lunedì 16 gennaio 2023

Dropkick Murphys, This machine still kills fascists (2022)


Nonostante lo sconfinato amore per i Pogues (titolo e primi post di questo blog sono dedicati proprio a loro) ho sempre faticato ad appassionarmi ai gruppi che stilisticamente venivano a loro associati. Il caso più clamoroso di questa distanza è proprio verso i Dropkick Murphys, forse i più noti "eredi" della band di Shane MacGowan, al cui ascolto mi sono diligentemente applicato senza tuttavia riuscire ad raggiungere mai l'epifania necessaria, nonostante la chiara appartenenza al vasto bacino combat-folk della band americana, e pertanto continuando a "rispettare da lontano" questi debosciati from Boston.

This machine still kills fascists cambia tutto. La band, temporaneamente orfana del cantante Al Barr (assente per accudire la madre malata), si dedica ad un disco prevalentemente acustico, che viaggia tra atmosfere traditional irish, country e protest songs, e lo fa grazie alla collaborazione con Nora Guthrie (figlia del leggendario Woodie), che gli ha messo a disposizione il vasto repertorio di scritti e canzoni inedite del padre. Se pensiamo che in passato anche i Wilco assieme a Billy Bragg avevano fatto la stessa operazione con ben due album, Mermaid avenue I e II del 1998 e del 2000, cominciamo ad avere un'idea della profondità dell'eredità artistica inedita (oltre a quella edita) lasciata dall'imprescindibile Guthrie. In questo caso il cordone ombelicale è talmente solido, il posizionamento politico talmente netto, da indurre i DM a riprendere, nel titolo del disco, la celebre scritta che Guthrie aveva impresso sulla sua chitarra e che mostrava sempre a favore di fotografi. 

In un parallelo con le moderne crisi sociali, i Dropkick Murphys ci proiettano idealmente nella Great Depression americana, quando, a causa del Wall Street Crash e dei cambiamenti climatici (le tempeste di sabbia che colpirono varie aree rurali degli States) milioni di americani del midwest (chiamati con disprezzo oakies) emigrarono verso ovest alla ricerca di una vita migliore e trovarono invece sfruttamento, disperazione e violenza, spesso perpetrata dalla Polizia, al soldo del capitale invece che al servizio della gente comune. 

L'incipit del disco omaggia come meglio non si potrebbe, sia in ambito stilistico (il "boom chicka boom") che lirico (una classicissima prison song) l'uomo in nero Johnny Cash cui questa Two 6's upside down sarebbe piaciuta tanto quanto a me. Quando un disco raggiunge il suo scopo ha la capacità di immergerti immediatamente nel suo mood e This machine still kills fascist esercita questa capacità, a patto ovviamente in essere in sintonia con i generi presi a riferimento. In questo modo si può godere della marziale Ten times more, così come dell'incantevole irish ballad Never git drunk no more, che, grazie alle atmosfere e al featuring di Nikki Lane, parrebbe uscita direttamente da The rum, the sodomy and the leash dei Pogues. Altra ospitata che va a pescare nel pantheon country di qualità è The last one, che vede il featuring di Evan Felker, leader dei Turnpike Troubadours, mentre per Dig a hole viene "resuscitata" proprio la voce di Woodie Guthrie che si accompagna a quella di Ken Casey. Non posso infine tributare tutto il mio entusiasmo per All you fonies, pezzo dal forte orgoglio operaio che afferma il ruolo del sindacato nella difesa della classe più debole.

This machine still kills fascists probabilmente, dal punto di vista stilistico, resterà un episodio a se stante, nella lunga storia dei Dropkick Murpyhs, ma davvero a chi importa? Arrivo a dire che, in questi tempi di trumpismi, post-berlusconismi e postfascimi di governo, di un disco così si avvertiva l'urgenza anche solo per il titolo, capirete quindi la mia gratitudine nel constatarne anche lo spessore musicale, che raccorda il contributo del folk alla causa della lotta di classe di quasi cento anni fa con quelle di oggi.

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