lunedì 18 maggio 2026

Kneecap (2025)


Belfast, anni dieci dei duemila. Liam e Naoise sono due piccoli spacciatori, dediti al consumo di alcol e droghe. La loro vita scorre tra feste, sballi, sesso occasionale e strafottenza verso qualunque autorità. Naoise ha un padre scomparso (dato per morto) idolo della comunità cattolica di Belfast in quanto mitologico soldato dell'I.R.A.. I due vengono occasionalmente a contatto con JJ, un insegnante di gaelico amante della lingua madre ma insofferente ai metodi con cui la si trasmette nelle scuole, che giudica antiquati ed inadatti. JJ si ritrova tra le mani un taccuino di appunti in gaelico di Liam e capisce che possono diventare una rivoluzionaria arma di divulgazione della lingua madre, attraverso il rap.

Dissacrante sin dalla primissima sequenza, nella quale il regista Rich Peppiatt (fin qui solo corti e documentari) si fa beffe di tutta la produzione cinematografica sull'Irlanda del Nord basata sulla narrazione dei "troubles", Kneecap è una boccata d'aria fresca (o, se preferite, una profonda aspirata di ganja) nel panorama asfittico, ripetitivo e agiografico, dei biopic degli artisti musicali. Ragion per cui stabilire quanto ci sia di vero e quanto esagerato nella ricostruzione delle vite del trio hip hop Kneecap (a proposito, il monicker riprende il termine in slang riferito alle gambizzazioni a colpi d'arma da fuoco, pratica molto usata da ambo le parti dei diversi gruppi paramilitari nordirlandesi) diventa del tutto irrilevante.

Interpretato efficacemente dai componenti reali del gruppo, il film ci mostra la realtà di un territorio in cui ancora si litiga per radici identitarie che ai ragazzi nati dopo gli accordi di pace del Venerdì Santo (1998), e chiamati per questo "ceasefire baby", interessa giusto per obblighi di stirpe o per movimentare giornate fotocopia menando le mani con gli "orange".

Mentre ci intrattiene con un'irriverenza che al confronto The dirt sui Crue è un film da convento di Carmelitane, Kneecap qualche messaggio lo trasmette, per chi vuole coglierlo: ad esempio quando ci rivela la condizione dei ragazzi soprattutto cattolici, costretta tra l'incudine delle organizzazioni paramilitari clandestine vedove dell'I.R.A., composte da disadattati col quoziente intellettivo di un tombino di ghisa che esercitano il loro controllo sul territorio agendo da "polizia morale", e il martello della brutalità della Polizia (PSNI) nei confronti dei cattolici, a dimostrazione del fatto che, sebbene in Irlanda del Nord i cattolici abbiano superato nel numero i protestanti e addirittura siano per la prima volta al governo, la PSNI sia ancora saldamente in mano a individui fedeli alla Corona britannica.

Peppiatt (cristo, che cognome improbabile!), che è anche sceneggiatore, non fornisce "alibi" al comportamento dei ragazzi, nemmeno quello della classica assenza genitoriale (in questo caso paterna), che in storie così spunta sempre fuori come il prezzemolo. No, Liam e Naoise sono due teppistelli di cui le città sono piene con, a differenza di milioni di altri, un talento per le rime e per il flaw. Viceversa JJ, il terzo membro del gruppo, all'inizio è un professore di gaelico che, sotto la patina di rispettabilità, è decisamente insoddisfatto e frustrato a causa della staticità del suo lavoro. Per lui Liam e Naoise rappresentano la salvezza. Difatti, non appena comincia a bazzicarli, in un nanosecondo si adegua al loro stile di vita, assumendo droghe di ogni tipo con effetti filmici irresistibili. 

Il lato musicale è ovviamente importante, ma non serve essere fan del rap per godere del film. Io non sono esattamente un seguace dell'hip hop, a parte qualche titolo essenziale, ma ritengo che in molti casi, soprattutto agli esordi degli artisti provenienti da realtà sociali complicate,  questo genere musicale abbia rappresentato una forma di urgenza comunicativa genuina, necessaria, parente stretta dello spirito punk dei settanta. Nel film a farne le spese non sono i "riccardoni" della progressive settantiana, ma la modalità di insegnamento della lingua gaelica, trasmessa giustamente per generazioni anche come forma di resistenza alla "occupazione" inglese, ma che col tempo aveva perso afflato diventando liturgica e, pertanto, priva di attrattiva per le nuove generazioni. 
Non sono stati certo i Kneecap i primi a creare musica in gaelico, tuttavia la differenza sostanziale con gli altri (forse i più famosi sono gli scozzesi Runrig) è che JJ, Liam e Naoise  non si esprimono attraverso la musica tradizionale, che si sposa spontaneamente con l'antico idioma, ma con ritmi attuali, tra rap, disco ed elettronica.
Insomma, è come se avessero infilato un razzo nel culo ad una lingua morta sparandola alle stelle, ben al di fuori di Belfast e dell'Irlanda del Nord, raggiungendo l'obiettivo di far diventare il gaelico generazionalmente cool. 

Un ultimo aspetto che mi ha fatto riflettere è come una musica militante, perchè dentro il cazzeggio i Kneecap anche questo fanno, divisiva per definizione, figurarsi in Irlanda del Nord, riesca incredibilmente ad essere anche unificante: ai concerti della band si mischiano gioiosamente ragazzi cattolici e protestanti. Per gli indigeni adulti di una certa età, ovviamente è tutta un'altra storia.

Ci viene raccontato di come, spesso, i grandi film nascano da anomalie, idee stravaganti ed estemporanee, impuntature contro tutto e tutti di registi caparbi, insofferenti alle mediazioni. Ebbene, non so chi abbia avuto la geniale intuizione di fare un instant biopic su uno sconosciuto trio rap dell'Irlanda del Nord che, a gennaio 2024, all'epoca della presentazione del film al Sundance, non aveva pubblicato nemmeno un disco (la release dell'album Fine art è di sei mesi successiva), ma di questi intuizioni folli e improbabili è fatta la materia dei sogni del cinema. Letteralmente imperdibile.


Prime Video

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