sfizio di inserire Tiè, un breve pezzo strumentale nel quale torna al suo primo amore, la batteria.

Sarebbe facile per me definire Playlist disco rap italiano dell'anno, visto che non ne ho ascoltati altri. 
Mi limito allora ad affermare che con questo album ho appagato la mia personale esigenza del genere, per l'anno 2018.

giovedì 29 novembre 2018

La bestia uccide a sangue freddo (1971)

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Ormai affermatosi come sceneggiatore (decine di script, tra i quali Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più, di Sergio Leone) e reduce dai buoni riscontri ottenuti da I ragazzi del massacro, a Fernando Di Leo viene commissionato un thriller-horror che, seguendo una modalità tipica del cinema di genere, replicasse il fenomeno del momento, nello specifico il successo fatto registrare dai primi film di Dario Argento.
Si narra che Di Leo non avesse nessun trasporto artistico per un'operazione di questo tipo ma che, vuoi per pagarsi l'affitto, vuoi perchè ai tempi si girava di tutto senza stare troppo a sottilizzare, accettò.

Il risultato è un film che, già dalle prime sequenze, dove ci viene mostrato il classico killer mascherato di nero vestito che si muove goffo ed ansimante, sembra una parodia. La sensazione non cambia nello sviluppo della storia, con la clinica psichiatrica di lusso nella quale si svolge la narrazione che più inverosimile di così non si potrebbe. Fra le mura di questo antico castello, destinate ad internare personalità disturbate anche violente, si trova infatti un vero e proprio arsenale appeso come ornamento ai muri: spade, mazze, bastoni, asce, antichi oggetti di tortura (una vergine di ferro) oltre che, distribuite nei corridoi, diverse armature.
Ma l'aspetto più incredibile de La bestia uccide a sangue freddo è che, nel 1971, Di Leo realizza in pratica un film porno, tra clichè di ninfomani, scene lesbo spinte e intense masturbazioni femminili realizzate talmente nei più piccoli dettagli anatomici da fare effetto anche oggi, quasi quarant'anni dopo. Non oso immaginare la reazione del pubblico nelle sale dell'epoca.
Dopo tanti dialoghi inutili e sequenze (inconsapevolmente?) surreali e noiosamente prolungate (su tutte, quella delle fighissime infermiere che giocano a croquet con le fighissime pazienti), da salvare la mattanza finale ad opera della "bestia", che, e qui forse la vera zampata d'autore, non viene fermata prima di aver ritinteggiato di rosso sangue le pareti della clinica.

Opera da vedere per curiosità e completismo. 
Ci resterà sempre il dubbio se il Maestro abbia voluto vendicarsi dei committenti, perculandoli con un film assurdo, oppure se facesse sul serio. 
Io opto per la prima ipotesi, considerando che da lì a pochi mesi avrebbe realizzato il capolavoro Milano Calibro 9.

lunedì 26 novembre 2018

Dee Snider, For the love of metal

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Gli appassionati di metal di lunga data, che, oltre ad ascoltare questo genere, non hanno mai smesso di leggerne le gesta su riviste, libri e, ovviamente, la rete, hanno fatto il callo all'incoerenza dei propri beniamini. 
Non si indignano più se cambiano idea più spesso di quanto si lavino i capelli (per quelli che ancora ne hanno). Niente di scandaloso quindi se il mitologico Dee Snider, dopo aver seppellito i Twisted Sister, e dopo aver dichiarato di volersi affrancare dal metal, abbia rilasciato un disco dal titolo... For the love of metal.
Le perplessità semmai possono emergere dall'ascolto dei brani dell'album, scritto e prodotto da Jamey Jasta degli Hatebreed (in pratica in buon Dee si è limitato a raggiungere gli studi di registrazione per interpretare le dodici tracce), visto il sound pompato e modaiolo delle composizioni, che rimanda, oltre agli stessi Hatebreed, ai Five Finger Death Punch e alla roba che tanto piace alle moderne piattaforme musicali, siano esse televisive o social.
Un lavoro questo nel quale è praticamente impossibile rintracciare l'identità artistica di Snider, annullata in favore di un mood totalmente spersonalizzante. 
Le canzoni possono anche essere piacevoli ad un ascolto distratto, ma, ad eccezione dell'intensa Dead Hearts (love the enemy), il cui testo verte sul bullismo, cantata assieme ad Alissa White-Gluz degli Arch Enemy, si ha sempre l'impressione di trovarsi davanti ad un prodotto usa-e-getta, mentre noi dall'icona Dee Snider ci aspetteremmo sempre qualcosa di più.

giovedì 22 novembre 2018

L'uomo sul treno (2018)

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Cosa saresti disposto a fare se venissi licenziato a sessant'anni da un lavoro ben retribuito, con lo spettro di non poter fare fronte a due mutui e alle spese universitarie di tuo figlio? 
Probabilmente qualunque cosa. Ecco perchè quando al brav'uomo Michael MacCouley (Liam Neeson), seduto al suo posto sul treno che prende tutti i giorni da dieci anni per l'itinere casa-lavoro, si presenta la distinta e affascinate Joanna (Vera Farmiga) con una proposta bizzarra: cercare tra i pendolari abituali un passeggero che non lo è e mettere un gps nella sua borsa, in cambio di centomila dollari, di cui 25k in anticipo, sale forte la tentazione di accettare. 
Nemmeno il tempo di uno scrupolo di coscienza e la faccenda diventa più grave di quanto paventato, con i propri cari tenuti sotto minaccia e cadaveri disseminati tra i vagoni.

Il giudizio su questa pellicola va a mio avviso separato in due. Molto buona la prima ora di film, con una costruzione anche tecnica affascinate (l'incipit nel quale in pochi istanti il regista Jaume Collet Serra riesce a condensare il trascorrere del tempo dentro la routine di tanti pendolari), oltre che per un plot avvincente che richiama, anche per i momenti di tensione, atmosfere hitchcokiane, accompagnato però da una parte conclusiva inverosimile nella quale Neeson torna a fare il super eroe modello Taken con sequenze d'azione a mio avviso fuori luogo nel contesto.

Se facciamo media in ogni caso L'uomo del treno si guadagna un'ampia sufficienza.